Archivio per Partiti politici

(96) Cazzata o Stronzata?

Posted in Zì Baldone with tags , , , , , , , , , on 4 marzo 2017 by Sendivogius

Classifica FEBBRAIO 2017”

ass-face-kenny I partiti politici non hanno mai goduto di grande considerazione. Ultimamente, se possibile, la situazione è persino peggiorata, tanto che le quotazioni generali sono tutte al ribasso. Tuttavia, e nonostante il trend negativo, c’è un parametro fuori scala…
Che il PD fosse nato sotto i peggiori auspici è stata una evidenza fin dai suoi nefasti primordi. In pratica, si è trattato di una gravidanza surrogata in seno alla cosiddetta “sinistra riformista” erede del peggior consociativismo trasformista, che ha trovato più che naturale farsi impiantare un embrione democristiano, per incubare la più grande neoplasia tumorale dai tempi della DC (di cui ne è l’erede peggiore), fino all’irreversibile metastasi finale. Raramente un partito politico è riuscito a sputtanarsi a simili livelli ed in così poco tempo, in una raffica di scandali, di leggi-vergona, cricche elettorali, voti di scambio, commistioni di potere e conflitti di interessi (che nemmeno il Pornonano ai suoi tempi migliori!)… trasformandosi nel più ributtante comitato affaristico-massonico a perenne vergogna dell’indegna costipazione coprolitica che si fa chiamare “partito democratico”.
filomena-mastromarinoPer incompetenza, arroganza, presunzione, cialtronismo, insopportabile prosopopea di ambiziosi fighetti figli di papà, il Partito Bestemmia riesce ad essere surclassato soltanto dalla Setta del Grullo sbraitante, coi suoi sbavanti cagnetti da riporto. Ma qui siamo in presenza di un “Movimento” (masturbatorio) di mani che evidentemente hanno trovato un’alternativa al consumo di pornografia su internet, per esprimere altrove le loro polluzioni adolescenziali di peter-pan mai cresciuti.
E se i partiti declinano, la grande alternativa risiede nel ritorno dell’uomo forte, in un cicciare di attempati energumeni ringhianti, dalle chiome frollate in acconciature improbabili, il cipiglio ducesco del compianto Benito (e la medesima mimica clownesca), secchiate di bava riscaldata in un ribollire di umori fetidi nei quali pescare a piene zampe, per dare colore (tendenziamente sul bruno) all’allegra sagra fascistoide di ritorno. Insomma, si tratta di un grumo di vegliardi in nandropausa, palesemente disturbati, che cercano di compensare il crollo testosteronico con l’esibizione compulsiva delle loro turgide teste di cazzo. Quanto di meglio produce la “gente” (di merda), quando s’inkazza.

Hit Parade del mese:

01 - Coglione del mese01. IL VENTRE DELLA BESTIA

[18 Feb.] «Lanciamo un conto alla rovescia per l’abolizione dei vitalizi. Se questa delibera dovesse essere sabotata, statene certi, convocheremo il popolo italiano sotto al Parlamento e sarà l’Armageddon dei partiti»
(Luigi Di Maio, Vicepresidente del Parlamento)

bossetti02. INSEMINOID

[14 Feb.] «Sono stata inseminata a mia insaputa»
(Ester Arzuffi, la mamma di Bossetti)

ghedini03. COME SEMPRE..!

[12 Feb.] «Forza Italia vuole andare al voto quanto prima e Silvio Berlusconi, come sempre, farà prevalere gli interessi del Paese rispetto ai propri»
(Niccolò Ghedini, l’Azzeccagarbugli del Pornocrate)

di-battista04. PUGNI D’AMORE

[08 Feb.] «Gli attacchi che facciamo sono atti d’amore verso i giornalisti, noi siamo innamorati della stampa libera!»
(Alessandro Di Battista, il Farinacci a 5 stelle)

renzi05. IL PELLEGRINAGGIO ELETTORALE

[15 Feb.] «Sto girando molto per l’Italia e mi capita di ascoltare, vedere, discutere. Modello Scampia, insomma. Mi serve molto e mi aiuta a capire meglio cose che fino a due mesi fa vedevo solo blindato dai cerimoniali. Mi suggerite luoghi da visitare e persone da incontrare? Esperienze che possono essere utili.»
(Matteo Renzi, l’Errante)

renzi206. LE PAROLE SONO IMPORTANTI

[02 Feb.] «So che le elezioni non possono essere il secondo tempo dopo il referendum. Quando si perde a calcio, non ci si riprova con la pallanuoto. Io ho avuto la possibilità di tirare un calcio di rigore il 4 dicembre. Me l’hanno parato… Anzi, l’ho tirato male, malissimo»
(Matteo Renzi, il Filosofo)

renzi307. FUFFALAND

[22 Feb.] «Mentre la politica italiana post-referendaria litiga su tutto o quasi, il mondo fuori continua a correre. Ho deciso di staccare qualche ora – mentre il PD scrive le regole per il congresso – e di dedicarmi ad alcuni incontri di qualità in California. Il futuro, prima o poi, torna….
In questo primo giorno mi ha colpito – tra l’altro – la visita a Tesla, l’innovativa azienda di auto elettriche che ha il quartier generale a Palo Alto.
Ho incontrato il vulcanico fondatore, Elon Musk, una personalità che mi aveva sempre incuriosito molto e che non avevo mai conosciuto prima di oggi. Difficile sintetizzare in breve i contenuti della chiacchierata. La scommessa sulle energie alternative per la mobilità, ma anche per la casa, il sogno di rendere possibile la vita su Marte, il super treno chiamato HyperLoop che sta facendo i primi esperimenti proprio in questi mesi, il design, l’Europa, la sostenibilità.»
(Matteo Renzi, l’Innovatore)

ciccione-di-merda08. IL FROCIOMETRO

[08 Feb.] «Per trovare un etero a Sanremo bisogna cercare in seconda fila Malgioglio. C’è uno squilibrio sul palco, troppi gay. La lobby Lgbt riesce ad imporre ospiti che vogliono obbligarci ai loro stili di vita pericolosi»
(Mario Adinolfi, caso dis-umano)

scotto09. SEMPLIFICAZIONI

[28 Feb.] «La sigla del nostro movimento? Faccio un appello: non chiamateci DP ma AMDP, ovvero Articolo 1 Movimento Democratico Progressista. Ci è venuto in modo abbastanza naturale»
(Arturo Scotto, l’Alternativo)

raggi-grillo-roma10. EVIDENZE

[09 Feb.] «Virginia Raggi è onesta e pure preparata»
(Beppe Grillo, il Garante)

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TRANSFORMER ITALIA

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Hellraiser - Cubo di Le Marchand

Con l’asciuttezza che ne distingue la prosa e le analisi, gli storici anglosassoni definiscono il Trasformismo, come una pratica di governo per la formazione di coalizioni centriste a maggioranza variabile e mutualità di intenti nella loro fumosità ideologica.

Storia d'Italia «Il trasformismo è uno dei modi in cui può funzionare il sistema parlamentare, e questo tipo di permanente coalizione centrista tendeva indubbiamente a dare alla lotta politica un carattere meno polemico e più moderato. Ma di quando in quando anche taluni liberali erano costretti a riconoscere che…. l’assenza di aperte controversie aveva un effetto paralizzante e negativo.
[…] Il trasformismo venne attaccato e accusato di essere una degenerazione della prassi del compromesso…. che nascondeva l’assenza di convinzioni profonde.
[…] Depretis, Crispi, e lo stesso Giolitti ricorsero tutti uno dopo l’altro allo stesso metodo, e ciò con lo scopo preciso di impedire che potesse formarsi un’opposizione organizzata, in quanto in circostanze di emergenza il Presidente del Consiglio era così sempre in grado di allargare la schiera dei suoi sostenitori, grazie a una “combinazione” con alcuni dei dissidenti potenziali. Quest’assenza di una opposizione ben articolata ebbe talvolta effetti quanto mai negativi nella vita costituzionale italiana, come ad esempio la rapida successione di ministeri che ne risultava, dato che quella che sembrava una solida maggioranza si volatilizzava da un giorno all’altro

  Denis Mack Smith
 “Storia d’Italia
  Laterza, 1987.

Agostino DepretisStoricamente, il metodo si afferma nella seconda metà del XIX° secolo con l’insediamento del gabinetto governativo di Agostino Depretis, quando la contrapposizione, del tutto fittizia, in seno al blocco liberale nel Parlamento tra l’ala conservatrice (“Destra”) e quella progressista (“Sinistra”), si risolse con una serie omogenea di esecutivi di compromesso, fondati sullo scambio clientelare e la gestione condivisa del potere su base personalistica.

«Una volta al governo la Sinistra, che era salita al potere soltanto grazie all’aiuto di gruppi dissidenti della Destra, trovò che le riforme erano più difficili da attuare che da predicare. Il discorso inaugurale della Corona nel novembre del 1876 accennò una volta ancora al maggiore decentramento amministrativo, ma si trattava soltanto di parole. Depretis si sforzò in ogni modo di far apparire il suo ministero più progressista di quello precedente, ma in pratica non poté far molto di più che promettere di studiare possibili riforme future e di usare metodi meno autoritari nell’applicazione della legge. Neppure quest’ultima promessa fu mantenuta

  Denis Mack Smith
  “Storia d’Italia
  Laterza, 1987.

Ed è piuttosto illuminante ricordare come Agostino Depretis illustrò il nuovo corso ai propri elettori, in uno dei suoi celebri discorsi nel suo feudo elettorale di Stradella…

«I partiti politici non si debbono fossilizzare né cristallizzare. Ed eccovi quel che io diceva in questo stesso luogo l’8 Ottobre 1876:
[…] Io spero che le mie parole potranno facilitare quella concordia, quella faconda trasformazione dei partiti, quella unificazione delle parti liberali della Camera, che varranno a costituire quella tanto invocata e salda maggioranza, la quale ai nomi storici tante volte abusati e forse improvvidamente scelti dalla topografia dell’aula parlamentare, sostituisca per proprio segnacolo un’idea comprensiva, popolare, vecchia come il moto, come il moto sempre nuova, il progresso.”
Noi siamo, o signori, io aggiungeva, un Ministero di progressisti.
E lo siamo ancora, e se qualcheduno vuole entrare nelle nostre file, se vuole accettare il mio modesto programma, se vuole trasformarsi e diventare progressista, come posso io respingerlo?»

 Agostino Depretis
(08/10/1882)

Cronache marziane Istituito sotto i migliori auspici, il gabinetto Depretis fece del “trasformismo” una filosofia di governo, destinata ad avere successo e contribuendo non poco a sedimentare quella palude istituzionale, che spalancò le porte al fascismo in violenta polemica con le sabbie (im)mobili del “parlamentarismo” ed in aperta rottura con un sistema sostanzialmente sclerotizzato nella propria referenzialità.
Depretis, nel suo galleggiamento ministeriale, reseconfuse le questioni di principio e impossibile ogni chiarezza di pensiero, guardandosi bene:

«...dal formulare una politica ben definita che avrebbe potuto essere respinta da un voto contrario del parlamento e preferiva degli espedienti che potevano essere sconfessati in qualsiasi momento, semplicemente abbandonando al suo destino un ministro impopolare e rimaneggiando il ministero

  Denis Mack Smith
 “Storia d’Italia
 Laterza, 1987.

Concepito come una possibile soluzione alle pastoie del parlamentarismo italiano, con la rissosità congenita di una società profondamente frazionata, il “trasformismo” si è ben presto rivelato come parte integrante del problema.

«Nacque allora la formula definita del “trasformismo” che, presumibilmente concepita come strumento utile a garantire quella che oggi definiremmo “governabilità”, si risolse in un elemento di corruzione spicciola, di cooptazione interessata.
[…] La formula Depretis, peraltro, non poggiava soltanto su questa logica miserevole. La sostennero anche uomini come Marco Minghetti, conservatore, il quale, pur auspicando un sistema bipartitico, imperniato su una dialettica di contrapposte posizioni, riteneva preminente in quel momento assicurare all’Italia un governo stabile e – per avversione tanto all’estrema destra clericale, quanto alla sinistra radicale – avvicinò a Depretis molti deputati di orientamento conservatore. Anche questo elemento, come è ovvio, contribuì a stemperare gli originari propositi riformatori della Sinistra.
Alla morte di Agostino Depretis (1887) divenne presidente del Consiglio Francesco Crispi che, pur dichiarandosi in teoria nemico del trasformismo, fece largo ricorso a quel metodo. Se ne servì negli anni successivi anche Giolitti, ogni volta che in parlamento stava per formarsi un’opposizione organizzata

  Sergio Turone
 “Corrotti e corruttori
 Laterza, 1984

HELLBLAZERIn tempi più recenti, il sostanziale immobilismo, la cooptazione clientelare delle camarille locali, una corruzione endemica funzionale alla strutturazione del consenso, sono confluite nel cosiddetto “consociativismo” che è stata una variante moderna dell’originale trasformismo in evoluzione.
Date le sue peculiarità, non è un mistero come la pratica trasformistica, soprattutto nella sua componente consociativa, abbia costituito un aspetto constante del sistema politico italiano, alla base dell’egemonia democristiana nell’immanenza della sua longevità al potere. Lungi dall’essersi esaurito, oggi il fenomeno sembra più radicato che mai, incistato com’è tra il personalismo emergente dei nuovi caudillos populisti e la ricerca di un unanimismo totalizzante nella ridefinizione degli assetti di potere in atto…

«Il venir meno di ogni discriminante ideologica e programmatica fra i due maggiori schieramenti in campo (ossia la fine di quel sia pur imperfetto modello bipolare che aveva caratterizzato la scena parlamentare italiana nel primo ventennio postunitario) ebbe come effetti un visibile degrado del dibattito politico all’interno della ‘grande maggioranza’ costituzionale e il trasferimento delle funzioni proprie dell’opposizione a forze non pienamente legittimate (l’estrema radicale, repubblicana e poi socialista) oppure a gruppi eterogenei o marginali, pronti peraltro a rientrare alla prima occasione nel gioco delle combinazioni ministeriali.
[…] Il trasformismo non nasceva da una connaturata inclinazione al compromesso dei politici italiani, ma era il portato della debolezza originaria dello Stato unitario, della fragilità delle istituzioni e della cronica esiguità delle loro basi di consenso. Non era il prodotto di un carattere nazionale, ma la risposta, forse sbagliata, a un problema reale

  Giovanni Sabbatucci
 “Enciclopedia delle scienze sociali
 (1998)

Oggi, ci si illude di superare il bipolarismo imperfetto, previa rottamazione della Costituzione repubblicana e revisione del principio maggioritario.
Le cosiddette “riforme”, più strumentali che strutturali, brandite come una clava dalla anomala maggioranza di governo nel solco di più laide intese, costituiscono il tassello evidente di un’anomalia costituzionale ancor prima che istituzionale, con un esecutivo che interviene pesantemente nel gioco parlamentare, facendosi promotore ancor più che garante di una revisione costituzionale da portare avanti a tempi contingentati e tappe forzate. E lo fa preordinando la ‘sua’ riforma, denigrando le voci critiche in seno alle istituzioni repubblicane, rimuovendo dalle commissioni i senatori non allineati (fatto senza precedenti). Impone quindi la propria “bozza” ad un Parlamento ed un Senato, ancorché supini, che subiscono l’iniziativa di un premier mai eletto in un esecutivo presidenziale, tenuto a Carl Schmittbattesimo palatino. Nel superamento dei vecchi schemi politici e di partito, il governo si attribuisce competenze che spettano alle Camere ed agisce esso stesso come un partito (della nazione), accentrando su di se i poteri e istituzionalizzando l’eccezione in virtù di un presunto principio di necessità. Vizio antico ma sempre presente.
L’iniziativa governativa più che integrare l’azione parlamentare, ne determina l’indirizzo e la sovrasta nella sua ipertrofia decisionale. Viste le finalità recondite, circa l’attivismo promozionale (e propagandistico) del governo, viene in mente una vecchia polemica gramsciana riconquistata ad insospettabile attualità:

Gramsci«Il governo ha infatti operato come un “partito”, si è posto al di sopra dei partiti non per armonizzarne gli interessi e l’attività nei quadri permanenti della vita e degli interessi statali nazionali, ma per disgregarli, per staccarli dalle grandi masse e avere “una forza di senza-partito legati al governo con vincoli paternalistici di tipo bonapartistico-cesareo”: cosí occorre analizzare le cosí dette ‘dittature’ di Depretis, Crispi, Giolitti e il fenomeno parlamentare del trasformismo

  Antonio Gramsci
 “Passato e Presente. Agitazione e propaganda
 Quaderno III (§119); Anno 1930.

JOHN McCORMICKAttualmente, il trasformismo centrista di matrice neo-consociativa sembra convivere con le impennate demagogiche di un populismo di ritorno, dal quale trae giustificazione e legittimazione quale necessario argine di contenimento, mentre la componente cesaristica ne diventa strumento indispensabile di governo, in qualità di catalizzatore del consenso personalizzato a dimensione di “leader”. Per disinnescare la carica eversiva della minaccia populista, il “cesarismo” ne assume in parte le istanze; le converte in alchimie di governo consacrate alla preservazione della ‘stabilità’ tramite l’adozione su polarità alternata e contraria di un populismo reazionario, ammantato da un’onnipervasività plebiscitaria, riadattando il sistema alle necessità congenite del leader ed al consolidamento della sua posizione di potere. Si tratta di iniezioni controllate, con inoculazione del veleno a piccole dosi in funzione immunizzante. La pratica si chiama “mitridatismo”. E peccato che le tossine così somministrate a lungo andare finiscano col distruggere l’organismo che s’intendeva preservare.
Per quanto mutevoli possano essere le sue forme, il Cesarismo continua ad essere declinato nella forma prevalente dell’istrione, che a quanto pare resta il figuro più amato dagli italiani, incentrando la sua preminenza sui legami emozionali.

Wien - Kunsthistorisches Museum - Gaius Julius Caesar«L’organizzazione politica del cesarismo si afferma sempre a seguito di un processo di deistituzionalizzazione delle organizzazioni e delle procedure politiche preesistenti. In altri termini, parleremo di cesarismo se, e solo se, la leadership individuale nasce sulle ceneri di un’organizzazione politica istituzionalizzata che è stata colpita da un processo di decadenza e di disorganizzazione.
Il cesarismo è un regime di transizione, intrinsecamente instabile. Sorge per fronteggiare uno stato di disorganizzazione e di crisi acute della comunità politica ed è destinato a lasciare il posto a forme diverse e più stabili di organizzazione del potere.
[…] Un regime politico di transizione, che sorge in risposta alla decadenza di istituzioni politiche preesistenti ed è fondato su un rapporto diretto – ove la componente emozionale (così come è descritta, ad esempio, da Freud) è preminente – fra un leader e gli appartenenti alla comunità politica, veicolato da tecniche plebiscitarie di organizzazione del consenso.
[…] Per usare termini schmittiani potremmo dire che il cesarismo è il regime dello “stato d’eccezione” in cui però l’assunzione di pieni poteri da parte del leader si sposa con un consenso plebiscitario, o semiplebiscitario, della comunità politica (delle sue componenti maggioritarie). In questa prospettiva si può spiegare facilmente anche la scarsa attenzione che la scienza politica presta ai fenomeni cesaristici. Trattandosi di regimi di transizione, i regimi cesaristici hanno una vita effimera. Essi sorgono in risposta a una crisi e si trasformano più o meno rapidamente in regimi diversi

 Angelo Panebianco
Enciclopedia delle scienze sociali
(1991)

Semmai, il problema della transizione risiede nella durata, che qui in Italia si esplica in parentesi prolungate da non prendere mai alla leggera…
Il vecchio che tornaPerché al di là dei toni trionfalistici, l’unanimismo plebiscitario, la piaggeria cortigiana ed i facili entusiasmi, l’attuale governo garantito dai “senza-partito” vincolati al premier da un legame “bonapartistico-cesarista” e dalle più alte Grillinoprotezioni dell’ermo Colle, costituisce nella sostanza una parentesi di transizione, volta ad essere superata in fretta non appena sarà chiaro il trucco delle tre carte al volgere della fine dei giochi, sbollita l’enfasi delle contro-riforme artificialmente pompata da un apparato mediatico più che compiacente. Un “regime cesaristico” si afferma sul disfacimento dei partiti e prosperano traendo alimento dal populismo che inevitabilmente si sprigiona dalla loro decomposizione, con ben pochi vantaggi per lo sviluppo civile e di una società pienamente democratica.

«Man mano che i vecchi partiti da fiorentissimi sono diventati secchissimi (non parlo, com’è ovvio di quelli già defunti sotto le macerie di Tangentopoli), sono riemersi i caratteri di una società civile tradizionalmente avulsa dai meccanismi dell’associazionismo intermedio, mentre si è creata una voragine nel luogo del primitivo insediamento, un vuoto che può essere colmato d’un tratto da qualsiasi predicazione, poco importa se proveniente da demagoghi improvvisati, da corporazioni che invadono il campo della politica, o da partiti d’opinione, che sappia catturare il voto “emotivo”

  Mario Patrono
Maggioritario in erba – Legge elettorale e sistema politico nell’Italia che (non) cambia
Edizioni CEDAM
  Padova, 1999

In questa sua opera ‘minore’ di agevolissima lettura, Mario Patrono, costituzionalista di orientamento socialista ed esperto in Diritto pubblico comparato, coglieva con un ventennio d’anticipo i limiti intrinseci del maggioritario e le implicazioni sul sistema politico italiano, che col senno di poi si sono rivelate in buona parte esatte. A suo tempo il prof. Patrono, con tutte le riserve del caso, aveva posto la propria attenzione sulla “zoppìa del maggioritario in azione, sottolineando i limiti e le speranze già all’alba della sua adozione:

«..visto come il toccasana per guarire d’incanto il sistema politico italiano da tutti i mali che lo affliggevano: la corta durata dei governi, la fragilità della loro azione, la presenza di troppi partiti, la mancanza di ricambio al potere, la degenerazione della politica stessa, il maggioritario – alla prova dei fatti – sembra aver peggiorato piuttosto che migliorato lo stato delle cose, aggiungendo malanni nuovi a quelli preesistenti

Mario Patrono
 “Maggioritario in erba
(1995)

Considerati i soggetti politici attualmente in lizza secondo un’ottica tripartita, il parlamentarismo proporzionalista svolgerebbe una funzione ‘analgesica’, che per esempio un giurista del calibro di Hans Kelsen definiva di per se stessa “sedativa” nei sistemi conflittuali ad alta temperatura. E la stesura di una nuova legge elettorale è forse utile in tal senso, come migliore antidoto a prossime ed eventuali involuzioni nell’ambito dell’offerta politica, segnando una linea di demarcazione tra il rilancio della Politica ed il “commissariamento della Democrazia”, destinata ad essere strozzata dalla garrotta dei “governi tecnici”.

«Quale potrà essere l’esito finale di questo scontro tra chi vuole davvero il maggioritario, e perciò si adopera per valorizzarlo, e chi maneggia invece per affogarlo nella pozza di un sistema piegato ad avere tre poli in luogo dei “classici” di due, non è dato al momento sapere. Da una parte, a favore del bipolarismo gioca il terrore retrospettivo delle condizioni di un tempo, che l’inchiesta giudiziaria “Mani pulite” si vorrebbe aver chiuso per sempre. Ragiono nei termini di un riscatto morale dalla corruzione, e mi riferisco al dato inoppugnabile che il sistema elettorale maggioritario vi si oppone assai meglio della proporzionale, che al contrario la fomenta….
Ma è proprio qui che si nasconde la questione a cui è legata la possibilità dell’Italia di diventare una democrazia “funzionante”. È davvero il capitalismo italiano in grado, lo è davvero la società italiana di fare a meno della corruzione pur conservando la pace sociale e mantenere intatto il livello di benessere, al Nord come al Sud? Se la risposta è ‘no’, mille interessi leciti e illeciti, grandi e piccoli non tarderanno a far rivivere il passato. E la “Seconda Repubblica” rimarrà scritta nel libro dei sogni.
[…] Resta che le difficoltà e i pericoli di questa fase della vita politica si rivelano con chiarezza, non appena si guardi alla somma di incongruenze che vi albergano:
– un maggioritario in erba, parziale e indigesto per difetto di cultura;
– un bipolarismo precario che funziona male e che sono in molti, nel loro intimo, a non volere;
– una situazione politica confusa, fluida, miscelata, con maggioranze scarse;
una società che – dopo tanto discutere se fosse preferibile “rappresentarla” o piuttosto “governarla” – appare, per colmo di paradosso, né “rappresentata” né “governata”

  Mario Patrono
 “Maggioritario in erba
 (1995)

Pig and his girl by EastMonkey Alla prova dei fatti, possiamo dire che la risposta è stata ‘no’.
E la cosiddetta Terza Repubblica non è che si preannunci tanto meglio delle precedenti. Anzi!
In riferimento invece ai ‘governi tecnici’ (Ciampi e Amato), che hanno preceduto l’insediamento ventennale della pornocrazia berlusconiana, quanto di ‘meglio’ ha saputo incarnare lo spirito della “Seconda Repubblica”, così si esprimeva il prof. Patrono paventandone i rischi e le conseguenze future:

«Inoltre, e questo è forse il danno maggiore, si assiste ad una semiparalisi delle dinamiche istituzionali, che si manifesta con la presenza di un governo “tecnico”, che tiene il cartellone già da parecchi mesi. Il che sta provocando due conseguenze, l’una più grave dell’altra: un tentativo di nascondere dietro le contraddizioni in termini di una (presunta ma impensabile) “neutralità della politica” il fenomeno ben più allarmante di un oscuramento della politica, e ciò accade quando appunto la politica avrebbe dovuto ricevere dal maggioritario un rilancio in grande stile; ed un processo di commissariamento della democrazia, effetto e sintomo nel profondo della crisi che ha investito i partiti e le grandi organizzazioni sindacali, che fa dipendere le grandi scelte politiche da una cerchia di oligarchi senza investitura popolare: un processo che rischia, alla lunga, di aggravare il distacco tra i cittadini e il potere, nel momento stesso in cui il maggioritario è considerato dai suoi fautori (insieme al referendum e dopo di esso) il modo più genuino, immediato, ed anche più attraente di far partecipare il popolo, la “gente” alla vita politica.
OLIGARCHIAPer scrupolo osservo che questa fase…. rappresenta una miccia accesa sotto l’insieme delle libertà repubblicane: se non riusciamo a lasciarcela dietro alle spalle in tutta fretta, il rischio di un logoramento dello stesso contratto sociale diventa inevitabile

Mario Patrono
Maggioritario in erba – Legge elettorale e sistema politico nell’Italia che (non) cambia
Edizioni CEDAM
Padova, 1999

Praticamente, a decenni di distanza, siamo ritornati al bivio di partenza con una situazione sociale e culturale persino peggiore, e ancor più logorata, della matrice originaria…

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Get the Power!

Posted in Masters of Universe with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 28 luglio 2013 by Sendivogius

Pieni Poteri

The Condom-Man Diciamocelo con franchezza: un coglione così poteva nascere solo in Italia.
In un Paese ridotto all’impotenza, evirato com’è dei propri processi decisionali, tutto il peso politico pende nell’inutile sacca circoscritta alle sue propaggini inferiori.
Accade così che il principio e la fine di una copula dall’oscenità quanto mai imbarazzante, nell’impossibilità di concludere alcunché, sia mimata dalla sterile agitazione di due didimi in andropausa, infiammati come sono da un anomalo sovraccarico testosteronico.
Com’è noto, certi pendant vanno sempre associati in coppia, per loro intrinseca natura…

BILD

Cosa rende irresistibile la (saltuaria) lettura dei “comunicati” del Capo-Grullo, pompati proprio da quei media tanto detestati?!?
Ovviamente, l’irriducibile carica di minchioneria bissata ad ogni pubblicazione dall’abborracciato cabarettista (l’ennesimo!) improvvidamente eiettato in ‘politica’, con la grazia di un elefante in cristalleria e l’eleganza di un rutto ad un funerale.
Tutti al Mare!Tra una vacanza a 5 stelle in Costa Smeralda ed i soggiorni in una delle sue otto ville sparse da Lugano a Malindi, in nome della “decrescita felice”, Capo-Grullo trascorre il resto del tempo ad annunciare la consumazione (a nostra insaputa) di “golpe bianchi”, più simili a colpi di sole che di Stato, e l’imminente tracollo economico dell’Italia.
IMPEGNI INDEROGABILIKazzenger! Per la premiata serie Kazzenger a 5 Stelle, il prossimo appuntamento è fissato per l’Autunno (2013? 2014…2340?). E, se non daranno subito il potere (assoluto) ai suoi replicanti accampati in Parlamento, minaccia sommosse popolari e violenze di piazza, che fino ad ora non sono ancora esplose perché naturalmente c’è Lui a tenere a freno le folle più che mai frementi…

Chiusura della campagna elettorale del M5S per le elezioni amministrative 2013

«Potevo fare di questa Aula sorda e grigia un bivacco di manipoli: potevo sprangare il Parlamento e costituire un Governo esclusivamente di fascisti. Potevo: ma non ho, almeno in questo primo tempo, voluto.»

Ah no! Si trattava di un altro pagliaccio, ma senza barba e capelli!
BenitoD’altronde questa parodia imbolsita di Savonarola, quando non è impegnato a pronosticare (peraltro più simile ad uno iettatore che ad un profeta) apocalissi prossime venture, piace occuparsi della nostra Carta costituzionale…

E lo fa con le competenze e la prudenza giuridica di un ragioniere semi-analfabeta di 65 anni: l’età fatidica, raggiunta la quale (secondo il Grullo-pensiero) si dovrebbe anticipare una sorta di morte civile, con cancellazione del diritto di voto, in attesa di raggiungere la tomba il prima possibile, in quanto inesorabilmente “vecchi”.
Tutti eccetto Lui, s’intende!

«Dopo i 60 anni non si dovrebbe più votare. Tra i 15 e i 60 anni il voto sia normale, ma dai 60 anni in poi non si voti più…. È importante che non siano i vecchi a fare le scelte.»
(ANSA – 11/10/10)

Altresì, è implicito che per i fortunati non ancora esautorati, i diritti elettorali valgano fintanto che daranno il voto al suo “moVimento” (unica scelta legittimata) altrimenti sono, in ordine sparso: morti che camminano; zombies; salme; vecchi rincoglioniti; italiani di serie B; servi della Ka$ta; parassiti; larve ben pagate; naso adunco (Gad Lerner); “vecchia puttana” (Rita Levi Montalcini); buco senza ciambella (Nichi Vendola); facce di merda… dall’inconfondibile olezzo e da “cacciare via a calci nel culo”.
Naturalmente, si tratta di raffinate metafore dalla simpatia goliardica. Perciò, i medesimi attestati di stima e rispetto sono riservati a chiunque non sia organico al movimento del Messia pentastellato e non ubbidisca ciecamente ai suoi capricci. Va da sé che i “traditori”, amabilmente parlando,sono un cancro da rimuovere subito; prima che il virus del dissenso possa contagiare altri adepti della confraternita, attualmente impegnati (dicono) nella difesa ad oltranza della Costituzione contro la minaccia degli altri partiti politici (?). Loro sono un “movimento”.
The EconomistSarà per questo che, tra gli anatemi coi quali il Capo-Grullo ci delizia con cadenza giornaliera dal suo blog-balcone affacciato sulla piazza virtuale, la Costituzione repubblicana costituisce un bersaglio regolare, di cui si richiede a più riprese l’immediata revisione. Magari da affidare alla cura di raffinati costituzionalisti come Claudio Messora o alla neo-senatrice Enza Blundo che del Senato ignora persino la composizione numerica.
Dice il Grullo dall’alto della montagna:

I colpi di Stato quasi mai ricorrono alla violenza, di solito avvengono in modo apparentemente legale, nel silenzio ovattato delle cosiddette istituzioni […] E i colpi di Stato vanno combattuti, in nome della democrazia.”
  (25/07/2013)

E infatti fresco di giornata è l’attacco alla Corte costituzionale, che della Carta è massimo interprete e principale organo di garanzia. E come sempre lo fa con le solite allusioni raffinate sull’età dei togati, peraltro coetanei del Capo-Grullo, sorvolando invece sulla provenienza geografica alla quale s’era già dedicato in passato:

«La Corte Costituzionale, detta amichevolmente Consulta, un nome che ricorda l’oracolo di Delfi, ha dichiarato illegittima, in nome della Costituzione, l’abolizione delle Province previsto nel decreto Salva-Italia del dicembre 2011. Il linguaggio usato dalla Corte è sublime “il decreto-legge, atto destinato a fronteggiare casi straordinari di necessità e urgenza, è strumento normativo non utilizzabile per realizzare una riforma organica e di sistema quale quella prevista dalle norme censurate nel presente giudizio”. Cioè? Detto in parole povere le Province non si toccano.»

Saltando di palo in frasca, segue snocciolata di recriminazioni in un crescendo demagogico: cacciabombardieri F-35.. esodati.. precariato.. rimborsi elettorali… a dimostrazione che, nei fatti, il Capo-Grullo ed i suoi ghost-writers non sanno NULLA delle competenze della Corte.

“Fateci sapere, consultate le sudate carte.”

Al beota ligure ed alle sue isteriche fan-girls si potrebbe far notare (invano!) che le competenze e le funzioni delle Province sono esplicitamente contemplate nella Costituzione della Repubblica. Pertanto, non possono essere abolite per legge ordinaria e meno che mai per decreto-legge, in quanto oggetto di specifica revisione costituzionale le cui modalità sono disciplinate proprio da quell’Art.138, sul quale il Guru ed i suoi manipoli imbastiscono le loro ridicole ammuine in parlamento.
MoebiusA quanto pare, se piace al Capo-Grullo, la decretazione d’urgenza in questo caso non è più un “attentato alla sovranità del popolo”.
Le “sudate carte”, che ci si guarda bene dal leggere (troppa fatica), non sono altro che il Titolo V della Costituzione. Per l’appunto, eliminare le Province vuol dire riformulare totalmente l’Art.114 e riscrivere i successivi, ovunque sia menzionata la parola “provincia”, previa modifica costituzionale e relativa procedura:

Revisione Della Costituzione, Leggi Costituzionali

[Art. 138] Le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali sono adottate da ciascuna Camera con due successive deliberazioni ad intervallo non minore di tre mesi, e sono approvate a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera nella seconda votazione.
Le leggi stesse sono sottoposte a referendum popolare quando, entro tre mesi dalla loro pubblicazione, ne facciano domanda un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali. La legge sottoposta a referendum non è promulgata, se non è approvata dalla maggioranza dei voti validi.
Non si fa luogo a referendum se la legge è stata approvata nella seconda votazione da ciascuna delle Camere a maggioranza di due terzi dei suoi componenti.

Tanto per chiarire di cosa parliamo e su cosa sproloquia invece il Capo-Grullo, insieme al resto della sarabanda attualmente in autogestione permanente al parlamento okkupato.

La Cosa da un altro web

L’Abominevole Uomo della Rete

Per comprendere quanto agli ensiferi pentastellati stia a cuore la difesa della Carta costituzionale, basterebbe leggere alcuni dei post dedicati all’argomento, presi direttamente dal noto blog di merchandising e, all’occorrenza, di auto-promozione elettorale del capo politico e proprietario esclusivo del MoVimento. Questo perché nella rete si dimentica tutto e in fretta, ma si può ripescare e leggere qualsiasi castroneria strappata al sonno della ragione.

«La Costituzione non è il Vangelo, il Corano o il Talmud. Per qualcuno però lo è, rappresenta le tavole della Legge di Mosè e ne fa un uso religioso, fideistico. La agita in manifestazione come il libretto rosso di Mao. La Costituzione è un testo scritto da uomini in carne ed ossa, non da semidei, nel secondo dopoguerra. E’ entrata in vigore il 1° gennaio 1948, 63 anni fa […] è una Costituzione in parte “diversamente democratica”.
[…] La Costituzione prevede la possibilità per i cittadini di raccogliere le firme per una proposta di legge popolare. Non obbliga in alcun modo il Parlamento a discuterla, quindi è un diritto sulla carta, una solenne presa costituzionale per il culo.»

  La Costituzione non è intoccabile
   (05/03/2011)

È più forte di Lui: se non ci infila almeno un “culo” o un “cazzo”, qualsiasi cosa dica o scriva, va in crisi epilettica. Da notare questa ossessiva pretesa nel considerare il Parlamento come la sua lussuosa cameretta a servizio personale, dove calendarizzare prima di subito e approvare seduta stante qualsiasi proposta, anche la più demenziale, il Capo-Grullo ed i suoi replicanti (i “cittadini”) decidano di presentare. Il fatto che in Parlamento ci siano svariate centinaia di leggi in lavorazione e altrettante proposte su iniziativa popolare non sembra minimamente sfiorare il Capo-Grullo, che evidentemente si reputa al centro di un universo in cui credersi dio. Null’altro esiste al di fuori di Lui e del suo movimento. In un mondo semplificato e condensato in pensierini elementari, le Camere sono una specie di ufficio protocolli per la rapida conversione in legge di qualsiasi fumigante stronzata, ivi depositata su iniziativa del Masaniello di turno.
Tale è il rispetto e la difesa della carta costituzionale, che il 07/10/2012 il duce pentastellato incitava pubblicamente i suoi manipoli ad un V-Day per la Costituzione:

«L’Italia è una dittatura partitocratica, della democrazia non ha neppure il profumo. Inutile girarci intorno, il cittadino non conta nulla. Da piazzale Loreto sono cambiate solo le forme del Potere, la sostanza è rimasta la stessa. I partiti si reggono su un tavolino a tre gambe. La prima gamba sono i cosiddetti “rimborsi elettorali” pari a un miliardo di euro, senza i quali i partiti cesserebbero di esistere dopo una settimana. La seconda gamba sono i media, i giornali foraggiati dal finanziamento pubblici, la Rai asservita ai partiti, Mediaset a cui sono state date in concessione le frequenze nazionali per un pugno di euro. La terza gamba è parte della Costituzione, disegnata per garantire l’egemonia dei partiti e l’esclusione dei cittadini dalla cosa pubblica. E’ opportuno fare un passo indietro. La Costituzione venne scritta nel dopoguerra dall’Assemblea Costituente dominata da esponenti di tre partiti: la Democrazia Cristiana, il Partito Socialista e il Partito Comunista. I partiti hanno scritto la Costituzione come un abito su misura. La Costituzione entrò in vigore il primo gennaio del 1948. Non si tenne alcun referendum per confermarla ed è quasi impossibile cambiare un suo articolo senza la volontà del Parlamento, quindi dei partiti.
[…] Il primo Vday fu dedicato ai partiti, il secondo ai media, i loro cani da guardia, il prossimo Vday sarà dedicato alla Nuova Costituzione. Nel blog sarà avviato un pubblico dibattito, come sta avvenendo in Islanda, per discuterla punto per punto. Chi sventola in toto l’attuale Costituzione come un Vangelo e si indigna e si aggrappa ad essa come un naufrago, o non l’ha letta o l’ha capita troppo bene. Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene?). Noi neppure. Ci vediamo in Parlamento.»

Con ogni evidenza, il Capo-Grullo la Costituzione non l’ha mai letta. E qualora si cimentasse nell’ardua impresa non capirebbe una sola parola… non certo perché il testo sia di difficile comprensione.
Però pretende di riscriverla. Sul suo blog. In quanto al “pubblico dibattito”, abbiamo avuto modo di verificare fin troppo bene cosa il ragionier Giuseppe Grillo (classe 1948) intenda per dibattito e contradditorio: Io decido, voi ubbidite!
Ad ogni modo, nelle sue deliranti farneticazioni, l’aspirante Führer ha chiarissimo quali sono i nemici del popolo da abbatere… eliminati i partiti politici, chiusi i media, abrogata la Costituzione, nulla potrà finalmente impedirgli di avere l’agognato 100% e giocare (anche lui) al Grande Dittatore nella tirannide digitale di Gaia: un’allucinante distopia totalitaria, che farebbe raggelare il sangue a George Orwell.
Iron-Sky-space-nazisDella Costituzione e della democrazia, al Capo-Grullo non frega assolutamente nulla. Nella migliore delle ipotesi, sono concetti a lui più estranei della vita su Giove.
Ed è il principale motivo per cui, tra i mali maggiori (ma meno peniciosi) ci è toccato in sorte un governo “PdL e Pd-meno-elle”. Per il giovanissimo rag. Grillo (1948), esperto in diritto costituzionale, è la migliore delle opzioni possibili.

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La terribile “Personalità Giuridica”

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 21 maggio 2013 by Sendivogius

Hokuto no Ken - Jagger

Istituzione fondamentale del Diritto privato, contemplata da oltre 2.000 anni nel Diritto romano, la “persona giuridica” è più antica della Divina Scuola di Hokuto e assai meno letale…
Fist of the North Star - KenshiroNon presuppone perversioni particolari, né inclinazioni psicotiche. Non prevede comportamenti devianti contrari alla morale ed al buoncostume. Non richiede cure mediche, né trattamenti clinici.
Spiegata in maniera molto semplice [QUI], affinché (si spera) persino gli ensiferi possano intendere:

Le persone giuridiche sono organizzazioni collettive, considerate come soggetti distinti dalle persone fisiche che le compongono ed esse stesse soggetti di diritto, dotate di capacità giuridica e titolari di diritti e doveri. Sono persone giuridiche le associazioni riconosciute, le fondazioni, i comitati riconosciuti, le società di capitali e gli enti pubblici.”

Detto in altri termini, con maggior pedanteria, direttamente dall’Enciclopedia Treccani:

La persona giuridica è quell’organismo unitario, caratterizzato da una pluralità di individui o da un complesso di beni, al quale viene riconosciuta dal diritto capacità di agire in vista di scopi leciti e determinati. Gli elementi costitutivi (o presupposti materiali) per l’esistenza della persona giuridica sono: una pluralità di persone, un patrimonio autonomo, uno scopo lecito e determinato per la realizzazione di interessi scientifici, artistici, commerciali, di beneficenza, ma i primi due elementi non concorrono necessariamente o comunque non si presentano ugualmente importanti: la pluralità di persone può in alcuni tipi di persone giuridiche presentarsi non in primo piano o mancare del tutto, mentre è essenziale in altri tipi di persone giuridiche (come le associazioni). La presenza di questi elementi normalmente deve desumersi dall’atto costitutivo della persona giuridica, nel quale trova manifestazione la volontà di coloro che gettano le basi dell’ente e dallo statuto della medesima.

Ma nella categoria possono essere annoverate pure tutte le “organizzazioni di persone”, che perseguano interessi pubblici ed abbiano una certa autonomia patrimoniale.
Attualmente i partiti politici (come anche i sindacati) non possiedono una personalità giuridica. Sono enti di fatto. E questo, specialmente in riferimento alla loro ingente disponibilità finanziaria ed immobiliare, insieme alla rilevanza della loro incisività decisionale e gestionale, è un male con effetti concreti sulla democrazia di un Paese e sullo stesso bilanciamento di potere.
chessboard wordpressIl problema era chiarissimo fin dagli albori della Repubblica italiana, tanto che i “padri costituenti”, e massimamente il prof. Costantino Mortati, tentarono invano di inserire nella Carta costituzionale l’obbligo della personalità giuridica per le organizzazioni partitiche, nella stesura dell’Art. 49 della Costituzione. La funzionalità esplicita era quella di limitare lo strapotere dei partiti e dei loro apparati burocratici, costringendoli ad una maggiore democrazia interna.
Ovviamente non se ne fece nulla. Ed il problema permase, trascinandosi intatto fino ad oggi… Per chi volesse approfondire l’argomento in ambito giuridico, suggeriamo un ottimo articolo sul tema: La personalità giuridica del partito politico in Italia di Luca Tentoni.
Oggi si fa un gran parlare di “partitocrazia”, ma pochi sanno che il termine (vecchio di oltre mezzo secolo) ha una precisa connotazione polemica, legata al tema della “persona giuridica”, da sempre fuggita come la peste dai partiti. In una pubblicazione del lontano 1952, un altro costituzionalista, il prof Giuseppe Maranini, a cui si deve l’invenzione del fortunato termine, chiosò sull’argomento:

La forma di governo creata dalla nostra Costituzione così come da altre costituzioni continentali, approda ad una forma esplicita di partitocrazia, e non di governo parlamentare. La nostra Costituzione vieta ogni mandato imperativo, che leghi il rappresentante alla volontà degli elettori; ma allo stesso tempo la Costituzione e le leggi elettorali creano i presupposti di un ben più temibile mandato imperativo, il quale subordina gli eletti ai loro veri committenti, i quali non sono più gli elettori bensì le direzioni dei partiti. Il Parlamento controlla il Governo ma le direzioni di partito controllano il Parlamento e, attraverso il Parlamento, il Governo; se poi direzione di partito e governo s’identificano, il controllato diventa controllore, con evidente eversione di ogni schema di governo parlamentare

Ai fini del finanziamento e della gestione dei fondi, l’attribuzione della personalità giuridica costringerebbe poi i partiti politici a rendicontare i propri bilanci attraverso un consolidamento certificato, con elencazione dettagliata e certificata delle spese, delle entrate, degli eventuali investimenti, degli importi e dei finanziatori privati (chiunque essi siano). Cosa che oggi non avviene ed è rimessa alla discrezionalità dei “tesorieri”, che non devono rendere conto a nessuno.
Prima dei vari Lusi e Fiorito e Belsito… la questione dei finanziamenti (e della personalità giuridica) era stata posta in termini accorati già da don Luigi Sturzo, fondatore del Partito Popolare nel 1919 e padre nobile della DC, che fu tra i primi a proporre una legge per introdurre una disciplina in materia tanto delicata (Atto Senato n.124). Il 16/09/1958, l’anziano sacerdote nominato senatore a vita ammonisce:

«Se si parla di moralizzare la vita pubblica, il primo e il più importante provvedimento deve essere quello di togliere la grave accusa diretta ai partiti e ai candidati dell’uso indebito del denaro per la propaganda elettorale. Il problema è più largo di quel che non sia la spesa elettorale; noi abbiamo oramai una struttura partitica le cui spese aumentano di anno in anno in maniera tale da superare ogni immaginazione. Tali somme possono venire da fonti impure; non sono mai libere e spontanee di soci e di simpatizzanti. Non sarò io a dire le vie per il finanziamento dei partiti perché la mia esperienza del 1919-1924 non ha nulla di simile con l’esperienza del 1945-1958. Che i finanziamenti siano dati da stranieri, da industriali italiani, ovvero, ancora peggio, da enti pubblici, senza iscrizione specifica nei registri di entrata e uscita, o derivino da percentuali in affari ben combinati (e non sempre puliti), è il segreto che ne rende sospetta la fonte, anche se non siano state violate le leggi morali e neppure quelle che regolano l’amministrazione pubblica. Il dubbio sui finanziamenti dei partiti si riverbera su quelli dei candidati; e con molta maggiore evidenza se si tratta di persone notoriamente di modesta fortuna, professionisti di provincia, giovani che ancora debbono trovare una sistemazione familiare conveniente, impiegati e così di seguito. Alla fine delle elezioni abbiamo sentito notizie sbalorditive, che fanno variare da dieci a duecento milioni le spese di campagna di singoli candidati.
[…] C’è chi accusa l’apparato dei partiti, il quale, discriminando i candidati della stessa lista, ne determina l’accaparramento di voti a favore degli uni con danno degli altri. Non mancano indizi circa il patrocinio politico che enti statali e privati si assicurano in parlamento favorendo l’elezione di chi possa sostenere e difendere i propri interessi, impegnando a tale scopo somme non lievi nella battaglia delle preferenze. Quando entrate e spese sono circondate dal segreto della loro provenienza e della loro destinazione, la corruzione diviene impunita; manca la sanzione morale della pubblica opinione; manca quella legale del magistrato; si diffonde nel paese il senso di sfiducia nel sistema parlamentare. Ecco i motivi fondamentali che rendono urgenti i provvedimenti da me proposti circa i finanziamenti e le spese dei partiti nel loro funzionamento normale»

Coerentemente alla denuncia non ci fu seguito, mentre le cose degenereranno come sappiamo… Di partiti politici e persona giuridica si torna a parlare insistentemente dopo gli scandali di Tangentopoli. Dal 1997 in poi approdano in Parlamento varie proposte, senza che se ne faccia mai nulla.
È superfluo dire che la personalità giuridica per i partiti politici è esplicitamente prevista e richiesta dalle normative europee e, nella fattispecie, dal Trattato di Nizza del 26/01/2001, a disciplina delle fonti di finanziamento dei partiti, con la deposizione di:

“uno statuto che, oltre alla struttura organizzativa del partito, dimostri il rispetto da parte del partito dei principi di libertà, e di democrazia, i diritti dell’uomo e le libertà fondamentali. È inoltre richiesto il possesso della personalità giuridica e la pubblicazione annuale di un rendiconto nel quale siano dichiarate le entrate e le uscite e le donazioni ricevute.”

Non si capisce dunque (o forse si capisce benissimo) contro cosa vada tuonando il Capo politico del M5S, che minaccia sfracelli qualora il suo MoVimento sia costretto a costituirsi in “persona giuridica”, ovvero: presentare e registrare un vero statuto a norma di legge; eleggere organi collegiali di rappresentanza; costituire un collegio sindacale; attribuire una sede legale del M5S che non sia il blog personale di Beppe Grillo. E soprattutto nominare un presidente che non sia il nipote di Grillo, insieme ad organi (elettivi) di garanzia e controllo interno che non siano il fantomatico “Staff” della Casaleggio Associati, limitando lo strapotere del “capo politico” ed ogni sua discrezionalità decisionale. 
EquivocandoCosa ancor più terribile, il nuovo disegno di legge in esame (il famigerato ddl Zanda-Finocchiaro) prevede di far consolidare i bilanci da un collegio esterno e certificato di revisori contabili. Il tutto in nome dell’invocata (a parole) e sempre elusa “trasparenza”.
zerospeseNessuno obbliga il MoVimento a “trasformarsi in partito”, che al contrario può essere club, associazione, circolo sportivo, loggia massonica, o setta religiosa, ma DEVE avere personalità giuridica, specialmente se vuole maneggiare i quattrini di quel finanziamento pubblico che pubblicamente aborre ma privatamente percepisce. La norma, qualora fosse approvata (e visti i precedenti crediamo di no), riguarda tutti. A cominciare proprio dai partiti politici.
Sappiamo che è un concetto difficile da comprendere, specialmente per gli amici a 5 stelle che hanno serie difficoltà con gli articoli della Costituzione ed i regolamenti parlamentari. Non parliamo poi della presentazione delle proposte di legge [QUI]!
Beppe Grillo Nonostante i continui latrati del loro Capo (e padrone), i pentastellati non sono ragazzi cattivi… Sono solo un po’ duri di comprendonio: sulle cose ci arrivano sempre in ritardo; tempo di smaltire livori e arroganza. In fondo è già successo in passato [QUI]… È che ragionare, informarsi, STUDIARE, costa fatica e richiede umiltà. Perciò è molto meglio inventarsi complotti e gridare alla cospirazione.

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EVOLUTION

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 18 maggio 2013 by Sendivogius

Milo Manara - 'Evoluzione' (dettaglio)

Quanto può incidere una prolungata recessione economica sulla tenuta sociale di una Paese?
E, soprattutto, quanto a lungo può resistere un ordinamento democratico, schiacciato da una pressione perdurante che ne mette in crisi i criteri di rappresentatività e ne esaspera le componenti oligarchiche (sempre presenti), a tal punto da erodere quei presupposti di uguaglianza, in termini di opportunità e di benessere diffuso, essenziali alla sua stessa sopravvivenza?
Per comprendere i cambiamenti sociali alla base di una trasformazione (involuzione?) epocale, non avendo altri termini di paragone con una così ampia gamma di analogie storiche, a tutt’oggi e con tutte le varianti del caso, il riferimento più prossimo resta dunque la Grande Depressione del 1929, insieme a quell’omologo politico che fu la Repubblica di Weimar, pur con tutti i suoi distinguo.
Richard Loewenthal In questa prospettiva, vale la pena di riscoprire  l’analisi che Richard Löwenthal dedicò, nella metà degli anni ’30, alla crisi dei partiti politici ed alla trasformazione del parlamentarismo in una “democrazia d’interessi”, analizzando le congiunture sociali ed economiche che condussero alla nascita dei movimenti fascisti ed alla loro presa del potere, nell’ambito di un più profondo mutamento dell’organizzazione statale.
Poco conosciuto in Italia, Löwenthal è stato politologo, sociologo, pubblicista, esponente di spicco della SPD tedesca nel dopoguerra e professore di scienze politiche all’Università di Berlino, quindi anglofilo e atlantista. Comunista dissidente in opposizione ai diktat del Comintern, convinto anti-stalinista, laburista di formazione marxista, Richard Löwenthal (1908-1991) fu tra i pochi tedeschi ad opporsi attivamente al nazismo.

Nazisti

Nel 1935, sotto lo pseudonimo di Paul Sering, pubblica la sua personale interpretazione del fascismo sulla Rivista per il Socialismo (“Der Faschismus”, Zeitschrift für Sozialismus; Sett.-Ott.1935), ponendo l’attenzione sugli aspetti socio-economici e sulla progressiva trasformazione delle classi sociali, travolte dalla crisi economica e dal disfacimento del movimento operaio. Per Löwenthal il concetto di “classe” riveste un ruolo fondamentale; pertanto, in un’ottica tipicamente marxista, ne analizza le trasformazioni prendendo in considerazione le sue stratificazioni nell’ambito dell’evoluzione capitalista e della “differenziazione economica degli interessi” sociali. Allo stesso modo, prende in esame lo sviluppo e funzione dell’organizzazione di classe, in rapporto all’evoluzione dell’antico stato feudale in quella che Löwenthal chiama “democrazia di interessi”:

«La democrazia pienamente formata è una forma di organizzazione politico-sociale caratterizzata da organizzazioni di classe potentemente sviluppate e da un sistema di partiti determinato in maniera decisiva da queste organizzazioni.»

Speculare all’esistenza della democrazia rappresentativa, che ha nel parlamento il suo fulcro nella comunanza di interessi diversi, è lo sviluppo del sistema partitico, quale rappresentanza di “interessi chiaramente delimitati”, e che costituisce un’evoluzione positiva dell’antico “parlamento dei notabili”, come nel caso dell’Inghilterra:

«…i cui partiti non erano divisi da contrasti di interesse, ma da contrasti di tradizioni familiari e di cricche all’interno dello strato dominante, socialmente unitario […] A questo stadio, il contenuto dei processi parlamentari è formato dal contrasto fra le classi dominanti ed il loro apparato esecutivo, circa l’ammontare delle spese e della lotta di innumerevoli cricche e persone singole per i vantaggi individuali connessi con l’esercizio del potere politico: distribuzione dei posti, concessioni, facilitazioni fiscali, ecc. Questa situazione del parlamento corrisponde ad un basso livello delle funzioni economiche statali, e al livello organizzativo zero delle organizzazioni di classe e della politica sociale. Quando si supera questo stadio, ha inizio anche il mutamento del sistema partitico.
Il mutamento essenziale non consiste nella pura e semplice trasformazione in apparati di partito con influenza di massa. Questa trasformazione da partito di cricche in macchina di partito funzionante con un gran numero di politici di professione…»

…coincide secondo Löwenthal con l’introduzione del diritto di voto universale ed alla concentrazione del capitale in oligopoli e trusts economici organizzati, sotto protezione del potere politico o singoli esponenti di partito.

«Essa però non cambia nulla né per quanto riguarda la mancanza di contenuto sociale dei processi parlamentari, né per quanto riguarda la misura e il carattere della corruzione individuale nella vita pubblica.»

1919 - Corteo della SPD alla Porta di Brandeburgo per l'elezione di F.Ebert alla presidenza del Reich

Per Löwenthal/Sering, a fare la differenza sono i “partiti operai”. E in questo è evidente tutta l’impronta marxista dell’Autore che vede nel movimento operaista l’avanguardia rivoluzionaria per eccellenza, anche se:

«..quanto più vengono messi in primo piano i problemi dell’economia capitalista…. tanto più il partito operaio tende generalmente a diventare il partito rappresentante gli interessi riformisti e a trasformarsi in comitato parlamentare dei sindacati

In tempi normali, non pervasi da turbolenze sistemiche o crisi economiche, tale ordinamento tende, nonostante gli attriti, a funzionare secondo una meccanica strutturata, fondata sulla mediazione costante nell’equilibrio variabile delle istanze rappresentate:

«Lo Stato parlamentare, i cui partiti sono rappresentanti di interessi basati sulle organizzazioni di classe, rappresenta un forma finale caratteristica della democrazia. Ha il carattere di una grande stanza di decompressione degli interessi, nella quale vengono trattati i compromessi delle classi. La decisione politica è qui la risultanza degli interessi dei singoli, come avviene per la formazione dei prezzi sul libero mercato […] la distribuzione del prodotto sociale viene determinata in misura crescente non a secondo della forza economica dei singoli strati, ma a seconda del loro peso espresso politicamente

Il sistema, che sostanzialmente riproduce un immutato assetto di potere a tutela del capitale, nel quadro di una società prevalentemente borghese, entra in crisi con “l’acuirsi dei contrasti di classe” nella divergenza di funzioni tra il sistema burocratico, che con il potere esecutivo necessita di decisioni rapide e unitarie, insieme all’eccessiva preponderanza dell’elemento finanziario, contrapposti ad un parlamento in rappresentanza di interessi sempre più atomizzati e conflittuali. Contrasti che tendono ad esplodere in caso di contrazione economica, mettendo a rischio la tenuta di sistema. Sostanzialmente, in senso lato, ciò avviene tramite l’accresciuta mobilità dentro e fuori gli schieramenti della classe operaia in perdita di coesione, a cui va aggiunto il logoramento economico dei piccoli imprenditori, e l’accentuarsi della richiesta di prestazioni sociali da parte di fasce sempre più consistenti di popolazione attiva rimasta priva di reddito e coperture.
Fila ai forni del pane nella Germania del 1920A tal proposito, Richard Löwenthal elabora la particolare “congiuntura” da cui possono scaturire i movimenti totalitari (Parte III – La Congiuntura da cui nasce il fascismo). Se non fossero trascorsi 80 anni, in molte sue parti il brano sembra scritto oggi. Ovviamente, ogni riferimento a partiti (bestemmia) e moVimenti esistenti è puramente casuale.

1. Gli interessi durante la crisi
[…] «In pochi anni, durante l’ultima crisi, la disoccupazione si è moltiplicata, senza che allo stesso tempo si avesse alcuna riduzione dell’apparato distributivo e amministrativo, così che la riduzione del numero degli occupati si è verificata quasi esclusivamente a spese di quelli che sono occupati produttivamente. Contemporaneamente è rapidamente aumentato lo strato dei ceti medi rovinati, ma non proletarizzati, così che il numero degli improduttivi è cresciuto ad un livello superiore alla media e ad un ritmo assai rapido. Nello stesso tempo si è avuto inevitabilmente un calo del ruolo produttivo di quello strato “misto” di impiegati e impiegati statali ed è aumentata la percentuale di settori produttivi stagnanti, bisognosi di sovvenzioni, e si è fatto più urgente il loro bisogno si sovvenzioni. Con ciò si è acuito il contrasto fra questi settori e quelli rimasti sani. Questo contrasto si è inasprito fino al punto di dare origine al dilemma: o superamento rapido e liberale della crisi, comportante la distruzione di milioni di entità economiche [posti di lavoro], oppure superamento della crisi nei tempi lunghi mediante sovvenzioni, evitando una catastrofe aperta. Il dilemma: pagare i debiti o cancellarli formava una parte di questo problema. In questo modo divenne anche più acuta la già accennata divisione trasversale durante la crisi. Le contraddizioni menzionate si riproducono nel rapporto delle economie nazionali e delle nazioni tra di loro. Le nazioni debitrici diventano insolventi. Lo smembramento del credito internazionale porta ad una contrazione abnorme del commercio estero e mondiale e quindi all’inasprimento delle tendenze autarchiche e nazionaliste, specialmente per quanto concerne i paesi debitori che, in linea di massima, sono anche quelli meno concorrenziali sul piano dell’economia mondiale e oberati da soverchianti pesi morti.
[…] Sia per il crescente numero degli improduttivi, e proprio di quelli la cui esistenza dipende dall’erario statale, sia per il crescente bisogno di sovvenzioni alla produzione, aumenta la percentuale della popolazione il cui interesse primario è, mediamente o immediatamente, quello di uno Stato efficiente.
[…] La concentrazione dinamica di tendenze generali di sviluppo su una situazione di breve durata e inasprita è la caratteristica di tutte le situazioni rivoluzionarie.»

2. Il sistema partitico durante la crisi
Manifesto elettorale della SPD per le elezioni presidenziali del 1932 […] «I partiti della grossa borghesia diventano visibilmente tali, con una evidenza che li priva a ritmo veloce della loro base di massa. Mentre all’interno della borghesia si accentuano le differenze tra profittatori e sovvenzionati,  fra creditori e debitori, i suoi partiti e le sue coalizioni vengono sottoposti a sempre nuove scissioni. I vari gruppi di piccoli produttori, qualora non lo abbiano già fatto prima, passano alla creazione di partiti separatisti a spese dei vecchi partiti borghesi. Nella classe operaia, a causa della netta differenziazione tra occupati e disoccupati, strati capaci di lotta e strati incapaci di lotta, interessati in primo luogo al livello salariale e alla conservazione del posto di lavoro, si acuiscono i contrasti che approfondiscono le fratture esistenti, minacciano di far saltare le organizzazioni unitarie e creano conflitti tra partiti e sindacati. Il risultato generale è innanzitutto che fra i numerosi partiti politici ogni peso diventa sempre più instabile, ogni compromesso sempre più difficile, senza che sorga una forza sufficientemente robusta.
[…] La capacità di azione di tutte le classi diminuisce con il regredire della produzione. Insieme diminuisce anche l’importanza delle organizzazioni create per l’azione di classe. La capacità di sciopero dei sindacati regredisce, gli industriali riuniti in cartelli violano le convenzioni dei prezzi, le cooperative di credito agricolo non sono più in grado di sostenere i loro membri. Con ciò cala la fiducia in queste organizzazioni e cala il numero dei loro aderenti. Le sole azioni economiche che crescono di numero sono durante la crisi sono le azioni dei consumatori e dei debitori: scioperi degli inquilini, sciopero dei contribuenti, aste deserte, ecc. Sul terreno della crisi delle organizzazioni di interessi dei partiti, che in tal modo vengono indeboliti e frantumati, si sviluppa però la tendenza a riporre tutte le speranza nello Stato e quindi nell’organizzazione puramente politica

3. La democrazia durante la crisi
i forconi dei nazisti «Quanto più si frantuma un sistema partitico, tanto più diventa difficile il raggiungimento di un compromesso. Il regresso della forza d’azione delle organizzazioni di classe non apporta in questo caso alcuna agevolazione, ma un ulteriore inasprimento: quanto minore è la capacità di azione economica immediata, tanto più intensi si fanno i tentativi dei partiti di realizzare i loro obiettivi esercitando una pressione sullo Stato e di conservare in tal modo la vacillante fiducia del loro iscritti. In questo modo viene sempre più messa in dubbio la capacità di funzionamento del sistema parlamentare. Questo avviene soprattutto dal punto di vista della borghesia, i cui partiti perdono rapidamente la loro base di massa e alla quale pertanto riesce sempre più difficile imporre per via parlamentare le sue rivendicazioni, che sono al tempo stesso le rivendicazioni per il superamento della crisi nel solo modo possibile del quadro capitalista. L’equilibrio tra gli indeboliti partiti borghesi, sempre più dilaniati dai contrasti interni tra sovvenzionatori e sovvenzionati, l’equilibrio tra i grandi blocchi di masse contrapposti diventa sempre più difficile ed il ruolo del potere esecutivo per assicurare questo equilibrio diventa sempre più importante. La labilità di questo regime rende impossibile la coerenza e l’unitarietà della politica economica e generale dello Stato proprio nel momento in cui essa acquista un’importanza vitale per delle masse sempre più numerose. La crisi dell’erario (un riflesso necessario della crisi economica degli Stati che attuano politiche di sovvenzione) si acuisce a causa delle oscillazioni politiche e si ripercuote immediatamente in un abbassamento del tenore di vita di tutti coloro che dipendono economicamente dallo Stato. Lo Stato viene quindi meno, proprio nel momento in cui la dipendenza delle masse dalle sue prestazioni è massima, e viene meno in questa misura proprio perché si tratta di uno Stato “economicamente democratico”, perché “è una congrega di profittatori” incapace di decisione. L’esigenza di uno Stato forte, economicamente giustificata, si muta nel grido “abbasso il parlamentarismo!”.
Con ciò, la democrazia entra definitivamente nella fase decisiva della crisi.»

Secondo Richard Löwenthal, in assenza di una svolta di tipo socialista, con l’indebolimento del movimento operaio e delle sue organizzazioni, la conseguenza è un accentramento del potere economico-politico in uno Stato sempre più autoritario, percepito dalle grandi masse di scontenti come un distributore di prebende e sovvenzioni, per la soddisfazione di esigenze primarie, a discapito di una reale promozione democratica e sociale.
Comizio di HitlerIn una simile frattura istituzionale si inseriscono i movimenti populistici e, spiccatamente, per Löwenthal, i partiti fascisti come elemento di rottura più evidente ed al contempo funzionale alla prosecuzione di uno statu quo a preservazione dei grandi interessi del capitale, facendo leva sui delusi della democrazia rappresentativa e del sistema parlamentare.
È un moto contrario e trasversale:

«..contro i sindacati industriali; dei debitori contro i creditori; dei disoccupati contro gli occupati, dei fautori dell’autarchia contro i fautori dell’economia mondiale. Tutto questo si attua in nuovo partito di massa, rivolto al solo potere politico: il partito fascista. Così si spiega anche come questo partito recluti i suoi aderenti in tutte le classi e come determinati ceti vi siano prevalenti e ne formino il nucleo, ceti che sono stati definiti con l’imbarazzato termine di “ceti medi”. La borghesia vi è rappresentata, ma si tratta della borghesia indebitata, bisognosa di sostegno; il ceto operaio vi è rappresentato, ma si tratta dei disoccupati permanenti, incapaci di lotta, concentrati in zone povere; vi affluisce la piccola borghesia urbana, ma quella andata in rovina; vi vengono inclusi i possidenti, ma sono quelli spossati dall’inflazione; vi si trovano ufficiali e intellettuali, ma si tratta di ufficiali congedati e intellettuali falliti. Questi sono i nuclei del movimento, che ha il carattere di una vera comunità popolare di falliti, e questo gli permette anche di estendersi, parallelamente alla crisi e ad di là di questi nuclei centrali, in tutte le classi, perché con tutte è socialmente concatenato.
[…] Si voleva uno Stato sotto una guida unitaria che ponesse fine al traffico degli interessi; uno Stato che intervenisse attivamente nella crisi e ponesse fine al liberalismo; uno Stato che liberasse l’economia nazionale dalle dipendenze economiche mondiali. Dicendo che “l’utilità pubblica viene prima dell’interesse individuale” venne proclamata la tutela dei bisognosi di sostegno contro la prassi capitalistica, dicendo “basta con la schiavitù degli interessi da pagare”…. la solidità della terra venne contrapposta all’asfalto delle grandi città. Tutto ciò venne presentato con la credibilità della disperazione, che la crisi produceva dappertutto e che dispensava i suoi sostenitori da ogni discussione razionale. A queste parole d’ordine si mescolavano elementi di una rivolta plebea contro il ceto dei burocrati specializzati e dei notabili, la quale diede al movimento vernice popolare, “democratica”, con la quale di fatto esso assolve singoli compiti rivoluzionario-borghesi.
[…] Le sue parole d’ordine economiche esprimono delle tendenze generali e non delle rivendicazioni concrete. Là dove i fascisti prima della vittoria vengono a trovarsi in situazioni in cui devono prendere posizione, assumono atteggiamenti puramente agitatori e procedono praticamente facendo una brutta figura dietro l’altra, senza risentirne il minimo danno. La loro agitazione di concentra completamente sulla fiducia nel futuro, nel capo, nella presa del potere e nel miracolo che ne seguirà. […] Il partito fascista non disse mai “Aiutatevi da soli!”. Disse sempre: “Dateci il potere!”. Questo è il nucleo di tutte le agitazioni fasciste.
[…] Il partito fascista si costruisce sulla disposizione dei suoi membri ad affidarsi ad una guida, dalla quale essi sperano di essere aiutati, una volta conquistato il potere statale.
[…] Un partito siffatto non può, per sua natura, avere una lunga esistenza come partito di massa senza combattere e vincere. Una volta superata la situazione di crisi gli viene a mancare la possibilità di guida delle masse. Le masse se ne allontanano e si rivolgono nuovamente alle organizzazioni che rappresentano i loro interessi e che corrispondono alla loro situazione nel processo produttivo.
[…] Proibendo tutti gli altri partiti si vuole mettere ordine nella congrega di interessi e sostituire ai compromessi la decisione del capo.»

Manifesto elettorale dello NSDAPDella disamina riportiamo gli aspetti più propriamente riconducibili alla prassi politica, sorvolando la componente militare e squadrista di una violenza istituzionalizzata che nei movimenti di natura fascista è tratto distintivo e imprescindibile, ma proprio per questo meglio conosciuto.
In merito all’organizzazione, alla composizione della dirigenza, ed al “movimento fascista”, Richard Löwenthal osserva:

«Lo sviluppo di questi metodi di lotta e di organizzazione richiede una casta dirigente nuova, libera dalle tradizioni dei partiti democratici e dalla routine parlamentare, senza scrupoli per quanto riguarda i mezzi. Per sua natura questa casta può venire reclutata soltanto tra i militanti senza occupazione e intellettuali falliti, quindi fra gli individui completamente sradicati, e non può nascere dalla componente borghese del movimento, i cui appartenenti, anche in condizioni di indebitamento e di disperazione, rimangono ancora legati a tradizioni di ogni genere. La difficoltà della borghesia di sottostare ad una casta dirigente di dilettanti e di “desperados” fa sì che questi ultimi, pur così direttamente interessati al rivolgimento fascista, restino, fino alla vittoria, quasi sempre fuori dal partito, organizzato in gruppi amici puramente borghesi.
Questa è la circostanza che dà al partito fascista un carattere decisamente plebeo. Gli appartenenti alla classe dominante vi sono scarsamente rappresentati e non hanno influenza in senso tecnico-politico

In virtù di ciò la base di un movimento fascista è molto più ampia e ramificata di quanto non lo sia il partito medesimo che, data la sua apparente poliedricità, può contare su un bacino diversificato di consensi in espansione:

«Dapprima a spese dei partiti borghesi e del ceto medio e poi, a poco a poco, anche a spese delle organizzazioni operaie che, nel loro cammino verso di esso, passano spesso attraverso una fase intermedia d’indifferenza. Il partito fascista diventa il grande blocco di massa del sistema parlamentare in disgregazione. Il blocco di massa contrapposto, appunto il movimento operaio, il pilastro di resistenza relativamente più forte, viene indebolito dal perdurare della crisi e spinto in contraddizioni interne, che presto hanno soltanto più per oggetto i metodi della ritirata.
[…] Fra i due blocchi di massa, cioè quella fascista in aumento e quello proletario in ritirata, si destreggia con vari metodi la cricca della grossa borghesia, che diventa sempre più debole, discorde al suo interno, sempre più appoggiata al potere esecutivo, e che tende ad escludere e a screditare il parlamento e ad isolarsi. Quanto più si acuiscono i suoi contrasti interni, soprattutto tra i fautori delle sovvenzioni e liberali, tanto più forte si fa la sua corsa ad accaparrarsi il favore del partito fascista; corsa nella quale l’ala reazionaria è naturalmente superiore. Alla fine chiama definitivamente e con successo in aiuto il partito fascista, il quale fa il suo ingresso al governo in coalizione con essa. In questa coalizione il partito fascista è di gran lunga, indipendentemente dalle intese intercorse, il partecipante più forte.»

Svastica

In quanto fuori dai giochi di potere tradizionali e dai tatticismi parlamentari, in quanto portatore di istanze dirompenti ed interessi trasversali, nell’analisi di Löwenthal, il partito fascista può presentarsi a buon gioco come elemento di rottura e discontinuità, denunciando i suoi alleati di coalizione come la causa dei progressi insufficienti. Quindi, in tal modo può rivendicare a sé l’avocazione di tutti i poteri, in rottura col “vecchio sistema”…

«A questo punto esso si impadronisce senza riserve dell’apparato statale, si libera da tutti i vincoli di coalizione e realizza il suo potere nella lotta di distruzione contro le organizzazioni di massa proletarie. Fatto questo, la proibizione generale di ogni partito e con la fine formale della coalizione sono soltanto le tappe ovvie del cammino verso lo Stato totalitario.
[…] La necessità di piegare rapidamente e in modo rivoluzionario tutte le resistenze richiede lo scatenamento dell’attività libera e non disciplinata delle sue masse di aderenti. Quando il sistema fascista è completato, questa ondata si ritira da sé, tanto più che questa forma di attività di massa non arriva nemmeno a creare delle proprie forme organizzative

outpostNon è un caso che l’azione politica (e militare) di ogni movimento di tipo fascista sia indirizzata prevalentemente contro la Sinistra e le sue organizzazioni, nonostante il fascismo attinga in parte dalla sua liturgia e dalle sue tematiche sociali, facendole proprie e mistificandole.
Si può dunque parlare di “rivoluzione fascista” i cui risultati tipici sono:

a) Una nuova forma più alta di organizzazione statale
b) Una nuova forma reazionaria di organizzazione sociale
c) Un crescente freno stabile allo sviluppo economico da parte delle forze reazionarie che si sono impadronite del potere statale.

Si tratta di una proposizione sicuramente superata dalla Storia, ma non per questo necessariamente non riproducibile in forme aggiornate ai tempi…
Mutato nomine de te fabula narratur.

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Le XII Tavole della Legge

Posted in Muro del Pianto with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 11 maggio 2013 by Sendivogius

12-tavole

Nuntio vobis gaudium magnum. Habemus leges!
Finalmente il M5S ha presentato i suoi primi disegnini di legge…
Dodici è infatti il numero totale delle proposte depositate in Senato ed in Parlamento dal MoVimento uno e trino, convinto di essere unico: “Noi” siamo le Parti Sociali, l’Opposizione, il Popolo, nell’esclusività totalizzante (e totalitaria) di chi, in quanto diverso dagli “altri”, si crogiola tra i fumi di un microcosmo perfetto riservato agli eletti della setta dei puri e del loro profeta.
Questa è Gente che lavora: con i suoi 12 disegni di legge il sedicente Primo Partito d’Italia è ultimo in assoluto per attività legislativa, superato persino dal “gruppo misto” (43 ddl) e dal Südtiroler Volkspartei con le sue 52 proposte di legge. Non male per un partito (ops! MoVimento!) che vuole il 100% ed ha una produttività legislativa prossima allo 0%, ma pretendeva di rimettere tutti i poteri all’attività parlamentare e quindi governare in assenza di un esecutivo.
Totale dei DDL presentati alle Camere in data 12-04-2013 (fonte 'Giornalettismo')La discrepanza è talmente evidente, che iniziano ad accorgersene persino [QUI] dalla parti del Père Duchesne di Marco Travaglio: il nuovo Hébert del grillismo militante, a metà del guado tra gli Exagérés del populismo forcaiolo e gli Enragés pentastellati, nel chiassoso teatrino della rivoluzione a 5 stelle.
A dire il vero, ci eravamo ripromessi di non indugiare oltre sul Vate stellato ed i suoi replicanti digitali, ma una simile spremuta di meningi in così istituzionale sede, merita un minimo di attenzione affinché tanto ardore rivoluzionario non vada disperso invano…
DDL presentati al SenatoE dunque vediamoli un po’ più da vicino questi fantastici 12 in gestazione al Senato e di certo destinati a diventare famosi come le XII Tavole dell’antico diritto romano:

S. 8
Sen. Casson Felice, Sen. Filippi Marco
Norme a tutela dei lavoratori, dei cittadini e dell’ambiente dall’amianto, nonché delega al Governo per l’adozione di un testo unico in materia di amianto
15 marzo 2013: Presentato al Senato
Da assegnare alle commissioni

S. 269
Sen. Tomaselli Salvatore, Sen. Latorre Nicola
Abrogazione dell’articolo 35 del decreto legge 22 giugno 2012, n. 83, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 2012, n. 134 in materia di ricerca ed estrazione di idrocarburi
22 marzo 2013: Presentato al Senato
Da assegnare alle commissioni

S. 270
Sen. Tomaselli Salvatore ed altri.
Disposizioni per la salvaguardia dell’ambiente e della biodiversità del Mare Adriatico
22 marzo 2013: Presentato al Senato
Da assegnare alle commissioni

S. 391
Sen. Montevecchi Michela ed altri.
Nuove disposizioni per il contrasto dell’omofobia e della transfobia
5 aprile 2013: Presentato al Senato
Da assegnare alle commissioni

S. 392
Sen. Airola Alberto ed altri.
Norme in materia di modificazione dell’attribuzione di sesso
5 aprile 2013: Presentato al Senato
Da assegnare alle commissioni

S. 393
Sen. Orellana Luis Alberto ed altri.
Modifiche al codice civile in materia di eguaglianza nell’accesso al matrimonio in favore delle coppie formate da persone dello stesso sesso
5 aprile 2013: Presentato al Senato
Da assegnare alle commissioni

S. 431
Sen. Morra Nicola
Modifiche all’articolo 416-ter del codice penale in materia di scambio elettorale politico-mafioso
10 aprile 2013: Presentato al Senato
15 aprile 2013: Ritirato

S. 451
Sen. Blundo Rosetta Enza ed altri.
Modifica all’articolo 6, comma 17, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, in materia di ricerca ed estrazione di idrocarburi
10 aprile 2013: Presentato al Senato
Da assegnare alle commissioni

S. 452
Sen. Crimi Vito Claudio ed altri.
Riforma della disciplina per le elezioni della Camera e del Senato, concernente i criteri di candidabilità ed i casi di revoca e decadenza del mandato nonché l’espressione del voto di preferenza da parte degli elettori
10 aprile 2013: Presentato al Senato
Da assegnare alle commissioni

S. 453
Sen. Crimi Vito Claudio ed altri.
Disposizioni volte alla abolizione del finanziamento pubblico all’editoria
10 aprile 2013: Presentato al Senato
Da assegnare alle commissioni

S. 454
Sen. Crimi Vito Claudio ed altri.
Abrogazione della legge 3 febbraio 1963, n.69, e successive modificazioni, sull’ordinamento della professione di giornalista
10 aprile 2013: Presentato al Senato
Da assegnare alle commissioni

S. 455
Sen. Molinari Francesco, Sen. Morra Nicola
Disposizioni concernenti il divieto di propaganda elettorale per le persone appartenenti ad associazioni mafiose e sottoposte alla misura di prevenzione della sorveglianza speciale di pubblica sicurezza
10 aprile 2013: Presentato al Senato
Da assegnare alle commissioni

Lex In attesa di avere il 100%, qualcuno deve aver spiegato agli onorevoli “cittadini” che nel frattempo qualche leggina devono pur presentarla in parlamento. Peccato che il risultato non sia dei migliori…
Come degli scolaretti svogliati ma furbissimi, sembra infatti che gli ensiferi si siano limitati a scopiazzare i compiti altrui, secondo la specialità che più gli riesce meglio: spacciare per proprio ciò che viene fatto da altri.
Ad essere indulgenti, si potrebbe dire che i “cittadini” abbiano peccato di ingenuità e approssimazione… Nella peggiore delle ipotesi, si può parlare apertamente di plagio. La quasi totalità delle leggi presentate al Senato sono infatti dei doppioni già in discussione alle Camere, su proposta del centrosinistra, e soprattutto dell’Italia dei Valori, nel corso della precedente legislatura.
La riproposizione è talmente sfacciata che i “5 Stelle” non si sono nemmeno preoccupati di cambiare i titoli dei ddl, con l’eccezionale risultato di intasare i lavori parlamentari creando un ingorgo legislativo con leggi doppione, perfettamente sovrapponibili tra loro, con l’unico risultato di dilatare i tempi di approvazione di provvedimenti già in esame presso le commissioni.
Se la maggioranza parlamentare è quello che è (un’immonda latrina di governo), lo stato della principale forza di opposizione è tragico nel suo livello di minchioneria difficilmente raggiungibile da altri cialtroni di più lungo corso!
Diamo uno sguardo in dettaglio:

1Atto Senato n.8
Norme a tutela dei lavoratori, dei cittadini e dell’ambiente dall’amianto, nonché delega al Governo per l’adozione di un testo unico in materia di amianto

Presentato al Senato in data 15/03/13, il disegno di legge porta la firma congiunta dei senatori Casson e Marco Filippi.
Peccato però che il primo firmatario, l’ex magistrato Felice Casson, sia un senatore del PD, così come l’atto scaturisce da un’esplicita iniziativa del Partito Democratico, come è facilmente desumibile dall’appartenenza parlamentare dei senatori che hanno controfirmato la relazione del testo [QUI], ad eccezione per l’appunto di Marco Filippi (M5S) che sembra più che altro un “imbucato” per un testo certamente non suo e abusivamente attribuito ai pentastellati.
Tuttavia, vale la pena rilevare come il ddl Casson-Filippi sia in realtà la riproposizione aggiornata (e migliorata) di una precedente proposta di legge, presentata il 23/02/2011 dalla sen. Patrizia Bugnano (IdV) su iniziativa del gruppo IdV al Senato e attualmente in esame di commissione.
Nella fattispecie, si tratta dell’Atto n.2573: Disposizioni a favore dei lavoratori e dei cittadini esposti all’amianto e dei loro familiari”. Il testo integrale lo trovate QUI e, se siete pignoli come noi, noterete come molti articoli siano equipollenti.

2Atto Senato n.391
Nuove disposizioni per il contrasto dell’omofobia e della transfobia

Presentato al Senato in data 05/04/13, il disegno di legge a firma della senatrice Michela Montevecchi è in realtà la riproposta del DDL C.2802 del 14/10/09 (Norme per la tutela delle vittime di reati per motivi di omofobia e transfobia), su proposta di Antonello Soro (PD) e respinto nel 2011 per presunti vizi di incostituzionalità.
Ma, come si può vedere QUI, gli interessamenti in materia sono tutt’altro che rari e meno che mai una prerogativa ad esclusiva 5 stelle.

3Atto Senato n.392
Norme in materia di modificazione dell’attribuzione di sesso

Problema di scottante attualità, largamente sentito dagli italiani, su presentazione del sen. Alberto Airola (05/04/13), costituisce una novità assoluta per il nostro ordinamento legislativo, che invero non se n’era mai occupato prima [QUI], finché il lungimirante cittadino Airola non ha scoperto il problema.

4Atto Senato n.393
Modifiche al codice civile in materia di eguaglianza nell’accesso al matrimonio in favore delle coppie formate da persone dello stesso sesso

Su proposta del sen. Orellana, è un altro plagio conclamato ai danni della IdV.
Nella fattispecie, si tratta del ddl C.5338, presentato da Antonio Di Pietro in data 03/07/12 e assegnato alla Commissione Giustizia in data 19/09/2012. Il titolo del ddl?
Modifiche al codice civile in materia di eguaglianza nell’accesso al matrimonio in favore delle coppie formate da persone dello stesso sesso
Peraltro, SEL ha presentato una proposta identica alla Camera dei deputati.

5Atto Senato n.431
Modifiche all’articolo 416-ter del codice penale in materia di scambio elettorale politico-mafioso

Presentato dal senatore-cittadino Nicola Morra il 10 Aprile è stato immediatamente ritirato neanche una settimana (15/04/13) dopo la sua presentazione. E non perché le intenzioni fossero sbagliate… A pensar male, il tapino deve essersi accorto che in Senato era già in esame il medesimo provvedimento da almeno due anni:

Modifiche agli articoli 416-bis e 416-ter del codice penale in materia di associazioni di tipo mafioso e di scambio elettorale politico-mafioso

Si tratta dell’Atto S.2199 del 20/05/10, a firma del senatore Luigi Li Gotti (IdV).
A scanso di equivoci, e con largo anticipo sui pentastellati, anche SEL aveva già presentato alla Camere una proposta di legge anticorruzione con la modifica art.416-ter del Codice Penale.

6Atto Senato n.269
Abrogazione dell’articolo 35 del decreto legge 22 giugno 2012, n. 83, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 2012, n. 134 in materia di ricerca ed estrazione di idrocarburi

Presentato in data 22/03/2013 dal sen. Tomaselli (PD), congiuntamente al controverso senatore Nicola Latorre (PD) al quale il Vate furioso non ha mancato di lanciare i suoi strali.
Provvedimento pentastellato, ma presentato da due senatori del PD… Errore di attribuzione?
Ad ogni modo, trattasi di altra legge fotocopia, risalente all’Agosto dello scorso anno (il ddl S.3437). Questo è il titolo:

“Abrogazione dell’articolo 35 del decreto-legge 22 giugno 2012, n. 83, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 2012, n. 134, in materia di ricerca ed estrazione di idrocarburi”

7Atto Senato n.451
Modifica all’articolo 6, comma 17, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, in materia di ricerca ed estrazione di idrocarburi

Su presentazione della senatrice Enza R. Blundo (10/04/13), è uno dei nostri provvedimenti preferiti…
Come si può leggere chiaramente sul sito del Ministero dello Sviluppo economico [QUI], l’articolo in questione della legge in riferimento NON esiste più. Infatti, il comma 17 dell’Art.6 è stato sostituito interamente dall’articolo 35, comma 1 del Decreto Legge 22 giugno 2012, n. 83 convertito con modificazioni dalla Legge 7 agosto 2012, n. 134.
E infatti gli ensiferi, non pienamente consapevoli della contraddizione, si sono dovuti far prestare gli esperti giuridici del PD al Senato per riformulare un nuovo ddl con la giusta richiesta di abrogazione. Per inciso, si tratta dell’atto Atto S.269 (di cui sopra).

8Atto Senato n.452
Riforma della disciplina per le elezioni della Camera e del Senato, concernente i criteri di candidabilità ed i casi di revoca e decadenza del mandato nonché l’espressione del voto di preferenza da parte degli elettori
  (10/04/13)

Qui entriamo nel magico mondo fatato dell’incantevole Crimi che, insieme al resto degli ensiferi al gran completo, si balocca coi cavalli di battaglia del movimento…
Si tratta della revisione aggiornata della famosa “legge di iniziativa popolare”, presentata a suo tempo da Beppe Grillo nel dicembre del 2007 e, a dispetto delle fanfaronate del tribuno, trasposta in ddl (S.1936), quindi presa in esame dalla commissione delegata [QUI].
Sorvoliamo invece sul fatto che l’attuale proposta del M5S contenga profili un tantino incostituzionali (a partire dal limite dei due mandati parlamentari), che il prof. Rodotà potrebbe spiegare loro molto bene…

9Atto Senato n.453
Disposizioni volte alla abolizione del finanziamento pubblico all’editoria
(10/04/13)

A Ciccio Crimi, probabilmente sfugge come i contributi diretti all’editoria su finanziamento pubblico siano stati, di fatto, già aboliti. A percepire i finanziamenti pubblici, sono le testate di partito, le pubblicazioni delle minoranze linguistiche, e (ovviamente!) i giornali ecclesiastici che succhiano la quasi totalità dei 90 milioni di euro (tale è la cifra complessiva) a disposizione.
Nella fattispecie, si tratta del decreto-legge n.201 del 06/12/11 (il cosiddetto “Salva Italia”), convertito nella Legge n.214 del 22/12/11. Il provvedimento, stringato ma eloquente, è contenuto nel comma 3 dell’art.29 (“Acquisizione di beni e servizi attraverso il ricorso alla centrale di committenza nazionale e interventi per l’editoria”):

Allo scopo di contribuire all’obiettivo del pareggio di bilancio entro la fine dell’anno 2013, il sistema di contribuzione diretta di cui alla legge 7 agosto 1990, n. 250, cessa alla data del 31 dicembre 2014, con riferimento alla gestione 2013.

Per tutti gli altri quotidiani (come “Il Fatto”) restano invece una serie di agevolazioni fiscali (su IVA e carta) che sono praticamente in vigore ovunque esista la libertà di stampa, universalmente riconosciute in tutte le democrazia occidentali. Concetto molto difficile da capire per chi non riconosce altro organo di informazione oltre al blog del Profeta; parla di chiudere le reti RAI; aborre il confronto ed i media… Oppure, come candidamente confessa lo stesso Crimi (che del ddl è firmatario), “i giornalisti mi stanno sul cazzo”, a parte quelli graditi a Casaleggio e Grillo. S’intende! Messora docet.

10Atto Senato n.454
Abrogazione della legge 3 febbraio 1963, n.69, e successive modificazioni, sull’ordinamento della professione di giornalista
(10/04/13)

Chissà come abbiamo fatto finora, prima che Ciccio-Crimi ed il resto dell’allegra brigata si ponessero il problema?!?
Sono vent’anni ed oltre che si prova ad abolire il famigerato (ed inutile!) Ordine dei Giornalisti, almeno a partire dal dimenticato referendum promosso dal Partito Radicale nel 1997 (che non raggiunse il quorum). Né sono mancate le iniziative legislative negli ultimi anni [QUI].
Ma certo ora che sono arrivati The Others cambia tutto!
Perciò auguri e buona fortuna.

11Atto Senato n.455
Disposizioni concernenti il divieto di propaganda elettorale per le persone appartenenti ad associazioni mafiose e sottoposte alla misura di prevenzione della sorveglianza speciale di pubblica sicurezza

Disegno di legge presentato dai cittadini-senatori Molinari e Morra.
Peccato che in assenza di riferimenti specifici (magari di articoli da modificare), la normativa esista già: Legge n.175 del 13/10/2010 in merito alle “Disposizioni concernenti il divieto di svolgimento di propaganda elettorale per le persone sottoposte a misure di prevenzione”.

«La legge 175/2010 ha introdotto fattispecie di ineleggibilità connesse alla violazione del divieto di svolgimento di attività di propaganda elettorale previste dalla legge 4 aprile 1956, n. 212 (affissione di stampati, giornali murali o manifesti di propaganda, propaganda elettorale luminosa o figurativa, lancio di volantini) per le persone sottoposte a misure di prevenzione: in caso di violazione di tale divieto da parte del sottoposto alla misura o da parte del candidato – che, conoscendo la condizione di sottoposto in via definitiva alla misura della sorveglianza speciale di pubblica sicurezza, richiede al medesimo di svolgere attività di propaganda elettorale e se ne avvale concretamente – la condanna che ne consegue comporta l’interdizione dai pubblici uffici alla quale consegue l’ineleggibilità del condannato per la stessa durata della pena detentiva. La sospensione condizionale della pena non ha effetto ai fini dell’interdizione dai pubblici uffici (La misura di prevenzione della sorveglianza speciale già prevista dalla L. 575/1965 è ora disciplinata dal D.Lgs. 159/2011.)»

Nel dubbio, i senatori pentastellati possono scaricare gratuitamente il manuale elettorale per le elezioni politiche, con la disciplina in materia [QUI] e decidere cosa vogliono esattamente cambiare.
Ad ipotesi, si presuppone siano gli stessi punti contemplati nel ddl S.452 (e dunque un’altra legge clone).

12Ci sarebbe anche il ddl n 270, inerente Disposizioni per la salvaguardia dell’ambiente e della biodiversità del mare Adriatico. Ma il disegno di legge è stato presentato dal senatore Salvatore Tomaselli (PD) e non si capisce dunque perché l’atto venga ascritto al gruppo del M5S.

XII Tavole

Stesso discorso vale per gli altri provvedimenti apocrifi in materia sanitaria, attribuiti ai pentastellati, ma tutti firmati su presentazione del sen. Ignazio Marino (PD). Un discorso completamente a parte vale invece per il disegno di legge n.578 sull’annoso problema dellasensibilità chimica multipla” (MCS), presentato e poi ritirato e ora (pare) nuovamente ripresentato dal senatore cinque stelle Bartolomeo Pepe. In pratica, si tratta di un copia-incolla assolutamente identico all’originale proposta presentata nel 2010 da Elio Lannutti (IdV), contemplante “disposizioni” su una malattia che NON esiste. E d’altra parte la “sensibilità chimica multipla” è una vecchia fissazione trasversale che viene sistematicamente ripresentata a scadenze regolari, a dimostrazione (se ce n’era bisogno) dell’incredibile massa di citrulli che alberga in entrambe le Camere [QUI].

Il Giorno della Fuffa E questo sarebbe il meglio che la sedicente “opposizione” doc è riuscita a proporre fino ad ora… FUFFA!
D’altronde, i “cittadini” della confraternita ensifera sono in ben altre faccende affaccendati. Infatti, sembrano essere molto più interessati all’occupazione militare delle poltrone nelle commissioni di garanzia e litigarsi le diarie parlamentari col loro capo politico: il predicatore miliardario delle decrescita felice, che vorrebbe gli indennizzi dei pentastellati da gestire tutti per sé in un suo fondo fiduciario, con la disinteressata supervisione di Gianroberto Casaleggio. E’ la variante 2.0 del vecchio esproprio proletario: date a Grillo ciò che è di Cesare.

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La Democrazia che non c’è

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 17 aprile 2013 by Sendivogius

SANDMANIn tempi non sospetti, quando la grande depressione economica sembrava un evento sepolto nei libri di scuola, i rigurgiti nazional-populistici parevano un’ipotesi capziosa, gli euroburocrati di Bruxelles promettevano un radioso avvenire di prosperità sotto l’egida della moneta unica, e Beppe Grillo muoveva i primi passi nella rete, la reversione post-democratica di un sistema rappresentativo in crisi profonda era più che evidente a chi avesse voluto vedere i sintomi di un’infezione già in atto…
Nel 2006, lo storico Paul Ginsborg si interroga sulla crisi di rappresentanza e nuove forme di partecipazione. E lo fa in un pamphlet dal titolo evocativo: La democrazia che non c’è (Einaudi), con la grande capacità divulgativa di una lucida intelligenza.

«Nel 1989 la democrazia liberale trionfò senza riserve sul suo, ormai impresentabile, avversario. Ma, nel momento della vittoria globale, molte delle prassi fondamentali della democrazia liberale si sono rivelate carenti e molti dei suoi più orgogliosi vanti infondati. Oggi la democrazia liberale è, almeno in parte, un re nudo. Per vestirlo adeguatamente urgono dibattito teorico e innovazione pratica. Partendo da Marx e Mill e, a dire il vero, senza perderli mai di vista, questo saggio affronta alcune delle questioni più pressanti sorte nella storia della democrazia, rapportandole alle possibilità e ai pericoli dei nostri giorni. Ciò in riferimento alla democrazia in generale, ma con attenzione particolare alle democrazie europee e al destino dell’Unione Europea. E lo fa con un problema preciso in mente: la necessità di inventare nuove forme e prassi che ‘combinino’ la democrazia rappresentativa con quella partecipativa, al fine di migliorare la qualità della prima col contributo della seconda.
La democrazia ha molti nemici in attesa tra le quinte, politici e movimenti per il momento costretti a giocare secondo le sue regole ma il cui intento reale è tutt’altro: populista, di manipolazione mediatica, intollerante e autoritario. Conquisteranno molto spazio, se non riformeremo rapidamente le nostre democrazie. E non c’è ambito in cui questa riforma sia più necessaria che in seno alla stessa Unione Europea

Il prof. Ginsborg immagina l’incontro, in una sera primaverile del 1876, tra Karl Marx e John Stuart Mill, nella dimora londinese di quest’ultimo. L’espediente narrativo è funzionale al confronto analitico di idee antitetiche, volte alla costruzione di una sintesi comune per una visione d’insieme nel ripensamento del presente.
einaudi_GINSBORG Strutturata in tre parti, l’opera di Ginsborg prende in considerazione i paradossi della democrazia diretta (con un occhio alla Comune parigina del 1871 ed i soviet rivoluzionari nella Russia del 1905) e la dittatura comunista, insieme all’ossimoro della democrazia liberale che sembra entrare in una crisi irreversibile al momento del suo massimo trionfo. Non nasconde e anzi denuncia il preoccupante deficit democratico (oggi evidente) dell’Unione Europea.
Partendo dall’analisi del sistema politico, prende in considerazione il rilancio ed il rafforzamento dell’istituzione democratica, tramite nuove forme di rappresentanza e partecipazione attiva, nella realizzazione di una democrazia deliberativa con un coinvolgimento sempre più diretto della cosiddetta “società civile”, in rapporto sinergico.
Quindi, sposta l’attenzione sulle variabili di genere ed economiche, con le disuguaglianze sociali, che inficiano la tenuta di un sistema compiutamente democratico, con la strutturazione di tempi e scale di intervento.
Appurato come la democrazia sia un sistema tanto mutevole quanto vulnerabile, Paul Ginsborg reputa che questa vada rianimata, e aperta alla partecipazione diretta ed al coinvolgimento della cittadinanza attiva (e responsabilizzata), per inclusione e mai per esclusione.
Il cuore pulsante di un simile processo di rilancio democratico risiede in coloro che Ginsborg chiama soggetti attivi e dissenzienti, tramite un sistema di interconnessioni, con la creazione di reti sociali multiple (dall’associazionismo di base ai comitati pubblici), ripartite per specificità ed ambiti di coinvolgimento: famiglia; società civile; istituzioni politiche. Democrazia partecipata che sia oltre (e non contro) quella fondamentale sfera politica, attualmente separata e monopolizzata dal predominio degli apparati di partito.

«Le tre sfere sono tra loro interdipendenti. Non può esistete società civile senza il sostegno e l’incoraggiamento attivo dello stato democratico. Né la politica democratica può rinnovarsi senza il sostegno e il controllo attivo delle associazioni della società civile. […] Donna o uomo che sia, il moderno cittadino attivo e dissenziente non è un giacobino.»

Al contempo, il prof. Ginsborg dopo aver tessuto l’elogio della “società civile”, declinata nelle sue varie forme associative, ed esaltate le sue potenzialità intrinseche, ne avverte altresì i limiti:

«Le organizzazioni della società civile presentano numerose pecche. Spesso proprio il loro carattere fluido e informale, che tanto affascina e attrae su un certo piano, rappresenta un grave difetto sotto una diversa prospettiva. In assenza di regole formali, è facile per alcuni individui sfruttare la loro posizione di figure carismatiche fondatrici o simili, per cercare di controllare le organizzazioni o di porsi al di là delle critiche.
[…] In realtà un’organizzazione gerarchica prospera assai più facilmente di una votata ai principi delle solidarietà orizzontali e alla diffusione di potere…. Esiste poi il problema della rappresentazione. Chi rappresentano esattamente le organizzazioni della società civile? E in che modo è possibile accertarlo? Dietro denominazioni magniloquenti possono celarsi solo ambizioni individuali.»

aAn_cCatBite Seppur auspicata e reputata parte integrante della soluzione, da rischi simili non è esente nemmeno la “democrazia deliberativa”, né Ginsborg si fa facili illusioni:

«Il periodo in cui viviamo presenta forti punti di contatto con gli anni ’70 del Novecento e dovremmo trarre dagli avvenimenti di quel decennio un monito per il futuro. All’epoca in tutta Europa, ma in particolare in Italia, si ebbero ampie mobilitazioni a favore dell’estensione della democrazia in varie sfere…. La spinta al cambiamento era così forte che Norberto Bobbio notava un “potere ascendente” che si estendeva “a varie sfere della società civile”.
[…] Sfortunatamente, non avvenne alcuna trasformazione del genere ed i risultati finali furono assai deludenti. La montagna partorì un topolino. L’insuccesso è in parte riconducibile al mutato equilibrio di forze alla fine degli anni Settanta: l’esaurimento dei movimenti sociali, la ripresa del controllo esclusivo da parte dei datori di lavoro nelle fabbriche e l’ascesa di una forte ideologia neo-conservatrice dal fascino universale.
[…] In tutta Europa è ora diffusa la retorica del “empowerment” che sottolinea la necessità di ascoltare la gente e coinvolgerla nei processi decisionali. La UE in vari comunicati e programmi non esita a enfatizzare espressioni come partenariato, coinvolgimento dei cittadini, partecipazione. Tuttavia, se la partecipazione non assume forme solide, realizzabili e costanti, tutto il gran parlare di “empowerment” resta poco più di una presa in giro.»

A distanza di sette anni, ne abbiamo la riprova con drammatica riconferma nella scandalosa gestione della crisi economica da parte della UE.
INCHIESTA-PANORAMA-La-Magna-Casta_h_partbNell’analisi di Paul Ginsborg non c’è posto né indulgenza per il populismo degenerato di un qualunquismo d’accatto che si nutre di furori anti-castali, opportunisticamente alimentati da una campagna di stampa interessata, che fa dell’indignazione uno strumento di pressione politica per la salvaguardia delle elite.
Fede ciecaSe si perdona la polemica, tra i campioni d’eccezione del fortunato filone di vendite ci sono conservatori neoliberisti di ispirazione reaganiana, con incondizionata ammirazione per le politiche economiche di Margaret la CastaThatcher, come Marco Travaglio (ipse dixit!) o l’accoppiata Rizzo-Stella della premiata ditta “Corriera della Sera, con accorati elenchi spese tutti concentrati sui “costi della politica” e mai su quelli dei potentati economici all’ombra della finanza globalizzata (delle quali “Il Corriere della Sera” è da sempre l’organo di stampa privilegiato). A questi, spiace constatare come non manchino mai, da ‘sinistra’, i vari corifei dell’indignazione mediatica a comando, che una vecchia volpe immorale come Lenin, nel suo cinico opportunismo politico, avrebbe definito “utili idioti”.

«La crescente concentrazione del capitale su scala mondiale, conseguente a continue fusioni e acquisizioni, un processo che Marx aveva previsto con grande chiarezza, ha prodotto nuove oligarchie straordinariamente potenti (…) Sono mastodonti estremamente dinamici e rapaci dal punto di vista economico, ma dinosauri in termini di democrazia. Animali non stanziali, battono il mondo a caccia di nuovi mercati e profitti. Il loro è un enorme potere che non risponde a nessuno, se non in forma parziale agli azionisti. Sono in grado di spostare vaste risorse, di decidere del destino di intere comunità e di dettare le loro regole “flessibili” in molte parti del mondo. Alla loro ombra i singoli cittadini si sentono impotenti e dipendenti al contempo. Sono queste le vere relazioni economiche del neo-liberismo e Mill inorridirebbe di fronte a qualsiasi uso del termine “liberalismo”, seppur preceduto da “neo”, in un contesto simile

Perciò, molto meglio concentrarsi sulla sedicente “casta dei politici”, gettando cortine fumogene che distorcono l’interesse sul costo di una “auto blu” o una “indennità parlamentare”, ma allontanano l’attenzione dalle oligarchie del capitale finanziario (e dalle loro rapine), all’origine della devastante recessione economica e principale minaccia a qualsivoglia sistema di diritti e tutele sociali in un ordinamento davvero democratico.

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Le Origini del Totalitarismo

Posted in A volte ritornano, Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 10 aprile 2013 by Sendivogius

Egg of AlienUna recessione, soprattutto se prolungata, non porta mai niente di buono.
Quanto a lungo può resistere un tessuto sociale, prima di stracciarsi del tutto? Quanto ancora possono essere tesi dei fili già logori prima di cedere irrimediabilmente?
Come un corpo malato, una società già debilitata si consuma in fretta, ma solitamente non collassa mai del tutto. Piuttosto, involve in qualcosa di diverso e peggiore, attraverso una ripugnante serie di processi degenerativi. Species IIMuta e si trasforma alla stregua di un organismo mutogeno, istintivamente animato da un estremo e perverso spirito di sopravvivenza. Più o meno come avviene in quelle specie mutanti intaccate da organismi parassitari, che hanno fatto il successo del cinema di fantascienza…
The FlyDa questo punto di vista, le pulsioni autoritarie sono una costante, come una malattia a ricaduta ciclica in una società conservatrice quale la nostra, geneticamente predisposta per ogni avventurismo dalle inclinazioni totalitariste.
Nel 1951, la sociologa e studiosa Hanna Arendt pubblicò sul tema un’opera dal titolo significativo: Le Origini del Totalitarismo. Divisa in tre parti (antisemitismo; imperialismo; totalitarismo), l’opera della Arendt analizza secondo una prospettiva unitaria ed interconnessa lo sviluppo progressivo dei regimi totalitari, ponendo una particolare attenzione ai processi trasformativi delle classi sociali in epoca moderna, alla funzione della “massa” e alle conseguenze dell’alienazione sociale. Al contempo, prende in disamina il ruolo della propaganda e della violenza, per l’affermazione dei dispotismi contemporanei.
Per alcuni aspetti datato, “Le Origini del Totalitarismo” presenta spunti curiosamente attuali nello studio del totalitarismo (III parte), inteso come prodotto di una società senza classi sostituite dalla ribalta politica di masse amorfe e disgregate. Si tratta di folle anonime, dalle provenienze trasversali, costituite in prevalenza da “disperati” travolti dalla disoccupazione e dalla crisi economica della Grande Depressione (del 1929), “pieni di risentimento” contro i vecchi partiti tradizionali che identificano come strumenti e associano all’odio verso le invisibili potenze dominanti (oggi piace chiamarli “poteri forti”)…
È una lettura istruttiva, che vale la pena di proporre in una piccola selezione assai evocativa:

Shadow of nazis«I movimenti totalitari trovano un terreno fertile per il loro sviluppo ovunque ci siano della masse che per una ragione o per l’altra si sentono spinte all’organizzazione politica, pur non essendo tenute unite da un interesse comune e mancando di una specifica coscienza classista, incline a proporsi obiettivi ben definiti, limitati e conseguibili. Il termine “massa” si riferisce soltanto a gruppi che, per l’entità numerica o per l’indifferenza agli affari pubblici o per entrambe le ragioni, non possono permettersi una organizzazione basata sulla comunanza di interessi, in un partito politico, in un’amministrazione locale, in un’associazione professionale o in un sindacato. Potenzialmente, esiste in ogni paese e forma la maggioranza della folta schiera di persone politicamente neutrali che non aderiscono mai ad un partito e fanno fatica a recarsi alle urne.
Fatto caratteristico, i movimenti totalitari europei, quelli fascisti come quelli comunisti dopo il 1930, reclutarono i loro membri da questa massa di gente manifestamente indifferente, che tutti gli altri partiti avevano lasciato da parte perché troppo apatica o troppo stupida. Il risultato fu che in maggioranza essi furono composti da persone che non erano mai apparse prima sulla scena politica. Ciò consentì l’introduzione di metodi interamente nuovi nella propaganda e un atteggiamento di indifferenza per gli argomenti degli avversari; oltre a porsi al di fuori e contro il sistema dei partiti nel suo insieme.
[…] Il successo dei movimenti totalitari fra le masse segnò la fine di due illusioni care ai democratici in genere, e al sistema di partiti degli Stati nazionali europei in particolare.
La prima era che il popolo nella sua maggioranza prendesse parte attiva agli affari di governo e che ogni individuo simpatizzasse per l’uno o per l’altro partito; i movimenti mostrarono invece che le masse politicamente neutrali e indifferenti potevano costituire la maggioranza anche in una democrazia, e che c’erano quindi degli Stati retti democraticamente in cui solo una minoranza dominava ed era rappresentata in Parlamento.
La seconda illusione era che queste masse apatiche non contassero nulla, che fossero veramente neutrali, e formassero lo sfondo inarticolato della vita politica nazionale. Ora i movimenti totalitari misero in luce quel che nessun organo dell’opinione pubblica aveva saputo rivelare: che la Costituzione democratica si basava sulla tacita approvazione e tolleranza di settori della popolazione politicamente grigi e inattivi non meno che sulle istituzioni pubbliche articolate e organizzate. Così quando questi movimenti entrarono in parlamento, malgrado il loro disprezzo per il parlamentarismo, mostrarono una certa incoerenza, ma in effetti riuscirono a convincere la gente qualunque che le maggioranze parlamentari erano fittizie e non corrispondevano necessariamente alla realtà del paese, minando per giunta la fiducia dei governi che dal canto loro credevano più nel dominio della maggioranza che della Costituizione.
Si è spesso fatto rilevare che i movimenti totalitari usano e abusano delle libertà democratiche per distruggerle. Non si tratta di abilità diabolica da parte dei capi o di stupidità puerile da parte delle masse. Le libertà democratiche si basano certamente sull’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, ma acquistano un senso e funzionano organicamente solo dove i cittadini appartengono a determinati gruppi da cui sono rappresentati, o formano una gerarchia sociale e politica.
Manifesto nazista degli anni '20 - il bravo uomo del popolo imbraccia il forcone contro banchieri e politicanti[…] È difficile rivelare la differenza tra le organizzazioni della plebe del XIX secolo ed i movimenti di massa del XX perché i moderni capi totalitari non si distinguono molto dai vecchi demagoghi […] Le masse condividono con la plebe un’unica caratteristica: l’estraniamento da ogni struttura sociale e dalla normale rappresentazione politica. Esse non ereditano, come quella (sia pure in forma pervertita), i principi e gli atteggiamenti della classe dominante, ma riflettono e pervertono i principi e gli atteggiamenti di tutte le classi. L’orientamento dell’uomo di massa non è determinato soltanto, o principalmante, dalla specifica classe a cui un tempo egli apparteneva, ma piuttosto dalle diffuse influenze e convinzioni che formano il bagaglio inarticolato di tutte le classi della società.
[…] Il crollo del sistema classista implicò automaticamente il crollò del sistema dei partiti, soprattutto perché questi, essendo organizzazioni di interessi, non ne avevano più da rappresentare…. [I partiti] avevano inoltre perso, senza accorgersene, quei simpatizzanti passivi che non si erano mai curati di politica perché ritenevano che ci fossero i partiti per difendere i loro interessi. Di modo che il primo segno del tramonto non fu la diserzione dei vecchi militanti, bensì l’incapacità di reclutarne di nuovi tra le giovani generazioni, oltre che la perdita del tacito consenso e appoggio delle masse disorganizzate che, uscite d’improvviso dall’apatia, si buttarono dovunque avvertissero l’occasione di manifestare la loro ostilità verso l’intero sistema.
Il crollo della muraglia protettiva classista trasformò le maggioranza addormentate, fino allora a rimorchio dei partiti, in una grande massa, disorganizzata e amorfa, di individui pieni d’odio che non avevano nulla in comune tranne la vaga idea che le speranze degli esponenti politici di un ritorno dei bei tempi andati fossero campate in aria e che quindi i rappresentanti della comunità, rispettati come i suoi membri più perspicaci e preparati, fossero in realtà dei folli, alleatisi con le potenze dominanti per portare, nella loro stupidità o bassezza fraudolenta, tutti gli altri alla rovina. Non contava molto che la temibile solidarietà negativa derivasse dai più diversi motivi, che il disoccupato odiasse lo status quo e le potenze dominanti sotto forma di socialdemocrazia, il piccolo proprietario espropriato sotto quella dei partiti di centro, e gli ex appartenenti alla media e alta borghesia sotto quella della destra tradizionale.
[…] I movimenti di massa attrassero, prima e molto più facilmente dei partiti tradizionali che erano inclini all’associazione, gli elementi completamente disorganizzati, i tipici “astensionisti”.»

 Hanna Arendt
“Le Origini del Totalitarismo”
Edizioni di Comunità (pagg. 427-439)
 Milano, 1967

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