Archivio per Michele Santoro

(72) Cazzata o Stronzata?

Posted in Zì Baldone with tags , , , , , , , , , on 27 febbraio 2015 by Sendivogius

Classifica FEBBRAIO 2015”

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Tempora mutantur et nos mutamur in illis

L’aforisma, che in realtà è una parafrasi di Ovidio (Metamorfosi XV-165), solitamente viene attribuito all’imperatore Lotario, che con ogni probabilità non spiccicava una parola di latino, e si usa per indicare la labilità delle consuetudini, nella mutevolezza delle condizioni che generano i cambiamenti.
Più prosaicamente, è un modo raffinato per dire come i comportamenti mutino, secondo la convenienza delle circostanze. E ispira lo stesso principio, per cui un qualunque politicante può con blanda tranquillità predicare tutto e il suo contrario, senza timore di contraddizioni, inseguendo ciò che gli torna più utile.
Lotario è ‘famoso’ perché, come re d’Italia, aveva giurato di difendere Roma ed papato dai suoi nemici. Fu per questo che durante il suo regno le campagne del Lazio furono costantemente devastate delle incursioni dei “saraceni”, che ormai scorrazzavano un po’ ovunque, e che culminarono nella profanazione delle basiliche di S.Pietro e S.Paolo, nonché il saccheggio dell’Abbazia di Montecassino, prima di essere ricacciati a mare dalle milizie longobarde del duca di Spoleto. La micro-parentesi è dedicata agli amanti della favoletta di un islam tollerante, quale religione di pace
Sobria manifestazione di musulmani a LondraSi sa che i tempi cambiano. E con essi si adattano anche i furbi, ogniqualvolta vi trovano un qualche vantaggio nelle mutate opportunità…
Fu così che in tempi attualissimi i “pollai” televisivi, sdegnosamente snobbati dai followers della Setta del Grullo (pena l’espulsione), sono diventati i trespoli preferiti per gli starnazzi dei polli da batteria, clonati in serie negli allevamenti della Casaleggio Associati ed esportati con tanto di bollino in parlamento. Solo così si possono apprezzare le esibizioni sceniche di un Alessandro Di Battista da Civita Castellana: il saltapicchio della cazzata virale su scala globalizzata, impettito come un piccione costipato, ma capace di zompare di palla in frasca con la stessa velocità di espansione di un precotto liofilizzato. E lo fa, attraverso la sublimazione di pensierini minimi raccattati in rete sulle questioni più svariate, mentre rotea il proprio ditino ammonitore nel deserto intellettuale di un’ignoranza abissale, nella sublime arte di buttarla sempre in caciara. Perché come diceva George Bernard Shaw, che della categoria aveva una certa dimestichezza, “un fesso non sa niente ma ritiene di sapere tutto”. E questo costituisce da sempre un ottimo requisito per iniziare una carriera politica.
Il Dibba con la sua nuova fidanzata (a sinistra)Ascoltare il Dibba che si ostina a sbrodolare cretinerie assortite sulla politica estera, sull’amerikani, e sull’ISIS del califfo nero, aaal’interlocutore da elevare, tra ospiti inconsistenti nel teatrino amico di Santoro, con Travaglio che gli regge il moccolo, e la mano battuta ritmicamente sulla coscia a segnale convenuto per richiamare l’ovazione della claque al seguito, costituisce davvero un’immagine della desolazione dei tempi. Quando poi come contropartita si assiste ai bronci ed alle smorfiette di Lia Quartapelle, un’altra dei bimbetti dell’asilo renziano, sedicente esperta governativa di relazioni internazionali, nonché incarnazione vivente del nulla che cammina, allora lo sconforto lascia spazio alla preoccupazione, perché ci si rende conto che l’Italia NON ha più alcuna politica in ambito internazionale proprio quando più se ne sente il bigogno.

  Hit Parade del mese:

01 - Coglione del mese01. WIKI-DIBBA!

[26 Feb.] «Giorgio Napolitano è stato un agente della CIA infiltrato nel Partito comunista.»
(Alessandro Di Battista, il Debunker)

Renzi02. JOBS-ACT (I): Valori tascabili

[21 Feb.] «Abbiamo trasformato i valori della sinistra in legge.»
(Matteo Renzi, il Trasformista)

Bimbo Matteo02.bis JOBS-ACT (II):
Diritto di venire licenziati collettivamente, così nessuno resterà disoccupato da solo.

[21 Feb.] «Questo è il giorno più atteso da una generazione che ha visto la politica fare la guerra ai precari e non al precariato; ecco noi abbiamo riconosciuto il diritto ad avere tutele maggiori.»
(Matteo Renzi, il Gasatissimo)

Bambolotto03. DISSOCIAZIONI MENTALI

[03 Fen.] «La crisi economica è colpa dell’aborto»
(Luigi Negri, Vescovo di Ferrara)

papiminkia04. PAPI-ANARCHICI

[05 Feb.] «Siamo un partito anarchico e monarchico che poi trova la sua sintesi in Berlusconi. E adesso vedrà che tutti insieme faremo opposizione responsabile e incominceremo a parlare al Paese a partire dall’otto marzo, il nuovo giorno della Liberazione.»
(Renato Brunetta, ‘ano-monarchico’)

PADAO05. EURO-GOMBLODDO!

[16 Feb.] «Con gli immigrati è in corso un’operazione di sostituzione etnica coordinata dall’Europa: il popolo padano è vittima di pulizia etnica.»
(Matteo Salvini, l’Uomo con la felpa)

Mogherini06. CADUTA DAL PESC

[15 Feb.] «Io esclusa dal vertice sull’Ucraina con Poroshenko, Putin, Merkel e Hollande? Quello che conta è il gioco di squadra»
(Federica Mogherini, la Donna che non c’era)

Cucù07. LA CULTURA DEL RISO

[16 Feb.] «Nigeria? Se vai su Wikipedia: 60% del territorio è in mano ai fondamentalisti islamici di Boko Haram, la restante parte Ebola.»
  (Alessandro Di Battista, il Disinformatico)

Red Ronnie08. FOLLOW THE MONEY

[23 Feb.] «Sono abituato a leggere e guardare film sui complotti, quando succede qualcosa mi chiedo sempre perché quella cosa viene fuori. A chi giovano le dimissioni di Gino Paoli dalla Siae? Si stava battendo contro le multinazionali, vogliono che lui smetta di rompere le palle.»
   (Red Ronnie, l’Assolo)

Capezzone09. CAPEZZONE CERCA CASA

[22 Feb.] «Stiamo cercando di fare un embrione di Partito Repubblicano americano»
   (Daniele Capezzone, il Girandolo)

Il Peggiore10. QUANDO LA VOLPE NON ARRIVÒ ALL’UVA…

[26 Feb.] «Ho deciso di non partecipare alle primarie di domenica prossima. La mia scelta di scendere in campo, dopo essere stato indicato da un ampio schieramento del Pd come candidato unitario, nasceva dalla profonda fiducia in questo istituto della democrazia. E dalla speranza di poter rappresentare una candidatura di rinnovamento per il governo della regione. Nella situazione attuale, entrambe le condizioni sono venute meno.»
(Gennaro Migliore, Vuoto a perdere)

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I Professionisti dell’Anti-Ka$ta

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 6 aprile 2014 by Sendivogius

BANE

Se c’è una professione di sicuro successo che sembra non conoscere alcuna forma di crisi, questo è il professionismo anti-casta, assolutamente preponderante nella sua dimensione tutta mediatica. La categoria conta alcuni specialisti di comprovata esperienza nel settore e diversi milioni di aspiranti tali, con tutto l’esibizionismo narcisista del castigatore virtuale, particolarmente attivi sulla piazza autistica dei cosiddetti social-network.
Nella sua autoreferenzialità circoscritta all’invettiva iconoclastica, tale sentimento cresce esponenzialmente con l’aggravarsi delle regressioni che, prima ancora che economiche, sono di natura sociale.
Di preferenza, costituisce il sottoprodotto infetto di un populismo dilagante, speculare ad un qualunquismo di ritorno e quantomai collegato al substrato fascistoide da cui l’italiano medio è intrinsecamente corrotto.
Rizzo e StellaCampioni indiscussi del genere letterario sono sicuramente la premiata ditta Rizzo-Stella, che sui misfatti della “casta” (l’invenzione lessicale è loro) hanno costruito le proprie fortune professionali, inaugurando un filone editoriale di successo. Curioso che entrambi siano editorialisti di punta del “Corriere della Sera”, il quotidiano governativo per antonomasia che delle esecrate “caste” politiche ha sempre abbracciato la difesa a prescindere. Sorvoliamo sul fatto che certe denunce, lungi dall’essere disinteressate, siano spesso e volentieri funzionali ad una determinata ideologia ordoliberista...
Professionisti dell'AnticastaA prescindere, il piazzismo anti-casta rende bene, con un ottimo ritorno di vendite e di visibilità, soprattutto per i presenzialisti da salotto televisivo. Un esperto di marketing come l’imprenditore Umberto Cairo ne ha fatto l’asse portante del palinsesto de La 7, che si fonda su un’overdose catodica di programmi d’infotainment, trainati dal tg nazionalpopolare di Enrico Mentana. La coppia Travaglio-Santoro, che del genere sono i precursori e gli indiscussi maestri, sanno bene come dosare gli ingredienti di un’indignazione permanente, da far lievitare a portata di Auditel ed introiti pubblicitari. Gli effetti speciali, il coup de théâtre, tra interviste esclusive e “docufiction” ad effetto, ne costituiscono l’armamentario al servizio della scenografia, alimentando la farsa manichea che così tanta presa esercita sugli appassionati della serialità anticasta, concentrata nel semplicismo analitico delle sue mitologie catartiche:

«..un mondo (ideale) in cui ad una società civile pura e immacolata si contrappone una casta politica furbetta e maneggiona. Questa convinzione giacobina è una sonora leggenda anzi la politica è l’esatto specchio della società che rappresenta, nel bene e nel male. In rari casi della storia è stata un po’ migliore ma quasi mai peggiore. Per dire: nel 1994, agli albori della seconda repubblica post tangentopoli, ci fu già una grande infornata di società civile nei palazzi della politica, al grido di vade retro politica corrotta. Beh, il risultato, venti anni dopo, non è certo stato dei migliori
[…] Il voler fare di tutta l’erba un fascio solo perché la mistica dell’anti-casta oggi si porta bene in società, non solo comico, ma alla fine diventa stucchevole. E probabilmente pericoloso.»

Quando l’ossessione della casta rasenta il comico…
Marco Alfieri
(10/05/2013)

Lungi dal fornire soluzioni serie e concrete, il sentimento “anti-casta” finisce col tradursi in sterile revanchismo protestatario, che spesso e volentieri degenera nell’invettiva becera e nulla più. Rifugge il pensiero complesso e si nutre di irrazionalismo. È collettore di livori, che nella loro destrutturazione logica forniscono la stura alle ambizioni di demagoghi, in cerca di facili consensi. Soprattutto, presuppone un rassicurante senso di auto-assoluzione che proietta le causa del problema sempre altrove, lontano da ogni assunzione di responsabilità che non sia un mero riduzionismo (a)teorico; meglio se fondato sulla preponderanza di luoghi comuni elevati a metro di giudizio. Ciò non solo allontana le soluzioni possibili, ma opera come una forma di distorsione cognitiva, dove l’elemento irrazionale prevale sulla logica. Va da sé che, se sapientemente incanalato da demiurghi senza scrupoli, il sentimento anticasta è esso stesso una forma di controllo. E dunque di “potere”.

«Dal 2006, più o meno, l’Italia fa i conti non tanto col luogo comune per cui “sono tutti uguali” – quello c’era da prima e ci sarà sempre, come molti luoghi comuni – bensì con quel luogo comune esteso a qualsiasi settore umano che somigli, anche da lontano, al “potere”, e promosso a opinione maggioritaria, argomento politico, linea editoriale, proposta commerciale, persino programma di governo. Con effetti disastrosi, su tutti uno fondamentale e colpevole: la perpetuazione degli stessi vizi e delle stesse mediocrità che gli anti-casta in buona fede, diciamo, vorrebbero combattere.
[…] Prendiamo la politica, “la casta” per antonomasia. Solo chi ha un’idea distorta della realtà può pensare di difendere una classe dirigente che, seppure con vari e diversi livelli di colpa, è oggi una delle meno credibili e preparate d’Europa.
[…] In un Paese normale, specie se dopo dieci anni di crescita zero e nel mezzo della più grave crisi economica dalla Seconda guerra mondiale, sentimenti del genere produrrebbero cambiamenti politici di portata storica: nei partiti, negli enti locali, nei governi, a tutti i livelli. Alcuni in meglio e alcuni in peggio, ma questo vale sempre. In Italia qualcosa è accaduto, ma ancora poco e da troppo poco tempo. C’entra “la casta”, certo, e la sua straordinaria rendita di posizione politica, economica e mediatica. Ma c’entrano, per un pezzo più che significativo, anche uno squadrone di Guglielmo Giannini al cubo, campioni di demagogia, bravi a spararla grossa, che da anni incassano – politicamente, economicamente – i dividendi della mediocrità politica della casta, preservandola. Sono i professionisti dell’anti-casta.
Sacco di merda Beppe Grillo ne è l’esponente più sboccato, quello che unisce il massimo dell’incontinenza verbale col massimo della demagogia, il massimo delle balle col massimo del complottismo, vendendoci sopra DVD, libri e biglietti per i suoi comizi/spettacoli. Antonio Di Pietro, la Lega, Silvio Berlusconi e il variegato fronte antiberlusconiano ne sono stati, da posizioni diversissime, i più significativi Gabibbointerpreti politici. Striscia la Notizia e Le Iene quelli televisivi, gli ultimi soprattutto di recente. Dietro di loro crescono e prosperano una valanga di politici, scrittori, giornalisti, conduttori televisivi, opinionisti e blogger che cercano e trovano spazi di affermazione con analoghe strategie.
Sono professionisti dell’anti-casta per ragioni sia di metodo sia di merito. Nel metodo, perché cercano e ottengono applausi a forza di sparate e “provocazioni”. Perché associano con frequenza i loro avversari ai regimi e ai peggiori dittatori del Novecento. Perché gli è capitato di chiedere le dimissioni di governi regolarmente eletti sulla base del successo popolare di una manifestazione di piazza. Perché sono manichei, perché semplificano, brigano, cercano scorciatoie, producono denunce e appelli a nastro. Perché replicano, insomma, lo stile comunicativo di chi contestano. Nel merito, perché sono spesso imprecisi, faciloni, ingannevoli, a volte in buona fede, spesso in cattiva fede. Perché maneggiano pericolosamente la dietrologia: per fare un esempio, dicevano che il governo Prodi non sarebbe mai caduto prima di una certa data perché i parlamentari avrebbero voluto prima maturare la pensione – Beppe Grillo ci fece addirittura un conto alla rovescia sul suo blog – eppure il governo Prodi cadde prima di quella certa data. Perché dicono bugie, in nome del fine che giustifica i mezzi. Perché propagandano idee clamorosamente sballate e dannose.
Lo scorso 18 ottobre [18/10/11] un sondaggio mostrato durante Ballarò illustrava quale dovesse essere secondo gli italiani “l’intervento prioritario contro la crisi”. Eravamo in pieno panico da spread, gli ultimi giorni del governo Berlusconi. Ce n’erano di cose su cui dividersi: spendere per rilanciare i consumi o tagliare la spesa per ridurre le tasse? Alzare o no l’età pensionabile? Privatizzare o nazionalizzare? Nessuna di queste ipotesi risultò in testa al sondaggio di Ballarò. Ottenne invece il 61 per cento dei voti, la maggioranza assoluta, questa proposta: “la riduzione del numero dei parlamentari”. Un altro 10 per cento sostenne che la cosa da fare subito per uscire dalla crisi fosse “abolire le province”. Misure simbolicamente importanti ma che non avrebbero impatti immediati sull’economia – se li avessero sarebbero probabilmente recessivi, almeno nel breve periodo – e che non scalfirebbero nemmeno il mastodontico debito pubblico italiano. È brutto da dire, ma in tutto sono un 71 per cento di italiani che non aveva idea di che cosa si stesse parlando

  Francesco Costa
“I professionisti dell’anticasta”
Il Sole 24 Ore – 27/06/2012

Lungi dal risolvere la questione originale, oramai del tutto posta ai margini della discussione, anni di retorica anti-casta e manipolazione mediatica…

«..hanno formato un’opinione pubblica immatura, lagnosa, superficiale, disinformata, che ragiona per luoghi comuni e frasi fatte. E che quindi nella maggior parte dei casi non può che scegliersi una classe dirigente egoista, localista, populista, appiattita verso il basso, che non rende conto di niente in particolare perché nessuno gli chiede conto di niente in particolare, dato che “sono tutti uguali”. I politici lo hanno capito e ci marciano, infatti da tempo non promettono più di essere eccezionali ma di essere “gente come noi”. Rassicurano, invece che scuotere. Seguono, invece che guidare.
La “casta” dei politici italiani, con tutte le sue grandi e pompose storture, non è piovuta dal cielo, né oggi rimane al suo posto grazie a superpoteri invincibili o paranormali. È stata votata, e poi ri-votata, e poi votata ancora. Dagli stessi che se ne lamentano, il più delle volte. E questo perché “la casta” dei politici è l’espressione ultima di un Paese che è interamente strutturato in modo castale. Si pensi alla nostra scarsissima mobilità sociale, per esempio, oppure allo scandaloso apartheid a cui sono relegati i lavoratori precari. Agli stipendi che si muovono solo e soltanto sulla base dell’anzianità, oppure all’arcaica e corporativa regolamentazione delle professioni. Caste, vere.»

 Francesco Costa
 “I professionisti dell’anticasta”
 Il Sole 24 Ore – 27/06/2012

È aspetto questo che sembra totalmente avulso da ogni altra considerazione che non sia circoscritto alla mera contabilità da scontrino alla bouvette di Montecitorio, in una democrazia minimale che si nutre di suggestioni e rigurgiti autoritari che scambia per “decisionismo”.

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Paladini delle Libertà

Posted in Masters of Universe with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 16 marzo 2010 by Sendivogius

Solitamente, un sistema articolato di garanzie e di controlli serve a tutelare i cittadini contro gli abusi del potere, vigilando costantemente sulle anomalie e sanzionando severamente le violazioni, nel nome del principio di legalità. Per questo esistono gli organismi di vigilanza.
Nell’Italietta berlusconizzata, avviata a diventare uno stato patrimoniale nelle disponibilità del Sovrano, tramite la potestà delle istituzioni, le agenzie di controllo (farsescamente chiamate authorities) sono parte integrante di una finzione democratica a corollario del potere assoluto dei Re.
Si assiste così ad un curioso paradosso: invece di limitare e censurare gli appetiti autocratici dell’Unico, con la rimozione del mostruoso conflitto di interessi, se ne da per scontata la sostanza e l’esistenza, costituendo un contorno di sedicenti organismi di controllo, a cartina di tornasole, che lasciano però intatto il problema originale, con la nomina di ‘garanti’ da parte di chi è causa integrante dell’anomalia che si vorrebbe contenere.

Nella  panchina degli osservatori impotenti e spesso benevoli  c’è sicuramente l’AGCOM (Autorità per le garanzie nelle comunicazioni) che svolge la sua attività di controllo nel mercato strategico delle comunicazioni, “volta alla soluzione di questioni di particolare delicatezza” in considerazione dei “rilevanti interessi economici di soggetti operanti ne settore”. Insieme all’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, l’AgCom dovrebbe vigilare anche sui casi di “conflitto d’interessi”, nella remota ipotesi che il governo favorisca gli interessi privati del premier e le attività imprenditoriali della sua famiglia, assicurando “la corretta competizione degli operatori sul mercato e di tutelare i consumi di libertà fondamentali dei cittadini”.
Pertanto, i componenti dell’Autorità “sono chiamati a tenere un comportamento ispirato a lealtà, imparzialità, diligenza e correttezza personale”, con la sottoscrizione di un Codice etico al quale attenersi scrupolosamente:

 Art. 5 – Doveri di imparzialità

1. I Componenti e i dipendenti operano con imparzialità, senza indulgere a trattamenti di favore; assumono le proprie decisioni nella massima trasparenza e respingono indebite pressioni. Non determinano, nè concorrono a determinare, situazioni di privilegio e non ne fruiscono.
2. Nello svolgimento dei suoi compiti il dipendente:
a) non assume impegni, nè fa promesse ovvero dà rassicurazioni in ordine a questioni che rientrino nella competenza dell’Autorità;
b) non promuove incontri informali con soggetti interessati, dedicati a questioni rilevanti ai fini dell’attività d’ufficio, nè vi partecipa, se a ciò non espressamente autorizzato dal dirigente responsabile; in particolare, non partecipa ad incontri informali aventi ad oggetto provvedimenti non ancora deliberati dall’Autorità o non comunicati formalmente alle parti;
c) mantiene un comportamento imparziale in occasione di esami o di concorsi pubblici, nonchè in occasione di promozioni o trasferimenti.
3. Il dipendente evita di assumere incarichi di rappresentanza in associazioni, circoli od altri organismi di qualsiasi natura, qualora da ciò possano derivare obblighi, vincoli o aspettative tali da poter compromettere l’esercizio delle funzioni dell’Autorità.

Con italica coerenza, gli 8 Commissari che ne compongono il Consiglio sono tutti di nomina politica, gravitanti nel mondo dei partiti dei quali rispecchiano gli equilibri: ci sono parlamentari, ex dipendenti Mediaset e persino un paio di sottosegretari di governo.
Il Presidente dell’Agcom invece viene scelto direttamente dal Capo del Governo.

IL CONSIGLIO DEI GUARDIANI
 L’attuale Garante è Corrado Calabrò (classe 1935), giurista esperto e già magistrato della Corte dei Conti, raffinato letterato, dal prestigioso curriculum istituzionale con esperienze importanti nella giustizia amministrativa. Il dott. Calabrò viene nominato presidente dell’Agcom il 18/03/05 su indicazione di Gianfranco Fini, allora vice-premier, con l’assenso di Silvio Berlusconi che al momento della votazione si astiene.
Tutti i componenti sono chiamati a garantire l’autonomia di questo fondamentale organismo indipendente, uniformemente spalmati tra le due commissioni che costituiscono l’Autorità di controllo:

 § Commissione per le infrastrutture e le reti (CIR)

 Prof. Stefano Mannoni
Nato a Sondrio il 1 aprile 1966. E’ professore ordinario di storia delle costituzioni moderne alla Facoltà di Giurisprudenza di Firenze e avvocato.
 È il commissario in quota Lega, nonché editorialista de Il Foglio e de Il Giornale.

«Il costituzionalista Prof. Mannoni si è distinto, tra l’altro, per aver fatto, a suo tempo, un tempestivo e singolare commento all’indomani della pubblicazione della sentenza della Corte di Giustizia Europea del 31/01/2008 in merito all’assegnazione delle frequenze occupate da “Rete 4” a scapito di “Europa 7”, che (com’è noto) è stata favorevole a “Centro Europa 7”, vincitrice di regolare gara d’appalto indetta dallo Stato italiano.
Su “Il Giornale” l’editorialista Stefano Mannoni ha prontamente dispensato una lettura (che si pretende) “senza pregiudizi” della suddetta sentenza, curiosamente simile al comunicato Mediaset, secondo la cui nota, emessa il giorno precedente, “quale che sia il contenuto della sentenza, questa non può comportare alcuna conseguenza sull’utilizzo delle frequenze nella disponibilità delle reti Mediaset, inclusa ovviamente Retequattro”»

 (fonte: ADUSBEF)

 Dott. Nicola D’Angelo
Giurista di prestigio, “Ha lavorato presso il Ministero delle Comunicazioni, dove ha diretto uffici con competenze giuridiche nel settore della radiotelevisione pubblica e privata e delle telecomunicazioni. Si è inoltre occupato di problematiche relative alla pianificazione delle frequenze, alla convenzione e al contratto di servizio della RAI, alle trasmissioni per l’estero e per le minoranze linguistiche. Nel 1995 è stato consulente giuridico della Commissione speciale della Camera dei deputati per il riordino del settore radiotelevisivo e componente della rappresentanza italiana nel Comitato del Consiglio d’Europa per i mezzi di comunicazioni di massa.
È stato membro della I Commissione TV e minori istituita presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri.
In rappresentanza del Ministero delle Comunicazioni è stato membro del Consiglio di amministrazione della Stet e di Telecom Italia.
Ha poi vinto il concorso in magistratura amministrativa.
È stato consigliere giuridico del Ministro delle Comunicazioni, Capo Ufficio Legislativo del Ministero del Commercio con l’Estero, Capo Ufficio Legislativo del Ministero delle Riforme Istituzionali.
In particolare, in qualità di consigliere giuridico del Ministro delle Comunicazioni ha collaborato alla stesura della legge istitutiva dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni e delle norme in materia di riassetto del settore radiotelevisivo e di liberalizzazione del mercato delle telecomunicazioni.
Magistrato amministrativo e professore presso la facoltà di Giurisprudenza dell’Università LUMSA di Roma, dove insegna Teoria delle organizzazioni pubbliche, è autore di pubblicazioni nel settore giuridico e delle comunicazioni.”

 Dott. Roberto Napoli
Nato a Battipaglia (SA) il 18 aprile 1950, medico chirurgo specializzato in Medicina Legale e delle Assicurazioni e in Medicina del Lavoro, è editorialista su numerose riviste specializzate sui temi dell’informazione e della formazione ambientale e della privacy. Ha curato la pubblicazione di studi e ricerche in materia di comunicazione, svolgendo stages, corsi e master sui temi della comunicazione di massa, la privacy e la formazione ambientale”.
Nel 1994 è stato eletto al Senato ove è stato ex Presidente di gruppo parlamentare dellUDEUR.

 Dott. Enzo Savarese
Nato a Brescia il 3 gennaio 1953, una laurea in Giurisprudenza, ex deputato di AN, è stato responsabile di Alitalia per le relazioni internazionali e consigliere di amministrazione per Atesia s.p.a. Curiosamente, entrambe le aziende sono miseramente fallite.

§ Commissione per i servizi ed i prodotti (CSP)

 Dott. Michele Lauria
Nato ad Enna il 09/11/42. Una laurea in filosofia; Ex sindaco democristiano di Enna; ex senatore della Margherita; ex sottosegretario nei governi Prodi-D’Alema-Amato.
È uno dei commissari Agcom in quota centrosinistra.

 Dott. Sebastiano Sortino
Nato a Sortino (SR) il 9 settembre 1938. Laureato in Giurisprudenza presso l’Università di Catania. Ha frequentato corsi di specializzazione nelle materie economiche in Italia ed all’estero.
È stato per oltre dieci anni responsabile del settore piccola industria presso la Confindustria, e per più di cinque anni responsabile dei rapporti con le Regioni e gli Enti Locali presso l’Ente Nazionale Idrocarburi. Attualmente, conserva il suo incarico nel CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro). Dal gennaio 1977 è direttore generale della FIEG, Federazione Italiana Editori Giornali. E forse è l’unico che capisce davvero qualcosa di editoria.

 Dott. Gianluigi Magri
Medico bolognese, “è specialista in Medicina interna e cardiologia. Attualmente è ricercatore confermato presso il Dipartimento di Medicina Interna e Gastroenterologia dell’Università di Bologna.
È autore di circa 270 pubblicazioni scientifiche ed ha collaborato a progetti di ricerca con l’Organizzazione Mondiale della Sanità, il Ministero della Salute ed il CNR.
Consigliere del Comune di Bologna eletto nel 1985 è stato rieletto nel 1990 e nel 1995. In questo periodo è
stato capogruppo della DC e poi del CCD nel Consiglio comunale di Bologna.
Dal 1994 al 2003 ha fatto parte dell’Assemblea della Fondazione Cassa di Risparmio di Bologna (in rappresentanza degli enti territoriali).
Dal 1997 all’ottobre del 2002 siede nel Consiglio di Amministrazione di SEABO di Bologna, poi HERA.
Dal febbraio 2003 al 2005 è stato Sottosegretario di stato al Ministero dell’Economia e delle Finanze del Governo Berlusconi. Durante il semestre di Presidenza italiana del Consiglio dell’Unione Europea ha presieduto il consiglio Ecofin Bilancio preparando e discutendo il primo bilancio europeo allargato a 25 Paesi, che ha firmato, nel dicembre 2003, con il presidente europeo Pat Cox. Ha inoltre seguito i rapporti con la stampa internazionale sul tema del bilancio europeo, collaborando con gli organi istituzionali di informazione sulla materia in oggetto”
. 
 
 Giancarlo Innocenzi
Nato a Verona il 19 agosto 1945, una laurea in Economia e Commercio, è un ex dirigente Fininvest: ex direttore dei servizi giornalistici di Canale 5, Italia 1, Rete 4.
Ex Sottosegretario di Stato al Ministero delle Comunicazioni dal 2001 al 2005 di Forza Italia, è stato pure presidente della commissione per lo Sviluppo del digitale terrestre (grande business di Mediaset).
Dubbi sull’imparzialità del personaggio e sul rispetto del codice etico, erano già stati sollevati dal presidente Calabrò un paio di anni fa. Naturalmente, Innocenzi è rimasto in servizio permanente agli ordini del Grande Capo, che a tutti gli effetti lo considera (e lo tratta) come un suo dipendente. Tanto fedele da guadagnarsi l’inossidabile soprannome di Inox.
Il commissario Innocenzi è uno che deve aver ben compreso il suo ruolo di garanzia…
Padron Silvio si è appena travestito da paladino dell’Amore (proprio): se non lo ami ti spegne.
Ossessionato da Santoro, Floris e dalla libera stampa in generale, abituato alla sua corte di ruffiani e cicisbei non riesce a comprendere la differenza che intercorre tra il panegirico e l’informazione anche critica. Pertanto se ne lamenta al telefono con i suoi agenti del Min.Cul.Pop. delle Libertà
Tra questi c’è appunto Innocenzi, il quale deve sorbirsi le sfuriate del boss che si crede istituzione vivente e che (parole sue) “lo manda a fare in culo ogni tre ore”:

È arrabbiatissimo. E, come sempre quando non gli piace cosa passa la Rai, chiama il commissario dell’Agcom, Giancarlo Innocenzi. I toni non sono esattamente garbati: il Presidente del consiglio parla al responsabile dell’Autorità garante come fosse un suo dipendente. Gli dice di non avere “dignità”, gli consiglia “di dimettersi” se non è in grado di svolgere il lavoro per il quale viene pagato. Lo accusa di non riuscire a “difenderlo” abbastanza, come invece dovrebbe fare. Anche perché – gli ricorda il premier – è stato lui ad averlo “messo in quel posto!”. Berlusconi è furibondo, Innocenzi prova inutilmente a parlare, a difendersi: “Ma insomma: prima Ezio Mauro. Poi Eugenio Scalfari. Ma dove siamo? Mi attaccano, parlano male di me dai canali della televisione pubblica. Ma ti pare una cosa possibile? Come si può fare per far intervenire l’Agcom su una vicenda come questa?” e giù altri giudizi sulla inadeguatezza al ruolo che ricopre del commissario di Agcom.
Innocenzi tenta di giustificarsi in tutte le maniera, sostiene che può fare molto poco, giura al presidente del consiglio di non aver potuto “bloccare” quella trasmissione perché è troppo complesso, troppo difficile. 
 

La Repubblica – 15 marzo 2010

Il fatto è che alcuni giornalisti hanno osato violare la damnatio memoriae decretata dell’Imperatore, intervistando l’ex presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, oltre ai direttori de La Repubblica Ezio Mauro ed Eugenio Scalfari, tutti colpiti da mandato di ostracizzazione.
Il Joker di Arcore inoltre è tormentato dal faccione contadino di Antonio Di Pietro, che non vuole più vedere credendosi forse il ceronato più bello del reame.
Soprattutto l’Imperatore non vuole si parli delle sue grane giudiziarie, giacché il problema non è la reiterazione del reato ma la sua pubblicazione. Se ne lamenta col fido Scondizolini, direttorissimo del TG-1 che prontamente esegue. Col direttore RAI, l’impomatato Mauro Masi che per un istante  sospetta di essere in una dittatura africana o peggio: “Certe cose non avvengono neanche nello Zimbabwe, si lamenta. Poi però ci ripensa e prontamente si allinea ai desiderata del Mugabe brianzolo… del Mogamboni al governo.
Questo perché in uno Stato criminale su base proprietaria il problema non è l’Anomalia elevata a regola, ma chi la denuncia…

Innocenzi non può certo deludere Re Silvio e per tirare giù le saracinesche sulla trasmissione dell’esecrato Michele Santoro convoca anche un altro ex manager della Fininvest in disarmo ma sempre fedele, tale Alessio Gorla.

“È Gorla a svolgere il ruolo di ponte tra Innocenzi e la Rai. È lui a fornire al commissario dell’Agcom le carte utili per far scrivere al presidente dell’Autorità una lettera pepata contro Michele Santoro. Gorla, a 73 anni è stato premiato con la poltrona di consigliere della Rai dopo avere rivestito cariche manageriali nel gruppo Fininvest.
Nel 1994 è entrato in Forza Italia e ha coordinato la campagna elettorale del partito. Passato in Rai come direttore delle risorse è stato pensionato nel 2006 e richiamato in consiglio lo scorso anno. Anche il direttore generale della Rai, Mauro Masi, prima di cercare in ogni modo di eliminare dal video i suoi rivali mediatici, è stato dipendente di Berlusconi come segretario generale di Palazzo Chigi. Infine Giorgio Lainati, l’uomo che si definisce un soldato nelle intercettazioni della Procura di Trani e che si lamenta contro Mauro Masi e contro i precedenti direttori generali che non sono riusciti a chiudere Annozero nonostante sette esposti presentati (non solo da lui) dalla Commissione di Vigilanza, quel Giorgio Lainati che oggi è vicepresidente della Commissione di vigilanza sulla Rai, per anni è stato un dipendente proprio di Mediaset. Prima di essere eletto nelle file di Forza Italia in Parlamento è stato giornalista di Studio Aperto e Canale5.”

  Il Fatto Quotidiano – 14 marzo 2010

Lainati è un altro di quegli spiriti liberi, intruppati nel Pretorio delle Libertà: lui si definisce un “soldato” pronto ad eseguire gli ordini del capo. Per la bisogna mette insieme una squadra d’assalto di spregiudicati quarantenni, a dimostrazione che nella gerontocratica Italia l’età non fa affatto la differenza. Il commando degli  ultrà di regime  include l’avvocato-parlamentare Iole Santelli, cresciuta all’ombra di Cesare Previti. Ma c’è anche il leghista Davide Caparini, giornalista della Padania e Amministratore unico della “Celticon“. Soprattutto, è responsabile della Lega per le tlc. In quanto Segretario della Commissione parlamentare per l’indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi, si occupa della vigilanza RAI e coerentemente invita a non pagare il canone di abbonamento. A conludere il trittico, contribuisce il senatore e giornalista Alessio Butti. Comasco, pizzo alla D’Artagnan, è membro della commissione parlamentare per l’indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi.
È tutta gentucola che ha costruito le proprie fortune scrivendo sui giornalini di partito in ossequio al padrone. Le servette pronto uso che, forti dell’intoccabilità dei politici trovano molto liberale censurare gli articoli altrui, tappando la bocca ai giornalisti veri ma sgraditi all’Imperatore.

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berlusconi-pescaraCinegiornale Luce

 

 “Non voglio arrivare a dire di azioni dirette e dure nei confronti di certi giornali e certi protagonisti della stampa, però sono tentato…

 (S.Berlusconi, 04 Aprile ‘09)

 

Un buon cortigiano anticipa sempre i desideri del potente. Ne interpreta i voleri prima ancora che questi siano formulati con richieste esplicite. Annusa con fiuto infallibile l’aria che tira e subito si adegua alla direzione del vento, piegando le vele là dove la corrente è più forte. E l’Italia, dove i servi abbondano, vanta una secolare esperienza nell’antica arte di compiacere i propri padroni. 

Infatti la cosiddetta “Informazione”, specie se pubblica (cioè di partito), ha una funzione essenzialmente celebrativa, speculare al potere politico. Se ‘Servizio’ esiste, non può che essere esercitato alle dipendenze altrui, nel nome di un protettore a cui votarsi e di una corte alla quale legare le sorti della propria sopravvivenza. Pertanto bisogna saper valutare, puntando su un candidato vincente, possibilmente dalla fortuna duratura. In Italia non è una scelta difficile…

Bastonate con furore dal sedicente giornalismo ‘liberale’ quando sono al governo, cannoneggiate senza tregua quando sono all’opposizione, le friabili coalizioni di centrosinistra vengono e sopratutto se ne vanno con la velocità di una meteora. Berlusconi invece resta. Sempre.

Brevi parentesi nel (quasi) ventennale interregno del Cavaliere Nero, i governi di centrosinistra durano quel tanto che basta per essere accusati di ogni nefandezza… anche della crocifissione di Gesù Cristo, se necessario all’acquisizione di crediti. Stranamente, l’intransigente spirito dei nostrani liberali svapora in mute nuvole di consenso incondizionato, dinanzi all’enorme conflitto d’interessi e alle preoccupanti anomalie del bulimico monocrate di Arcore… Nulla deve turbare il naturale corso degli eventi: un lungo fiume tranquillo che scorre veloce, incanalato tra solidi argini e ali di folla festante al passaggio in barca di Silvio, l’azzurro timoniere. Per questo, gli avvenimenti vanno filtrati e depurati da ogni contenuto destabilizzante. La TV serve per illustrare le gesta agiografiche del sovrano, incensare le sue virtù, e rassicurare il popolo raccolto nell’adorazione di Silvio il Magnifico. È un aggiornamento dei vecchi cinegiornali Luce. Gli argomenti devono essere semplificati per essere consumati in fretta. I TG diventano i fast food della notizia precotta, immediatamente fruibile come prodotto di massa, per una società che viaggia veloce e nella quale non c’è spazio per le incrostazioni del dubbio. La complessità, la critica, gli approfondimenti… sono il fastidioso companatico di un panino già bello e confezionato, che non ammette variazioni nella sua rigida composizione.

Non si contesta tanto la sostanza, quanto il principio di esistenza di ogni possibile voce dissonante dal peana magnificante.

La trasmissione “Report” della bravissima Milena Gabanelli dedica una trasmissione alla social card ed alle politiche fiscali del ministro Tremonti l’Infallibile? Il programma viene deferito al ‘comitato etico di vigilanza’ della RAI.

“Annozero” dell’incontenibile Michele Santoro denuncia inefficienze nelle operazioni di soccorso e responsabilità nei disastri del terremoto in Abruzzo? Santoro è uno sciacallo politico! Non certo coloro che hanno trasformato la tragedia abruzzese nel palcoscenico ideale di un enorme spot elettorale, dove il cinico reality show governativo sul dramma degli sfollati si mescola con falsi sentimentalismi e leziosità da Mulino Bianco. Si unisce nel “tiro al Santoro” anche Bruno Vespa: il necrofilo della pedemontana. Il direttore Masi, indignato, sospende il vignettista Vauro, per offesa ai defunti…

vauro

In Abruzzo, oltre alla Casa dello Studente, sono crollate scuole ed edifici pubblici come la Prefettura (poteva essere una strage ancora peggiore). Ma per Silvio, spalleggiato dai suoi scatenati lacché, è da “sciacalli” indagare sulle società costruttrici e sulla qualità dei materiali utilizzati nelle costruzioni e sul rispetto delle norme di sicurezza. Bisogna provvedere alla ricostruzione… cioè distribuire soldi per appalti e clientele. Eventuali accertamenti sono il peggiore dei mali possibili, nonché una inutile perdita di tempo. Non parliamo poi degli errori di valutazione inerenti l’attività sismica in Abruzzo, con relativo ridimensionamento del rischio compiuto dalla Protezione Civile. L’argomento è tabù e Guido Bertolaso un monumento nazionale, con appoggi molto più solidi della basilica di Collemaggio. In quanto alle eventuali responsabilità, in quanto alla lettera (ignorata) che il sindaco de L’Aquila aveva inviato alla Protezione Civile: “le responsabilità di controllo sono della sinistra”. Amen! Discorso chiuso.

berlusconi-pompiere

Grande giubilo per l’incredibile somma di 5 milioni di euro offerti dalla Conferenza Episcopale italiana ai terremotati. Le centinaia di milioni di euro che invece pagheremo come pizzo alla Lega, per il mancato accorpamento delle elezioni di Giugno, sono irrilevanti. Tanto ci costa un Bossi al governo. Le spese del referendum? La colpa è dei promotori!

 

CANCELLATA LA NOTIZIA

ELIMINATO IL FATTO

berlusconi-funerali1Nel momento in cui i mezzi di informazione smettono di informare, evidentemente fanno qualcos’altro… PROPAGANDA. 

In alternativa, campano di “emergenze” (vere o costruite per la bisogna), che vengono pompate nel circuito mediatico a flusso alternato, perché anche le notizie hanno una loro data di scadenza. E soprattutto censurano le notizie ‘scomode’, insieme ai giornalisti sgraditi.

 Emergenza Criminalità e Rapine in villa. Tema dominante della campagna elettorale, è praticamente scomparso dai palinsesti televisivi. Ma le rapine continuano con incredibile ferocia, 3 solamente il 16 Aprile: A Vicenza; A Posillipo, dove l’ex “re del grano” Franco Ambrosio è stato ammazzato a bastonate insieme alla moglie; Nelle campagne torinesi dove gli aggrediti, una famiglia di tre persone, hanno dovuto fingersi morti per sottrarsi alla violenza bestiale dei loro aguzzini. Un normale fattarello di cronaca da dimenticare in fretta. Parola d’ordine: le città sono sicure. Ora.

 Crisi Alitalia. Altro tema dominante in tempo di elezioni: Azienda a rischio fallimento; perdite per milioni di euro su ogni giorno di ritardo nell’acquisizione CAI; il commissario Fantozzi minaccia di portare i libri contabili in tribunale… Che fine ha fatto l’Alitalia?!? E soprattutto è decollata la CAI di Colaninno e soci?

 Immigrazione clandestina e sbarchi in Sicilia. Dopo che i media avevano lanciato l’emergenza nazionale, scatenando una sindrome da invasione barbarica, le notizie in proposito vengono costantemente annacquate, stemperate, mitigate. Adesso al governo c’è super Silvio insieme ai castigamatti della LEGA! Infatti le espulsioni degli irregolari sono, di fatto, ferme. La Romania, grande accusata per la l’ondata di criminalità predatoria nelle nostre città, non solo rifiuta di riprendersi la propria feccia esportata in Italia e condannata in definitiva dai pur nostri lentissimi tribunali, secondo gli accordi bilaterali, ma fa pure l’offesa e passa al contrattacco, dopo l’enorme casino delle indagini per lo stupro al Parco della Caffarella di Roma. Di fatto non collabora minimamente, nonostante le sceneggiate del governo italiano. E che dire dell’accordo epocale stipulato con Gheddafi, per bloccare il flusso di migranti in partenza dalle coste libiche? Finora gli sbarchi continuano con una media di 200 arrivi al giorno. Non male come risultato per il cattivo Maroni, ministro che insieme ad altri si presta a ben altre rime…

 Smaltimento dei rifiuti campani. Emergenza conclusa. Il governo lo ha stabilito per decreto ed altro non è dato sapere.

 Crisi economica. A giudicare dal tenore delle dichiarazioni di Tremonti, lui la crisi l’aveva prevista con largo anticipo rispetto al resto del mondo. Infatti ha stilato una finanziaria triennale come se nulla fosse. La Crisi non esiste, il sistema bancario italiano è solidissimo, ed i disoccupati vadano a lavorare!

Lasciamo poi perdere il noiosissimo piano di riordino delle frequenze televisive. A gennaio dovrebbero essere scattate le sanzioni di mora da parte della UE per le inottemperanze dell’Italia. Ma non è concesso avere notizie più certe.

In questo, le ‘nuove’ nomine RAI sono davvero il male minore in un ‘eterno ritorno al sempre uguale’. A tal proposito, se volete, potete leggervi un articolo di Sebastiano Messina, datato 06/11/03. Noterete come tutto si ripete in uno strano ciclo perverso…

 

“La novità del berlusconismo è il telegiornale di Mimun e il giornale radio di Socillo.

TG e GR: la fabbrica delle notizie che non disturba mai il governo”

Cosa sta succedendo alla tv italiana? Ha ragione Francesco Rutelli, quando accusa il centro-destra di aver “messo sotto controllo politico l’informazione televisiva” e di star trasformando la democrazia italiana “in una oligarchia mediatica dominata dal monopolio berlusconiano”? Alla vigilia della delicatissima battaglia delle europee di primavera – e mentre il governo spinge verso il voto finale, con tutte le sue forze, la contestatissima legge Gasparri – la questione dell’equilibrio dell’informazione torna al centro dello scontro politico. Con una novità non di poco conto: per la prima volta nella sua storia, il principale telegiornale italiano – il Tg1 di Clemente Mimun? È contestato sia dalla maggioranza che dall’opposizione, bersagliato da attacchi convergenti, accusato dall’Udc di essere diventato “un monumento al servilismo” e dai Ds di praticare addirittura “un giornalismo marchettaro”. Mimun ha risposto con querele e richieste di danni. Ma ormai non si tratta più di casi isolati, di polemiche personali, di episodi sporadici. Più del fondamentalismo militante del Tg4, del cerchiobottismo apparente del Tg5, delle romantiche divagazioni del Tg2, del clima da riserva indiana del Tg3 e della furba latitanza del Tg di Italia Uno, la vera novità dell’anno terzo del berlusconismo è proprio la normalizzazione del Tg1. Una testata che non è mai stata antigovernativa, certo, ma che oggi è diventata il luogo dove la politica viene metodicamente sminuzzata, frullata e bollita per cucinare ogni giorno un minestrone dolciastro dall’effetto soporifero, un bollettino perennemente ottimista e fiducioso nelle magnifiche sorti, e progressive, del governo Berlusconi. Mettiamo, per esempio, che il governatore della Banca d’Italia accusi il governo di aver peggiorato i conti pubblici, di aver fatto salire il deficit statale, di non aver ridotto il debito. Come si fa a ignorare una così autorevole bacchettata? Nessun problema: basta trovarci il lato positivo. Il Tg1 di venerdì 31 ottobre presenta la vicenda con un titolo insapore: “A confronto sull’economia”. Poi, nel sommario, il conduttore spiega con voce profonda: “Fazio: risanamento e riforme perché l’Italia riparta”. Tutto qui? No. Almeno un accenno, ai conti pubblici, bisogna farlo. Così: “Sui conti pubblici, dice Tremonti, andiamo meglio di Francia e Germania”. Del gelo tra i due, della “fredda stretta di mano” su cui titola il Tg5, non c’è traccia nel sommario del Tg1. Insomma, l’allarme di Fazio diventa un incoraggiamento al governo e il ministro dell’Economia tira già le conclusioni: siamo tra i migliori d’Europa. Un piccolo capolavoro… Mettiamo che il centro-sinistra vinca le elezioni in Trentino Alto Adige. Come si fa a nascondere la notizia? Semplice: la si elimina dai titoli e dal sommario, riducendola a una notiziola. Mettiamo, infine, che la riforma dei tribunali minorili venga clamorosamente affondata in Parlamento. Come si fa, di fronte a una simile sconfitta, ad addolcirne l’impatto? Basta usare le parole giuste: e così, ieri sera, il Tg1 titolava: “Confronto nella Cdl”. Come se invece di un agguato dei franchi tiratori ci fosse stato un convegno di accademici. È un lavoro di forbici e colla, il cui esempio massimo rimangono l’aggiunta di un uditorio posticcio al discorso del presidente del Consiglio all’ONU? meritoriamente smascherato da “Striscia” – e il taglio al sonoro di Berlusconi che prometteva all’eurodeputato tedesco Schulz un posto di kapò in un film sui nazisti. Unico telegiornale europeo? Insieme a quello svedese, per essere precisi? a negare ai suoi ascoltatori l’audio di quella gaffe, il Tg1 ricevette allora gli ironici complimenti del Financial Times: “Il telegiornale sovietico di Breznev non avrebbe saputo fare di meglio”.

Tagliare e cucire, troncare e sopire. Non è solo Berlusconi, l’oggetto delle premurose attenzioni del Tg1. Quando Bossi straparla, per dire, si dà il minimo indispensabile, possibilmente la frase meno spinosa, quella più commestibile. Mercoledì 22 ottobre, il giorno in cui il ministro leghista definisce il mandato di cattura europeo “criminale”, frutto nientemeno che di una “follia nazista”, il Tg1 cancella queste parole dal suo servizio, e già che c’è anche la durissima risposta del segretario dell’Udc Marco Follini: “I ragionamenti, se vogliamo generosamente chiamarli così, dell’onorevole Bossi?”. La sera stessa, il partito degli ex DC? quelli che un tempo erano gli “editori di riferimento” del Tg1? Bolla il telegiornale di Mimun come “un monumento al servilismo”.

 Ma il vero segno della nuova stagione? più del brusco ridimensionamento dello spazio per l’opposizione – è nella mutazione genetica del giornalismo televisivo. Una volta i telegiornali intervistavano i politici: il giornalista faceva delle domande, e il ministro (o il segretario di partito) rispondeva. Oggi l’intervista è scomparsa dal Tg1: è un lusso concesso solo al direttore. Il contraddittorio è stato abolito. I cronisti sanno che non devono fare domande a nessuno. “Quando c’è da far parlare un politico, per esempio Schifani? racconta un cronista parlamentare – parte una sola persona: il telecineoperatore, l’uomo della telecamera. A fare la domanda ci pensa il suo addetto stampa, Edy Benedetti. E noi mandiamo in onda la risposta del capogruppo al suo portavoce”. Ai ministri sta bene così. Non a tutti, però. L’ultima volta che Gianni Alemanno ha visto arrivare il telecineoperatore ha chiesto: “E il giornalista, dov’è?”. “Ma lei sa già tutto, mi hanno detto?” ha risposto l’altro, imbarazzatissimo. “No, io non so niente. E non mi piace farmi le interviste da solo” è sbottato il ministro. Sono molti, i giornalisti del Tg1 ai quali non piace questa riedizione tardiva del collateralismo militante. Ma nulla possono, contro il metodo blindato del “panino”. Cos’è il “panino”? E’ il contrario del “bidone”, che era il sistema adottato dai telegiornali dell’Ulivo: ogni giorno un cronista seguiva il centro-sinistra e un altro si occupava del centro-destra, poi a fine giornata ciascuno dei due amalgamava le notizie sul suo schieramento (in un “bidone”, come fu subito soprannominato questo contenitore dalla forma elastica) e il Tg mandava in onda i due servizi affiancati. Con l’arrivo di Mimun l’era del “bidone” è finita. Il nuovo direttore ha voluto il “panino”, ovvero una specialissima nota politica nella quale il ruolo del pane e quello del companatico sono assegnati in partenza: la prima fetta di pane spetta al governo, in mezzo c’è la fettina di mortadella dell’opposizione (che in genere “protesta”, “attacca”, “contesta” o si produce in altre attività negative) e poi arriva, puntualmente, la seconda fetta di pane, quella della maggioranza. Se manca il governo, poco male: l’ultima parola deve toccare comunque al centro-destra, anzi a Forza Italia, ovvero a Schifani o a Bondi.

Certo, i giornalisti non sono obbligati a rispettare questa direttiva. Possono anche dare l’ultima parola a un esponente dell’opposizione. Però poi la pagano cara. Il cdr ricorda il caso di Andrea Montanari, che un giorno doveva montare una risposta del diessino Calvi all’avvocato Taormina. Lui seguì la logica, invece di accogliere il ripetuto invito a invertire l’ordine delle dichiarazioni. “Non posso dare prima la risposta e poi la domanda” spiegò, testardo. Risultato: il servizio venne sfilato dall’edizione delle 20 e mandato in onda solo a mezzanotte. Quanto a Montanari, quel servizio se lo ricorderà per un pezzo perché da allora non gliene hanno più affidato uno, neanche a Pasqua o a Ferragosto.

 Il dissenso nella maggioranza è sfumato e addolcito. Le proteste dell’opposizione sono diventate una sfoglia sottile nel panino quotidiano. C’era ancora uno spazio incontrollato, nel Tg1. Relegato dopo la mezzanotte, tra Vespa e Marzullo, ma c’era: la rassegna stampa. Alla fine del telegiornale, ogni sera un ospite diverso era invitato a commentare i giornali dell’indomani. Capitava che ai titoli dei quotidiani, qualche volta severi con Berlusconi, si aggiungesse anche l’opinione dell’ospite, incidentalmente non filogovernativo. Non poteva durare. All’inizio dell’anno la rassegna stampa è stata ribattezzata “Non solo Italia”, le prime pagine sono state ridotte a una sola (quella del giornale dell’ospite) e le domande rigorosamente limitate alle notizie dall’estero. Poi, a settembre, la rassegna è stata definitivamente abolita. Niente più giornali irriverenti, niente più ospiti impertinenti.

Per una singolarissima coincidenza, la stessa sorte nello stesso momento? È toccata alle interviste ai direttori dei giornali che erano diventare un appuntamento fisso del Gr3 delle 8,45. Ogni mattina, a turno, i giornalisti che guidano i sette maggiori quotidiani italiani venivano interpellati dal caporedattore centrale Licia Conte sulle notizie del giorno. Poi, un giorno, il nuovo direttore del Giornale Radio, Bruno Socillo, convoca la Conte. “Bisognerebbe allargare la rosa da sette a quattordici direttori”, dice. Lei esegue, però non basta. “Bisognerebbe registrarle prima, queste interviste, invece di mandarle in diretta”. I direttori si rifiutano. “Bisognerebbe delimitare il tema delle domande e delle risposte” insiste Socillo. Non funziona: evidentemente si parla ancora troppo di Berlusconi, in quelle telefonate alla radio. Insomma, da settembre i direttori dei giornali non vengono più chiamati dal Gr3. La rubrica è “sospesa”. Fino a nuovo ordine. È in questo campo da gioco desertificato, è con questa informazione militarizzata, che si combatteranno le prossime sfide tra la Casa delle Libertà e l’Ulivo. Non si sa come finirà: quello che è certo è che il suo derby decisivo, Berlusconi lo giocherà in casa.