Archivio per Otello Lupacchini

ATTENTI AL CENSORE!

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , on 6 agosto 2012 by Sendivogius

Con raro tempismo, in merito all’articolo ONORE AL MERITO, siamo stati contatti dall’ufficio legale del Gruppo Sipro, cha ha voluto omaggiarci con una letterina dal sapore vagamente intimidatorio, minacciando rappresaglie legali, in mancanza di una meglio circostanziata esposizione delle proprie obiezioni. Non dubitiamo che presto riceveremo altra copiosa corrispondenza da parte di ulteriori ‘soggetti’…
Per la gioia dei lettori, riportiamo il testo integrale della diffida, che ad ogni modo potete leggere nella copia dell’originale QUI:

Raccomandata A/R a mezzo pec a fortezza_bastiani@hotmail.com
Oggetto: articolo “ONORE AL MERITO”

Seguitando l’articolo di cronaca in oggetto emarginato, si rende utile quanto giuridicamente fondato rappresentare alcune oggettive considerazioni.:

• che è comparso sul Vs. sito un articolo nel quale la scrivente società è stata inserita in varie inchieste giudiziarie che si sarebbero svolte in un non meglio precisato passato e che tali affermazioni sono infondate e pertanto non corrispondenti al vero;

• che a margine dell’articolo è presente il logo della nostra azienda, per il quale non ci è stato richiesto nessun permesso a norma di legge.

Invero nel contestare il contenuto delle vostre affermazioni, peraltro in sfregio ai più elementari principi di diritto, poiché né la SIPRO, né la governance o altri soggetti coinvolti nella gestione dell’azienda sono stati oggetto di inchieste giudiziarie, si invita e diffida a rettificare quanto pretestuosamente affermato. Per mero tuziorismo si precisa, laddove ce ne fosse per l’ennesima volta bisogno, che la famiglia Di Gangi non può essere affiancata a fatti di cronaca giudiziaria come da voi piuttosto superficialmente e senza alcun elemento di prova oggettivo affermato. In difetto saremo costretti senza alcun indugio ad informare la Procura della Repubblica competente a tutela degli interessi dei singoli nonché della stessa società richiamata.
Nel segnalare i gravi danni che una tale pubblicità negativa può arrecare alla ns. immagine, al nostro lavoro e ai nostri dipendenti, siamo, pertanto, con la presente a richiedere IMMEDIATA rimozione del logo appartenente alla nostra azienda e dell’articolo in oggetto.
Ogni ritardo nell’esecuzione di quanto richiesto, sarà da noi considerato di rilevanza legale ai fini del risarcimento del danno subito.

Con perfetta osservanza.

SIPRO Sicurezza Professionale s.r.l.
Ufficio Affari Legali e Rapporti Istituzionali

Sarà bene precisare, che nessuno impedisce ai diretti interessati di esercitare il loro legittimo “diritto di replica” ed esplicitare tutte le “oggettive considerazioni” che riterranno opportune.
Sarà altrettanto opportuno ribadire che “rettifica” non è un termine equipollente a “censura”. Le minacce (di natura ‘legale’) non rendono più convincente, né più credibile, un’obiezione; in compenso, chiariscono meglio di qualsiasi altra parola la reale natura di chi se ne fa promotore…

Abbiamo rimosso il logo aziendale (bastava anche la parolina magica: ‘per favore’), che “in sfregio ai più elementari principi di diritto” circola ovunque e sui siti più disparati.
Invece, sarà il caso di sollevare qualche obiezione sulla immediata rimozione dell’articolo in oggetto (la risposta è NO!)

Per mero tuziorismo, onde cautelarsi da pretestuose richieste di risarcimento per danni presunti e tutti da dimostrare, nella pubblicazione incriminata ci si è limitati a citare testualmente, con tanto di virgolettato, una serie di inchieste giornalistiche pubblicate sui maggiori quotidiani nazionali. Si tratta di articoli a mezzo stampa, di pubblico dominio e reperibili da chiunque.
Se l’ufficio legale della Vs azienda fosse stato altrettanto attento nella lettura, così come si è dimostrato solerte nelle minacce, avrebbe notato che ad ogni citazione viene scrupolosamente riportata la fonte: Autore, Titolo, Data di pubblicazione e link (collegamento ipertestuale) del testo originario a tutt’oggi consultabile da chiunque.

Per praticità di consultazione, riportiamo gli articoli citati (se cliccate sulla scritta in rosso, vi si apre la paginetta web in questione), dai quali le informazioni non sono desunte bensì riportate alla lettera:

“Segreti e appalti milionari; gli affari del re dei vigilantes”
di Luca Fazzo
La Repubblica – (13 Marzo 2006)

“I boss della vigilanza”
a cura di Paolo Forcellini
L’Espresso – (09 Ottobre 2006)

Non si capisce dunque perché gli uffici della Sipro non si siano sentiti “costretti senza alcun indugio ad informare la Procura della Repubblica competente a tutela degli interessi dei singoli nonché della stessa società richiamata” nei confronti, per esempio, del Gruppo editoriale L’Espresso, “per quanto pretestuosamente affermato”. Forse perché la pretesa è completamente destituita di fondamento?
Magari le Lor Signorie sono convinte (sbagliando) che, in questo caso, sia molto più facile intimorirci, prendendosi una soddisfazione postuma e ignorando che, alla peggio, chiuso un sito se ne riapre subito un altro.
Ma passiamo alle doverose rettifiche:

né la governance o altri soggetti coinvolti nella gestione dell’azienda sono stati oggetto di inchieste giudiziarie, si invita e diffida a rettificare quanto pretestuosamente affermato.

Invero, nell’articolo in oggetto non si è mai parlato della governance aziendale e tanto meno si è messa in discussione la serietà e la professionalità dei dipendenti Sipro, che in alcun modo sono stati fatto oggetto della benché minima allusione.
Negli estratti giornalistici, che ci siamo limitati a riportare, si parlava solo ed unicamente dei Fratelli Di Gangi, sui quali peraltro ci siamo risparmiati ogni personale considerazione. Ovviamente, per mero tuziorismo.

la famiglia Di Gangi non può essere affiancata a fatti di cronaca giudiziaria come da voi piuttosto superficialmente e senza alcun elemento di prova oggettivo affermato.”

Visto che le Lor Signorie insistono tanto, sarà meglio andare per ordine…
In riferimento a quanto affermato nell’articolo di Luca Fazzo (La Repubblica del 13/03/06), a meno che non si tratti di una vistosa omonimia (basta confermarlo), il nome di Vittorio Di Gangi compare nell’Ordinanza di Rinvio a giudizio (N.1164/87A G.I.) del giudice istruttore Otello Lupacchini, contro membri e fiancheggiatori della c.d. “Banda della Magliana”.
Nella fattispecie concreta, Vittorio Di Gangi viene esplicitamente menzionato da Fabiola Moretti, legata sentimentalmente a Danilo Abbruciati (trait d’union della Banda, tra criminalità organizzata e mafia, eversione neofascista e Loggia P2).
Riportiamo testuale dall’interrogatorio reso il 08/06/1994 da Fabiola Moretti e contenuto nell’Ordinanza del giudice Lupacchini:

«Ricordo anche, a tal proposito, che prima della carcerazione di Danilo ABBRUCIATI per i sequestri di persona, con lui frequentavamo anche delle case nelle quali si giocava a “chemin”, frequentate anch’esse da Franco GIUSEPPUCCI: Danilo non giocava, ma presenziava al gioco. Altro frequentatore delle bische in questione, dislocate tra l’altro, al Tuscolano ed all’Alberone, era il “Nasca”, del quale non ricordo le generalità, ma di nome Vittorio, un individuo “ciccione”, il quale oggi è ricco sfondato e che, attualmente, dovrebbe essere detenuto per una storia di cocaina [l’imputata si riferisce a Vittorio DI GANGI, soprannominato, appunto, il “Nasca”. Nel Rapporto n. 3489/2-175 “P” redatto dai Carabinieri del Nucleo investigativo in data 14.01.79 si riferiva, a proposito del sequestro del duca Massimiliano GRAZIOLI LANTE della ROVERE: <<Nel febbraio 1978, fonte confidenziale ha indicato in GIUSEPPUCCI Franco (detto “Franco er Negro”) uno degli autori del sequestro di GRAZIOLI Massimiliano.
Da accertamenti condotti e dall’evolversi degli avvenimenti si è appreso che esistono collegamenti fra… Giulio GRAZIOLI, Luciano LENZI ed Enrico MARIOTTI.
Tali collegamenti si concretizzano come segue:
1^)-Il GIUSEPPUCCI e’ stato assiduo frequentatore della sala corse di proprietà del MARIOTTI, sita in Ostia. La circostanza e’ stata confermata dal MARIOTTI medesimo (pg. 43 R.G. nr. 3489/2-153 del 14.04.78) in sede di s.i.t.. Tra i frequentatori delle sue sale corse, il MARIOTTI ha altresì indicato DI GANGI Vittorio, detto “Er Nasca”, (già segnalato nel R.G. 26.02.78), identificato alle ore 03,15 del 10.01.77 – ovvero 3 gg. dopo il sequestro GRAZIOLI – mentre, in compagnia di STRIPPOLI Vincenzo, si aggirava nei pressi di questa caserma.
Il GIUSEPPUCCI ed il DI GANGI si conoscono molto bene e sono entrambi abituali frequentatori, oltre che di sale corse, anche di bische clandestine…-].»

Le Signorie Vostre vorranno di certo precisare, a scanso di fastidiosi equivoci, trattasi di un sicuro caso di omonimia, che tanti danni ha arrecato all’immagine pubblica della Famiglia Di Gangi.
Sicuramente, è l’ennesima omonimia anche l’arresto per usura di tal Vittorio Di Gangi, avvenuto il 09/05/2012 a Roma, ad opera della Direzione investigativa antimafia, e della cui notizia è possibile leggere QUI, ma anche QUI dove si può tra l’altro vedere il filmino del blitz.
Lo spiacevole equivoco, generatosi in seguito all’arresto, deve essere stato davvero notevole, visto che è stata sollevata persino un’interpellanza parlamentare al Ministro dell’Interno (23/05/2012; seduta n.637):

Interrogazione a risposta scritta 4-16233 presentata da JEAN LEONARD TOUADI
Mercoledì 23 Maggio 2012, seduta n.637
TOUADI e VELTRONI. – Al Ministro dell’interno. – Per sapere – premesso che:
nell’ambito delle indagini coordinate dalla DDA di Roma, il 9 maggio 2012, su un vasto giro di usura, è stato arrestato Vittorio Di Gangi; secondo quanto riportato dalla stampa al Di Gangi sarebbe riferibile la società di vigilanza SIPRO;

la SIPRO risulta sia stata oggetto di parere negativo, da parte del prefetto di Roma pro tempore, in ordine al rilascio della certificazione antimafia ex articolo 10 del decreto del Presidente della Repubblica n. 252 del 1998, come risulta dal decreto della prefettura di Roma n. 8634 area I-bis o.s.p. del 6 febbraio 2007 e dal verbale n. 4 del 2007 della prefettura di Roma relativo alla riunione di coordinamento delle Forze di polizia tenutasi in data 2 febbraio 2007;

la società di vigilanza sopra citata faceva ricorso al giudice amministrativo;

dopo un primo giudizio del Tar, che accoglieva le doglianze della SIPRO, il Consiglio di Stato sospendeva la sentenza del tribunale amministrativo di prima istanza riconoscendo valide le ragioni della prefettura con l’ordinanza 2365 del 13 maggio del 2009;

allo stato pertanto risulterebbe ancora in vigore l’interdittiva antimafia atipica nei confronti della società di vigilanza sopra indicata;

secondo quanto pubblicato sul sito web della società la suddetta svolge i suoi servizi per il Ministro della Difesa, il Ministero dello Sviluppo Economico, il Ministero per i Beni e le Attività culturali, il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, il Ministero dell’Economia e delle Finanze, la Rai, il Comune di Roma, Equitalia, INAIL, l’Agenzia del territorio, ANAS, INPS, la regione Lazio ed altri enti -:
se il Ministro interrogato sia al corrente di tali fatti, se tali fatti corrispondano al vero e quali iniziative intenda intraprendere e se sia noto al Ministro se altri ministeri ed enti pubblici intendano rescindere i contratti con la società in questione. (4-16233)

Onde evitare “affermazioni superficiali”, il testo originale dell’Atto è reperibile QUI e anche QUI.

L’Ufficio Affari Legali e Rapporti Istituzionali della SIPRO ha intenzione di querelare anche gli on. Vetroni e Touadi, nonché il ministro Anna Maria Cancellieri, il Parlamento che ha reso pubblico il documento, più i 4/5 dei media nazionali, per la “pubblicità negativa” ed “ai fini del risarcimento del danno subito”?!?

Tra l’altro, nella pubblica interpellanza, sepolta dalle formule ermetiche del linguaggio burocratico, sembrerebbe desumibile che la SIPRO sia sprovvista del certificato antimafia, nonostante molte delle sue commesse siano pubbliche…
Ne parla il Corriere della Sera: Il caso dei vigilantes senza certificato antimafia” [QUI].
In passato, ne aveva parlato anche Il Tempo [QUI], dove viene fatto riferimento all’Ordinanza del Consiglio di Stato del 12/05/09.
In ambito squisitamente professionale, se ne parlava invece QUI.
Nel dubbio, perché la questione è tutt’altro che chiara, siamo assolutamente certi che le Vs Signorie sapranno fare la massima chiarezza sullo scandaloso proliferare di “tali affermazioni infondate e non corrispondenti al vero”, smascherando una volta per tutte l’odioso complotto. Fino a prova contraria, è legittimo parlarne. E noi saremo felicissimi di dare la giusta risonanza al lieto evento, dimostrandoci i più leali difensori delle società ingiustamente coinvolta in questa cacofonia di rumores
Nel frattempo però, il vostro Ufficio legale avrà molto da fare pure con i forum della Polizia di Stato, che dubbi invece sembra non averne… In proposito, consigliamo una illuminante lettura QUI. Che fate? Avete intenzione di ‘diffidare’ l’universo mondo?!?

Perciò, cari signori dell’Ufficio Affari Legali e Rapporti Istituzionali, consentiteci un piccolo consiglio: il miglior modo per tutelare gli interessi della Sipro, forse consisterebbe nel cominciare a fare un po’ di chiarezza. E se equivoci ci sono stati, sarà bene dimostrarlo. La censura e le diffide solitamente non danno risposte, ma aumentano le domande, alimentando dubbi e sospetti.
Non ci piace chi cerca di metterci il bavaglio… Ci avete provato; è andata male.
Sarà meglio per tutti chiuderla qui la querelle; a noi rovistare negli archivi pubblici non costa nulla; e saremo lieti di rendere partecipi i nostri lettori di ogni nuovo documento ritrovato…

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Aggiungi un posto a tavola, che c’è un amico in più…

Posted in Roma mon amour with tags , , , , , , , , , , , on 30 luglio 2012 by Sendivogius

Cavare qualcosa di buono da Gianni Alemanno e dai suoi manipoli che bivaccano in Campidoglio è come rimestare in una latrina ricolma, nell’illusione di poter trovare un anello d’oro.
 In compenso, sfogliare l’inesauribile catalogo assunzioni della giunta fascistissima del podestà barese a Roma è un po’ come compilare un’enciclopedia aggiornata dell’eversione nera, incistata sul peggior clientelismo di matrice democristiana.
L’ultimo miracolato dell’infinita serie, giunto tardivamente all’attenzione delle cronache nazionali, è Maurizio Lattarulo: estremista neo-fascista, con un curriculum criminale maturato all’ombra dei NAR e della Banda della Magliana.
Nato a Roma il 26/09/1960, Lattarulo aveva già conquistato gli onori della ribalta (giudiziaria) nell’istruttoria del giudice Otello Lupacchini contro i componenti della Banda della Magliana e condannato in via definitiva il 6 Ottobre del 2000.
La cosiddetta Banda della Magliana è una litigiosa confederazione di ‘batterie’ della mala capitolina, che (caso unico) diventerà la più grande organizzazione della criminalità romana, invischiata in alcune delle trame più oscure della storia nazionale, con solide ramificazioni nell’eversione neofascista.
Si legge nell’Ordinanza del giudice Lupacchini:

«Fin dai primi anni settanta, infatti, questo gruppo della criminalità organizzata romana, comprende la lucratività potenzialmente enorme del “prestito a strozzo”, soprattutto se esercitato verso proprietari o titolari di attività commerciali o piccole e medie società e che, comunque, permette di ricapitalizzare gli introiti derivanti dal traffico di stupefacenti, all’epoca nella fase iniziale dell’espansione in progressione geometrica successiva.
[…] Richiamata la ricostruzione della fattispecie incriminatrice cristallizzata nell’art. 416 bis c.p. è di tutta evidenza che l’associazione mafiosa, della quale tale norma fornisce il paradigma, possa disporre di strutture più o meno articolate e di un esercito più o meno ampio di aguzzini, spie, gabellieri, sicari, falsari, carnefici, carcerieri, flagellatori, necrofori, trafficanti, usurai, bottegai, mezzani, sensali, tirapiedi, reggicoda, prestanome, cerusici e casuisti, sicché non è detto – anzi secondo l’id quod plerumque accidit è proprio il contrario – che per far parte dell’associazione mafiosa tutti i sodali debbano, ad un tempo, assolvere al ruolo di aguzzini, spie, gabellieri, sicari, falsari, carnefici, carcerieri, flagellatori, necrofori, trafficanti, usurai, bottegai, mezzani, sensali, tirapiedi, reggicoda, prestanome, cerusici e casuisti, dal momento che proprio la diversificazione dei ruoli costituisce la prima garanzia di impermeabilità dell’organizzazione e, dunque, della sua sostanziale impunità.»

Maurizio Lattarulo, detto ‘Provolino’, gravita nel gruppo dei ‘Testaccini’: la frangia che, dalla sua base originaria del Testaccio, fa capo ad Enrico De Pedis (detto Renatino), invischiato nel sequestro mai chiarito di Emanuela Orlandi.

Al contrario di quanto si crede, nell’organigramma della Bandaccia, Maurizio Lattarulo è uno spiccia-faccende, che gravita nell’orbita di Ettore Maragnoli e del ben più temibile Massimo Carminati: anello di congiunzione tra la criminalità romana ed i gruppi eversivi di estrema destra, che gravitano attorno ai NAR di Giusva Fioravanti e Francesca Mambro.

Sostanzialmente, Lattarulo è il “prestanome e tirapiedi del Maragnoli, al quale faceva anche d’autista, e dello stesso Carminati” per conto dei quali gestisce il controllo del gioco d’azzardo, recupera i crediti nell’ambito delle attività di usura che reinveste insieme ai proventi dello spaccio d’eroina.

«Nell’attività del “prestito a strozzo” punti di riferimento importanti della “banda” erano anche Terenzio VANNI, il quale aveva un magazzino di liquori nei pressi di Viale Marconi; i fratelli Tiberio e Roberto SIMMI, proprietari del ristorante “la Cisterna” e di una gioielleria nei pressi del Ministero di Grazia e Giustizia, nella zona di Campo dei Fiori; nonché Santino DUCI… tutti con trascorsi di usurai e ricettatori.»

Al contempo, contando su una rete di gioiellerie compiacenti e oreficerie dove si effettua l’attività di compravendita di oro e preziosi, Maurizio Lattarulo ricicla in proprio oggetti preziosi rapinati nel napoletano, dei quali viene opportunamente rifornito da un tal Ciro Maresca, camorrista di Castellamare di Stabia. E d’altra parte Lattarulo è un assiduo frequentatore delle gioiellerie dei fratelli Simmi, in particolare del negozio di Roberto Simmi.
Secondo un’informativa di Polizia (che trovate citata su… Il Giornale):

«Roberto Simmi è il fratello del più noto Tiberio, più volte visto in compagnia di Enrico De Pedis. Tiberio, con il figlio Alessio, gestisce un negozio di oreficeria assiduamente frequentato da Maurizio Lattarulo. Presso il negozio di Piazza del Monte, invece, è stata rilevata anche la presenza di Antonio Mancini e di Raffaele Pernasetti. Inoltre dall’intercettazione telefonica ancora in corso si è potuto stabilire che il negozio è stato, per un periodo di tempo, frequentato dal famoso faccendiere Ernesto Diotallevi inquisito unitamente ai noti Francesco Pazienza, Flavio Carboni altri pregiudicati della vecchia Banda della Magliana per le vicende del crack del banco Ambrosiano e per l’attentato al vicedirettore Roberto Rosone, durante il quale viene ucciso uno degli attentatori, Danilo Abbruciati. Nelle attività dei fratelli Simmi investiva Franco Giuseppucci il quale ricettava titoli di credito e polizze e, per conto terzi, riciclava denaro sporco presso gli ippodromi e le sale corse.»

Antonio Mancini (l’Accattone), nell’ambito della Bandaccia, è legato al gruppo Ostia-Acilia; inoltre, è in affari con Gianfranco Urbani (er Pantera), che vanta nella sua sfera di controllo, anche i quartieri del Tufello e San Basilio. Er Pantera, a Roma, è stato il referente delle ‘ndrine calabresi. Francesco Pazienza e Flavio Carboni sono due “faccendieri” che gravitano nell’orbita dei servizi segreti. Entrambi affiliati alla P2 di Licio Gelli, vengono coinvolti a vario titolo nel crack del Banco Ambrosiano e nelle trame di Michele Sindona, collegate a loro volta all’omicidio-suicidio di Roberto Calvi a Londra e all’assassinio di Giorgio Ambrosoli (l’onesto commissario liquidatore della banca).
I fratelli Simmi, nonostante le inchieste che li riguardano, verranno poi prosciolti nel 1993 dalle accuse di ricettazione ed usura. Tuttavia, nell’impressionante ondata di omicidi che ha funestato la città di Roma tra il 2011 ed il 2012, quello dei Simmi è un nome prepotentemente tornato alla ribalta della cronaca nera…
La mattina del 05/07/2011 viene trucidato il 33enne Flavio Simmi nel trafficatissimo Quartiere Prati. L’omicidio (tutt’ora impunito) è opera di un killer professionista che piazza nove proiettili nel corpo della vittima, senza sfiorare la compagna di Simmi che si trova accanto a lui.
Flavio, di professione gioielliere, è il figlio di Roberto Simmi e nipote di Tiberio.

Con Massimo Carminati, invece Lattarulo condivide oltre alle attività criminali una lunga militanza nelle file dell’estrema destra. Entrambi vengono arrestati nell’ottobre del 1982 in merito alle indagini sui NAR. Tuttavia, un primo arresto Lattarulo lo aveva già subito il 28/09/1981, in merito agli scontri di Centocelle durante il primo anniversario della strage di Acca Larentia…

Il 10/01/1979 le squadracce fasciste si muovono in massa, per l’invasione dimostrativa del quartiere ‘rosso’ di Centocelle. Praticamente, c’è tutta la fascisteria romana: dall’ala istituzionale del MSI (Biagio Cacciola, il senatore Michele Marchio, Bartolo Gallitto, Luigi D’Addio) ai gruppi universitari del FUAN, fino ai futuri stragisti dei NAR (Valerio Fioravanti e Dario Pedretti), a Massimo Morsello (tra gli ispiratori di Forza Nuova)… E ci scappa il morto:

«Gli scontri cominciano alle 18.15 con l’assalto alla sezione DC di piazza dei Mirti a colpi di molotov, lanciate dalla testa del corteo, tenuta appunto da “pischelli” con le pistole. Quando arriva la prima volante una cinquantina di giovani in parte con il volto travisato si portano in Viale delle Robinie compiendo atti di devastazione. Un gruppetto di 7-8 militanti rovescia auto. La polizia risponde aprendo il fuoco. Un agente in borghese, Alessio Speranza, uccide il diciassettenne Alberto Giaquinto, colpito alla nuca. Al suo fianco c’è una delle teste pensanti dell’ala radicale del Fuan, Massimo Morsello. E’ stato uno dei protagonisti di Campo Hobbit, presentando le sue canzoni con lo pseudonimo di Massimino.»

Ugo Maria Tassinari
Agenda nera (13)

Con “riserva di accertamento dei requisiti per l’accesso allo stesso“, Maurizio Lattarulo imbocca al Comune di Roma il 23/07/2008, insieme alla calata dei lanzichenecchi neri di Alemanno, rientrando nella prima infornata di vecchi camerati da sistemare a carico pubblico, salvo vedersi prorogato il contratto di ‘consulenza’ (e stipendio raddoppiato a 30.670 euro annui) presso il “Dipartimento per le Politiche delle Risorse umane” (e collocamento politico) dal 01/01/2009 al 31/12/2010. Per meriti sconosciuti ai più, è quindi avanzato di carriera e attualmente risulta in forze nelle staff dell’Assessorato alle Politiche sociali.
Alle polemiche sollevate in merito all’assunzione del fascista cravattaro, Sveva Belviso, la bionda madonnina alle Politiche Sociali, ignorando le virtù del silenzio, ha replicato stizzita:

Innanzitutto preciso che il signor Maurizio Lattarulo per il reato di banda armata legata ai Nar è stato prosciolto in fase istruttoria 20 anni fa e mai, gli è stato imputato alcun reato di usura così come è stato riportato. Quando l’ho conosciuto, all’inizio del mio mandato si è presentato dicendo che aveva avuto problemi con la giustizia, precisamente per un reato associativo generico, e che, a quella data, nessun carico pendente risultava in tribunale e che era iniziato il suo percorso riabilitativo, conclusosi poi nel 2010 con sentenza definitiva di riabilitazione – aggiunge Belviso – Lattarulo quindi, nel 2008, era un cittadino come tanti, nel pieno dei suoi diritti. Proprio per il suo passato, ho pensato potesse rappresentare un esempio concreto di persona riabilitata alla quale dare un’occasione nuova di vita. Possibilità quest’ultima, fra l’altro contenuta nelle competenze dirette dell’assessorato alle Politiche sociali previste dalla Legge 381 del 1981, dedicata proprio al reinserimento lavorativo di detenuti, tossicodipendenti ed ex detenuti.
[…] Lattarulo ha poi lasciato spontaneamente l’assessorato nel 2010, dicendo che aveva trovato una soluzione lavorativa più stabile.

Infatti gli era scaduto il contratto, prontamente rinnovato.
Sulla genuinità del provvedimento, si è pronunciato anche il sedicente “Garante per i detenuti”, un perfetto carneade del quale è superfluo ricordare perfino il nome, data la pletorica inutilità della carica, aggravata dall’esborso degli emolumenti per il mantenimento del vaporoso incarico.

Vista la selezione dei figuri in Campidoglio, ci pare quasi di immaginare la valutazione:

Candidato: Che m’assumete?!?
Esaminatrice: Quali sono i suoi requisiti?
Candidato: So’ fascista! C’ho pure l’abbonamento alla Lazio!!
Esaminatrice: Ottimo. Ha carichi pendenti?
Candidato: E che vor dì?!?
Esaminatrice: Voglio dire… ha precedenti penali?
Candidato: Una volta m’hanno fermato perché giravo col motorino senza casco… Ah! Allo stadio ho mandato affanculo ‘na guardia!
Esaminatrice: Mi spiace, ma non basta.
Candidato: ?!?!?
Esaminatrice: Tentato omicidio? Ricettazione? Spaccio? Riciclaggio di capitali illeciti? Associazione a delinquere? Banda armata?
Candidato: No, al massimo me so’ fumato ‘na canna a Ostia Lido co’ li amici..
Esaminatrice: Ah no! Noi su questo proprio non transigiamo. Siamo inflessibili!
Candidato: Mhmm… C’ho ‘na svastica tatuata sulla chiappa destra…
Esaminatrice: È un buon inizio, ma purtroppo non è sufficiente. Avanti un altro!

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