Archivio per Neo-Con

IMPERIUM

Posted in Risiko! with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 10 ottobre 2015 by Sendivogius

Imperium PSP wall by DeviantSith

Ai circoli straussiani d’Oltreoceano, che in parte animano ancora i think-tank della destra neo-con (quelli che hanno masticato poco e male i classici greco-latini, in una frettolosa rilettura rivisitata ad usum imperii), piace sollazzarsi all’idea di una superpotenza americana, dilatata a dimensione globale nelle sue ambizioni imperiali, mentre rifulge in splendida solitudine alla luce del proprio destino manifesto. Per questo Donald Kagan - La Guerra del Peloponnesosi immaginano ora come una nuova Atene periclea, fondata sull’esclusivismo di una democrazia mercantile in armi; adesso invece come gli eredi ideali di Sparta oppure (a scelta) dell’antica Roma, nel lacerante dubbio su come conciliare la concentrazione cesaristica dei poteri con lo stato minimo di un individualismo estremo, nell’immanenza di un impero che non c’è.
300È il paradosso di una ex colonia dalle tendenze isolazioniste, che in massima parte rifugge da ogni Edward Luttwak - La grande strategia dell'impero romanomentalità imperialista la quale per esistere dovrebbe presupporre l’esistenza di una astrazione intellettuale su fondamenti ideologici. E ciò sarebbe quanto di più lontano possibile da quello strano miscuglio di pragmatismo, armi libere, e millenarismo evangelico, a cui si uniforma la gran parte dei cittadini statunitensi, che spesso e volentieri si muovono per stimoli ad induzione su sollecitazione esterna, convinti però che il resto del mondo non aspiri ad altro che essere plasmato a loro immagine e somiglianza.
Il PunitorePoi, va da sé che per le faccende pratiche di ordine eminentemente strategico i teorici del primato americano continuino ad essere ispirati da una visione geopolitica perennemente in bilico tra l’heartland di Mackinder ed il rimland di Spykman.
heartland_rimlandOvviamente, in tale prospettiva, resta irrinunciabile l’interpretazione atmahan2talassocratica dell’ammiraglio Thayer Mahan, che meglio si presta alle analogie (destinate ad esaurirsi in fretta) con l’Impero Britannico. E più di ogni altra rivela quali sono le vere ossessioni della politica estera statunitense: l’Asia e soprattutto la Cina, contro cui Washington fantastica da almeno venti anni le prossime guerre venture.
HeartlandA dispetto di quanto si possa credere, lo scacchiere mediorientale, che resta un rebus caotico di difficile risoluzione e di impossibile comprensione per un mondo sostanzialmente alieno, non ha mai costituito una vera priorità nell’ambito degli interessi USA, incentrati più che altro sulle forniture di petrolio (affidate all’autocrazia medioevale dell’intrigante ‘alleato’ saudita) e la difesa ad oltranza di Israele (da cui ci si è fatti moderate_rape_beheadings_kerrytroppo a lungo dettare l’agenda politica). L’elemento prevalente è l’improvvisazione e, al di là dei piani strategici e le simulazioni di battaglia, l’incapacità di immaginare il dopoguerra nelle proiezioni future. Figuriamoci la capacità di gestire le transizioni! Da ciò scaturisce tutta una serie di errori madornali dagli effetti catastrofici, che vanno dall’iper-interventismo dell’Era Bush, all’indecisione cronica di un’Amministrazione Obama nell’abulia catatonica che ne contraddistingue l’immobilismo.
Kunduz-map-airstrikesIn compenso, dalle parti di Washington piace dispensare certificati etici, patenti di legittimità democratica e lezioni di umanitarismo spicciolo, tra la pianificazione di un attacco intelligente ed un bombardamento chirurgico, mentre si entra con la grazia di un elefante in cristalleria nelle sfere di influenza altrui e sgomitare come un ubriaco in un campo minato,  facendosi una precipua ragione delle proprie intromissioni.
Moderate RebelsQuello che francamente irrita di più in una certa rappresentazione neo-imperiale non è l’aspirazione egemonica con le sue velleità di potenza, ma la presunzione morale nella pretesa di essere l’incarnazione del “bene assoluto”, incistato su una base manichea non priva di risvolti fondamentalistici George Washingtonche contraddistinguono l’identità di una nazione nata (per dirla con le parole di George Washington) nel solco dei “dettami morali e religiosi”. Il ché presuppone una contrapposizione perenne con il “male”, con l’identificazione costante di un Nemico che abbia una funzione unificante per un paese a identità multiple e in quanto tale costituisce un elemento imprescindibile di coesione nazionale. Di conseguenza, una simile costruzione sistemica si nutre di figure archetipe ed assoluti teorici, tramite semplificazioni estreme e valutazioni “etiche” applicate su scala di misura, senza che una simile visione assoluta ancor prima che totalizzante venga mai increspata dall’ombra di un dubbio o da un minimo di decenza, in un profluvio retorico di patriottume prêt-à-porter per autocelebrazioni da parata.

«La democrazia [americana] è innanzitutto una forza spirituale, costruita su basi spirituali, sulla sua fede in Dio e sull’osservanza di principi morali. Fino ad ora, soltanto la chiesa è stata fornita di simili basi. I nostri padri fondatori conoscevano questa verità e noi non dovremo mai dimenticarla se non a nostro rischio e pericolo

Harry Truman
Public Papers of the President of the United States: H.S. Truman, 1951
U.S. Gov.1966 (pag.1063)

Per inciso, Truman è il presidente che decise la nuclearizzazione di Hiroshima e Nagasaki… Sono gli inconvenienti che possono occorrere, quando ci si crede detentori unici della “legge morale” per divina intercessione.

I grandi imperi del passato avevano quanto meno il merito di non nascondere le loro velleità egemoniche sotto uno spesso strato di ipocrisia, tramite la manipolazione costante dei fatti e delle opinioni. E rivendicavano l’esercizio della violenza come momento cogente del proprio potere, che non doveva essere necessariamente presentato come equanime.
Di solito, la propaganda di stato, che esisteva anche allora e non lesinava l’appello strumentale al “popolo” (per quanto il meccanismo fosse assai meno oliato e non funzionasse per l’orientamento dei flussi di massa), non aveva particolari remore nel mostrare le intenzioni recondite di un potere ritratto nell’essenza della sua natura, riassumendo il tutto in un concetto semplice: “chi è più forte fa quello che è in suo potere e chi è più debole cede” tramite quello che si può definire un ‘diritto naturale’ alla prevaricazione.
Guera dacicaLe migliori esemplificazioni del messaggio si possono ritrovare nelle Historiae di Tacito, che più di ogni altro riesce a tracciare il ritratto dell’imperialismo, colto nella sua più intrinseca essenza…

«Non sono maestro di belle parole e con le armi ho attestato il valore del popolo romano; ma poiché siete tanto sensibili alle parole e valutate il bene e il male non per quello che sono, ma ascoltando le chiacchiere dei sediziosi, ho deciso di dirvi poche parole, parole che sarà più utile per voi aver ascoltato, ora che la guerra è conclusa, che non per me aver pronunciato. Comandanti e imperatori romani sono entrati nella vostra terra e in quella degli altri Galli non per sete di conquista, ma perché implorati dai vostri padri, stremati quasi a morte dai loro conflitti interni.
[…] Sempre nelle Gallie ci sono state tirannidi e guerre, finché non avete accettato le nostre leggi. Noi, benché tante volte provocati, vi abbiamo imposto, col diritto della vittoria, solo il necessario per garantire la pace; infatti, la pace tra i popoli è impensabile senza le armi e le armi non si possono avere senza mantenimento degli eserciti né il mantenimento degli eserciti senza tributi. Per il resto vi abbiamo reso partecipi di tutto

  (Historiae. IV,73-74)

Le parole sono quelle del generale Quinto Petilio Ceriale (secondo la libera trasposizione di Tacito), che in prospettiva aveva mille ottimi motivi per esaltare l’imperium romanorum attraverso l’apologesi di una missione imperiale, che non conosce l’usura del tempo e potrebbe benissimo valere per i suoi omologhi attuali.
Venere di MiloPrecedenti ancor più antichi si trovano invece nelle Storie di Tucidide (V, 84-116) che con asettica freddezza riporta le ragioni (in anticipo sulla realpolitik) con cui la democratica Atene giustificò la conquista di Melos, l’isoletta delle Cicladi che i contemporanei ricordano unicamente per la “Venere di Milo” ignorandone la provenienza, durante la Guerra Peloponnesiaca (431-404 a.C.)…

«La retorica tende a ottenere consenso e pertanto non può che fiorire in società libere e democratiche. Se io posso imporre qualcosa con la forza, non ho bisogno di richiedere il consenso: rapinatori, stupratori, saccheggiatori di città, kapò di Auschwitz non hanno mai avuto bisogno di usare tecniche retoriche. Ma esiste anche una retorica della prevaricazione. Sovente chi prevarica vuole in qualche modo legittimare il proprio gesto e persino ottenere consenso da parte di chi soffre quell’abuso di potere. Uno degli esempi classici di pseudo-retorica della prevaricazione ci è dato dalla favola del lupo e dell’agnello di Fedro.
Lupus et Agnus[…] Però lo stesso Tucidide ci offre un’altra e estrema figura della retorica della prevaricazione, la quale non consiste più nel trovare pretesti e casus belli, ma direttamente nell’affermare la necessità e l’inevitabilità della prevaricazione. Nel corso del loro conflitto con Sparta gli Ateniesi fanno una spedizione contro l’isola di Melo, colonia spartana che era rimasta neutrale. Gli Ateniesi mandano una delegazione ai Meli avvertendoli che non li distruggeranno se essi si sottometteranno. Dicono che non tenteranno di dimostrare che è giusto per loro esercitare la loro egemonia perché hanno sconfitto i Persiani (eppure negandolo lo sostengono), ma invitano i Meli a sottomettersi perché i principi di giustizia sono tenuti in considerazione solo quando un’eguale forza vincola le parti, altrimenti “i potenti fanno quanto è possibile e i deboli si adeguano”. I Meli chiedono se non potrebbero restare fuori dal conflitto senza allearsi con nessuno, ma gli Ateniesi ribattono: “No, la vostra amicizia sarebbe prova di una nostra debolezza, mentre il vostro odio lo è della nostra forza”. In altri termini: scusate tanto, ma ci conviene più sottomettervi che lasciarvi vivere, così saremo temuti da tutti.
MelosI Meli dicono che confidano negli dèi, ma gli Ateniesi rispondono che tanto l’uomo che la divinità, dovunque hanno potere, lo esercitano, per un insopprimibile impulso della natura. I Meli resistono, per orgoglio e senso della giustizia, l’isola viene conquistata, gli Ateniesi uccidono tutti i maschi adulti e rendono schiavi i fanciulli e le donne.
E’ lecito sospettare che Tucidide, pur rappresentando con onestà intellettuale il conflitto tra giustizia e forza, alla fine convenisse che il realismo politico stesse dalla parte degli Ateniesi. In ogni caso ha messo in scena l’unica vera retorica della prevaricazione, che non cerca giustificazioni fuori di sé. Gli Ateniesi semplicemente fanno un elogio della forza. Persuadono i Meli che la forza non ha bisogno di appoggiarsi alla persuasione.
La storia non sarà altro che una lunga, fedele e puntigliosa imitazione di questo modello, anche se non tutti i prevaricatori avranno il coraggio e la lucidità dei buoni Ateniesi

Umberto Eco
(20/05/2004)

Essendo società a prova di consenso, Roma e Sparta (e Atene) non avevano di questi problemi, per giustificare il proprio operato in una diversa concezione di humanitas.
Guerre dacicheE infatti, tanto i Romani quanto i Greci, che pure ‘inventarono’ la civiltà occidentale, gettando i semi del suo futuro sviluppo, e che per primi elaborarono il concetto estensivo di “Libertà” (Libertas/Ελευθερία) prima che il termine venisse trasformato in un brand ad uso politico o marchio registrato in esclusiva USA, non concepirono mai l’idea di qualcosa lontanamente simile alle ingerenze umanitarie, esportazioni democratiche, ad altre apodittiche invenzioni lessicali che invece costituiscono la misura della nostra modernità. E perciò tornano sempre buone per impastoiare un’opinione pubblica, addomesticata con iniezioni costanti di propaganda in un corollario di manipolazioni mediatiche con le quali nutrirne l’immaginario.

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Gli Adoratori del Diavolo

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 10 agosto 2014 by Sendivogius

Melek Ta'us - Peacock AngelAmmantati dal mito e dal fascino esotico di una delle culture meno conosciute e forse più interessanti del pianeta, gli Yazidi si affacciano alla conoscenza del grande pubblico italiano attraverso le strisce magiche e Corto Maltesebellissime di Hugo Pratt in una delle sue opere più famose e intense, “La casa dorata di Samarcanda”, nella metà degli anni ’70, in cui il grande Autore romagnolo rivisita un’antica leggenda di George Gurdieff, sedicente mago e iniziato, secondo il quale per imprigionare uno yazida è sufficiente tracciargli un cerchio attorno, dal quale gli sarà impossibile uscire, costringendolo a volteggiare su se stesso fino allo spasimo.
Corto Maltese (1)Per sfuggire alle persecuzioni islamiche, nel corso dei secoli gli Yazidi si sono concentrati, insieme ad altre minoranze confessionali, principalmente nelle zone Yazidamontuose, dall’Anatolia ai monti del Caucaso, e soprattutto nel Kurdistan iracheno tra Mosul e Sinjar. Gli Yazidi sono infatti un popolo di etnia curda, unici nel loro genere, per la complessa teologia che racchiude in un sincretismo straordinario elementi attinti dalle più diverse tradizioni religiose: culti pre-islamici di origine siriaco mesopotamica ed iranica; zoroastrismo; misticismo sufi e componenti paleocristiane riconducibili allo gnosticismo manicheo… Ma non mancano aspetti legati all’Islam sciita (soprattutto l’eresia ismailita) ed al mazdeismo.
Corto Maltese (2)Dal mitridaismo hanno ripreso la preghiera rivolta verso il sole ed il sacrificio di un toro per le cerimonie più solenni; dal cristianesimo nestoriano il rito del battesimo e la celebrazione del natale di Issah (Gesù); dall’ebraismo la pratica della circoncisione (peraltro facoltativa), lo studio dei numeri magici, e parte del loro stesso alfabeto; dalle confraternite sufi, il culto dei santi devoti, la danza mistica dei dervisci, e le pratiche di iniziazione; dallo gnosticismo ellenico, la venerazione per il Demiurgo e per gli arcangeli della creazione; dagli antichi culti orfici, la simbologia del serpente inteso come metafora di rigenerazione.
Alfabita ezdiyaSpregiativamente chiamati “adoratori del diavolo” dai loro nemici, gli Yazidi Kurdistan - ragazza yazida(ma anche Ezidi) sono in realtà il “popolo degli angeli” (dal termine yazd, che in lingua pharsi significa appunto “angelo” ovvero “essere divino”), ma esplicitamente il loro nome si richiama a Yazīd ibn Mu‛āwiyah (fratello del primo califfo ommayade), oggetto di una particolare devozione presso i loro insediamenti.
Yezidi Man Popolo di pastori semi-nomadi e di piccoli agricoltori, gli Yazidi sono una comunità endogamica, organizzata in confraternite chiuse, gerarchicamente regolate e suddivise in “iniziati” ed “aspiranti”, sotto la guida di uno Sheikh e di vari Agha tribali. Un tempo temibili guerrieri di montagna, decimati dalle feroci persecuzioni delle quali sono state vittime, sono un popolo sostanzialmente pacifico e ritirato.
Yezidi WomanLa complessa teogonia yezida si compone di sette arcangeli creatori (demiurghi) e delle loro successive emanazioni, che si manifestano in cicli di reincarnazioni (metempsicosi greca) tra gli uomini comuni, che diventano a loro volta mistici e capi religiosi della comunità. Al vertice della gerarchia celeste vi è Melek Ta’us: l’angelo creatore dalla natura tripartita, rappresentato in forma di pavone, che con le sue lacrime avrebbe estinto le fiamme dell’inferno.
Secondo una forzatura semantica, lo stesso nome di Melek Ta’us, variamente associato all’angelo caduto (e pentito), Lucifero (in qualità di portatore di luce), Iblis o Shaitan (il Satana della tradizione islamica), viene ritenuta una traslitterazione di Moloch, antica divinità siriaco-fenicia, e Teus/Zeus (dio), ma anche “Malik” (Re).
lalish - kevnarVa da sé che nell’ambito dell’islam sunnita gli Yazidi costituiscono gli eretici per eccellenza, associati ai pagani e dunque odiatissimi, tanto da scampare alla bellezza di 72 tentativi di sterminio nel corso degli ultimi 1.500 anni.
Mazarê Meheme Rashan li BashikêCi vanno assai vicino i mongoli di Hulagu Khan al principio del XIII° secolo, anche se il rischio di estinzione totale si palesa per gli Yazidi in tempi ben Yezidi_Manpiù moderni ad opera dell’Impero Ottomano. A partire dal 1802 i Turchi organizzano infatti una serie di campagne di guerra violentissime contro gli Yazidi, che peraltro si rifiutano di prestare servizio militare, ai quali sostanzialmente offrono due possibilità: conversione o morte. Il tentativo di annientamento: deportazioni e conversioni forzate, rapimento delle donne, eccidi di massa, cancellazione di interi villaggi, distruzione dei mausolei e dei luoghi di culto… si protrarrà per oltre un secolo, tanto che lo sterminio degli Armeni durante la prima guerra prosegue di pari passo con quelle degli Yazidi e della comunità greca di Smirne.
Donna yazidaOggi l’etnocidio della popolazione yazida, insieme alla cancellazione delle ultime comunità cristiane sopravvissute in Mesopotamia, assiro-caldei e nestoriani, viene portato avanti con bestiale determinazione dalle orde nere dei nuovi mongoli dell’ISIS: le bande di massacratori salafiti del sedicente Stato islamico dell’Iraq e del Levante. E questi sì, sono davvero quanto di più demoniaco si sia mai incarnato sulla faccia della terra in rappresentazione del Male, tanto da rappresentare con il loro truce fondamentalismo sanguinario i veri “adoratori del diavolo”. Ammesso si possa conferire una personificazione concreta alla malvagità ed ai suoi adepti.
Yezidi GenocideAbbondantemente foraggiate dai capitali sauditi in funzione anti-sciita, i miliziani dell’Isis sono il giocattolo impazzito, sfuggito al controllo delle monarchie teocratiche del Golfo, e costituiscono l’ultimo frutto avvelenato dell’allucinante parabola irachena, alla quale ora (suo malgrado) la titubante Amministrazione Obama è chiamata a porre un qualche rimedio prima che sia davvero troppo tardi.
Bandiera degli YazidiLa storia, come la strada dell’inferno, è lastricata di buoni propositi, ottime intenzioni, e clamorosi insuccessi. Se gli errori non mancano mai, raramente si è assistito a fallimento più grande dell’Iraq, che per gli entusiasti “esportatori di democrazia” avrebbe dovuto essere il fiore all’occhiello di un ricostituito giardino dell’Eden, a consolidamento di un nuovo secolo americano. Almeno secondo le fantasie visionarie della destra neo-con cresciuta attorno a quel cenacolo straussiano, che ha condotto gli Stati Uniti in una delle sue più catastrofiche avventure dalla fine della guerra della Vietnam.
IRAQ-SYRIA-UNRESTDieci anni di occupazione militare, miliardi di dollari spesi per una ‘ricostruzione’ mai davvero avvenuta, una classe politica tra le peggiori del pianeta, un paese dilaniato dalle faide tribali e la guerra civile, vicino alla catastrofe umanitaria, e quanto mai prossimo a sprofondare nell’abisso del più cupo totalitarismo salafita ispirato all’islamismo wahabita.
Members of the Islam State of Iraq and Shaam (Isis) with senior commander Abu WaheebDinanzi alle orde fondamentaliste dell’ISIS, l’indecente esercito iracheno si è sciolto come neve al sole al primo colpo di cannone. Tanto che l’orda salafita ha potuto occupare agevolmente e quasi indisturbata le grandi aree petrolifere dei distretti centrali e della provincia di Mosul, tagliando il paese a metà, mentre l’imbelle governo del settario Al-Maliki rimane trincerato nelle ridotte tribali del Sud, insieme alle sue milizie sciite male armate e ancor peggio addestrate, frettolosamente reclutate in sostituzione dell’inaffidabile esercito nazionale.
A tutt’oggi l’Iraq liberato, e che di fatto non esiste più, coi suoi strascichi velenosi, costituisce l’eredità infetta delle fallimentari politiche messe in atto dagli apprendisti stregoni alla destra di George W. Bush, che per la bisogna si erano affidati ciecamente ad un bugiardo matricolato ed un ladro come Ahmed Chalabi (su cui incredibilmente si continua ancora a puntare!), dopo aver scoperchiato il vaso di Pandora che non avrebbe mai dovuto essere aperto, e finendo con lo scatenare i peggiori djinni del deserto e che ora è quanto mai difficile ricacciare dentro.

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La Fine delle Libertà

Posted in Masters of Universe, Ossessioni Securitarie with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 25 ottobre 2013 by Sendivogius

YES WE SCAN

L’illusione unipolare, che ad un certo punto della storia recente cominciò a solleticare le menti di quello che già il presidente e generale Dwight Eisenhower chiamava complesso militare-industriale, ha costituito l’archetipo ideologico di ciò che nelle pretese dei suoi visionari ostensori avrebbe dovuto essere il Secolo Americano.
Per lungo tempo, è stata l’ossessione dei neocon statunitensi destinata a infrangersi nella fallimentare esperienza delle guerre bushiane con tutte le loro nefaste ripercussioni.
La ‘scoperta’ di un gigantesco network di intercettazioni illegali, trafugamento informazioni, e spionaggio politico-industriale, messo in piedi dalla NSA ai danni dei maggiori partner e “alleati” con la scusa della lotta globale al terrorismo, il cosiddetto scandalo Datagate, è soltanto l’ennesimo strascico velenoso di una visione imperiale che, nonostante gli strepiti dei governi europei, rimarrà ovviamente senza conseguenze, al di là delle manfrine concilianti di O’Banana.
Prova ne è l’imbarazzato silenzio e la pusillanime ipocrisia con la quale fu velocemente liquidata la denuncia di Edward Snowden, l’ex analista della CIA braccato come un animale in fuga e costretto all’esilio (come Julian Assange prima di lui) dopo aver svelato con largo anticipo il vergognoso segreto di Pulcinella, per troppo amore della Libertà.
edward-snowden-interviewIl caso del soldato Bradley Manning, seppellito vivo in una prigione militare dopo un processo farsa, per aver rivelato al mondo i crimini di guerra perpetrati dallo USArmy, è deterrente alquanto evocativo su come la “patria della democrazia” affronti il dissenso interno e la tutela dei diritti umani.
Bradley Manning prima e dopo la detenzioneOltre un decennio prima, il provocatorio Gore Vidal, con la carica caustica che contraddistingueva la sua penna al curaro, fu tra i primi a parlare di fine delle libertà, criticando lo stravolgimento progressivo dei fondamenti costituzionali, sempre più disattesi in nome del moloch cannibale della “sicurezza nazionale”. Vidal punta il dito contro la scusa di comodo, dietro la quale si cela l’involuzione della democrazia USA verso forme sempre più autoritarie e paranoiche, individuando l’origine giuridica della piaga:

La fine della liberà «Lo spaventoso danno fisico che Osama bin Laden e compagnia ci hanno provocato, durante il Martedì del Terrore, non è nulla rispetto al doppio colpo da KO inflitto alle nostre libertà in via d’estinzione: l’Anti-Terrorism Act del 1991 e la recente richiesta al Congresso di poteri speciali supplementari. Per esempio, quello di eseguire intercettazioni telefoniche senza mandato giudiziario, oppure quello di deportare residenti legittimi e permanenti…. senza rispettare le procedure di legge e così via.
[…] In conclusione, il danno fisico che Osama ed i suoi amici possono infliggerci – per terribile che sia stato fino ad oggi – è niente in confronto a ciò che stanno facendo alle nostre libertà. Una volta alienato, un “diritto inalienabile” può essere perso per sempre, nel qual caso non saremmo più, neanche lontanamente, l’ultima e migliore speranza della terra ma solo uno squallido stato imperiale in cui i cittadini vengono tenuti a bada dalle squadre SWAT e il cui stile di morte, non di vita, viene imitato da tutti.
Dal V-J del 1945 (la Victory on Japan e fine della seconda guerra mondiale) siamo stati impegnati in quella che Charles A. Beard ha definito una “guerra perpetua per la pace perpetua”. Occasionalmente, ho fatto riferimento al nostro club “Il Nemico del mese”: ogni mese c’è un nuovo orribile nemico da attaccare prima che ci distrugga. […] In queste svariate centinaia di guerre contro il comunismo, il terrorismo, il narcotraffico, e a volte contro niente di speciale, siamo sempre stati noi a sferrare il primo colpo

 Gore Vidal
 La fine della libertà.
 Verso un nuovo totalitarismo?
 Fazi Editore (Roma, 2001)

Esaurita la finta indignazione di circostanza, sul “Datagate” calerà un provvidenziale oblio. Non ci saranno ripercussioni sulla prossima stipula del Trattato di libero scambio tra USA ed UE, ovvero la versione aggiornata su variante europea del famigerato NAFTA:

«Il NAFTA stabilisce l’immediata eliminazione dei dazi doganali su metà dei prodotti statunitensi diretti verso Messico e Canada, più la graduale eliminazione di altri diritti doganali durante un successivo periodo di quindici anni.
Il NAFTA prevede inoltre l’abolizione delle restrizioni su molte categorie di prodotti, inclusi motoveicoli, componenti auto, computer e componentistica hi-tech, forniture tessili, agricoltura. Pur proteggendo (per brevissimo tempo) brevetti, diritti di autore e marchi di fabbrica, il NAFTA cancella anche qualsiasi restrizione ai flussi di investimenti tra i tre paesi del continente nord-americano. Il NAFTA diventa quindi un’ulteriore spinta verso una DEREGULATION SELVAGGIA.
[…] Il trend cominciato con il NAFTA è destinato ad allargarsi, espandersi, dilatarsi ben oltre il NAFTA. È destinato a diventare un mega-trend, ciò che oggi chiamiamo GLOBALIZZAZIONE.
Cardine della globalizzazione resta lo outsourcing, appalto esterno, realizzato in prima istanza (produzione) nelle maquiladoras, in istanze successive (logistica) anche per i servizi. A che scopo stipendiare e assicurare un operaio di catena di montaggio a Joliet, Illinois, USA, oppure una centralinista telefonica a Porto di Potenza Picena, Marche, itaGLia, quando – per un decimo, un ventesimo di quei costi – si possono ottenere gli stessi servizi da un ragazzino di quattordici anni di Guadalajara, Mexico, o da una ragazzetta di diciassette anni di Shanghai, Cina?
The Golan Maquiladoras e outsourcing sono lo tsunami dei marchi Made-in-China, Made-in-Malaysia, Made-in-Vietnam, Made-in-Pakistan, Made-in-Wherever. E sono al tempo stesso la pietra tombale di quel marchio di cui tutti andavano tanto orgogliosi: Made-in-the-USA.
Con Schengen e il NAFTA prima, con la globalizzazione poi, l’antico sogno imperial-coloniale di Adam Smith torna così a realizzarsi appieno: materie prime e manodopera a costo quasi zero, niente assicurazioni, niente pensioni, possibilità di licenziare in qualsiasi momento, nessun ostacolo a chiudere bottega dal giorno alla notte, meno di nessun ostacolo per ricominciare daccapo in qualsiasi altra fetida, disperata cloaca del sud del mondo. Alla peggio, bisognerà mettere sul libro paga qualche dittatore-tagliagola in più e riempire di carcasse di morti di fame qualche fossa comune in più

 Alan D. Altieri
AmeriKa dämmerung?
(01/05/08)

Roman_Legion_Carpe_DiemC’è un procedente storico a questa inclinazione sempre più neo-imperiale della politica USA: la Respublica romana e l’istituzione degli stati clientes.
In questo, la piaggeria compiacente del Governo Letta e le minimizzazioni oltre i limiti della sudditanza di Emma Bonino, ministro degli esteri, che a scandalo ancora in corso esclude ogni intercettazione e abuso ai danni delle Istituzioni italiane, rivela l’irrilevanza di un intero Paese. L’esecutivo si prepara ad archiviare frettolosamente l’intera faccenda, non perdendo l’occasione per prodigarsi in atti formali di sottomissione, come si conviene al governo fantoccio di una provincia marginale di un impero in disfacimento.

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WAR GAMES (Part 1)

Posted in Risiko! with tags , , , , , , , , , , , , on 12 ottobre 2008 by Sendivogius

 

“La Fine del Secolo Americano”

 

Qualunque sarà il risultato delle prossime elezioni americane, l’Era Bush si avvia finalmente alla sua naturale conclusione per consunzione interna. Nelle fantasie intellettuali dei Neo-Con e dei teorici della supremazia USA, l’avvento di George W. Bush avrebbe dovuto segnare l’alba di un nuovo secolo americano, destinato a plasmare in profondità i rapporti geopolitici a vantaggio di un unico vincitore globale: l’America.

Nel 2001 fece scalpore la divulgazione di un rapporto privato (“Ricostruire le Difese dell’America”) a cura di un’associazione lobbista: PNAC, Project for a New American Century (http://www.newamericancentury.org), alla quale aderivano molti esponenti di rilievo dell’amministrazione Bush. Quanto segue è una bozza di recensione e di analisi, basata su quel rapporto in riferimento soprattutto alla prima amministrazione Bush. Perché ricordare e conoscere certi nomi a volte può essere utile…

L’eredità di una tale visione consiste in cataste di cadaveri, due guerre perse ancorché non concluse (Iraq e Afghanistan), un mondo più insicuro e un pericoloso vulnus nel rispetto dei diritti umani. Il miraggio si è definitivamente dissolto col crollo dei mercati finanziari e la recessione economica, nella più grave crisi dai tempi della “Grande Depressione”.

 

 

Nel panorama politico statunitense, non costituisce certo una novità la presenza di club, fondazioni e associazioni, legate a forme di partecipazione attiva ma elitaria, tanto cara a certa tradizione anglosassone, al fine di creare clientele, raccogliere fondi e coordinare i sostegni in campagna elettorale. Ciò non deve stupire e, nonostante le perplessità morali del lettore più idealista, è bene ricordare che una simile concezione dell’interazione politica, oltre ad essere legale, è perfettamente riconosciuta e percepita come legittima.

Secondo tale prospettiva, il PNAC (Project for a New American Century) è una delle numerose organizzazioni di carattere privato, le quali affondano le loro radici in quel sottobosco, oramai consolidato dalla consuetudine, dove interessi particolaristici si intrecciano con potentati economici, facendo da sponda a gruppi di pressione organizzati. In questo magma convulso e ribollente di idee, così strettamente collegato ai gangli nevralgici dell’Amministrazione di Stato, il PNAC raccoglie alcune delle personalità più eminenti del pensiero conservatore americano, coagulate attorno al perseguimento di un progetto comune, e capaci di trovare orecchie sensibili nelle stanze presidenziali. La nascita del “Progetto per il Nuovo Secolo Americano” risale alla primavera del 1997, per opera di Dick Cheney e Donald Rumsfeld. Sede dell’organizzazione è un immobile di Washington DC, messo a disposizione dal magnate dell’editoria Rupert Murdoch, noto per le sue posizioni conservatrici. Il presidente è William Kristol (editorialista e corrispondente di FOX News). Secondo la stessa dichiarazione d’intenti dei suoi partecipanti, il “Project” è una associazione di carattere informativo e di ricerca, senza alcun fine di lucro, “il cui scopo è promuovere la leadership globale americana”. Infatti, se ancora non vi fosse ben chiaro, “il Progetto è stato concepito in risposta al declino del potenziale bellico e di difesa statunitense, nonché ai problemi che ciò potrebbe creare nell’esercizio della leadership americana sul pianeta”. Del resto, e continuo a citare testuale, “La storia del secolo scorso dovrebbe averci insegnato ad abbracciare la causa della supremazia dell’America” e poiché “al momento gli Stati Uniti non hanno rivali a livello mondiale, la grande strategia americana dovrebbe mirare a preservare ed estendere questa vantaggiosa posizione quanto più possibile lontano nel futuro.” Senza soffermarci sulla solita retorica sciovinista, che infarcisce la prosa e le menti dei fondatori, il PNAC non è solamente uno studio di settore per l’allocazione di risorse, riconducibile al mondo sotterraneo della gestione di appalti per le commesse militari. Il Progetto si sforza di tracciare le linee guida per una nuova configurazione del potere, in grado di rivoluzionare le relazioni internazionali (difficile dire se in meglio), con esplicite finalità politiche ed ambizioni concrete. Pertanto, la formulazione e la promozione di nuove prospettive strategiche si colloca in una dimensione unitaria, volta a condizionare “dall’interno” la politica statunitense, secondo una visione organica d’insieme. Del resto, l’impianto programmatico dell’organizzazione è impostato sulla strategia di difesa elucubrata nel “Defense Policy Guide”. Il documento fu redatto nel 1992 da Dick Cheney, all’epoca segretario alla Difesa e oggi vicepresidente USA, per conto di Bush senior e subito cestinato dall’Amministrazione Clinton, nonostante i suoi estensori avessero bussato più volte alla porta dello studio ovale del presidente (evidentemente in altre faccende affaccendato). La “Guida alla Politica di Difesa” di Cheney “forniva un piano per mantenere la supremazia degli U.S.A. impedendo la crescita del potere di altre potenze rivali, e modellando l’ordine di sicurezza internazionale sulla linea dei principi e interessi americani.” Ripescando nel cassetto quell’antico prospetto analitico, aggiornandolo a quelle che dovrebbero essere le esigenze attuali, gli aderenti al PNAC se ne fanno promotori, tanto da diventare gli alfieri del presunto cambiamento presso la nuova Amministrazione di Bush junior.

Intendiamoci: l’elaborazione di scenari geopolitici su scala globale, con particolare attenzione agli assetti regionali emergenti nell’era del post Guerra Fredda, si innesta su una lunga e gloriosa tradizione che vanta illustri predecessori: da Karl Haushofer (le cui elaborazioni teoriche si rivelarono funzionali alla dottrina nazionalsocialista); ad Alfred Thayer Mahan, ovvero al Rimland di Spykman, conformi al modello bipolare.

Quello che invece preoccupa è una certa tendenza parecchio in voga nei ranghi delle nuove leve neo-conservatrici, le quali partendo da un approccio di tipo “umanistico” ai problemi di politica e relazioni internazionali, approdano attraverso forzature e letture storiche mal digerite ad una visione semplicistica e sconcertante. Sorvolando sulle libere interpretazioni di R. Kagan che, analizzando la Guerra Peloponnesiaca (431-404 a.C.) perviene all’ipotesi di una Europa “ateniese” e della superpotenza USA come “nuova Sparta”, è bene riflettere su una vocazione “imperiale” e “romana” che, secondo i suoi propugnatori, dovrebbe condizionare le scelte USA per il prossimo secolo a venire.

Un simile approccio teorico ai problemi di difesa strategica e dislocazione delle forze belliche non è affatto ignoto ai consulenti ed agli esperti militari, tanto da costituire una costante ed un termine di paragone quasi obbligato tra gli specialisti del genere. In tal senso, un’opera evocativa è sicuramente “La Grande Strategia dell’Impero Romano”, edita da Rizzoli. In questo formidabile saggio di Edward N. Luttwak, l’apparato militare inteso come forza di dissuasione viene dilatato a dimensione imperiale, tramite una economia di forze che non pregiudichi le risorse dello Stato e l’adesione territoriale ai “valori” dell’Impero. Ai facili, e inquietanti, entusiasmi imperiali che sembrano pervadere i manipoli intellettuali della Nuova Destra americana, con il relativo corollario di istanze manichee, valutazioni etiche e sorti progressive degli USA, Luttwak antepone il rapporto tra i costi ed i benefici di un determinato apparato difensivo. Nell’analisi di Luttwak un sistema di difesa va considerato sempre in termini relativi, in relazione agli effetti militari ed a seconda del tipo di intensità del pericolo profilato. Funzionale ad un “Impero egemonico”, con un minimo dispendio di truppe di pronto intervento, dislocate in settori regionali strategici, è l’esistenza di una “zona di controllo diretto”, delimitata da una “fascia interna di controllo diplomatico” ed una ulteriore “sfera di influenza esterna”. La concezione imperiale dei teorici del PNAC prevede invece una proiezione esponenziale di uomini e mezzi, l’occupazione diretta della fascia di sicurezza, l’esautorazione di ogni autonomia decisionale esterna, secondo i criteri della “difesa di sbarramento” e della “difesa avanzata”, più consoni alla nuova realtà imperiale.

 

1. CONTINUA