Archivio per PNAC

WAR GAMES (Part 3) – Imperial Rules

Posted in Risiko! with tags , , , , , , , on 16 ottobre 2008 by Sendivogius

 

“PNAC :

 I Neo-Con e la Guerra

 

Lo sforzo più notevole di questo interessante “gruppo di lavoro” è la produzione di un rapporto tecnico-militare, conosciuto come “Rebuilding America’s Defences: Strategies, Forces And Resources For A New Century” (“Ricostruire le difese dell’America: strategie, forze e risorse per un nuovo secolo”). Il “Piano”, redatto nel Settembre 2000, è innanzitutto un manifesto programmatico e politico, drammaticamente attuale quanto profetico. Destinato a rimanere nell’anonimo limbo degli addetti ai lavori, ma ben inserito nei meccanismi di potere di coloro che contano, il “Piano” sarebbe restato oscuro ai più se un giornalista, Neil Mackay, non si fosse messo a frugare nella pattumiera intellettuale dei cosiddetti think tank della Nuova Destra. Infatti, il programma elaborato dai teorici del PNAC è una potenziale polveriera; ad accendere la miccia di questa miscela esplosiva ci pensa il settimanale Sunday Herald, evidentemente impermeabile al principio del “sopire-troncare”, tanto in voga presso i media italiani e non solo. E così, il 15 settembre del 2002, sul periodico scozzese compare un articolo firmato da Mackay, che lancia la questione.

Nelle intenzioni dei suoi autori, il “Rebuilding Defences” doveva essere un dettagliato resoconto di difesa strategica, destinato a rimanere riservato. Tuttavia, ad una prima lettura, lungi dal ritrovare nel testo il cinico pragmatismo di un Von Clausewitz, o l’esattezza tattica di un Sun Tzu, i contenuti sembrano oscillare tra una partita a Risiko ed una sceneggiatura demenziale per “Guerre Stellari”. A tratti, è un’opera di fede sulla mistica missione redentrice degli Stati Uniti d’America, oppure l’arrogante dichiarazione d’intenti dell’ennesima lobby politico militare, in cerca del suo posto al sole. Da questo punto di vista, il Rapporto è un piccolo saggio monotematico sugli appetiti di un insaziabile moloc, che fomenta le ambizioni imperiali della Nuova Destra Repubblicana. Troppo poco per colmare il vuoto desolante di un “progetto”, animato unicamente dall’estasi guerriera di un manipolo di pretoriani repubblicani, in pieno delirio di americana onnipotenza.

Nel Rapporto vengono ripresi vecchi temi cari ai suoi ideatori: il costosissimo (ed inutile) “Scudo Stellare”; emergono concetti nuovi, ed oggi drammaticamente attuali, come l’enduring war per pudore ribattezzato “Enduring Freedom” dai pubblicitari di Bush (strano accostamento guerra-libertà). Si ribadisce la convinzione che il Sud America non sia una costellazione di Stati sovrani, ma il “giardino di casa” dove intervenire a proprio piacimento. Non manca poi l’attenzione al bilancio complessivo ed ai costi che comporta una difesa avanzata, schierata in profondità su scala globale: le spese di un simile armamentario dovrebbero essere bilanciate ed accollate in parte alle stesse nazioni, che ospitano truppe USA sul loro territorio. Truppe sempre più simili ad una forza d’occupazione, se “il rafforzamento delle attuali installazioni d’oltremare, può anche essere visto come presupposto per una estesa struttura di controllo”. La struttura di forza dovrebbe essere alleggerita al suo interno e quindi diventare maggiormente reattiva, con l’introduzione di duttili brigate di pronto impiego, più idonee ad interventi rapidi in zone critiche. Paradossalmente, queste nuove formazioni miste assomigliano alle “demi-brigade” di Napoleone o, se preferite, alle “coorti equitate” dell’Impero Romano.

In quanto alla ridistribuzione delle forze, il “punto focale della competizione strategica” viene spostato dall’Europa all’Estremo Oriente, con particolare attenzione al Sud-Est asiatico (e più in generale nel Sud del mondo). Questa attenzione verso l’Asia Orientale è importante e non va tralasciata: si tratta di una tematica alla quale Wolfowitz e Libby sono particolarmente sensibili. Sotto Reagan, per tre anni Wolfowitz fu ambasciatore in Indonesia e successivamente, in qualità di assistente del Dipartimento di Stato, per un altro triennio si è occupato dei rapporti politici in Asia Orientale e nella regione del Pacifico in generale. In tale veste, ha gestito nelle Filippine la transizione tra la dittatura di Marcos (proconsole americano) e la democrazia, curando in seguito le relazioni USA con Giappone e Cina. Proprio la Cina è percepita nel Rapporto, insieme ad Iran e Corea del Nord, come uno dei principali avversari da contrastare nell’immediato futuro. Lo scacchiere asiatico è infatti una antica fissazione della geopolitica americana e crediamo sia interessante indugiare brevemente su Alfred T. Mahan, ufficiale di marina, che sul finire del XIX° secolo analizzò i fattori, a suo dire, alla base del potere marittimo. Il riferimento a Thayer Mahan non è casuale, dal momento che i promotori del “Piano” lo citano esplicitamente nel loro Rapporto. Nel 1900, col suo “The problem of Asia and its effect upon International Politics”, M. T. Mahan postulò che l’egemonia mondiale delle potenze marittime potesse essere mantenuta tramite “il controllo di una serie di punti d’appoggio attorno al continente eurasiatico”. Trent’anni dopo, un altro americano, N. J. Spykman, individua nel Rimland (anello interno), intesa come fascia marginale tra l’area marittima esterna e le regioni interne euro-asiatiche, il centro degli interessi strategici americani. Guarda caso, il Rimland coincide con l’Europa continentale e soprattutto con l’Asia Orientale. La dottrina di Spykman, fortemente interventista, ha condizionato per decenni la politica estera statunitense; a proposito, l’opera di Spykman ha un titolo evocativo: “America’s Strategy in World Politics”.

Come si può vedere, i precedenti non mancano.

Assolutamente originale è invece la negazione di ogni autorità e ruolo delle Nazioni Unite. L’idea che l’ONU sia un fastidioso intralcio, quando non addirittura una minaccia che progetta l’invasione degli USA (!), è una fissazione patologica che si credeva confinata presso gli strati più reazionari e gretti della provincia rurale americana. Vedere una simile convinzione assurgere a tesi ufficiale, lascia quantomeno perplessi.

Al contrario, la sistematica violazione, o mancata sottoscrizione di accordi internazionali in nome della “legge del più forte” e dei “vitali interessi americani”, rientra nella dottrina Thornburgh. Tale dottrina ha comportato da parte USA la mancata ratifica del Trattato di Kyoto, del Trattato CTBT per la messa al bando dei test nucleari, e la violazione del Trattato ABM sulla riduzione delle testate balistiche. Richard Thornburgh è stato due volte governatore della Pennsylvania e procuratore generale degli Usa dal 1988 al 1991; fra le sue tante iniziative, ha proposto con insistenza forme di controllo più rigide su internet ed una severa limitazione degli accessi in rete. Inutile dire che anche questa ipotesi rientra nelle iniziative promosse nel Rapporto. Se ne deduce che anche lo sviluppo di armi batteriologiche in grado di “inquadrare come bersaglio genotipi specifici” è perfettamente legittimo e altresì “un utile strumento politico”, se ad usarle sono poi le Forze Armate USA. In caso contrario si tratta di una mostruosità terroristica da combattere senza indugi.

Sul Rapporto stilato dai teorici del PNAC è stato scritto e detto molto da voci ben più autorevoli di questa, pertanto non sarà qui il caso di ripetersi. Citato (spesso a sproposito) dalle fonti più disparate, il Rapporto è entrato nell’immaginario collettivo della cultura “antagonista” e nelle revisioni critiche del modello liberista ed egemonico, alla base della moderna globalizzazione. Tuttavia, è difficile immaginare in che modo sistemi come il THAAD, con le sue batterie di missili spaziali, sensori a infrarossi, laser perforanti ed altre fantascientifiche amenità, avrebbero potuto bloccare i terroristi dell’11 Settembre. A fronte di tanto esibita quanto inutile potenza bellica, è incredibile credere che una decina di fanatici psicopatici, armati di taglierino ed al seguito di uno sceicco pazzo, abbiano potuto sgominare nel ristretto spazio di un aereo i superbi esemplari di questa indomita razza guerriera, tirata su a cheeseburger e propaganda, coi micidiali esiti che tutti conosciamo.

 

3. ULTIMA PARTE

The End ?

WAR GAMES (Part 2) – I falchi di Bush

Posted in Risiko! with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 14 ottobre 2008 by Sendivogius

 

  I FALCHI DI BUSH

 

 “PNAC:

   Who is who

 

Lungi dall’essere un “normale” gruppo di pressione tra i tanti, il PNAC non si limita ad annoverare tra i suoi ranghi solo tecnocrati dell’amministrazione dipartimentale o del comparto militare. Al contrario, si pone come interlocutore privilegiato dell’Amministrazione di George W. Bush. Al PNAC hanno aderito, tra gli altri, personaggi di primo piano dello staff presidenziale, con importanti incarichi pubblici. Sarà il caso di fare qualche nome, sul quale vale la pena di soffermarsi: D. Cheney; D. Rumsfeld; J. Bush; W. Kristol; la famiglia Kagan al completo; R.Perle; R.Armitage; E.Abrams;  P. Wolfowitz ed il suo sodale L. Libby;

È quasi imbarazzante abbozzare qui, in poche righe, una biografia di Dick Cheney (vicepresidente USA nell’era Bush): è difficile trovare qualcuno che si sia prodigato con tanto accanimento contro il genere umano. Originario del Wyoming, in politica da ben 6 legislature, Cheney è un mastodonte del conservatorismo a stelle e strisce: fervente anti-abortista, ha votato contro ogni finanziamento a tale pratica anche in caso di incesto o stupro. Cheney si è espresso anche contro il sostegno alla pubblica istruzione; contro le politiche di assistenza sanitaria; contro l’assistenza federale agli indigenti e persino contro la liberazione di Nelson Mandela, quando questi era detenuto in Sudafrica. Imboscato durante la guerra del Vietnam, l’elan guerriero di Cheney è però incontenibile quando a combattere ci manda gli altri: dalla guerra di Panama all’invasione dell’Iraq. Amministratore delegato del colosso petrolifero Halliburton, continua a fare affari nell’Iraq “liberato”, così come quando c’era Saddam (pecunia non olet).

Donald Rumsfeld, attuale segretario al Dipartimento della Difesa, ha svolto importanti incarichi nell’Amministrazione Nixon e in quella Ford. Si è opposto ad ogni trattato di disarmo, di controllo degli armamenti e riduzione dei missili balistici a testata nucleare (degli USA, s’intende!). È un guerrafondaio convinto e nel tempo libero si dedica all’amministrazione di numerose società multinazionali. Dopo la sconfitta elettorale dei repubblicani alle elezioni del novembre 2006. Rumsfeld è stato sacrificato come capro espiatorio per la disastrosa conduzione della guerra in Iraq e costretto alle dimissioni.

Paul Dundes Wolfowitz è un altro falco repubblicano, esperto in strategia militare e pianificazione economica, è stato il vice di Rumsfeld alla Difesa.

Wolfowitz, uno studioso, è il teorico che predica la fede nella superiorità etica e nel destino imperiale dell’America, da lui considerata l’erede dell’antica Roma”.

  (Ennio Caretto, I 4 falchi della Casa Bianca, in Sette, settimanale del Corriere della Sera, 10 ottobre 2002, pp.112-115).

È noto inoltre per le sue posizioni intransigenti e per l’incondizionato sostegno ad Israele, dove risiede parte della sua famiglia. A Wolfowitz si deve la postulazione di “quadri di strategia regionale” con particolare attenzione al Sud-Est Asiatico (dal 1986-1989 è stato ambasciatore in Indonesia) ed al Medio Oriente. Nel 2005 giunge ai vertici della Banca Mondiale.

Nel mondo islamico il nome di Wolfowitz riassume tutto ciò che è andato storto nella politica americana in Medio Oriente da almeno trent’anni. Allevato alla scuola intellettuale dei filosofi Leo Strauss ed Allan Bloom, membro di quel gruppo di ex radicali di sinistra “pentiti” durante gli anni della guerra fredda, Wolfowitz comincia a occuparsi del mondo arabo quando è ancora membro del partito democratico.

Nel 1977 lavorando al Pentagono sotto l’Amministrazione Carter si fa notare per un grintoso studio su “Radicalismo arabo e atteggiamenti anti-occidentali”, e per la sua precoce ossessione sull’Iraq.

Nel 1980 passa in area repubblicana, al Dipartimento di Stato arruola alcuni dei più radicali neocon, da Francis Fukuyama a Lewis Libby, e scavalca a destra il presidente Ronald Reagan contestando ogni tentativo di dialogo con l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina. Negli anni Novanta è uno dei fondatori del Project for the New American Century, il think tank che elabora piani di politica estera per Dick Cheney e Donald Rumsfeld. Come sottosegretario alla Difesa nell’Amministrazione Bush, anima una “intelligence parallela” al servizio esclusivo del vicepresidente Cheney, l’Office of Special Plans (Osp), decisivo per costruire il teorema delle armi di distruzione di massa e preparare la guerra in Iraq. Anche nel suo nuovo mestiere alla World Bank, l’eminenza grigia di “Enduring Freedom” continua a eccitare le controversie. La Banca Mondiale, creata nel 1944 con gli accordi di Bretton Woods, per statuto deve offrire ai paesi del Terzo mondo “finanziamenti e assistenza per promuovere lo sviluppo ed eliminare la povertà”. Non sempre è all’altezza della sua missione. Uno degli effetti perversi delle sue politiche: per pagare gli interessi sui prestiti ricevuti dalla World Bank i paesi più poveri del pianeta trasferiscono ogni anno 1,7 miliardi di dollari ai paesi ricchi. Un Robin Hood alla rovescia. Sotto la gestione del suo predecessore, il banchiere-umanista James Wolfensohn, la World Bank cercò di reagire alle critiche e di incarnare una via progressista allo sviluppo, includendo nei suoi progetti l’impatto ambientale, lo studio delle diseguaglianze sociale, della condizione femminile, distanziandosi dal “gemello” neoliberista, il Fondo monetario internazionale. L’arrivo di Wolfowitz ai comandi della Banca Mondiale è stato interpretato come un golpe della destra americana per riprendere il controllo di un’istituzione che condiziona un centinaio di paesi del Terzo mondo. Dal suo insediamento il nuovo presidente si è distinto per una raffica di nomine di amici neocon ai piani alti della banca. In omaggio all’avversione di Bush per le istituzioni multilaterali, Wolfowitz ha anche annunciato spietati tagli al budget dell’istituzione.

  (La Repubblica, 30/01/2007)

Nel 2007, è stato costretto alle dimissioni per aver favorito la carriera della sua amante: la signora Shaha Riza, dirigente della stessa Banca Mondiale

Lewis Libby è stato capo dello staff di Cheney. Nell’ottobre 2005 è stato costretto alla dimissioni a seguito dello scandalo CIA-gate. Avvocato ed allievo prediletto di Wolfowitz, grazie all’appoggio del suo mentore ha occupato posti di responsabilità presso il Dipartimento di Stato ed al Pentagono, durante la presidenza Reagan e Bush. Come Wolfowitz, intrattiene stretti rapporti con il Likud israeliano, opponendosi strenuamente ad ogni concessione territoriale e politica nei confronti dei palestinesi.

Jeb Bush è il fratello dell’attuale presidente degli Stati Uniti. Al tempo della contestata elezione presidenziale del 2001, Jeb era governatore della Florida ed è superfluo ricordare quanto lo sfoglio “taroccato” dei voti di questo Stato del Sud sia stato fondamentale per l’elezione di G.W. Bush. 

William Kristol è il direttore del PNAC e figlio del più noto Irving Kristol, intellettuale di spicco dell’Enterprise Institute, professore, editorialista ed editore.

Discendente da una famiglia di ebrei ultraortodossi di Brooklyn, Irving Kristol si distacca dalle tradizioni di famiglia distinguendosi in gioventù per le sue accese posizioni trozkiste, salvo approdare su lidi sempre più conservatori fino a diventare uno dei più importanti ideologi del pensiero Neo-Con.

Richard Perle ha un soprannome evocativo: “Il Principe delle Tenebre”. Insieme a Wolfowitz, è stato il principale architetto delle strategie politiche di Bush a sostegno dell’unilateralismo interventista e della guerra preventiva. Perle è la classica eminenza grigia, abituata ad agire in incognito, senza cariche ufficiali, ma con libero accesso nelle stanze del potere. È stato presidente del Defense Policy Board: (un organo consultivo in termini di difesa e armamenti presso il Pentagono), carica dalla quale si è dovuto dimettere per “conflitto d’interessi” (si vede che non vive in Italia!). Il nostro eroe aveva pensato bene di dirottare le commesse militari verso aziende amiche delle quali deteneva forti pacchetti azionari. Anche Perle, sul piano intellettuale fa riferimento all’American Enterprise Institute.

Attualmente, “Perle sembra in declino, ma c’è tempo: la merda resta a galla per questioni non di volume, quanto di peso specifico. Va detto poi che bisogna fare molta attenzione ad attaccare Perle: si rischia l’accusa di antisemitismo, come sottolinea Eric Alterman, columnist di The Nation. Alterman sottolinea i rapporti stretti che intercorrono tra Richard Perle e la destra israeliana”.

(http://www.kelebekler.com/caimani/05.htm).

Richard Lee Armitage (vice-segretario di Stato dal 2001 al 2005) faccia simpatica e profilo inquietante. Sul personaggio è abbastanza esplicativo un intervento pubblicato in Carmilla:

Richard è una leggenda vivente. Faceva parte del gruppo che guidò l’Operazione Phoenix in Vietnam, un programma di “counter insurgency”, ideato da Ted Shakcley, “il fantasma biondo”, che “liquidò” una cifra compresa fra i 20.000 e i 40.000 civili vietnamiti, sospetti viet-cong.
Richard fu accusato di gestire il traffico di eroina dal “triangolo d’oro” attraverso una rete che andava dagli “hmong” ai “signori della guerra” vietnamiti e cambogiani, fino a Santo Traficante, mafioso americano. Richard se la cavò.

Richard fu sfiorato anche dall’Iran-Contras Affair. La fece franca, fino a diventare il consigliere dei militari pakistani nella guerra contro l’URSS in Afghanistan.

Richard riforniva di armi Bin Laden, attraverso l’I.S.I., il servizio segreto pakistano. Fu decorato per questo. Sia prima che dopo l’11 settembre incontrò in più occasioni il Generale Mahmoud Ahmad, principale sostenitore di Al Qaeda, poi licenziato da Musharaf, il presidente pakistano. Si sospetta che il generale fosse in contatto con Mohammed Atta, uno dei dirottatori dell’11 settembre.

Diventò Deputy Secretary of State con Colin Powell.

Coinvolto nello scandalo Valerie Plame, nel ruolo di “gola profonda” nella rivelazione ai giornali del nome di una agente “operativa” della C.I.A., ha abbandonato gli incarichi pubblici. E’ diventato un lobbista della L-3 Communications Corporation, una società che si occupa di difesa, sicurezza e, guarda caso, di intelligence”.

(www.carmillaonline.com/archives/2007/01/002102.html)

Elliott Abrams è un avvocato esperto in Affari Esteri. Come molti altri discepoli del pensiero straussiano, è anch’egli di religione ebraica (che sembra assumere una forte valenza identitaria nella successiva evoluzione politica) parte da posizioni di estrema sinistra (tanto da iscriversi alla Lega dei Giovani Socialisti durante in periodo universitario), prima della svolta ultra-conservatrice. Abrams ha ricoperto incarichi importanti nelle amministrazioni repubblicane: assistente speciale del Presidente e Senior Director al Consiglio di Sicurezza Nazionale per il Medio Oriente e gli Affari Nord-africani.

La carriera di Abrams comincia sotta la presidenza Reagan, nel 1980, prima come assistente del Segretario di Stato con delega ai Diritti Umani e successivamente come delegato agli Affari Centro-Americani. Incarichi svolti egregiamente. Abrams passa i successivi due anni a coprire, negare, ridimensionare le atrocità perpetrate dalle spietate dittature sostenute dagli USA (quelli che esportano la libertà) in Nicaragua, El Salvador, Guatemala, Honduras… In El Salvador, l’11 dicembre 1982 il Battaglione Atlacatl, addestrato da “consiglieri militari” statunitensi, trucida circa 900 campesinos nel villaggio di El Mozote, a scopo intimidatorio, in quanto sospetti sovversivi. Abrams mette a frutto la lezione di Strauss sull’Arte della Menzogna come pratica politica; per il nostro esperto in diritti umani la politica reaganiana in Salvador è stata “un’impresa favolosa”. Il resto del tempo lo trascorre foraggiando i Contras in Nicaragua con finanziamenti illeciti (scandalo Iran-Contra), dopo la caduta del  Somoza, il “nostro figlio di puttana” secondo Henry Kissinger. In tempi più recenti (2002) lo troviamo impegnato in Venezuela ad organizzare attentati contro Chavez.

Nel 1997, Abrams pubblica “Faith or Fear”, libro tramite il quale ammonisce gli ebrei americani del pericolo che un’assimilazione con la cultura americana, fortemente secolarizzata, costituisce nella progressiva perdita di identità.

Insieme a Richard Perle, per il Medio Oriente è per il sostegno incondizionato a Israele in favore di una strategia aggressiva e interventista in funzione anti-siriana. Se possibile, ha posizioni ancora più intransigenti di Libby. Naturalmente è stato un entusiasta promotore della guerra in Iraq, propugnatore dell’attacco all’Iran, e sostenitore dell’invasione del Libano nel 2006.

Lo sforzo più notevole di questo interessante “gruppo di lavoro” è la produzione di un rapporto tecnico-militare, conosciuto come “Rebuilding America’s Defences: Strategies, Forces And Resources For A New Century” (“Ricostruire le difese dell’America: strategie, forze e risorse per un nuovo secolo”)…

WAR GAMES (Part 1)

Posted in Risiko! with tags , , , , , , , , , , , , on 12 ottobre 2008 by Sendivogius

 

“La Fine del Secolo Americano”

 

Qualunque sarà il risultato delle prossime elezioni americane, l’Era Bush si avvia finalmente alla sua naturale conclusione per consunzione interna. Nelle fantasie intellettuali dei Neo-Con e dei teorici della supremazia USA, l’avvento di George W. Bush avrebbe dovuto segnare l’alba di un nuovo secolo americano, destinato a plasmare in profondità i rapporti geopolitici a vantaggio di un unico vincitore globale: l’America.

Nel 2001 fece scalpore la divulgazione di un rapporto privato (“Ricostruire le Difese dell’America”) a cura di un’associazione lobbista: PNAC, Project for a New American Century (http://www.newamericancentury.org), alla quale aderivano molti esponenti di rilievo dell’amministrazione Bush. Quanto segue è una bozza di recensione e di analisi, basata su quel rapporto in riferimento soprattutto alla prima amministrazione Bush. Perché ricordare e conoscere certi nomi a volte può essere utile…

L’eredità di una tale visione consiste in cataste di cadaveri, due guerre perse ancorché non concluse (Iraq e Afghanistan), un mondo più insicuro e un pericoloso vulnus nel rispetto dei diritti umani. Il miraggio si è definitivamente dissolto col crollo dei mercati finanziari e la recessione economica, nella più grave crisi dai tempi della “Grande Depressione”.

 

 

Nel panorama politico statunitense, non costituisce certo una novità la presenza di club, fondazioni e associazioni, legate a forme di partecipazione attiva ma elitaria, tanto cara a certa tradizione anglosassone, al fine di creare clientele, raccogliere fondi e coordinare i sostegni in campagna elettorale. Ciò non deve stupire e, nonostante le perplessità morali del lettore più idealista, è bene ricordare che una simile concezione dell’interazione politica, oltre ad essere legale, è perfettamente riconosciuta e percepita come legittima.

Secondo tale prospettiva, il PNAC (Project for a New American Century) è una delle numerose organizzazioni di carattere privato, le quali affondano le loro radici in quel sottobosco, oramai consolidato dalla consuetudine, dove interessi particolaristici si intrecciano con potentati economici, facendo da sponda a gruppi di pressione organizzati. In questo magma convulso e ribollente di idee, così strettamente collegato ai gangli nevralgici dell’Amministrazione di Stato, il PNAC raccoglie alcune delle personalità più eminenti del pensiero conservatore americano, coagulate attorno al perseguimento di un progetto comune, e capaci di trovare orecchie sensibili nelle stanze presidenziali. La nascita del “Progetto per il Nuovo Secolo Americano” risale alla primavera del 1997, per opera di Dick Cheney e Donald Rumsfeld. Sede dell’organizzazione è un immobile di Washington DC, messo a disposizione dal magnate dell’editoria Rupert Murdoch, noto per le sue posizioni conservatrici. Il presidente è William Kristol (editorialista e corrispondente di FOX News). Secondo la stessa dichiarazione d’intenti dei suoi partecipanti, il “Project” è una associazione di carattere informativo e di ricerca, senza alcun fine di lucro, “il cui scopo è promuovere la leadership globale americana”. Infatti, se ancora non vi fosse ben chiaro, “il Progetto è stato concepito in risposta al declino del potenziale bellico e di difesa statunitense, nonché ai problemi che ciò potrebbe creare nell’esercizio della leadership americana sul pianeta”. Del resto, e continuo a citare testuale, “La storia del secolo scorso dovrebbe averci insegnato ad abbracciare la causa della supremazia dell’America” e poiché “al momento gli Stati Uniti non hanno rivali a livello mondiale, la grande strategia americana dovrebbe mirare a preservare ed estendere questa vantaggiosa posizione quanto più possibile lontano nel futuro.” Senza soffermarci sulla solita retorica sciovinista, che infarcisce la prosa e le menti dei fondatori, il PNAC non è solamente uno studio di settore per l’allocazione di risorse, riconducibile al mondo sotterraneo della gestione di appalti per le commesse militari. Il Progetto si sforza di tracciare le linee guida per una nuova configurazione del potere, in grado di rivoluzionare le relazioni internazionali (difficile dire se in meglio), con esplicite finalità politiche ed ambizioni concrete. Pertanto, la formulazione e la promozione di nuove prospettive strategiche si colloca in una dimensione unitaria, volta a condizionare “dall’interno” la politica statunitense, secondo una visione organica d’insieme. Del resto, l’impianto programmatico dell’organizzazione è impostato sulla strategia di difesa elucubrata nel “Defense Policy Guide”. Il documento fu redatto nel 1992 da Dick Cheney, all’epoca segretario alla Difesa e oggi vicepresidente USA, per conto di Bush senior e subito cestinato dall’Amministrazione Clinton, nonostante i suoi estensori avessero bussato più volte alla porta dello studio ovale del presidente (evidentemente in altre faccende affaccendato). La “Guida alla Politica di Difesa” di Cheney “forniva un piano per mantenere la supremazia degli U.S.A. impedendo la crescita del potere di altre potenze rivali, e modellando l’ordine di sicurezza internazionale sulla linea dei principi e interessi americani.” Ripescando nel cassetto quell’antico prospetto analitico, aggiornandolo a quelle che dovrebbero essere le esigenze attuali, gli aderenti al PNAC se ne fanno promotori, tanto da diventare gli alfieri del presunto cambiamento presso la nuova Amministrazione di Bush junior.

Intendiamoci: l’elaborazione di scenari geopolitici su scala globale, con particolare attenzione agli assetti regionali emergenti nell’era del post Guerra Fredda, si innesta su una lunga e gloriosa tradizione che vanta illustri predecessori: da Karl Haushofer (le cui elaborazioni teoriche si rivelarono funzionali alla dottrina nazionalsocialista); ad Alfred Thayer Mahan, ovvero al Rimland di Spykman, conformi al modello bipolare.

Quello che invece preoccupa è una certa tendenza parecchio in voga nei ranghi delle nuove leve neo-conservatrici, le quali partendo da un approccio di tipo “umanistico” ai problemi di politica e relazioni internazionali, approdano attraverso forzature e letture storiche mal digerite ad una visione semplicistica e sconcertante. Sorvolando sulle libere interpretazioni di R. Kagan che, analizzando la Guerra Peloponnesiaca (431-404 a.C.) perviene all’ipotesi di una Europa “ateniese” e della superpotenza USA come “nuova Sparta”, è bene riflettere su una vocazione “imperiale” e “romana” che, secondo i suoi propugnatori, dovrebbe condizionare le scelte USA per il prossimo secolo a venire.

Un simile approccio teorico ai problemi di difesa strategica e dislocazione delle forze belliche non è affatto ignoto ai consulenti ed agli esperti militari, tanto da costituire una costante ed un termine di paragone quasi obbligato tra gli specialisti del genere. In tal senso, un’opera evocativa è sicuramente “La Grande Strategia dell’Impero Romano”, edita da Rizzoli. In questo formidabile saggio di Edward N. Luttwak, l’apparato militare inteso come forza di dissuasione viene dilatato a dimensione imperiale, tramite una economia di forze che non pregiudichi le risorse dello Stato e l’adesione territoriale ai “valori” dell’Impero. Ai facili, e inquietanti, entusiasmi imperiali che sembrano pervadere i manipoli intellettuali della Nuova Destra americana, con il relativo corollario di istanze manichee, valutazioni etiche e sorti progressive degli USA, Luttwak antepone il rapporto tra i costi ed i benefici di un determinato apparato difensivo. Nell’analisi di Luttwak un sistema di difesa va considerato sempre in termini relativi, in relazione agli effetti militari ed a seconda del tipo di intensità del pericolo profilato. Funzionale ad un “Impero egemonico”, con un minimo dispendio di truppe di pronto intervento, dislocate in settori regionali strategici, è l’esistenza di una “zona di controllo diretto”, delimitata da una “fascia interna di controllo diplomatico” ed una ulteriore “sfera di influenza esterna”. La concezione imperiale dei teorici del PNAC prevede invece una proiezione esponenziale di uomini e mezzi, l’occupazione diretta della fascia di sicurezza, l’esautorazione di ogni autonomia decisionale esterna, secondo i criteri della “difesa di sbarramento” e della “difesa avanzata”, più consoni alla nuova realtà imperiale.

 

1. CONTINUA