Archivio per Occupazione

Job-Land in Act

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , on 20 dicembre 2016 by Sendivogius

culatelle

Caro Ministro Poletti,
Le sue scuse mi imbarazzano tanto quanto le sue parole mi disgustano.
giuliano-polettiSiamo quelli per cui il Novecento è anche un patrimonio cinematografico invidiabile, che non inseguiva necessariamente i botteghini della distribuzione di massa, e lì imparammo che le parole sono importanti, e lei non parla bene.
Non da oggi.
A mia memoria da quando il 29 novembre 2014 iniziò a dare i numeri sul mercato del lavoro, dimenticandosi tutti quei licenziamenti che i lavoratori italiani, giovani e non, portavano a casa la sera.
licenziamentiContinuò a parlare male quando in un dibattito in cui ci trovammo allo stesso tavolo dichiarò di essere “il ministro del lavoro per le imprese”, era il 18 aprile del 2016.
futuro-ritorno-lavoro-1a Noi, quei centomila che negli ultimi anni siamo andati via, ma in realtà molti di più, non siamo i migliori, siamo solo un po’ più fortunati di molti altri che non sono potuti partire e che tra i piedi si ritrovano soltanto dei pezzi di carta da scambiare con un gratta e vinci.
Parlo dei voucher, Ministro.
E poi, sa, anche tra di noi che ce ne siamo andati, qualcuno meno fortunato esiste. Si chiamava Giulio Regeni, e lui era uno dei migliori. L’hanno ammazzato in Egitto perché studiava la repressione contro i sindacalisti e il movimento operaio. L’ha ammazzato quel regime con cui il governo di cui lei fa parte stringe accordi commerciali, lo stesso governo che sulla morte di Giulio Regeni non ha mai battuto i pugni sul tavolo, perché Giulio in fin dei conti cos’era di fronte ai contratti miliardari?
Intanto, proprio ieri l’Inps ha reso noto che nei dieci mesi del 2016 sono stati venduti 121 milioni e mezzo di voucher. Da quando lei è ministro, ne sono stati venduti 265.255.222: duecentosessantacinquemilioniduecentocinquantacinquemiladuecentoventidue.
Non erano pistole, è sfruttamento.
Sa, qualcuno ci ha rimesso quattro dita a lavorare a voucher davanti a una pressa. È un ragazzo di ventuno anni, non ha diritto alla malattia, a niente, perché faceva il saldatore a voucher. Oggi, senza quattro dita, lei gli offrirà un assegno di ricollocazione da corrispondere a un’agenzia di lavoro privata. Magari di quelle che offrono contratti rumeni, perché tanto dobbiamo essere competitivi.
contratti-di-lavoro-2015Quelli che sono rimasti sono coloro che per colpa delle politiche del suo governo e di quelli precedenti si sono trovati in pochi anni da generazione 1000 euro al mese a generazione a 5000 euro l’anno.
Lo stesso vale per chi se n’è andato e forse prima o poi vi verrà il dubbio che molti se ne sono andati proprio per questo.
Quelli che sono rimasti sono gli stessi che lavorano nei centri commerciali con orari lunghissimi e salari da fame.
babbo-natale-sciopero-polizia-precario-il-manifestoQuelli che fanno i facchini per la logistica e vedono i proprio fratelli morire ammazzati sotto un tir perché chiedevano diritti contro lo sfruttamento. Sono quelli che un lavoro non l’hanno mai trovato, quelli che a volte hanno pure pensato “meglio lavorare in nero e va tutto bene perché almeno le sigarette posso comprarle”.
Sono gli stessi che non possono permettersi di andare via da casa, o sempre più spesso ci ritornano, perché il suo governo come altri che lo hanno preceduto, invece di fare pagare più tasse ai ricchi e redistribuire le condizioni materiali per il soddisfacimento di un bisogno di base e universale come l’abitare, ha pensato bene di togliere le tasse sulla casa anche ai più ricchi e prima ancora di approvare il piano casa.
È lo stesso governo che spende lo zero percento del Pil per il diritto all’abitare.
È lo stesso governo che si rifiuta di ammettere la necessità di un reddito che garantisca a tutti dignità.
contratti-netti-a-tempo-determinato-nel-primo-semestre-2016Ma badi bene, non sono una “redditista”, solo che a fronte di 17 milioni di italiani a rischio povertà, quattro milioni in condizione di povertà assoluta, mi pare sia evidente che questo passaggio storico per l’Italia non sia oggi un punto d’arrivo politico quanto un segno di civiltà.
Ma vorrei essere chiara, il diritto al reddito non è sostituibile al diritto alla casa, sono diritti imprescindibili entrambi.
E le vorrei sottolineare che non è colpa dei nostri genitori se stiamo messi così, è colpa vostra che credete che siano le imprese a dover decidere tutto e a cui dobbiamo inchinarci e sacrificarci.
art-18-italia-investitori-esteri1I colpevoli siete voi che pensate si possano spostare quasi 20 miliardi dai salari ai profitti d’impresa senza chiedere nulla in cambio (tanto ci sono i voucher) e poi un anno dopo approvate anche la riduzione delle tasse sui profitti. Così potrete sempre venirci a dire che c’è il deficit, che si crea il debito e che insomma la coperta è corta e dobbiamo anche smetterla di lamentarci perché, mal che vada, avremo un tirocinio con Garanzia Giovani.
picsartI colpevoli siete voi che non credete nell’istruzione e nella cultura, che avete tagliato i fondi a scuola e università, che avete approvato la buona scuola e ora imponete agli studenti di andare a lavorare da McDonald e Zara.
Sa, molti di quei centomila che sono emigrati lavorano da McDonald o Zara, anche loro hanno un diploma o una laurea e se li dovesse mai incontrare per strada chieda loro com’è la loro vita e se sono felici. Le risponderanno che questa vita fa schifo. Però ecco: a differenza di quel che ha decretato il suo governo, questi giovani all’estero sono pagati.
alternanza-scuola-lavoroMa il problema non è neppure questo, o quanto meno non il principale.
Il problema, ministro Poletti, è che lei e il suo governo state decretando che la nostra generazione, quella precedente e le future siano i camerieri d’Europa, i babysitter dei turisti stranieri, quelli che dovranno un giorno farsi la guerra con gli immigrati che oggi fate lavorare a gratis.
A me pare chiaro che lei abbia voluto insultare chi è rimasto piuttosto che noi che siamo partiti. E lo fa nel preciso istante in cui lei dichiara che dovreste “offrire loro l’opportunità di esprimere qui capacità, competenza, saper fare”.
renzi-che-lavoraLa cosa assurda è che non è chiaro cosa significhi per lei capacità, competenze e saper fare.
Perché io vedo milioni di giovani che ogni mattina si svegliano, si mettono sul un bus, un tram, una macchina e provano ad esprimere capacità, competenze, saper fare. Molti altri fanno la stessa cosa ma esprimono una gran voglia di fare pure se sono imbranati. Fin qui però io non ho capito che cosa voi offrite loro se non la possibilità di essere sfruttati, di esser derisi, di essere presi in giro con 80 euro che magari l’anno prossimo dovranno restituire perché troppo poveri.
redditoNon è chiaro, Ministro Poletti, cosa sia per lei un’opportunità se non questa cosa qui che rasenta l’ignobile tentativo di rendere ognuno di noi sempre più ricattabile, senza diritti, senza voce, senza rappresentanza. Eppure la cosa che mi indigna di più è il pensiero che l’opportunità va data solo a chi ha le competenze e il saper fare.
Lei, ma direi il governo di cui fa parte tutto, non fate altro che innescare e sostenere diseguaglianze su tutti i fronti: dalla scuola al lavoro, dalla casa alla cultura, e sì perché questo succede quando si mette davanti il merito che è un concetto classista e si denigra la giustizia sociale.
Perché forse non glielo hanno mai spiegato o non ha letto abbastanza i rapporti sulla condizione sociale del paese, ma in Italia studia chi ha genitori che possono pagare e sostenere le spese di un’istruzione sempre più cara. E sono sempre di più, Ministro Poletti.
Lei non ha insultato soltanto noi, ha insultato anche i nostri genitori che per decenni hanno lavorato e pagato le tasse, ci hanno pagato gli asili privati quando non c’erano i nonni, ci hanno pagato l’affitto all’università finché hanno potuto. Molti di questi genitori poi con la crisi sono stati licenziati e finita la disoccupazione potevano soltanto dirci che sarebbe andata meglio, che ce l’avremmo fatta, in un modo o nell’altro. In Italia o all’estero. Chieda scusa a loro perché noi delle sue scuse non abbiamo bisogno.
Noi la sua arroganza, ma anche evidente ignoranza, gliel’abbiamo restituita il 4 dicembre, in cui abbiamo votato No per la Costituzione, la democrazia, contro l’accentramento dei poteri negli esecutivi e abbiamo votato No contro un sistema istituzionale che avrebbe normalizzato la supremazia del mercato e degli interessi dei pochi a discapito di noi molti.
Era anche un voto contro il Jobs Act, contro la buona scuola, il piano casa, l’ipotesi dello stretto di Messina, contro la compressione di qualsiasi spazio di partecipazione.
E siamo gli stessi che faranno di tutto per vincere i referendum abrogativi contro il Jobs Act, dall’articolo 18 ai voucher, la battaglia è la stessa.
Costi quel che scosti noi questa partita ce la giochiamo fino all’ultimo respiro.
E seppure proverete a far saltare i referendum con qualche operazioncina di maquillage, state pur certi che sugli stessi temi ci presenteremo alle elezioni dall’estero e dall’Italia.
Se nel frattempo vuole sapere quali sono le nostre proposte per il mondo del lavoro, ci chiami pure. Se vi interessasse, chissà mai, ascoltare.

marta-fanaMarta Fana
(Ricercatrice italiana a Parigi)

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(74) Cazzata o Stronzata?

Posted in Zì Baldone with tags , , , , , , , , , , , , , on 28 aprile 2015 by Sendivogius

Classifica APRILE 2015”

wonderland

Un paio di secoli addietro, il Principe di Metternich era solito definire l’Italia un’espressione geografica in forma di penisola, non riuscendo a scorgervi altro.
Ovviamente si sbagliava, a maggior ragione che le considerazioni del cancelliere austriaco erano più che interessate, e tutte pro domo sua.
Per contro, l’Italia unita ha fatto della prevalenza dei cretini in politica una propria costante, divenendo il palcoscenico per le esibizioni istrioniche dei suoi figli minori ancorché maggioritari… Dal Re Sciaboletta di una monarchia da operetta, dai feroci pagliacci in orbace del fascismo, alle voraci oligarchie della prima repubblica, fino allo strabordare dei poteri concentrati a misura personale, “Italia” ormai è un’accezione di riferimento, un termine di contenimento che racchiude realtà trasversali nell’immanenza dell’idealtipo dominante di un’intera nazione: il cialtrone decisionista.
Siamo così passati in fretta dal Sultanato di Berlusconistan, col suo codazzo di ruffiani e bagasce al seguito per l’utilizzo finale, al mondo fatato di Renzilandia dove i sogni diventano tweet, nella pseudologia fantastica ad usum principis tra i bivacchi dei suoi indisciplinati manipoli parlamentari. Perché l’importante non è mai la realtà, ma la proiezione immaginifica della stessa, nell’uso strumentale delle cifre ad cazzum canis, di cui la “ripresa” costituisce parte fondamentale della propaganda di governo ed è funzionale alla promozione del medesimo. In tale prospettiva, basta leggere i dati sulla sedicente ripresa occupazionale, sbandierati a ciclo regolare dalla salamella emiliana lasciata stagionare al “ministero del lavoro”, trasformato in una specie di versione aggiornata del Min.Cul.pop. ai tempi di facebook. Solo in tale prospettiva, ci si può permettere di sparare 92.000 nuove assunzioni nel solo mese di Marzo, con l’indefesso candore di un Giuliano Poletti, ministro cooperativo prestato al “welfare”. E peccato che le rilevazioni INPS sui nuovi “rapporti lavorativi” richiedano un’elaborazione statitistica, con dettaglio su base trimestrale, rapportata al medesimo periodo dell’anno precedente. Se la matematica non è ancora un’opinione, secondo i primi rilievi, nel Marzo 2015 sono stati firmati 641.572 contratti di lavoro (attivazioni) a fronte di 549.273 dismissioni (cessazioni). Saldo attivo: 92.299 unità.
Nello stesso periodo, Marzo 2014 (quando l’Italia era nella sua fase più acuta di recessione), le “attivazioni” sono state 620.032 contro 558.366 “cessazioni”. Saldo attivo: 61.666 unità.
Pertanto, la differenza tra il 2014 ed il 2015 ammonta a 30.633 nuove attivazioni di contratto.
Le cifre in questione le abbiamo prese dal Sole 24 Ore, house organ di Confindustria. Liberissimi di verificare da voi.
I rapporti del ministero però non tengono conto del numero dei messi in cassaintegrazione e tanto meno si preoccupano di specificare se si tratta di nuove assunzioni, rinnovi contrattuali, o conversioni di contratti già in essere per incassare le laute agevolazioni fiscali messe in conto a tutti i lavoratori e non. Da qui il magico numero di 92.000 nuovi assunti, che fa il paio coi 13 del bimestre precedente, secondo la contabilità creativa in voga al parco fuffa di Renzilandia.
Attualmente, lo strafottente bimbetto rignanese è troppo impegnato a farsi incoronare re con una legge elettorale costruita su misura, ed annientare le ultime (mosce) riserve, per preoccuparsi troppo di certi riscontri pratici, con i media al gran completo a reggergli il moccolo. C’è però da dire che pure noi seguiamo con gusto perverso l’obeso bulletto, sempre più simile al macellaio puzzone di un mercato rionale, che gigioneggia e giganteggia sugli esuberi in mobilità della vecchia “Ditta”, in liquidazione fallimentare per il più plastico partito della nazione. Le patetiche recriminazioni della minoranza interna per ordine sparso sono più inutili, e non meno imbarazzanti, di quanto possano esserlo gli scrosci dello sciacquone di un cesso rotto. Smuovono i liquami senza sbarazzarsi mai del corposo contenuto a fondo tazza, nell’impossibilità di distinguere le differenze nella coprolitica identità del partito bestemmia.

  Hit Parade del mese:

01 - Coglione del mese01. DONNA, TU PARTORIRAI CON DOLORE

[09 Apr.] «Prego i ricercatori che usufruiranno dei prossimi finanziamenti renziani di rispondere a questa domanda: un nome adespoto come Samantha, la cui fortuna è in buona parte dovuta alla serie televisiva americana “Bewitched” (“Vita da strega”), socialmente parlando produce gli stessi effetti di un nome presente in calendario, con santo patrono e tradizione onomastica famigliare capace di collegare le diverse generazioni? Seconda domanda: portare ad esempio un’astronauta, ossia una donna che per lungo tempo vive lontana anzi lontanissima dal proprio uomo, è utile nel momento in cui sappiamo che la causa principale del presente declino economico è il declino demografico?»
(Camillo Langone, Editorialista coglione)

coniglio02. L’INUTILITÀ DELLA SPECIE

[01 Apr.] «Mettiamo in carcere chi mangia coniglio!»
(Michela Vittoria Brambilla, la Coniglietta)

Mimmo Moranco03. RAZZISMO È CIVILTÀ

[20 Apr.] «In un Paese civile e democratico tutti devono avere la possibilità di essere razzisti.»
(Mimmo Moranco, Fratello d’Italia)

Matteo il Secco04. RENZI HORROR SHOW (I): Playstation

[17 Apr.] «Questa mattina ho corso 12 chilometri in un’ora»
(Matteo Renzi, Podista da salotto)

104.bis RENZI HORROR SHOW (II): Elezioni regionali

[10 Apr.] «Abbiamo un tesoretto di 1,6 miliardi da ridistribuire.»
(Matteo Renzi, Dispensatore di mance elettorali)

504.ter RENZI HORROR SHOW (III): Attraversamenti pedonali

[10 Apr.] «Questo governo ha messo sul piatto 11 miliardi di euro, per risolvere il problema dell’attraversamento della città la mattina»
(Matteo Renzi, il Traghettatore)

204.quater RENZI HORROR SHOW (IV): Più IVA per tutti!

[08 Apr.] «Nel 2015 le tasse vanno giù con gli 80 euro per 10 milioni italiani e incentivi su lavoro»
(Matteo Renzi, Incentivatore)

bocca (2)04.quinquies RENZI HORROR SHOW (V): Vertice Ué su immigrazione

[28 Apr.] «Un grande successo per l’Europa prima ancora che per l’Italia.»
(Matteo Renzi, Miracle Man)

bocca (1)04.sexties RENZI HORROR SHOW (VI): Vista cantiere

[27 Apr.] «Expo. Siamo a quota dieci milioni di biglietti venduti. I padiglioni sono molto belli. Che forte l’Italia che non si rassegna #lavoltabuona.»
(Matteo Renzi, il Bagarino)

Berlusconi (1)05. RIABILITAZIONI POSTUME

[23 Apr.] «Sono certo che sarò reintegrato nella piena innocenza dalla sentenza della Corte Europea di Strasburgo»
(Silvio Berlusconi, il Reintegrato)

Il Cieco di Arcore - by GianBoy06. AMORE CIECO

[20 Apr.] «Si nomini Silvio Berlusconi a commissario straordinario per l’immigrazione. Sono certa che con una tale decisione che farebbe grande e sorprendentemente unita l’Italia innanzi al mondo – il dramma innanzitutto umanitario che tutta la politica dovrebbe portare nella coscienza, troverebbe in pochi mesi – come in passato, soluzione. L’unico capo di governo che è riuscito in un recente passato a debellare la piaga umana, sociale, politica delle ondate immigratorie – specie dalla Libia, è stato Berlusconi grazie all’esperienza, alle capacità di mediazione, alla conoscenza dei dossier e alla facilità di relazioni internazionali basate sulla credibilità personale. Questo patrimonio di know how italiano non può essere sprecato tanto più in un momento di emergenza nazionale come quello che stiamo tristemente vivendo.»
(Micaela Biancofiore, Monomaniaca)

lasciami entrare07. FAMMI ENTRARE

[28 Apr.] «Io non ho mai cacciato nessuno»
(Beppe Grillo, l’Epuratore)

sandro gozi08. GENOCIDIO ARMENO MA ANCHE NO

[13 Apr.] « Per evitare le divisioni (…) è meglio, ma noi facciamo politica, non ci occupiamo di politica, è meglio guardare i problemi di oggi della Turchia (…) un governo non ha il dovere di prendere posizione. E io credo che non sia mai opportuno che prenda posizione.»
(Sandro Gozi, il facente politica)

Stefania Giannini09. INSEGNANTI ABULICI, INERTI (e SQUADRISTI)

[26 Apr.] «Ho certezza che tra i docenti ci sia un’inerzia diffusa e avverto il rischio che non vogliano partecipare al cambiamento. Li comprendo: sono stati traditi tante volte e pensano “non lo farete mai”. Ma ora i soldi sono lì, sette miliardi tra edilizia e riforma, i 500 euro da spendere in libri e teatro sono nero su bianco. E ci sono 100 milioni per i laboratori. (…) Andiamo avanti, ma da una parte abbiamo una maggioranza di docenti abulica e dall’altra una minoranza aggressiva che strilla.»
(Stefania Giannini, la Venditrice)

PD10. LA DIGNITÀ DEL LETAME

[27 Apr.] «Sull’Italicum è in ballo la dignità del PD»
(Matteo Renzi, il Dignitario)

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TREDICI

Posted in Muro del Pianto with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 12 aprile 2015 by Sendivogius

XIII

No, non è il titolo della (bellissima!) graphic novel belga di Van Hamme e Vance, bensì il numero esatto della nuove assunzioni certificate dall’INPS [QUI] dall’entrata in vigore dello strombazzato Jobs-Act.
A tanto ammonta la differenza di saldo, rispetto al primo bimestre del 2014, certificando un’evidenza: le nuove ‘assunzioni’ altro non sono se non la conversione dei precedenti contratti di lavoro, per incassare la pioggia di agevolazioni fiscali che monetarizza le prestazioni al ribasso, azzera le tutele, e grava sulla sostenibilità dei pubblici bilanci, senza comportare alcun valore aggiunto in termini di stabilità occupazionale e reddito garantito.
dado13 is the magic number nella lotteria ribassista della fuffa renziana; la (in)degna quadratura del cerchio magico fiorentino, nel venerdì nerissimo dei diritti e della democrazia, attraverso il percorso inverso delle lancette della storia.
13Tredici, il numero di epitaffio da apporre alla scomparsa della ‘sinistra’ italiana, permutabile nella sua repellente variabile “riformista”, travolta nella sua personale Caporetto nella trincea del lavoro, e immolata sulla via per la Leopolda ed i catering graziosamente offerti da Confindustria, per il più classico piatto di lenticchie. Per giunta rancide.
Riccardo III di Richard Loncraine Se il deforme Riccardo III, dinanzi alla disperata solitudine della disfatta, era pronto a cedere il suo regno per un cavallo, si può ben dire che il partito bestemmia abbia svenduto il suo culo per un contratto! E, quel che è peggio, abbia impegnato nello scambio soprattutto quello di milioni di lavoratori, addebitandogli pure il costo della spesa, drammaticamente a corto di coperture contabili e contributive.
Tredici! A questo si riducono mesi di retorica governativa e decreti blindati, che hanno trovato la loro sintesi perfetta nelle elucubrazioni agiografiche del paffuto ministro cooperativo Poletti e le curve burrose di Nostra Madonna dei Boschi dai vaporosi sensi.
Virginia Raffaele in Maria Elena BoschiÈ il rilancia e raddoppia della stronzata universale, in un crescendo compulsivo di numeri sparati in libertà, infiocchettati con un lessico da III elementare che per i bimbetti di governo si riconosce ne #la-volta-buona

bullshit

«800 mila nuovi posti di lavoro in tre anni»
Pier Carlo Padoan
(19/10/2014)

Dajè!«I dati istat di oggi segnalano che il tasso di occupazione sale al 55,8% con 131.000 occupati in più rispetto a gennaio 2014»
Debora Serracchiani
(02/03/2015)

renzi«È un giorno importante. Tra qualche ora saranno diffusi i dati dei contratti a tempo indeterminato siglati nei primi due mesi dell’anno: sono davvero sorprendenti, mostrano una crescita a doppia cifra. È il segnale che l’Italia riparte»
Matteo Renzi
(27/03/2015)

Poletti«Quest’anno per le assunzioni ci sono 1,9 miliardi di sgravi e questo potrebbe portare fino a un milione di posti di lavoro»
Giuliano Poletti
(30/03/2015)

Stando ai dati delle statistiche ufficiali, è davvero cominciata la (ri)presa… per il culo!
La sagra del cazzaroUn simile condensato di millanterie e smargiassate assortite, nella fragrante crosta di arroganza che contraddistingue i clowns tragici e cinguettanti di questo circo ambulante, segna in modo drammatico la misura della mitomania di questo esecutivo dalle grandi misure, infinite ambizioni, e risultati miserabili, nell’ansia di prestazioni artificiali.
Crescita - by LiberthaliaSe per definire il fenomeno corrente dovessimo rimetterci agli stilemi di un linguaggio più aulico, si potrebbe parlare di pseudologia fantastica della retorica renziana, che poi è la tendenza dei bugiardi patologici a mentire e deformare incessantemente fatti e situazioni, nell’elaborazione di una realtà fantastica e parossistica dove tutto è funzionale all’auto-esaltazione di una personalità narcisistica.
Di solito, il concetto viene sintetizzato con un’espressione ‘cumulativa’ e dall’inconfondibile efficacia pratica…
CazzariLo stesso principio dominante si ritrova nelle alchimie contabili delle antiche “revisioni di spesa”, diventate spending review a dimostrazione che ormai, nell’anglicizzante linguaggio tecnocratico (onde essere meglio inteso dai committenti), le manovre finanziarie vengono scritte altrove: ovunque ma non in Italia, il cui governo è solo un mero esecutore testamentario di sentenze di morte redatte in qualche board internazionale.
Per questo, nel paese della crescita incombente, delle “misure impressionanti” e delle “dodici riforme in due anni” (ovvero: stupro continuato e aggravato dalla circonvenzione di incapace), da una parte si procede ad una manovra aggiuntiva da dieci miliardi di euro (che guarda un po’ è esattamente il costo dell’operazione “80 euri”) di tagli alla “spesa corrente” (leggi: Istruzione-Sanità-Pensioni), mentre dall’altra si millanta di un nuovo tesoretto da 1,6 miliardi di euro da redistribuire.

Cazzaro

Ovviamente, dopo la sportula delle “europee”, si tratta di una nuova mancetta elettorale da elargire in concomitanza con le elezioni regionali, secondo le dinamiche tutte democristiane del più sfacciato e indecente voto di scambio. È una compravendita elettorale di cui pagheremo un prezzo salato e con tanto di interessi, ma per adesso ciò che conta è portare a casa il risultato.
aikkbvA proposito della manovra correttiva, perché di questo si tratta, da inserire nel DEF (stavolta ci hanno risparmiato le slide), si tratta dello stesso “aggiustamento” fino a ieri sempre negato [QUI] e che (im)modestamente noi avevamo già anticipato QUI (e pure QUI) con ovvie motivazioni. A dimostrazione che nel renzismo di fuffa e di truffa tutto è fin troppo prevedibile nella sua inclinazione costante al peggio…!

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IUXTA BELLA

Posted in Risiko! with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 4 agosto 2014 by Sendivogius

Wolfenstein - The New Order

Nell’antichità, per distinguersi dall’esecrato dispotismo orientale, Greci e Latini ci tenevano moltissimo a fornire una giustificazione per le proprie campagne militari, conferendo alla guerra una sua legittimità nell’inevitabilità del conflitto armato.
Soprattutto per i Romani, la guerra doveva rappresentare la risposta ad un torto più che circostanziato (causa suscepta). L’apertura delle ostilità belliche era in genere preceduta da un complicato rituale cerimoniale, che aveva la duplice funzione di escludere ogni composizione pacifica e assicurarsi la benevolenza delle divinità, in prospettiva delle rappresaglie (clarigationes) per la ricomposizione del danno presunto (rerum repetitio), perché per sua natura la guerra doveva sempre essere un bellum iustum ac pium.
Poi va da sé che spesso e volentieri le guerre non si rivelavano giuste né sante, rimesse com’erano al capriccio di un giovane monarca assettato di gloria e desideroso di distinguersi agli occhi dei sudditi…

Alessandro Magno

Più spesso e volentieri (che i soldati della ‘gloria’ si stancano presto), scaturivano dalla fame di terre altrui, dall’avidità di bottino e dalla bramosia di saccheggio, che nelle economie di rapina del mondo antico costituivano la Giulio Cesareprincipale forma di arricchimento. Oppure, le ragioni andavano ricercate nell’iniziativa personale di un qualche generale ambizioso, o governatore di provincia, che avrebbe sfruttato le proprie fortune militari in campagna elettorale, per costruirsi una carriera politica.
A posteriori, un “casus belli” si trovava sempre. O in alternativa lo si inventava.
Per fortuna, oggi le cose funzionano in maniera totalmente diversa. E mai si potrebbe concepire una guerra per impossessarsi e sfruttare le risorse altrui; per occupare ed espropriare terre con requisizioni forzate, cacciandone via i legittimi proprietari. E magari poi candidarsi alle elezioni sventolando i propri successi di guerra, per accreditarsi come ‘uomini di polso’ contro i nemici esterni della nazione.
Tempora mutantur et nos mutamur in illis; ai tempi odierni, chi mai agirebbe più così?!?
Ariel SharonOggi è lo stesso concetto di conflitto convenzionale ad essere superato, tanto che le guerre non esistono nemmeno più. O quanto meno si nega loro la sostanza, cambiando la formula semantica per la loro definizione, nell’illusione possano essere altro da ciò che effettivamente sono. E dunque, pur di non evocare lo spettro, si preferiscono allocuzioni come: “ingerenza umanitaria”; “operazione di polizia internazionale”; “attacco chirurgico” (con tutta la precisione di un’appendicectomia affidata ad un malato di Parkinson con un trincetto in mano) e “bombe intelligenti”
Il continuo stato d’assedio a cui è sottoposta la Striscia di Gaza sta lì a dimostrare quanto grottesche e oscene siano simili definizioni di compromesso, nella distorsione della realtà della guerra.
Bombardamento chirurgico al fosforo bianco su GazaSu quanto possano essere ‘intelligenti’ centinaia di granate sparate a casaccio contro un centro densamente abitato, da un mortaio montato su un M106, sicuramente potranno fornirci lumi quei fortunati che, ricevendo il colpo sopra le loro teste, entreranno a far parte degli “incidenti collaterali”.
M106 Mortar CarrierPer non parlare poi delle scariche d’artiglieria scagliate da innocui obici semoventi, come i discreti M109…
M-109Nemmeno il Nemico, inteso come entità, organizzazione, esercito, irriducibilmente alieno nella sua alterità ostile, ma quantomeno dotato di una propria identità e riconoscimento, esiste più. Oggi ci sono solo “terroristi”, intesi come massa indistinta ed onnicomprensiva, contro i quali ovviamente si scontrano le “forze del bene”. Contro i ‘terroristi’ – è risaputo! – le convenzioni ed i codici militari, che sono stati inventati per cercare di mitigare la ferocia della guerra, ovviamente non si applicano.
E se le regole non esistono più, allora tutto diventa lecito…
Tanto che a proposito dell’ecatombe attualmente in corso nel mattatoio di Gaza, sul quotidiano conservatore Times of Israel, prima della rimozione, era possibile leggere un ispirato editoriale di tal Yochanan Gordon: rampollo di una dinastia di editori yiddish ultra-ortodossi che controllano la testata giornalistica, in cui il giovane Yochanan esercita le sue arti di “opinionista” di papà. È dalle colonne del giornalino di famiglia che il piccolo Sansone redivivo ama esibire il proprio élan guerriero. Il titolo dell’articolo è sibillino, per conclusioni ancor più ambigue:

Il genocidio giusto

QUANDO IL GENOCIDIO È CONSENTITO

«[…] Concluderò con una domanda per tutti i filantropi là fuori: il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha chiaramente affermato all’inizio di questa incursione che il suo obiettivo è ristabilire una tranquillità sostenibile per i cittadini di Israele. Abbiamo già stabilito che è responsabilità di ogni governo assicurare la salvezza e la sicurezza della sua gente. Se i capi politici e gli esperti militari determinassero che il solo modo di raggiungere il proprio obiettivo a sostegno della sicurezza è il genocidio, lo si può ritenere ammissibile per il raggiungimento di questi obiettivi prefissati?»

Yochanan Gordon
“Times of Israel”
(01/08/2014)

Sinceramente, l’interrogativo non ci aveva mai sfiorato prima..! Tu che dici, Yochanan?
Ci sono genocidi buoni e genocidi cattivi?!? E come si distingue la differenza?

israel_nazi

Da parte sua, il premier israeliano Benjamin Netanyahu si è detto molto dispiaciuto per le vittime tra la popolazione civile di Gaza, alle quali finanche nega pure la ricostruzione delle case che ha loro (di certo con rammarico) raso al suolo, spesso con gli abitanti dentro. E lo fa dopo aver ordinato la sistematica distruzione di interi distretti urbani, con la Il 16enne Muhammad Abu Khdeir, rapito, bastonato a morte e bruciato vivo da coloni israelianimedesima nonchalance con cui si da fuoco ad un formicaio dopo averlo cosparso di benzina. Peraltro questo costituisce un trattamento che nei territori occupati della Cisgiordania si applica più facilmente ai ragazzini palestinesi, piuttosto che alle formiche.
Caccia grossa in Palestina - soldati israeliani in posa col loro trofeo di guerraA giudicare dalla coerenza tra pensiero e comportamento, a suo tempo, possiamo immaginare che certamente più di qualche ufficiale nazista si sarà “dispiaciuto”, quando venne conclusa l’operazione di polizia per ‘bonificare’ il ghetto ebraico di Varsavia, dopo la prima insurrezione del Gennaio 1943. Considerato un pericoloso focolaio di disgregazione e di sommossa, il ghetto di Varsavia fu preso d’assalto dai poliziotti dell’ORPO (Ordnungspolizei), dagli ausiliari ucraini, e dalle Waffen SS della Polizei-Division, impegnati a reprimere le “bande di criminali e terroristi”, che utilizzavano i tunnel sotterranei per rifornirsi di armi ed esplosivi, nascosti in case trasformate in bunker e depositi clandestini, da utilizzare contro gli invasori con la svastica.

H.Himmler«Per motivi di sicurezza ordino che il ghetto di Varsavia sia smantellato, dopo aver trasferito all’esterno il campo di concentramento e avere in precedenza utilizzato tutte le parti della case e i materiali di qualsiasi tipo che possono comunque servire. La demolizione del ghetto e lo spostamento del campo di concentramento sono necessari, perché altrimenti non porteremo mai la calma in Varsavia e, permanendo il ghetto, non si potrà estirpare la delinquenza

Heinrich Himmler
(16/02/1943)

La differenza con l’attuale Ghetto di Gaza? Probabilmente il colore delle uniformi e il fatto che al contrario dei loro omologhi nazisti, i soldati di Tsahal (l’esercito israeliano) si guardano bene dall’avventurarsi in profondità tra i centri urbani, preferendo raderli al suolo a distanza insieme ai nuovi “subumani” che vi abitano, evidentemente reputati di nessuna utilità e considerati meno di bestiame da macellare.
nazi-israelPerché come ci insegna il buon Yochanan Gordon:

Chiunque viva con installazioni di lanciarazzi o tunnel del terrore scavati attorno o nelle vicinanze della propria abitazione non può essere considerato un civile innocente.”

Jürgen Stroop La pensava così anche il generale Jürgen Stroop, che comandava le unità impegnate nel Ghetto di Versavia. Peccato che alla fine del secondo conflitto mondiale sia stato impiccato come criminale di guerra. Invece, contro gli “empi filistei” (così sono stati chiamati i palestinesi in alcuni settori della destra israeliana!) l’ipotesi di sterminio è “permissible”.
Raid su Gaza - Foto de 'IlSecoloXIX'A tal propoito, Tsahal è forse uno degli ultimi e pochissimi eserciti moderni ad applicare con disinvoltura il “diritto” di rappresaglia, che esercita senza distinzione alcuna nei confronti degli obiettivi e dei danni subiti: scuole rifugio dell’ONU, ospedali e ricoveri per profughi; parchi gioco per bambini e abitazioni civili; luoghi di culto… tutto costituisce un obiettivo legittimo in evidente sproporzione di mezzi a disposizione e risposta, nella totale indifferenza (e disprezzo) per la vita umana. Perché a Gaza non esistono zone franche, né posti sicuri, né tregue che tengano (perfino lo zoo cittadino è stato bombardato!).
Gaza - la ex moschea di Mohammed SousiE se è vero (come non è vero) che Hamas è soltanto un’organizzazione terroristica che si fa scudo della popolazione civile, è soprattutto vero che le forze armate israeliane non si fanno alcuno scrupolo a colpire entrambi. E ciò è intollerabile per qualunque compagine statale abbia la pretesa di essere una democrazia. Per essere reputato tale, uno stato democratico deve sottostare alle regole condivise del diritto internazionale. Se le viola in aperta e sistematica flagranza, si pone automaticamente fuori da tale consesso civile, qualificandosi per ciò a cui più assomiglia: uno Stato etnico basato sulla discriminazione confessionale e la segregazione razziale, scaturito da un focolaio abusivo insediatosi con la forza su territori dell’ex impero ottomano, che ha esaurito da tempo la sua missione storica, politica, e finanche ‘morale’.
Sparate sulle ambulanzeLa facilità con cui Israele marchia i suoi nemici come “terroristi” (così come bolla i suoi detrattori come “anti-semiti”), negando loro ogni dignità e dunque precludendo qualsiasi dialogo, costituisce in realtà uno strumento assai rischioso…
Troppo spesso si finge di ignorare quanto per Israele il “terrorismo di stato” sia stata una pratica consolidata fin dai primi atti della sua fondazione e molto più di un’eccezione, tanto da costituire una costante della sua storia, insieme al ricorso degli “omicidi mirati” (veri assassini di stato contro i propri nemici politici) ed i sequestri di persona.
Su cosa sia il “Terrore” d’altronde Israele ha le idee chiarissime e non ne ha mai fatto mistero, tanto è esperto nella pratica come nella teoria:

Erez Israel (Grande Israele) coi confini ideali dello stato ebraico - Manifesto dell'Irgun (1935) «Né la moralità, né la tradizione ebraica possono negare l’uso del terrore come mezzo di battaglia. Noi siamo decisamente lontani da esitazioni di ordine morale sui campi di battaglia nazionali. Noi vediamo davanti a noi il comando della Torah, il più alto insegnamento morale del mondo: “Cancellateli… fino alla distruzione!” Noi siamo in particolare lontani da ogni sorta di esitazione nei confronti del nemico, la cui perversione morale è accettata da tutti. Ma il terrore è essenzialmente parte della nostra battaglia politica alle presenti condizioni e il suo ruolo è ampio e grande. Ciò dimostra, a chiare lettere, a coloro che ascoltano in tutto il mondo e ai nostri fratelli scoraggiati fuori le porte di questo paese che la nostra battaglia è contro il vero terrorista che si nasconde dietro le sue pile di carta e di leggi che egli ha promulgato. Non è diretta contro il popolo, è diretta contro i rappresentanti. Finora ciò è efficace

“Terrore” (Agosto 1943)
Pubblicato su “Il Fronte” (He Khazit), giornale clandestino del Lehi.

Tra il 1930 ed il 1950, le organizzazioni clandestine armate legate al sionismo revisionista di Zeev Jabotinskij, operative in Palestina, si contraddistinguono per ferocia e per lo stillicidio degli attentati dinamitardi contro autorità britanniche e popolazione araba, in un continuo deflagrare di bombe sui treni e nei mercati, nei cinema e negli uffici postali, sugli autobus e nelle stazioni ferroviarie. A questi vanno aggiunte le uccisioni a sangue freddo dei fellahin arabi che vengono ammazzati mentre lavorano nei campi a scopo intimidatorio, insieme ad i raid notturni nelle fattorie arabe ad opere delle SNQ (Special Night Squads) dell’Haganah Leumi, applicando con largo anticipo quella che poi verrà universalmente chiamata “pulizia etnica”.
Le gesta dell'Irgun riportate dal 'Times' di LondraLo stesso Likud, il principale partito della destra nazionalista attualmente al governo in Israele, è la filiazione politica di organizzazioni armate come l’Irgun ed il Lehi della famigerata Banda Stern, le attività terroristiche dei quali culmineranno con la strage del King David Hotel di Gerusalemme (22/07/1946), quando i terroristi dell’Irgun fecero saltare in aria un’intera ala dell’albergo, ed il massacro di Deir Yassin (09/05/1948) con tutti i suoi abitanti passati per le armi a sangue freddo dopo la resa.
A questo si aggiunga il rapimento e l’assassinio dei due sergenti inglesi (Clifford Martin e Marvin Paice nel 1947), fatti ritrovare impiccati in un campo d’ulivo; la distruzione dell’ambasciata britannica a Roma, fatta esplodere nella notte del 31/10/1946; l’omicidio del conte Folke Bernadotte (17/09/1948), inviato ONU a Gerusalemme.
Hitler  Durante la seconda guerra mondiale, le attività criminali della Stern gang in funzione anti-britannica si spinsero a tal punto da prefigurare un’alleanza strategica con la Germania nazista, in un patto scellerato che alla fine non andò in porto.
La sequela di crimini ed azioni terroristiche delle due bande furono tante e tali, da provocare il biasimo e la reazione sdegnata di moltissimi ebrei, tra cui lo stesso Albert Einstein

Albert Einstein contro i terroristi del Lehi

Nell’Irgun Zvai Leumi e nel Lehi hanno militato alcuni dei principali leader politici dello Stato israeliano:  Yitzhak Shamir (Lehi) e Menachem Begin (Irgun), entrambi attivamente implicati nelle operazioni terroristiche delle due organizzazioni.
Terroristiche furono altresì le attività del generale e premier israeliano Ariel Sharon, che comincia la sua carriera di criminale di guerra nel 1953 con la strage di Qibya, un intero villaggio spazzato via con tutti i suoi abitanti, e raggiunge l’apice con il massacro di Sabra e Shatila durante l’invasione del Libano nel 1982.
sabra-trueIn compenso, una volta costituitosi in stato, Israele della vecchia amministrazione imperiale britannica ha mantenuto ed esteso il regime di occupazione militare e l’amministrazione di tipo coloniale dei territori TIMEpalestinesi, esercitando requisizioni coatte e confische illegali, le deportazioni forzate, l’uso dei tribunali speciali militari. Si consideri poi l’attribuzione di un diverso status giuridico per i palestinesi, con evidenti discriminazioni in sede processuale, insieme al ricorso agli arresti di massa, con detenzione indeterminata senza certificazione dei capi di imputazione (tutti “terroristi”!). E non si dimentichi la demolizione di abitazioni e distruzione di beni privati, di proprietà palestinese, che si configurano sempre come una forma di punizione collettiva, in un regime di rappresaglia permanente. 

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Il ritiro delle truppe israeliane dalla Striscia di Gaza nel 2007 fu propagandato come una forma di disimpegno unilaterale. Peccato che l’enclave palestinese si sia progressivamente trasformata in un immenso lager a cielo aperto, costantemente sotto controllo militare e privo di qualunque autonomia, dal momento che l’esercito di Tel Aviv controlla i valichi di frontiera, lo spazio aereo, i porti marittimi, e tutte le merci in entrata ed uscita dalla Striscia che devono necessariamente transitare in territorio israeliano. Tutti i fondi e gli aiuti economici destinati a Gaza, da quelli destinati ai servizi sanitari, fino al pagamento dei funzionari pubblici, devono essere depositati in banche israeliane che decidono a propria discrezione quando e se erogare le risorse indebitamente trattenute.
George A. CusterA sua volta, puntellata com’è di fortini, avamposti militari, check-point, borghi fortificati e colonie armate, la stessa Cisgiordania assomiglia più ad una riserva indiana rosicchiata dalle giubbe blu, che un “territorio autonomo”: né stato indipendente, né protettorato ONU, ma solo un controsenso geografico a cui attribuire un ambiguo riconoscimento giuridico, senza alcun risvolto pratico e soggetto a tutte le violazioni possibili.
Attacco al fosforo bianco su rifugio ONUA guardare bene, le esecuzioni extragiudiziali, i rastrellamenti e gli arresti di massa, la totale assenza di processi regolari, le detenzioni illegali, la sistematica distruzione delle proprietà dei sospetti, gli espropri forzati e senza alcun indennizzo, le incursioni militari… insieme alla palese violazione di ogni elementare norma di diritto e di qualunque disposizione terza da parte di organismi internazionali, nell’assoluta certezza che le violazioni non comporteranno alcuna conseguenza o sanzioni, non sembra che pongano molte alternative alla popolazione palestinese che può scegliere tra un regime brutale di occupazione coloniale o un embargo feroce.   
Bomba intelligente su centro ONU a Gaza In seguito al blocco imposto alla Striscia nel 2008, è stata creata una zona di interdizione di tre km ovviamente all’interno del territorio palestinese e imposto un blocco marittimo che impedisce ai pescatori di Gaza di spingersi oltre le tre miglia navali dalla costa. A meno che questi non vogliano essere mitragliati dalla Marina israeliana e vedersi sequestrare le imbarcazioni. Tagliata fuori da ogni collegamento con i territori autonomi della West Bank, a loro volta frazionati a macchia di leopardo, la Striscia di Gaza risponde alla più classica delle strategie: divide et impera.
E quando questo fondamentale requisito viene mene, ogniqualvolta le fazioni palestinesi sembrano raggiungere un accordo condiviso per una politica unitaria ed una azione comune, Israele attacca adducendo un qualche pretesto che non manca mai.
Saluto dei bimbi israeliani ai bimbi palestinesiPer esempio nell’autunno del 2000, quando il premier Ariel Sharon organizzò una provocazione premeditata che scatenò volutamente la rivolta generale dei palestinesi (la Seconda Intifada), per stornare l’attenzione dal fallimento degli accordi di pace (sistematicamente sabotati dal Likud e dall’area più oltranzista della destra israeliana) e legittimare la svolta fascista in Israele, col risultato di favorire ogni volta il sopravvento di formazioni ancora più radicali, come il caso di Hamas e Jihad che hanno progressivamente soppiantato le indebolite organizzazioni laiche di Al-Fatah ed i marxisti del FPLP.
gaza-bombe-al-fosforo-bianco-attacco-IsraeleE poi ci sono i sistematici raid su Gaza, che avvengono ormai a cadenza regolare, e che preferibilmente vengono lanciati in prossimità di ogni tornata elettorale in Israele o crisi di popolarità per questo o quell’esecutivo di governo…
gazaphosphorous-victimsSostanzialmente, il governo conservatore di Tel Aviv cercava solo un pretesto per scatenare l’ennesimo attacco nella Striscia di Gaza, da quando ha iniziato a profilarsi l’ipotesi di un governo di unità nazionale tra i palestinesi della Cisgiordania e quelli di Gaza, con una convergenza delle due principali organizzazioni politiche dei territori autonomi: Al Fatah ed i “terroristi” di Hamas, che avrebbe implicato un maggior peso nell’ambito delle trattative internazionali. Soprattutto non si poteva ammettere alcun cedimento nei confronti dei “terroristi” di Hamas, che si rifiutano di riconoscere lo Stato di Israele (esattamente come Israele ha sempre negato ogni riconoscimento di uno Stato palestinese) e predicano la sua distruzione. Bisogna dire che all’atto pratico l’intento riesce molto più facilmente al governo di Tel Aviv, rispetto ai propositi di Hamas: i razzetti portatili Al-Qassam hanno fatto una ventina di vittime in poco più di dieci anni (meno morti degli incidenti stradali in un week-end), mentre Tsahal ammazza sotto i suoi bombardamenti qualche migliaio di civili ogni due anni, tanto per bilanciare il rapporto demografico.

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Sull’altro versante atlantico, l’Amministrazione USA si dice “scioccata” per le ultime stragi di civili, che in massima parte riguardano bambini (gli adulti White washinginvece possono anche crepare senza troppi turbamenti). Però poi all’atto pratico non fa nulla di concreto per fermare il massacro indiscriminato, salvo bloccare sistematicamente col proprio veto al consiglio dell’ONU ogni risoluzione di condanna nei confronti di Israele; giustificandone incondizionatamente qualunque azione (e relativi crimini di guerra); rimpinguandone gli arsenali militari con sistemi balistici e supporti tecnologici di ultima generazione, a meno che non si creda che gli israeliani combattano le loro guerre solo con mitragliette Uzi e fucili automatici Galil. Gli Stati Uniti, indistintamente dal governo in carica, hanno sempre concesso crediti illimitati per svariati milioni di dollari, a carico del contribuente americano tanto ossessionato dalle tasse. Il bravo Barack Obama, a cui si deve a chiacchiere la posizione più critica che gli USA abbiano mai avuto nei confronti degli “eccessi” di Israele, in concreto ha stanziato circa un miliardo di dollari a fondo perduto, e ulterioremente rifinanziato, per la fornitura di sistemi d’arma a Tsahal. Dopo le stragi di Gaza, il contributo non è stato messo affatto in discussione ed anzi è stato prontamente confermato ed incrementato: Israele ha svuotato gli arsenali e bisogna riempirglieli per la prossima guerra.

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Al contempo, gli investitori americani acquistano titoli di stato che nessun hedge funds statunitense si sognerebbe mai di reclamare in caso di insolvenza, al contrario di quanto avviene ad esempio per i bond argentini, contribuendo in maniera fondamentale alla prosecuzione dell’orgia di sangue in un circo stanco.

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La Dignità del Lavoro

Posted in Business is Business with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , on 12 maggio 2014 by Sendivogius

Zolfataro nelle miniere dell'agrigentino (Anni '50)

Zolfataro nelle miniere dell’agrigentino (Anni ’50)

Lavorare stanca. Per questo, quando l’occupazione crolla e l’economia langue, la massima preoccupazione è smantellare le ultime impalcature che stabilizzano coloro che un lavoro ancora ce l’hanno, compensando lo scambio con qualche donativo, graziosamente elargito dal gabinetto rivoluzionario di salute pubblica attualmente al governo.
Vecchio cazzone Per tutti gli altri, sono previsti incentivi crescenti alla fiera dell’incanto elettorale dove, in un’escalation incontrollata di castronerie a getto continuo, vince il cialtrone che più grossa la spara: dalle dentiere gratis per tutti (vecchio cavallo di battaglia del Pornonano tra i suoi coetanei), al veterinario garantito per accalappiare il voto canaro.
Cane panato - Specialità della casaPerché una cazzata tira l’altra ed in campagna elettorale una promessa non si nega a nessuno, che il pagliaccio ride e il pubblico si diverte.
Sul fronte del lavoro, la battaglia è persa da tempo. Perché se c’è chi cerca disperatamente di salvaguardare il proprio impiego o conquistarne uno, è anche vero che esiste una nutrita pletora di gggente la cui principale occupazione è lamentare l’assenza di lavoro, pregando però di non trovarlo mai. Infatti è molto meglio eccitare la propria fantasia, baloccandosi all’idea di mille euro al mese, al grido di “reddito di cittadinanza” (ad importo variabile secondo la sparata di turno) che poi, così come concepito dai suoi chiassosi ostensori, altro non è se non una variante moderna delle antiche leggi frumentarie. Presupposto teorico giusto, applicazione pratica all’insegna della peggior demagogia.
coerenza di grilloSe lo specialista in materia è sicuramente il noto strillone barbuto con la permanente in testa e con la coerenza di una vecchia baldracca che discetti di fedeltà coniugale, la pretesa è piuttosto radicata in coloro che non hanno mai lavorato e non hanno alcuna intenzione di cominciare, fintanto troveranno chi li mantiene. E infatti, come non perde occasione di latrare il tribuno delle apocalisse prossime venture (e sempre rinviate):

Dobbiamo prepararci a milioni di disoccupati. Se non ci prepariamo con un reddito di cittadinanza, avremo una guerra civile in questo Paese. E le giovani generazioni non devono più starci sotto il ricatto del lavoro.”

  (Bari, 06/05/2014)

Perché il nocciolo del problema è proprio il Lavoro, ovvero l’idea di dover lavorare per vivere (un ricatto!) e non la mancanza del medesimo o la difesa della dignità del lavoratore.
Concetti sconosciuti e soprattutto incomprensibili per un rentier miliardario che blatera dei soldi degli altri e incassa le royalties dai diritti di copyright, con la sua platea di parassiti al guinzaglio e in attesa della pappa miracolosa nel Bengodi dei citrulli 5 stelle.
Ci sarebbe infatti da chiedere, perché mai uno dovrebbe alzarsi la mattina prima dell’alba, imbottigliarsi nel traffico, chiudersi una decina di ore in fabbrica o in ufficio, per un migliaio di euro al mese, quando può ricevere la stessa cifra restando comodamente a casa e dormendo fino a mezzogiorno. E perché mai il resto del Paese dovrebbe continuare a lavorare e pagare le tasse, per mantenere a sbafo una simile massa di indisponenti nullafacenti.
I tre porcelliniAl confronto, gli 80 euri mensili millantati dal Bambino Matteo sono quanto di più serio e credibile si sia mai visto negli ultimi 30 anni. Infatti ricordano le vecchie regalie democristiane a puntello clientelare per la costruzione del consenso. La distribuzione, estesa a pioggia, strizza l’occhio ai ceti medi a reddito fisso che costituiscono il bacino elettorale di riferimento. Riguarderà (se ci sarà) la maggior parte dei lavoratori dipendenti, ma non tutti. Infatti ne sono esclusi i più poveri: quelli che guadagnano meno di 8.000 euro all’anno; ovverosia “precari”, “atipici” e “parasubordinati” che però potranno godere delle gioie della flessibilità a scadenza indeterminata, grazie all’imposizione del Jobs Act scritto sotto la dettatura dei giuslavoristi bocconiani di confindustria..
Il provvedimento difetta in coperture, ma ciò vale bene una messa in cambio del suffragio. A maggior ragione che, dall’altra parte, il Capo politico il problema delle compensazioni non se lo pone proprio.

Beppe Grillo a mare

Probabilmente inciderà poco o per nulla sul rilancio dei consumi, se per reperire le risorse della restitutio poi si aumenteranno per l’ennesima volta le accise sugli idrocarburi o si smantellarà ulteriormente la Sanità pubblica e prestazioni sociali, derogando al privato servizi indispensabili a costo di mercato.
Certo sarebbe stato più incisivo usare i fondi per intervenire sull’IRES e l’IRAP delle imprese in difficoltà, o premiando le aziende più virtuose che investono e rinnovano, piuttosto che delocalizzare e ricattare le proprie maestranze, in un dumping tutto al ribasso, pretendendo di pagare salari da 2 euro netti all’ora, come nel caso della scandalosa Electrolux.
Il Bambino Matteo  Sarebbe forse stato utile impiegare le risorse per porre un qualche rimedio alla catastrofe sociale degli “esodati”, opportunamente cancellati dal palinsesto informativo per non imbarazzare il nuovo “governo del fare” col suo ennesimo uomo della provvidenza.
Avrebbero potuto in parte alleviare l’emergenza abitativa, con misure mirate al calmieraggio dei canoni di locazione ed al reperimento alloggi…
Sono tutte misure che, a prescindere dalla loro utilità o meno, mancano però di un apprezzabile (e fondamentale) utilizzo politico a ritorno elettorale, non possono essere sbandierate su un foglio (meglio se a Porta a Porta), né immortalate con un semplice tweet.

cedolino

Non prevedono un apposito spazio, opportunamente evidenziato, in busta paga; non hanno una valenza apparentemente universale, nella loro erogazione ad cazzum. E muovono presuntivamente sulla convinzione (quantomai fondata) che gli italiani siano nella loro maggioranza un popolo di accattoni. O altro.

Non pensare al dinosauro
di Alessandra Daniele
(11/05/2014)

  ‘Noi siamo la speranza” – Matteo Renzi

godzilla«Il trailer del nuovo remake di Godzilla è interessante: si concentra su Bryan Cranston, e sui plotoni di eroiche redshirt pronte a sacrificarsi nell’ovviamente inutile ma nobile tentativo di salvare altre redshirt dall’ennesima apocalisse CGI. Il lucertolone mutante si intravede soltanto di sguincio, avvolto da cortine di nebbia, in pochi fotogrammi pseudo realistici stile found footage alla Cloverfield. Sembra quasi che gli autori si vergognino d’aver girato l’ennesimo Godzilla, e stiano cercando di vendercelo come un disaster movie serioso e documentaristico di forte impegno ecologista, con un intenso Bryan Cranston come protagonista assoluto. In realtà, sappiamo tutti benissimo di che film si tratti, e chi ne sia il vero protagonista. Lo dice il titolo stesso: Godzilla.
Un maldestro tentativo di mascheramento simile è in atto anche nella politica italiana. Il dinosauro nella stanza è l’inciucio permanente, le larghe intese a spese degli italiani, le stesse dei governi Monti e Letta. Sotto la cortina di fuffa della retorica nuovista renziana, niente è davvero cambiato.
Sono assolutamente identici il disprezzo per i diritti dei lavoratori, il classismo paternalista, l’idolatria per il mercato e l’astio per lo stato sociale, l’arrogante e denigratoria insofferenza per il dissenso, la ricattatoria propaganda truffaldina sul ”bene del paese”.
L’agenda Monti-BCE. Stavolta però si pretende di vendercela come l’Era dell’Acquario, cercando di nascondere il dinosauro mutante dietro il faccione di Metheo Renzi, il Berlusconi on speed, e i suoi petulanti slogan da motivatore di call center.
L’unica nota positiva del governo Renzi è che abbia finora mancato quasi tutte le scadenze del suo calendario cazzaro. C’è da augurarsi che continui a farlo, vista la carica reazionaria delle sue cosiddette riforme, mirate all’aumento rovinoso della precarietà del lavoro, e alla drastica riduzione della rappresentanza democratica.
Ed è facile immaginare a cosa miri l’annunciata riforma della Giustizia concordata col partito di Scajola, Berlusconi e Dell’Utri.
La sola promessa quasi mantenuta, e ossessivamente strombazzata da Renzi e dall’assordante onnipresente corte dei suoi queruli sicofanti, è il bonus elettorale di 80 € coi quali secondo loro si dovrebbe riuscire a rimediare da mangiare per due settimane. A meno che non abbia già razziato tutto Pina Picierno.
In realtà il bonus finirà divorato dagli aumenti delle tasse, ma convenientemente dopo le elezioni.
‘Noi siamo la speranza” dice Renzi del suo governo. Monicelli aveva proprio ragione: la speranza è una trappola inventata dai padroni.»

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PACCATA & FUGA

Posted in Business is Business, Masters of Universe with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 21 marzo 2012 by Sendivogius

A chi serve la ‘strutturale’ riforma del lavoro, targata Monti-Fornero?
Certamente non ai ‘giovani’, la categoria più citata ed abusata da una elite siderale di septuagenari nati già vecchi; iperborei ‘tecnici’ lontanissimi anni luce dai problemi e dalle aspettative delle nuove generazioni, praticamente estromesse da ogni prospettiva futura.
Meno che mai tale Riforma migliorerà le condizioni dei forzati a vita del lavoro precario. E di sicuro cambierà ben poco le magre sorti dei disoccupati di lungo corso, estromessi ai margini più infimi del mondo del sub-lavoro.
A parte la fondamentale estensione dei licenziamenti facili a tutte le tipologie da lavoro dipendente, semplificando oltre misura le norme che rendono assai conveniente ed immediati i licenziamenti individuali (una sicurezza in tempi di disoccupazione cronica), svincolando i datori da ogni responsabilità sociale ed i lavoratori da ogni forma di tutela residua, non si avvertono miglioramenti di rilievo. Ovviamente, rimane esclusa la possibilità di ricorso ai licenziamenti discriminatori.
Come in una notte oscura in cui tutte le vacche sono nere, è evidente che nessun padrone si rivolgerà mai alle sue maestranze dicendo: ti licenzio perché sei negro… perché odio i terroni… perché ti sei iscritto al sindacato… perché sei rimasta incinta… È chiaro che i motivi ufficiali del licenziamento saranno sempre di natura rigorosamente “economica”. Perché non tutti sono coglioni come chi firma e vota simili leggi.
Per contro, vengono estese le tutele “a tutti i lavoratori”… ad eccezione di coloro che non raggiungeranno il tetto delle 52 settimane lavorative, ovvero la fascia più debole ed esposta dell’universo ultra-flex (ma senza security) delle occupazioni para-subordinate.
L’importo dei nuovi sussidi sarà inferiore a quelli attuali, per una minor durata di tempo, e vincolato all’accettazione obbligatoria di qualsiasi tipologia occupazionale provvisoria, a prescindere dal precedente background professionale, sul modello americano.
In sintesi, se si esclude la cancellazione parziale dello scandaloso “contratto di associato in partecipazione”, terrore delle commesse, ed una ipotetica verifica sulle partite IVA individuali, rimane praticamente intonsa l’intera pletora di contratti atipici, con tutte le relative forme di sfruttamento legalizzato, che umiliano e schiacciano l’occupazione giovanile. In fondo si tratta soltanto di 45 diverse tipologie contrattuali, le quali rimarranno quasi totalmente escluse dall’estensione dei nuovi ‘ammortizzatori sociali’, ossia la paccata di miliardi tutta da trovare. Però vuoi mettere la noia di un “posto fisso”, con l’ebbrezza di quasi 50 posizioni diverse, altamente flessibili… e senza protezioni!
In compenso ai famosi gggiovani laureati in cerca di impiego, dovrebbe essere garantita una retribuzione minima per gli stage. Il meglio che si può concedere ai famosi ‘cervelli in fuga’… Il condizionale tuttavia è d’obbligo. Infatti, tra le varie iniziative dei professoroni, si prevedeva anche un rimborso per i praticanti negli studi legali, costretti a lavorare schiavizzati a gratis per i milionari Principi del Foro… Naturalmente, al di là delle buone intenzioni, non se ne è fatto poi nulla.
Soprattutto ci sono i nuovi “contratti di apprendistato”, ulteriormente estesi negli anni. E l’inflessibile ministra Fornero si guarda bene dal rivelare che i sedicenti “apprendisti”, a parità di ore lavorate e di mansioni, percepiscono uno stipendio inferiore rispetto ai loro colleghi stabilizzati.
Non per niente, ci troviamo dinanzi al genio incompreso di menti superiori…

  Intelligenza Artificiale Governativa
  di Piergiorgio Odifreddi
  (19/03/2012)

«Maurizio Crozza ha fin da subito individuato, nelle sue imitazioni, la caratteristica principale del presidente del Consiglio: di essere un automa, in grado di simulare alcuni aspetti meccanici del pensiero, ma non i sentimenti di empatia e simpatia tipici degli umani: meno che mai, ovviamente, di provarli.
La sua ministra del Lavoro e delle Politiche Antisociali non è da meno, anche se la sua release al femminile conteneva agli inizi un bug, subito corretto, che le ha causato, alla sua prima simulazione pubblica, la perdita di liquido oculare (per rimanere all’imitazione di Crozza).
Entrambi i due automi governativi hanno in questi giorni confermato la loro natura meccanica, emettendo a Torino affermazioni sul mercato del lavoro che, se fossero uscite dalla bocca di qualche umano, sarebbero risultate agghiaccianti.
Monti ha spiegato, tanto suadentemente quanto può un robot, che la Fiat è sì “sempre stata governativa”, come diceva Gianni Agnelli. E dunque ha sì sempre ricevuto ingenti sovvenzionamenti statali, all’insegna del motto “i nostri guadagni sono privati, i nostri debiti pubblici”. Ma, ciò nonostante, non ha alcun obbligo di sentirsi in debito con la nazione. Anzi, ha non solo il diritto, ma addirittura il dovere, di andare a cercarsi altrove nuovi polli da spennare, visto che ormai noi di piume non ne abbiamo più.
Quanto alla Fornero, ha pure lei confermato che “a Fiat non può fare ciò vuole”: da intendere, ovviamente, nel senso che il mercato non è affatto “libero”, come i liberisti avevano proclamato fino a ieri, ma costringe i rapaci a comportamenti coatti. Quanto alla riforma del lavoro che sta preparando, la ministra ha concesso che l’accettazione del piano da parte delle parti sociali sarebbe ”un valore aggiunto”, ma non è comunque una necessità.
Persino il presidente della Repubblica, che pure è il primo responsabile della transizione da un governo di subumani a un governo di non-umani, ha dovuto ammettere che “sarebbe grave” se si facesse un accordo contro i lavoratori e i loro rappresentanti. Ma anche lui ha inteso le sue apparentemente ovvie parole non nel senso che il governo dovrebbe presentare un piano accettabile, bensì che i sindacati dovrebbero “far prevalere l’interesse generale su qualunque calcolo particolare”.
Che sia un ex-comunista a considerare “calcolo particolare” le lotte sindacali, e “interesse generale” quello dei mercati, è un segno dell’abisso nel quale siamo caduti, con la scusa della crisi economica. Da Rifondazione Comunista siamo passati alla Fondazione di Asimov, ma è ai romanzi di Philip Dick che dovremo ormai rivolgerci, per trovare descrizioni adeguate di un mondo che noi umani non potevamo immaginare, e meno che mai prevedere.»

A tal proposito, è interessante constatare l’iper-attivismo ritrovato di un Presidente della Repubblica, finalmente destatosi da un lungo sonno; specialmente se paragonato al torpore catatonico del suo imbalsamato predecessore: il silente e men che mai presente Carlo Azeglio Ciampi.

In seguito all’apparente dipartita di B., il presidente Napolitano, dopo anni di assoluto mutismo, sembra finalmente aver ritrovato la favella (e il coraggio), troppo a lungo smarrita durante la stagione felice della finanza creativa, all’ombra del bunga-bunga tra le mutandine delle nipoti di Mubarak. Prima evidentemente non aveva nulla da eccepire.
Seppellito prematuramente l’imbarazzante Pornonano, tutto ciò che ai tempi del berlusconismo dominante sembrava ai limiti dell’abuso di potere  oggi è diventato la norma, quasi che la sostanza prescinda dalla persona: esautorazione delle prerogative parlamentari; abuso della decretazione d’urgenza; cancellazione della famigerata “concertazione” (fintanto che ha fatto comodo a Fiat e confindustriali però andava bene); sostanziale approvazione di tutti i provvedimenti speciali in materia di lavoro, giustizia, libertà di stampa, del precedente governo… Il tutto reso possibile grazie alla straordinaria partecipazione dell’ormai irrecuperabile Partito Democratico, che ora garantisce il suo appoggio incondizionato a proposte di legge fino a pochi mesi fa considerate inammissibili. Infatti, senza alcun imbarazzo, il PD siede nella stessa maggioranza governativa insieme a Cicchitto e Gasparri, Verdini e Dell’Utri… ma il campionario è ben fornito. ‘Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei’. 
E comunque questa riforma del lavoro è indispensabile. Non parliamo poi del resto del companatico…
Ce lo chiede l’Europa, ovvero Angela Merkel che si guarda bene dall’imporre le stesse misure draconiane ai tedeschi.
Ce lo chiedono i mercati (finanziari) e certo mica puoi permetterti di scontentare le loro pretese. I “Mercati”… ovvero le banche d’affari in overdose da derivati… ovvero Goldman Sachs ed i vari emuli di Morgan il pirata… ovvero gli speculatori dei grandi fondi di investimento (hedge funds)… tutti insieme appassionatamente sotto l’ombrello munifico della Banca Mondiale, del Fondo Monetario Internazionale, e della Banca Centrale Europea (la troika). Tutte così arcigne nei confronti del “debito sovrano”, inflessibili nei confronti degli anelli deboli dell’UE (si tratta di popoli da castigare in funzione rieducativa), ma così incredibilmente generose nell’erogare miliardi di euro con interessi irrisori a tutto vantaggio degli istituti del credito privato, all’origine della più devastante crisi economica degli ultimi 80 anni. Perché c’è debito e debito…
In pratica è come se, dopo essersi affidati incautamente ad una banda di strozzini per risolvere i propri problemi economici, magistratura e polizia imponessero al taglieggiato di ripagare con tanto di interessi centuplicati i proprie estorsori, con un’ulteriore aggravante: gli strozzini non si accontentano di ricevere indietro la somma maggiorata, ma pretendono di imporre anche COME procurarsela.
E si spaccia per “tecnica” una ricetta che in realtà è tutta politica, nella sua pretesa di validità universale, e che così straordinari risultati sta comportando in Grecia, ma anche al Portogallo: l’alunno modello della troika condotto per mano al collasso sociale….

  L’OBIETTIVO INDICIBILE
  di Carlo Clericetti
  (20 marzo 2012)

«Tra le misure imposte alla Grecia c’è stata anche la riduzione del 30% del salari minimi, oltre ai vari tagli a indennità e mensilità aggiuntive dei dipendenti pubblici. Per la Spagna non c’è stato bisogno di imposizioni così plateali: la riforma del lavoro approvata dal nuovo governo conservatore di Mariano Rajoy (tanto lodata dal nostro presidente del Consiglio) prevede tra l’altro che, dopo due trimestri di riduzione dei ricavi, le aziende possano decidere unilateralmente di ridurre le retribuzioni. Per i dipendenti c’è una finta scelta: o accettano, o se ne vanno ottenendo un modesto indennizzo monetario.
Vogliamo fare qualche ipotesi su come si comporteranno, in un paese dove la disoccupazione supera il 20%?
Se in Italia fosse rimasto Berlusconi, la cui credibilità era sottozero, anche a noi sarebbe stato imposto un diktat in proposito. Ora che c’è Monti, di cui la signora Merkel si fida, si può lasciare a lui il compito – che però resta lo stesso – in modo da salvaguardare almeno l’apparenza del mantenimento di una sovranità ormai di fatto evaporata.
[…] Quando un paese perde competitività (ed è il caso dell’Italia e di tutti gli altri paesi colpiti dalla “cura”), se non può svalutare la moneta – e nessuno dei paesi euro può prendere questa decisione – deve procedere a una “svalutazione interna”, cioè deve fare in modo che prezzi e salari si riducano fino a quando la sua economia non torna competitiva. A quel punto, sostiene questa teoria, il paese aumenta le esportazioni, la bilancia commerciale ritorna in equilibrio, l’economia riparte e tutti tornano felici.
Ma, appunto, di una teoria si tratta, e molti economisti di primo piano sostengono che è completamente sbagliata. Perché nel frattempo il paese in questione entra in recessione, le aziende chiudono, la disoccupazione aumenta, cadono i redditi e il Pil, i conti pubblici peggiorano nonostante i tagli: si alimenta, cioè, una spirale perversa. Lo abbiamo visto in Grecia, lo stiamo vedendo in Portogallo, in Spagna, in Italia. Molto probabilmente tra poco la Francia si unirà al gruppo. Ma finché non se ne convincono i tedeschi, che in questa fase di fatto comandano in Europa, la linea non cambierà.
E veniamo alla nostra “riforma”. Al di là degli escamotage che saranno inventati dai sindacati per salvare la faccia, l’articolo 18 sarà reso completamente inefficace. Dal momento che è ormai scontato che il licenziamento potrà essere motivato da ragioni “economiche o organizzative”, nessun imprenditore sarà così sprovveduto da attuare licenziamenti discriminatori o persino disciplinari: un problema organizzativo – con la necessità di ristrutturazione che hanno tutte le aziende in questa fase – si trova molto facilmente. E allora, con i licenziamenti praticamente liberi, succederà una di queste due cose, o meglio tutt’e due. In parte verrà posta la scelta tra riduzioni di salario o un certo numero di licenziamenti; in parte ci si libererà di una parte di lavoratori più anziani per sostituirli, a minor costo, con giovani che nel migliore dei casi entreranno con il contratto di apprendistato, tre anni – estendibili a cinque – a salario ridotto e con la possibilità di esser mandati via. Ci saranno un po’ di ammortizzatori sociali, ma con una durata inferiore agli attuali e con meno gente che avrà la possibilità di passare – alla loro scadenza – alla pensione, visto che l’età è stata aumentata. Un meccanismo poco appropriato, ma che finora aveva sostituito, anche se non per tutti i lavoratori, le carenze delle protezioni dalla disoccupazione.»

Naturalmente, secondo la vulgata ufficiale, tutte le preoccupazioni sono per i “giovani” che i vari ministri del Governo Monti, tanto per non smentirsi, prendono per il culo un giorno sì e l’altro pure.
Bisogna dire che una parte consistente della categoria anagrafica in questione sembra però gradire il particolare ‘servizio’…

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Disturbi tecnici

Posted in Business is Business, Masters of Universe with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 7 febbraio 2012 by Sendivogius

È rassicurante ascoltare gli ukase del direttorio tecnocratico che, con la scusa della crisi e del “ce lo chiede l’Europa”, ha stabilito una sorta di reggenza geriatrica sull’Italia: la finta malata d’Europa affidata ai ‘medici della peste’ (finanziaria) e trasformata in cavia sperimentale, per l’elaborazione di futuri modelli neo-oligarchici di democrazia a rappresentatività limitata.
È commovente vedere un governo di septuagenari disquisire così appassionatamente di centralità dei Gggiovani e di flessibilità occupazionale da parte di un’elite di privilegiati che sembra uscita direttamente da un cda bancario e agisce per conto-terzi, indossando sopra il gessato padronale la tunica immacolata dei ‘redentori’.
A sentire le gorgoni di ghiaccio che accompagnano il robotico prof. Monti, giunto a salvare le banche dall’insolvenza impegnando il culo degli altri, sembra che il più grande problema di questo Paese sia non la disoccupazione dilagante, ma i lavoratori con impiego garantito. Il rilancio dell’occupazione passa infatti attraverso la libertà di licenziamento; la lotta al lavoro para-subordinato scaturisce dalla cancellazione di quelle garanzie occupazionali, che tutelano il lavoratore dalla ricattabilità contrattuale e dagli abusi di una precarietà diffusa. Si capisce bene che a fronte di 230.000 nuovi disoccupati preventivati per il 2012, la priorità è estendere i licenziamenti e restringere le indennità.
Oggi il bersaglio privilegiato delle invettive governative è il famigerato Art.18, ma il vero obiettivo è l’eliminazione di tutto il pacchetto attraverso l’abrogazione dell’intero ‘Statuto dei Lavoratori’. In nome della “modernità”, s’intende! E del “riformismo” che la sottende.
Si tratta di un’operazione di marketing strategico, basata sulla reiterazione concentrica di messaggi provocatori ma destabilizzanti se ripetuti con determinazione. Per certi versi, ricorda le tecniche del False-flag, applicate all’ambito socio-economico nel nome di interessi che, lungi dall’essere universali, sono particolarissimi…
Mario Monti lancia la granata a frammentazione oltre la trincea del lavoro e dei diritti, guidando l’assalto del padronato ringalluzzito come non mai. Il resto del governo con le due ministre pasdaran apre il fuoco di copertura, aspettando che giungano i rinforzi dagli ascari presenti nei partiti e nei sindacati gialli, a consolidare la breccia nel corpo sociale col supporto dei media embedded.
D’altronde, questo è un Governo all’insegna dell’eccellenza e composto da intelligenze geniali. Non per niente, tra la ventina scarsa di docenti universitari in Italia diventati titolari di cattedra prima dei 32 anni di età, abbiamo il rampante Michel Martone (un figlio d’arte) e la figliola prodigio dell’inflessibile ministra Elsa Fornero. Per nulla annoiata dalla “monotonia del posto fisso” (meglio se pubblico) e conquistata dalle sue “facili illusioni”, come tutti ormai sanno, la brillante Silvia Deaglio è professoressa a Torino nella stessa università del papi economista e mammà Elsa, inseparabili in facoltà. La giovane oncologa deve costituire un caso veramente aggravato di mammismo acuto, tanto da ottenere nel 2010 un ulteriore posto fisso nella ‘Human Gentics Foundation’, finanziata e sponsorizzata dalla Compagnia San Paolo di cui mamma Elsa è stata vice-presidente. La fondazione HuGeF è altresì una creatura organica al gruppo BancaIntesa del ministro Corrado Passera, e cofinanziata dal Politecnico di Torino del quale il ministro Francesco Profumo è stato rettore. È un caso che da quando la dottoressa Deaglio è diventata responsabile per la ricerca della Fondazione, siano piovuti finanziamenti a pioggia per i progetti affidati alla promettente ricercatrice. Cuore di mamma!
Evidentemente, deve avere ragione il ministro Anna Maria Cancellieri, quando sostiene che:

Gli italiani sono fermi, come struttura mentale, al posto fisso, nella stessa città e magari accanto a mamma e papà, ma occorre fare un salto culturale

Ma una funzionaria prefettizia, con un posto fisso nel pubblico impiego e rigorosamente a tempo indeterminato, andata in pensione con il vecchio sistema retributivo, con una laurea in Scienze politiche conseguita dopo i 28 anni (ma con la metà degli esami rispetto ad un neo-laureato di oggi) e quindi tecnicamente una “sfigata”, richiamata dal suo dorato ritiro per fare il Ministro degli Interni, non dovrebbe occuparsi unicamente di pubblica sicurezza e politiche interne?!?
Non si capisce dunque perché la ministra tecnica, già prefetto, parli allora di lavoro e dinamiche occupazionali.
 Comunque, in quanto a flessibilità e “salti culturali”, questa specie di caricatura di Jimmy il Fenomeno deve essere una vera esperta… Infatti, in virtù della sua elasticissima “struttura mentale”, è stata impiegata per la durata di soli 23 anni consecutivi come capoufficio stampa della Prefettura di Milano, ancor prima di conseguire la laurea. Prima ancora però, the iron lady Cancellieri ha dovuto confrontarsi col duro mondo del lavoro, affrontando il dramma dell’instabilità occupazionale. Infatti a 19 anni, freschissima di diploma, entra subito a lavorare per la Presidenza del Consiglio, occupandosi di questioni relative alla diffusione della cultura in Italia.
È talmente brava che rimane congelata in sonno criogenico a Milano fino al 1993, quando alla fresca età di 50 anni comincia la sua ascesa come prefetto e commissario straordinario, in giro per l’Italia con appartamento di servizio, macchina con autista, e indennità varie di missione. Cose che solitamente ai forzati del lavoro pendolare sono negate.
D’altra parte, mamma Cancellieri, quando discetta di “flessibilità” e “precarietà”, sa bene di cosa parla. Suo figlio, Piergiorgio Peluso, con i suoi 500.000 euro annui di stipendio, nel Giugno 2011 è diventato direttore generale del Gruppo FONSAI, la Fondiaria della famiglia Ligresti: fulgido esempio di solidità finanziaria e gestione cristallina, attualmente sull’orlo del fallimento ed in disperata ricapitalizzazione.
Evidentemente, quando si parla di mobilità e lavoro, i nostri ministri tecnici sono convinti che tutti siano multi-lingue, con una dozzina di lauree nel cassetto, una buona cerchia di amici che contano, e svariate decine di migliaia di euro come stipendio mensile. Altre opzioni non sono contemplate e certo tutti gli altri devono adattarsi.
Del resto, lo sapevano bene anche i tedeschi che non per niente sono maestri in organizzazione e gestione produttiva delle maestranze, nel massimo risparmio attraverso la contrazione dei costi. A tal proposito, la storia germanica ci fornisce i modelli migliori per il ricollocamento ottimale della manodopera in eccesso, scarsamente specializzata o semplicemente troppo stagionata per le sacre esigenze del “mercato”…

Certamente noi non vogliamo mettere in discussione le capacità professionali del super manager di mamma. Immancabile laurea alla Bocconi, con master in corporate finance alla “London School of Economics”, Piergiorgio si è fatto le ossa come revisore contabile alla “Andersen”, entrando successivamente in Mediobanca senza mai uscirne, passando per le varie partecipate che gravitano nella galassia del Gruppo: GeminaCapitalia… e soprattutto UNICREDIT, occupandosi in prevalenza del Corporate & Investment Banking.
Sono noti gli strepitosi successi conseguiti dall’ex banca di Profumo, nell’ambito della politica di investimenti internazionali.
C’è da chiedersi, dopo lo smantellamento delle tutele del lavoro dipendente, a quali banche verranno affidate (e regalate) le nuove dismissioni immobiliari previste dal Governo Monti…

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La Fine del Lavoro

Posted in Business is Business with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 27 ottobre 2011 by Sendivogius

Nel lontano 1994 un clown miliardario promise un milione di nuovi posti di lavoro, rilanciando la posta ad ogni elezione. È superfluo ricordare come nel Paese di Borgo-Citrullo lo spot sia stato un successo, mentre i disoccupati aumentavano e la qualità del lavoro peggiorava a livelli mai visti prima.
Oggi che la disoccupazione ha raggiunto il suo record storico, con milioni di senza lavoro e salari da fame per chi un’occupazione ancora ce l’ha, l’imbolsito Capo-comico, ridotto a parodia di sé stesso, annuncia trionfante:

PIÙ  LICENZIAMENTI  PER  TUTTI!

È la promessa ‘epocale’ di questa barzelletta ambulante, per l’intrattenimento di Bruxelles, che non fa più ridere e al massimo suscita i sorrisi sarcastici dei partner europei, evidentemente preoccupati dall’inquietante Mascherone sesso-dipendente, che ciondola travestito da Al Capone per i corridoi istituzionali delle sedi comunitarie.
Nella letterina di intenti presentata ai tecnocrati della UE, accompagnata da un forte abbraccio ai presidenti della Commissione e del Consiglio europeo che non toccherebbero il Pornonano manco con un bastone, tra promesse di efficientamento e privatizzazioni selvagge, calendarizzate in 8 mesi impossibili, spunta l’ennesima “riforma del mercato del lavoro”. Non manca poi lo smantellamento di quel poco di umanistico che ancora rimane nella scuola pubblica (la Cultura non si mangia), insieme all’irrinunciabile riforma della Giustizia, ed altri impiastri in una lettera scritta a più mani, dove sono evidenti le zampate dell’accoppiata Brunetta-Sacconi.
Le ultime riforme del lavoro sono state un fallimento totale. Nel rilancio dell’occupazione femminile, di maggior successo si sono rivelati invece gli inviti a sposare un milionario… Tuttavia, in assenza di più impegnative proposte di matrimonio, come sa bene la donna che è consapevole di sedere sulla propria fortuna e che ne faccia partecipe chi può concretarla (la brillante ‘metafora’ è di Piero Ostellino), al Milionario basta garantire una serie di prestazioni occasionali, opportunamente retribuite previo utilizzo finale.
L’attuale bozza dei cattivi propositi introduce inoltre i “licenziamenti facili”, a discrezione assoluta del ‘padrone’ (è ora di tornare a chiamarli col loro vero nome) e senza alcuna garanzia per il lavoratore sottoposto a perenne ricatto.
Come contropartita, si promettono generiche tutele per i lavoratori atipici, con l’introduzione di più stringenti condizioni nell’uso dei “contratti para-subordinati”.
In concreto, mentre le “misure addizionali” per contrastare le forme improprie di lavoro dei giovani sono ancora tutte da elaborare, confinate al limbo delle intenzioni aleatorie, a demolizione degli ultimi contratti di lavoro a tempo indeterminato è già pronto invece il famigerato Articolo 8 della normativa Sacconi, che spazza via ogni garanzia residua a livello contrattuale, rimandando a tempi incerti la ben più cogente riforma degli ammortizzatori sociali. È la filosofia stringente di chi è convinto che l’incremento dei licenziamenti favorisca l’occupazione, salvaguardando il reddito.
Naturalmente, i vari Draghi… Marcegaglia.. Cordero di Montezemolo… non hanno nulla da dire in merito a quell’ossimoro economico, che reputa gli over-35 troppo vecchi per essere assunti, i lavoratori 50enni dei pezzi obsoleti dei quali disfarsi quanto prima (licenziamento facile), mentre si innalza il tetto dell’età pensionabile pensando di prolungare la permanenza al lavoro fino ai 70 anni.
In Italia, il crollo occupazionale coincide in massima parte con una disoccupazione giovanile crescente, determinando una frattura ed una sperequazione generazionale, come mai si era verificato prima, attraverso una serie di anomalie sistemiche giunte a livelli insostenibili.
D’altra parte, le sedicenti politiche di sviluppo e di rilancio sono incentrate unicamente sulla “flessibilità del mercato del lavoro”, che nella prassi si traduce in una precarietà esasperata (ad vitam!) e stipendi al minimo, condita da licenziamenti facili, totale assenza di tutele per i neo-assunti e una progressiva erosione delle garanzie contrattuali per gli occupati di lungo corso.
Si potrebbe quasi dire che il Lavoratore (o quel che ne rimane), de-individualizzato e disarticolato, perde la sua “centralità” per diventare funzionale al Lavoro, parcellizzato e de-contrattalizzato, senza però alcuna reale contropartita e senza che vi siano riflessi di lungo periodo, sulla creazione di nuovi posti di lavoro degni di questo nome. In alternativa, resta il cumulo di lavoretti stagionali, rigorosamente al nero; “collaborazioni” e “progetti” farlocchi, per impieghi para-subordinati, magari travestiti da stage. Sono i fenomeni di vecchio e nuovo sfruttamento, che contraddistinguono un’intera generazione di poor workers risucchiata nei gorghi del “lavoro atipico”.
In questa parodia oscena del darwinismo sociale, dove a soccombere sono i poveri, i giovani, e quelli nati nella famiglia sbagliata, fuori dal giro e dalla raccomandazione giusta, non potevano mancare due protagonisti d’eccezione nella pletora di personaggi lombrosiani…
 Il primo è un ministro del Lavoro, e delle politiche sociali inglesizzate in welfare. Si tratta di un ex ‘socialista’, cattolico devoto convertito alla “sussidiarietà” (ovvero stornare risorse pubbliche verso le imprese gestite dall’integralismo temporale di CL), e tra i principali responsabili dell’attuale sfascio finanziario [QUI]. L’unico scopo di questo innesto craxiano nel corpo del berlusconismo sembra essere quello di smantellare l’intero diritto del lavoro, spezzare ogni residua unità sindacale, ed entrare a gamba tesa nelle vertenze contrattuali come dodicesimo giocatore travestito da arbitro.
 Il secondo è l’amministratore delegato di un’azienda automobilistica ormai decotta, assistita per quasi un secolo da commesse pubbliche e investimenti di Stato, ma oggi sommersa dai debiti e di fatto commissariata dalle banche creditrici. Parliamo di un’industria che non riesce più a produrre un modello decente in grado di competere sul mercato e reggere la concorrenza delle grandi case automobilistiche europee. Che ripropone da almeno venti anni gli stessi ibridi, col medesimo nome, varianti minime e qualche ritocco estetico: come un buon film (magari non eccelso), subissato da una raffica di sequel più o meno all’altezza.
Attualmente, le sorti del gruppo sono affidate al maglioncino dei due mondi, convinto che il rilancio dell’azienda risieda nell’ulteriore ribasso dei salari e nella cinesizzazione delle maestranze, con minacce, ultimatum, ricatti, potendo contare sul supporto di più sindacati gialli a fare da sponda… È l’omone dei pull-over che veste in serie, come nel guardaroba di Paolino Paperino, terribilmente simile ad un nero scarrafone dei motori, nel parco demolizioni della metalmeccanica italiana.
Le cosiddette “misure a sostegno dell’occupazione” del ministro Sacconi sembrano pensate e scritte apposta per Lui: il socialdemocratico chietino-canadese, con residenza svizzera, deciso ad abbattere il costo del lavoro, incrementando il numero di ore e le turnazioni di lavoro a salari ridotti.
Con uno stipendio annuo di 4.782.400 euro, costituisce un fulgido esempio di risparmio e sacrificio a fronte di strabilianti risultati di vendite e qualità dei prodotti.
È il tipico esemplare di un capitalismo assistito, che non investe un centesimo in innovazione e formazione, che sopravvive grazie alla domanda indotta di appalti pubblici e agevolazioni fiscali, che predica e invoca “sacrifici” e “scelte impopolari”, ma non è disposto a rinunciare a nulla e niente concedere. A partire dai famosi investimenti promessi per gli stabilimenti FIAT di Pomigliano e Mirafiori.
In tempo di crisi e recessioni in arrivo, con aziende in dismissione e lavoratori sul lastrico, il buon Marchionne si è assicurato per la sua sussistenza personale una retribuzione di 1037 volte superiore allo stipendio medio di un metalmeccanico Fiat in Italia. A questa vanno però aggiunte circa 20 milioni di azioni gratuite, stock grant e stock option, per un valore complessivo calcolato attorno ai 200 milioni di euro (fluttuazioni di mercato permettendo): la paga annuale di quasi 13.000 operai italiani della FIAT, giacché gli stipendi delle controparti polacche e brasiliane non arrivano a 600 euro.
Da notare che lo stabilimento principale di Torino ha circa 5.400 lavoratori. L’amministratore Marchionne percepisce da solo più del doppio di tutte le loro paghe e liquidazioni messe insieme; però parla di tagli dei costi senza vergogna di apparire osceno.
La letterina bruxellese, che tanto è piaciuta ai guardiani del Debito ed ai sacerdoti del neo-monetarismo globalizzato, è l’ultimo atto (ma non il definitivo) all’insegna dello smantellamento progressivo dell’idea stessa che possa esistere qualcosa di “sociale”, sacrificata sull’altare delle divinità del mercato e di un’austerità che taglia i servizi per pagare le banche d’affari.
Coincide con la fine delle ultime lotte sindacali, prima che le “associazioni dei lavoratori” si trasformassero in agenzie di collocamento, collettori di favore politico, e dispensatori di servizi per la terza età. È speculare al generale disimpegno sociale e disinteresse pubblico. Da questo punto di vista, il segno più evidente è il reflusso dei rigurgiti craxiani di parassitismo politico che tuttora governano il Paese, dopo averlo condotto al dissesto economico sull’onda lunga degli Anni ’80.
È l’incapacità di strutturare un dissenso, elaborato in nuove strategie, nell’ansia da conformismo di un corpo sociale che in massima parte non esprime “idee” ma “status”, nella frustrazione di una mancata accettazione e riconoscimento titoli. O, al suo estremo, tutto rigetta nella catarsi distruttiva di un nichilismo senza prospettive.

Nel primo caso, la “protesta” non ha alcun carattere propulsivo e galleggia nella medesima carenza propositiva. È destinata piuttosto a diventare lo specchio pubblico delle angosce di borghesi-piccoli-piccoli (o aspiranti tali) dalle ambizioni frustrate: reflussi di “ceto medio” in declino, in attesa di stabile collocazione, che scalciano (ma non troppo) per rivendicare il proprio posto al sole, in un sistema che non contestano (se non in minima parte) e dal quale si sentono momentaneamente esclusi, pur aspirando a farne parte e possibilmente scalarne le gerarchie, perpetrandone intatta la struttura.
È in fondo una diretta conseguenza di quella che, a suo modo, il sociologo Giuseppe De Rita ha definito “cetomedizzazione” [QUI], attraverso il livellamento progressivo delle coscienze e delle aspirazioni in nome dell’omologazione al ‘sistema’.
In quest’ottica, la variante italiana al movimento degli “Indignados” rischia di esaurirsi presto per assenza di reali prospettive di lungo corso, declinate a favore delle rivendicazioni minime degli indignati dell’ultima ora, aggregati alla protesta unicamente perché sospinti da una crisi che li relega ai margini senza che possano capacitarsi del perché. Ma bene attenti a rimuovere e sopprimere ogni forma di conflitto.
I prodromi erano già in embrione da tempo. Oggi ci limitiamo a raccoglierne i frutti nefasti. Ogni involuzione ha la sua data simbolica che ne decreta l’inizio. Il reflusso italiano comincia a Torino, il 14 Ottobre del 1980. E non è un caso che la ricorrenza sia praticamente passata sotto silenzio, scavalcata dall’ennesima fiducia alla pornocrazia berlusconiana e dall’effimera manifestazione di Sabato 15 Ottobre, vivacizzata dalla presenza del ben più vitale gruppo degli inkazzati (veri), dopo la quale le proposte degli Indignati hanno lasciato il passo ad un generico (quanto imbarazzante) elogio della delazione e della repressione poliziesca.
Per concludere, sarà il caso di riproporre, a dispetto di una vulgata agiografica che tanto successo ebbe a partire dalle colonne de La Repubblica, le pagine che Marco Revelli dedicò alla cosiddetta “marcia dei quarantamila”, prima della grande febbre del berlusconimo post-craxiano alla fiera dei nani, quando tutti si identificarono col padrone e credettero che bastasse disprezzare gli ultimi per sentirsi ricchi:

 […] Al Teatro Nuovo, dove il “Coordinamento dei capi e dei quadri intermedi” aveva convocato una manifestazione nazionale contro il blocco dei cancelli e l’inerzia delle autorità, succede un fatto inedito, e per tutti inatteso. Intorno alla sala, già stipata nei suoi duemila posti dai quadri più attivi di quel nuovo “movimento”, si raccoglie una folla numerosa e incerta. Riempie lentamente il piazzale antistante, trabocca sul corso e nelle vie adiacenti. Alcuni sono venuti per convinzione. Altri per bisogno, curiosità, paura. Sostano a lungo in attesa, poi con una qualche ritrosia si inquadrano, incominciano a muoversi, nasce un corteo.
Una massa grigia e pervasiva incomincia silenziosamente a dilagare verso le vie del centro, cancellando segni e ricordi delle mille rumorose manifestazioni operaie, ripristinando le regolari geometrie dell’ordine di fabbrica e della quiete sabauda. Non un colore rompe l’uniformità cromatica, solo i cartelli tutti uguali del Coordinamento: “Il lavoro si difende lavorando”, “Diritto al lavoro”. Non un grido, uno slogan, una voce che non sia quella metallica dell’altoparlante. Solo lo scalpiccio sordo dei piedi sul selciato e quel brusio basso che esce dalle folle in attesa, dagli assembramenti casuali.
Sono l’altra faccia della fabbrica, l’incarnazione del lavoro privo di soggettività ribelle, a tal punto identificato con l’organizzazione produttiva da divenirne parte integrante, da farne la fonte della propria identità ed esistenza. «Non siamo – proclama il loro leader, Luigi Arisio – il partito dei capi. Siamo il ben più grande partito della voglia di lavorare, di produrre, di competere con la concorrenza». Interrogato, il giorno dopo, sulla sensazione provata davanti ai picchetti che sbarrano i cancelli, uno di loro risponderà, con calma, senza rabbia né calore, con solo un lieve accento di disprezzo nella voce: «Una sensazione di grande pena nel vedere un impianto così perfezionato in tutte le sue parti, immobile per colpa di quella gente».
La lineare perfezione della tecnica e la rumorosa imperfezione degli uomini, la compatta efficienza della macchina e l’anarchica soggettività del lavoro vivo: ora sono lì, appunto, per dichiararne lo scandalo. Per rivendicare che la contraddizione sia sanata. Marciano, e strappano agli operai i luoghi tradizionali d’espressione: Piazza San Carlo, la Prefettura, Piazza del Municipio. In un’ora cancellano, con il loro silenzio, trentatre giorni di rumore operaio. Marciano, e con un semplice gesto conquistano il centro della scena: 15.000 dirà il telegiornale, 30.000 titolerà “La Stampa”, 40.000 sparerà infine “Repubblica”. E tali rimarranno, nella storia e nell’immaginario collettivo. Sono loro i “vincitori”: d’ora in poi incarneranno lo “spirito del mondo”. Rappresentano “la notizia”, il novum che un sistema dei media ormai annoiato dalla ripetitività operaia attende. La loro manifestazione è “nuova” sotto molti punti di vista. Nelle forme: non più scandita, come gli obsoleti cortei operai, dai tradizionali “cordoni” ma strutturata per centri concentrici secondo la catena gerarchica, con al centro il capo ufficio, il capo reparto, il capo officina, e intorno via via, i subalterni.
Nelle tecniche di comunicazione: la prima grande mobilitazione telematica, il cui strumento di convocazione principale è stato il telefono. Nuova soprattutto nei volti, nelle espressioni, nei “soggetti”. La prima grande mobilitazione di massa del “capitale”, uscito finalmente dalla sua dimensione di “oggetto” e trasformato, per una sorta di feticismo della merce alla rovescia, in “movimento”.
Cosa abbia permesso a quel pezzo di fabbrica di animarsi; cosa abbia portato a un effimero e recalcitrante protagonismo quello strato abituato solitamente a comandare e tacere, è difficile dirlo. All’origine deve aver pesato certamente l’esasperazione, dopo oltre un mese d’immobilità coatta e di assenza di salario.
Così come presente, e centrale, è stata senza dubbio, per un’ampia parte, la preoccupazione per la situazione di mercato dell’azienda. L’identificazione con le ragioni della proprietà e con le leggi ferree della competizione economica (molti di loro erano, effettivamente, come dirà Agnelli, «gente la cui unica gratificazione è il successo dell’azienda e la soddisfazione nel proprio lavoro»). L’intenzione, quindi, di denunciare alla città i gusti temuti; di comunicare il proprio senso di pericolo. Né deve essere stato estraneo a quella mobilitazione un certo “spirito di vendetta”; la voglia di rifarsi di dieci anni di umiliazioni e di sconfitte esistenziali. Ma un ruolo di rilievo deve averlo giocato anche, e forse soprattutto, la paura. Il timore non solo e non tanto della perdita del posto, del fallimento dell’impresa, quanto piuttosto del declassamento, della ricaduta nell’universo anonimo e seriale del lavoro manuale.
L’orrore, in sostanza, per una condizione operaia vissuta come regno dell’irrilevanza individuale e dell’invisibilità sociale, da cui erano usciti proprio in forza del loro ruolo di comando – dell’accesso al mondo di chi esiste perché dirige -, e in cui rischiavano di essere ricacciati da un processo di innovazione tecnologica e di riorganizzazione aziendale che andava erodendo le basi stesse del loro micropotere.
La maggior parte dei capi Fiat era stata formata per esercitare funzioni di comando sugli uomini. Scarsamente qualificata sul piano strettamente tecnico, ignorava quasi del tutto le nuove tecnologie. Di esse sapeva soltanto che avrebbero ridimensionato decisamente il “fattore umano” nel processo lavorativo, e che avrebbero assorbito molti di quei compiti di coordinamento e gestione della forza lavoro che fino ad allora avevano giustificato buona parte delle posizioni gerarchiche a livello di officina. Gli altri, i quadri intermedi burocratici, gli impiegati, intuivano che quello stesso processo tecnologico dal quale erano stati resi “esuberanti” decine di migliaia di operai, se applicato al lavoro d’ufficio, avrebbe aperto vuoti ben più devastanti. La mobilitazione contro i picchetti, la “piazza”, devono essere sembrate a molti un’occasione insperata per proporre e stringere con la direzione d’impresa un tacito patto. Per tentare di scambiare fedeltà contro sicurezza, sostegno politico all’operazione di selezione e bonifica della componente operaia contro la garanzia del mantenimento di uno status e di un ruolo gerarchico non più giustificati sul piano tecnico.
La frase bisbigliata al passaggio del corteo da un anziano saldatore delle Carrozzerie – “Questi non vogliono il diritto di lavorare, ma di farci lavorare” -, coglie lo spirito di quella “marcia” più di cento ricerche sociologiche.

  Marco Revelli
  “Lavorare in Fiat. Da Valletta ad Agnelli a Romiti.
  Garzanti, 1989.

Ci sarebbe da chiedersi quanti tra quei sedicenti “quarantamila” abbiano oggi figli e nipoti, impantanati nella palude di stage non retribuiti e di tirocini infiniti, retrocessi nelle pieghe più infime di una precarietà esistenziale e lavorativa senza sbocchi… E che ora s’indignano. Con 30 anni di ritardo!

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I PADRONI DELLE FERRIERE

Posted in Business is Business, Masters of Universe with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 12 agosto 2010 by Sendivogius

In tempi difficili di depressione economica, drammaticamente proiettati verso il concreto rischio di stagflazione, la cosa forse più insopportabile sono quei rampanti fighetti, che giocano a fare i grandi imprenditori con la fabbrichetta ereditata da papà. Quindi, dall’alto delle loro carriere artificiali,  ci vengono a parlare di sacrifici inderogabili e necessità contingenti, concionando di costi del lavoro e di salari, durante i cocktail party, tra una tartina ed una gita in yacht,  stretti nei loro gessati di sartoria da 5000 euro. È quella nefasta genia di quarantenni, che scambia il privilegio per merito e la cooptazione clanica per confronto.
 Nel familismo d’impresa, si sentiva davvero la mancanza del fondamentale contributo del vicentino Filippo Pavan Bernacchi (classe 1966), occupato in pianta stabile nella concessionaria di famiglia e presidente di
FEDERAUTO: l’associazione che riunisce i concessionari italiani.
Certa imprenditoria è piena di gente che concepisce gli affari come una guerra e dunque legge Clausewitz e Sun Tzu, pensando di applicarli all’economia. Un’altro esempio illustre del genere era
Antonio D’Amato (presidente di Confindustria dal 2000 al 2004): il pastasciuttaro napoletano che si credeva Napoleone, e sicuramente per l’altezza gli assomigliava.
Pavan Bernacchi, ex ufficiale degli Alpini, affronta la crisi dell’auto con cipiglio tutto militare, levando alto il suo verbo direttamente dalle pagine de La Repubblica.
E siccome a noi non piacciono i monologhi, ci permettiamo di aggiungere in calce qualche piccola  osservazione, riportando parte del testo della missiva, che per intero trovate QUI

In Europa Occidentale produrre non conviene più. Questo è la madre di tutti i problemi.

Però nell’Europa occidentale conviene vendere, giacché le ricariche rispetto ai costi di produzione, ed i conseguenti margini di profitto, sono enormemente più elevati.

I fattori sono molteplici. Prima di tutto vi è il costo del lavoro; se paragonato a quello di Cina e India, non c’è match. Battuti in partenza. Ma anche verso i paesi dell’Europa dell’Est, o della ex-Jugoslavia, c’è un abisso.”

Infatti, il costo della vita e dei prodotti al consumo è nettamente più basso, per venire incontro a salari da fame, ai limiti della sussistenza. Ne consegue che nessuno o quasi degli operai che producono vetture in Serbia, Cina, India… potrebbe mai permettersi di comprare le auto che costruisce. L’abisso c’è soprattutto nella capacità di acquisto, che viene compensata dal mercato occidentale: l’unico davvero in grado di assorbire le merci in vendita.

Poi c’è l’aspetto della produttività. Quei popoli hanno fame, anche di lavorare, per cui nel lavoro ci mettono l’anima e sono disponibili a sacrifici su turni notturni o festivi. Come noi nel dopoguerra, per intenderci.

Il famoso “dopoguerra” era caratterizzato da una forte crescita economica, con retribuzioni in continua espansione e non indicizzati al costante ribasso come invece avviene attualmente. Ciò detto, uno stipendio medio in Italia si aggira attorno ai 900 euro (scarsi), con un’incidenza sui costi di produzione inferiore al 9%. Se vi sembrano cifre insostenibili…

Si passa poi agli aspetti sindacali. I sindacati, da noi, sono stati importantissimi in passato per tutelare i lavoratori che non beneficiavano neppure dei diritti elementari. Ora però si invertito il rapporto di forza. I lavoratori sono iper-tutelati e licenziare qualcuno quando l’azienda naviga in cattive acque, o che: rema contro, non produce, si dà malato strumentalmente… è quasi impossibile. E se un imprenditore ci prova il giudice del lavoro, molto spesso, reintegra il dipendente nel suo ruolo comminando all’azienda pesanti sanzioni. Si aggiunga l’estrema facilità con cui si può venire in possesso di un certificato medico che esime il beneficiario dal presentarsi al lavoro e il gioco è fatto.”

Circa il 45% dell’attuale forza lavoro viene assunta a tempo con contratti “atipici”, ed individualizzati, che già prevedono garanzie minime e nessuna forza contrattuale. La sottoscrizione di tali contratti implica retribuzioni al minimo sindacale, piani orari non negoziabili, iper-flessibilità coatta dei lavoratori precari e parasubordinati, ricorso esasperato agli straordinari, generale esclusione dai cosiddetti ammortizzatori sociali e, nei casi più estremi, assenza di liquidazione per i lavoratori “in uscita”. Da ricordare che, nell’Italia del presunto lavoro blindato e ultra-tutelato, esistono ben 31 tipologie contrattuali flessibili, senza contare i nuovi schiavi impiegati nella gran parte delle pseudo cooperative di servizi. E in questo caso, le buste paga (oltre ad essere erogate con intollerabile irregolarità) difficilmente superano i 500 euro mensili, con retribuzioni per 1h/lavoro di 3,75 euro. 

D’altronde questo è il Paese dei falsi invalidi.”

E soprattutto del capitalismo straccione ed assistito dei capitani senza capitali. Delle truffe sui crediti IVA; dei falsi rimborsi comunitari e del falso in bilancio depenalizzato; delle bancarotte fraudolente; del lavoro nero e dell’evasione fiscale, strutturalizzata in prassi ordinaria di impresa. Ma è anche il Paese dei consigli di amministrazione milionari e degli amministratori delegati da 500 mila euro all’anno, con liquidazioni stratosferiche a prescindere dal rendimento aziendale.
È pure il Paese dove il divario tra lo stipendio di un management (spesso incapace quanto e più dei suoi subordinati) e lavoratori ordinari può raggiungere il 320%.
Naturalmente, se il taglio delle retribuzioni delle maestranze sembra essere diventato un imperativo categorico, resta rigorosamente tabù ogni ipotesi di porre un freno alle mega-retribuzioni dei manager, che invece sono protese verso un costante rialzo.
E sulla questione troverete agguerrite legioni di economisti, politici, editorialisti prezzolati, che incensando la magnifica perfezione di un siffatto Mercato, vi parleranno di ottimizzazione dei costi e di flessibilità, spiegandovi quanto sia ‘moderno’ e ‘coraggioso’ cancellare tutte le conquiste sociali degli ultimi 50 anni, in nome di una non meglio precisata “meritocrazia”.
La situazione in oggetto può essere riassunta con un detto scurrile ma efficace, piuttosto in voga a Roma: è facile fare il frocio col culo degli altri.

Poi ci sono le regole per la sicurezza sul lavoro e contro l’inquinamento. Sono sacrosante, ma in un mondo globalizzato o le adottano tutti i paesi, affrontandone i costi – che poi fanno salire i prezzi dei prodotti – oppure chi le applica è tagliato fuori dal Mercato. E quindi molte leggi dovrebbero essere paradossalmente adottate a livello mondiale: tutela lavoratori, tutela ambiente, orario settimanale, straordinari, cuneo fiscale, lavoro minorile, donne e maternità. Solo così si potrebbe competere ad armi pari. Utopia, certo, ma così stanno le cose.

I dividenti degli azionisti di maggioranza sono sacri. Tutto il resto è relativo. Ne consegue che tutto ciò che può abbattere i costi, incrementando i profitti, è lecito: smaltimento clandestino di rifiuti tossici; sfruttamento del lavoro minorile; totale assenza di sicurezza sul posto di lavoro; discriminazione dei lavoratori; assoluta mancanza di tutele e diritti.
Secondo questo punto di vista, anche il lavoro servile risulterebbe troppo costoso poiché, se è vero che uno schiavo lavora a salario zero, costituisce comunque un investimento che per essere sfruttato al meglio richiede vestiario, vitto, alloggio, ed un minimo di cure mediche.
Paradossalmente, la ricetta considerata vincente dai nostri pasciuti padroni (ad ogni cosa il suo nome), che non resisterebbero mezz’ora in una linea di montaggio, è il ripristino delle condizioni lavorative della Seconda Rivoluzione industriale, con il ritorno a quelle realtà di degrado umano e di pauperismo dilagante, che molti di noi hanno imparato a conoscere leggendo i romanzi di Charles Dickens.
Invece di minacciare licenziamenti di massa, e scappare col malloppo degli aiuti di Stato, mentre si fanno tintinnare le catene sotto il naso dei lavoratori, c’è da chiedersi a cosa Pavan Bernacchi ed i suoi voraci soci in affari siano mai disposti a rinunciare…

Io continuo ad avere la mia macchina, il mio autista, il mio elicottero e la mia villa…tutto uguale e loro non ce l’hanno un lavoro…punto…questa è la storia

Antonangelo Liori, manager di Agile, parlando dei lavoratori di Eutelia gettati sul lastrico.

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