Archivio per Pensiero

SLIDESHOW

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 17 ottobre 2015 by Sendivogius

Renzi Slides

Ne è passata di acqua (lurida) sotto i ponti da quando, nel lontano 1928, Edward Bernays elaborò per la prima volta in forma ‘scientifica’ le tecniche della comunicazione politica, tramite l’unione di psicologia (era nipote di Freud) e marketing pubblicitario, e le condensò nella sua opera più famosa dal titolo inconfondibile…
PROPAGANDA   Come ben ricorderanno i nostri Lettori più attenti, dell’argomento avevamo già parlato in dettaglio QUI. Tuttavia, date le circostanze, repetita iuvant.
Per Bernays, il prodotto politico è indistinguibile da quello commerciale: in entrambe i casi si tratta di promuovere una merce destinata al consumo di massa, veicolando il messaggio attraverso quella che lui chiama “ingegneria del consenso”. Vale a dire: la strutturazione di campagne mirate alla formazione delle coscienze, con un miscuglio ben dosato di bugie strumentali, distorsioni, e connessioni emozionali legate non alla natura del prodotto in promozione, bensì alle aspettative ed alle suggestioni che questo è in grado di evocare in un pubblico (disattento) di potenziali consumatori. 

edward-bernaysIn altre parole, per Bernays le opinioni vanno costruite attorno ad una “verità” prestabilita da una precisa cabina di regia che orienta il consenso. E che in tal modo agisce sull’immaginario di quella che viene definita “mente collettiva”. Il modo migliore per pervenire al risultato desiderato consiste nella manipolazione costante dei fatti, finalizzata alla determinazione controllata delle opinioni; ovverosia: una serie di stereotipi strutturati su scala di massa e volti alla massima semplificazione di concetti minimi, per la fruizione allargata degli stessi in forma eterodiretta.
W.LippmannIl ricorso allo “stereotipo” peraltro non è originale, perché Bernays prende in prestito il concetto da Walter Lippmann il quale, per quanto fosse elitaria la sua visione da aristocratico illuminato, non approverà mai la collateralità dell’intrigante austriaco con quello che qualche decennio dopo un sociologo come Charles Wright Mills, nel suo Elite del potere, chiamerà industrial-military complex, facendo propria la definizione del presidente Eisenhower.
Lippman considerava lo ‘stereotipo’ come un’immagine mentale, che nel suo insieme non permetteva di comprendere la realtà ma offriva una visione parziale dei fatti, visti in una prospettiva distorta dall’interpretazione spesso fuorviante e affidata a quelle che lui definiva “autorità cognitive”.
Bernays ne piega invece l’utilizzo ad uso e consumo di quell’apparato industriale (e militare) che agisce con precise finalità politiche, indirizzando l’orientamento di massa con modalità di persuasione appositamente studiate.
Joseph Goebbels Tra i suoi estimatori vi fu certamente Joseph Goebbels, il ministro della propaganda del Terzo Reich, che più di ogni altro ne metterà a frutto le tecniche con un certo successo. E sempre a Goebbels vengono attribuiti i ‘famosi’ “11 principi della propaganda”. Almeno così come ebbe a riassumerli il prof. Leonard William Doob, dapprima in Propaganda and Public Opinion (1949) e quindi in Goebbels’ Principles of Propaganda (1950)…

1. Principio della semplificazione e del nemico unico.
E’ necessario adottare una sola idea, un unico simbolo. E, soprattutto, identificare l’avversario in un nemico, nell’unico responsabile di tutti i mali.

2. Principio del metodo del contagio.
Riunire diversi avversari in una sola categoria o in un solo individuo.

3. Principio della trasposizione.
Caricare sull’avversario i propri errori e difetti, rispondendo all’attacco con l’attacco. Se non puoi negare le cattive notizie, inventane di nuove per distrarre.

4. Principio dell’esagerazione e del travisamento.
Trasformare qualunque aneddoto, per piccolo che sia, in minaccia grave.

5. Principio della volgarizzazione.
Tutta la propaganda deve essere popolare, adattando il suo livello al meno intelligente degli individui ai quali va diretta. Quanto più è grande la massa da convincere, più piccolo deve essere lo sforzo mentale da realizzare. La capacità ricettiva delle masse è limitata e la loro comprensione media scarsa, così come la loro memoria.

6. Principio di orchestrazione.
La propaganda deve limitarsi a un piccolo numero di idee e ripeterle instancabilmente, presentarle sempre sotto diverse prospettive, ma convergendo sempre sullo stesso concetto. Senza dubbi o incertezze. Da qui proviene anche la frase: “Una menzogna ripetuta all’infinito diventa la verità”.

7. Principio del continuo rinnovamento.
Occorre emettere costantemente informazioni e argomenti nuovi (anche non strettamente pertinenti) a un tale ritmo che, quando l’avversario risponda, il pubblico sia già interessato ad altre cose. Le risposte dell’avversario non devono mai avere la possibilità di fermare il livello crescente delle accuse.

8. Principio della verosimiglianza.
Costruire argomenti fittizi a partire da fonti diverse, attraverso i cosiddetti palloni sonda, o attraverso informazioni frammentarie.

9. Principio del silenziamento.
Passare sotto silenzio le domande sulle quali non ci sono argomenti e dissimulare le notizie che favoriscono l’avversario.

10. Principio della trasfusione.
Come regola generale, la propaganda opera sempre a partire da un substrato precedente, si tratti di una mitologia nazionale o un complesso di odi e pregiudizi tradizionali.
Si tratta di diffondere argomenti che possano mettere le radici in atteggiamenti primitivi.

11. Principio dell’unanimità.
Portare la gente a credere che le opinioni espresse siano condivise da tutti, creando una falsa impressione di unanimità.

Nazi-GrilloNegli Anni ’50 i medesimi “principi” verranno poi rielaborati in dettaglio da Jean-Marie Domenach, intellettuale francese e cattolico progressista, che ne espliciterà la sostanza in La propaganda politica.
Oggi che propaganda e politica si mischiano insieme, fino a confondersi nell’indistinguibilità del messaggio, dove a prevalere non è il contenuto, ma la fruizione promozionale dello stesso, il modello prevalente è la televendita. E ciò avviene tramite campagne massive affidate a consulenti di immagine ed agenzie pubblicitarie, in un tritato indistinto di concetti e di idee, frullati per il rapido consumo su lancio pubblicitario degli stessi. Noterete che, in ordine sparso, gli 11 punti di Doob (o Goebbels, o Bernays, o Domenach che dir si voglia) sono perfettamente applicabili alle principali formazioni politiche del momento, che non mutuano un ideale nella comunicazione di un pensiero, bensì piazzano un prodotto i cui termini di vendita si misurano in termini di ritorno elettorale, attraverso la spettacolarizzazione di un messaggio mercificato. Ne consegue che i contenuti sono intercambiabili, in quanto funzionali ad intercettare l’attenzione e le aspettative più ampie possibili dell’elettore (consumatore) medio. L’offerta (politica) si adegua alla domanda. E per questo non può che essere generalista e volta alla massima diffusione, visto che risponde ad esigenze commerciali, inseguendo i sensazionalismi mediatici del momento. Il consenso è equivalente al profitto.
ClownSarà per questo che in una politica ridotta oramai a spettacolo, scandito da continui intervalli pubblicitari, l’iniziativa è rimessa a bolsi pagliacci che recitano la parte. Non per niente, il loro luogo d’elezione non è più la “piazza”, ma il pubblico selezionato di una platea al chiuso di un teatro, dove meglio possono imbastire i loro spettacolini ed al contempo piazzare il pentolame in svendita promozionale ai grandi saldi elettorali.

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Oriente e Occidente (II)

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 25 agosto 2015 by Sendivogius

Raffaello Sanzio - 'Scuola di Atene'

«Anis si era dunque ribattezzato “Rushdie” in onore di Ibn AverroesRushd, colui che in Occidente è noto come Averroè, il filosofo arabo-spagnolo di Cordoba del XII secolo che era diventato il “qadi”, o giudice, di Siviglia, traduttore e commentatore celebrato delle opere di Aristotele. Suo figlio portò quel nome per due decenni prima di rendersi conto che il padre, un vero studioso dell’islam a cui però mancava completamente la fede religiosa, lo aveva scelto perché di Ibn Rushd ammirava le argomentazioni razionalistiche all’avanguardia nei confronti degli islamici che, ai suoi tempi, tendevano a interpretare le scritture in modo strettamente letterale.
teologo-arabo[…] Dalla tomba, suo padre gli aveva consegnato un vessillo sotto il quale era pronto a lottare, il vessillo di Ibn Rushd, ossia dell’intelletto, dell’argomentazione, dell’analisi e del progresso, per la libertà della filosofia e dell’insegnamento dai ceppi della teologia, per la ragione umana contro la cieca fede, la sottomissione, l’accettazione prona e l’immobilismo. Nessuno vuole andare in guerra, ma se ti ci trovi in mezzo, che almeno sia una guerra giusta, per le cose più importanti che ci sono al mondo, e allora potresti anche chiamarti “Rushdie”, se dovessi andare a combatterla, e collocarti laddove ti ha messo tuo padre, nel solco della tradizione del grande aristotelico, Averroè, Abuˉ ’l-Walˉıd Muhammad ibn Ahmad ibn Rushd.
Abuˉ ’l-Walˉıd Muhammad ibn Ahmad ibn Rushd[…] Anis era un senza Dio, il che è ancora considerato una condizione scioccante negli Stati Uniti, sebbene sia tutt’altro che eccezionale in Europa, e completamente incomprensibile nella maggior parte del resto del mondo, dove la sola idea di “non credere” è difficile persino da formulare. Ma era esattamente ciò che era: un ateo che però sapeva molto di Dio e ci pensava spesso. Le origini dell’islam lo affascinavano poiché erano le uniche a essere storicamente documentate tra le grandi religioni del mondo, e perché il Profeta non era una leggenda glorificata da “evangelisti” che avevano scritto cento o più anni dopo la vita e la morte dell’uomo reale, né un piatto riscaldato da quell’eccezionale proselitista che era stato san Paolo per un facile consumo globale, ma piuttosto un uomo dalla vita ampiamente certificata, di cui si conoscevano bene le condizioni economiche e di censo, vissuto in un’epoca di profondi cambiamenti sociali, un orfano diventato mercante Al-Qurandi successo dalle tendenze mistiche, che un giorno, sul monte Hira vicino alla Mecca, aveva visto l’arcangelo Gabriele stagliarsi all’orizzonte riempiendo la volta celeste e istruendolo su come “recitare” e pertanto creare a poco a poco il testo della “Recitazione salmodiata”, al-Qur’an, il Corano.
Anis aveva tramandato al figlio la convinzione che la nascita dell’islam fosse affascinante proprio perché si era verificata “dentro la storia”, e che, in quanto tale, non poteva che essere stata influenzata dagli eventi, dalle pressioni e dalle idee circolanti al tempo della sua creazione; e che storicizzare l’accaduto, cercare di capire come una grande idea potesse essere modellata da quelle diverse forze, era di fatto l’unico approccio possibile all’argomento; e che si poteva considerare Maometto un autentico mistico – così come si può accettare che Giovanna GABRIEL - Far from Graced’Arco abbia realmente sentito delle voci o che la Rivelazione di san Giovanni riporti effettivamente l’esperienza “reale” di un’anima tormentata – senza necessariamente stimare come vero che, se qualcuno fosse stato accanto a lui quel giorno sul monte Hira, avrebbe assistito a sua volta all’apparizione dell’arcangelo.
La rivelazione doveva essere intesa come un evento interiore, individuale, non come una realtà oggettiva, e la parola rivelata andava indagata come ogni altro testo, usando tutti gli strumenti critici a disposizione, letterari, storici, psicologici, linguistici e sociologici. In breve, il testo doveva essere considerato come un artefatto umano e, in quanto tale, preda della fallibilità e dell’imperfezione degli uomini.
Il critico americano Randall Jarrell, con una frase diventata famosa, ha definito il romanzo come “un lungo scritto con qualcosa di sbagliato dentro”. Ecco, Anis Rushdie pensava di sapere cosa ci fosse di sbagliato nel Corano: alcuni passaggi sembravano sconnessi.
MaomettoSecondo la tradizione, Maometto, che era forse analfabeta, quando scese dalla montagna cominciò a recitare e chiunque appartenesse alla sua più stretta cerchia e gli fosse vicino in quel momento trascrisse le sue parole su quanto aveva sottomano: pergamena, pietra, pelle, foglie, e talvolta, si dice, persino ossa. Questi brani furono conservati in un forziere custodito nella sua abitazione fino alla sua morte, quando i compagni si riunirono per stabilire la corretta sequenza della rivelazione, ed è alla loro risolutezza che dobbiamo il testo del Corano diventato canonico. Per poterlo considerare “perfetto”, il lettore è chiamato a credere che: a) l’arcangelo abbia riferito la Parola di Dio senza alcuna imprecisione, il che è del tutto ammissibile dal momento che si presume che gli arcangeli siano immuni da refusi; b) il Profeta, o, come preferiva chiamarsi, il Messaggero, si sia ricordato le parole dell’arcangelo con assoluta precisione; c) le frettolose trascrizioni dei compagni, buttate giù nel corso di una rivelazione durata ventitré anni, siano parimenti esenti da errori; d) quando essi si riunirono per disporre il testo nella sua forma definitiva, la loro memoria collettiva della corretta sequenza fosse a sua volta perfetta.
Quraysh Anis Rushdie era riluttante a contestare le proposizioni a), b) e c). La d), invece, gli risultava più difficile da digerire, perché, come facilmente si accorge chiunque legga il Corano, parecchie sure, o capitoli, contengono profonde discontinuità, cosicché un argomento è lasciato cadere d’un tratto, senza preavviso apparente, per poi magari essere ripreso inaspettatamente più avanti, all’interno di una sura che fino a quel momento riguardava tutt’altro. Anis coltivò a lungo il desiderio di ricomporre quelle discontinuità per poter così giungere a un testo che fosse più chiaro e più facile da leggere. Non si trattava di un piano segreto o nascosto, tutt’altro, ne discuteva apertamente con gli amici anche a cena. Non c’era nessun brivido in quell’impresa, nessuna sensazione che essa potesse costituire un pericolo. Forse i tempi erano diversi, e un’idea del genere poteva essere sostenuta senza temere ritorsioni; o forse le persone al corrente erano davvero meritevoli di fiducia; o semplicemente Anis era soltanto un eccentrico inoffensivo. Fatto sta che quello studioso revisionista crebbe i suoi figli in un’atmosfera di indagine libera e aperta, senza divieti, senza tabù. Tutto, persino le sacre scritture, poteva essere vagliato e, almeno potenzialmente, migliorato

Salman RushdieSalman Rushdie
Joseph Anton
Mondadori, 2012

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Mercanti in fiera

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , on 28 maggio 2015 by Sendivogius

Mercante in fieraA giudicare dall’offerta politica a disposizione, alle volte, si ha quasi l’impressione di trovarsi dinanzi ad una fiera campionaria, nell’esposizione circolare di prodotti a ciclo costante per l’identica riproposizione dei medesimi su ricambio stagionale. A guardarli bene, sono sempre gli stessi, opportunamente rispolverati e tirati a lucido nel corso degli anni, come in una sorta di feticismo vintage spalmato di keep calmmodernità. Alla lunga, ci si rende conto di come si tratti di un’offerta riciclata ancorché avariata, al netto della componente ideologica (negata e sublimata al ribasso) e la ridefinizione su scala partitica, attraverso la semplificazione del messaggio. Tanto più sfumati sono gli obiettivi tanto più indefiniti sono i contorni dei contenitori, sempre più vuoti, delegati alla rappresentanza in tempi di post-democrazia avanzata. In proposito, la antiche suddivisioni in “destra, sinistra, centro”, lungi dal costituire categorie dello spirito, finiscono col ridursi a meri contenitori di comodo, per Movimento dei Forconiconvogliare l’offerta elettorale nella liquidità del mercato politico e dei suoi empori, al di fuori dei quali monta il magma convulso dei movimentismi populisti nella maionese impazzita di un protestarismo minimalista che riduce la soluzione dei problemi in slogan ad effetto, per la lunghezza di un tweet tramite un profluvio di istanze più o meno fascistoidi.
salvini-calimeroOppure, nella migliore delle ipotesi, si ha a che fare con degli irrecuperabili deficienti…

grillino idiota

In fin dei conti, niente che non si sia già visto in tempo di crisi con la riedizione degli stessi copioni aggiornati ai gusti del tempo presente.
Political_Man Nella definizione delle basi sociali della politica, il sociologo Seymour Martin Lipset, tracciando le differenze ideologiche dei movimenti di massa ebbe a soffermarsi sulla sulla permeabilità delle società contemporanee alle pulsioni estremiste e reazionarie; il ruolo della “classe media” in risposta ad una modernità percepita come disgregante nell’incapacità di gestire le crisi di sistema, tramite la correlazione esistente tra sviluppo economico e tenuta democratica di una società.
hydra_wallpaper_by_viperaviatorLipset scriveva alla fine degli Anni ’50, ma parte delle sue analisi valgono benissimo anche per l’oggi. E noterete come certe analogie, certi ‘ritorni’, siano ancor più disarmanti che inquietanti come una sorta di meccanismo psicologico, che scatta ogni volta per pulsione auto-indotta in automatico. Per praticità semantica, si può parlare di “fascismo” in una sorta di definizione onnicomprensiva che ricomprenda anche i suoi attuali derivati. A voi il gusto di associare alla descrizione nomi e volti dell’attualità politica, in un gioco tutto al ribasso…

Neofascism«La tesi secondo cui il fascismo sia essenzialmente un movimento della classe media che rappresenta una protesta contro il capitalismo e contro il socialismo, contro la grande impresa e contro i grandi sindacati, è ben lungi dall’essere originale.
[…] L’economista David Saposs l’ha egregiamente formulata in questi termini: “Il fascismo è l’estrema espressione del medio-classismo o populismo… La fondamentale ideologia della classe media è il populismo… Il suo ideale è una classe di piccoli proprietari indipendenti, fatta di commercianti, artigiani e agricoltori. Questo elemento sociale, che ora viene designato col termine di classe media, ha fatto un sistema di proprietà privata, di profitto e di concorrenza, fondato su basi del tutto diverse su quelle accolte dal capitalismo… Fin dal suo primo sorgere, tale classe si è opposta alla ‘grande impresa’, o a tutto ciò che ora si intende per capitalismo.
[…] Il populismo oggi è più forte che mai. E la classe media è più che mai vigorosa”.
SmokingE nonostante che qualcuno abbia cercato di giustificare l’appoggio fornito al nazismo dalla classe media in base alle particolari difficoltà economiche degli anni trenta, lo studioso di politica Harold Lasswell, scrivendo in piena depressione, afferma che l’estremismo della classe media scaturiva da tendenze connaturate nella società industriale, le quali avrebbero continuato a far sentire la loro influenza anche se la situazione economica fosse migliorata: “L’hitlerismo, considerato come una disperata reazione delle classi medie più povere, continua un movimento che cominciò verso la fine del XIX° secolo. Da un punto di vista puramente materiale… non è che si trovassero in condizioni economiche peggiori che un cinquantennio prima.
[…] L’impoverimento psicologico di tale classe aggravò il senso di insicurezza fra i suoi membri più influenti, preparando così il terreno ai vari movimenti di protesta di massa, attraverso i quali le classi medie potevano sperare in una rivincita.”
[…] Non deve perciò sorprendere se i piccoli uomini d’affari, in presenza di certe condizioni, si rivolgono a movimenti politici estremisti, come il fascismo o il populismo antiparlamentare, che in un modo o in una altro esprimono condanna per la democrazia parlamentare.
[…] I movimenti estremisti hanno molto in comune. Essi fanno appello agli scontenti, a quelli che psicologicamente sono senza fissa dimora, ai falliti, a coloro che sono socialmente isolati, agli economicamente insicuri, agli ignoranti, a coloro che mancano di maturità, e alle persone autoritarie di qualsiasi grado sociale.
Friedrich Engels […] Già negli anni immediatamente successivi al 1890, Engels descriveva gli individui che “affollano la classe operaia” come “coloro che non hanno niente da sperare dal mondo ufficiale o che non sanno ormai cosa fare di esso: avversari delle vaccinazioni, sostenitori del proibizionismo ad oltranza, vegetariani, antivivisezionisti, guaritori, predicatori di comunità libere che si sono ridotte a nulla, autori di nuove teorie sull’origine dell’universo, inventori senza successo o senza fortuna, vittime di ingiustizie reali e immaginarie… onesti semplicioni e imbroglioni disonesti”.
Spesso sono proprio uomini di tali origini che conferiscono un carattere estremista e fanatico a questi movimenti e costituiscono il loro centro propulsore

Seymour Martin Lipset
“L’uomo e la politica”
Edizioni di Comunità
(Milano, 1963)

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L’OPINIONE PUBICA

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 13 maggio 2015 by Sendivogius

public propagandaLa chiamano “storytelling”: l’arte di creare storie, incastonate nella propedeutica pedagogica della finzione narrativa, attraverso la semplificazione del messaggio nella fruizione del medesimo, per presupposizione dialogica su funzione proiettiva. Per essere convincente, lo storytelling deve ‘sembrare’ vero, fornendo un “ritratto realistico” (e quindi convincente) di ciò che si intende illustrare. Tuttavia, la sua plausibilità non risponde necessariamente ad un presupposto oggettivo e confutabile con elementi logici, ma ad una principio di realtà che sposta la realizzazione di effetti e benefici nell’indefinitezza di un tempo presunto.
storytellingQuando viene applicato alle tecniche di “management”, lo storytellig si trasforma in format pubblicitario, secondo i meccanismi promozionali che sono propri della comunicazione integrata e che si fondano sulla condivisione di immagini a valenza simbolica, interiorizzate su base emozionale, nella reiterazione del messaggio meglio se strutturato secondo postulati sillogici.
zombiesA livello molto più prosaico, in “politica”, e ancor più quando questa si riduce a marketing elettorale per pubblicitari di successo, l’intera faccenda ha un nome ben preciso…
Si chiama ‘propaganda’.
PropagandaIl concetto era già chiarissimo agli albori del XX° secolo e si sviluppa di pari passo con l’affermazione della società di massa, dove il massiccio ricorso alle tecniche della propaganda è speculare alla costruzione del consenso, per la strutturazione (e mantenimento) del ‘potere’ dipanato nelle sue varie articolazioni sistemiche, che si traduce nella capacità di controllare (ed indirizzare) l’opinione pubblica su larga scala, tramite il filtraggio e la manipolazione delle informazioni con campagne mediatiche mirate.
E.Bernays Lo sapeva benissimo un creativo come Edward Bernays che intuì subito la correlazione esistente tra pubblicità e comunicazione politica: ogni cittadino è un potenziale consumatore che va indirizzato nelle sue scelte, stabilendo una “connettività emozionale” col prodotto che si intende promuovere. E poiché le masse sono sostanzialmente irrazionali, se ne possono manipolare le opinioni e orientarne i gusti, agendo sull’inconscio collettivo, tramite la stimolazione delle paure e dei desideri. Pertanto la contraffazione dei fatti e delle informazioni, attraverso una distorsione cognitiva della realtà è sempre funzionale al raggiungimento del risultato, che poi si traduce nel vantaggio soggettivo di una ristretta oligarchia. Non per niente, Bernays parla senza eufemismi di “manipolazione delle coscienze”, nell’entusiastica conservazione dello statu quo fondato sulla supremazia del Mercato.
Edward BernaysSu presupposti simili, ma per considerazioni completamente diverse, Walter Lippmann ebbe a sottolineare come ciò che l’individuo fa si fonda non su una conoscenza diretta e certa, Sandmanma su immagini che egli si forma o che gli vengono date. E siccome la maggior parte delle persone vivono in uno “pseudoambiente” dove, in assenza di esperienza diretta, i fatti vengono più ‘pensati’ che ‘vissuti’, la conoscenza di ogni individuo si fonda “su immagini che egli si forma o che gli vengono date”. Pertanto, si tratta di “immagini mentali” in grado di suscitare “sentimenti” contrastanti a seconda delle prospettiva con cui queste vengono inquadrate.
pitture rupestriDi conseguenza, per Lippmann la ‘propaganda’ è lo sforzo di modificare le immagini a cui reagiscono gli individui, di sostituire il modello sociale con un altro.
La scarsità di conoscenze a propria disposizione, unita ai limiti delle proprie esperienze dirette ad alla necessità di semplificazione, conduce alla formazione di “stereotipi” che si configurano come un risparmio di energia mentale e si consolidano nel rassicurante conformismo da cui scaturiscono.

walter lippmann«Nella grande fiorente e ronzante confusione del mondo esterno scegliamo quello che la nostra cultura ha già definito per noi, e tendiamo a percepire quello che abbiamo trascelto nella forma che la nostra cultura ha stereotipato per noi […] Perciò gli stereotipi sono fortemente carichi dei sentimenti che gli sono associati. Costituiscono la forza della nostra tradizione e dietro le loro difese possiamo continuare a sentirci sicuri della posizione che occupiamo»

Walter Lippmann
L’opinione pubblica
Donzelli (Roma, 1995)

In pratica, per Lippmann gli stereotipi sono immagini parziali (e spesso distorte) che gli individui desumono dal “cerchio ristretto” delle proprie conoscenze; ovvero: dalla condivisione puzzlecollettiva dei frammenti si struttura la collettività, che si conforma alla prospettiva di maggioranza secondo un’ottica comune. I contatti con il mondo esterno, fuori dalla portata di un’esperienza empirica e diretta, vengono mantenuti e filtrati in immagini emozionali da una serie di autorità cognitive, dalle quali il ‘cittadino’ riceve gli stimoli cognitivi ed affettivi e su questi costruisce le proprie opinioni. Le “autorità cognitive” (media, personaggi pubblici, organizzazioni) contribuiscono alla formazione di una volontà comune, in cui si distinguono capi e seguaci.
Walter Lippmann - DemocracyVa da sé che la cosiddetta “opinione pubblica” non è mai un soggetto con cui relazionarsi, ma un oggetto da manipolare ai propri fini.

«I capi spesso fingono di aver semplicemente scoperto un programma che esisteva già nelle teste del loro pubblico. Quando lo credono, di solito si ingannano. I programmi non nascono contemporaneamente in una moltitudine di cervelli. E questo non perché una moltitudine di cervelli siano necessariamente inferiori a quelli dei capi, ma perché il pensiero è la funzione di un organismo, e una massa non è un organismo.
Questa realtà non appare chiaramente perché la massa è costantemente esposta a suggestioni. Non legge le notizie, bensì le notizie avvolte in un’aurea di suggestione, indicante la linea di azione da prendere. Ascolta resoconti non oggettivi come sono i fatti, ma già stereotipati secondo un certo modello di comportamento. Così il capo apparente scopre che il capo reale è un potente proprietario di giornali.
[…] Nella prima fase, il capo dà voce alle opinioni prevalenti della massa. Si identifica con gli atteggiamenti comuni del suo pubblico, talvolta sbandierando il suo patriottismo, spesso toccando una rivendicazione. Stabilito che ci si può fidare di lui, la moltitudine che stava vagando qua e là può incanalarsi verso di lui. Ci si aspetterà allora che esponga un piano d’azione, ma egli non troverà questo piano negli slogan che esprimono i sentimenti della massa. Questi slogan spesso non lo indicheranno nemmeno. Dove la politica incide molto alla lontana, quello che è essenziale è che il programma all’inizio si riallacci verbalmente ed emotivamente a quello a cui la moltitudine ha già dato voce. Gli uomini che riscuotono fiducia possono, sottoscrivendo simboli accettati, fare molta strada per conto loro senza spiegare la sostanza del loro programma

Walter Lippmann
L’opinione pubblica
Donzelli (Roma, 1995)

Lippmann scriveva nel 1922, ma le sue parole potrebbero valere benissimo anche per l’oggi.
La comunicazione di massa, opportunamente veicolata ed eterodiretta, si fa portatrice di quel carico di suggestioni, fungendo da cassa di risonanza, riducendo la partecipazione a fruizione passiva di un messaggio appositamente confezionato per il consumo allargato. In proposito, il sociologo Robert K. Merton parlava di “disfunzione narcotizzante” dei mass-media.
GOEBBELSSi parva licet componere magnis, la piccola narrazione renziana, rapportata al contorno di tribuni e capetti politici variamente assortiti, non fa eccezioni. Ne persegue le medesime matrice lungo le direttive di una retorica propagandistica, tutta imperniata sul mantra salvifico delle “riforme” che, per l’appunto, hanno ormai sostituito l’inconsistenza sostanziale del “programma”, stimolando l’immaginario di un’opinione destrutturata a dimensione pubica.

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SYRIANA (II)

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 22 marzo 2015 by Sendivogius

ISIS

A suo tempo (era il 22/01/14), con una di quelle infelici metafore a sfondo sportivo che piacciono tanto ai politicanti quando vogliono galvanizzare l’elettorato, Barack Obama definì i tagliatori di teste dell’ISIS come la “riserva giovanile” di Al-Qaeda: una squadretta di alcun conto, composta da scartine facilmente contenibili.
Osama Eliminato Osama bin-Laden, ospitato in tutta tranquillità a casa dall’Amico pakistano, sotto la munifica protezione dell’ISI, il buon Obama aveva davvero creduto (pessimamente consigliato) che, tagliata la testa del drago, avrebbe debellato per sempre la bestia del terrorismo islamico. Evidentemente, non aveva mai sentito parlare del mito dell’Idra di Lerna, altrimenti avrebbe compreso che certe ferite vanno immediatamente cauterizzate, onde prevenire il sopraggiungere di mali peggiori.
Hydra Bay WallPaper by leewonkaD’altronde, in nome della realpolitik, per lungo tempo si è sottovalutata la minaccia del fondamentalismo neo-salafita, paradossalmente nato come movimento riformista nel solco della tradizione. In realtà, il “salafismo”, nelle sue forme integraliste più estreme, non è spuntato fuori un ventennio fa, ma è attivo da almeno una dozzina di lustri, prima di diventare un problema più che tangibile…
isisSi era pensato (a torto) che il fervore religioso della rinascita salafita, opportunamente indirizzata, potesse essere utilizzata come strumento di contenimento dell’Iran degli ayatollah, convogliandone le azioni di disturbo contro l’Hezbollah libanese e, all’occorrenza, impiegata come forza destabilizzante nei confronti del (nazional)socialismo dei partiti Baath.
Hezbollah Nazi SaluteNella logica dei blocchi contrapposti, i mujahiddin vennero visti dallo schieramento ‘atlantista’ come potenziali truppe pronto La Guerra di Charlie Wilsonimpiego, sui fronti orientali della guerra fredda: una manovalanza a buon mercato di utili idioti, da usare come carne da cannone senza alcun rimpianto, nella convinzione del tutto errata che il fenomeno si sarebbe estinto da sé una volta esaurita la sua funzione d’uso.
mujahideen call of dutyNonostante i danni prodotti da un madornale errore di valutazione di cui oggi si pagano le conseguenze, si è inizialmente pensato di perseverare nella pratica, applicando la stessa strategia alla Siria.
Rambo 3Infatti, l’antico giochino sembrava riproponibile anche nel caso del Bashar al-Assadconflitto siriano, per abbattere il regime di Bashar al-Assad, con il duplice obiettivo di galvanizzare le monarchie sunnite in funzione anti-sciita e soprattutto rafforzare la supremazia israeliana, scardinando ogni influenza russa o cinese in Medio Oriente tramite l’eliminazione del loro principale alleato. Il brillante risultato è stato quello di destabilizzare l’intera regione in una crisi di proporzioni mai viste.
reagan_taliban_1985Sennonché, la presenza di oltre 250 formazioni armate (potete farvene un’idea QUI con l’elenco al gran completo), a schiacciante preponderanza jihadista, censite dal Dipartimento di Stato sulle informative della CIA, ha indotto l’Amministrazione USA a ben più miti consigli e ad una doverosa prudenza che è sempre mancata in passato, specialmente se si pensa ai disastri prodotti in Iraq. Ma ormai il vaso di Pandora era stato già bello che scoperchiato…
Broken Trinity - Pandora's BoxFu così che la salafiyya, da movimento marginale dell’immensa galassia musulmana, è finito col diventare preponderante, innaffiato com’è dai petrodollari delle monarchie del Golfo.
In fondo, il sedicente Califfato è solo un’estensione dilatata a dimensione internazionale del wahabismo saudita, perché a ben vedere tutte le strade del terrorismo islamico portano a Riyad e dintorni…
WahabismeDa questo punto di vista, le orde nere dell’ISIS non hanno inventato proprio nulla. Niente che non sia già stato sperimentato con successo in Arabia Saudita.
Saudi-Executioner  La furia iconoclasta con la distruzione di monumenti e luoghi di culto, la persecuzione delle minoranze religiose all’insegna del più cupo oscurantismo fondamentalista, il corollario di decapitazioni, mutilazioni, lapidazioni, ed altri orrori medioevali, passando per gli effettacci gore da Coltello lungo cazzo piccoloporn-horror, coi quali il Dawla Islamiya ama deliziarci in concomitanza con l’apertura sensazionalistica dei notiziari, costituiscono da sempre parte integrante del panorama urbano e del brodo ‘culturale’ in cui la Casa degli al-Saud prepara la sua ricetta da esportazione. E ciò avviene secondo una strategia fin troppo collaudata, nel silenzio complice di un “Occidente” agganciato alle pompe di benzina.
BushfaceL’aspirante Califfato di Iraq e Levante mira all’introduzione della Sharia, secondo la più rigida applicazione coranica, nell’interpretazione letterale dei testi e degli hadith del Profeta.
Sri Lanka Saudi MaidIn Arabia Saudita è legge dello stato. E la pia autocrazia, con il suo record di esecuzioni capitali, può vantare l’applicazione della pena di morte (mediante decapitazione o lapidazione) per reati gravissimi quali l’omosessualità, l’adulterio, la blasfemia, l’apostasia (murtad), e ovviamente la stregoneria. Ma anche il possesso di libri proibiti (tipo la Bibbia), o l’apposizione di un “like-it” su una pubblicazione on line non ortodossa, può comportare una buona dose di scudisciate educative e, in caso di recidiva, conseguenze ben peggiori, come sta avendo modo di imparare Raif Badawi.
Ovviamente, tutti i procedimenti penali in questione non richiedono la presenza di alcuna forma di tutela legale; quanto meno non nel senso che noi siamo abituati a conferire al concetto.
saudi justiceAl confronto, l’ISIS è solo un allievo zelante che mira a scalzare il vecchio maestro, da cui ha appreso tutto e attinto le sue risorse. Semplicemente, le bande nere del califfato reputano inutile la presenza della dinastia saudita al potere, ma in sostanza la ricetta che propongono è la stessa; senza i costi ed i privilegi di una casa regnante, considerata (a buona ragione) irrimediabilmente corrotta nella sua presunzione di “purezza”.
frustaNel corso di mezzo secolo, le monarchie assolute della penisola arabica (Arabia Saudita, ma anche Kuwait, Bahrein e soprattutto Qatar) hanno sostenuto, foraggiato e protetto, ogni movimento Re-Animatorintegralista radicale disponibile sulla piazza mondiale. L’ISIS è soltanto l’ennesimo mostro di Frankenstein, l’ultimo prodotto di una lunga serie, sfuggito al controllo occhiuto degli al-Saud e dei loro apprendisti stregoni…
Di solito funziona così: si finanziano e si costruiscono ovunque sia possibile moschee ed “istituti culturali” di ispirazione wahabita, per creare un retroterra religioso che sia favorevole alla penetrazione radicale, da sovrapporre (e soppiantare) alle comunità musulmane autoctone giudicate troppo secolarizzate o non abbastanza ‘devote’. Quindi si esportano imam e soprattutto predicatori itineranti, formatisi alla scuola hanbalita, trasformando le sale di preghiera così infiltrate in centri di propaganda e di reclutamento, le iniziative dei quali in genere hanno facile presa facendo leva sui bisogni degli strati più disagiati della popolazione. A tutti gli effetti è un esercizio di pressione politica, che agisce direttamente sulla società islamica livellata nelle sua diversità e ricchezza culturale, secondo un preciso progetto egemonico di pura miscela arabica.
House of Al-SaudNon è un caso che le ventate di recrudescenza integralista coincidano spesso e volentieri con l’attività di proselitismo della predicazione salafita su impostazione wahabita. I finanziamenti sauditi giungono quasi sempre attraverso il paravento di associazioni filantropiche o enti di beneficenza islamici, meglio se riuniti in charity trust, che funzionano come paravento indiretto per la copertura di transazioni non proprio limpide.
Bloody hand È per esempio il caso della Al Haramain, che fu molto attiva in Indonesia e per tutto il Sud-Est asiatico tra il 2001 ed il 2002, provvedendo a rifornire di fondi gli stragisti della Jemaah Islamiyah, che guadagnò la ribalta nelle cronache internazionali con l’ecatombe di Bali del 12/10/2002. E ciò avveniva in parallelo con le attività terroristiche di Laskar Jihad che si era inserita negli scontri etnici Indonesia e Molucchenell’Arcipelago delle Molucche, conferendovi una dimensione tutta religiosa culminata nelle stragi di Giava e Timor Est. Se Laskar Jihad culturalmente si forma nelle madrasse pakistane di osservanza Deobandi, è tra gli ulema hanbaliti del Golfo che trova la giustificazione ‘morale’ per le sue azioni. Sarà Jafar Umar Thalibutile ricordare che Jafar Umar Thalib, fondatore della Laskar Jihad, si sia formato alla “Lipia” (succursale indonesiana della “Muhammad ibn Saud Islamic University” di Riyad, specializzata nella formazione di imam) ed abbia potuto continuare i suoi ‘studi’ in Pakistan grazie ad una borsa di studio del governo saudita.
MujahidinIn Nigeria, per passare a faccende più attuali, il famigerato gruppo di Boko Haram prima di darsi alla clandestinità armata ha ricevuto per anni aiuti e sostegno economico da Al Muntada Al Islami, un’associazione caritatevole saudita con sede a Londra.
Ansar DineMa finanziamenti copiosi sono giunti anche al FIS algerino ai TIMBUKTUtempi della guerra civile, ai salafiti di Ansar Dine e del MUJAO che tanto si sono distinti nella devastazione di Timbuctù in Mali, nonché alle “Corti Islamiche” degli shabaab della Somalia, dove ci si è premuniti di fornire macchinette per la corretta amputazione delle mani…
taglio della manoPerché il lupo perde il pelo ma non il vizio.
Saudi ArabiaStoricamente, il dominio della casa regnante saudita si fonda su un patto, stipulato intorno alla metà del XVIII°secolo, tra Muhammad ibn Saud, emiro di Diriyah, e Muhammad ibn Abd al-Wahhab: un chierico hanbalita, profondamente ispirato dal pensiero di Ibn Taymiyya.
Ibn Taymiyya (Taqī al-Dīn Abū al-Abbās Aḥmad), nato in Siria ad Harran nel 1263, era sostanzialmente avverso ad ogni innovazione che esulasse dall’interpretazione letterale del Corano; propugnava la rigida applicazione della sharia ed il ritorno all’ortodossia delle origini (VII secolo). I suoi insegnamenti vertevano sulla elaborazione dottrinale della tradizione islamica, ripulita da ogni incrostazione moderna e ripristinata nella sua purezza originaria (salaf). Soprattutto, predicava la ribellione contro “l’autorità ingiusta”, qualora questa non fosse conforme ai principi della legge coranica, che secondo il teologo non deve ammettere deroghe, né interpretazioni metaforiche.
JannahIbn Taymiyya è considerato inoltre il teologo della guerra santa, peraltro all’epoca più che giustificata visto che il mondo Hulegu Khanmusulmano si trovava ad affrontare le orde mongole di Hulagu Khan ad Est e le invasioni crociate ad Ovest. Al contempo, Taymiyya sosteneva una dura politica di intolleranza nei confronti di ebrei e cristiani, rifiutando l’idea di una possibile convivenza, se non sotto stretta sottomissione in cambio di protezione. Rifuggiva dal culto dei santi e rifiutava aspramente l’idea che le tombe dei maestri sufi potessero essere oggetto di devozione e di pellegrinaggio, essendo ritenuta la pratica in questione una forma di politeismo (shirk).
MongoliLe idee estreme, con la sua visione drasticamente conservatrice e chiusa della società islamica, non ebbero mai troppo successo, ed Ibn Taymiyya fu per questo duramente avversato dai suoi stessi contemporanei, che non ne condividevano affatto la rigidità di pensiero e soprattutto mal sopportavano la sua messa in discussione del principio di autorità.
La sua strenua opposizione al culto dei morti ed alla venerazione dei santi, considerate un’eresia da estirpare, viene condivisa appieno dal suo discepolo Ibn Qayyim al-Jawziyyah, che ne estremizza il concetto, predicando la completa distruzione dei “luoghi dello shirk” e di tutti gli “idoli”.
cult of destructionLa fatwa di Ibn Qayyim è la più citata e amata dai distruttori di monumenti dell’ISIS e dagli imam radicali del Golfo, secondo i quali ogni luogo che anche lontanamente sia collegabile a culti diversi dall’Islam andrebbe raso al suolo (a partire dalle piramidi d’Egitto), insieme alla completa distruzione di ogni arte figurativa. Arte che per il pio musulmano non dovrebbe avere alcun valore, in quanto costituisce un’offesa alla vera fede, nella pretesa di volersi sostituire all’opera creatrice di Allah.
ISIS destroys 6000-year-old artifactsIbn Taymiyya ed il suo discepolo Qayyim si formano entrambi nell’ambito della scuola hanbalita, fondata nel IX°secolo a Baghdad dal tradizionalista Ahmad ben Muhammad ibn Hanbal. Alla base della reazione tradizionalistica, gli Hanbaliti rappresentano una delle principali cinque scuole teologiche sull’interpretazione (non necessariamente ortodossa) del testo coranico. Ossessionati dal ritorno alla tradizione, possibilmente incarnata dai primi califfi, e dal ripristino di una purezza primigenea ritenuta perduta, i seguaci di Ahmad ibn Hanbal si affidano ad una interpretazione assolutamente letterale del messaggio coranico, supportata da migliaia di hadith fondati sulla parola dei primi compagni (saḥāba) del profeta. Pertanto rigettano ogni indagine personale, che sia basata sulla deduzione analogica o intellettuale dei testi i quali non vanno interpretati ma applicati. In tale prospettiva, condannano ogni tipo di innovazione culturale o forma di modernità (bid’a) considerate eresie perniciose da estirpare. Con l’avvento dell’Impero Ottomano, per il suo estremismo ascetico e rigorista, la scuola hanbalita viene costretta a posizioni sempre più marginali e minoritarie, sopravvivendo (ça va sans dire!) nelle zone orientali e interne della penisola arabica, dalle quali scaturirà in tempi più recente il movimento di Muhammad ibn Abd al-Wahhab (1703-1787d.C.), sul quale avremo modo di tornare in seguito con la pubblicazione di una monografia appositamente dedicata…
najadCiò che in Occidente viene chiamato “wahabismo”, i teologi islamici lo definiscono “Muwahiddun”, ovvero “Unitaristi”, in quanto unici rappresentati della pura ortodossia sunnita. Gli insegnamenti di Abd al-Wahhab, che era un giurista della scuola hanbalita, sono raccolti nel Kitab al-Tawhid (“Libro dell’Unicità”).

«L’atteggiamento generale del teologo è la decisa opposizione contro ogni innovazione posteriore al III°secolo dell’Egira. Vanno respinti il culto dei santi ed i pellegrinaggi. Sono falsi tutti gli oggetti di adorazione, salvo Allah, e tutti gli altri che prestano culto ad altri sono degni di morte. La massa del genere umano non è monoteistica, perché è costituita da uomini che tentano di assicurarsi i favori divini, visitando le tombe dei santi.
[…] Costituisce incredulità professare una conoscenza non fondata sul Corano o sulla Sunna. Costituisce incredulità ed eresia il negare la divina predeterminazione di tutti gli atti, o adottare l’interpretazione allegorica del Corano. Il movimento divenne una vera e propria setta, che si distinse dagli hanbaliti

Alfonso Di Nola
“L’Islam”
Newton Compton
(Roma, 2001)

Sono questi i pilastri istituzionali sui quali a tutt’oggi si fonda il ‘moderno’ regno saudita e che permea gran parte dell’immaginario religioso, dal quale attingono gli psicopatici dell’ISIS (e non solo..) per dare un rivestimento teologico ai loro deliri sanguinari.
Perpetrata nell’indifferenza generale, l’Arabia Saudita ha fatto della demolizione dei monumenti e delle stessa vestigia islamiche una pratica scientifica.

Jannat al-Baqi - prima e dopoMoschea e cimitero di Jannat al-Baqi  – prima e dopo l’arrivo dei sauditi

Non sono scampate al fervore iconoclasta dei wahabiti sauditi i mausolei ed i siti archeologici della prima propagazione islamica, che pure s’erano conservati intatti fino ad oggi, nel terrore potessero divenire meta di pellegrinaggi e oggetto di culto devozionale.

Jannat al-Mu'alla (Mausoleo di Khadija) - prima e dopoJannat al-Mu’alla (Mausoleo di Khadija) – prima e dopo

Sono state spianate moschee ed interi cimiteri in cui erano sepolti i primi seguaci di Maometto. Alla devastazione non si è sottratta nemmeno la sepoltura e la casa di Khadija, la prima moglie del profeta. Per dire, da anni si discute se demolire o meno il sepolcro in cui sono sepolte le spoglie del Profeta Mohammad..!
E ci si meraviglia se poi le bande dei barbari della jihad permanente distruggono le tombe dei marabutti in Africa o devastano le testimonianze delle antiche civiltà mesopotamiche.
HatraA sua volta, nel XX° secolo, il pensiero di Ibn Taymiyya ha ispirato gran parte del corpo ideologico degli attuali gruppi salafiti e soprattutto la potente organizzazione dei “Fratelli musulmani” degli intellettuali egiziani Hansan al-Banna e Sayyid Qutb. Entrambi sono stati avversati dai tradizionalisti più ortodossi, perché considerati troppo modernisti, per una serie di motivi che hanno fatto inorridire i chierici wahabiti: l’assoluta condanna della schiavitù, la tolleranza per le minoranze religiose, la proposta di ridistribuire le ricchezze ed introdurre forme di giustizia sociale all’interno della società islamica.
Sayyid QutbSe al-Banna aveva una spiccata simpatia per Adolf Hitler, il sofisticato Sayyid Qutb era un sessuofobo convintamente antisemita, ossessionato dall’estetica del martirio e teorico della jihad offensiva. Le idee di Sayyd Qutb non si estinguono con la sua esecuzione nel 1966 per una presunta cospirazione contro il presidente egiziano Nasser, ma vengono riprese e sviluppate da suo fratello minore Muhammad Qutb che, dopo aver trovato asilo e rifugio in Arabia Saudita, diventa professore di studi islamici presso Al Qaedal’Università di Gedda. Tra i suoi allievi, si distinguono un certo Osama bin-Laden ed il medico egiziano Ayman al-Zawahiri (attuale capo di al-Qaeda).
In soldoni, il pensiero “qutbista” si può riassumere così…
Convinto di vivere nella Jahiliyya, l’era del peccato dell’uomo che vive nell’ignoranza di Allah, il vero fedele musulmano deve intraprendere una lotta senza quartiere (jihad), terroristpossibilmente affidata ad avanguardie di spiriti puri, per la diffusione ed il trionfo dell’islam in tutto il mondo. Si intenda che la lotta in questione non è un concetto metaforico su astrazione intellettuale, ma una concreta mobilitazione armata per una guerra offensiva di conquista, per l’instaurazione globale della sharia (intesa come il massimo delle libertà) e rivolta contro tutti gli infedeli (takfir). Nelle forzatura estrema che ne traggono i salafiti, rientrano nella definizione di infedeli ed apostati, tutti coloro che non rispettano le leggi della sharia. JihadMassimamente vi rientrano i musulmani che non riconoscono l’autorità del califfo e non rispettano scrupolosamente i doveri religiosi, tra i quali la “guerra santa” e la predicazione costituiscono una priorità, cosa che comporta l’accusa di empietà (Takfir wa l-Hijra). Da qui l’inclinazione a colpire indiscriminatamente, senza fare distinzioni tra civili ed inermi, musulmani e non, a puro scopo punitivo: sono tutti peccatori.
isisSnake-terrorTuttavia, quando si parla dell’anomalia arabica e delle pericolose perversioni dell’ideologia salafita, per le dinoccolate democrazie occidentali il massimo scandalo sembra essere costituito dal divieto alle donne saudite di guidare il suv.

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L’emancipazione della donna

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , on 7 marzo 2015 by Sendivogius

mimosa

«L’emancipazione, per la donna, dovrebbe rendere possibile il suo essere umano, nel senso più vero. Tale affermazione, per lei, è un’attività che brama e che vuole raggiungere; e tutte le barriere artificiali devono essere distrutte, per percorrere una strada che le consente una maggiore libertà, eliminando ogni traccia di secoli di sottomissione e schiavitù.
The Tree of lifeQuesto era l’obiettivo originario del movimento per l’emancipazione della donna. Ma i risultati finora ottenuti hanno isolato la donna e l’hanno derubata della sua sorgente della felicità, che è così essenziale per lei. La mera e superficiale emancipazione, ha fatto della donna moderna un essere artificiale che ricorda uno dei prodotti degli arboricoltori francesi con i loro alberi e arbusti arabescati, piramidali, con ruote e corone; nulla eccetto le forme che si vogliono raggiungere dall’espressione delle proprie qualità interiori. Tali piante – coltivate artificialmente – del sesso femminile si trovano in gran numero, soprattutto nella cosiddetta sfera intellettuale della nostra vita.
imagesLibertà e uguaglianza per la donna! Quali speranze e aspirazioni portano queste parole, risvegliando, al loro primo pronunciare, alcuni degli animi più nobili e più coraggiosi di quei giorni. Il sole in tutta la sua luce e gloria, sorge su di un nuovo mondo; in questo mondo, la donna doveva essere libera di dirigere il proprio destino, un obiettivo certamente degno del grande entusiasmo, coraggio, perseveranza e incessante sforzo della tremenda serie di pionieri quali uomini e donne che hanno puntato contro un mondo di pregiudizi e ignoranza.
Le mie speranze si spostano anche verso questo obiettivo, ma insisto sul fatto che l’emancipazione della donna, così come interpretato ed applicato in pratica oggigiorno, non abbia raggiunto il grande fine. Ora, la donna si dovrebbe confrontare con la necessità di emanciparsi dall’emancipazione, se lei desidera veramente di essere libera. Questo può sembrare un paradosso, ma è tuttavia veritiero.
Mother Earth Che cosa ha raggiunto lei con la sua emancipazione? Un uguale suffragio in alcuni stati. Questo ha depurato la nostra vita politica, come molti sostenitori ben intenzionati hanno previsto? Certo che no. Tra l’altro, è giunto il momento che le persone normali e col giudizio sano, cessino di parlare con toni scolastici della corruzione nella politica. La corruzione nella politica non ha nulla a che vedere con la morale o il lassismo dei costumi di varie personalità politiche. La sua causa è tutto un unico materiale. La politica è il riflesso del mondo degli affari e industriali, i quali motti sono: “il prendere mi da più gioia del dare”, “acquistare con imbroglio e vendere legalmente”, “una mano sporca lava l’altra.” Non c’è speranza che anche donna, con il suo diritto di voto, possa mai purificare la politica.
EmmaGoldmanL’emancipazione ha portato la donna all’uguaglianza economica con l’uomo; cioè, lei può scegliere la propria professione e commercio, ma il suo fisico, a causa della forza necessaria, non è allo stesso livello di competizione con l’uomo; lei è spesso costretta a usare tutta la sua energia, la sua vitalità e la tensione di ogni nervo al fine di raggiungere il valore di mercato. Pochissime riescono ad avere successo, perché è un fatto risaputo che le donne medico, avvocato, architetto e ingegnere non sono né rispettati, con la stessa fiducia data ad un uomo, né ricevono ad avere la stessa retribuzione. E quelle che raggiungono la seducente parità, generalmente lo fanno a scapito del loro benessere fisico e psichico. Per quanto riguarda la grande massa di ragazze e donne che lavorano, quanta autonomia è acquisita se vi è la ristrettezza e la mancanza di libertà in casa? E quanta autonomia viene scambiata per la ristrettezza e la mancanza di libertà nello stabilimento, nel negozio, nel magazzino o in ufficio? Inoltre viene posato l’onere su molte donne di prendersi cura di una “casa, dolce casa” fredda, triste, disordinata, poco invitante, dopo una giornata di duro lavoro.
Coventry (UK) 1917[…] La ristrettezza dell’attuale concezione di indipendenza ed emancipazione della donna; il terrore dell’amore per un uomo che non è un suo uguale sociale; la paura che l’amore le tolga la sua libertà e indipendenza; l’orrore che l’amore o la gioia della maternità le impediscono di svolgere la sua professione, creano una vestale obbligatoria nella donna moderna emancipata, la quale vita, con i suoi grandi e profondi dolori e gioie estasianti, non toccano o stringono la sua anima.
[…] Il più grande difetto dell’emancipazione di oggi risiede nella sua rigidità artificiale e nelle sue strette rispettabilità che producono un vuoto nell’anima della donna, che non la fanno bere dalla fonte della vita.
[…] Il diritto al voto, i diritti civili uguali, sono tutte richieste molto positive; ma la vera emancipazione non MotherEarthinizia nelle urne, e nemmeno nei tribunali. Si comincia dall’anima della donna. La storia ci dice che ogni classe oppressa, ha ottenuto la sua vera liberazione dai suoi padroni grazie alle proprie forze. E’ necessario che la donna impari la lezione, che lei si renda conto che la sua libertà arriva quando il suo potere raggiunge tale libertà. E’ molto importante per lei cominciare con la sua rigenerazione interna e liberarsi dal peso di pregiudizi, tradizioni e usanze. La domanda di vari diritti uguali in ogni vocazione nella vita, è giusto ed equo, ma, dopo tutto, il diritto più importante è il diritto di amare ed essere amati.
[…] Si dovrà fare a meno della nozione assurda del dualismo dei sessi, o che l’uomo e la donna rappresentano due mondi antagonisti.
Sex War by Petar Pismestrovic, Kleine Zeitung (Austria)La meschinità separa, l’ampiezza unisce. Cerchiamo di essere ampie e grandi di mentalità. Cerchiamo di non trascurare le cose importanti, a causa della massa di sciocchezze che dobbiamo affrontare. Una vera concezione del rapporto tra i sessi non ammette conquistatori e conquistati; ammette solo una grande cosa: essere se stessi, senza limiti, al fine di essere più ricchi, più profondi e migliori

Emma Goldman Emma Goldman
La tragedia dell’emancipazione della donna
 (Marzo 1906)

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GLOBALISMO

Posted in Uncategorized with tags , , , , , , , , , , , , , , , , on 5 gennaio 2015 by Sendivogius

Immortal ad vitam

Teorico della “società del rischio” (da cui il nome della sua opera più famosa), Ulrich Beck è stato uno dei massimi studiosi dei processi della globalizzazione nelle moderne società di massa delle quali ha analizzato le dinamiche e teorizzato gli effetti, attraverso la “pluralizzazione conflittuale dei rischi” e della loro definizione. Seguendo l’incidenza dei mutamenti su una società sempre più in bilico tra individualizzazione ed atomizzazione, ha contribuito a delinearne i profili.
Beck,-Ulrich-(R.-Schmeken) Nell’ambito della critica sociologica, Ulrich Bech, pur pervaso da un inguaribile ottimismo e con l’occhio sempre attento alla peculiarità tedesca, è stato uno dei più lucidi interpreti della “modernità” della quale ha saputo tracciare le nuove prospettive in un mondo globalizzato, che sapeva investigare come pochi. Ne ha rilevato le trappole concettuali, fornendo sempre nuove chiavi di lettura per potersi orientare in una realtà convulsamente asimmetrica. Distinguendo nettamente tra “globalismo” e “globalizzazione”, mette in discussione la “metafisica del mercato mondiale” con la sua mistica neo-liberale, rivendicando la politicità di una società cosmopolita e policentrica nella sua multidimensionalità su scala mondiale.
Con la scomparsa di Herr Bech, perdiamo una finestra affacciata sulla complessità degli eventi.

helmetMetafisica del mercato mondiale

«Il globalismo riduce la nuova complessità della globalità e della globalizzazione ad un’unica dimensione – quella economica – che viene anche pensata in maniera lineare, come tutto ciò che dipende permanentemente dalle regole del mercato mondiale. Tutte le altre dimensioni (globalizzazione ecologica, glocalizzazione cultura, politica policentrica, il sorgere di spazi e di identità transnazionali) vengono generalmente tematizzate solo presupponendo il dominio della globalizzazione economica. La società mondiale viene così ridotta e contraffatta nella società mondiale del ‘mercato’. In questo senso, il globalismo neo-liberale è una manifestazione del pensiero e dell’agire “unidimensionali”, un’espressione della visione del mondo “monocasuale”, cioè dell’economicismo. Fascino e pericolo di questa nient’affatto nuova metafisica della storia del mercato mondiale traggono origine da un’unica fonte: il bisogno, anzi la smania di semplificare, per orientarsi in un mondo divenuto indecifrabile.
Quanto questa metafisica del mercato mondiale renda ciechi lo si vede nelle discussioni sulla riforma delle pensioni.
[…] Quando, in economia e in politica, i neoliberali sostengono che il sistema pensionistico è antieconomico, poiché lo stesso denaro potrebbe essere investito in modo più redditizio in fondi pensione privati, essi dimostrano una volta di più che del significato politico-culturale di queste cose capiscono quanto i sordi della musica. Infatti, da un lato le pensioni assicurano anche quelli che non pagano contributi per esse, come gli altri membri della famiglia (moglie e figli), e dall’altro i datori di lavoro sono fatti partecipare ai costi.
Wolfgang Schäuble[…] Quel che c’è di spregevole quando si parla delle pensioni come di un “sistema collettivo di coercizione” (Wolfgang Schäuble) è che con ciò viene diffamato e sacrificato un pezzo di solidarietà sociale, e proprio da parte di quelli che più di tutti lamentano la perdita dei valori tradizionali.

Il cosiddetto libero mercato mondiale

Il globalismo leva un inno al libero mercato mondiale. Si sostiene che l’economia globalizzata sia destinata ad aumentare il benessere in tutto il mondo e con ciò ad eliminare situazioni sociali insostenibili. Anche nella tutela dell’ambiente, così si dice, si possono ottenere progressi tramite il libero mercato, poiché il meccanismo della concorrenza contribuirebbe alla protezione delle risorse e indurrebbe ad un rapporto non aggressivo con la natura.
Con ciò viene tuttavia trascurato intenzionalmente il fatto che viviamo in un mondo infinitamente lontano da un modello di libero mercato fondato sui vantaggi che possono derivare dalla comparazione dei costi à la David Ricardo. L’alta disoccupazione nel cosiddetto terzo mondo e nei paesi postcomunisti d’Europa costringe i governi di questi paesi a praticare una politica economica orientata alle esportazioni a spese degli standard ecologici e sociali. Con basse retribuzioni, spesso con condizioni di lavoro pessime ed estromettendo di fatti i sindacati, questi paesi concorrono l’un contro l’altro e con i ricchi paesi dell’Ovest per assicurarsi capitale straniero.
L’affermazione per cui il mercato mondiale rafforza la competizione e porta ad un abbassamento dei costi, del quale alla fine tutti approfittano, è notevolmente cinica. Non si dice che ci sono due modi di abbassare i costi: o tramite un’accresciuta redditività (miglior tecnologia, organizzazione, ecc.) oppure tramite l’abbassamento degli standard di produzione e lavoro umani. Le aziende ricavano di più, ma solo grazie ad una caduta della qualità dei prodotti e dei servizi offerti.

Drammaturgia del rischio

[…] Anche la pretesa di insediare sua maestà il marco tedesco sul trono dei rapporti sociali è tutt’altro che nuova….
Il globalismo trae il suo potere solo in piccola parte dal suo effettivo verificarsi. Il potere del globalismo deriva per lo più dalla messa in scena della minaccia: domina il “potrebbe essere”, il “dovrebbe essere”, il “se…allora”.
Ciò da cui le imprese transnazionali traggono il loro potere è dunque una specie di società del rischio. Non il “malaugurato verificarsi” dell’effettiva globalizzazione economica, come ad esempio il completo trasferimento di posti di lavoro in paesi dai bassi salari ma, prima ancora, la di minaccia di ciò: il gran parlare che se ne fa provocano paure, spaventano e costringono infine gli antagonisti politici e sindacali a fare ciò che la “disponibilità agli investimenti” richiede, per evitare qualcosa di ancora peggiore. L’egemonia semantica, la paura del globalismo fomentata pubblicamente è una fonte di potere, dalla quale il sistema industriale ricava il suo potenziale stretegico.

Assenza di politica come rivoluzione

Il globalismo è un virus che ha colpito ormai tutti i partiti, tutte le sedi, tutte le istituzioni. Il principio su cui si base non ha a che vedere solo con la politica dei profitti, ma sul fatto che tutti e tutto – politica, scienza, cultura – sono sottomessi al primato dell’economico.
[…] Una sorta di setta religiosa i cui seguaci e profeti non distribuiscono volantini alle uscite della metropolitano, ma annunciano la salvezza del mondo ad opera del mercato.
Il gloabalismo neoliberale è a tale riguardo una manifestazione altamente politica, che si esprime però in modo completamente impolitico. Mancanza di politica come rivoluzione! L’idea di questo globalismo è: non si agisce ma si ubbidisce alle leggi del mercato mondiale, le quali costringono a ridurre al minimo lo Stato (sociale) e la democrazia

Ulrich Beck
Che cos’è la globalizzazione
Carocci Editore Roma, 1999.
(Pagg 142-146)

cartoon_globalization1Era il 1997 e la grande depressione del XXI secolo non esisteva nemmeno nelle ipotesi di scuola.
Helghast SenatusL’Europa non s’era ancora trasformata in un moloch tecnocratico dalle pulsioni sempre più totalitarie… L’euro non era ancora stato posto in gestazione (ad immagine e somiglianza del marco tedesco), mentre al suo posto circolava un famigerato prototipo chiamato ECU: come surrogato, fu un mezzo disastro a precorrimento dei successivi sviluppi…

Suora

Il Telemaco di Firenze probabilmente sgambettava ancora in braghette di tela nel cortile dell’oratorio, mentre l’allora centrosinistra si suicidava sotto le fragile fronde dell’Ulivo… Il papi fanfaroneggiava di milioni di posti di lavoro…. Ed il peggio era ancora da venire.

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MASS-ATTACK!

Posted in A volte ritornano, Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 6 marzo 2014 by Sendivogius

LUKAS

In un’epoca all’apparenza complicata come la nostra, dove (tra società liquida, post-democrazia, tecnocrazia, mediocrazia, iper-democrazia…) i neologismi si sprecano, per spiegare ciò che nella sua polverizzazione semantica sfugge ad una catalogazione certa, in abbondanza di interpretazioni, forse è il caso di (ri)dare la parola ad un Autore che ‘complicato’ lo fu davvero. Non foss’altro perché nella poliedricità del suo pensiero, le etichettature gli vanno sicuramente strette, con tutta la banale semplificazione che ciò sempre comporta. Il riferimento è allo spagnolo José Ortega y Gasset: sincero liberaldemocratico ed icona del pensiero conservatore; ostensore del primato della ‘tecnica’, ma raffinato umanista e filosofo (che di competenza scientifica non ne aveva alcuna). Elitista e vagheggiante propugnatore di una nuova aristocrazia dello spirito, è un individualista convinto, ma impermeabile ad ogni forma di discriminazione. Intriso di idealismo tedesco, spazia dal razionalismo scientifico alla metafisica (senza dimenticare Cartesio), passando per lo storicismo, per approdare ad una originale sintesi sincretica tra esistenzialismo e vitalismo nietzschiano. Ammiratore del liberalismo anglosassone e avverso ad ogni dispotismo (specialmente se di matrice ‘statalista’), si ispira quanto mai alle opere di un fiero reazionario (ma non razzista) come Oswald Spengler, con la sua statolatria autoritaria, ed alla filosofia dell’ermetico Martin Heidegger, con le sue simpatie naziste ed il sedimentato antisemitismo.
Ortega y GassetIn sommi capi, secondo Ortega y Gasset, per avere una visione quanto più organica possibile della realtà, è necessario mettere insieme e collegare le diverse prospettive individuali, onde delineare i contorni di uno schema concettuale unitario, tanto più completo quanto più ampia è la sommatoria delle diverse prospettive e tutte degne di interesse.
Con ampio anticipo, quello che il filosofo iberico paventa è un’iperdemocrazia ostaggio della superficialità umorale delle masse, consegnate nell’anonimato della loro mediocrità (e ignoranza) alla manipolazione emotiva attraverso stimoli indotti, nella costante riduzione dei problemi ad una estrema semplificazione su base puramente emotiva. E in questo individua subito il vero protagonista dell’età contemporanea…

«C’è un fatto che, bene o male che sia, è il più importante nella vita pubblica europea dell’ora presente. Questo fatto è l’avvento delle masse al pieno potere sociale. E siccome le masse, per definizione, non devono né possono dirigere la propria esistenza, e tanto meno governare la società, vuol dire che l’Europa soffre attualmente la più grave crisi che tocchi di sperimentare a popoli, nazioni, culture. Questa crisi s’è verificata più d’una volta nella storia. La sua fisionomia e le sue conseguenze sono note. Se ne conosce anche il nome. Si chiama la ribellione delle masse

  José Ortega y Gasset
La ribellione delle masse
Il Mulino (1962)

È quella “massa”, intesa come folla anonima e frenetica, che spesso e volentieri viene impropriamente chiamata “popolo” quando invece è plebe, coi suoi istinti elementari e pulsioni primarie. Popolo e plebe sono Grilloi due termini che sovente vengono confusi, nell’incapacità di distinguerne l’intrinseca differenza. E il “popolo” diventa il feticcio ideologico pronto uso, per ogni lestofante che voglia ammantarsi dell’aurea messianica del condottiero di folle, adibite a strumento coreografico e di pressione per i propri personalismi.

«Il concetto di moltitudine è quantitativo e visivo. Traduciamolo, senza alterarlo, nella terminologia sociologica. Allora troviamo l’idea della massa sociale. La società è sempre una unità dinamica di due fattori: minoranze e masse. Le minoranze sono individui o gruppi d’individui particolarmente qualificati. La massa è l’insieme di persone non particolarmente qualificate. Non s’intenda, però, per masse soltanto, né principalmente, “le masse operaie”. Massa è l’uomo medio.»

Nell’impazzimento generale del tempo presente, tra rigurgiti populisti e neo-fascismo di ritorno, tra nuove elite tecnocratiche e oligarchie timocratiche, dove la figura dominante è tornata ad essere il Capo (“politico” o meno che sia) in tutta la sua immanenza tribunizia e decisionista, sia essa la salma inceronata del papi nazionale, o il profilo ridanciano di un Renzi, o il muso barbuto di un Grillo che tra purghe interne e atti di sottomissione grugnisce qualcosa a proposito di “iperdemocrazia e partecipazione diretta” (certificata dal fantomatico Staff), nella sua profondità preveggente, il pensiero di Ortega y Gasset riconquista una freschezza ed una attualità insospettabili.

«Oggi assistiamo al trionfo d’una iperdemocrazia in cui la massa opera direttamente senza legge, per mezzo di pressioni materiali, imponendo le sue aspirazioni e i suoi gusti. È falso interpretare le nuove situazioni come se la massa si fosse stancata della politica e ne devolvesse l’esercizio a persone «speciali». Tutto il contrario. Questo era quello che accadeva nel passato, questo era la democrazia liberale. La massa presumeva che, in ultima analisi, con tutti i loro difetti e le loro magagne, le minoranze dei politici s’intendevano degli affari pubblici un po’ più di essa.
Adesso, invece, la massa ritiene d’avere il diritto d’imporre e dar vigore di legge ai suoi luoghi comuni da caffè [oggi diremmo “da bar” n.d.r.]. Io dubito che ci siano state altre epoche della Storia in cui la moltitudine giungesse; a governare così direttamente come nel nostro tempo. Per questo parlo d’iperdemocrazia.»

Ortega y Gasset parla di “ribellione delle masse” ad ogni forma di coinvolgimento realmente analitico e responsabilizzazione individuale, che vada oltre i colori cangianti degli umori che si agitano sulla superficie delle società massificate.
Mars AttacksNe contesta la pretesa universalistica nelle sue assolutizzazioni ideologiche; la sua aspirazione all’unanimità, che poi è insofferenza verso ogni forma di dissenso o comportamento discrepante dalla volontà della maggioranza. Soprattutto non tollera l’uso che della volgarità le masse (ed i suoi demiurghi) fanno, elevandola a titolo di merito di una semplificazione estrema, rivendicando una sorta di genuinità primigenea nell’arroganza tipica di chi fa dell’esibizione della propria ignoranza un vanto…

«Se gl’individui che affollano la massa si ritenessero particolarmente dotati, avremmo non più che un caso d’errore personale, non già un sovvertimento sociologico. Il fatto caratteristico del momento è che l’anima volgare, riconoscendosi volgare, ha l’audacia d’affermare il diritto della volgarità e lo impone dovunque.
La massa travolge tutto ciò che è differente, singolare, individuale, qualificato e selezionato. Chi non sia come “tutto il mondo”, chi non pensi come “tutto il mondo” corre il rischio di essere eliminato. Ed è chiaro che questo “tutto il mondo” non è “tutto il mondo”. “Tutto il mondo” era normalmente l’unità complessa di massa e minoranze discrepanti, speciali.
Adesso “tutto il mondo” è soltanto la massa.»

Ne denuncia il primitivismo e la presunzione di chi, pretendendo di sostituirsi agli ordinamenti vigenti, non è minimamente in grado di garantirne il funzionamento o costruire una valida alternativa…

“L’uomo-massa attuale è, effettivamente, un primitivo, che dalle quinte è scivolato sul palcoscenico della civiltà.”

Ed è curioso che le sue osservazioni sugli eccessi della iperdemocrazia giungano in un periodo in cui l’intera Europa è sconquassata dall’avvento dei totalitarismi, cogliendo nella contraddizione l’intima connessione tra le degenerazioni di una gigionesca ipertrofia democratica, che finisce per essere una parodia della stessa nella distorsione delle forme partecipative, e la sua intrinseca negazione in senso autoritario…

«Noi viviamo sotto il brutale impero delle masse. Esattamente: già abbiamo chiamato due volte “brutale” quest’impero, già abbiamo pagato il nostro tributo al dio dei luoghi comuni; e adesso, con il biglietto alla mano, possiamo allegramente entrare nel tema, osservare di dentro lo spettacolo.»

In questo Ortega y Gasset, con la sua diffidenza verso l’avvento di masse amorfe dalla matrice unidimensionale e facilmente influenzabili, ripercorre il solco già tracciato da autori come Georges Sorel o Gustave Le Bon, ma anche Sigmund Freud e Robert Musil.
GROSZ - MetropolisNella sua opera più famosa, La Ribellione delle masse, che poi è una raccolta di articoli pubblicati nell’arco del 1929 in piena depressione economica e durante la crisi della Repubblica di Weimar, come una serie di nodi irrisolti, estrapolati dal loro specifico contesto storico e sociale, si potrebbero quasi riconoscere le analogie con la situazione attuale (dall’Europa alla crisi della rappresentanza democratica), tanto numerose sono le affinità a tal punto da non riuscire sempre a distinguere con sicurezza passato e presente.
Nell’ambito prospettico da lui stesso enunciato in merito all’analisi sociale, quella di Ortega y Gasset costituisce dunque una prospettiva di pensiero dal notevolissimo spessore, che merita di essere riproposta come una sorta di variante parodistica ai cicli vichiani. Oppure, per fare il verso a Friedrich Nietzsche (che influenzò non poco il pensiero del filosofo spagnolo), come un ennesimo richiamo alle suggestioni dell’eterno ritorno

Grosz«Nel nostro tempo domina l’uomo-massa; è lui che decide. E non si dica che questo era quello che accadeva già all’epoca della democrazia del suffragio universale. Nel suffragio universale non decidono le masse; ma la loro funzione è consistita nell’aderire alla decisione dell’una o dell’altra minoranza. Ciascuna di queste presentava il suo “programma” vocabolo eccellente. I programmi erano, in realtà, programmi di vita collettiva. In essi si invitava la massa ad accettare un progetto di decisione.
Oggi avviene una cosa assai differente. Se si osserva la vita pubblica dei paesi dove il trionfo delle masse s’è spinto innanzi sono i paesi mediterranei sorprende di notare che in essi sì vive politicamente giorno per giorno. Il fenomeno è oltremodo strano. Il Potere pubblico si trova nelle mani di un rappresentante di masse. E queste sono tanto potenti, che hanno annullato ogni possibile opposizione. Sono padrone del Potere pubblico in forma tanto incontrastabile e assoluta, che sarebbe difficile trovare nella Storia situazioni di governo tanto prepotenti come queste. E tuttavia, il Potere pubblico, il Governo, vive alla giornata; non si presenta come un avvenire franco, non significa un chiaro annunzio del futuro, non appare come l’inizio di qualcosa il cui sviluppo o evoluzione risulti opinabile. Insomma, vive senza programma di vita, senza progetti. Non sa dove va, perché, a rigore, non avanza, non guarda a un cammino prefisso, a una traiettoria segnata in anticipo. Quando questo Potere pubblico cerca di giustificarsi, non allude per nulla al futuro, ma, al contrario, si reclude nel presente e dice con perfetta sincerità: «Sono un modo anormale di governo che è imposto dalle circostanze». Cioè dall’urgenza del presente, non per calcolo del futuro. Da qui il fatto che la sua estrinsecazione si riduca a schivare il conflitto di ogni ora; non a risolverlo, ma ad eluderlo provvisoriamente, impiegando tutti i mezzi, qualunque essi siano, a costo anche di accumulare con il loro ricorso maggiori conflitti sul prossimo avvenire. Così è stato sempre il Potere pubblico, quando lo esercitarono direttamente le masse: onnipotente ed effimero. L’uomo-massa è l’uomo la cui vita manca di programma e corre alla deriva. Per questo non costruisce mai, sebbene le sue possibilità, i suoi poteri, siano enormi.»

È passato quasi un secolo dalla sua stesura originale, ma sembra il ritratto sputato dell’Italia contemporanea con le sue pastoie burocratiche e governi di “larghe intese”.
Con singolare preveggenza, l’elitarismo aristocratico e nostalgico di Ortega y Gasset, la cui visione idealizzata delle elite liberali ottocentesche non è del tutto scevra da spunti più che reazionari, nel denunciare il livellamento dal basso, tiene conto anche della tipologia dominante dell’anti-politico, ritratto nel suo narcisismo auto-referenziale e nell’insipienza della sua mediocrità elevata ad elemento dominante del suo agitarsi ‘movimentista’.

Silvione lo Zozzone«L’uomo-massa si sente perfetto. Un individuo di selezione, per sentisi perfetto, ha bisogno di essere particolarmente vanitoso, e la pretesa nella sua perfezione non è essenzialmente legata alla sua natura, non è genuina, ma gli deriva dalla sua vanità, e perfino lui stesso serba un carattere fittizio, immaginario e problematico. Per ciò il vanitoso ha bisogno degli altri, cerca in loro la conferma dell’idea che vuole nutrire di se stesso. Sicché nemmeno in questo caso morboso, neppure se “accecato” dalla vanità, l’uomo selezionato riesce a sentirsi veramente completo. Invece, all’uomo mediocre dei nostri giorni, il nuovo Adamo, non capita affatto di dubitare della sua plenitudine.
La propria fiducia in sé è, al pari di Adamo, paradisiaca. L’ermetismo formatosi nella sua anima gl’impedisce d’intuire quella che sarebbe la prima condizione per scoprire la propria insufficienza: paragonarsi ad altri individui. Paragonarsi significherebbe uscire un istante da se stesso e trasferirsi nell’ambito del prossimo. Però l’anima mediocre è incapace di trasmigrazioni – attività suprema.
Noi c’incontriamo, allora, con la stessa differenza che eternamente esiste fra l’ignaro e il perspicace. Quest’ultimo si sorprende sempre a un pelo d’essere ignaro; perciò fa uno sforzo per sfuggire all’imminente ignoranza, e in questo sforzo risiede l’intelligenza. L’ignaro, invece, non si sospetta neanche: si ritiene avvedutissimo, e da qui l’invidiabile tranquillità con cui l’ignaro s’abbandona e si conferma nel suo torpore.
Il MerdoneCome quegl’insetti che non si sa come estrarre dal nido dove abitano, non c’è neanche il modo di sloggiare l’ignaro dalla sua insipienza, di portarlo un po’ più in là della sua cecità e obbligarlo a mettere a fuoco la sua torbida visione abituale con altri punti di vista più sottili. L’ignaro lo è a vita e senza respiro. Per questo diceva Anatole France che un imbecille è più funesto d’un malvagio: perché il malvagio qualche volta si riposa, l’imbecille mai.
Ma non si tratta che l’uomo-massa sia ignaro. Al contrario, l’attuale è più pronto, possiede maggiore capacità intellettiva di qualunque altro di altre epoche. Però questa capacità non gli serve a nulla; a rigore, la vaga sensazione di possederla gli serve soltanto per chiudersi di più in se stesso e non usarla. Una volta, per sempre egli consacra dentro la propria coscienza l’assortimento di luoghi comuni, pregiudizi, parvenze d’idee, o, semplicemente, vocaboli vacui che il caso ha ammucchiato nel suo intimo, e, con una audacia che si spiega soltanto con l’ingenuità, li imporrà dovunque.
Questo è ciò che nel primo capitolo indicavamo come caratteristica della nostra epoca: non già che l’uomo volgare creda d’essere eccellente e non volgare, ma è ch’egli stesso proclami e imponga il diritto della volgarità, o la volgarità come un diritto.»

  José Ortega y Gasset
La ribellione delle masse
Il Mulino (1962)

È quasi inquietante notare come la descrizione fenomenologica di Ortega y Gasset sembri calzare alla perfezione sulle deprimenti macchiette nostrane che, lungi dal costituire un unicum nazionale, costituiscono piuttosto un ideal-tipo predominante nei periodi di crisi in tutta la sua funesta evanescenza.

«L’uomo medio si trova con “idee” dentro di sé, però manca della funzione di pensare. Non sospetta neppure qual è l’elemento sottilissimo in cui le idee possono vivere. Vuole opinare, però non vuole accettare le condizioni e i presupposti dello stesso pensare. Da qui procede che le sue idee non siano effettivamente se non appetiti rivestiti di parole […] L’uomo-pirlacchionemassa si sentirebbe perduto se accettasse la discussione, e d’istinto ripudia l’obbligo di rispettare questa istanza suprema che si trova al di fuori di lui. Perciò il “nuovo” è in Europa “finirla con le discussioni”, e si detesta ogni forma di convivenza che per se stessa implichi rispetto di norme oggettive, dalla semplice conversazione fino al Parlamento, passando per il territorio della stessa scienza. Questo vuol dire che si rinunzia alla convivenza della cultura, che è una convivenza al riparo di norme, e si retrocede a una convivenza barbara.
[…] Bisogna ricordare che in ogni tempo, allorché la massa, per questo o quel motivo, ha agito nella vita pubblica, lo ha fatto in forma di “azione diretta”. È stato sempre, invero, il modo di operare naturale alle masse. […] Ogni convivenza umana va precipitando sotto questo nuovo regime in cui si sopprimono le istanze indirette. Nella pratica sociale si sopprime la «buona educazione». La letteratura, come “azione diretta”, si affida all’insulto.
Parla con me[…] Civiltà vuol dire, anzitutto, volontà di convivenza. Si è incivile e barbaro nella misura con cui ciascuno non senta il rapporto reciproco con gli altri. La “barbarie” è soprattutto tendenza alla dissociazione. E così tutte le epoche barbare hanno costituito sempre una dissipazione umana, un pullulare di gruppi minimi e tra loro separati e ostili.
[…] La massa non desidera la convivenza con ciò che non s’identifica con essa. Odia a morte ciò che non è essa stessa.
Orellana sfiduciato[…] Ci sono istituzioni morte, valori e stime che sono pure Matteo Renzisopravvivenza e ormai prive di significato, soluzioni indebitamente complicate, norme che hanno rivelato la loro insufficienza. Tutti questi elementi dell’azione indiretta, della civiltà, richiedono un’epoca di slancio semplificatore. L’abito di gala e lo sparato romantici sollecitano una vendetta per mezzo dell’attuale déshabillé e dello stare “in maniche di camicia”

  José Ortega y Gasset
“La ribellione delle masse”
Il Mulino (1962)

Sembra quasi di ritrovarsi allo specchio, seppur ritrovato in soffitta tra i cimeli di famiglia…
Mala tempora currunt sed peiora parantur.

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Countdown

Posted in Muro del Pianto with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , on 17 gennaio 2014 by Sendivogius

hellsing-13

La drammatica prosecuzione delle Laide Intese supera il masochismo più estremo e rischia di pesare come una lapide (tombale) su quello che fu il “maggior partito della sinistra italiana”, con tanto di vocazione maggioritaria, e quanto mai prossimo alla tumulazione sotto le macerie di un governissimo, che ogni giorno perde pezzi indecenti dai suoi impresentabili gabinetti ministeriali. Il principale azionista di una maggioranza, prossima più alla demolizione che al capolinea, sembra quasi intento a vergare il proprio epitaffio funebre, nella difesa suicida di una parabola governativa ormai all’epilogo della sua fase discendente. Prigioniero com’è della paralizzante chimera migliorista, il partito bestemmia si contorce nell’incapacità di affrancarsi dal mito autogenerato della Stabilità, che poi è la patologica reiterazione di un “governismo ossessivo compulsivo che tenta di spacciare per Responsabilità”.
Faccia da schiaffi Dinanzi allo spettacolo desolante di una “sinistra” istituzionalizzata, che però ha la decenza di non definirsi nemmeno più tale, schiacciata tra (ex) giovani democristiani e giovani turchi allo sbaraglio, in perenne crisi di identità, la non-soluzione è rimessa alla continua ricerca di sempre nuovi padri putativi per supplire alla nascita da una madre incerta. A volte basterebbe rileggere i classici e riscoprire i padri nobili di una Sinistra Balena biancache fu grande, prima di farsi “centro”, scoprirsi liberal-liberista, e smarrire senso e sostanza in nome di un riformismo astratto, incapace di andare oltre il vuoto di una retorica fumosa, riducendosi a fare da scendiletto ad imbarazzanti nullità, sciaguratamente elevate a ministro, in ossequio ad una alleanza incestuosa (e vergognosa!) e rapporti innominabili con vecchi satrapi viziosi.

 Il Regime dei Pascià

Nunzia De Girolamo «L’Italia è il paese dove si è sempre verificato questo fenomeno curioso: gli uomini politici, arrivando al potere, hanno immediatamente rinnegato le idee e i programmi d’azione propugnati da semplici cittadini.
[…] i ministri non sono mandati e sorretti al potere da partiti responsabili delle deviazioni individuali di fronte agli elettori, alla nazione. In Italia non esistono partiti di governo organizzati nazionalmente, e ciò significa che in Italia non esiste una borghesia nazionale che abbia interessi uguali e diffusi: esistono consorterie, cricche, clientele locali che esplicano un’attività conservatrice non dell’interesse generale…. ma di interessi particolari di clientele locali affaristiche. I ministri, se vogliono governare, o meglio se vogliono rimanere per un certo tempo al potere, bisogna s’adattino a queste condizioni: essi non sono responsabili dinanzi a un partito che voglia difendere il suo prestigio e quindi li controlli e li obblighi a dimettersi se deviano; non hanno responsabilità di sorta, rispondono del loro operato a forze occulte, insindacabili, che tengono poco al prestigio e tengono invece molto ai privilegi parassitari.
Il regime italiano non è parlamentare, ma, è stato ben definito, regime dei pascià, con molte ipocrisie e molti discorsi democratici.»

Antonio Gramsci
(18/07/1918)

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Deus ex machina

Posted in Masters of Universe with tags , , , , , , , , , , , on 4 aprile 2011 by Sendivogius

La storia degli uomini è la storia dei loro fraintendimenti con dio. né lui capisce noi, né noi capiamo lui

José Saramago
CAINO
Feltrinelli, 2010

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