Archivio per Neo-Conservatorism

IMPERIUM

Posted in Risiko! with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 10 ottobre 2015 by Sendivogius

Imperium PSP wall by DeviantSith

Ai circoli straussiani d’Oltreoceano, che in parte animano ancora i think-tank della destra neo-con (quelli che hanno masticato poco e male i classici greco-latini, in una frettolosa rilettura rivisitata ad usum imperii), piace sollazzarsi all’idea di una superpotenza americana, dilatata a dimensione globale nelle sue ambizioni imperiali, mentre rifulge in splendida solitudine alla luce del proprio destino manifesto. Per questo Donald Kagan - La Guerra del Peloponnesosi immaginano ora come una nuova Atene periclea, fondata sull’esclusivismo di una democrazia mercantile in armi; adesso invece come gli eredi ideali di Sparta oppure (a scelta) dell’antica Roma, nel lacerante dubbio su come conciliare la concentrazione cesaristica dei poteri con lo stato minimo di un individualismo estremo, nell’immanenza di un impero che non c’è.
300È il paradosso di una ex colonia dalle tendenze isolazioniste, che in massima parte rifugge da ogni Edward Luttwak - La grande strategia dell'impero romanomentalità imperialista la quale per esistere dovrebbe presupporre l’esistenza di una astrazione intellettuale su fondamenti ideologici. E ciò sarebbe quanto di più lontano possibile da quello strano miscuglio di pragmatismo, armi libere, e millenarismo evangelico, a cui si uniforma la gran parte dei cittadini statunitensi, che spesso e volentieri si muovono per stimoli ad induzione su sollecitazione esterna, convinti però che il resto del mondo non aspiri ad altro che essere plasmato a loro immagine e somiglianza.
Il PunitorePoi, va da sé che per le faccende pratiche di ordine eminentemente strategico i teorici del primato americano continuino ad essere ispirati da una visione geopolitica perennemente in bilico tra l’heartland di Mackinder ed il rimland di Spykman.
heartland_rimlandOvviamente, in tale prospettiva, resta irrinunciabile l’interpretazione atmahan2talassocratica dell’ammiraglio Thayer Mahan, che meglio si presta alle analogie (destinate ad esaurirsi in fretta) con l’Impero Britannico. E più di ogni altra rivela quali sono le vere ossessioni della politica estera statunitense: l’Asia e soprattutto la Cina, contro cui Washington fantastica da almeno venti anni le prossime guerre venture.
HeartlandA dispetto di quanto si possa credere, lo scacchiere mediorientale, che resta un rebus caotico di difficile risoluzione e di impossibile comprensione per un mondo sostanzialmente alieno, non ha mai costituito una vera priorità nell’ambito degli interessi USA, incentrati più che altro sulle forniture di petrolio (affidate all’autocrazia medioevale dell’intrigante ‘alleato’ saudita) e la difesa ad oltranza di Israele (da cui ci si è fatti moderate_rape_beheadings_kerrytroppo a lungo dettare l’agenda politica). L’elemento prevalente è l’improvvisazione e, al di là dei piani strategici e le simulazioni di battaglia, l’incapacità di immaginare il dopoguerra nelle proiezioni future. Figuriamoci la capacità di gestire le transizioni! Da ciò scaturisce tutta una serie di errori madornali dagli effetti catastrofici, che vanno dall’iper-interventismo dell’Era Bush, all’indecisione cronica di un’Amministrazione Obama nell’abulia catatonica che ne contraddistingue l’immobilismo.
Kunduz-map-airstrikesIn compenso, dalle parti di Washington piace dispensare certificati etici, patenti di legittimità democratica e lezioni di umanitarismo spicciolo, tra la pianificazione di un attacco intelligente ed un bombardamento chirurgico, mentre si entra con la grazia di un elefante in cristalleria nelle sfere di influenza altrui e sgomitare come un ubriaco in un campo minato,  facendosi una precipua ragione delle proprie intromissioni.
Moderate RebelsQuello che francamente irrita di più in una certa rappresentazione neo-imperiale non è l’aspirazione egemonica con le sue velleità di potenza, ma la presunzione morale nella pretesa di essere l’incarnazione del “bene assoluto”, incistato su una base manichea non priva di risvolti fondamentalistici George Washingtonche contraddistinguono l’identità di una nazione nata (per dirla con le parole di George Washington) nel solco dei “dettami morali e religiosi”. Il ché presuppone una contrapposizione perenne con il “male”, con l’identificazione costante di un Nemico che abbia una funzione unificante per un paese a identità multiple e in quanto tale costituisce un elemento imprescindibile di coesione nazionale. Di conseguenza, una simile costruzione sistemica si nutre di figure archetipe ed assoluti teorici, tramite semplificazioni estreme e valutazioni “etiche” applicate su scala di misura, senza che una simile visione assoluta ancor prima che totalizzante venga mai increspata dall’ombra di un dubbio o da un minimo di decenza, in un profluvio retorico di patriottume prêt-à-porter per autocelebrazioni da parata.

«La democrazia [americana] è innanzitutto una forza spirituale, costruita su basi spirituali, sulla sua fede in Dio e sull’osservanza di principi morali. Fino ad ora, soltanto la chiesa è stata fornita di simili basi. I nostri padri fondatori conoscevano questa verità e noi non dovremo mai dimenticarla se non a nostro rischio e pericolo

Harry Truman
Public Papers of the President of the United States: H.S. Truman, 1951
U.S. Gov.1966 (pag.1063)

Per inciso, Truman è il presidente che decise la nuclearizzazione di Hiroshima e Nagasaki… Sono gli inconvenienti che possono occorrere, quando ci si crede detentori unici della “legge morale” per divina intercessione.

I grandi imperi del passato avevano quanto meno il merito di non nascondere le loro velleità egemoniche sotto uno spesso strato di ipocrisia, tramite la manipolazione costante dei fatti e delle opinioni. E rivendicavano l’esercizio della violenza come momento cogente del proprio potere, che non doveva essere necessariamente presentato come equanime.
Di solito, la propaganda di stato, che esisteva anche allora e non lesinava l’appello strumentale al “popolo” (per quanto il meccanismo fosse assai meno oliato e non funzionasse per l’orientamento dei flussi di massa), non aveva particolari remore nel mostrare le intenzioni recondite di un potere ritratto nell’essenza della sua natura, riassumendo il tutto in un concetto semplice: “chi è più forte fa quello che è in suo potere e chi è più debole cede” tramite quello che si può definire un ‘diritto naturale’ alla prevaricazione.
Guera dacicaLe migliori esemplificazioni del messaggio si possono ritrovare nelle Historiae di Tacito, che più di ogni altro riesce a tracciare il ritratto dell’imperialismo, colto nella sua più intrinseca essenza…

«Non sono maestro di belle parole e con le armi ho attestato il valore del popolo romano; ma poiché siete tanto sensibili alle parole e valutate il bene e il male non per quello che sono, ma ascoltando le chiacchiere dei sediziosi, ho deciso di dirvi poche parole, parole che sarà più utile per voi aver ascoltato, ora che la guerra è conclusa, che non per me aver pronunciato. Comandanti e imperatori romani sono entrati nella vostra terra e in quella degli altri Galli non per sete di conquista, ma perché implorati dai vostri padri, stremati quasi a morte dai loro conflitti interni.
[…] Sempre nelle Gallie ci sono state tirannidi e guerre, finché non avete accettato le nostre leggi. Noi, benché tante volte provocati, vi abbiamo imposto, col diritto della vittoria, solo il necessario per garantire la pace; infatti, la pace tra i popoli è impensabile senza le armi e le armi non si possono avere senza mantenimento degli eserciti né il mantenimento degli eserciti senza tributi. Per il resto vi abbiamo reso partecipi di tutto

  (Historiae. IV,73-74)

Le parole sono quelle del generale Quinto Petilio Ceriale (secondo la libera trasposizione di Tacito), che in prospettiva aveva mille ottimi motivi per esaltare l’imperium romanorum attraverso l’apologesi di una missione imperiale, che non conosce l’usura del tempo e potrebbe benissimo valere per i suoi omologhi attuali.
Venere di MiloPrecedenti ancor più antichi si trovano invece nelle Storie di Tucidide (V, 84-116) che con asettica freddezza riporta le ragioni (in anticipo sulla realpolitik) con cui la democratica Atene giustificò la conquista di Melos, l’isoletta delle Cicladi che i contemporanei ricordano unicamente per la “Venere di Milo” ignorandone la provenienza, durante la Guerra Peloponnesiaca (431-404 a.C.)…

«La retorica tende a ottenere consenso e pertanto non può che fiorire in società libere e democratiche. Se io posso imporre qualcosa con la forza, non ho bisogno di richiedere il consenso: rapinatori, stupratori, saccheggiatori di città, kapò di Auschwitz non hanno mai avuto bisogno di usare tecniche retoriche. Ma esiste anche una retorica della prevaricazione. Sovente chi prevarica vuole in qualche modo legittimare il proprio gesto e persino ottenere consenso da parte di chi soffre quell’abuso di potere. Uno degli esempi classici di pseudo-retorica della prevaricazione ci è dato dalla favola del lupo e dell’agnello di Fedro.
Lupus et Agnus[…] Però lo stesso Tucidide ci offre un’altra e estrema figura della retorica della prevaricazione, la quale non consiste più nel trovare pretesti e casus belli, ma direttamente nell’affermare la necessità e l’inevitabilità della prevaricazione. Nel corso del loro conflitto con Sparta gli Ateniesi fanno una spedizione contro l’isola di Melo, colonia spartana che era rimasta neutrale. Gli Ateniesi mandano una delegazione ai Meli avvertendoli che non li distruggeranno se essi si sottometteranno. Dicono che non tenteranno di dimostrare che è giusto per loro esercitare la loro egemonia perché hanno sconfitto i Persiani (eppure negandolo lo sostengono), ma invitano i Meli a sottomettersi perché i principi di giustizia sono tenuti in considerazione solo quando un’eguale forza vincola le parti, altrimenti “i potenti fanno quanto è possibile e i deboli si adeguano”. I Meli chiedono se non potrebbero restare fuori dal conflitto senza allearsi con nessuno, ma gli Ateniesi ribattono: “No, la vostra amicizia sarebbe prova di una nostra debolezza, mentre il vostro odio lo è della nostra forza”. In altri termini: scusate tanto, ma ci conviene più sottomettervi che lasciarvi vivere, così saremo temuti da tutti.
MelosI Meli dicono che confidano negli dèi, ma gli Ateniesi rispondono che tanto l’uomo che la divinità, dovunque hanno potere, lo esercitano, per un insopprimibile impulso della natura. I Meli resistono, per orgoglio e senso della giustizia, l’isola viene conquistata, gli Ateniesi uccidono tutti i maschi adulti e rendono schiavi i fanciulli e le donne.
E’ lecito sospettare che Tucidide, pur rappresentando con onestà intellettuale il conflitto tra giustizia e forza, alla fine convenisse che il realismo politico stesse dalla parte degli Ateniesi. In ogni caso ha messo in scena l’unica vera retorica della prevaricazione, che non cerca giustificazioni fuori di sé. Gli Ateniesi semplicemente fanno un elogio della forza. Persuadono i Meli che la forza non ha bisogno di appoggiarsi alla persuasione.
La storia non sarà altro che una lunga, fedele e puntigliosa imitazione di questo modello, anche se non tutti i prevaricatori avranno il coraggio e la lucidità dei buoni Ateniesi

Umberto Eco
(20/05/2004)

Essendo società a prova di consenso, Roma e Sparta (e Atene) non avevano di questi problemi, per giustificare il proprio operato in una diversa concezione di humanitas.
Guerre dacicheE infatti, tanto i Romani quanto i Greci, che pure ‘inventarono’ la civiltà occidentale, gettando i semi del suo futuro sviluppo, e che per primi elaborarono il concetto estensivo di “Libertà” (Libertas/Ελευθερία) prima che il termine venisse trasformato in un brand ad uso politico o marchio registrato in esclusiva USA, non concepirono mai l’idea di qualcosa lontanamente simile alle ingerenze umanitarie, esportazioni democratiche, ad altre apodittiche invenzioni lessicali che invece costituiscono la misura della nostra modernità. E perciò tornano sempre buone per impastoiare un’opinione pubblica, addomesticata con iniezioni costanti di propaganda in un corollario di manipolazioni mediatiche con le quali nutrirne l’immaginario.

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WAR GAMES (Part 2) – I falchi di Bush

Posted in Risiko! with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 14 ottobre 2008 by Sendivogius

 

  I FALCHI DI BUSH

 

 “PNAC:

   Who is who

 

Lungi dall’essere un “normale” gruppo di pressione tra i tanti, il PNAC non si limita ad annoverare tra i suoi ranghi solo tecnocrati dell’amministrazione dipartimentale o del comparto militare. Al contrario, si pone come interlocutore privilegiato dell’Amministrazione di George W. Bush. Al PNAC hanno aderito, tra gli altri, personaggi di primo piano dello staff presidenziale, con importanti incarichi pubblici. Sarà il caso di fare qualche nome, sul quale vale la pena di soffermarsi: D. Cheney; D. Rumsfeld; J. Bush; W. Kristol; la famiglia Kagan al completo; R.Perle; R.Armitage; E.Abrams;  P. Wolfowitz ed il suo sodale L. Libby;

È quasi imbarazzante abbozzare qui, in poche righe, una biografia di Dick Cheney (vicepresidente USA nell’era Bush): è difficile trovare qualcuno che si sia prodigato con tanto accanimento contro il genere umano. Originario del Wyoming, in politica da ben 6 legislature, Cheney è un mastodonte del conservatorismo a stelle e strisce: fervente anti-abortista, ha votato contro ogni finanziamento a tale pratica anche in caso di incesto o stupro. Cheney si è espresso anche contro il sostegno alla pubblica istruzione; contro le politiche di assistenza sanitaria; contro l’assistenza federale agli indigenti e persino contro la liberazione di Nelson Mandela, quando questi era detenuto in Sudafrica. Imboscato durante la guerra del Vietnam, l’elan guerriero di Cheney è però incontenibile quando a combattere ci manda gli altri: dalla guerra di Panama all’invasione dell’Iraq. Amministratore delegato del colosso petrolifero Halliburton, continua a fare affari nell’Iraq “liberato”, così come quando c’era Saddam (pecunia non olet).

Donald Rumsfeld, attuale segretario al Dipartimento della Difesa, ha svolto importanti incarichi nell’Amministrazione Nixon e in quella Ford. Si è opposto ad ogni trattato di disarmo, di controllo degli armamenti e riduzione dei missili balistici a testata nucleare (degli USA, s’intende!). È un guerrafondaio convinto e nel tempo libero si dedica all’amministrazione di numerose società multinazionali. Dopo la sconfitta elettorale dei repubblicani alle elezioni del novembre 2006. Rumsfeld è stato sacrificato come capro espiatorio per la disastrosa conduzione della guerra in Iraq e costretto alle dimissioni.

Paul Dundes Wolfowitz è un altro falco repubblicano, esperto in strategia militare e pianificazione economica, è stato il vice di Rumsfeld alla Difesa.

Wolfowitz, uno studioso, è il teorico che predica la fede nella superiorità etica e nel destino imperiale dell’America, da lui considerata l’erede dell’antica Roma”.

  (Ennio Caretto, I 4 falchi della Casa Bianca, in Sette, settimanale del Corriere della Sera, 10 ottobre 2002, pp.112-115).

È noto inoltre per le sue posizioni intransigenti e per l’incondizionato sostegno ad Israele, dove risiede parte della sua famiglia. A Wolfowitz si deve la postulazione di “quadri di strategia regionale” con particolare attenzione al Sud-Est Asiatico (dal 1986-1989 è stato ambasciatore in Indonesia) ed al Medio Oriente. Nel 2005 giunge ai vertici della Banca Mondiale.

Nel mondo islamico il nome di Wolfowitz riassume tutto ciò che è andato storto nella politica americana in Medio Oriente da almeno trent’anni. Allevato alla scuola intellettuale dei filosofi Leo Strauss ed Allan Bloom, membro di quel gruppo di ex radicali di sinistra “pentiti” durante gli anni della guerra fredda, Wolfowitz comincia a occuparsi del mondo arabo quando è ancora membro del partito democratico.

Nel 1977 lavorando al Pentagono sotto l’Amministrazione Carter si fa notare per un grintoso studio su “Radicalismo arabo e atteggiamenti anti-occidentali”, e per la sua precoce ossessione sull’Iraq.

Nel 1980 passa in area repubblicana, al Dipartimento di Stato arruola alcuni dei più radicali neocon, da Francis Fukuyama a Lewis Libby, e scavalca a destra il presidente Ronald Reagan contestando ogni tentativo di dialogo con l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina. Negli anni Novanta è uno dei fondatori del Project for the New American Century, il think tank che elabora piani di politica estera per Dick Cheney e Donald Rumsfeld. Come sottosegretario alla Difesa nell’Amministrazione Bush, anima una “intelligence parallela” al servizio esclusivo del vicepresidente Cheney, l’Office of Special Plans (Osp), decisivo per costruire il teorema delle armi di distruzione di massa e preparare la guerra in Iraq. Anche nel suo nuovo mestiere alla World Bank, l’eminenza grigia di “Enduring Freedom” continua a eccitare le controversie. La Banca Mondiale, creata nel 1944 con gli accordi di Bretton Woods, per statuto deve offrire ai paesi del Terzo mondo “finanziamenti e assistenza per promuovere lo sviluppo ed eliminare la povertà”. Non sempre è all’altezza della sua missione. Uno degli effetti perversi delle sue politiche: per pagare gli interessi sui prestiti ricevuti dalla World Bank i paesi più poveri del pianeta trasferiscono ogni anno 1,7 miliardi di dollari ai paesi ricchi. Un Robin Hood alla rovescia. Sotto la gestione del suo predecessore, il banchiere-umanista James Wolfensohn, la World Bank cercò di reagire alle critiche e di incarnare una via progressista allo sviluppo, includendo nei suoi progetti l’impatto ambientale, lo studio delle diseguaglianze sociale, della condizione femminile, distanziandosi dal “gemello” neoliberista, il Fondo monetario internazionale. L’arrivo di Wolfowitz ai comandi della Banca Mondiale è stato interpretato come un golpe della destra americana per riprendere il controllo di un’istituzione che condiziona un centinaio di paesi del Terzo mondo. Dal suo insediamento il nuovo presidente si è distinto per una raffica di nomine di amici neocon ai piani alti della banca. In omaggio all’avversione di Bush per le istituzioni multilaterali, Wolfowitz ha anche annunciato spietati tagli al budget dell’istituzione.

  (La Repubblica, 30/01/2007)

Nel 2007, è stato costretto alle dimissioni per aver favorito la carriera della sua amante: la signora Shaha Riza, dirigente della stessa Banca Mondiale

Lewis Libby è stato capo dello staff di Cheney. Nell’ottobre 2005 è stato costretto alla dimissioni a seguito dello scandalo CIA-gate. Avvocato ed allievo prediletto di Wolfowitz, grazie all’appoggio del suo mentore ha occupato posti di responsabilità presso il Dipartimento di Stato ed al Pentagono, durante la presidenza Reagan e Bush. Come Wolfowitz, intrattiene stretti rapporti con il Likud israeliano, opponendosi strenuamente ad ogni concessione territoriale e politica nei confronti dei palestinesi.

Jeb Bush è il fratello dell’attuale presidente degli Stati Uniti. Al tempo della contestata elezione presidenziale del 2001, Jeb era governatore della Florida ed è superfluo ricordare quanto lo sfoglio “taroccato” dei voti di questo Stato del Sud sia stato fondamentale per l’elezione di G.W. Bush. 

William Kristol è il direttore del PNAC e figlio del più noto Irving Kristol, intellettuale di spicco dell’Enterprise Institute, professore, editorialista ed editore.

Discendente da una famiglia di ebrei ultraortodossi di Brooklyn, Irving Kristol si distacca dalle tradizioni di famiglia distinguendosi in gioventù per le sue accese posizioni trozkiste, salvo approdare su lidi sempre più conservatori fino a diventare uno dei più importanti ideologi del pensiero Neo-Con.

Richard Perle ha un soprannome evocativo: “Il Principe delle Tenebre”. Insieme a Wolfowitz, è stato il principale architetto delle strategie politiche di Bush a sostegno dell’unilateralismo interventista e della guerra preventiva. Perle è la classica eminenza grigia, abituata ad agire in incognito, senza cariche ufficiali, ma con libero accesso nelle stanze del potere. È stato presidente del Defense Policy Board: (un organo consultivo in termini di difesa e armamenti presso il Pentagono), carica dalla quale si è dovuto dimettere per “conflitto d’interessi” (si vede che non vive in Italia!). Il nostro eroe aveva pensato bene di dirottare le commesse militari verso aziende amiche delle quali deteneva forti pacchetti azionari. Anche Perle, sul piano intellettuale fa riferimento all’American Enterprise Institute.

Attualmente, “Perle sembra in declino, ma c’è tempo: la merda resta a galla per questioni non di volume, quanto di peso specifico. Va detto poi che bisogna fare molta attenzione ad attaccare Perle: si rischia l’accusa di antisemitismo, come sottolinea Eric Alterman, columnist di The Nation. Alterman sottolinea i rapporti stretti che intercorrono tra Richard Perle e la destra israeliana”.

(http://www.kelebekler.com/caimani/05.htm).

Richard Lee Armitage (vice-segretario di Stato dal 2001 al 2005) faccia simpatica e profilo inquietante. Sul personaggio è abbastanza esplicativo un intervento pubblicato in Carmilla:

Richard è una leggenda vivente. Faceva parte del gruppo che guidò l’Operazione Phoenix in Vietnam, un programma di “counter insurgency”, ideato da Ted Shakcley, “il fantasma biondo”, che “liquidò” una cifra compresa fra i 20.000 e i 40.000 civili vietnamiti, sospetti viet-cong.
Richard fu accusato di gestire il traffico di eroina dal “triangolo d’oro” attraverso una rete che andava dagli “hmong” ai “signori della guerra” vietnamiti e cambogiani, fino a Santo Traficante, mafioso americano. Richard se la cavò.

Richard fu sfiorato anche dall’Iran-Contras Affair. La fece franca, fino a diventare il consigliere dei militari pakistani nella guerra contro l’URSS in Afghanistan.

Richard riforniva di armi Bin Laden, attraverso l’I.S.I., il servizio segreto pakistano. Fu decorato per questo. Sia prima che dopo l’11 settembre incontrò in più occasioni il Generale Mahmoud Ahmad, principale sostenitore di Al Qaeda, poi licenziato da Musharaf, il presidente pakistano. Si sospetta che il generale fosse in contatto con Mohammed Atta, uno dei dirottatori dell’11 settembre.

Diventò Deputy Secretary of State con Colin Powell.

Coinvolto nello scandalo Valerie Plame, nel ruolo di “gola profonda” nella rivelazione ai giornali del nome di una agente “operativa” della C.I.A., ha abbandonato gli incarichi pubblici. E’ diventato un lobbista della L-3 Communications Corporation, una società che si occupa di difesa, sicurezza e, guarda caso, di intelligence”.

(www.carmillaonline.com/archives/2007/01/002102.html)

Elliott Abrams è un avvocato esperto in Affari Esteri. Come molti altri discepoli del pensiero straussiano, è anch’egli di religione ebraica (che sembra assumere una forte valenza identitaria nella successiva evoluzione politica) parte da posizioni di estrema sinistra (tanto da iscriversi alla Lega dei Giovani Socialisti durante in periodo universitario), prima della svolta ultra-conservatrice. Abrams ha ricoperto incarichi importanti nelle amministrazioni repubblicane: assistente speciale del Presidente e Senior Director al Consiglio di Sicurezza Nazionale per il Medio Oriente e gli Affari Nord-africani.

La carriera di Abrams comincia sotta la presidenza Reagan, nel 1980, prima come assistente del Segretario di Stato con delega ai Diritti Umani e successivamente come delegato agli Affari Centro-Americani. Incarichi svolti egregiamente. Abrams passa i successivi due anni a coprire, negare, ridimensionare le atrocità perpetrate dalle spietate dittature sostenute dagli USA (quelli che esportano la libertà) in Nicaragua, El Salvador, Guatemala, Honduras… In El Salvador, l’11 dicembre 1982 il Battaglione Atlacatl, addestrato da “consiglieri militari” statunitensi, trucida circa 900 campesinos nel villaggio di El Mozote, a scopo intimidatorio, in quanto sospetti sovversivi. Abrams mette a frutto la lezione di Strauss sull’Arte della Menzogna come pratica politica; per il nostro esperto in diritti umani la politica reaganiana in Salvador è stata “un’impresa favolosa”. Il resto del tempo lo trascorre foraggiando i Contras in Nicaragua con finanziamenti illeciti (scandalo Iran-Contra), dopo la caduta del  Somoza, il “nostro figlio di puttana” secondo Henry Kissinger. In tempi più recenti (2002) lo troviamo impegnato in Venezuela ad organizzare attentati contro Chavez.

Nel 1997, Abrams pubblica “Faith or Fear”, libro tramite il quale ammonisce gli ebrei americani del pericolo che un’assimilazione con la cultura americana, fortemente secolarizzata, costituisce nella progressiva perdita di identità.

Insieme a Richard Perle, per il Medio Oriente è per il sostegno incondizionato a Israele in favore di una strategia aggressiva e interventista in funzione anti-siriana. Se possibile, ha posizioni ancora più intransigenti di Libby. Naturalmente è stato un entusiasta promotore della guerra in Iraq, propugnatore dell’attacco all’Iran, e sostenitore dell’invasione del Libano nel 2006.

Lo sforzo più notevole di questo interessante “gruppo di lavoro” è la produzione di un rapporto tecnico-militare, conosciuto come “Rebuilding America’s Defences: Strategies, Forces And Resources For A New Century” (“Ricostruire le difese dell’America: strategie, forze e risorse per un nuovo secolo”)…