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Mafia Capitale

Posted in Roma mon amour with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 5 dicembre 2014 by Sendivogius

SpectreIn una città dove tutti chiacchierano troppo, dove ti raccontano qualunque cosa senza neanche bisogno di fare le domande giuste, e mantenere un segreto è praticamente impossibile, della cricca affaristico-criminale cresciuta sulle ceneri della Banda della Magliana, ufficialmente, nessuno sapeva niente.
L'insostenibile scandalo della Panda RossaDi certo, non s’erano accorti di nulla i giornalini della stampa reazionaria, con fascistume aggregato al seguito, che per mesi si sono concentrati con maniacale dedizione alle soste della panda del sindaco Ignazio Marino sul sacro parcheggio del Senato. In alternativa, c’erano sempre le proteste dei ‘cittadini’ contro la nuova gestione dei centri immigrazione e dei campi rom, su cui le trasmissioni nazional-populiste di Formigli-Paragone avevano montato sopra un vero e proprio set a puntate. E s’è visto poi chi c’era dietro la “rivolta spontanea” e quali interessi ci girano attorno…
La solita nazi-merdaIl letargo è durato finché la sonnacchiosa magistratura romana, col nuovo corso inaugurato dal procuratore Pignatone, non ha ‘scoperto’ la cupola fascio-mafiosa che da decenni governa indisturbata la Capitale, dal suo sottobosco di relazioni trasversali. A quel punto, ai watchdogs della retorica anti-ka$ta non è parso vero di poter fare di tutte le erbe un Fascio (mai metafora fu più azzeccata!), potendo giocarsi in contemporanea il “Rosso” (Salvatore Buzzi) ed il “Nero” (Massimo Carminati). Specialista del fortunato giochino è, ça va sans dire, l’organo non ufficiale degli Marcello De Vito il fondamentale rappresentante del M5S al Campidoglioensiferi: il giornaletto forcaiolo dell’inconfondibile Travaglio. Non appena è stata scoperchiata la fogna, immancabili come le mosche sulla merda sono arrivati anche i pentastellati al gran completo, dopo due anni di opposizione non pervenuta in Campidoglio.
Flic e FlocTuttavia, sfugge una differenza fondamentale: mentre Buzzi (piaccia e soprattutto non piaccia) è un personaggio pubblico, con un ruolo riconosciuto ed una reputazione ‘blasonata’ nell’ambito del cosiddetto “Terzo Settore”, e dei servizi sociali in appalto, Carminati è stato la primula nera dell’eversione neo-fascista, a cavallo tra criminalità comune, “servizi segreti” (ovviamente deviati), e la Roma-bene che conta, con protezioni insospettabili tra le “forze dell’ordine”, sempre invischiato in alcune delle vicende più oscure della storia italiana e mai condannato, in regime di sostanziale impunità.
Massimo Carminati Massimo Carminati (sulla cui biografia avremo modo di tornare) è il Re nero del “mondo di mezzo”. Pubblicamente impresentabile, gode di un prestigio illimitato tra i camerati romani (rimasti orfani di Mimmo Concutelli) e di un timore reverenziale presso la malavita capitolina, di cui condiziona traffici e ‘investimenti’ grazie ad un potere mai intaccato. In certi ambienti, il suo nome è ‘leggenda’.
I re di RomaPer accedere al lucroso mondo delle commesse municipali ed ai finanziamenti pubblici, Carminati ha bisogno della faccia (ri)pulita di un imprenditore del ‘sociale’, ben agganciato agli ingranaggi dell’amministrazione capitolina, accantonando le divisioni ideologiche in ossequio al vecchio detto pecunia non olet. “Perché la politica è una cosa, gli affari sono affari”.
Salvatore Buzzi Si tratta di Salvatore Buzzi, ex impiegato di banca, condannato nel 1984 a 24 anni di reclusione per l’omicidio del suo complice in truffe. In carcere, Buzzi si trasforma in un detenuto modello, diventando dopo le rivolte carcerarie degli Anni’70 il fiore all’occhiello del nuovo corso inaugurato dalle amministrazioni penitenziarie. Si laurea a pieni voti in Lettere Moderne con una tesi sull’economista Vilfredo Pareto e intraprende studi di giurisprudenza. Partecipa ad ogni attività possibile, per il recupero riabilitativo dei detenuti. Si fa promotore di nuovi percorsi culturali, in concomitanza con la realizzazione dei primi laboratori teatrali, fino alla rappresentazione dell’Antigone di Sofocle tra le mura di Rebibbia, per la regia di Ennio De Dominicis, con il patrocinio della Provincia di Roma e dell’allora vicepresidente Angiolo Marroni, poi diventato “garante per i detenuti”. In tale veste, diventa uno dei principali relatori al primo convegno dedicato alle Misure alternative alla detenzione e ruolo della comunità esterna, il 29/06/1984, sulle pene alternative alla carcerazione e sui nuovi percorsi di promozione sociale. Quindi, nel 1985 fonda una delle prime cooperative di detenuti: Rebibbia 29 Giugno, con esplicito riferimento al Convegno che segna la sua rinascita. Ottiene i suoi primi lavori, in regime di semilibertà, per la ripulitura di alcuni tratti della Via Tiberina, nei comuni della provincia a nord di Roma, e avvia altre piccole attività imprenditoriali in ambito cooperativo, fino alla sua scarcerazione nel 1991.
Carcere di RebibbiaA suo modo, Salvatore Buzzi incarna per molti anni un esempio riuscito di riabilitazione carceraria e di reinserimento sociale. E come icona ad uso politico, ottiene tutta una serie di agevolazioni e di aiuti istituzionali, per la sua cooperativa che viene giudicata “un modello da seguire” e da replicare. La onlus “29 Giugno” (che nel frattempo si è liberata della dicitura Rebibbia) si specializza nei Mappa dei Municipi di Romaservizi di giardinaggio, provvedendo alla manutenzione degli spazzi verdi dell’allora V Circoscrizione di Roma (attualmente Municipio IV), assumendo ex detenuti, portatori di handicap, ex tossicodipendenti. Persone che diveramente avrebbero poche o nessuna possibilità di impiego lavorativo. Le grandi fortune per la cooperativa arrivano nel 1993 con l’insediamento della giunta Rutelli e l’adesione (nel 1994) al Consorzio Nazionale Servizi, che raggruppa oltre 200 cooperative di settore. Durante il Giubileo del 2000, alla cooperativa di Buzzi viene affidata la manutenzione delle aree verdi davanti alle basiliche di S.Giovanni e S.Paolo. Ma col tempo il giro di affari si amplia sempre di più, estendendosi ai servizi di igiene urbana, pulizia di immobili pubblici e privati, servizi di portineria (all’Università di Roma 3); ottiene in gestione la raccolta porta a porta della spazzatura differenziata per conto dell’AMA, ed allarga il suo business fino all’affidamento dei centri di accoglienza dei quali, insieme alle cooperative cattoliche della “Domus Caritatis”, detiene la gestione quasi in esclusiva, spesso in assegnazione diretta o con bandi di gara ritagliati su misura, in regime di sostanziale monopolio.
Basilica di S.Giovanni in LateranoGli introiti sono tali, che nel 2013 la “29 Giugno”, insieme alla sua consorziata “Eriches29” può dichiarare un fatturato di quasi 60 milioni di euro ed oltre mille addetti.
A tutti gli effetti, la Onlus di Salvatore Buzzi diventa uno dei soggetti cooperativi più importanti di Roma e Provincia. Attraverso la Eriches29 detiene quote partecipative in decine di cooperative e controlla al 20% il “Consorzio Formula Ambiente” (di cui a Roma condivide medesimo indirizzo e sede), nell’ambito della LegaCoop, particolarmente attivo su sette regioni (Piemonte, Lazio, Emilia Romagna, Sardegna, Abruzzo, Marche, Puglia) e con importanti appalti per conto della emiliana HERA.
Quartiere TiburtinoSi tratta di una realtà imprenditoriale, travestita da onlus, di primo livello, attivissima sul territorio e con un ruolo ben riconosciuto, in grado di garantire voti e finanziamenti elettorali, con la quale amministratori e politici locali devono fare i conti e soprattutto ne ricercano gli appoggi, in quanto Buzzi è esponente di spicco di una delle più grandi realtà associative in Italia.
In tal senso, non dovrebbero stupire le frequentazioni ‘istituzionali’, per quanto riguarda quelle certificate e riconosciute, del management del Consorzio con esponenti pubblici in occasioni semi-ufficiali. Non si tratta di incontri carbonari, o convegni segreti in qualche catacomba, ma prassi ordinaria di una normale attività politica. Sventolare dunque le foto (peraltro pubbliche) delle cene con l’ex sindaco Gianni Alemanno, o dell’attuale ministro Giuliano Poletti (presidente di LegaCoop) con Salvatore Buzzi in convegni ufficiali, come amano fare certi giornali e Roberto Savianol’immancabile Roberto Saviano, auto-promossosi ad esperto mondiale di mafia, non ha davvero senso ed assume un valore di denuncia del tutto pretestuoso. Suscitano scandalo le foto che ritraggono politici e vertici della cooperativa a cena, con Gianni Alemanno e Luciano Casamonicasullo sfondo Luciano Casamonica (quello con la maglia Italia) esponente dell’omonimo clan zigano. Casamonica, in semilibertà è dipendente del consorzio che, per dire, tra i suoi associati ha anche Pino Pelosi, condannato per l’omicidio Pasolini.

Cena socialeRoma, 28/09/2010. Cena sociale organizzata presso il centro di accoglienza gestito dalla Cooperativa 29 Giugno.
Da sinistra, Giuliano Poletti, Franco Panzironi, Umberto Marroni e Daniele Ozzimo (in piedi in fondo).
Da destra, Gianni Alemanno, Salvatore Buzzi (col maglione rosso) e Angiolo Marroni (garante per i diritti dei detenuti del Lazio).

Salvatore Buzzi e Simona Bonafé Se per questo, nell’albo fotografico della cooperativa (reperibile sul sito della stessa) si possono trovare immagini che ritraggono Salvatore Buzzi anche insieme all’iper-renziana Simona Bonafé.
È lo stesso Salvatore Buzzi indicato fino a qualche mese fa come imprenditore di successo ed esempio riuscito di riscatto sociale, invitato a raccontare la sua “straordinaria esperienza” per convegni in tutta Italia.
Salvatore Buzzi e Giuliano PolettiE del resto, a volerli guardare con la lente giusta, le attività del “compagno Buzzi” avrebbero dovuto suscitare più di qualche sospetto tra quanti ora puntano il ditino accusatore del moralista a mezzo stampa:

Romanzo Criminale«D’altronde, che a Roma ci fosse del marcio era, da tempo, sotto gli occhi di tutti. Dalle periferie violente gli omicidi di strada, dai negozi che passano rapidamente e misteriosamente di mano, allo sfaldarsi del tessuto di solidarietà fra i cittadini, la presenza di un’agguerrita “mala” si percepiva eccome
 (03/12/2014)

A scriverlo sulle prime pagine de La Repubblica, è l’ex magistrato Giancarlo De Cataldo, l’ottimo autore di “Romanzo Criminale”. Peccato che poi lo stesso De Cataldo avesse uno spazio di pubblicazione proprio sul giornalino della Cooperativa 29 Giugno, con Buzzi presidente e Carlo Guarany come direttore editoriale, entrambi arrestati in seguito all’inchiesta promossa dal procuratore Pignatone.
Giancarlo De CataldoE se non s’era accorto di nulla nemmeno De Cataldo..!
Alessandro Di Battista da Civita (VT) Anche il “Movimento Cinque Stelle”, che ora si agita tanto, in tempi recentissimi s’era interessato della Eriches29. In un’accorata interpellanza alla Camera, la deputata-cittadina Carla Ruocco, una dei cinque membri del nuovo direttorio pentastellato fresco di nomina, il 14/04/2014 chiedeva alla “Presidenza del Consiglio dei Ministri” per quale motivo al Consorzio Eriches29 non fosse stata affidata la gestione del centro rifugiati di Castelnuovo di Porto. Per la bisogna si rifaceva ad una solerte denuncia de “Il Tempo”:

Carla Ruocco«…la sezione del Tar del Lazio presieduta dal giudice Sandulli ha trattato cause relative alla gestione del centro di accoglienza per i rifugiati di Castelnuovo di Porto e che proprio alla Proeti s.r.l., di proprietà dei coniugi Sandulli, è stata aggiudicata, con procedura negoziata, la manutenzione straordinaria degli alloggi del citato centro; si legge su altro articolo pubblicato su Il Tempo il 20 marzo 2014 che il presidente del consorzio Eriches 29, già aggiudicatario di gara per il servizio di gestione del centro, lamenta di «aver subito un pregiudizio dai pronunciamenti emessi dalla sezione prima ter» ed afferma che «vogliamo essere giudicati da un giudice sereno, che non abbia più parti in commedia. Perché se è fornitore per la Prefettura di Roma proprio per il Cara di Castelnuovo di Porto, chi ci assicura che l’accanimento nei nostri confronti sia solo legato alle ragioni di diritto?»; a giudizio degli interroganti le circostanze e le condotte riportate dalla stampa appaiono, ove rispondenti, al vero particolarmente allarmanti perché evocano una pericolosa commistione di ruoli e fanno paventare il rischio dell’alterazione della necessaria terzietà ed indipendenza del giudice

Seduta parlamentare del 14/04/2014
Interrogazione n.4-04499

Il TempoSi scoprirà poi che l’articolo in questione era stato ispirato su diretto intervento di Massimo Carminati, che per la bisogna s’era incontrato direttamente con Gianmarco Chiocci, il direttore del noto quotidiano fascista della Capitale.
Strage di BolognaNon è dato sapere quando l’ex terrorista nero dei NAR abbia deciso di prendere sotto la propria cappella ‘imprenditoriale’, Salvatore Buzzi ed il suo entourage, mettendo a disposizione la propria rete di relazioni nel sottobosco della malavita romana. Ma basandosi sui trascorsi giudiziari del Guercio, se ne può far salire la collaborazione alla fine degli anni ’90, dopo l’ultima condanna di Carminati a 6 anni e mezzo di reclusione, nel Febbraio del 1998, NARper i suoi trascorsi con la Banda della Magliana. Certo in galera non dev’esserci stato granché, visto che l’anno successivo (il 17/07/1999) Er Cecato veniva nuovamente arrestato per il clamoroso quanto misterioso furto nel caveau del Palazzo di Giustizia di Roma, insieme ad altri vecchi esponenti dei NAR riciclatisi nella criminalità comune.
Morte di CaravillaniA far gola al Consorzio, che controlla per via diretta una quindicina di cooperative, è soprattutto la gestione dei centri di accoglienza per immigrati: le anime morte che vengono smistati nei centri e computati alla stregua di capi di bestiame, per far crescere l’importo dei risarcimenti in rapporto al numero degli ospitati, che a bocca dello stesso Buzzi rendono meglio del traffico di droga (60 euro al giorno per ciascun adulto e 85 euro per i minori). Meglio ancora se i profughi vengono stornati verso strutture di proprietà di altre società immobiliari controllate dal gruppo che così, oltre alla quota giornaliera, si fa pagare anche l’affitto a carico degli enti pubblici di competenza.
soldiTra le società interessate ci sono la Rogest srl, a sua volta controllata dalla “Luoghi del Tempo”, intestata a Lucia Mokbel, sorella di quel Gennaro, esponente della destra neo-nazista romana, implicato nello scandalo Telekom-Sparkle, ed interessato agli appalti di Finmeccanica. Oltre alla militanza nell’estrema destra e le frequentazioni con gli ambienti eversivi dei NAR, Mokbel e Carminati condividono anche lo stesso commercialista, Marco Iannilli, a cui è intestata la villa di Sacrofano dove risiede la ex primula nera. Insieme a Lorenzo Cola (altro fascistone), Iannilli era già stato coinvolto nello scandalo delle commesse pilotate di Finmeccanica.
Ma tra le società potenzialmente interessate agli affari del Consorzio di Buzzi ci sono anche la Edil House 80, tra i cui proprietari si distingue Andrea Munno, anche lui un passato nell’estrema destra.
Anni_di_piomboSotto la giunta Alemanno, tra gestione dei punti verde e immigrati, il fatturato delle cooperative dell’accoppiata Buzzi-Carminati si decuplica nella manciata di pochi anni, con un giro per decine di milioni di euro. Impongono le nomine ai vertici delle aziende partecipate del Comune, stabiliscono le assunzioni nella municipalizzata per la raccolta dei rifiuti (AMA), condizionano l’attribuzione degli appalti ed il confezionamento dei bandi di assegnazione. Per questo pagano un fiume di tangenti a funzionari e politici compiacenti.
La spartizione criminale di RomaPer il recupero crediti e le altre attività di riscossione sul territorio, ci pensa invece il factotum di Carminati. Si tratta di Riccardo Brugia, a suo tempo assurto agli onori del gossip per una sua tresca con Anna Falchi, in realtà è un ex rapinatore di banche ed altro esponente storico della destra neo-fascista romana, col compito di coordinare le attività nei settori del recupero crediti e dell’estorsione, di custodire le armi in dotazione del sodalizio, mentre le attività vengono coordinate presso la tavola calda di un distributore di benzina in Corso Francia.
In ambito ufficiale, al Consorzio vengono affidati su assegnazione diretta gli interventi per l’emergenza maltempo a Roma, la manutenzione delle piste ciclabili e dei parchi pubblici. Ad interessarsi della pratica è Claudio Turella, funzionario del Comune di Roma, con la responsabilità per la programmazione e manutenzione delle aree verdi. Per il suo disturbo, Turella avrebbe ricevuto: 25.000 euro per l’emergenza maltempo, la promessa di 30.000 euro per le piste ciclabili, più la promessa di altre somme di denaro.
Riccardo ManciniSe Franco Panzironi e Riccardo Mancini, due fedelissimi di Gianni Alemanno, sono a libro paga ordinario della cupola, provvedendo all’assegnazione di appalti ed allo sblocco dei pagamenti, alla grande cuccagna partecipa anche Giovanni Fiscon, direttore generale dell’AMA, e una vita da ‘dirigente’ nelle partecipate pubbliche (ACEA e SOGEIN). Mentre Franco Panzironi è il democristiano passato al Littorio, esperto in assunzioni clientelari di massa e grande elemosiniere della fondazione alemanniana Alemanno e Mancini“Nuova Italia”, Riccardo Mancini è l’ex avanguardista, storicamente legato a Massimo Carminati, e portato da Alemanno fino ai vertici dell’EUR S.p.A. Stando agli atti dell’inchiesta, i due pubblici ufficiali a libro paga forniscono all’organizzazione uno stabile contributo per l’aggiudicazione degli appalti, oltre allo sblocco dei pagamenti in favore delle imprese riconducibili all’associazione e tra il 2008 e il 2013 come garanti dei rapporti dell’associazione con l’amministrazione comunale. Della partita fa parte anche Carlo Pucci, il tabaccaio di Viale Europa, promosso a direttore marketing dell’ente pubblico, per la sua straordinaria competenza nella vendita di gratta e vinci.
EURFabrizio Franco Testa, un’altra creatura di Alemanno e della sua “destra sociale” che ha infeudato l’ENAV, è la testa di ponte dell’organizzazione nel settore politico e istituzionale, coordina le attività corruttive dell’associazione, si occupa della nomina di persone gradite all’organizzazione in posti chiave della pubblica amministrazione. Nel 2009 viene nominato alla presidenza di ENAV-Tecnosky e per questo era già indagato per un presunto giro di sovra-fatturazioni e costituzione di provviste in nero.
Luca Gramazio Luca Gramazio è invece un figlio d’arte: ha ereditato voti e referenze da papà Domenico, detto Er Pinguino, fascista verace e storico personaggio della destra missina, tra i fondatori del sindacato CISNAL. Attuale capogruppo di “Forza Italia” alla Regione Lazio e già presidente dei consiglieri comunali di Roma durante l’era Alemanno, il Gramazio junior che ha frequentazioni dirette e continue con Carminati, è sospettato dagli inquirenti di “essere uno dei collegamenti dell’organizzazione con il mondo della politica e degli appalti” e per questo remunerato con un contributo da 50.000 euro. Sempre che il quadro indiziario venga confermato in sede probatoria.
Domenico GramazioMa a quanto risulterebbe dalle indagini il giochino andava avanti da tempo, col coinvolgimento trasversale di pezzi pregiati legati invece alla vecchia amministrazione veltroniana…
Interessati al business potenzialmente infinito dell’accoglienza agli immigrati africani, che a partire dal 2011 affluiscono ad ondate Luca Odevainedalla Libia in fiamme, la cricca si affida niente meno che a Luca Odevaine; precedenti per detenzione di sostanze stupefacenti ed emissione di assegni a vuoto, che non gli impediscono di fare una sfolgorante carriera politica, a tal punto da diventare vice-capo gabinetto dell’allora sindaco Walter Veltroni, per conto del quale cura i rapporti con le Forze dell’Ordine, la Polizia Municipale, rappresentando il Sindaco nel Comitato provinciale per l’Ordine e la Sicurezza. Fino Polizia provincialeal Gennaio 2013 è stato pure responsabile della “polizia provinciale” (a proposito di corpi inutili). Insomma l’uomo giusto al posto giusto. Per conto della giunta Veltroni, è stato anche direttore dell’Ufficio per il decoro urbano e contro l’abusivismo edilizio, delegato del sindaco alla Polizia Municipale, nonché direttore dei centri per rifugiati politici. Soprattutto, Odevaine fa parte del “Tavolo di coordinamento nazionale”, voluto dal Ministero degli Interni per fronteggiare l’emergenza immigrazione. In pratica, grazie al suo ruolo, Odevaine può «orientare le scelte del Tavolo di coordinamento nazionale al fine di creare le condizioni per l’assegnazione dei flussi di immigrati alle strutture gestite dai soggetti economici riconducibili a Buzzi». In tale veste come coordinatore per l’accoglienza ai rifugiati, aumenta il numero delle quote degli immigrati da destinare nei centri accoglienza di Roma e del Lazio, favorendo gli interessi dei centri gestiti dal consorzio Buzzi-Carminati, ricevendone un contro-stipendio da 5.000 euro al mese più regalie.
Luca OdevaineA (non) completare l’elenco delle figure istituzionali poste nei punti chiavi e funzionali all’ottenimento di appalti commissionati su misura, ci sono altresì Mario Schina, che dal 2001 al 2007, sempre sotto la giunta Veltroni, è stato responsabile per il “decoro urbano” al Comune di Roma. E pure Emanuele Salvatori, coordinatore comunale per l’attuazione del “Piano rom e interventi di inclusione sociale”.
Tra gli indagati, c’è invece Eugenio Patené, consigliere regionale in quota PD, Walter Politano (responsabile dell’anticorruzione!), e Daniele Ozzimo che durante l’epoca Veltroni era assessore capitolino alla Casa.
Daniele Ozzimo Daniele Ozzimo (classe 1972) esordisce come consigliere municipale nell’ex Municipio V, dove la cooperativa muove i suoi primi passi per la manutenzione degli spazi verdi ed i servizi di giardinaggio. E quindi sarebbe naturale che il consigliere PD, che in null’altro s’era distinto finora se non per il record di assenze dai banchi del consiglio comunale (con tassi di assenteismo del 98%), intrattenga fin da subito rapporti con una delle più importanti realtà cooperative attive sul territorio locale. Il fatto di aver ricoperto, tra i suoi molteplici incarichi pubblici, la carica di vice Presidente della Commissione Politiche Sociali, diventando poi membro della Commissione Lavori Pubblici, Scuola e Sanità, lo rende un referente piuttosto privilegiato per la coop. “29 Giugno”. E quindi, al di là dei facili sensazionalismi mediatici, qualche dubbio sul suo reale conivolgimento nella vicenda sarebbe più che lecito… Anche perché nell’Ordinanza della Procura, a leggere gli atti resi pubblici, finora NON sembrerebbero emergere fatti penalmente rilevanti a carico di Ozzimo. Tra i presunti beneficiati della cricca ci sarebbe invece Mirko Coratti, presidente Mirko-Corattidimissionario dell’attuale consiglio capitolino. Coratti è una vecchia conoscenza. È stato vice-coordinatore romano per “Forza Italia” fino al 2005, quando dai suoi feudi elettorali concentrati tra le borgate di Fidene e Villa Spada, ed i quartieri della periferia N.E, passa con voti e bagagli al ‘centrosinistra’, transitando per l’Udeur. Alfiere del renzismo nella Capitale, Coratti era più che altro famoso per le sue pagliacciate mediatiche come quando si incatenò ad un lampione di Via del Plebiscito, per protestare contro “le violenze dei no-global ed il ripristino (bontà sua!) della legalità[QUI]. La cricca gli avrebbe rigirato una stecca da 150.000 euro, per sbloccare un pagamento da 3 milioni di euro destinato alle cooperative del Consorzio di Buzzi, insieme alla aggiudicazione del bando di gara AMA n. 30/2013 riguardante la raccolta del multimateriale; lo sblocco dei pagamenti sui servizi sociali forniti al Comune di Roma; la nomina di un nuovo direttore del V Dipartimento, in sostituzione della neo incaricata Gabriella Acerbi, ritenuta persona poco disponibile. Sempre secondo gli atti della magistratura inquirente.
Sinking of TitanicMa il verminaio scoperchiato dalla Procura romana sembra solo la punta di un iceberg destinato a travolgere altri nomi ‘eccellenti’ della politica capitolina, e contro il quale rischia concretamente di impattare come una sorta di Titanic, l’intera Regione Lazio in un nuovo scandalo ancora da esplorare.
Perché oscura è profonda è la tana del Bianconiglio…

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BELLA GENTE

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C’è del marcio in Danimarca
(W.Shakespeare – Amleto: atto I, scena IV)

In termini inversi, c’è da chiedersi se in Italia esista ancora qualcosa di sano…
Se la corruzione è una sciagura antica, senza bandiere di appartenenza, nel cosiddetto Belpaese ha assunto dimensioni tali da diventare strutturale, quale elemento endogeno nel carattere identitario di un’intera nazione, che ha fatto del malcostume diffuso il proprio tratto distintivo. E, come il vaso di Pandora, non smette di riversare i suoi mali nella sfacciata presunzione di impunità.
È un circolo vizioso, innestato su di un sistema economico già amorale per sua intrinseca natura e per questo più propenso a delinquere. Ciò che stupisce è la ribalta degli stessi personaggi, la riproposizione delle solite facce di sempre, legate con doppio filo ad un passato che non vuole passare, secondo un copione fin troppo noto.

LA ‘FRODE CAROSELLO’
 L’ultima (ma non definitiva) della serie, è l’ennesima truffa finanziaria che ha tra i principali protagonisti due delle principali compagnie di telefonia italiane: FASTWEB e TELECOM Italia tramite la propria controllata SPARKLE.
Sembra che i due colossi delle tlc si fossero specializzati nella compravendita fittizia di servizi telefonici, tramite un’intricata serie di triangolazioni societarie e finte fatturazioni, finalizzata alla creazione di falsi crediti IVA.
Il giochino contabile, conosciuto nell’ambiente come “Frode Carosello”, andava avanti almeno dal 2002 ed ha comportato un danno di 365 milioni di euro, per mancati introiti, alle esangui casse di uno Stato, particolarmente prodigo quando c’è però da favorire i ladroni amici…
Nella sua estensione, la natura della frode è molto più complicata. Tuttavia, una delle varianti più semplici consiste nella vendita di traffico telefonico ad aziende estere in ambito europeo, esenti dal pagamento dell’IVA secondo la normativa comunitaria. Per la transazione internazionale, ci si avvale di intermediari commerciali: sono società di comodo per il transito di capitali, con sede nazionale ed estera (Panama; USA; Svezia).
Le Limited straniere (chiamiamole Beta) acquistano i pacchetti telematici dalle grandi compagnie italiane (Alfa). Questo tipo di transazioni, in quanto esportazioni estere, non sono soggette al pagamento dell’IVA, per mancanza del presupposto territoriale.
A loro volta, le stesse aziende estere rivendono il pacchetto appena acquisito ad una o più società terze (denominate ‘cartiere’), con sede in Italia, che rigirano nuovamente il prodotto alle compagnie originarie (sempre Alfa). Queste ultime versano in anticipo il pagamento dell’IVA sul prodotto riacquistato, direttamente nelle casse della società cartiera. In questo modo, Telecom Sparkle (o chi per lei) vanta un credito d’imposta nei confronti del Fisco italiano; si tratta di un rimborso che può scorporare in fase di bilancio dal resto delle somme da versare all’erario.
La ‘cartiera’ (Gamma) non solo si guarda bene dal versare l’IVA dovuta, ma viene altresì posta in liquidazione (o fallimento) a transazione avvenuta, per rinascere sotto altro nome e pronta a ricominciare il giro, con i suoi flussi di cassa virtuali.
Il cosiddetto mobile phone supply (traffico di schede prepagate; accesso a servizi internet…) è totalmente inesistente, così come è fittizia la compravendita di servizi in realtà mai forniti, tramite le ‘cartiere’ che erogano false fatture, incrementando i rimborsi e creando fondi neri.
È più o meno, quanto avveniva in SPARKLE, sotto la famigerata amministrazione TELECOM di Marco Tronchetti Provera. Grossomodo, sembra sia il caso della FASTWEB guidata da Silvio Scaccia.

Operazione PHUNCARD-BROKER
 Nel 2004, su segnalazione dell’Agenzia delle Entrate di Roma, il Nucleo di Polizia Valutaria della Guardia di Finanza avvia una serie di indagini tributarie sui bilanci di TELECOM per sospetta elusione fiscale. I finanzieri scoprono una serie di ingenti movimenti contabili poco chiari, tra intermediari italiani ed esteri, con società finlandesi che fatturano miliardi per gestire traffici telefonici da Parigi a Roma. L’interesse delle Fiamme Gialle si concentra sulla concessione dei ‘servizi’ dial-up (la truffa dei numeri dialer) e, seguendo il groviglio delle società coinvolte, vira rapidamente verso FASTWEB in merito alla commercializzazione delle Phuncards: carte prepagate per l’accesso, tramite un sito internet, a contenuti tutelati dal diritto d’autore (royalties). Salvo scoprire che non esiste alcun sito né diritto tutelato, ma solo una massiccia produzione di fatture false per operazioni mai effettuate.
Al contempo, sempre a Roma, i Carabinieri del ROS indagano su un giro di usura ai danni di un imprenditore locale, taglieggiato da… un ufficiale della Guardia di Finanza del nucleo anti-estorsioni!
“L’11 febbraio 2004 la Procura di Roma chiede ai carabinieri dei Ros di riscontrare le dichiarazioni della denuncia presentata da Vito Tommasino, che accusava il maggiore Luca Berriola di averlo ricattato e di avergli prestato soldi a tassi d’usura incredibili.”
Berriola utilizza l’imprenditore Tommasino, per far rientrare dall’estero 1,5 milioni di euro su un suo conto corrente cifrato panamense e riconducibile alla Broker Management SA, i cui flussi finanziari sono risultati ricollegabili al traffico di carte telefoniche sulle quali stanno già indagando i militari del Nucleo valutario della GdF.
Agli inquirenti non serve molto per capire che le indagini sono strettamente collegate: tanto i militari della Finanza tanto quelli dell’Arma, stanno investigando sulla medesima banda criminale coinvolta in due diverse operazioni di riciclaggio.
Le due indagini vengono quindi riunite e poste sotto il coordinamento della Procura Distrettuale Antimafia di Roma, fino ai 56 arresti degli ultimi giorni per associazione a delinquere transnazionale pluriaggravata.

I BRICCONCELLI
A gestire l’immenso giro di denaro sporco è un’agguerrita cricca di riciclatori professionisti, che opera su dozzine di conti correnti. L’intraprendente gruppo traffica in diamanti e beni di lusso; non disdegna di investire i suoi proventi nel mercato delle armi e in forniture militari nel sud-est asiatico. In eccesso di liquidità, effettua compravendite immobiliari e cerca persino una partecipazione in FINMECCANICA. Inoltre, attraverso una galassia di piccole società, offre i propri servizi di intermediazione finanziaria ai manager di Fastweb e Telecom Sparkle.
Nell’organizzazione confluiscono neo-fascisti militanti, vecchi esponenti della Banda della Magliana e capibastone delle ‘ndrine crotonesi.
Ma nel mazzo ci sono pure consulenti finanziari e liberi professionisti, manager in carriera e specialisti in intermediazioni d’affari sui mercati esteri. Ognuno col suo soprannome, come si conviene nel bestiario della mala romana. È divertente notare come uno dei principali broker implicati nel riciclaggio internazionale, Marco Toseroni (detto er Pinocchio), presenti l’attività nel proprio curriculum vitae:

“In 21 investimenti, ho assunto il ruolo di consulente e successivamente di dirigente essendo coinvolto nel processo di selezione delle opportunità di investimento e negoziazione dei deal (operazioni commerciali n.d.r). Ho inoltre svolto attività di consulenza finanziaria e di pianificazione strategica rivolte ad imprese a conduzione familiare in ordine al perfezionamento di acquisizioni, allo sviluppo di canali commerciali all’estero, alla ristrutturazione del business”

Più che un clan mafioso, è un piccolo partito del malaffare organizzato che vanta persino un proprio rappresentante in Senato: Nicola Paolo Di Girolamo. Ma andiamo per ordine…

 Gennaro MOKBEL. È il Mister X di questa sorta di Spectre capitolina. Mokbel, madre napoletana e padre egiziano, 50 anni ben portati, è una vecchia conoscenza della DIGOS romana…
Vecchio fascistone dalle simpatie neo-naziste, in gioventù bazzica gli ambienti eversivi di Terza Posizione, entrando presto nella rete di fiancheggiatori dei NAR. Infatti, nel maggio 1992, viene arrestato durante un blitz dell’UCIGOS insieme ad Antonio D’Inzillo, un latitante che Mokbel nasconde in casa sua, e si becca tre mesi di reclusione. Con gli anni, si dedica al più lucroso traffico di stupefacenti, guadagnandosi a contorno una serie di condanne per ricettazione, detenzione di armi da fuoco, lesioni aggravate, e “usurpazione di titoli”, prima di riciclarsi come imprenditore criminale. Tuttavia, non dimentica i vecchi camerati (Mambro, Fioravanti, Pedretti) ai quali si vanta di pagare le spese legali. Ne parla al telefono con Carmine Fasciani, esponente della criminalità romana, legato ai resti della Banda della Magliana:

“Valerio e Francesca… Dario Pedretti…te li ricordi tutti?… Li ho tirati fuori tutti io …tutti con i soldi mia, lo sai quanto mi so costati Ca’?… un milione e due…un milione e due!”

Un discorso a parte merita Antonio D’Inzillo, giovanissimo killer dei NAR passato alla Banda della Magliana. Per chi ha letto ‘Romanzo Criminale’ di Giancarlo De Cataldo, D’Inzillo è Il Pischello.
A.D’Inzillo, classe 1963, figlio di un noto ginecologo della Capitale, comincia la sua militanza politica nei CLA (Costruiamo l’Azione) d’ispirazione ordinovista.

Il 17/12/1979 a Roma un commando dei NAR uccide il 24enne Antonio Leandri [maggiori dettagli li trovate QUI]. I killer materiali sono Bruno Mariani e Giusva Fioravanti; l’autista alla guida di una Fiat 131 rubata è il 16enne D’Inzillo. Il gruppo di fuoco viene arrestato quasi subito, tranne Fioravanti che riesce a scappare.
Bruno Mariani ha 19 anni, una militanza studentesca in Avangurdia Nazionale ed amicizie con l’ala militare dei CLA, dove conosce D’Inzillo che si unisce alle sue scorribande squadriste. Dopo l’arresto per l’omicidio Leandri, il minorenne D’Inzillo viene condannato in primo grado a 15 anni di reclusione, ma nel marzo 1985 viene scarcerato per decorrenza dei termini di custodia cautelare.
Il 02/03/1989 viene nuovamente arrestato, insieme a due camerati di TP, presso il deposito bagagli della stazione Tiburtina di Roma, mentre ritira un borsone con le armi dei NAR. Nel gruppetto c’è anche Giorgio De Angelis, attualmente consigliere del sindaco Alemanno.
 In carcere D’Inzillo rimane poco anche stavolta, sempre per decorrenza dei termini di custodia, tuttavia fa in tempo a conoscere Marcello (Marcellone) Colafigli, uno dei boss della Magliana, ed a prendere contatti con l’omonima banda.
Cocainomane abituale, D’Inzillo viene successivamente accusato di aver provocato la morte, durante una lite, di Patrizia Spallone con la quale ha una relazione sentimentale. La ragazza è la nipote del chirurgo di Togliatti.
D’Inzillo fugge in Belgio, ma nel 1991 viene estradato in Italia per traffico di stupefacenti.
Nel 1993, nell’ambito della faida che vede coinvolti vari esponenti della Banda della Magliana, viene incriminato per l’assassinio di Enrico De Pedis, detto Renatino (è il Dandy di ‘Romanzo Criminale’), boss del gruppo dei ‘Testaccini’, ammazzato il 02/02/1990.
A questo punto, D’Inzillo si dà alla latitanza e di lui si perdono (apparentemente) le tracce. 
Ufficiosamente, D’Inzillo si trasferisce in Africa dove fa il mercenario per gruppi paramilitari, che gestisce in proprio ed affitta per servizi particolari in Kenya, Congo, Uganda… in quanto lavora “al servizio di apparati governativi come coordinatore militare di attività segrete, assolutamente illecite, quali la raccolta e il trasporto di legname rubato in territorio sudanese oltre al traffico di particolari risorse minerarie, come l’oro del Congo”. In Uganda si mette sotto la protezione del presidente Museveni, organizza squadre di autodifesa  contro i macellai dell’LRA, e si dedica al lucroso traffico internazionale di diamanti, che (guarda caso) costituiscono una voce importante negli investimenti di Gennaro Mokbel, che sembra procurarsi la materia prima con estrema facilità tramite dei canali privilegiati…
Rintracciato dalla magistratura italiana, nel 2008 D’Inzillo muore. Una scomparsa provvidenziale che però non produce cadaveri, visto che il corpo è stato cremato e, al di fuori del certificato, nulla attesta il decesso. Incredibilmente, la notizia la trovate QUI.

 Fabrizio RUBINI. Già rinviato a giudizio per omicidio aggravato  (QUI), è un nome noto alla Polizia: “nel 2005 è finito in carcere a Regina Coeli, accusato di aver ucciso il rivale in amore, un geometra di Ostia. Nonostante l’accusa grave e le intercettazioni che inchiodavano lui e l’amante, Rubini è stato scarcerato nel 2006. Sembra si sia rimesso subito in affari. Rubini, commercialista noto della Capitale, è stato socio con Di Girolamo in varie società (Wbc srl; Emmemarine srl; Progetto Ristorazione), ma secondo gli inquirenti ora mira in alto: sarebbe lui l’intestatario di un conto a San Marino dove vengono accreditati milioni di euro, soldi che la banda mandava dalle società di vari paradisi fiscali” (fonte La Repubblica).

 Paolo COLOSIMO. Avvocato vicino agli ambienti neo-fascisti della Capitale, è il difensore di Niccolò Accame, ex portavoce di Francesco Storace, nel processo Lazio-gate. È anche l’ex legale dell’immobiliarista Danilo Coppola: uno dei Furbetti del Quartierino. Coppola è indagato dalla Procura di Roma per sospette operazioni di reciclaggio per conto di Enrico Nicoletti, il cassiere della ‘Banda della Magliana’, Aldo De Benedittis ed i fratelli Ascenzi, a loro volta legati ad Enrico Terribile e tutti cresciuti sotto l’ombra protettiva della Bandaccia.
Nel maggio 2007, l’avv. Colosimo viene arrestato per associazione a delinquere finalizzata alla bancarotta fraudolenta ed intestazione fittizia di beni, in seguito al crack del gruppo Coppola, quindi posto agli arresti domiciliari. Tra l’altro, l’avvocato aveva già all’attivo una condanna per porto abusivo di armi da sparo.
Ma Paolo Colosimo è anche il difensore di fiducia di Giuseppe Arena, affiliato all’omonima cosca calabrese, operante nella provincia di Crotone…

 Franco PUGLIESE. 53 anni, è stato condannato in via definitiva per oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale, violazione di sigilli, abusivismo edilizio, ricettazione, estorsione ed usura.
Nel maggio del 1997 il Tribunale di Crotone confisca a Pugliese beni per un valore di 12 miliardi di lire. Al presunto boss, in quell’occasione, fu applicata la sorveglianza speciale per tre anni.
Inoltre, Franco Pugliese è strettamente legato alla famiglia mafiosa degli Arena,
“in considerazione del fatto che la figlia Mery è la compagna del latitante Fabrizio Arena (il cui padre, Carmine, uno degli esponenti storici dell’omonima cosca di Isola Capo Rizzuto risulta ucciso in un eclatante agguato mafioso nel 2004, mediante l’esplosione di un colpo di bazooka) e la sorella PUGLIESE Vittoria risulta sposata con Nicoscia Pasquale, già inserito nell’omonima cosca e assassinato in data 11/12/04.” (Tribunale di Roma, 23/02/2010)

Roberto MACORI. Già condannato in via definitiva per bancarotta fraudolenta ed evasione fiscale, è l’inviato speciale di Mokbel nei rapporti di collaborazione con i calabresi.

Nicola DI GIROLAMO È il pezzo pregiato della collezione Mokbel: l’utile idiota posto a rappresentare gli interessi della banda in Parlamento, con la gentile collaborazione della ‘Ndrangheta calabrese.
Romano, avvocato, imprenditore, il 50enne Di Girolamo cura il giro di intermediazioni societarie per conto di Mokbel, si preoccupa di reinvestire i capitali illeciti e dell’esportazione di valuta all’estero (Panama e Hong Kong). Soprattutto, è coinvolto nelle intestazioni fittizie di beni e nel riciclaggio internazionale, con l’aggravante di rivestire il ruolo di promotore ed organizzazione dell’associazione a delinquere, secondo quanto riportato dai magistrati.
Vuoi perché Di Girolamo abbia ambizioni politiche… Vuoi perché Mokbel ritenga la rappresentanza parlamentare utile alla causa… Com’è, come non è, ad un certo punto la banda decide di candidare Di Girolamo alle elezioni.

BIRBANTELLI IN PARLAMENTO
Nel 2007 anche Gennaro Mokbel aveva tentato la via politica aderendo ad “Alleanza Federalista”, un movimento nato nell’ottobre 2003 come costola romana della LEGA NORD. Dopo aver assunto la carica di ‘segretario regionale’, Mokbel distribuisce le cariche tra moglie e parentado associato.

“Nell’ottobre 2007, a seguito dei contrasti con i vertici di Alleanza Federalista accusati di immobilismo ma soprattutto di non coinvolgere MOKBEL Gennaro nella condivisione/scelta delle strategie politiche, maturerà la decisione di costituire un autonomo gruppo politico a cui veniva dato il nome di Partito Federalista Italiano. Partito attraverso cui venivano avviati una serie di contatti con esponenti politici di primo piano, che culmineranno nella candidatura alle elezioni politiche del 13 e 14 Aprile 2008 di DI GIROLAMO Nicola, quale candidato al Senato.”

 (Atti dell’inchiesta)

È Mokbel che pensa a tutto: soldi, finanziamenti, appoggi politici, alleanze, strategie… Tanto che l’avv. Di Girolamo sembra quasi disinteressarsi alla sua campagna elettorale. E mal gliene incolse!
Le intercettazione telefoniche la dicono lunga su quale fosse la reale stima del suo capo e la considerazione di cui gode Di Girolamo nel resto del gruppo:

“Hai sbagliato però… a Nicò… ma tu ma dove cazzo… che me stai a pija per culo?!? A Nicò guarda che io… ti do una capocciata eh… Nicò?!? (…) Io me altero che tu me prendi per il culo… Io te indico come segretario politico… che so due giorni che me dice c’abbiamo una serie di incontri… col sindaco de Marino, con tutta gente… e tu non m’hai… non mi hai mai fatto una telefonata! Nicola io non so se tu sei capace a comportarte o sei non sei capace a fare delle cose. Tutti gli altri esistono per darte ‘na mano a farle ‘ste cose, non per essere trattati con sufficienza, con menefreghismo, con superficialità… Nicò, non stai facendo un cazzo, perdendoti nelle tue elucubrazioni, ti ho avvisato la prima, ti ho avvisato la seconda, e ti ho avvisato la terza volta… qui si tratta che tu stai sulla luna (…) e rimani ne a luna… perché io appresso a un coglione come te nun me ce ammazzo… Nicò… hai capito?!? Non ce perdo tempo, non ce perdo più soldi! Ti ho continuato a dire: tocca fare questo, tocca fare quello, tocca fare quest’altro… tu fai solo una confusione inutile, giri su te stesso, fai rodere il culo a tutti quanti… poi siccome non te dicono un cazzo a te, vengono da me… oh che dovemo fa?!? L’incontro tocca farlo, st’altra cosa tocca farla… e a un certo punto me so rotto i coglioni, capito caro Nicola?  Vai a fare il senatore, prendi i tuoi sette mila euro al mese, vattene affanculo a me non me rompe li coglioni sennò te metto le mani addosso!”

Vista la caratura del candidato, per la bisogna, Gennaro Mokbel si appoggia alla comprovata esperienza delle cosche calabre nel reperimento voti. E qui entra in gioco Franco Pugliese, che si accolla il disturbo in cambio del pagamento delle spese e di un prestanome a cui intestare uno yacht appena acquistato. Roberto Macori (l’uomo di Mokbel) e  Giovanni GABRIELE (il referente della cosca) volano subito in Germania, nella zona di Stoccarda, dove iniziano a rastrellare voti tra gli immigrati calabresi, procacciandosi schede elettorali in bianco da falsificare.
Di Girolamo viene eletto nelle liste PDL per la circoscrizione estera – collegio Europa e diventa senatore della Repubblica con 22.875 voti validi. Il 29/12/08 il sen. Sergio De Gregorio (Pdl) annuncia la nomina di Nicola Di Girolamo a vicepresidente della sedicente fondazione “Italiani nel mondo”. Diventa membro della III° Commissione Affari Esteri del Senato ed entra a far parte anche del Comitato per le questioni degli Italiani all’estero.
Tuttavia, a scanso di equivoci, subito dopo l’elezione Mokbel ricorda al neo-eletto senatore chi è che comanda davvero:

“Da ‘sto momento la vita tua è questa: senato, viale Parioli, viale Parioli, senato e a casa. Poi da viale Parioli si decide co’ chi devi sta a pranzo, con chi devi sta a cena, che devi incontra… chi dobbiamo vede’, i viaggi che se demo fa… Se lo capisci, bene! Sennò vattene per i cazzi tua, prendi un milione e cento e va a… Mettemo un altro… non c’ho tempo da perde”

E non perde occasione per ribadire il concetto al povero senatore pezza da piedi che, tra minacce e umiliazioni, fa quasi pena:

“Mò ricordati che devi paga’ tutte le cambiali che so state aperte e in più devi paga’ lo scotto sulla tua vita, Nicò perché tu una vita non ce l’avrai più.. ricordati che dovrai fare tutte le tue segreterie, tutta la gente sul territorio, chi te segue le Commissioni, il porta borse, l’addetto stampa, il cazzo che se ne frega… ma come ti funziona ‘sto cervello Nicò?”

Pare infatti che Di Girolamo non sia stato poi un grande investimento politico… Preoccupato di cancellare le tracce che possano collegarlo alla sua passata attività di riciclatore, fa casino sui vecchi c/c e sull’allineamento dei ‘poteri di firma’. Soprattutto, prende iniziative autonome dal resto della banda e pasticcia con gli svizzeri della Egobank di Lugano. Il senatore infatti è preoccupato di finire come Coppola e Fiorani.
Di errore in errore, Di Girolamo continua a suscitare le ire del ras della Camilluccia, che non lesina complimenti alla sua creatura malriuscita:

MOKBEL: «Se t’è venuta la “candidite”, se t’è venuta la “senatorite” è un problema tuo, però stai attento che ultimamente te ne sei uscito 3-4 volte che io sò stato zitto, ma oggi mi hai riempito proprio le palle Nicò, capito?!? Se poi dopo te e metto tutte in fila e cose… abbozzo du volte… tre volte…»
DI GIROLAMO: «Comunque, guarda, mi dispiace…»
MOKBEL: «Devo aprì bocca Nicò? devo aprì a bocca mia? Io quando apro a bocca faccio male, a secondo del male che si fa, Nicò, hai capito? Vuoi che parlo io?
(…) Non me ne frega un cazzo, a me di quello che dici tu, per me Nicò puoi diventà pure presidente della Repubblica, per me sei sempre il portiere mio, cioè nel mio cranio sei sempre il portiere, non nel senso che tu sei uno schiavo mio, per me conti come il portiere, capito Nicò? Ricordati che io per le sfumature mi faccio ammazzà e faccio del male!»

In un’ampia scelta di casistiche, il senatore Di Girolamo può scegliere se essere lo schiavo, il portiere, o il pupazzo di Mokbel:

“lui è legato a me non da filo doppio, ma da cento fili… senza de me è finito, non può far nient’altro”

Tuttavia, non tutte le ciambelle riescono col buco…
Già alla vigilia della sua elezione a senatore, Di Girolamo viene sospettato di aver falsificato la sua residenza all’estero. Il Tribunale di Roma ne chiede l’arresto per attentato ai diritti politici, falso ideologico, false dichiarazioni, e falsificazione di atti pubblici.
 Settembre 2008; il Senato non concede l’autorizzazione a procedere l’arresto contro Di Girolamo e rinvia l’ipotesi di decadenza dal seggio senatorio alla Giunta delle Elezioni per il Senato.
 20 ottobre 2008; la Giunta delle Elezioni ordina l’annullamento della nomina, ma la decisione viene sospesa per l’intervento dal senatore Andrea Augello (Pdl), ventriloquo di Alemanno a Roma.
 29 Gennaio 2009; il Senato rimette la decadenza Di Girolamo come senatore, alla futura sentenza penale.
 Febbraio 2009. Si sveglia il ferale presidente del Senato, Renato Schifani, che promette tempi certi per la rimozione dell’imbarazzante senatore, avvertendo fortemente l’esigenza di eiattare il degno prodotto del ‘popolo delle libertà’…

“Sei una grandissima testa di cazzo… Nicò sei proprio sballato. Sei una grande delusione, lo sai Nicò?” 

(Gennaro Mokbel)

CAMERATA ANDRINI, PRESENTE!!
 Stando alle amabili definizioni del gran capo, se Di Girolamo è un “coglione” è pur vero che questi vanno sempre abbinati in coppia…
Che cosa è successo? Per essere candidati nella Circoscrizione Europa, bisogna innanzitutto risiedere all’estero. E non è il caso dello strapazzato Di Girolamo.
A falsificare i certificati di residenza, ci pensa un altro fenomeno da baraccone pescato tra i protetti di Gianni Alemanno. Si tratta dell’ormai famoso Stefano Andrini: un personaggio dagli interessanti contatti…
Andrini infatti conosce bene l’ambasciatore italiano in Belgio, Sandro Maria Siggia. Inoltre, entra in contatto con Aldo Mattiussi, un funzionario del Consolato italiano a Bruxelles, che provvede a certificare la falsa residenza dell’avv. Di Girolamo nella capitale belga.
Stefano Andrini si preoccupa pure di scegliere l’alloggio per l’aspirante senatore e non ha niente di meglio che indicare, nell’attestazione di residenza, un trilocale in uso a studenti fuori sede…
Andrini ha un amico suo pugliese che è “borsista” (mò si chiamano così) presso il Parlamento Europeo. Il borsista ha un appartamento in locazione, che sub-affitta ad altri ragazzi per pagarsi le spese. E si offre di ospitare pure Di Girolamo.
Persino gli inquirenti non resistono dall’ironizzare sulla brillante sistemazione offerta da Andrini:

«Ed è questa sistemazione che viene scelta a Bruxelles come “residenza” del futuro senatore della Repubblica. Si tratta di un appartamento evidentemente inidoneo, costituito da un salone, due stanze e servizi, in cui il professionista romano, avv. Di Girolamo Nicola Paolo, avrebbe dovuto risiedere dormendo sul divano-letto della sala, poiché le due camere erano già occupate da altri ragazzi»

Poi, come al solito, Di Girolamo ci mette del suo e sbaglia a trascrivere l’indirizzo, fino all’epilogo di questi giorni.
Alla luce dei fatti, visto l’enorme potere che la categoria ingiustamente sottovalutata può acquisire ed esercitare, la domanda nasce spontanea: quanto può essere pericoloso un coglione?

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SANTI SUBITO!

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01 - Fioravanti Mambro
Si fanno le coccole. Rilasciano interviste. Partecipano a dibattiti e presentazioni. Firmano autografi. Sono gli special guest ai meeting di “Comunione e Liberazione” dove narrano tra applausi scroscianti un’esemplare esperienza di vita: fulgido esempio morale di coppia modello, regolarmente sposata come vuole Santa Romana Chiesa. Come tutte le superstars che si rispettino, godono di un nutrito seguito di fan ed estimatori… Sono le iconcine sacre che adornano la sacrestia dei sacerdoti di “Legge & Ordine”. Sono le figurine pregiate nell’album-ricordi per i fanatici della “Tolleranza Zero”; di quelli che vorrebbero un ‘uomo in divisa’ ad ogni angolo, in nome della “sicurezza”.
Sono Giuseppe Valerio Fioravanti e Francesca Mambro.
Giusva & Francy (possiamo chiamarvi così, vero?!?) da sempre pericolosamente insieme. TVTB. Kiss-kiss! Bang-bang! Gli eroi neri dello spontaneismo eversivo, la coppia assassina dello stragismo indiscriminato, insieme al loro amichetto di sangue: Luigi Ciavardini.
Finalmente liberi, redenti nell’impunità, un sicuro ruolo da protagonisti nell’Italia fascistizzata dal ventennio berlusconiano, restituita al trionfo delle celebrazioni littorie, e una predisposizione per l’omicidio di massa. Roba che manco Donato Bilancia!

02

Piuttosto che tracciare una breve storia dei NAR (Nuclei Armati Rivoluzionari), abbozzando una biografia degli sciagurati protagonisti (avremo tempo e modo per fare entrambe le cose), preferiamo ricordare a chi se ne fosse dimenticato il profilo criminale di alcuni dei suoi massimi esponenti, tralasciando le loro responsabilità nel massacro bolognese… Esiste infatti un vasto movimento trasversale, teso a sottolineare le incongruenze e l’estraneità della Banda Fioravanti nell’attentato alla Stazione Centrale di Bologna. Comunque, alle interviste auto-assolutorie di Giusva Fioravanti, noi preferiamo la più complessa lettura delle carte processuali che hanno determinato la condanna.
Ad onor del vero, i NAR non costituiscono una struttura organizzativa ben definita. Sono piuttosto una sigla ideata dalla ‘Banda Fioravanti’, un movimento liquido nel quale transitano i ventenni del cosiddetto “spontaneismo armato”, provenienti dalla galassia dell’estrema destra fascista. Più che un marchio di fabbrica, si tratta di un vessillo identitario da usare in una specie di franchising ideologico.
03 - Giusva Cominciamo dunque dal tenero “Giusva”, il ragazzino prodigio che dalla tranquilla provincia trentina (è nato a Rovereto, il 28 Marzo 1958) si trasferisce nelle grande città, Roma, dove subisce i traumi e le incredibili privazioni di una vita difficile in contesti degradati. Infatti, vive nel quartiere borghese di Monteverde. Il padre, Mario Fioravanti, lavora in RAI e le opportunità non mancano… Giusva si può permettere vacanze studio in USA. E la scuola privata, il “Monsignor Tozzi”, dove conosce altri figli di papà come lui, coi quali andrà in giro ad ammazzare la gente, quando non frequenta le sezioni del MSI. 02 - Grazie Nonna Di Giusva vogliamo ricordare i precoci esordi cinematografici: è il bimbo giudizioso della “Famiglia Benvenuti”. Maliziosamente trasgressivo in “Grazie Nonna”: indimenticabile capolavoro della commedia sexy all’italiana.
Un’adolescenza serena, fatta di risse e pestaggi con i ‘compagni’; danneggiamenti vari; qualche furtarello; un po’ di ricettazione; possesso illegale di armi da fuoco…

28-02-1976: tentato omicidio.
15-12-1976: tentato omicidio; violazione disposizioni sul controllo delle armi.
23-12-1976: violazione della normativa su armi, munizioni, aggressivi chimici e congegni micidiali.
30-12- 1976: ricettazione continuata.
09-01-1977: tentato omicidio; violazione delle disposizioni sul controllo delle armi.
08-02-1977: detenzione illegale di armi e munizioni; violazione delle norme sul controllo delle armi, munizioni e esplosivi.
25-05-1977: detenzione illegale di armi e munizioni.
30-12-1977: detenzione illegale di armi e munizioni; danneggiamento.
31-12-1977: porto illegale di armi continuato.
04-01-1978: porto illegale di armi continuato.

Niente di grave.
Con la consapevolezza della maggior età, Fioravanti affina i suoi hobbies

28 febbraio 1978. Roma. Un Giusva non ancora ventenne è in libera uscita insieme al fratellino Cristiano ed agli amici con la macchina di mammà. Stanno perlustrando il quartiere Don Bosco-Cinecittà, zona rossa, in cerca di qualche compagno da castigare. Seduti su una panchina a P.za Don Bosco, notano due ragazzi coi capelli lunghi che chiacchierano fumando una sigaretta. Un segno inconfondibile. Fioravanti scende dall’auto, si dirige verso il gruppetto e fa fuoco: Roberto Scialabba, operaio elettricista di 24 anni, cade a terra ferito. Fioravanti gli sale sopra, si mette a cavalcioni, e lo finisce con un colpo alla testa. Poi, si gira verso una ragazza che sta fuggendo urlando e le spara senza colpirla. Anni dopo, il buon Giusva rivelerà che ciò che lo aveva più impressionato al suo primo omicidio era stata l’espressione di assoluto stupore delle sue vittime. Insomma, lui era sceso in guerra e questi non sapevano nemmeno di essere in trincea!

Marzo 1978. Sempre a Roma, giustamente indignato dai film pornografici di Pasolini, partecipa all’assalto dei missini contro il cinema Rouge et Noir dove si proietta “Salò o le 120 giornate di Sodomia”. Nel frattempo, lascia l’Università di Perugia e trova il tempo di arruolarsi nell’Esercito. Cadetto nella scuola ufficiali di Cesano, il giovane Fioravanti vuole diventare (manco a dirlo) parà della Folgore. Adesso vuole che lo si chiami “tenente”. È così ligio e disciplinato alla vita militare che lo sbattono in caserma punitiva, nelle campagne di Pordenone. Ma Giusva non si perde d’animo…

08-05-1978: abbandono di posto da parte di un militare di guardia.
09-05-1978: furto militare continuato.

In pratica si è fregato un centinaio di bombe a mano mod. SRCM dalla polveriera di Spilimbergo, mentre era di guardia. Concedendosi qualche giretto col la campagnola di servizio. Di conseguenza, il 14-06-1979, il Tribunale militare di Padova lo condannerà ad 8 mesi di reclusione, per furto di veicolo e abbandono del posto di guardia.
Il resto del 1978 invece Fioravanti lo trascorre in maniera relativamente tranquilla:

03-07-1978: rapina; porto illegale di armi.
24-11-1978: rapina.
26-12-1978: rapina; violenza privata; violazione di domicilio; detenzione illegale di armi e munizioni.

1979, Anno nuovo, vita nuova! Anche Giusva festeggia a modo suo…

9 gennaio 1979. Roma. Fioravanti ed altre tre persone assaltano la sede romana di “Radio Città Futura” dove è in corso una trasmissione gestita da un gruppo femminista. I terroristi, dal volto travisato, fanno stendere le donne presenti sul pavimento e danno fuoco ai locali. L’incendio divampa e le ragazze, terrorizzate, tentano di fuggire. Sono raggiunte da colpi di mitra e pistola. Quattro rimangono ferite, di cui due gravemente.
L’idea originale era colpire l’emittente degli autonomi, “Radio Onda Rossa”. Opzione scartata per l’evidente impermeabilità del quartiere S.Lorenzo ai fascisti.

16-06-1979. Roma, Quartiere Esquilino.
Fioravanti guida l’assalto alla locale sezione del PCI. All’interno si stanno svolgendo due assemblee congiunte: di quartiere e dei ferrovieri. Sono presenti più di 50 persone. La squadra terrorista lancia due bombe a mano SRCM, poi scarica alla cieca un caricatore di revolver. Si contano 25 feriti. Per puro caso non ci sono morti. Siamo al primo tentativo di strage e Fioravanti si arrabbia “perché non c’è scappato il morto”, come testimonia Dario Pedretti, componente del Commando. Che Fioravanti fosse colui che ha guidato il gruppo di fuoco  è accertato dalle testimonianze dei feriti e degli altri partecipanti all’azione, e da una sentenza passata in giudicato. Ciononostante, Fioravanti ha sempre negato questo suo pesante precedente stragista.

Per il resto, bisogna pur mangiare e l’intraprendente Giusva pensa al finanziamento ed al reperimento delle armi. In armeria naturalmente, con regolare rapina.

19-06-1979: ricettazione continuata.
27-11-1979: rapina (Chase Manhattan Bank); detenzione illegale di armi e munizioni; ricettazione.
05-12-1979: ricettazione continuata; violazione delle norme sulle armi, munizioni, aggressivi chimici e congegni micidiali.
11-12-1979: rapina; ricettazione; detenzione illegale di armi e munizioni.
07-03-1980: rapina; violazione delle norme sul controllo delle armi, munizioni e esplosivi.
30-03-1980: rapina; detenzione illegale di armi e munizioni; porto illegale di armi; lesioni personali; ricettazione.
Aprile 1980: violazione delle norme sul controllo delle armi, munizioni e esplosivi.

17 dicembre 1979. Roma. Fioravanti e la sua banda vogliono uccidere l’avvocato Giorgio Arcangeli, ritenuto responsabile della cattura di Pierluigi Concutelli. Il “Comandante Lillo” è un altro psicopatico pluriomicida, un ‘duro e puro’ di provenienza ordinovista e tra gli ispiratori di Ordine Nero.
Il problema è che Fioravanti non conosce l’avv. Arcangeli. Non lo ha mai visto prima!
L’agguato viene teso sotto lo studio del legale, ma a perdere la vita è un inconsapevole geometra di 24 anni, Antonio Leandri, vittima di uno scambio di persona e colpevole di essersi voltato al grido “avvocato!” lanciato da Fioravanti. A sparare addosso al geometra è uno dei complici di Fioravanti, ma a finire Leandri ci pensa Giusva il misericordioso.

6 febbraio 1980. Roma. Maurizio Arnesano ha 19 anni. È appena entrato in Polizia e presta servizio come agente di guardia al consolato libanese, in V. Settembrini.
Alla banda Fioravanti serve un mitra. Di pistole e fucili ormai ne hanno razziati parecchi, ma un mitragliatore manca alla collezione. L’M12 del poliziotto andrà benissimo.
Fioravanti parcheggia il motorino con cui è arrivato, punta la pistola contro Arnesano e gli intima di consegnargli la mitraglietta. Il ragazzo in uniforme esita, accenna una reazione, e Fioravanti gli pianta 3 pallottole nel braccio. Così ferito, per Arnesano è impossibile rispondere al fuoco. Il ragazzo, col mitra ancora a tracolla, corre verso l’ingresso del consolato per cercare aiuto e rifugio. Fioravanti gli spara altri 4 proiettili nella schiena, poi con calma si avvicina, prende l’M12, e se ne va. Giusva ha il suo giocattolo nuovo. Più tardi, a chi gli rinfaccia la vigliaccheria dell’omicidio Arnesano, un uomo ferito e colpito alla schiena, dichiarerà: “Non sparare alle spalle è un lusso”.

30 marzo 1980. Padova. Evidentemente un solo M12 non basta e quindi ci si organizza. Un commando dei NAR assalta il distretto militare di Via Cesarotti a Padova. Un sergente viene ferito e vengono rubati 4 vecchi moschetti Carcano, 5 fucili a ripetizione, pistole e proiettili. Sul muro della caserma, prima di andarsene, Francesca Mambro firma la rapina con la sigla BR per depistare le indagini.

28 maggio 1980. Roma. Quartiere Salario-Trieste, feudo nero di Terza Posizione.
04 - Franco EvangelistaUna spedizione dei NAR, alla quale partecipano Luigi Ciavardini, Fioravanti e la Mambro, decide di dare una ‘lezione’ alla Polizia e attacca la pattuglia di vigilanza che staziona davanti al Liceo classico “Giulio Cesare”. L’obiettivo era quello di disarmare i tre agenti e di schiaffeggiarli, per “ridicolizzare la militarizzazione del territorio”. La sortita però non riesce perché i poliziotti si accorgono della presenza dei terroristi e cercarono di reagire, ma gli aggressori aprono il fuoco per primi Nell’assalto muore l’appuntato Francesco Evangelista (detto “Serpico”) che viene crivellato con sette colpi di pistola, mentre il suo collega Giuseppe Manfreda rimane ferito. “Serpico” è una sorta di istituzione nella polizia romana. È un agente pluridecorato, assai rispettato per la sua professionalità ed esperienza. La morte di Evangelista provoca una reazione furiosa della Polizia che reagisce in modo inconsulto. Per l’omicidio, viene arrestato Nanni De Angelis, una giovane promessa del rugby, militante di Terza Posizione e totalmente estraneo alla vicenda. Il ragazzo verrà ritrovato impiccato in carcere con evidenti segni di violenze e percosse. A salvare dal pestaggio Ciavardini, arrestato con De Angelis, ci penserà invece il fratello che è ufficiale di Polizia, lasciando invece l’altro ragazzo fermato a fare da capro espiatorio. 

23 giugno 1980. Roma. A Viale Jonio, a cavallo dei quartieri Montesacro e Valmelaina-Tufello, viene assassinato a colpi di pistola il sostituto procuratore Mario Amato, 36 anni. L’esecutore materiale dell’omicidio è Gilberto Cavallini, ma l’assassinio è stato pianificato da Fioravanti e Mambro. Il giudice Amato è l’unico magistrato ad occuparsi di eversione nera, dopo aver ereditato per competenza i fascicoli di indagine del pm Vittorio Occorsio, a sua volta ammazzato a raffiche di mitra il 10 Luglio 1976 da Pierluigi Concutelli.
Il sostituto procuratore Amato, conduce da un paio di anni le principali inchieste sul terrorismo di destra, in assoluto isolamento. Osteggiato dai colleghi, Amato viene denigrato dal suo diretto superiore, il giudice istruttore Antonio Alibrandi, futuro deputato missino, che lo accusa di “dare la caccia ai fantasmi”. Fioravanti non conosce il volto del procuratore Amato, pertanto va in tribunale e se lo fa indicare da Alessandro, uno dei killer più spietati dei NAR nonché figlio del giudice Alibrandi. 05 Omicidio AmatoMario Amato viene assassinato mentre aspetta l’autobus per andare a lavoro. Aveva inutilmente richiesto una protezione, o quantomeno un’autoblindata, che gli fu sempre negata.
Amato aveva annunciato sviluppi clamorosi nella sua indagine, prossime «alla visione di una verità d’assieme, coinvolgente responsabilità ben più gravi di quelle stesse degli esecutori degli atti criminosi». E infatti…

2 agosto 1980. Bologna. Strage alla stazione centrale. È un’ecatombe. [Vedi post precedente] Fioravanti e camerati hanno sempre respinto con forza ogni addebito, negando recisamente la loro partecipazione alla strage.

06 - Strage di Bologna

9 settembre 1980. Roma. Nella pineta di Castelfusano viene ucciso Francesco “Ciccio” Mangiameli, docente liceale di lettere, e soprattutto dirigente di Terza Posizione per la Sicilia. TP è un movimento di estrema destra collaterale ai NAR coi quali si scambiano militanti e supporti logistici. I rapporti sono ibridi, di amore ed odio. Terza Posizione è stata fondata dall’intellettuale Gabriele Adinolfi, Giuseppe Dimitri (consigliere recentemente scomparso dell’attuale sindaco di Roma, Gianni Alemanno) e Roberto Fiore. All’omicidio Mangiamenli partecipano Francesca Mambro, Giusva Fioravanti col fratello Cristiano, Soderini e Vale.  Il corpo  viene zavorrato e gettato in un laghetto a Tor de’ Cenci. I motivi dell’assassinio non sono mai stati davvero chiariti e le cause della morte di Mangiameli restano oscure.
Allo sventurato “Ciccio” i suoi carnefici rinfacciano di essere un ‘infame’, un informatore della Polizia (a sparare è Cristiano Fioravanti, il più grande ‘paraculato’ della banda e uno che di infamate se ne intende parecchio, visto che che per ottenere l’impunità attribuirà al fratello i delitti più assurdi).  Soprattutto, gli assassini ritengono che Mangiameli si sia fregato i soldi della cassa dei NAR. Denaro che doveva servire per l’evasione di Concutelli. I soldi però non escono fuori e Giusva è furioso. Sospetta che nel furto della cassa sia coinvolto anche Fiore… O almeno così si maligna secondo alcune indiscrezioni… Ma nei confronti di Roberto Fiore è stato spiccato un mandato di cattura per reati associativi e associazione sovversiva, nell’ambito della strage alla stazione di Bologna. E il dirigente di TP si è dato alla fuga. Dalla sua latitanza londinese, Fiore creerà un piccolo impero finanziario, con non si sa bene quale capitale. Al suo rientro in Italia, dopo la prescrizione dei reati, fonderà Forza Nuova.

5 febbraio 1981. Padova. Francesca Mambro e Fioravanti devono recuperare delle armi nascoste nel canale Bacchiglione, ma vengono notati da una pattuglia dei Carabinieri che si ferma per controllare. Fioravanti finge di arrendersi, mentre la Mambro resta nascosta dietro l’auto pronta ad aprire il fuoco. Nella sparatoria muoiono i carabinieri: Enea Codotto, 25 anni e Luigi Maronese, 23 anni. Dagli atti del processo è emerso che durante l’imboscata Fioravanti ha fatto finta di arrendersi. Poi ha gridato alla Mambro, nascosta dietro un’auto, «Spara! Spara!».
Ferito alle gambe, Fioravanti verrà arrestato la notte stessa.

Giuseppe Valerio Fioravanti, detto Giusva, è stato condannato a 8 ergastoli, ai quali si aggiungono altri 134 anni e 8 mesi di reclusione. La mancata corrispondenza tra numero di ergastoli e numero di omicidi è dovuta all’applicazione del vincolo della continuazione.

ergastolo per l’omicidio di Roberto Scialabba (28 febbraio 1978)
ergastolo per l’omicidio di Antonio Leandri (17 dicembre 1979)
ergastolo per l’omicidio di Maurizio Arnesano (6 febbraio 1980)
ergastolo per l’omicidio di Franco Evangelista (28 maggio 1980)
ergastolo per l’omicidio di Mario Amato (23 giugno 1980)
ergastolo per la strage alla Stazione di Bologna (2 agosto 1980)
ergastolo per l’omicidio di Francesco Mangiameli (9 settembre 1980)
ergastolo per l’omicidio di Enea Codotto e Luigi Maronese (5 febbraio 1981)

Fioravanti ha inoltre accumulato altri 134 anni e 8 mesi di reclusione per reati quali: furto e rapina (una ventina), violazione di domicilio, sequestro di persona, detenzione illegale di armi, detenzione di stupefacenti, ricettazione, violenza privata, falso, associazione a delinquere, lesioni personali, tentata evasione, banda armata, danneggiamento, tentato omicidio (28 febbraio 1976, 15 dicembre 1976, 9 gennaio 1977, 28 febbraio 1978, 6 marzo 1978), incendio, sostituzione di persona, strage, calunnia, attentato per finalità terroristiche e di eversione.

Dal 2 agosto 2009 (XIX° anniversario della strage di Bologna) è tornato ad essere un uomo libero nella pienezza dei propri diritti. La riabilitazione del condannato, anche all’ergastolo, è prevista dall’articolo 179 del codice penale. Il 15 aprile 2004, Fioravanti ha ottenuto dal Tribunale di sorveglianza la libertà condizionale perché ha tenuto «un comportamento tale da fare ritenere sicuro il suo ravvedimento» e, come prevede l’articolo 176 del codice penale, ha potuto lasciare il carcere. Dopo cinque anni di libertà vigilata, ha ottenuto la riabilitazione che «estingue le pene accessorie e ogni altro effetto penale della condanna».
La pena è estinta. Certezze del diritto.

07 - Padova 1981

Ogni Clyde ha la sua Bonnie.
08 - mambro Compagna inseparabile di Giusva è
FRANCESCA MAMBRO.
Praticamente coetanei, con un anno di differenza. Con Fioravanti la Mambro condivide tutto, moralmente e materialmente, comprese le azioni criminose dove però agisce come ‘staffetta’ o come riserva, pronta al fuoco di copertura ove sia necessario.
Insieme percorrono le tappe sanguinose di una discesa agli Inferi, dalla quale si può risalire…
Estinzione della pena: 2013.
Riportiamo alcune azioni terroristiche imputate alla Mambro (molte delle quali compiute insieme a Fioravanti) e per le quali è stata condannata.

7 marzo 1979. Roma. A modo suo, Francesca decide di festeggiare la “festa della donna” in anticipo sulla data. Con un gruppo di estremiste di destra, lascia una rudimentale bomba davanti alle finestre del Circolo culturale femminista nel quartiere Prati, a Roma. A pochi metri di distanza, Valerio Fioravanti ed altri estremisti armati, restano a copertura, pronti eventualmente ad intervenire.

28 maggio 1980. Roma. Partecipa all’attentato davanti al liceo Giulio Cesare dove fu ucciso l’appuntato di polizia Francesco Evangelista e ferito l’agente Giuseppe Manfreda.

23 giugno 1980. Roma. Complicità nell’omicidio del sostituto procuratore Mario Amato.

2 agosto 1980. Strage di Bologna. Per la quale si proclama innocente.

9 settembre 1980. Ostia. Omicidio Mangiameli.

5 febbraio 1981. Padova. L’assassinio dei due Carabinieri, che comportò però l’arresto di Fioravanti.

In una spirale omicida sempre più vorticosa, non mancano gli episodi di cannibalizzazione all’interno della stessa banda, fino alle ultime drammatiche azioni criminali.

31 luglio 1981. Partecipazione all’uccisione di Giuseppe De Luca, estremista di destra.

30 settembre 1981. Partecipazione all’assassinio di Marco Pizzari, sospettato di delazione dal gruppo.

21 ottobre 1981. Roma. Quartiere Ostiense. L’omicidio più brutale. Francesco Straullu è un giovane capitano di Polizia. Ha 26 anni ed è un funzionario con fama di duro. Soprattutto è un investigatore serio e preparato, che nell’ambito della DIGOS romana coordina con successo le indagini sui gruppi dell’eversione nera. Di conseguenza, negli ambienti neofascisti il brillante capitano è oggetto di un odio feroce:

Voci nell’ambiente lo accusano di torture fisiche e prepotenze sugli arrestati e abusi sessuali sulle donne: probabilmente finirà per pagare il rapporto con Laura Lauricella, l’ex donna di Egidio Giuliani, un altro capobanda detenuto e irriducibile. Lei invece si è ‘pentita’ e si aggrappa al capitano che ne gestisce il rapporto con la giustizia. Li vedono qualche volta insieme e il tam-tam dell’ambiente li fa subito diventare amanti
(Ugo Maria Tassinari. “Fascisteria”. Castelvecchi, Roma 2001)

All’agguato contro il capitano partecipano Alessandro Alibrandi, Gilberto Cavallini, e Francesca Mambro. I terroristi credono che Straullu si muova con l’autoblindata e si armano di conseguenza. In realtà, il cap. Straullu e l’agente Ciriaco Di Roma viaggiano su una normale vettura di servizio. Alibrandi usa un M1 Garand, pesante ma micidiale: un fucile da guerra calibro 7,62 caricato con pallottole traccianti.

09 - STRAULLU - DI ROMA

I due poliziotti vengo investiti da una devastante pioggia di proiettili che ne maciulla letteralmente i corpi, tanto che Cavallini deve rinunciare a trapassare il cadavere del capitano con una lancia nativo-americana, simbolo di vendetta.”
Francesco Straullu viene decapitato da una fucilata sparata a bruciapelo. L’efferatezza del crimine è racchiusa nelle parole del medico legale: «La morte di Straullu è stata causata dallo sfracellamento del capo e del massiccio facciale con spappolamento dell’encefalo; quella dell’agente Di Roma per la ferita a carico del capo con frattura del cranio e lesioni al cervello».

5 marzo 1982. Roma. Quartiere Aurelio. I desperados della banda Fioravanti rapinano un’agenzia della BNL. 10 - Alessandro CaravillaniIntercettati da una volante della Polizia, i terroristi si mettono a sparare tra i passanti. Muore lo studente Alessandro Caravillani, ucciso mentre andava a scuola.
Nella sparatoria rimane ferita anche la Mambro che verrà finalmente arrestata e nel Febbraio del 1985 sposerà in carcere Giusva Fioravanti. Dall’unione è nata una bambina.

Francesca Mambo è stata condannata a 6 ergastoli:

ergastolo per l’omicidio di Franco Evangelista (28 maggio 1980)
ergastolo per l’omicidio di Mario Amato (23 giugno 1980)
ergastolo per la strage alla Stazione di Bologna (2 agosto 1980)
ergastolo per l’omicidio di Francesco Mangiameli (9 settembre 1980)
ergastolo per l’omicidio di Enea Codotto e Luigi Maronese (5 febbraio 1981)
ergastolo per l’omicidio di Giuseppe De Luca (31 luglio 1981)
ergastolo per l’omicidio di Mambroarco Pizzari (30 settembre 1981)
ergastolo per l’omicidio di Francesco Straullu e Ciriaco di Roma (21 ottobre 1981)
ergastolo per l’omicidio di Alessandro Caravillani (5 marzo 1982)

Agli ergastoli si aggiungono ulteriori 84 anni e 8 mesi di reclusione per reati quali: furto e rapina (una ventina in tutto), detenzione illegale di armi, violazione di domicilio, sequestro di persona, ricettazione, falso, associazione sovversiva, violenza privata, resistenza e oltraggio, attentato per finalità terroristiche, occultamento di atti, danneggiamento, contraffazione impronte.
Ha scontato in carcere circa 26 anni, 16 dei quali in detenzione permanente più circa 10 in regime di semilibertà. Nel 2013 Francesca Mambro tornerà ad essere una donna libera con la completa estinzione della pena ed il pieno reintegro dei diritti.
Per quella data, Mambro e Fioravanti, se lo vorranno, potranno anche aspirare ad una possibile candidatura alle prossime elezioni politiche, che siamo certi non mancherà…

Né lei né il marito hanno mai mostrato una vera presa di distanza dalle loro azioni delittuose, né hanno mai intrapreso alcuna forma di dissociazione. Meno che mai hanno corrisposto una qualche forma di risarcimento dei danni alle vittime.

L’Italia è davvero uno strano paese.

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La bomba di Stato

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Io so.
Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato “golpe” (e che in realtà è una serie di “golpe” istituitasi a sistema di protezione del potere).
Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.
Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.
Io so i nomi del “vertice” che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di “golpe”, sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli “ignoti” autori materiali delle stragi più recenti.
Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969) e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974).
Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l’aiuto della Cia (e in second’ordine dei colonnelli greci della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il ’68, e in seguito, sempre con l’aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del “referendum”.
Io so i nomi di coloro che, tra una Messa e l’altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l’organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neo-fascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista). Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi italiani bruciavano), o a dei personaggio grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli.
Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer e sicari.
Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.
Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero.

(Pier Paolo Pasolini – 14 Novembre 1974)

L'ora della strageBologna, 2 Agosto 1980. Fa caldo alla Stazione Centrale, nonostante sia mattina, e la sala d’attesa è già piena: comitive di ragazzi; giovani coppie in partenza; anziani. C’è chi aspetta un amico e chi invece ha perso una coincidenza. Chi parte per la prima volta e chi, come la piccola Angela, si è affacciata da poco alla vita.
Ore 10,25. Un lampo improvviso e Angela non esiste più. Il boato schiaccia i timpani e investe i presenti con una scarica di schegge, di vetri e detriti. L’onda d’urto è devastante. Risucchia i polmoni. Strappa gli arti. Si porta via i vestiti e la pelle. Sconquassa i corpi e li spazza lontano. Sui binari. Contro le carrozze del treno Ancona-Chiasso. La fiammata arriva subito e brucia la carne viva dei superstiti: un vento bollente che corrode le ferite fino alle ossa.
Polvere. Macerie. Morte.

“È esplosa una caldaia!”

Lo scrive in prima pagina ‘Il Resto del Carlino’. Lo dice la Polizia. Lo sostiene il Governo Cossiga.
Si scoprirà poi che ad esplodere è stata una valigia, appesantita con qualche chilo di esplosivo di uso militare. Per l’esattezza, si tratta di una miscela di RDX e TNT, esplosivo al plastico ad alto potenziale distruttivo: una carica di T4, ulteriormente arricchita con nitroglicerina gelatinata ad effetto detonante. La valigetta è stata opportunamente collocata su di una mensolina portabagagli, a ridosso di un muro portante nell’ala ovest della stazione, per meglio aumentare l’impatto esplosivo. L’esplosione investe la biglietteria ed i locali della ristorazione ferroviaria. Provoca il crollo del tetto della sala d’attesa della II° e della I° classe, che collassa addosso ai viaggiatori senza fare distinzioni. I cadaveri sono così tanti che un autobus della linea 37 viene dirottato e adibito ad obitorio provvisorio. Le ambulanze non bastano e si usano i taxi. I feriti sono più di duecento. Molti sono piagati da ustioni gravissime. E molti di loro moriranno dopo il ricovero.
Che si tratti di un attentato terroristico se ne renderà conto pure il Presidente della Repubblica, Sandro Pertini, immediatamente giunto sul posto. ‘Basta guardare il cratere lasciato dalla detonazione’ gli fanno notare i primi soccorritori. Ma Cossiga ed i suoi ministri ancora tergiversano. Qualcosa… e soprattutto qualcuno… deve essere sfuggito al controllo…

Carlino

Una lunga scia di sangue segna l’Italia dal 1969 al 1984. La strage di Bologna è sicuramente la più odiosa, ma è anche l’ennesimo tassello insanguinato di una strategia criminale, comunemente chiamata “Strategia della tensione”, che gode di appoggi politici e coperture istituzionali inconfessabili. Alla sua origine vi è un network politico-militare, con finalità atlantiche ed obiettivi ideologici precisi, ulteriormente cementato dal collante massonico offerto dalla Loggia P-2.
Si tratta di un connubio incestuoso tra apparati dello Stato, ‘Servizi’ di intelligence, ufficiali dell’Arma dei Carabinieri, criminalità organizzata ed eversione neo-fascista:

  1. La Mafia è un potentato locale che dispone di un disciplinato apparato organizzativo su base regionale, sul quale fare affidamento, con interessata sinergia, nel controllo del territorio e dei ‘rossi’. Inoltre, le sue clientele elettorali possono condizionare le elezioni, influendo nettamente sulla formazione delle compagini di governo.

  2. L’eversione nera di matrice fascista costituisce un irrequieto vivaio di sicura fede anticomunista dal quale attingere ‘combattenti irregolari’ e ‘utili idioti’ a pronto uso per operazioni sporche sotto copertura.

È, nel suo complesso, un’articolata struttura di potere parallelo e con i suoi meccanismi di difesa, che non manca di far scattare le proprie maglie protettive nei confronti di mandanti ed esecutori, come nel caso bolognese.

Stazione

Nonostante tutto, la procura felsinea imbocca subito la pista dell’eversione nera, spiccando mandati di cattura per mezza fascisteria romana, vecchi ordinovisti in armi, e nuovi “guerrieri senza sonno”. 

“L’intervento della Procura della Repubblica di Bologna fu tempestivo e l’approccio serio: gli investigatori misero subito a fuoco le protezione di cui il frastagliato mondo del terrorismo eversivo di destra aveva goduto e continuava a godere a Roma malgrado la città fosse stata sottoposta negli ultimi due anni ad una escalation di violenze e di attentati. Già alla fine di agosto comincia ad essere abbozzata una ipotesi accusatoria indirizzata anche verso ideatori e depistatori, ma il passaggio dell’inchiesta dalla Procura all’Ufficio Istruzione segna una sorta di inversione di tendenza: l’indagine comincia ad essere spezzettata. Viene inviata a Roma per competenza l’indagine sull’associazione eversiva. Si fanno più pesanti i depistaggi.”

(Associazione familiari vittime della strage alla stazione di Bologna)

In realtà, l’iter processuale fu contrassegnato da esiti altalenanti e non sempre lineari. Le indagini si rivelarono difficili e, soprattutto, furono caratterizzate da una sistematica opera di depistaggio messa in atto dai vertici del ‘servizio segreto’ militare. I sabotaggi del SISMI furono denunciati anche dai giudici Vito Zincani e Sergio Castaldo, nella sentenza istruttoria del 14 giugno 1986:

“L’accertamento della verità, opera di per sé sempre difficoltosa, è stato in questo processo ostacolato in ogni modo, poiché le menzogne, gli inquinamenti e le congiure di ogni genere hanno raggiunto un livello talmente elevato da costituire una costante.
(…) L’opera di inquinamento delle indagini appare così imponente e sistematica da non consentire alcun dubbio sulle sue finalità: impedire con ogni mezzo l’accertamento della verità!
(…) Soltanto l’esistenza di un legame di qualche natura tra gli autori della strage, benché autonomamente organizzata ed eseguita, rientrava in un comune progetto politico, la cui gestione richiedeva necessariamente che non fossero scoperti gli autori.”  

LE DEVIAZIONI DEL SISMI
NELLA STRAGE DI BOLOGNA
Stragedibologna-1 Nel 1980, il servizio informazioni militare è diretto dal gen. Giuseppe Santovito (affiliato alla P2 con tessera n° 1630). Il SISMI non ha mai brillato per fedeltà democratica e rispetto costituzionale, ma sotto la gestione Santovito, se possibile, degenera ulteriormente trasformandosi in

“un centro di potere arbitrario ed occulto, comprendente più persone, alcune organicamente inserite nel Servizio ed altre esterne ad esso, ma tra loro unite dall’intesa programmatica di abusare del Servizio stesso per finalità proprie ed incompatibili con quelle istituzionali”
(Roma, 29 Luglio 1985 – Sentenza della Quinta Corte d’Assise)

Il generale Santovito, in una lotta di potere intestina tutta interna al Sismi, per la bisogna fa affidamento su Pietro Musumeci, un colonnello dei Carabinieri, proveniente dalla Divisione “Pastrengo” i cui ufficiali hanno solidi legami col neofascismo milanese. È proprio tra gli alti comandi della ‘Pastrengo’ che matura l’idea dello stupro punitivo ai danni di Franca Rame.
Il col. Musumeci, che come molti suoi colleghi aderisce alla P2 (tessera 1604), soggetto ad un’inchiesta disciplinare per una cresta sulle forniture alimentari nella scuola sottufficiali di Velletri (RM), è il responsabile dell’Ufficio controllo e sicurezza del SISMI, ufficio con compiti di vigilanza interna ma autorizzato ad attività operative. Il gen. Santovito lo metterà anche a capo della sua segreteria particolare.

“L’operato del gruppo di potere costituitosi all’interno del Sismi tra il 1978 ed il 1981 con a capo Santovito e Musumeci si differenzia da altri precedenti episodi di cosiddetta “deviazione” dei servizi segreti per la molteplicità delle attività esplicate. Nel 1962-1964 il generale De Lorenzo e il SIFAR predisposero principalmente un’attività di schedatura dei cittadini e di preparazione di un possibile colpo di Stato. Negli anni ’70 i dirigenti del SID esplicarono soprattutto azioni volte a proteggere eversori di destra e sospetti autori di stragi. Gli ufficiali che ne costituirono le strutture occulte nel 1978-1981 spaziarono dalla trattativa trilaterale con Brigate Rosse e camorra per la liberazione di Ciro Cirillo [esponente DC] al depistaggio dei giudici impegnati nella strage del 2 Agosto, al peculato, dalle macchinazioni nei confronti dei collaboratori del Capo dello Stato, alla diffusione di notizie calunniose attraverso la stampa da loro stessi finanziata. A somiglianza della P2 (della quale la struttura era per altro un’articolazione), il Supersismi svolgeva un amplissimo ventaglio di attività, tutte direttamente o indirettamente finalizzate a intervenire nella sfera politica, il che era con tutta evidenza incompatibile con le finalità d’istituto.”

(Giuseppe De Lutiis; “Storia dei Servizi Segreti in Italia”. Editori Riuniti, Roma 1993)

Tra i collaboratori ‘esterni’, spicca il faccendiere Francesco Pazienza, con solidi contatti nel mondo della finanza e ben inserito nel sottobosco democristiano. Pazienza è il trait d’union tra la P2 di Gelli coi servizi segreti italiani e statunitensi, ma possiede anche ottime referenze nel mondo arabo e, per tramite del Venerabile, controlla Roberto Calvi e con lui il Banco Ambrosiano, senza per questo tralasciare i rapporti con la mafia siciliana e i romani della Banda della Magliana.
La “collaborazione” si traduce in pratica nella produzione di una serie di falsi documentali, informative pilotate, volte a stornare le indagini della magistratura. Musumeci, con l’aiuto del col. Belmonte, cerca di accreditare una pista estera indirizzando le indagini su gruppi terroristici tedeschi e francesi. Il 10 gennaio 1981 il Sismi fa pervenire al Comando generale dei Carabinieri notizie riservate circa un presunto piano eversivo, che prevede attentati alle linee ferroviarie e attentati dinamitardi. Gli ispiratori del gruppo terroristico sarebbero i neo-nazisti Freda e Ventura, con la collaborazione dei tedeschi del “Gruppo Hoffman” e in collegamento con un latitante Stefano delle Chiaie, a sua volta in combutta coi neofascisti francesi del FANE. Secondo il rapporto messo in piedi da Musumeci e Belmonte, le cellule venete di Freda e Ventura provvederebbero alla logistica. A mettere le bombe ci penserebbe invece un gruppo di nazisti austraci che si spostano in camper per riparare oltre confine subito dopo gli attentati. Ad avvalorare la pista francese ci pensa Marco Affatigato, un neofascista a libro paga del Sismi che, opportunamente imboccato, tira in ballo “er Caccola” e la FANE.
Naturalmente servono le ‘prove’ del complotto estero. Al loro reperimento ci pensa Francesco Pazienza ed il colonnello Belmonte, che fanno posizionare su un treno fermo alla stazione di Bologna un borsone contenente armi, micce e lo stesso tipo di esplosivo usato nella strage, accompagnato con tanto di documenti d’identità (stranamente abbandonati) di due noti estremisti di destra: un francese ed un tedesco… 

Stazione 2

Qui però ci fermiamo. Pensare di riassumere in poche righe più di mille pagine di atti processuali, ripercorrere l’intera vicenda giudiziaria, con tutti gli sviluppi di un intreccio decennale, sarebbe solo opera di mera presunzione per un risultato mediocre. Parte della documentazione inerente la potete però  trovare qui: è il sito ufficiale dell’associazione.
Molto resta ancora da scoprire, a partire dai possibili mandanti e gli ispiratori politici, compresa la vasta rete di coperture che ne hanno reso possibile l’operato e l’impunità.
Il processo per strage appurò il coinvolgimento dei neofascisti dei NAR e delinquenti della malavita comune, immersi nel torbido dello spionaggio. Meno lineari sono, forse, le responsabilità dei condannati. Le udienze si sono concluse con la condanna all’ergastolo dei “ragazzini terribili” della Banda Fioravanti: un gruppo di psicopatici pluriomicidi.
Naturalmente godono già tutti della semi-libertà.
Soprattutto venne appurata:

“L’esistenza di una complessa strategia eversivo-terroristica dispiegatasi nel corso di più anni, della quale la strage di Bologna aveva costituito uno dei momenti più significativi, in un cinico piano di controllo del potere istituzionale, nel quale erano confluite tendenze eversive di segno anche diverso, tuttavia di ispirazione ideologica di destra.
(…) Dopo la sentenza della Corte di Cassazione a sezioni unite del 12 febbraio 1992, la Corte di assise di Bologna con sentenza del 13 maggio 1994 ritenne responsabili della strage, quali autori materiali, Mambro e Fioravanti, e un personaggio indubbiamente minore, Sergio Picciafuoco, un delinquente comune collegato peraltro alla destra eversiva e sicuramente presente sul luogo della strage dove rimase ferito. Assolse invece dall’imputazione di strage un altro noto esponente della destra eversiva, Massimiliano Fachini; sanzionò le responsabilità per gli episodi di depistaggio che avevano inquinato le indagini due personaggi vicini ai servizi, Gelli e Pazienza, e due ufficiali del Sismi, Musumeci e Belmonte.”

(Commissione Stragi. Relazione Pellegrino, 2001)

Negli ultimi anni, non sono mancate ipotesi alternative e nuove teorie sulle possibili cause che ispirarono l’eccidio. Alcune genuinamente originali, altre subdolamente interessate.
Invece, su certi tentativi di ‘riabilitare’ lo spontaneismo armato dell’estrema destra e lavare il loro “onore fascista” ingiustamente sporcato, non sprecheremo  una sola parola. Non meritano più commenti di quanti se ne possano fare davanti ad un secchio ripieno di merda.

LE VITTIME
La strage della stazione di Bologna provocò 85 morti ed oltre 200 feriti, molti dei quali con lesioni permanenti.
Circa la metà delle vittime non aveva nemmeno compiuto 30 anni.

Antonella Ceci, anni 19  Lapide commemorativa
Angela Marino, anni 23
Leo Luca Marino, anni 24
Domenica Marino, anni 26
Errica Frigerio In Diomede Fresa, anni 57
Vito Diomede Fresa, anni 62
Cesare Francesco Diomede Fresa, anni 14
Anna Maria Bosio In Mauri, anni 28
Carlo Mauri, anni 32
Luca Mauri, anni 6
Eckhardt Mader, anni 14
Margret Rohrs In Mader, anni 39
Kai Mader, anni 8
Sonia Burri, anni 7
Patrizia Messineo, anni 18
Silvana Serravalli In Barbera, anni 34
Manuela Gallon, anni 11
Natalia Agostini In Gallon, anni 40
Marina Antonella Trolese, anni 16
Anna Maria Salvagnini In Trolese, anni 51
Roberto De Marchi, anni 21
Elisabetta Manea Ved. De Marchi, anni 60
Eleonora Geraci In Vaccaro, anni 46
Vittorio Vaccaro, anni 24
Velia Carli In Lauro, anni 50
Salvatore Lauro, anni 57
Paolo Zecchi, anni 23
Viviana Bugamelli In Zecchi, anni 23
Catherine Helen Mitchell, anni 22
John Andrew Kolpinski, anni 22
Angela Fresu, anni 3
Maria Fresu, anni 24
Loredana Molina In Sacrati, anni 44
Angelica Tarsi, anni 72
Katia Bertasi, anni 34
Mirella Fornasari, anni 36
Euridia Bergianti, anni 49
Nilla Natali, anni 25
Franca Dall’olio, anni 20
Rita Verde, anni 23
Flavia Casadei, anni 18
Giuseppe Patruno, anni 18
Rossella Marceddu, anni 19
Davide Caprioli, anni 20
Vito Ales, anni 20
Iwao Sekiguchi, anni 20
Brigitte Drouhard, anni 21
Roberto Procelli, anni 21
Mauro Alganon, anni 22
Maria Angela Marangon, anni 22
Verdiana Bivona, anni 22
Francesco Gomez Martinez, anni 23
Mauro Di Vittorio, anni 24
Sergio Secci, anni 24
Roberto Gaiola, anni 25
Angelo Priore, anni 26
Onofrio Zappala’, anni 27
Pio Carmine Remollino, anni 31
Gaetano Roda, anni 31
Antonino Di Paola, anni 32
Mirco Castellaro, anni 33
Nazzareno Basso, anni 33
Vincenzo Petteni, anni 34
Salvatore Seminara, anni 34
Carla Gozzi, anni 36
Umberto Lugli, anni 38
Fausto Venturi, anni 38
Argeo Bonora, anni 42
Francesco Betti, anni 44
Mario Sica, anni 44
Pier Francesco Laurenti, anni 44
Paolino Bianchi, anni 50
Vincenzina Sala In Zanetti, anni 50
Berta Ebner, anni 50
Vincenzo Lanconelli, anni 51
Lina Ferretti In Mannocci, anni 53
Romeo Ruozi, anni 54
Amorveno Marzagalli, anni 54
Antonio Francesco Lascala, anni 56
Rosina Barbaro In Montani, anni 58
Irene Breton In Boudouban, anni 61
Pietro Galassi, anni 66
Lidia Olla In Cardillo, anni 67
Maria Idria Avati, anni 80
Antonio Montanari, anni 86

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