Archivio per Muhammar Gheddafi

SCEMO DI GUERRA

Posted in Risiko! with tags , , , , , , , , , , , , , , , on 23 marzo 2011 by Sendivogius

Comunque la pensiate sulla questione libica, ovunque la si guardi, l’Italia rimane terra di solide certezze e fumose realtà, dove la lingua schiocca molto più veloce dei fatti sostituendosi in tutto o in parte ad essi. Il risultato è una maionese impazzita dagli effetti esilaranti.
I grandi mattatori sono in genere affiancati da ottime spalle comiche che, nei casi migliori, tendono ad assumere vita propria cimentandosi come solisti nel tentativo di guadagnare un loro palcoscenico. Il nostro preferito è l’unico e solo Ignazio, il vero over the top del mitico Trio Monnezza: Strazio, Raglio & Magno. Al secolo: La Russa, Gasparri & Alemanno.

Con l’apertura delle ostilità, da quando sono cominciate le operazioni militari in Libia, lo spiritato Ignazio è felice come una pasqua: dai soldatini è passato a giocare con gli aeroplanini; dismessa la mimetica, tra poco ci toccherà vederlo con la cerata dell’aeronautica, travestito da pilota. E chi lo ferma più?!?
Discetta di “gentri di gomando” affidati all’Italia; rimbalza da una trasmissione all’altra, infoiato come non mai. Vero kamikaze della comunicazione, lanciato oltre le iperboli del ridicolo, parla dell’ammiraglio statunitense Samuel Locklear, comandante operativo della flotta USA, e si ostina a chiamarlo generale Loacker, pensando agli omonimi biscottini con gli gnomi.

Alfiere dell’atlantismo in livrea, ci tiene ad esibire i suoi giochini tecnologici e partecipare ai war games degli alleati, rischiando nella smania da compiacimento di incespicare con le sue braghe esageratamente calate.

«Abbiamo aderito alla coalizione, trasferendo sotto il comando della coalizione stessa, otto aerei, ma se fra un minuto ci chiedessero altri tipi di aerei valuteremmo. Una cosa è certa: non è intenzione dell’Italia mettere caveat al proprio intervento.»

Il redivivo Francesco Baracca alla Difesa scalpita più irrequieto del solito e lo stesso giorno (20 Marzo) la spara ancor più grossa:

«Abbiamo forte capacità di neutralizzare i radar di ipotetici avversari e su questo potrebbe esserci una nostra iniziativa: possiamo intervenire in ogni modo ed in ogni momento.»

Qualcuno, dalle parti dello schieramento anglo-francese (gente solitamente seria), lo prende in parola e, visto che ci tiene tanto, affida all’aviazione italiana il compito di neutralizzare le batterie costiere coi sistemi elettronici di contraerea: sofisticati gingillini di produzione ALENIA che, per intenderci, l’amico Silvio ha recentemente fornito ai libici.

Il 21 Marzo giunge l’agognato battesimo del fuoco…
Sturm und Drang di La Russa in un tripudio futurista, squilli di tromba e rulli di tamburo per la celebrazione dell’eroica missione:

«I Tornado italiani in azione in Libia avevano il compito di neutralizzare i radar nemici, in una operazione il cui obiettivo è di mettere a tacere la contraerea libica e consentire la No-Fly Zone. L’obiettivo è largamente realizzato, l’opera potrebbe considerarsi completata»

Tutte cazzate! Come rivelerà dopo il ritorno un incauto pilota, i cacciabombardieri italiani si sono limitati ad un giretto dimostrativo di perlustrazione, senza sparare un colpo.
Lo stesso Berlusconi gela i bollenti ardori del ministro a distanza di qualche ora:

“I nostri aerei non hanno sparato e non spareranno. I nostri aerei sono lì solo per garantire il pattugliamento”

Ignazio La Russa si crede Scipione l’Africano, ma sembra uno di quegli ammiragli borbonici della flotta di re Franceschiello alle grandi manovre:

“Facite Ammuina!
Tutti chilli che stanno a prora vann’ a poppa e chilli che stann’ a poppa vann’ a prora;
chilli che stann’ a dritta vann’ a sinistra e chilli che stanno a sinistra vann’ a dritta;
tutti chilli che stanno abbascio vann’ ncoppa e chilli che stanno ncoppa vann’ bascio passann’ tutti p’o stesso pertuso;
chi nun tene nient’ a ffà, s’ aremeni a ‘cca e a ‘ll à.”

E del resto non è lecito capire bene il ruolo dell’Italia in questa operazione, né le modalità di impiego del suo potenziale bellico, né la sua strategia d’insieme, né eventualmente la tutela dei suoi potenziali interessi nazionali.
D’altro canto, tra i pur loquaci politicanti di governo e di opposizione, nessuno si è preoccupato di chiarire la posizione e fornire un annuncio certo al Paese, impegnati come sono a contendersi il comando della missione coi francesi e bisticciare su chi ce l’ha più grande, pur mantenendo gli equilibri interni alla maggioranza.
Il Presidente della Repubblica, che simbolicamente avrebbe anche il comando delle Forze Armate, chiosa con l’usuale fastidio che ne contraddistingue le repliche ogni volta viene a Lui posta domanda sgradita e dagli esiti tutt’altro che scontati:

«Non siamo in guerra. Inutile ripetere cose che tutti dovrebbero sapere»
 Giorgio Napolitano
 (20/03/2011)

Evidentemente, il concetto non deve essere tanto lapalissiano, giacché tre giorni dopo la chiosa presidenziale il sottosegretario Alfredo Mantovano ancora si chiede:

«Siamo in guerra? E’ difficile negarlo, dal momento in cui partono degli aerei all’interno di un’operazione militare e lanciano sul suolo libico delle bombe»

E di sicuro è difficile assumere un ruolo definito con una posizione certa a livello istituzionale, specialmente se si incorre nella serie di straordinarie circostanze, che molto hanno beneficiato al prestigio internazionale dell’Italietta berlusconizzata.
In fondo, si tratta di una grande storia d’amore interrotta da una burrascosa “pausa di riflessione”. Rivediamone gli aspetti salienti:

 Un Presidente del Consiglio che per oltre due anni si è esibito in genuflessioni e appassionati baciamano col Rais della Sirte, ostentando grandi profusioni di amicizia e reciproco affetto nei riguardi del farsesco pagliaccio beduino nonché suo omologo d’oltremare, che in cambio ha introdotto il nostro Pornocrate ai raffinati ‘misteri’ del bunga-bunga.
E d’altra parte il Papi della Patria non ha perso occasione per volare a Tripoli, ogni qualvolta non erano disponibili le accoglienti dace messe a disposizione dall’amico Putin in Russia.

L’allestimento di un circo equestre a Villa Pamphilj, con parate berbere e convention coraniche con tanto di entreneuse a gettone presenza: transumanza scenografica di 530 mammifere in svendita, pronte a sputtanarsi per la ghiottissima cifra di 60 euro.

Poi il rapporto si è progressivamente incrinato…
30 giorni di ostentato silenzio, per non disturbare il buon Gheddafi intento a schiacciare la sua opposizione interna e reprimere le insurrezioni in Cirenaica, mantenendo intatti accordi e trattati.
24 ore per scaricare il dittatore libico e rinnegare cotanto amore.
12 ore per aderire all’intervento militare, con relativo piano di bombardamenti, contro l’ex amante tradito.

Eppure l’affetto non si è ancora spento del tutto. Turbato da un’inevitabile processo di proiezione che porta il nostro dittatorello bananiero ad identificarsi col l’amichetto tripolino, il Nano da cortile confida:

“Quello che accade in Libia mi colpisce personalmente. Sono addolorato per Gheddafi”
 S.Berlusconi
 (20/03/2011)

Osvaldo Napoli (23 Marzo), dalle scuderie dell’Imperatore, si affretta a specificare che l’incerottato despota brianzolo in realtà è dispiaciuto per il popolo libico e intanto approfitta della confusione per farsi confezionare l’ennesimo provvedimento ad personam dai suoi avvocati-deputati.
In virtù di ciò, l’ineffabile Italo Bocchino non perde occasione per ribadire che:  L’Italia doveva fare di più, doveva guidare la coalizione. E certo è risaputo che USA, Francia e GB, scalpitano all’idea di prendere ordini ed essere coordinati dall’affidabilissimo alleato peninsulare, specialmente a riconoscimento del formidabile ruolo svolto dalla nostra intelligence.
Nessun dubbio invece nell’opposizione “seria e responsabile” del PD, con un insolito Massimo D’Alema in versione strategica:

“Siamo a rischio ritorsioni. Dobbiamo chiedere che si attivi un dispositivo di protezione della Nato, una rete di sicurezza indispensabile”
 (18 Marzo)

Il Baffo d’oro della politica riformista ignora forse, che il nostro comparto militare con tutte le sue inefficienze è comunque perfettamente in grado di fronteggiare l’inconsistente minaccia libica, non foss’altro perché si troverebbe ad affrontare un esercito con arsenali vecchi di 60 anni, all’avanguardia forse per la II guerra mondiale.
E se abbondano gli ostensori dell’intervento umanitario a suon di bombe su mandato ONU, non mancano i pacifondai di professione, pacifisti ad oltranza per riflesso pavloviano sempre e comunque, che in quanto a castronerie non sono secondi a nessuno.
In proposito, si segnale l’ultima uscita dell’immaginifico Nichi Vendola che immagina una forza di interposizione di pace, come quelle viste efficacemente all’opera durante la guerra civile in Bosnia con gli strabilianti risultati che tutti hanno dimenticato, ma che le sopravvissute di Srebrenica ricordano fin troppo bene.

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Non disturbate il genocida

Posted in Risiko! with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 23 febbraio 2011 by Sendivogius

Dell’insana passione che il Nano delle Libertà sembra coltivare per i dittatori avevamo già parlato [QUI e ancora QUI]…
Del resto, il personaggio non è nuovo all’intreccio di amicizie pericolose. Pertanto, l’allucinato despota libico non costituisce certo un’eccezione, ma una regola diffusa nel solco inodore degli ‘affari’. Coerentemente, dinanzi ad una spietata repressione militare, almeno inizialmente, il campione brianzolo delle libertà non ha nulla da eccepire. E certo non intende per così poco disturbare l’amico Gheddafi, salvo virare coi consueti giri di valzer nel momento in cui le cataste di cadaveri intasano gli obitori e l’appoggio incondizionato al dittatore diventa difficilmente sostenibile. Specialmente se bombarda con l’aviazione le proprie città in rivolta.

Intendiamoci: dietro la facciata del biasimo ufficiale, tutti hanno fatto affari con Gheddafi ma nessuno aveva mai raggiunto i livelli di supina accondiscendenza, esibiti dallo statista di Arcore in pubbliche (e imbarazzanti) pagliacciate.
Anche il papa re aveva il suo boia, ma non per questo lo invitava nelle cerimonie ufficiali, tributandogli i massimi onori, con atto di sottomissione…
Questa diplomazia del focolare, che trova nell’imbalsamato Frattini The Mummy (ex maestro di sci per i rampolli della real casa) la sua massima espressione, ha pensato bene di assecondare i capricci di un personaggio assolutamente inaffidabile. Ci si è legati mani e piedi alle sorti di una delle più spietate dittature nordafricane, sposando in pieno le sorti di un despota sanguinario, responsabile di alcuni dei più odiosi eccidi terroristici che mai abbiano sconvolto l’Europa.
Senza curarsi troppo dei possibili risvolti futuri, il governo italiano si è piegato al giogo di una politica ricattatoria e ambigua, che sembra contraddistinguere le relazioni libiche. In tale contesto, gli interessi nazionali dell’Italia soggiacciono a quelli privati di pochi gruppi industriali legati all’apparato governativo, che per inciso presentano non poche analogie con le élite del potere descritte da Wright Mills.
Tuttavia, mai l’Italia aveva raggiunto un simile livello di irrilevanza internazionale, cancellata dalle agende estere che contano, e quindi restituita al suo ruolo di colonia americana, per di più relegata ai margini delle province dell’Impero.
In proposito i cablogrammi di wikileaks, tra le molte ovvietà, ci consegnano l’immagine di un paese da operetta, privo di qualsiasi visione strategica indipendente e di ampio respiro; senza una vera politica estera; completamente appiattito sui revanchismi mercantilistici e personali del piccolo monarca italico, ansioso di compiacere l’alleato statunitense oltre le stesse aspettative di Washington.
L’Italia detiene, per questioni storiche e geografiche, un ruolo di primo piano nello scacchiere del Mediterraneo. Un’accorta pianificazione geopolitica avrebbe richiesto la preparazione di un accurato piano di intermediazione sotterranea per una successione indolore, specialmente nel caso di un regime quarantennale come quello libico. La contingenza delle circostanze avrebbe dovuto suggerire lo studio di opzioni alternative, con l’apertura di nuovi canali di contatto con nuove figure maggiormente credibili, e soprattutto presentabili. Si sarebbe dovuta sondare la disponibilità dei gruppi tribali più influenti e stabilire una cooptazione dei clan più rappresentativi di una società beduina, imbrigliata nelle forme primitive di uno Stato padronale incardinato interamente sulla famiglia Gheddafi a tal punto da rischiare di scomparire con essa.
 In fin dei conti, in Libia la prima forma embrionale di uno stato pre-moderno prende forma durante le reggenze barbaresche del XVI secolo. A tal proposito, pessima era la fama dei pirati tripolini, tra tutti gli stati corsari della Barberia. Alle taifas guerriere dei mercanti-corsari subentra (nel 1912) l’amministrazione coloniale italiana che impianta gli innesti di uno Stato repressivo e discriminatorio, le cui strutture vengono sostanzialmente ereditate da Gheddafi nella sua palingenesi islamo-nazionalista dopo il golpe militare del 1969, senza mai mettere delle vere radici sociali e condivise. 
La possibile dissoluzione dello Stato libico creerebbe un pericoloso vuoto di potere, capace di destabilizzare l’intera area con effetti dirompenti:

a) L’esercito nazionale spezzettato in funzione delle solidarietà tribali e frazionato in fazioni contrapposte.
b) La regione Cirenaica di fatto indipendente, ma priva di risorse reali; magari rifornita di armi dall’Egitto intenzionato a diventare una micro-potenza regionale, contando sulla frammentazione libica.
c) La contrapposizione tra le province orientali e la Tripolitania, sempre più nel caos, col rais ed i suoi fedelissimi asserragliati nella capitale.
d) Le regioni sahariane dell’interno abbandonate a loro stesse, con presidi militari isolati e tagliati fuori dalle principali linee di rifornimento e vettovogliamento.
e) Squadracce disperate di mercenari allo sbando, senza via di fuga, e per questo resi folli dal terrore del linciaggio.
f) Lo squagliamento progressivo dell’intero apparato statale, magari sostituito da signorie armate, con l’apertura dell’immenso territorio libico ad ogni genere di traffico illecito.
g) Nel mezzo, masse di profughi che rimbalzano dai confini dell’Egitto a quelli della Tunisia (senza dimenticare la turbolenta Algeria), rischiando di travolgere il fragilissimo equilibrio dei due traballanti vicini sconquassati dalle rivolte e dalla crisi economica.

Dinanzi a simili prospettive, è vergognosa l’inconsistenza politica dell’Unione Europea, rattrappita dai suoi piccoli egoismi nazionali, dalle meschinerie ipocrite di cancellerie pesantemente compromesse coi regimi dei rais nordafricani, e per di più in drammatica crisi di credibilità presso il proprio elettorato. Al sostanziale fallimento delle strutture comunitarie, alla pletorica inutilità di organismi come Frontex, si aggiunge la totale l’assenza di un piano comune d’intervento di una UE che non perde occasione per dimostrare la sua perniciosa inutilità. È evidente infatti che alla sedicente “Unione” null’altro preme al di fuori del libero scambio delle merci, della sostanziale demolizione di ogni solidarietà sociale e welfare, ad esclusivo vantaggio del capitale finanziario e delle grandi banche d’affari.
Non merita commenti l’ONU che, con abbondante ritardo, si riunisce in consiglio per deplorare la repressione e invitando il colonnello Gheddafi al rispetto dei “diritti civili”, dando così prova di rara idiozia e pilatesco declino di ogni coinvolgimento.
È ovvio che, vista la totale assenza della comunità internazionale, il peso enorme della crisi libica ricadrà quasi interamente sulle spalle dell’Italia e dei Paesi nell’immediato più coinvolti (Malta!), che si ritroveranno a gestire l’emergenza in totale solitudine, in attesa di un possibile e (a questo punto) auspicabile intervento USA.

Vista l’inesistenza di referenti credibili, a maggior ragione l’Italia si sarebbe dovuta attivare autonomamente (e per tempo), rivendicando il suo ruolo di intermediatore fondamentale nel bacino mediterraneo. Invece, assistiamo ad un politica miope e priva di lungimiranza, contraddistinta dall’assoluta assenza di qualsiasi reale strategia d’intervento, da parte di un governo nel panico e che ora è costretto a correre ai ripari senza sapere bene dove mettere le mani. Il timore più grande sembra circoscritto in prevalenza verso l’ondata migratoria che, probabilmente, sarà assai più contenuta rispetto alle dimensioni “epocali”, paventate dal ministerume berlusconiano.
 La crisi dei regimi nordafricani, travolti da un dirompente effetto domino, sembra aver colto completamente impreparate la nostra diplomazia e la nostra intelligence, nel sostanziale disinteresse del governo in tutt’altro affaccendato, occupato com’è a garantire l’impunità del libidinoso rais nostrano che ora pensa si risolvere la crisi con un paio di telefonate.

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BACIAMO LE MANI

Posted in Muro del Pianto with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 14 settembre 2010 by Sendivogius

Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei…”

 È curioso notare come il viscerale, esibito, anti-comunismo del Joker di Arcore, brandito con irriducibile intransigenza manichea in patria, degradi dolcemente fino a svaporare del tutto, ben oltre i fumi della real-politik, ogniqualvolta il piazzista brianzolo si trovi a declamare le sue mercanzie al cospetto di coloro che, organici al cosiddetto “socialismo reale”, hanno sfruttato la posizione di rendita nei rispettivi regimi in crisi, consolidando la successiva presa del potere con il mantenimento delle antiche strutture repressive.
Uomo riciclabile per tutte le stagioni, come si conviene ad un ruffiano professionista, nelle grandi democrazie occidentali, Berlusconi è tuttavia considerato poco più di una macchietta da intrattenimento, famoso per le gaffe che dispensa a profusione durante i vertici internazionali.
Non è un caso quindi che tra i migliori ‘amici’ stranieri dell’italico reuccio ci siano alcuni dei personaggi più contestati ed inquietanti della politica estera. Sono i paria ostracizzati dalle vere democrazie e, a quanto pare, gli unici coi quali Re Silvio sembri trovare una sincera comunanza di vedute ed una certa affinità elettiva: presidenti-padroni di nazioni ridotte a dominio personale, dove la pretesa di impunità e di arbitrio assoluto trova un concreto spazio di applicazione pratica.

Per il berlusconismo imperante sembrano essere un gran vanto le relazioni privilegiate con:
  L’islamofascimo in brodo socialisteggiante del colonnello golpista Muhammar Gheddafi; con discrete competenze in ambito terroristico, il rais libico rimane l’insuperabile precursore del ricercatissimo Bin Laden.
  Il maoista
Isaias Afewerki, generale e presidente dell’Eritrea, che ha trasformato il proprio Paese in un immenso campo di concentramento a cielo aperto, dove recludere e schiavizzare il suo stesso popolo. Il dittatore-amico Afewerki è il principale fabbricante di profughi in viaggio verso l’Italia che, respinti sulle coste libiche, vengono poi reclusi in lager nel deserto del Sahara, col beneplacito del governo italiano e grande compiacimento del ministro Maroni. Cattivissimi con gli ‘effetti’, ma ultra-tolleranti e assai  benevoli con le ‘cause’.
E sorvoliamo sulle disgustose ipocrisie di quella vergogna transnazionale chiamata UE..!

  Infine, c’è soprattutto l’amico Vladimir Putin, un dono del Signore, nonché Zar di tutte le Russie e già colonnello del famigerato KGB.
 È singolare questo grande amore per la Russia post-sovietica, dove gli oligarchi sono intoccabili, la magistratura esegue sempre le direttive del presidente, l’opposizione tace, la stampa è amica, e le poche voci critiche vengono azzittite (per sempre). Ma Santa Madre Russia è famosa anche per l’avvenenza delle sue figlie e pertanto costituisce il luogo ideale per i pendolarismi dell’Utilizzatore finale, in confortevoli dacie massimamente lontane da occhi indiscreti…  Naturalmente, nell’elenco andrebbe aggiunto anche il presidente bielorusso  Aleksandr Lukashenko, ininterrottamente al potere dal 1994 tramite elezioni sempre contestate dagli osservatori dell’OSCE per le palesi irregolarità.  Lukaschenko è considerato nel consesso delle nazioni democratiche un cupo residuato dello stalinismo e ultimo dittatore in Europa; per Berlusconi, è il presidente amato dal popolo e, proprio in riferimento ai brogli elettorali, tanto amore “è dimostrato dai risultati delle elezioni che sono sotto gli occhi di tutti” (QUI).

FUOCO AMICO
 Probabilmente, l’amichetto più ingombrante di questa diplomazia tutta domestica, fatta di pacche sulle spalle e lazzi da caserma, è il dittatore libico ormai famoso per le sue pastorali islamiche d’oltremare, dinanzi a ginecei di fanciulle a pagamento ed altre variopinte pagliacciate esotiche, che tanta invidia devono suscitare al giullare Silvio che pure nella materia è assai dotato. Per questo forse, si profonde in continue genuflessioni e ostentati baciamano, alla stregua di un mignon di palazzo: un imbarazzante paggetto di corte che non sa distinguere tra sacro e profano, e tutti bacia indistintamente prestando le terga…
Come si conviene ad un bravo imbonitore da fiera pedemontana, il piccolo Cesare di Brianza sa che in presenza di un prodotto scadente il cliente ha sempre ragione. Fino al parossismo…
Capita dunque che, in nome della tanto sbandierata amicizia italo-libica, un peschereccio italiano venga mitragliato in acque internazionali da una motovedetta libica, improvvidamente donata al Rais della Sirte a corto di un’unità specializzate, con tanto di equipaggio italiano come dotazione ausiliaria. Alla faccia del cristianissimo La Russa, ministro della guerra, è divertente vedere gli impettiti soldatini della Finanza che invece di occuparsi di evasione fiscale in patria vengono arruolati come truppe cammellate dal regime di Tripoli in operazioni di pirateria marittima, per sparare contro i propri stessi connazionali.
In compenso, dal profondo del suo sarcofago nelle stanze del dicastero agli esteri, ha levato la sua voce Franco Frattini, la mummia attualmente depositata al ministero:

«Certamente vi era un militare della Guardia di Finanza e del personale tecnico delle Fiamme Gialle come è stabilito dall’accordo originario italo-libico firmato nel 2007 dal governo Prodi e integrato da Maroni nel 2009. Ma il comando è degli ufficiali libici, i nostri uomini non hanno ovviamente preso parte all’operazione. Il comandante libico ha ordinato di sparare in aria, poi invece è stata colpita l’imbarcazione. Oggi a seguito dell’azione della nostra ambasciata il comandante generale della guardia costiera libica ha espresso le sue scuse alle autorità italiane per l’accaduto»

 Ovviamente, la presenza a bordo di ben “6 consulenti tecnici” costituisce molto più di una presenza puramente simbolica senza compiti operativi. Questo perché i nuovissimi guardacoste della classe Bigliani prevedono un equipaggio di 12 uomini e, se la matematica non è un’opinione, vuol dire che i militari italiani costituiscono nello specifico il 50% dei marittimi imbarcati e dunque ogni azione sarebbe impossibile senza la loro fattiva collaborazione, che non è mai mancata nemmeno dinanzi ad un ordine criminale di un ufficiale straniero che nulla ha a che fare con la nostra Marina e con la NATO.
 Certamente, si è sparato ad altezza d’uomo con la volontà di colpire il peschereccio ed il rischio concreto di uccidere: basterebbe vedere le immagini della cabina crivellata di colpi…
Ad ogni modo, non c’è motivo di sturbare l’ingombrante alleato al quale tutto sembra permesso, in cambio di un vergognoso mercimonio di appalti e commesse militari.

 «La Libia si è scusata. Immagino che abbiano scambiato il peschereccio per una nave che trasportava clandestini

Ammiriamo il candore del Ministro di polizia, il secessionista padano Roberto Maroni, che placidamente ci rivela come vengano svolte le operazioni di pattugliamento marittimo e come venga contrastato il traffico umano di clandestini: le navi dei profughi vengono mitragliate, possibilmente affondate, tanto il mare nasconde ogni cosa. La fortezza europa, bianca e cristiana, è salva.  Sieg Heil!!

Un fantasma si aggira per l’Europa… È alto mezzo cazzo ed ha le scarpe col rialzo; sguardo lubrico e occhietti striminziti da sorcio in calore; cerata catramata a coprire la pelata; rughe stirate, grappettate, sul bolso faccione piallato a botte di Botox;… Finto fino al midollo, è la parodia estrema del mito dell’eterna giovinezza, che affonda nelle pieghe degli adipi cadenti della senescenza crescente in un cascame di lipidi.
Barzelletta vivente in un paese da operetta, è il giullare da esportazione nei vertici internazionali e lacché part-time, esperto in genuflessioni, alla corte dei despoti che invidia e ammira.
Tra umiliazione e vergogna, l’ilarità si impasta col sangue.

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