Archivio per Persia

ILLUMINATI

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 20 settembre 2013 by Sendivogius

Art of GRIM REAPERQuando si parla di “Illuminati” si rischia quasi sempre di cadere nel ginepraio delle teorie del complotto, dove a prevalere sono le distorsioni cognitive, nel filtraggio dei fatti attraverso la generalizzazione delle conclusioni.
Quella degli Illuminati di Baviera è una storia nota e circostanziata, soprattutto datata, di cui si dovrebbe sapere tutto eppure si conosce poco, tanto è stata manipolata e riadattata nella creazione di leggende sempre nuove.
EXCALIBURGli Illuminati bavaresi sono un tipico prodotto culturale del XVIII secolo, in cui si intrecciano irrazionalismo tedesco e proto-romanticismo, insieme a confuse istanze di rinnovamento spirituale e riforma sociale. Vi confluiscono il gusto per l’organizzazione segreta, influenze mistiche d’ispirazione teosofica, e una certa visione magica del mondo.
Nel caso degli Illuminati, la scelta del nome non era certo priva di una forte carica simbolica, indicando un percorso di elevazione spirituale verso un’illuminazione mistica, rigidamente disciplinata da un percorso progressivo di gradi di conoscenza secondo un impianto tipico delle prime società massoniche, anche se gli Illuminati frammassoni non lo furono mai. Ovviamente, soprattutto nelle intenzioni dei suoi fondatori, non mancavano richiami al pensiero illuminista in omaggio agli Encyclopédistes e, implicitamente, ai principi radicali di Jean-Jacques Rousseau.
Ce n’era abbastanza per terrorizzare i settori più reazionari del governo bavarese, perché quello che viene ricordato come il Secolo dei Lumi era in realtà un’epoca di assolutismi, ancora intrisa di superstizioni e di retaggi feudali, stretta tra i rigori della censura ed un’opprimente cappa clericale. Infatti, al di fuori dei salotti letterari dove si davano convegno i circoli intellettuali più dinamici, si apriva un mondo tutt’altro che razionale e illuminato…
Hohenfriedeberg.Attack.of.Prussian.Infantry.1745Il XVIII secolo si era aperto con la Guerra di successione spagnola (1701-1714); per continuare poi con la Guerra di successione austriaca (1740-1748); e chiudere in bellezza con la Guerra dei sette anni (1756-1763), durante la quale Federico II di Prussia aveva potuto esibire i suoi brillanti reggimenti di coscritti, reclutati a forza tra chiunque potesse imbracciare un fucile. I conflitti erano nati per una delle tante dispute dinastiche, circa la trasmissione di feudi e ducati, coi quali le teste coronate arricchivano l’elenco dei loro titoli araldici. Quindi, la guerra era proseguita, alimentata da nuove rivendicazioni territoriali, e si era estesa su quattro continenti (Europa, Africa, Americhe, India), prosciugando le finanze delle monarchie europee e prostrando le popolazioni. Alle estreme propaggini settentrionali dell’Europa, la Scozia usciva a sua volta dissanguata dopo la lunga serie di rivolte giacobite.
Giacobiti - Clan CullodenIn quasi tutta l’Europa (non solo in Russia) vigeva la servitù della gleba e in caso di fuga, specialmente nelle regioni orientali, si era soliti punire i contadini con la marchiatura a fuoco sul viso o con il taglio di naso e orecchie. Quest’ultima pare fosse una pratica piuttosto comune in Romania, riservata alla popolazione rom tenuta in schiavitù.
Il commercio degli schiavi era ampiamente esercitato con profitto e lo sfruttamento servile costituiva la norma nell’economia delle Americhe.
Stiramento La tortura era pratica comune (e abusata), mentre la pena capitale veniva dispensata con generosità e varietà di esecuzioni. Ma per coloro che attentavano al sacro corpo del sovrano erano previste pubbliche macellazioni: come l’atroce supplizio di Robert-François Damiens nel 1757 che disgustò tutta Parigi; oppure le esecuzioni in Gran Bretagna del ribelle scozzese David Tyrie (1782) e del suo omologo irlandese James O’Coigley (1798), condannati entrambi al mostruoso Hanged, drawn and quartered.
drawn-and-quarteredImpalatiIn Moravia e Slesia si impalavano i cadaveri, tanto che nella prima metà del XVIII secolo l’imperatrice Maria Teresa d’Austria aveva inviato il suo archiatra, Gerard van Swieten, per porre fine alla disdicevole consuetudine. Nelle regioni balcaniche e transilvane, il servizio veniva applicato soprattutto ai vivi. E questo sollevava minori problemi.
La caccia alle streghe, lungi dall’essere scomparsa, era ancora piuttosto diffusa e di tanto in tanto si accendeva qualche rogo: nel cantone svizzero di Glarus (1782); in Polonia, a Durochowo (1775) e Poznan (1783). Nel ducato tedesco del Württemberg, processi per stregoneria vennero celebrati fino al 1805. Nella vicina Baviera, dove la repressione delle streghe era sempre stata particolarmente ‘zelante’, le persecuzioni cessarono nel 1792, mentre l’ultimo barbecue è del 1756. In compenso, la Baviera può esibire a suo vanto la doviziosa inquisizione (e sterminio) della famiglia Pappenheimer.
Scandalo della CollanaMa il ‘700 fu anche l’epoca di avventurieri come Cagliostro ed il Conte di Saint-Germain, che infinocchiarono le corti di mezza Europa con le loro fole alchemiche ed elisir di lunga vita, contribuendo non poco ad alimentare la moda delle società segrete e la mania per i frammassoni.
Tra tutte le confraternite, consorterie, logge e associazioni sorte nelle seconda metà del XVIII° secolo, quella degli Illuminati fu probabilmente la più scalcinata, tra le peggio organizzate e nemmeno la più longeva. Di certo non fu tra le più segrete, visto che di loro la autorità bavaresi sapevano praticamente tutto.
Probabilmente, i fantomatici Illuminati di Baviera non avrebbero attirato tante attenzioni su di loro se, come tante altre associazioni goliardiche filiate in ambito accademico ed a loro contemporanee, se si fossero limitati a qualche rituale cavalleresco di ispirazione romantica.
MassoneriaOppure, avrebbero potuto dedicarsi con profitto alle ciarlatanate dei primi frammassoni: un po’ di nonnismo da caserma e qualche piccolo trucco da baraccone per impressionare gli ingenui neofiti, ansiosi di essere iniziati a pratiche non più misteriose del catechismo della prima comunione, concionando di improbabili vendette ed improbabili gradi rituali. E chiudere in bellezza con abbuffate pantagrueliche, meglio ancora se finanziate a scrocco dalla quota d’iscrizione di qualche vanitoso borghese, desideroso di acquistare a buon mercato qualche roboante titolo immaginario (cavaliere d’Oriente, principe del Libano, gran patriarca noachita, commendatore dell’aquila bianca e nera, cavaliere dell’ascia reale) con cui surrogare l’assenza di blasoni nobiliari.
Karl Gotthelf von Hund Magari, se avessero inscenato pompose mascherate in costumi medioevali, come i neo-templari di Stretta Osservanza del barone Karl Gotthelf von Hund, con continue professioni di fede e ubbidienza ai poteri costituiti, avrebbero avuto meno guai. A Karl von Hund (che per inciso significa “cane”) si deve tra l’altro la fortunata invenzione dei “Superiori Ignoti”; idea comunque non nuova, visto che sembra una riproposizione aggiornata dei “Maestri Invisibili” della Rosa-Croce. Tutti sarebbero detentori di un’antica sapienza, meglio se “egizia”, preservata nei secoli e trasmessa a pochi eletti. Invisibili o ignoti che siano, esoteristi e cultori della ‘tradizione’ ermetica andranno cercando questi ritrosi Sconosciuti per ogni angolo del globo, senza peraltro mai riuscire a scovarli. In compenso, gli ‘eletti’ più intraprendenti si inventeranno improbabili messaggi telepatici o contatti onirici con gli irraggiungibili “Superiori”.
Rosa-CroceIl sedicente Ordine dei Perfettibili, eppoi Ordine degli Illuminati, viene costituito nel 1776 dal Adam_Weishaupt27enne Adam Weishaupt, un oscuro docente di diritto canonico nell’università bavarese di Ingolstadt, sull’innesto di una preesistente conventicola di studenti universitari e costituito da un nucleo originale di 4 componenti (oltre a Weishaupt) dove il più anziano non ha ancora compiuto i 21 anni.
Il prof. Weishaupt era stato invitato da un paio di giovanissime matricole di giurisprudenza a presiedere le riunioni del minuscolo gruppetto studentesco, desiderosi di darsi un tono con gli altri colleghi di corso. L’ambizioso professore vede invece l’occasione di dare una scossa alla monotonia della sua vita accademica e l’opportunità di crearsi il suo personalissimo cenacolo filosofico, votato alla perfezione ed inquadrato sotto una rigida gerarchia, al cui vertice (ovviamente) ci sarebbe stato Weishaupt stesso, in qualità di mentore e maestro.
Sigilli templariInnanzitutto, ci si inventa una origine “antichissima” e possibilmente esotica… Poiché templari, rosacroce, antichi egizi ed architetti salomonici sono già impegnati, e siccome la vera sapienza deve necessariamente risiedere in Oriente, si guarda alla Persia ed a Zoroastro. Quindi le origini della setta vengono fissate al 632 d.C. e legate ad un non meglio precisato Culto del Fuoco zoroastriano. La sezione bavarese non era che la filiazione di una confraternita molto più grande con migliaia di adepti sparsi in tutto il mondo, titolare di segreti millenari e presieduta da un consesso di maestri iniziati dall’identità segreta. A questo punto, adescato il credulone di turno, il fantasioso Weishaupt “organizzava incontri in cui gli adepti, potevano assistere ad ‘incredibili’ esperimenti di elettricità, impartiva lezioni di filosofia morale e richiedeva puntualmente il pagamento di una retta ai propri soci facoltosi per finanziare il suo misterioso cammino di perfettibilità (Errico Buonanno).
Adam Weishaupt Attingendo ampiamente dall’armamentario massonico, Adam Weishaupt (che nel giro si fa chiamare “Spartacus”) costruisce una gerarchia semplificata di gradi e classi. Al vertice vi è un “aeropago” con mastro Spartaco affiancato dagli “anziani”, ovvero i ventenni Anton von Massenhausen (Aiace) e Max Merz (Tiberio).
Tra le grandi trovate dell’Ordine antichissimo, c’è l’invenzione del Quibus licet: una specie di diario in cui il novizio doveva annotare e raccontare tutto di sé, insieme ad un dettagliato resoconto delle ricchezze personali e di famiglia, influenze e protezioni… Una volta compilato in dettaglio, il diario andava consegnato ad Adam Weishaupt.
I Perfettibili, costantemente a corto di quattrini e di idee, cambiano il nome in Ordine degli Illuminati, ma le cose non migliorano… Nel 1779, a tre anni dalla sua creazione, l’Ordine conta appena 29 membri. Tale è il suo appeal tra gli studenti di Ingolstadt, che mal digeriscono il Adolph Freiherr von Kniggenarcisismo dispotico di Weishaupt. Quest’ultimo, alla disperata ricerca di protettori e aderenti, nel frattempo, su raccomandazione del barone Adolph Freiherr Knigge si è iscritto alla loggia massonica ultra-lealista conosciuta come “Teodoro al buon governo”. Il riferimento esplicito è al duca Carlo Teodoro di Wittelsbach, signore della Baviera e Principe del Sacro Romano Impero. 
Si può immaginare quale carica eversiva avessero i propositi di Weishaupt..!
Adolph Freiherr Knigge Originario di Francoforte, il barone von Knigge vanta ottime entrature tanto nella corte bavarese quanto nei circoli massonici. Nel 1780 entra a far parte degli “Illuminati” con lo pseudonimo di Filone. Avventuriero e uomo di mondo, ex soldato di ventura e con una passione per il teatro, riformatore e libertino, Knigge intravede le potenzialità degli Illuminati e pensa di farli fruttare a suo vantaggio e attuare i propri progetti di riforma…
Sotto i buoni auspici di Adolf von Knigge, l’Ordine degli Illuminati viene riadattato secondo le nuove esigenze di marketing per far proseliti: Il barone aumenta il numero dei gradi di ‘iniziazione’ e, con un certo gusto teatrale, cura i rituali scenici. Già che c’è, sposta le origini della setta fino a Noé, passando per Giovanni evangelista e Gesù Cristo, tutti ovviamente iscritti d’ufficio alla confraternita. Dopo la riorganizzazione curata da Knigge, in un triennio, l’associazione passa da circa 50 membri a quasi duemila, soprattutto tra la gente che conta. Motivo per cui Knigge e Weishaupt annacquano in fretta la loro carica radicale e teista, mettendo da parte ideali libertari e propositi repubblicani. Aderiscono agli Illuminati, personaggi del calibro del Duca di Brunswick-Wolfenbüttel (Aronne); il barone Ditfurth (Minosse), consigliere della Camera imperiale; i duchi di Sassonia; il barone von Dalberg, arcicancelliere del Sacro Romano Impero
CarnevaleCon il successo, aumentano le ripicche e le gelosie, le vecchie logge della massoneria spiritualista si sentono espropriate dei loro clienti più facoltosi.

«Le autorità iniziarono improvvisamente a ricevere sempre più denuncie. Un ufficiale di fanteria di nome Ecker, fondatore di una loggia rosicrociana a Burghausen ed entrato in conflitto anni prima con Weishaupt, assicurò alla polizia che quello degli Illuminati non era un ordine come tanti, mentre via via affiliati “pentiti” erano pronti a rivelare nuove verità improbabili: amoralità, corruzione, spionaggio persino.
Il 22 giugno 1774 il duca elettore di Baviera emise un editto in cui venivano proibite tutte le società segrete non approvate dal governo. Dopo una lunga riflessione, il 24 febbraio 1785 gli Illuminati reagirono scrivendo al sovrano di essere sicuramente vittime di un malinteso o di un complotto gesuita, come il buonsenso del duca non avrebbe tardato a capire. La sua risposta non si fece attendere; sei giorni dopo, Carlo Teodoro soppresse ufficialmente l’Ordine degli Illuminati, dichiarandone fuorilegge ogni attività. Per l’epoca, molte logge si erano semplicemente convertite in “società di letture”.»

 Errico Buonanno
 “Sarà vero. La menzogna al potere”
 Einaudi, 2009

E se questo fosse un romanzo, dovrebbe cominciare col più classico degli incipit: Era una notte buia e tempestosa
Il 10 luglio nell’anno di grazia 1785, in una notte di tregenda un uomo dalle vesti nere percorre a fatica le strade fangose delle campagne bavaresi, martellato da una pioggia impietosa, nel vano tentativo di raggiungere le lontane province della Slesia prussiana. Vuoi la collera divina, o una caduta accidentale da cavallo, o il sicario di una setta rivale, lo sfortunato viandante ingaggiato per un viaggio impossibile non giungerà mai a destinazione. Nei pressi di Regensburg, viene rinvenuto il cadavere di quello Johan Jakob Lanzche si rivelerà essere un prete cattolico; Johan Jakob Lanz, viene ritrovato affondato nella melma, in apparenza folgorato. Lanz (col nome di battaglia di “Tamerlano”) è un affiliato degli Illuminati ed ha le vesti imbottite con mucchi di carte compromettenti dell’Ordine. La scoperta dimostrava come la setta avesse ignorato bellamente il divieto imposto dal Duca di Baviera, che aspetta tre mesi per organizzare una retata contro i membri della confraternita, acquisendo documenti, elenco degli iscritti, carte di intenti e quant’altro può essere utile a screditare l’organizzazione. La repressione peraltro è blanda, anche in virtù di accuse e prove inconsistenti per un vero processo: le condanne più severe non superano i cinque mesi di reclusione e non prevedono la confisca dei beni. Il marchese Constius de Costanzo ed il conte Ludovico Savioli-Corbelli vengono semplicemente invitati a lasciare la Baviera e fare ritorno in Italia. Per il disturbo viene loro fornito un vitalizio.
Monaco di BavieraFrancobollo celebrativoIl barone Adolf Knigge, che per di più era già uscito dall’Ordine dopo aver bisticciato con Weishaupt, era riuscito a farsi raccomandare presso il principe Giorgio III di Hannover, svolgendo incarichi amministrativi e dilettandosi nel tempo libero con la pubblicazione di romanzi umoristici e d’avventura, fino alla sua morte nel 1796.
Adam Weishaupt perse il posto all’università e venne condannato in contumacia, visto che nel frattempo si era rifugiato a Ratisbona. La cosa non gli impedì di trovare un pronto impiego come precettore privato. Nel 1808 verrà riabilitato e prosciolto da tutte le accuse, otterrà un incarico presso l’Accademia delle Scienze ed anche una piccola pensione, convertito in buon cattolico ossequioso dell’autorità costituita.

«Sugli Illuminati di Baviera è stata scritta, dal tempo della loro soppressione fino ai nostri giorni, un’enorme quantità di sciocchezze. Weishaupt certamente voleva cambiare il mondo e sottolineò l’importanza della segretezza, dell’obbedienza, dell’interrogazione e dell’inquisizione degli inferiori, cosa che sa di scuola di dispotismo. Ma nel cercare di sfruttare a fine politico la segretezza massonica, non aveva fatto che seguire l’esempio dei principi conservatori tedeschi, cercando di trasformare il loro esempio a vantaggio dei radicali. Era del tutto inutile; in Weishaupt c’era troppo del maestro di scuola e troppo poco del politico. Quando il governo bavarese suppose che la presenza degli Illuminati si fosse fatta allarmante, nel 1785 li identificò e li soppresse senza il minimo problema.
[…] Quattro anni dopo, quando scoppiò la Rivoluzione francese, le mitiche credenze circa gli Illuminati di Baviera finirono nel crogiuolo di una più vasta e avventata teoria cospiratoria.»

  Peter Partner
“I Templari”
Einaudi, 1987

Gli Illuminati nacquero anche in contrapposizione ad un certo “gesuitismo” (nonostante lo scioglimento della Compagnia), ancora prevalente in ambito accademico. Per un curioso paradosso, il fondatore Weishaupt, che si era formato presso i gesuiti, profondamente avverso all’Ordine di Loyola, finì per mutuarne i metodi nell’organizzazione della setta e fu accusato lui stesso di gesuitismo dalle confraternite massoniche alle quali si ispirava. Destinati a scomparire in fretta e dissolversi nell’oblio, gli Illuminati devono la loro fama tanto sinistra quanto imperitura proprio alla crociata anti-illuminista di un ex gesuita, che trasformò i suoi nemici in un formidabile spauracchio immune allo scorrere del tempo. E d’altronde, al colmo di un gioco di specchi infinito, come era già avvenuto per i Rosacroce, anche gli Illuminati furono accusati di essere stati fondati dai gesuiti per infiltrarsi nel mondo delle società segrete.
Zee_cast by AlexiussOggi, ad oltre 200 anni dal suo scioglimento, del sedicente “Ordine degli Illuminati” non si ricorderebbe più nessuno, se non fosse per l’instancabile zelo reazionario dell’abate Barruel che, a partire dal 1794, e soprattutto nei cinque tomi che compongono la sua monumentale “Storia del Giacobinismo” (Mémoires pour servir à l’Histoire du Jacobinisme) pubblicati tra il 1796 ed 1803, dette la stura ad un incredibile frullato di ipotesi strampalate, alla base del moderno cospirazionismo.
Augustin Barruel Basandosi su una mole impressionante di documenti, sulla scia della pamphlettistica di fine ‘700, Augustin Barruel riassembla testi, che taglia e ricuce attraverso una ridda di congetture e supposizioni in feroce polemica anti-illuminista. Massoneria e società segrete, Templari e Rosa-Croce, sette ereticali del medioevo, filosofi laici e libero pensiero, Voltaire e gli Enciclopedisti, repubblicani e giacobini, ma anche Federico II di Prussia ed il Duca d’Orleans… tutto fa brodo nell’ossessione controrivoluzionaria del prolifico abate e nell’incrollabile certezza che la Rivoluzione francese del 1789 sia scaturita da un gigantesca cospirazione contro la monarchia.

«Nella Rivoluzione francese tutto, persino i suoi misfatti più spaventevoli, tutto era stato preveduto, meditato, combinato, risoluto, stabilito; tutto fu l’effetto della più profonda scelleratezza, poiché tutto è stato condotto da uomini che soli tenevano il filo delle cospirazioni ordite nelle società segrete, e che hanno saputo scegliere e studiare il momento propizio alle congiure»

  A.Barruel
“Memorie per la storia del giacobinismo”
Tomo I (1802)

MemoiresPer Barruel si tratterebbe infatti di una “congiura anticristiana”, in gestazione da secoli, contro il diritto divino di imperatori e papi, atto a scardinare quello che lui ritiene un perfetto ed immutabile ordine naturale per volontà celeste, secondo un principio rigorosamente gerarchico.

«Col malaugurato nome di Giacobini è comparsa nei primi giorni della rivoluzione francese una setta che insegna che gli uomini sono tutti eguali e liberi, e che in nome di questa libertà ed uguaglianza disorganizzanti calpesta altari e troni, spingendo tutti i popoli alle stragi della ribellione ed agli orrori dell’anarchia.»

  A.Barruel
“Memorie per la storia del giacobinismo”
Tomo I (1802)

Secondo l’immaginifico abate è una cospirazione universale che si attiva su tre livelli (contro la religione, contro la monarchia ed infine contro la società universale); per “mezzi” (Enciclopedisti e libero pensiero) e per “gradi” (messa in discussione del potere assoluto dei re e primi esperimenti democratici); nel corso di “epoche” (dall’Illuminismo alla massoneria).
VoltaireTutto avverrebbe in un perfetto gioco ad incastri dove nulla è casuale e tutto è preordinato.
Nell’universo cospirazionista, concepito dalla fervida fantasia di Barruel, gli “Illuminati” fanno il loro ingresso (più che trionfale), soltanto nel 1798 con la pubblicazione del terzo tomo a loro interamente dedicato, tanto non par vero all’abate di aver trovato (a partire dal nome stesso) il presunto trait d’union di tutte le sue ossessioni, nell’equazione Illuminati-Illuminismo-Frammassoni-Eretici-Luterani:

«Il nome di Illuminato, scelto da questa setta, la più disastrosa nei suoi princìpi, la più vasta nei suoi progetti, la più astuta e scellerata nei suoi mezzi, questo nome d’Illuminato è antico negli annali dei sofisti sconvolgitori; se ne vantavano in principio Mani e i suoi seguaci….
I primi Rosa-Croce comparsi in Germania si dicevano anch’essi Illuminati. Ai giorni nostri i Martinisti e varie altre sette fanno riferimento all’Illuminismo.
Per fedeltà alla Storia, distinguendo i loro complotti e i loro dogmi, io li ridurrò a due classi. In oggi vi sono degl’Illuminati dell’ateismo e degli Illuminati della Teosofia. Questi ultimi sono particolarmente i Martinisti, dei quali ho già fatto conoscere il sistema nel secondo tomo, e gli Swedenborghiani, riguardo ai quali dirò a suo tempo e luogo quanto mi è riuscito di sapere della loro setta.»

  A.Barruel
“Memorie per la storia del giacobinismo”
Tomo III (1802)

E diventano l’oggetto principale delle sue paranoie, tanto che agli “Illuminati” (di Baviera) l’abate Augustin Barruel dedica anche il quarto ed il quinto volume delle sue “Memoires”.

«L’ordine che seguirò per svelare i fasti della setta è quello delle sue epoche più importanti.
La prima epoca sarà quella in cui Weishaupt getta le fondamenta del suo Illuminismo formando attorno a sé i suoi primi adepti, le sue prime logge, cercando i suoi primi apostoli e disponendoli a delle grandi conquiste.
La seconda sarà quella di una fatale intrusione, che valse a Weishaupt migliaia e migliaia di adepti, e che chiamerò l’epoca della massoneria “illuminizzata”.
Pochi anni bastano a queste conquiste sotterranee, ma il fulmine del Cielo ne avverte la terra, e così la setta e le sue cospirazioni sono scoperte in Baviera; questo è il periodo che essa chiama delle sue persecuzioni; le potenze ingannate lo prendono per il periodo della sua morte. Rifugiatasi nei suoi antri ma più che mai attiva, passando di sotterraneo in sotterraneo essa arriva infine in quelli di Filippo d’Orleans che le dona tutte le logge della sua massoneria francese insieme con tutti i loro adepti delle retro-logge. Da questa mostruosa associazione nascono, insieme coi giacobini, tutti i delitti e tutti i disastri della rivoluzione. Questa è la quarta epoca dell’Illuminismo, quella in cui il leone si sente in pieno vigore ed esce ruggendo dalla sua caverna perché gli occorrono delle vittime. I giacobini massoni illuminati lasciano le logge sotterranee; le loro urla annunziano ai potentati che è tempo per esse di tremare, che è giunto il giorno delle rivoluzioni.»

 A.Barruel
“Memorie per la storia del giacobinismo”
Tomo IV (1802)

Tempo addietro [QUI] avevamo avuto modo di osservare come: le teorie del complotto siano il prodotto di una lunga genesi storica e culturale, aperta ad influssi ed apporti sempre nuovi: sostanzialmente costituiscono l’incontro e la sintesi (in divenire) di più paranoie e di ossessioni collettive che si incontrano, si auto-alimentano e si strutturano con l’aggiunta di elementi sempre nuovi e dinamici. E in tal modo originano una mitopoiesi, tanto complessa quanto poliedrica, che raccoglie alcuni elementi storici e informazioni vere. Tuttavia, i cosiddetti “cospirazionisti” reinterpretano i dati, generando dei falsi metastorici che, per sembrare credibili, attingono costantemente a contenuti reali, plagiati però secondo le esigenze di un immaginario fantastico.
Immortal ad vitam (1)Il “complottista” non confuta un fatto secondo una interpretazione soggettiva (e dunque fallace). Piuttosto, porta avanti una tesi, o meglio una teoria (quasi sempre falsa), che non ha valore relativo ma assoluto. E viene presentata come si trattasse di una verità incontrovertibile, esponendola con i toni della rivelazione. Solitamente, nei casi più raffinati e culturalmente più preparati, la tesi in questione viene suffragata da una massa eccezionale di dati reali e verificabili, che non dimostrano la validità del complotto, ma ‘sembrano’ provarla.
Intendiamoci! I complotti nella storia sono sempre esistiti e sempre esisteranno. Tuttavia, come sintetizza bene la semiotica di Umberto Eco, i complotti reali hanno una peculiarità: prima o poi si scoprono. Sempre. E ciò avviene in tempi piuttosto ragionevoli. Questo perché, se il complotto riesce, i cospiratori solitamente si vantano del loro successo; se il complotto fallisce, coloro che hanno sventato la cospirazione hanno tutto l’interesse a farlo sapere.
I complotti, anche i più complessi non avvengono mai così come sono stati pianificati. L’imprevisto, come le variabili del caso, sono sempre in agguato. Ma nella mente del complottista le cospirazioni racchiudono sempre una perfezione quasi divina (o meglio, luciferina) che rasenta l’infallibilità. Solitamente hanno una dimensione ‘globale’, e sono capaci di determinare il corso della storia attraverso il controllo di ogni singolo evento

«Naturalmente il potere decide, ma al complottista non basta credere che i vertici siano responsabili di guerre, speculazioni, leggi e percorsi economici. Esaspera, estende e totalizza. Chi ci governa è tanto infallibile da programmare a tavolino ogni casistica e minuzia.
[…] Karl Popper descrisse il fenomeno con un paragone calzante. Il complottismo sarebbe una forma di teismo (e aggiungeva “primitivo”) e chi si abbandona alla “teoria sociale della cospirazione” non farebbe altro che assumere l’ottica dell’Iliade: “secondo la concezione omerica del potere divino, qualunque cosa accadesse sulla piana di Troia, era solo un riflesso dei vari complotti in atto sull’Olimpo”. Insomma “una fede in divinità, i cui capricci e desideri governano ogni cosa” e il cui posto oggi è occupato da vari uomini e gruppi di potere, sinistri individui sui quali deve ricadere la colpa di aver progettato la Grande Depressione e tutti i mali di cui oggi soffriamo”. Popper puntava sull’idiozia di un’ottica simile applicata alle scienze sociali, ma era un discorso molto più ampio…»

 Errico Buonanno
“Sarà vero. La menzogna al potere”
Einaudi, 2009

Karl Popper aggiungeva anche (“Congetture e confutazioni”, 1972) che la teoria del complotto, nella sua forma moderna, è il tipico risultato della secolarizzazione delle superstizioni religiose.
In fondo il cospirazionismo costituisce una forma di schizofrenia.
Novus OrdoDa sempre al centro di ogni paranoia cospirazionista, gli “Illuminati” (bavaresi o meno che siano) costituiscono il must privilegiato e immancabile del complotto universale, comunque lo si declini. Dal Bilderberg alla Trilateral, da Rockefeller all’Aspen Institute, dai Rothschild alla congiura giudaica, passando per rettiliani e satanisti… è un mito buono per tutte le stagioni e che non tramonta mai. Come i famigerati “Protocolli dei Savi di Sion”, ritornano costantemente a galla, riesumati per le più mirabolanti connessioni ai confini della realtà.
Accusati di ogni nefandezza possibile (e soprattutto impossibile), investiti di poteri quasi sovrannaturali, non c’è evento catastrofico in cui non siano coinvolti…
Adam KadmonPer dire, Adam Kadmon, l’uomo con la museruola, ha finalmente rivelato al mondo che a provocare il disastro nucleare di Fukushima nel 2011, con tanto di maremoto, sono stati gli “Illuminati” che evidentemente detengono pure il controllo degli elementi!
Ma il vero punto di forza dei terribili “Illuminati” è costituito dall’incredibile seguito popolare di cui godono, alimentato da un flusso inesauribile di citrulli che probabilmente ancora credono alla Befana e che malauguratamente imperversano un po’ ovunque, anche dove non te li aspetti.

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Il Monaco Conquistatore

Posted in Kulturkampf, Masters of Universe with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 14 maggio 2012 by Sendivogius

Come le vicende del tempo presente ci insegnano, la Storia è piena di condottieri ambiziosi e riformatori intransigenti, di tribuni e grandi trascinatori di folle, di re profeti dal verbo ispirato e dalla parola infuocata. Si tratta di personaggi fuori dal comune, dall’esistenza straordinaria (e spesso breve), destinati a cavalcare gli eventi per poi esserne travolti loro malgrado prima della catastrofe finale, e che meritano di essere rievocati dall’oblio nel quale sovente sono stati dimenticati. Cosa succede quando tutte queste figure tendono a convivere in un’unica persona?

Le tre vite ed oltre di Giambattista Boetti
 È difficile condensare in poche righe la biografia misconosciuta del monferrino Giovanni Battista Boetti le cui vicissitudini, ai limiti dell’incredibile, sembrano estrapolate da un feuilleton d’altri tempi, dove la realtà si confonde con la leggenda a tal punto da rasentare il mito, superando le invenzioni del più fantasioso dei romanzieri…
Avventuriero e viaggiatore instancabile, predicatore missionario e monaco disubbidiente, brigante e capo-guerrigliero, Boetti è uno di quei moltissimi italiani nei quali ti imbatti sfogliando vecchie pagine ingiallite di cronache dimenticate, giocando un ruolo di primo piano nei luoghi più improbabili e nelle circostanze più inaspettate, tra intrighi e corti esotiche, in un universo popolato di spie, rinnegati, e soldati di ventura.
Vissuto nella metà del XVIII secolo, il piemontese Giambattista Boetti è contemporaneo del ben più noto Conte di Cagliostro (nascono entrambi nello stesso giorno: 02/06/1743), e che pare abbia conosciuto a Vercelli intorno al 1780; di Giacomo Casanova col quale condivide invece l’anno della morte. E forse un personaggio come Boetti sarebbe piaciuto a Vittorio Alfieri, suo conterraneo e altro spirito irrequieto. Tuttavia la vita di Boetti è, se possibile, ancor più incredibile e si intreccia con così tante storie diverse, da sfumare in più personaggi coi quali si sovrappone e si confonde attraverso un gorgo vorticoso di eventi. Tanto che è difficile capire dove finisca la realtà e cominci la finzione, restando il dubbio che si tratti piuttosto di un’unica, magnifica, mistificazione…
 Il piemontese Boetti è il rampollo ribelle di una piccola famiglia aristocratica di provincia, ripudiato dal padre-padrone.
È medico svogliato e indefesso seduttore, perennemente in peregrinazione tra l’Europa e l’Asia, dal Caucaso alla Persia, dal Kurdistan all’Anatolia, in un’epoca in cui ogni viaggio costituiva un’avventura verso mondi lontanissimi, l’esito era incerto ed il ritorno un’incognita.
È un pio missionario domenicano; ovvero uno spregiudicato arruffapopoli che intriga ora col sultano della Sublime Porta, ora con lo zar di tutte le Russie, e al contempo con lo Shah di Persia.
È un fanatico esaltato, un eretico, l’inventore di una nuova religione. O un opportunista senza scrupoli, dalle ambizioni smisurate.
È il furbo predone a capo di una banda di briganti curdi e armeni, che estorce tributi ai signorotti turchi e georgiani ai confini orientali dell’Impero ottomano.
E infine è un irredentista circasso che combatte per sei anni contro i Russi nel Caucaso, tanto da diventare un eroe nazionale della Cecenia e venir confuso con Shaykh Mansur Ushurma nell’ennesima, grandiosa, e non ultima beffa.

La creazione di un mito metastorico
 Nelle biografie a lui dedicate, Giambattista Boetti sembra viaggiare senza tregua, alla velocità di un Jumbo 747, passando dall’Andalusia alle coste del Mar Caspio, soggiorna a Costantinopoli e si riposa tra il Kurdistan ed il Caucaso, protagonista delle più mirabolanti avventure come un emulo del Barone di Münchausen che peraltro gli è pure lui contemporaneo.
Le cronache straordinarie della vita di Giambattista Boetti sono racchiuse in un libretto di appena 57 pagine, redatto in lingua francese (peraltro non eccelsa) ed in forma anonima, privo di titolo, data e firma, senza alcuna indicazione che possa confermarne la provenienza e la veridicità. Il libricino è comunemente conosciuto come la “Relazione”.
Gli eventi narrati nella Relazione, si concludono bruscamente nel 1786, e questa è la datazione unanimemente attribuita allo scritto, custodito in originale presso l’Archivio di Stato di Torino.
Nel 1882, quasi un secolo dopo gli eventi descritti, un oscuro parroco di Piazzano nel Monferrato, don Perpetuo Dionigi Damonte, con un passato come missionario proprio nel Levante (e quindi ne conosce bene luoghi e costumi), redige un libello apologetico sulle gesta del suo compaesano Giambattista Boetti, dal titolo per l’epoca assai ‘esotico’: “Il profeta Mansur Sceik Oghan-Oolo ossia il padre Boetti”.
Una fonte pressoché coeva al Boetti, che ne attesterebbe l’attività nell’area caucasica, è Francesco Becattini, prolifico autore fiorentino che, senza mai citarlo per nome, ne parla indistintamente in due sue opere storiche. Si tratta della Vita e fasti di Giuseppe II imperatore de’ Romani, scritta da un accademico apatista e corredata dei necessari documenti (1790), in quattro tomi di piaggeria cortigiana per un autore in cerca di fortuna…

«Un nuovo capo di setta era comparso sulla scena e minacciava di rinnovare gli orrori e la storia funesta di una guerra di religione. Chiamavasi Scheick-Mansùr ossia Profeta o l’Illuminato Mansùr. Qual si fosse la sua origine non è certo. Molte erano le voci sparse su questo proposito, e acciocché non mancasse chi aggiungesse una nuova invenzione in discapito degli Ordini religiosi, vi fu chi spacciò e scrisse in Italia che il falso profeta Mansùr era un rinnegato prima religioso dell’Ordine di San Domenico; sicché quando fosse vero com’é assolutamente supposto, nulla secondo i principi d’equità e retto giudizio dovrebbe pregiudicare l’istituto dal medesimo abbandonato. Comunque sia, egli fattosi capo dei Tartari circonvicini, cercò d’inspirar loro il fanatismo di religione e di persuaderli a non temere le armi Russe

  (Tomo III; Libro VII. p.173 ss)

A quale va aggiunta la mastodontica Istoria politica ecclesiastica e militare del secolo XVIII dall’anno 1750 in poi, (cominciata nel 1796 ed ultimata nel 1805) per la copiosa bellezza di nove volumi:

«Allora per comando della Porta, orde di Tartari andarono a cadere addosso ai posti avanzati dei protettori dei Georgiani. Per aggiungere più seduzione ed affascinamento delle menti allo spirito di rapina, si fece all’improvviso comparire in iscena un nuovo capo di setta, molto adatto a confondere il corto raziocinio di quelle materiali popolazioni, col disegno premeditato di istigarle ad abbracciare la causa della religione […] Scheick-Mansùr di cui tutti intrapresero di lì a pochi mesi a parlare in diversa maniera. Chi voleva che egli fosse un Indiano apostata dai Bramini, chi uno dei satelliti del Gran Lama o Pontefice del Thibet; chi infine un granatiere piemontese rinnegato in Algeri. Comunque si fosse, accintosi quel fantastico vaticinatore a predicare tra i Tartari accese nei loro animi la più furibonda ansietà di scorrere, invadere, depredare. La fama d’un impostore di tal natura si diffuse altamente per l’Asia e l’Europa tutta e in ispecie nei paesi bagnati dai fiumi Kuban e Terek, ove la maggior parte di quei rozzi abitatori si gettò alle sue ginocchia e promise di seguire tutti i suoi passi.»

  (Vol. VII; Libro XVII)

Nel 1876 il prof. E.Ottino ne traccia un profilo più diretto nel suo Oghan-Oolò, Sceik Mansour ossia padre G. Battista Boetti (estratto da Curiosità e ricerche di Storia Subalpina, 1876), dove parla della ‘Relazione’ proveniente dai sobborghi abitati dagli europei a Costantinopoli.
Noi ci siamo in massima parte attenuti all’opera di Francesco Picco: Il Profeta Mansùr, pubblicato nel 1915 ad opera dell’editore genovese A.F.Formiggini.

GLI ANNI DELLA GIOVINEZZA:
Libertino e senza un soldo
 Giovan Battista Boetti nasce il 2 Giugno del 1743 a Piazzano, una frazione del Comune di Camino, nelle colline del Monferrato.
Suo padre, Spirito Bartolomeo, di professione notaio, discende da una casata ormai decaduta della piccola nobiltà di campagna. Soprattutto, è un uomo dispotico, impastato di ottusa violenza.
Sua madre, Margherita Montalto, è destinata a lasciarlo presto, sfiancata dalle gravidanze multiple.
Alla morte della moglie, nel 1750, l’iracondo notaio si libera presto dell’incomodo dei figli, parcheggiandoli in un collegio a Casale Monferrato e convolare in seguito a secondo nozze.
Giambattista, che nel frattempo deve fare i conti anche con la matrigna che lo vede come un fastidioso concorrente col quale dividere i beni di famiglia, si intestardisce nel voler diventare avvocato. Naturalmente, lo spiritato genitore ha già deciso per lui la professione di medico e ne nasce un conflitto che sfocia in liti violente, la fuga da casa e l’arresto.
Nel 1761, all’età di 18 anni, Giambattista organizza una nuova fuga, stavolta definitiva. Si procura dei passaporti falsi e da Torino si rifugia a Milano, dove si arruola nell’esercito trovando impiego come furiere e scrivano. Vuoi per insofferenza alla disciplina, vuoi per ambizioni più grandi, la vita militare gli viene presto a noia e si congeda, iniziando a bighellonare in giro per l’Europa in una sorta di anno sabbatico. Boetti è giovane, bello, e intraprendente…
Nel 1762 si trova a Praga, dove suscita le attenzioni di una giovane vedova in cerca di consolazione.
La vedovella rimane presto incinta ancor fresca di lutto e Boetti è costretto a lasciare in tutta fretta la Boemia, non prima di essere stato rifornito di denari dalla famiglia di lei per tacer lo scandalo.
Capisce al volo che nei circoli che contano l’immagine è tutto e quindi investe il capitale imprevisto, acquistando bei vestiti e circondandosi di una piccola corte di domestici, coi quali si muove per le città tedesche.
A Strasburgo tresca con un ricco canonico, che lo ha scambiato per un importante aristocratico sabaudo. A complicar le cose ci si mette pure la nipote del prelato, che si invaghisce del giovane ospite. La ragazza è petulante e non nasconde certa disponibilità, ma è irrimediabilmente brutta. E il Boetti ne approfitta per farsi rifornire nuovamente la borsa dal canonico, che non vede l’ora di levarselo tra i piedi.
Stanco della Germania, nel 1763 il giovin signore si mette in testa di visitare Roma. Ma, alle porte di Bologna, viene ripulito di tutti i suoi denari dal suo domestico fiorentino ed è costretto a ritornare nella casa paterna a Piazzano, senza un soldo e con la coda tra le gambe. Ed il papà non nasconde tutta la sua gioia per il ritorno del figliol prodigo, tanto che per poco non lo ammazza con una fucilata. Capita l’antifona, Giambattista riprende il bagaglio e parte alla volta di Genova in cerca di un imbarco per Roma, che riesce a raggiungere dopo varie peripezie. Nella Citta Eterna cerca invano qualche raccomandazione ed una sistemazione da parte di lontani conoscenti, con poco successo. Per qualche ignoto motivo il soggiorno romano scatena in lui i prodromi di una profonda crisi mistica, che sfocia in vera conversione dopo una visita al Santuario di Loreto e si concretizza col suo ingresso nell’Ordine Domenicano. È il 24 Luglio del 1763.
Dal convento di Ravenna, viene spedito a Ferrara per studiare teologia. Con pessimi risultati, visto il confuso guazzabuglio di teorie eterodosse che finirà col rimasticare di lì a qualche anno.
Un po’ per levarselo dai piedi, un po’ per dar sfogo ai suoi ardori, i confratelli lo destinano su sua pressante richiesta all’attività missionaria in Oriente. E nel 1769 lo inviano alla missione domenicana di Mossul sul Tigri, nell’attuale Kurdistan iracheno, all’epoca parte dell’Impero Ottomano.
Pieno di entusiasmo, ma ancora incredibilmente citrullo, Boetti parte per Venezia alla ricerca di un imbarco. In attesa di trovare un naviglio disponibile, si mette a predicare per le calli della Serenissima città, dove attacca un micidiale pistolotto sul peccato e sulla penitenza. I sermoni del bel frate suscitano le attenzioni di una giovane prostituta: l’unica che sembra interessata alla sua evangelizzazione. Tanto che la fanciulla se lo trascina in casa ed al Boetti, animato dalle più caste intenzioni, non par vero di aver riscosso tanto successo.

«Ma quando poi, mentr’egli si infervorava sempre più nella descrizione delle celestiali beatitudini paradisiache e delle rosse fiamme divoratrici dell’Inferno, la bella penitente non pentita si fu accorta che la sua finzione non le fruttava quell’epilogo che ella, scaltra, se n’attendeva, e proruppe, sguaiata, in una risata fragorosa, beffandosi di lui e de’ suoi catechismi, il nostro moralista perdette i lumi, le si avventò contro e violentemente la percosse. Colei, allora, si diede a strillare; accorse una guardia alla quale essa, con esperta improntitudine, snocciolò una filastrocca di fandonie, dicendosi defraudata della dovutale mercede; e poiché il nostro troppo zelante missionario, tradotto la sera stessa davanti ad un segretario di stato, non potè, con le proprie proteste, distruggere le apparenze del fatto, che congiuravano tutte contro di lui, dovette subire fìerissime rampogne e promettere di non perseverare nella conversione delle giovani peccatrici veneziane e di attendere per dedicarsi alle pratiche della sua missione il giorno in cui fosse pervenuto alla lontana località orientale, alla quale era stato destinato

  Francesco Picco
“Il Profeta Mansur”
(Genova, 1915)

PRIMO VIAGGIO NEL LEVANTE
 Nel 1770, approda finalmente nell’isola di Cipro dove si applica nello studio del greco e, presumibilmente impadronitosi dei rudimenti della lingua, ingaggia alcuni marinai affinché lo trasportino fino in Siria. E, con la consueta lungimiranza che sembra contraddistinguere il giovane frate, la ciurma così ingaggiata lo sbarca nei pressi di Latikia dove nottetempo lo alleggerisce di tutti i suoi averi. Di nuovo solo e senza il becco di un quattrino, nella cittadina cipriota si rivolge quindi al preposto turco alle dogane, che si dimostra incredibilmente sensibile alle richieste del missionario, confidando in un pagamento in natura… E al rifiuto dello scandalizzato Boetti, lo denuncia al kadì come sacrilego e bestemmiatore, tanto che il povero fraticello domenicano rischia di finire impalato. Per sua fortuna, il massimo magistrato dell’isola, il Nakib-ül-Esraf che comanda anche la guarnigione dei giannizzeri sull’isola, lo proscioglie da ogni accusa e ne favorisce la partenza.
Poi, bisogna riconoscere che come sempre Giambattista ci mette del suo e si rende protagonista di tutta una serie di episodi boccacceschi…
Ad Aleppo si conquista la benevolenza della comunità greco-ortodossa, irretita dalle prediche di quel religioso cattolico così irrituale. Soprattutto, si guadagna i favori di un ricca signora che lo rifornisce dei quattrini dei quali ha così disperatamente bisogno.
Quindi si trasferisce a Bergik (Bir), un borgo sull’Eufrate, dove per rimpinguare le sue sostanze si mette ad esercitare la professione di medico che tante grane gli ha creato con l’arcigno genitore. Guarisce la figlia del pascià locale, che lo rifornisce di doni e preme per la sua conversione all’islam promettendogli in moglie la figliola. Alla sola idea di accasarsi, il Boetti fugge dalla città a gambe levate.
 Quindi si mette a bighellonare per i borghi a ridosso del Kurdistan (Aintab.. Armusa.. Orfa), alternando prediche e salassi. A Garmusa (Garmungi) rischia il linciaggio. E non certo per motivi religiosi. Mentre si bagna in un torrente, due ragazzine gli fregano i vestiti ed il monaco si mette a rincorrerle per la via principale in costume adamitico, col risultato di rimediare una sonora bastonatura collettiva dagli abitanti del villaggio.
Finalmente, sul finire dell’anno, riesce a raggiungere la Casa delle Missioni di Mossul, dove entra subito in conflitto col reggente, Padre Lanza, che diventerà uno dei suoi più accesi oppositori e che riuscirà a estromettere dalla direzione. In pratica, il Boetti, insofferente ad ogni disciplina, accusa il superiore, pare ingiustamente, di essersi fregato la cassa con i soldi della missione. Intrigante come sempre, riesce a conquistarsi la protezione del pascià di Mossul, presso il quale si recicla come medico esperto. E per non smentirsi rifila intrugli medicamentosi alla popolazione locale, fintanto che non ci scappa il morto. Tratto agli arresti, riesce a sfangare la pena capitale: il pascià gli fa impartire 50 bastonate sulla pianta dei piedi e lo caccia via dalla città. A titolo di risarcimento, lascia che i popolani saccheggino la missione di Mossul.
Boetti trova rifugio dunque nella vicina ad Amadia e poi a Zaku. Con le sue prediche eterodosse (e col favore delle autorità turche che vogliono mettere ordine tra le litigiose chiese cristiane) si assicura il controllo della comunità nestoriana. Quindi, con le protezioni giuste, riesce a rientrare a Mossul e riprendere il controllo della missione. La sua condotta irregolare, le tresche politiche che Boetti va intessendo ovunque, ed il suo sincretismo religioso ai limiti dell’eresia, nonché i guai che ha causato all’Ordine domenicano, provocano il suo deferimento al cardinale Giuseppe Maria Castelli, prefetto di Propaganda Fide, che ne ordina il pronto rientro in Italia ed il ritiro definitivo nel convento di Ferrara.
Bisogna anche dire che Boetti ha una propensione tutta particolare per cacciarsi nei guai… Ripreso servizio come medico presso il pascià di Mossul, viene accusato di aver sedotto la figlia del governatore turco che è incinta. E questo, più di ogni altra cosa, favorisce la rapida partenza del frate ribelle. Comunque sia, e nonostante tutto, Boetti è riuscito a protrarre la sua permanenza nelle province orientali dell’Impero Ottomano per circa un decennio, costruendosi una fitta rete di protezioni ed amicizie importanti quanto trasversali, tra ufficiali turchi, emissari europei e capi religiosi locali.

SECONDO VIAGGIO NEL LEVANTE
 Rientrato in Europa, il monaco non sembra trovare pace: viaggia in lungo e largo, intesse amicizie e relazioni diplomatiche. Quindi, senza aspettare autorizzazioni né permessi, riprende la via per l’Oriente… forse come spia (difficile dire se al soldo dei francesi, del governo sabaudo o di quello veneziano)… forse come mistico esaltato… sicuramente come avventuriero.
In tutto questo tempo, ha elaborato una sua personalissima teologia e vaghe idee di riforma universale, che non tarderanno a dare i loro frutti…
Intorno al 1781 è di nuovo in Siria: fa tappa ad Alessandretta, ad Aleppo, ed infine ad Urfa (Orfa) dove prende servizio come medico presso il governatore turco, Manhed Bey, fino a diventarne il segretario personale ed il tesoriere. Con la protezione del pascià, riesce a prendere il controllo delle comunità cristiane della città, divenendo vescovo della Chiesa Giacobita, nonostante le lettere di scomunica che giungono da Roma.
Con la caduta in disgrazia del suo principale protettore, Manhed Bey, l’intraprendente monaco è costretto a lasciare Urfa. Si rifugia nientemeno che nella capitale imperiale, Costantinopoli, dove può contare sull’appoggio influente dell’ambasciatore francese, del console sardo, e di non pochi religiosi del suo stesso Ordine. Già che c’è, ne approfitta per imparare il pharsi (la lingua persiana) e tirar su quattrini: come medico, chimico, e come seduttore di ricche dame.
Con ogni probabilità, in questo periodo Boetti intraprende la sua attività di spia ed agente al servizio delle monarchie europee, ed in particolar modo dell’Impero russo… Prende contatti con i ministri dell’entourage del Sultano. Travestito da mercante armeno, compie soventi viaggi in Armenia, nel regno della Georgia, in Mesopotamia e soprattutto in Persia. Complotta con il pascià di Trebisonda. In Siria si fa beccare mentre traccia disegni delle fortificazioni e prende appunti sulle difese di Damasco. Arrestato, viene incredibilmente rilasciato dalla polizia militare ottomana, a dimostrazione che il Boetti ha amici potenti e soldi per corrompere i funzionari locali.
Quest’ultima disavventura deve però aver fatto saltare le coperture del Boetti, che da quel momento inizia a scalpitare per rientrare in Italia ed essere riammesso nei ranghi dei domenicani.
Mosso da opportunismo, nostalgia di casa, o pentimento, Boetti rientra in Italia deciso a raggiungere Roma e prostrarsi direttamente ai piedi del papa, per chiederne il perdono nella sua ennesima crisi mistica. Ci ripenserà presto.
Infatti si rifugia a Napoli. Quindi riprende i suoi pellegrinaggi ed arriva fino a Vienna, dove riceve la lettera del Generale dei Domenicani col perdono ecclesiastico, a patto di rientrare e ritirarsi immediatamente in convento. Finalmente, dopo un biennio intensissimo, nel 1782 Giambattista Boetti si ritira nel convento di Trino Vercellese. In questo periodo pare abbia svolto importanti servigi anche per conto del Regno di Sardegna.
In convento però Boetti ci resiste poco: litiga coi confratelli, viene alle mani con un sagrestano, e colleziona ammonizioni in serie.

«Accadde un giorno che, predicando egli davanti ad un folto pubblico, fu invaso da una febbrile esaltazione. Ed ecco che d’un tratto scorda il Santo ed il suo panegirico e in un linguaggio iperbolico, con potenza fascinatrice di imagini, fa sfoggio delle mille e disparate cognizioni esotiche accumulate in tanti anni di viaggi in paesi strani e diversi, narra, acceso in volto, contorcendosi e dimenandosi […] con parola ardente, inspirata a profondo sensualismo

  Francesco Picco
“Il Profeta Mansur”
  (Genova, 1915)

E infatti depone nuovamente la tonaca e ricomincia i suoi viaggi, con quali intenzioni non è possibile sapere. Probabilmente vuole riprendere il suo ingaggio come spia internazionale.

TERZO VIAGGIO NEL LEVANTE
Nel 1783, come una trottola impazzita, viene avvistato ovunque: in Francia, in Spagna (da Alicante a Cadice), in Inghilterra, in Germania (ad Amburgo), ed a Pietroburgo in Russia dove probabilmente viene reclutato dalla zarina Caterina II.
Nel 1784 è a Mosca, ma si rimette presto in viaggio alla volta della Persia. Segua la linea del Volga passando per gli antichi khanati di Astrakan e Kazan. Poi tra i monti del Caucaso arriva in Georgia. Raggiunge la penisola di Crimea e poi Costantinopoli. Ancora una missione in Polonia e nuovamente a Costantinopoli.
Almeno questo è quanto riportano i suoi biografi, a digiuno di verosimiglianza. Sono migliaia di chilometri macinati in meno di due anni. Oggettivamente troppo e umanamente impossibile, considerando i tempi di percorrenza nel XVIII secolo; specialmente se si pensa che i viaggi di Boetti si sarebbe compiuti in alcuni dei territori più aspri e con la peggiore rete viaria del mondo allora conosciuto. Ma, come vedremo, non si tratta delle uniche incongruenze.

LA FOLGORAZIONE
Comunque stiano le cose, a Costantinopoli i turchi lo tengono sott’occhio. Tra l’altro, pare che Boetti abbia speso una fortuna in armi e munizioni, che importa di contrabbando lungo le rotte del Mar Nero.
All’inizio del 1785, Boetti lascia Costantinopoli e parte con una lunga carovana alla volta di Erzerum in Armenia e poi, sembra, in Persia. Del suo seguito fanno parte tre europei: il francese Cleofa Thévenot; il napoletano Camillo Rutigliano; e l’ebreo tedesco Samuel Goldemberg. Ma c’è anche tale Tabet Habib, un ricco mercante di Scutari (in Albania) dove pare faccia l’usuraio e traffica in merci che importa dalla Persia; forse è egli stesso un emissario dello Shah.

“…riposto piede in Persia la percorre in lungo e in largo, e indi fìssa sua stanza in Amadia nel Kurdistan, ove, appigionata una casa, si tappa dentro, né vi esce per lo spazio di ben novantasei giorni […] I suoi atti ci svelano l’esistenza nel suo spirito e una crisi nata dal contrasto tra le sue aspirazioni religiose e un’insaziata, petulante, smania di predominio.”

Boetti si trasferisce quindi ad Amadia, in Kurdistan, che pone come base stabile del suo dominio personale, dove si atteggia a profeta e riformatore religioso. Quindi inizia la sua predicazione infervorata, conquistando nuovi fedeli anche grazie a qualche trucco da prestigiatore.

UNA NUOVA RELIGIONE
In un singolare sincretismo religioso, esasperato da una certa povertà teologica, Giambattista Boetti elabora un immaginoso miscuglio di cristianesimo e di islamismo, di deismo e di utopismo illuministico (Giuseppe De Caro) che, nelle ambizioni del predicatore, si propone di condensare in un unica fede le tre principali religioni monoteiste, attraverso l’eliminazione delle forme esteriori del culto, della casta sacerdotale, e la cancellazione dei principali dogmi: dalla Trinità al valore del battesimo e dei sacramenti; dal Ramadan alla circoncisione per i musulmani; attraverso la negazione del peccato e dei castighi ultraterreni e della natura divina del Cristo.
Francesco Picco, autore della biografia che in massima parte citiamo, liquida così la nuova fede che:

«..appare come un complesso di dottrine caotiche, frutto d’una mente invasata da sogni smisuratamente ambiziosi, irretito nei lacci di un morboso e strano misticismo

 [“Il Profeta Mansùr”. Genova, 1915]

Giambattista Boetti elabora altresì una ‘regola’ religiosa, strutturata in 24 punti…
Sono delitti gravissimi, passabili di morte, la preghiera, l’adulterio, i voti religiosi, ed il tradimento.
Sono leciti invece il suicidio e, purché consensuali, la fornicazione e perfino l’incesto.
In sintesi, questi sono i ‘comandamenti’ del santone piemontese, espressi in un cattivo francese dalla sintassi incerta e così riassumibili:

1) Non avrai che un solo Dio, che adorerai in spirito e verità; tutti i culti esteriori l’offendono.

2) Dio è indivisibile. Non ne esiste che uno e non è affatto trino.

3) Cristo è stato un uomo giusto e santo. È stato un profeta così come altri lo sono.

4) C’è una ricompensa per i fedeli e una punizione per i malvagi, che però non può essere eterna.

5) È un crimine vergognoso pregare e ringraziare l’Onnipotente.

6) Tutti gli uomini si salvano se sono giusti, a prescindere dalla loro religione.

7) Le gioie del paradiso non sono altro che una eterna privazione di ogni male.

8) Il mondo dacché esiste non finirà mai.

9) I sovrani sono l’immagine di Dio, fintanto che sono come devono essere.

10) L’adulterio è un gran crimine.

11) La fornificazione non può essere per forza considerata un peccato.

12) L’omicidio è un’ingiustizia punita da Dio e dagli uomini.

13) L’incesto è una cosa naturale e non può essere peccato.

14) Il furto è peccato, a meno che non sia compiuto per estrema necessità.

15) Il Battesimo e la Circoncisione sono due cerimonie ridicole.

16) I voti fatti nell’ambito di qualsiasi religione sono passabili delle più temibili punizioni.

17) Il Papa ed il Muftì sono degli impostori.

18) È lecito uccidere se stessi in determinate occasioni.

19) È gravissimo peccato mancare alla parola data.

20) I codardi, i poltroni, gli avari devono essere privati della loro dignità, delle loro ricchezze ed essere costretti a lavorare nei campi.

21) Una donna sorpresa in adulterio dovrà essere lapidata.

22) Una ragazza non maritata può fare ciò che vuole del proprio corpo, giacché ne è l’unica padrona.

23) I traditori vanno uccisi.

24) Si può amare Dio in tutti i modi possibili.

Tra le popolazioni montanare del Kurdistan e dell’Armenia, le idee professate da Giambattista Boetti, vuoi per un certo carisma personale, vuoi per la condotta ascetica, vuoi per un certo prestigio e l’intelligente rete di relazioni tribali che ha saputo costruirsi nel decennio precedente, riscuotono un insperato successo. Attorno a lui si radunano seguaci da ogni parte, arrivando a costituire un piccolo ma agguerritissimo esercito personale.

«Le audacie velate di mistero, hanno sempre una forte presa sulle turbe: questi suoi modi inusati gli procacciano infatti numerosi aderenti. C’è perfino un danaroso signore del paese, che gli offre in segno d’omaggio la propria figliuola in isposa, ma egli prudentemente la rifiuta, limitandosi, secondo il solito, ad accettarne le sostanze. Ricco così di fedeli e di quattrini, spiega al vento lo stendardo di guerra e proclamando di voler instaurare una radicale riforma della religione, annunzia con altezzosa spavalderia la marcia su Costantinopoli per porre su quel trono un principe fedele osservatore della legge umana e divina. Sceglie pertanto, con occhio esperto, tra il codazzo dei seguaci, novantasette uomini dal cuore intrepido, e con questa Compagnia della Morte si accampa al confine ottomano, sbaraglia qualche agà che gli si fa incontro, e si inoltra in territorio turco.»

F.Picco “Il Profeta Mansùr” (pag.51)

È l’inizio di una vera e propria ‘guerra santa’…

L’INVASIONE DELLA GEORGIA
 Il nuovo profeta pretende obbedienza assoluta; è inflessibile con chi trasgredisce le sue regole ed esegue di persona le sentenze capitali, strangolando i colpevoli con le sue stesse mani.
Per consolidare il proprio potere, inizia ad attaccare ed imporre tributi a villaggi e città della regione: Zaku… Zapur… Kutom… Tukti… Tativan… Erzerum… Sconfigge i signorotti locali e sbaraglia gli esigui contingenti turchi. In uno di questi scontri sconfigge le truppe che presidiano il borgo di Akeska, sul confine georgiano, che imprudentemente hanno lasciato la loro posizione fortificata per marciargli contro. La vittoria gli vale l’appellativo di Al Mansùr, il Vittorioso.
Il malcontento nei confronti dell’inefficiente amministrazione ottomana e soprattutto la prospettiva di bottino, ingrossano a dismisura le milizie del Boetti che, secondo un calcolo sicuramente esagerato, costituirebbero ora un’armata di 37.000 guerriglieri con i quali si rivolge contro il debole regno caucasico della Georgia, un’enclave cristiana indipendente.

«Stabilisce di penetrare nella Georgia, dove, sotto il protettorato della Russia (trattato di Kainargé, 1774) regna il principe Eraclio. Costui, di fronte all’inattesa irruzione di queste orde infiammate di bellico furore dalle parole del Profeta, esce in campo con le proprie soldatesche miste a non pochi soldati russi e si dirige contro quelle del Mansùr distribuite in quattro corpi distinti, a uno dei quali sta a capo il Boetti in persona.»

 F.Picco – “Il Profeta Mansùr”

 E tale dato viene comunemente accettato. Invece, una premessa è d’obbligo giacché le fonti pseudo-storiche che narrano le gesta di Giambattista Boetti, benché unanimi (in realtà si scopiazzano l’una con l’altra), si fanno incerte e, senza riferimenti precisi, tendono a sovrapporre gli eventi storici confondendo i singoli accadimenti. Boetti, come una sorta di Zelig guerriero, inizia ad assumere più identità esattamente come, contro ogni discrepanza, gli era stata attribuita in passato una specie di ubiquità che lo rendeva presente ovunque ed in nessun posto.
Con ogni probabilità, Boetti-Mansùr non ha mai attaccato in forze la Georgia, limitandosi più verosimilmente a taglieggiare i villaggi di confine con rapide scorrerie, alla stregua di un qualunque brigante di frontiera.
Secondo i suoi biografi G.B.Boetti, alias Mansùr, avrebbe invaso la Georgia con un’armata di quasi 40.000 uomini (come supportasse, senza un’intendenza militare, la logistica ed i vettovagliamenti resta un mistero), intorno al 1785, sbaragliando le truppe georgiane e russe al comando del re Eraclio II. L’invasione sarebbe culminata col saccheggio della capitale del regno, Tiflis (ovvero Tblisi), la morte di 22.000 georgiani e la vendita di altri 10.000 come schiavi a Costantinopoli. Il monaco guerriero avrebbe poi ingrossato le fila del suo esercito con l’incredibile numero di 80.000 guerrieri, radunando circassi, tartari, armeni, curdi, rinnegati turchi e georgiani.
Quasi certamente la presunta invasione della Georgia, effettuata dal Boetti-Mansùr nel 1785, viene confusa col devastante attacco persiano dello spietato Agha Muḥammad Khān Qājār, il crudele eunuco divenuto Shahanshah (Re dei Re) della Persia, avvenuta però dieci anni dopo le gesta attribuite a Boetti. Di sicuro, la grande vittoria del profeta viene confusa con la battaglia di Krtsanisi (Settembre 1795). C’è inoltre da aggiungere che il contingente russo, alleato coi georgiani, era tutt’altro che “numeroso”: due battaglioni di fanteria con quattro batterie di artiglieria da campo.

 Stando piuttosto alla “Relazione”, ovvero il diario personale che si presume Boetti abbia scritto di suo stesso pugno, pare si sia accampato con le sue bande per oltre un mese ed a pochi giorni di marcia dalla città marittima di Smirne, cazzeggiando in interminabili tatticismi con un’ambasceria del Sultano. Per le trattative, assume un segretario greco, probabilmente una spia della Sublime Porta, che pensa bene di tradirlo e far ritorno a Costantinopoli non prima di sottrarre al Boetti-Mansùr (che in minchioneria non è secondo a nessuno) una bella schiava circassa, una cassa di preziosi, ed il famoso diario di memorie che infatti porta come ultima data il 28/10/1786.
A complicar le cose, nella Relazione in francese, Mansùr viene però descritto in terza persona:

«Assunto pertanto il titolo di Sheik-Oghan-Oolò,strano nome che a noi riesce, salvo nella prima parte che significa capo o sceicco, indecifrabile, ricevuta da Costantinopoli, per la via d’Off, porto del mar Nero, ragguardevole copia di munizioni e di cannoni da campagna, egli mutò di nuovo direzione alla sua marcia, dirigendosi ora verso la Georgia. Rimane pure oscuro come egli sia riuscito ad avere presso di se ingegneri e fonditori europei; ma è assodato ch’egli ne ebbe nel suo campo un bel numero, Mangia sei volte al giorno il cibo preparatogli non già dal suo cuoco, ma da una donna cinquantacinquenne; preferisce alla carne i legumi; non beve ne vino, ne liquori, è gran fumatore di tabacco; veste più alla persiana che alla turca; nel prender riposo giace vestito “sur un sophà et il ne conche que tout seul”. Ha molte persone al suo servizio, ma non si vale che di tre uomini assai attempati. Le sue donne abitano lontano da lui, ed egli non le visita giammai da solo; le fa servire da schiave more: non le sorveglia per mezzo di eunuchi; ma anzi loro concede libertà di andarsene quando a loro piaccia e di unirsi a chi loro meglio talenti. Ama molto la caccia e la pesca, si esercita all’arco ed alla freccia, slanca ogni giorno cinque o sei cavalli. La sua generosità è grande, il suo cuore pietoso, il suo corpo infaticabile. Ha aspetto nobile e assai piacente; portamento maestoso, sguardo fiero e al tempo stesso dolce; legge nel cuor degli uomini senza ingannarsi, ha cure amorose per la sua barba, che non è troppo lunga e termina in punta […] Fedele osservatore della sua parola, esige dagli altri pari fedeltà; rigido e scrupoloso nell’adempimento dei suoi doveri, non permette alcuna rilassatezza. Con straordinario sangue freddo sa commettere, senza scomporsi, le più buone e le più malvagie cose

LA GUERRA CONTRO I RUSSI
 Nel conflitto con l’Impero zarista, la confusione si fa totale e la figura mitizzata di Giambattista Boetti alias Profeta Mansùr, alias Sheik Oghan Oolò, arriva ad identificarsi e fondersi con il leader della rivolta cecena Shaykh Mansur Ushurma.
Nel Marzo del 1785 il comandante russo della guarnigione nella fortezza caucasica di Vladikavkaz invia dispacci allarmati sull’attività di un “falso profeta” di origine straniera, spalleggiato dal governo ottomano, che dalla regione di Kabarda (l’odierno Cabardino-Balkaria) con bande di Circassi, Daghestani e Calmucchi, sta organizzando scorribande armate nei territori della Cecenia e dell’Ossezia, spingendo le incursioni fino in Georgia.
A tamponare la minaccia, viene inviato (curiosità della Storia!) un altro italiano: il colonnello Nicola De Pieri, che opera al servizio degli zar, al comando di un corpo di spedizione russo, forte di circa 2.000 soldati imperiali, per conto del generale e ammiraglio Fëdor Apraksin, virtualmente responsabile del comando militare per i territori del Caucaso.
Il col. Pieri ed il suo reggimento raggiungono il villaggio ceceno di Aldy, dove si presume che Mansùr abbia la sua base e del quale asserisce di essere originario. Trovato l’abitato deserto, i russi lo danno alle fiamme. Invece di attendere i rinforzi e muovere con prudenza, come pare gli fosse stato raccomandato, il colonnello italiano si lancia con truppe esigue alla caccia dei ribelli, andando incontro ad una sonora sconfitta sulle rive del fiume Sunža (Sunja), agli inizi di Giugno. Nella battaglia lo sfortunato comandante lascia sul campo più di 600 soldati, svariati prigionieri, e si salva a stento insieme ad un centinaio di sopravvissuti ed una manciata di pochi ufficiali (sette per l’esattezza), segnando una delle peggior sconfitte che l’esercito regolare di Caterina abbia mai subito. Paradossalmente, questa contro l’italiano De Pieri è l’unica vera vittoria che Boetti-Mansùr-Ushurma potrà vantare in tutti i suoi sei anni di guerra contro i Russi.

Anno 1786, il principe georgiano di Gori versa un tributo per evitare rappresaglie, mentre l’agha curdo di Bitlis viene duramente sconfitto in battaglia dopo aver tentato di respingere le razzie di Mansùr. Le truppe imperiali del generale Apraksin non riescono ad aver ragione dei ribelli e, non abituate alla guerriglia, cadono in continue imboscate.
Nel 1787, il comando passa al principe Grigorij Aleksandrovič Potëmkin (prorio quello della famosa corazzata). Negli anni successivi di guerra, che nel frattempo si allarga all’Impero ottomano, il profeta Mansùr è respinto ovunque. Mentre il generale Tekkeli fa terra bruciata delle basi dei ribelli, Mansùr occupa la fortezza turca di Anepa, la quale viene posta sotto assedio dall’esercito russo che la cannoneggia a distanza, senza esporsi ad inutili rischi e falcidiando a migliaia i seguaci del profeta che non si rassegnano alle sortite suicide.
Nel 1791 Mansùr si arrende al generale Gudovich che assedia Anepa e condotto a San Pietroburgo al cospetto della zarina Caterina che però non lo fa giustiziare.
 Chiunque fosse, Mansùr, ovvero Boetti, o forse Sheik Ushurma, non tornerà mai in Piemonte ma concluderà i suoi giorni in un monastero sull’isola di Solovetskij nel Mar Bianco, dove muore il 15/09/1798. Per altri l’anno della sua scomparsa è invece il 1794. Difficile resta capire quale dei vari personaggi fosse davvero quello reale.

“Il cerchio si chiude; egli rientra nell’ombra del chiostro donde era uscito dietro la lusinga di fallaci miraggi di gloria. La sua esistenza irrequieta si spegne nell’oblio e con lui cade il potere effimero del suo nome, che non aveva fondamento saldo e durevole, ma si reggeva soltanto sul fanatismo ignorante de’ suoi seguaci.”

BIBLIOGRAFIA:

Francesco Becattini: “Istoria politica ecclesiastica e militare del secolo XVIII”. Vol.VII, Milano 1798, pp. 68 s., 75, 227 s.; “Vita e fasti di Giuseppe II d’Austria”, Lugano 1829, III, pp. 173 s.
M. le comte de Ségur: “Mémoires ou souvenirs”, V, Turin 1829, pp. 129 s., 152.
E. Ottino: “Curiosità e ricerche di storia subalpina”,Torino 1876, pp. 329 ss.
A. D’Ancona: “Viaggiatori e avventurieri”, Firenze 1911-1912, pp. 433-450.
P.Dionigi Damonte: “Il profeta Mansur”, Moncalvo 1882.
A.G. Cagna: “Mansùr”, Casale 1897.
Francesco Picco: “Un avventuriero monferrino del secolo XVIII (Padre G. B. B. detto il Profeta Mansur)”, in “Rivista di storia, arte, archeologia della prov. di Alessandria”, numero X (1901), pp.23-107 (ristampato a parte: “Il Profeta Mansur”, Genova 1915).
L. Gabotto: “Una singolare figura di Monferrino”, (1938).
Robert C. Melzi: “The conquering monk, Giovanni Battista Boetti: the story of Al Mansur, an eighteenth-century Italian cleric who conquered Chechnya and Daghestan”. Chapel Hill, 2005.
Alexandre Bennigsen: “Giovanni Battista Boetti (1743-1794) che sotto il nome di profeta Mansur conquistò l’Armenia, il Kurdistan, la Georgia e la Circassia e vi regnò sei anni quale sovrano assoluto”. Oemme, 1989.
Gianni Marocco: “Giovan Battista Boetti: realtà o mistificazione? Contributo ad una questione irrisolta”. Studi Piemontesi, vol. X, fasc.2 (Nov.1981).
Senza fonte: “Giambattista Boetti. Il Piemontese diventato profeta Mansùr medico occasionale e conquistatore effimero” (1955).

Una bibliografia completa la trovate comunque QUI (a dispetto del disclaimer, il sito è innocuo).

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  Con la lucida lungimiranza che da sempre ne contraddistingue gli affari esteri, gli Stati Uniti si preparano ad aprire l’ennesimo fronte di guerra, stavolta nello Yemen, con un perverso gusto per le ‘incompiute’ (Somalia, Iraq, Afghanistan) e la tendenza a scegliersi l’alleato peggiore nel posto sbagliato…
Come l’ennesimo “bombardamento chirurgico” riuscirà a cogliere di sorpresa i presunti terroristi accampati tra le pietraie yemenite, e debellare gli emuli di Al-Qaeda nella regione dell’Hadramout, è un segreto noto solo ai cervelloni dell’intelligence ed ai mastini del Pentagono. Infatti, con largo anticipo sul blitz, l’imminenza dell’attacco statunitense è ormai chiara anche al più ottuso tra i guerriglieri tribali, che quindi avrà tempo e modo di levare le tende, ben prima dello strombazzato arrivo del 7° Cavalleggeri giunto a castigare il cattivone di turno.
Senza essere un fulmine di guerra, chiunque abbia un minimo di conoscenza della sanguinosa ‘Arte’ sa che requisiti fondamentali per la riuscita di una operazione militare sono: Sorpresa; Velocità; Coordinamento.
Per neutralizzare l’effetto ‘sorpresa’ basta sintonizzarsi sulla CNN.
Sulla ‘velocità’ di attivazione, la gigantesca macchina da guerra americana ha i tempi di reazione e la visibilità di un brachiosauro. E dunque è prevedibile.
Sul ‘coordinamento’ invece ci si aspetterebbe una maggiore collaborazione tra agencies, impegnate piuttosto a nascondersi informazioni a vicenda.
Invece, a funzionare benissimo è la propaganda securitaria nella sua variante bellico-patriottica. Questo perché i governi in calo di consenso restano convinti che un popolo spaventato sia più docile all’obbedienza. Anche perché alla comprensione dei problemi e delle dinamiche geopolitiche si preferisce l’entusiasmo bambinone di una “superpotenza” che, sul campo, dalla Corea in poi, non vince più una guerra vera!
 Di sicuro, la ricca dose di “missili intelligenti”, e relativi collateral damages, contribuiranno moltissimo a rafforzare il regime yemenita, instillando commossi sentimenti di gratitudine nella popolazione, beneficiata in modo così esplosivo. Più che mai, il preannunciato raid riuscirà a prosciugare i consensi attorno alla propaganda wahabita, abbondantemente annaffiata dai petrodollari sauditi (ma di questo è meglio tacere), alla base del terrorismo jihadista.
Eppure, a volte, basterebbe poco capire che esistono vespai nei quali è d’obbligo muoversi con estrema cautela, ovvero non entrarvi affatto! Basterebbe fare tesoro delle esperienze passate… Cosa che per esempio non è avvenuta in Afghanistan: la scabrosa disfatta strategica da nascondere sotto il tappetino dell’informazione mediatica; la rachitica piantina morente da innaffiare di tanto in tanto con un po’ di retorica celebrativa. Che la missione in Afghanistan sia un fallimento è ormai evidente persino ai suoi più accesi fautori; per questo se ne parla il meno possibile. E ci si riferisce ad un Paese dove il tempo sembra trascorrere immutabile, in un ciclo perennemente avvitato su sé stesso. Cambiano i protagonisti, ma circostanze e problematiche restano invariate nel corso dei secoli, quasi fossero ascritte in un limbo atemporale. Tant’è che un osservatore dell’800 troverebbe poche differenze con la situazione attuale: 
 a) L’assenza di un governo centrale, abbastanza forte da accentrare su di sé i pieni poteri ed il controllo sui riottosi signori della guerra locali;
 b) Il conflitto endemico tra i vari gruppi etnici in un continuo attrito di forze contrapposte, secondo gli equilibri mutevoli di fragili alleanze siglate sulla necessità del momento… Gli Hazara sciiti, fieramente opposti agli Aimak sunniti. I Tagiki del Badakhshan. Gli Uzbeki e le popolazioni turcomanne del nord-ovest. L’etnia dominante dei Pashtun (o Afghan), che costituisce la maggioranza del Paese al quale dà il nome e che i coloniali britannici chiamavano “Phatan”.  
 c) La costante pressione destabilizzante verso la turbolenta Peshawar.
 d) Una ostilità endemica con l’Iran (Persia).
 e) La funzione strategica che l’Afghanistan ha rivestito, come ridotta di contenimento per l’espansionismo russo (zarista prima e sovietico poi) e per le ambizioni persiane. In quanto cuscinetto ideale a difesa dell’India, ha costituito la valvola di sfogo ideale, tramite interposizione di forze, per le tensioni imperiali delle grandi superpotenze: Impero Britannico nell’800 e USA nel ‘900 versus il gigante chiamato Russia. 
 f) I disastrosi fallimenti che hanno caratterizzato ogni tentativo di invasione e di occupazione diretta del territorio.

Un illustre precedente
 Sorvolando sulla disfatta sovietica negli anni ‘80, durante il XIX sec. i britannici si impegnarono in Afghanistan in tre distinte campagne di guerra, a distanza di 40 anni l’una dall’altra: 1839-1842; 1879-1880; 1919. Evidentemente, le esperienze passate (e gli errori) hanno insegnato poco…
Particolarmente sfortunata è la prima guerra anglo-afgana, che comportò la distruzione di un intero corpo d’armata coloniale durante una disastrosa ritirata: 6 reggimenti di fanteria, in massima parte fucilieri indigeni del Bengala; un reggimento di cavalleggeri ed un altro di artiglieria ippotrainata.
Fu una disfatta che per molti versi ricorda quella subita dalle legioni romane di Publio Quintilio Varo nella selva di Teutoburgo (9 d.C.).
Riportiamo le fasi salienti dell’episodio nella prosa scorrevole e accattivante di Stefano Malatesta, nella sua opera dedicata all’avventurosa vita del generale borbonico Paolo Avitabile.
Si tratta di una lettura assai evocativa… 

   Una gelida mattina del gennaio 1842, regnando graziosamente la regina Vittoria non ancora imperatrice, un ufficiale medico dell’esercito coloniale inglese, di nome Brydon, comparve stremato alla porta principale di Jalalabad, un forte dell’Afghanistan vicino alla frontiera indiana, lungo la pista tra Kabul e il Khyber Pass. Fino a pochi minuti prima lui stesso aveva creduto di non potercela mai fare. Inseguito tra le alture coperte di neve da un gruppo di cavalieri afghani e oramai quasi circondato, aveva già spezzato la sciabola perché non finisse intatta nelle mani di chi l’avrebbe tra poco sgozzato senza pietà, come aveva visto fare innumerevoli volte durante quella spaventosa ritirata da Kabul, fossero donne, uomini o bambini. Improvvisamente gli afghani erano spariti e nello stesso tempo l’ufficiale medico si era trovato di fronte le mura di fango di Jalalabad, dove sventolava la Union Jack. Aveva allora raggiunto lentamente il forte senza sapere ancora di essere l’unico superstite di una delle più umilianti sconfitte che avessero mai subito le truppe britanniche, avviate a conquistare un glorioso, ma effimero impero.
(…) Tutto era cominciato nel 1839 con l’occupazione di Kabul, allora come adesso circondata da un altopiano inospitale e privo di vegetazione, abitata da una popolazione di cui si sapeva poco, e quel poco doveva bastare per tenersi alla larga. Gli afghani potevano essere vivaci, coraggiosi, persino amichevoli, ma una tradizione consolidata li presentava come di animo estremamente mutevole, pronti a trasformarsi in bande assai temibili di traditori e assassini. Non solo odiavano qualsiasi straniero osasse mettere piede nel paese, per una ragione o per l’altra, ma erano incessantemente in guerra tra loro, uno dei popoli più naturalmente portati a cercare e a trovare nel combattimento la soluzione di tutti i problemi.
La divisione in grandi clan tribali, i Durrani, i Ghilzai, i Barakzai, con i loro usi, costumi, lealtà particolari, che venivano in parte ereditati dagli innumerevoli sotto clan, a loro volta divisi tra loro, pronti ad allearsi come a diventare nemici per molto poco, rendevano l’Afghanistan un paese estremamente difficile da capire e assolutamente impossibile da governare. Già allora la sua fama era tale che quando arrivò a Londra la notizia, quattro o cinque mesi più tardi, che
Lord Auckland, governatore generale dell’India, aveva mandato una spedizione a Kabul, una parte dell’establishment, quella più informata della situazione nel lontano oriente come i direttori della East India Company, aveva commentato che entrare in Afghanistan poteva essere facile, uscirne vivi sarebbe stato molto più difficile. Ma Palmerston, ministro degli Esteri del governo Wigh, aveva appoggiato l’iniziativa, come faceva sempre quando c’era da tenere alto l’onore britannico servendosi dei cannoni. Anche perché Auckland si era mosso dopo aver saputo della presenza di inviati russi alla corte del re afghano Dost Mohammed, che apparteneva all’ultima tra le otto casate reali alternatesi in mezzo secolo: erano le prime avvisaglie di un magno confronto imperiale, The Great Game o il Grande Gioco, (come sanno tutti quelli che hanno letto Kim di Kipling) paradossalmente basato su falsi presupposti, ma che terrà desta e pronta a intervenire l’Inghilterra durante tutto l’Ottocento.
È quasi impossibile rendersi conto oggi della paranoia che attraversava l’opinione pubblica inglese e i circoli governativi ad ogni mossa nei russi in Asia. Dai primi del Settecento l’impero degli zar non aveva fatto che espandersi dagli Urali verso Oriente e ora gli inglesi cominciavano a temere per l’India, l’inestimabile gioiello senza il quale le colonie britanniche erano solo dei litorali selvaggi, come pezzi gettati alla rinfusa di un mosaico privato nel motivo centrale. Di volta in volta la Persia, l’Egitto, la Turchia, persino i Balcani erano stati considerati dagli strateghi di Londra come la chiave per il loro amato possedimento e più tardi e a lungo anche la frontiera montagnosa del Nord-Ovest, che si rivelerà assolutamente invalicabile da eserciti.
Ma il primo, se non il più classico Great Game verrà giocato tutto nell’Afghanistan, che nell’ottica della geopolitica britannica doveva avere un ruolo di Stato cuscinetto. Poi, nel 1837, un agente inglese era stato a Kabul e aveva trovato conferma della presenza dei russi, e anche se nessuno sapeva cosa erano venuti a fare, i coloniali britannici erano entrati in fibrillazione, immaginando gli squadroni della cavalleria cosacca risalire al galoppo il Khyber Pass. Passando le informazioni agli uffici governativi di Simla, dove il governatore generale andava a risiedere durante l’estate, trasferendosi dalla bollente Calcutta alle alture pre-himalayane, l’agente aveva raccomandato di considerare Dost, con tutti i suoi possibili flirt con i russi, come un potenziale alleato e un personaggio ragguardevole. Auckland lo riteneva invece un uomo assolutamente infido e dando l’ordine a 9500 soldati della Corona e della East Indian Company di marciare su Kabul, aveva anche spedito un sostituto alla poltrona regale,
Shah Shuja, un elegante vegliardo totalmente inetto, famoso unicamente per essere stato il proprietario del diamante Koh-i-nor, la Montagna di Luce, che oggi riposa negli scrigni del tesoro reale inglese. Shuja si era portato dietro circa seimila sepoys e un paio di squadroni di autentici predoni, gli “Yellow Boys”, che insieme con gli altri formavano quella che pomposamente venne chiamata “L’Armata dell’Indo”.
Come operazione militare, l’invasione si rivelò un pieno successo. Presi di sorpresa gli afghani tardarono a reagire e la più minacciosa fortezza di tutto il paese, Gazhni, fu catturata con un abile e coraggioso colpo di mano di un ufficiale,
Henry Durant, uno degli eroi prototipi dell’epopea coloniale, come Gordon nel Sudan, il tenente Manners Smith tra i Dardi del Karakorum, i soldati sopravvissuti all’attacco dei battaglioni zulù a Rorke’s Drift, tutti decorati con la Victoria Cross. Dost era fuggito, andando a mettersi incautamente nelle mani dell’emiro pazzo di Buchara, l’aveva poi scampata, rientrando in Afghanistan alla testa di un contingente di irriducibili, ma per ragioni che non sono mai state spiegate con chiarezza, e meno di tutti dagli afghani, si era arreso agli inglesi ed era stato mandato in India sotto scorta. Così i rappresentanti di Lord Auckland, dopo aver trasformato il paese in un protettorato britannico, si erano assicurati con un trattato firmato da Shuja appena salito al trono la permanenza per un tempo indefinito delle truppe anglo-indiani, sicuri di costringere i riottosi guerrieri tribali a cooperare alternando la minaccia di usare la forza alla corruzione dei capi tribù. Questa sicurezza era solo un’illusione, derivata dalla non conoscenza dell’indole degli afgani. Intanto alcuni gruppi, come i fondamentalisti islamici chiamati Ghazi, e gli uomini della tribù Ghilzai, che controllavano i principali passi di montagna per l’India, non avevano mai accettato la presenza occidentale e continuavano a muoversi in modo turbolento. Ma anche degli altri apparentemente sottomessi c’era pochissimo da fidarsi, considerando che la simulazione aveva sempre avuto nei costumi tribali uno status paragonabile a quello del coraggio.
A questo punto ci furono due errori di Auckland, uomo di intelligenza modesta e di scarsa immaginazione: pensando che non fosse più necessario mantenere tanti soldati accampati scomodamente intorno d Kabul, aveva fatto ritirare oltre il Khyber buona parte della truppa, lasciando una divisione di fanteria, un reggimento di cavalleria e una batteria di cannoni. E al posto del
generale Keane, il comandante dell’armata che si era mosso con abilità tra le montagne afghane e che ora rientrava anche lui in India, aveva nominato una nullità paragonabile a quell’altra nullità che era il re: il maggior-generale William Elphinstone, un imbambolato reduce di Waterloo, indeciso a tutto. Nessuno di questi ultimi due si era reso conto di quanto il protettorato inglese rendesse furibondi tutti gli afghani, e che il loro intuito politico fosse vicino allo zero fu chiaro quando il linciaggio del residente britannico da parte di una folla inferocita li colse completamente impreparati.

[Ad essere fatti a pezzi furono il capitano Alexander Burnes ed il suo attendente William Broadfoot, entrambi trucidati insieme alla loro piccola scorta indiana. A.Burnes era uno scozzese entrato giovanissimo nella Compagnia delle Indie Orientali. Avventuriero, esploratore, poliglotta, interprete, è uno dei primissimi occidentali a visitare in incognito Kabul e la città di Bukhara dominata con pugno di ferro dal sanguinario emiro Nasrallah. È Burnes l’agente infiltrato in territorio afgano. È sempre lui che si preoccupa della logistica e dei contatti diplomatici, dopo aver invano caldeggiato il sostegno a Dost Mohammed, presso l’ottuso lord Auckland.]

Quasi di colpo, tutto quello che sembrava andare favorevolmente, ora aveva preso un andamento negativo, tra fatti grandi e fatti piccoli, tra i quali si contavano una caduta da cavallo di Elphinstone, diventato ancora più indeciso e anche un po’ suonato, e l’arrivo sulla scena di un formidabile leader della rivolta, Akhbar Khan, il figlio di Dost.
Alla fine del 1841 la situazione era tale per cui le truppe di occupazione, fino a poche settimane prima sicure di controllare gli irriducibili guerriglieri delle montagne, ora si sentivano assediate e non pensavano che andarsene via da quell’orribile paese. Volevano solo la garanzia di non venire ammazzati come cani infedeli lungo la strada di ritorno e una deputazione guidata dal rappresentante del governatore generale andò a chiederla a Akhbar, che aspettava vicino Ghazi. Come risposta e perché non ci fossero equivoci sulla fine prevista per tutti, i componenti della deputazione furono sgozzati e l’Inviato – questo era il suo titolo – ucciso dallo stesso Akhbar.

[È il baronetto William Hay Macnaghten, l’agente politico che aveva convinto il governatore britannico a sostenere le pretese al trono del debole Shuja. Tra le altre cose, sir Macnaghten era il diretto superiore di Burnes, che già aveva provveduto a fare una pessima fine.]

Il 6 gennaio del 1842 quello che rimaneva dell’Armata dell’Indo cominciò la ritirata, la più tremenda della storia militare inglese. La colonna, sparpagliata per una lunghezza di una quindicina di chilometri e composta di oltre sedicimila profughi di cui settecento europei e quasi quattromila soldati indiani, sarebbe stata al sicuro a Jalalabad, distante solo centocinquanta chilometri. Ma era inverno, la strada saliva fino a passi ricoperti di neve e sulle montagne erano in agguato trentamila afghani che cominciarono ad attaccare a piccoli gruppi, come animali da preda. I primi ad essere eliminati furono tutti quelli incapaci di difendersi, la parte più debole della massa fluttuante che seguiva ovunque l’esercito inglese. I resoconti dell’epoca parlano di centinaia di donne indiane spogliate, violentate e sgozzate, i cui corpi venivano lasciati a imputridire lungo la pista. Poi fu la volta dei servi – ogni ufficiale inglese ne aveva da sei a dieci a disposizione – dei portatori semplici e di quelli che trasportavano l’acqua, dei maniscalchi, dei sellai, dei fabbri, dei sarti, degli uomini che pulivano gli ottoni, o che tiravano su le tende, dei cuochi e degli stallieri, dei pastori e dei macellai: tutta l’infinita varietà dei lavoratori che stavano alle dipendenze dell’esercito più viziato che ci fosse, a partire dal tenente in su. Furono massacrati inesorabilmente. I loro padroni non fecero una fine migliore. La ritirata durò sei giorni e durante questo tempo andarono avanti trattative che si risolvevano in altre trappole e altri tradimenti, consumati con gusto dagli afghani, che non vedevano nulla di disonorevole nel non tenere fede alla parola data a un nemico. Disonorevole sarebbe stato non essere riusciti a ucciderlo.
Convocato al comando di Akhbar, il generale Elphinstone venne trattenuto come ostaggio e non se ne seppe più nulla. Un gruppo di soldati inglesi che era riuscito miracolosamente a raggiungere un paese a venticinque chilometri da Jalalabad, fu ospitato con segni di amicizia dai paesani e trucidato di notte.

[Sono i soldati inglesi del 44° Rgt dell’Essex. O meglio, è ciò che ne rimane: 20 ufficiali ed una cinquantina di fanti (sui 670 unità alla partenza). Arrivati a Gandamak, gli inglesi vengono totalmente sopraffatti. Si salvano in 4.]

Qualche giorno più tardi al forte inglese arrivò un lugubre omaggio mandato da Akhbar: era il corpo del povero Elphinstone, avvolto in erbe aromatiche e seguito dal suo valletto, risparmiato per poter accompagnare il comandante inglese nell’ultimo viaggio di ritorno. Degli altri protagonisti della vicenda, il re burattino Shuja fu naturalmente eliminato, ma anche Akhbar morì qualche anno più tardi, probabilmente avvelenato.
Lord Auckland, dopo aver scritto che la catastrofe era stata per lui totalmente incomprensibile, invece di passare il resto dei suoi giorni a meditare delle umane sorti in qualche villa del Surrey, diventò Primo Lord dell’Ammiragliato: una di quelle eccentricità di cui gli inglesi sono stati maestri. Le forze britanniche ritornarono in Afghanistan l’anno successivo, facendo saltare il bazaar di Kabul come inutile intimidazione, perché non riuscirono mai a normalizzare, come si dice, la regione e quarant’anni più tardi furono trascinati in un’altra guerra.”

  STEFANO MALATESTA
  “Il napoletano che domò gli afgani”
  Neri Pozza Editore;
  Vicenza 2002

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