Archivio per Mediterraneo

MAOMETTO E CARLOMAGNO

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , on 15 dicembre 2015 by Sendivogius

The roots of jihad

L’opera di Henri Pirenne si è sempre prestata a tutte le opinioni e tutte le contestazioni, prima di cadere nell’oblio e ridursi a letture antologiche in estratti per svogliatissimi studenti liceali che non saprebbero distinguere un tordo da una quaglia.
Henri PirenneApprossimativo, superato, inesatto. Acuto, innovativo, brillante. Pirenne è un autore che va letto, non foss’altro per la sua prosa semplice e scorrevolissima. Fa sempre la sua bella figura nella vostra più o meno copiosa biblioteca domestica. Ed è comunque un ottimo regalo di natale, al posto di ben altri orrori letterari che infestano le librerie.
In un’epoca confusa e ipocrita come la nostra, in cui le guerre si combattono ma si passa il tempo a negarne l’esistenza, riscoprire le pagine del dimenticato Pirenne (a ottanta anni dalla sua scomparsa) potrebbe costituire un’interessante sorpresa. In fondo, con più di qualche forzatura, è una storia di immigrazione, scontri e integrazioni culturali… Nel delineare gli aspetti dell’espansione islamica nel Mediterraneo e le trasformazioni più o meno conseguenti dell’Europa carolingia, lo storico belga forse è uno dei pochi studiosi ad infrangere, si potrebbe dire a sua insaputa, un certo cliché consolidato (a cui si oppongono altrettanti stereotipi contrari) e costruito attorno alla favoletta buona di un islam delle origini, tanto aperto quanto e tollerante (ma certamente non pacifico), in contrapposizione alle cupezze di un medioevo oscuro e barbarico di un Europa sprofondata nei secoli bui. Attraverso una prosa agevole e accattivante, Pirenne intuisce l’essenza di tanta “tolleranza”, cogliendone forse la natura più prossima al vero, liquidata in poche e significative righe:

Siege of Amorium«Per comprendere l’espansione dell’Islam nel VII secolo niente è più suggestivo che confrontarla, nel suo impatto sull’Impero romano, con le invasioni germaniche….. Quando l’Impero, con le sue frontiere in frantumi, abbandona la lotta, i suoi invasori si lasciano subito assorbire da esso e, per quanto possibile, ne continuano la civiltà entrando nella comunità su cui essa si fonda.
Late Romans vs Germanic Goths[…] Il problema che si pone è capire perché gli Arabi, che non erano certamente più numerosi dei Germani, non furono come questi assorbiti dalle popolazioni dei paesi di civiltà superiore di cui si impadronirono. Il nocciolo della questione è tutto qui. C’è solo una possibile risposta ed è di ordine morale. Mentre i Germani non avevano niente da opporre al cristianesimo dell’Impero, gli Arabi erano esaltati da una nuova fede. Fu questo e questo soltanto che li rese inassimilabili. Per il resto infatti non avevano maggiori prevenzioni dei Germani contro la civiltà dei popoli che avevano conquistato. Anzi, l’assimilarono con sorprendente rapidità: nelle scienze si misero alla scuola dei Greci, in arte a quella dei Greci e dei Persiani. Non erano neanche fanatici, almeno all’inizio, e non avevano intenzione di convertire i loro sudditi. Ma volevano che obbedissero al dio unico, Allah, e al suo profeta Maometto, e poiché costui era arabo all’Arabia. La loro religione universale era al tempo stesso nazionale. Erano i servitori di dio.
Esercito OmayadeIslam significava rassegnazione o sottomissione a Dio e musulmano significa sottomesso. Allah è uno ed è logico quindi che tutti i suoi servitori abbiano l’obbligo di imporlo ai miscredenti, agli infedeli. Quello che essi si propongono non è, come abbiamo detto, la loro conversione ma il loro assoggettamento. Sono questi i principi che essi portano con sé. Dopo la conquista non chiedono di meglio che prendere come bottino la scienza e l’arte degli infedeli: le coltiveranno in nome di Allah. Si impadroniranno anche delle istituzioni, nella misura in cui saranno loro utili. Per dominare l’impero che hanno fondato non possono più basarsi sulle proprie istituizioni tribali, così come i Germani non poterono imporre le loro all’Impero romano. La differenza è che, ovunque si trovino, dominano. I vinti sono loro sudditi ed essi soli pagano l’imposta, perché sono fuori dalla comunità dei credenti. La barriera è insormontabile: non può esserci alcuna fusione tra le popolazioni conquistate ed i musulmani….. Presso i Germani il vincitore andrà spontaneamente al vinto. Con gli Arabi è il contrario: il vinto andrà al vincitore e potrà farlo solo servendo, come lui, leggendo come lui il Corano, imparando dunque la lingua araba che è la lingua santa e al contempo la lingua stessa dei dominatori.
Guerriero arabo VIII secoloNessun proselitismo e neppure alcuna pressione religiosa, come invece era avvenuto per i cristiani col trionfo della Chiesa. “Se Dio avesse voluto”, dice il Corano, “avrebbe fatto di tutti gli uomini un solo popolo”, e condanna testualmente la violenza contro l’errore. Esige solo obbedienza ad Allah, obbedienza esteriore di esseri inferiori, degradati, spregevoli, che sono tollerati ma vivono nell’abiezione. E ciò è insopportabile e demoralizzante per l’infedele. La sua fede non viene combattuta, ma ignorata. E questo è il mezzo più efficace per distaccarlo e condurlo ad Allah il quale, restituendogli la sua dignità, gli aprirà al tempo stesso le porte della città musulmana. E poiché la sua religione obbliga il mussulmano a trattare l’infedele come soggetto, l’infedele va a lui e così facendo spezza i legami con la sua patria ed il suo popolo. Il Germano si romanizza dal momento in cui penetra nella “Romania”, il Romano invece si arabizza dal momento in cui viene conquistato dall’Islam, e poco importa che, ancora in pieno ‘medioevo’, sopravvivano in mezzo ai musulmani piccole comunità di copti, nestoriani, e soprattutto Ebrei. Questo non impedisce una profonda trasformazione di tutto l’ambiente. Avviene una rottura, un taglio netto con il Coranopassato. Il nuovo signore non permette più che nell’ambito in cui esercita il proprio dominio una qualche influenza possa sfuggire al rigido controllo di Allah. Il suo diritto, la cui principale fonte è costituita dal Corano, si sostituisce al diritto romano, la sua lingua al greco ed al latino.
Cristianizzandosi, l’Impero aveva per così dire cambiato anima; islamizzandosi cambia a un tempo anima e corpo. La società civile non è meno trasformata della società religiosa. Con l’Islam un nuovo mondo irrompe su quelle coste del Mediterraneo dove Roma aveva diffuso il sincretismo della sua civiltà. Si produce una lacerazione che durerà fino ai giorni nostri

Henri Pirenne
“Maometto e Carlomagno”
Newton Compton
Roma, 1993

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Sommossa e Insurrezione

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , on 6 luglio 2013 by Sendivogius

1793

Il testo citato trae ispirazione dall’insurrezione parigina del 5 giugno 1832, narrata nell’ambito di quell’opera monumentale che furono “I Miserabili” di Victor Hugo, ma potrebbe benissimo essere riadattato alle convulsioni magmatiche in atto soprattutto nelle sponde meridionali del Mediterraneo…

Egitto - Piazza Tahrir

Il riferimento è soprattutto a quei sommovimenti indefiniti, entusiasticamente ribatezzati “primavere” dalle cancellerie occidentali e da una stampa tra le più conformiste e conservatrici d’Europa, che plaude entusiasticamente alle “rivoluzioni” altrui, ma celebra le sabbie (im)mobili della “pacificazione” in patria.
Victor HugoHugo smaltisce via, senza troppo indulgenze, la sbornia effimera della ‘sommossa’ e mette in guardia da coloro che con troppa facilità evocano apocalissi prossime venture, mentre si ammicca alla “ferocia degli italiani”; pregustando “la catastrofe economica”, come un avvoltoio appollaiato ai piedi del moribondo. Perché se “qualcuno si suicida”, qualcun altro si gode le vacanze in Costa Smeralda.

La superficie della questione.

Di che si compone una sommossa? Di nulla e di tutto.
Di una elettricità sprigionata a poco a poco, d’una fiamma scaturita d’improvviso, d’una forza vaga, d’un soffio che passa; quel soffio incontra teste che pensano, cervelli che meditano, anime che soffrono, passioni che ardono, miserie che urlano e porta tutto con sé.
Dove?
A caso. Attraverso lo stato, attraverso le leggi, attraverso la prosperità e l’insolenza altrui. Convinzioni offese, entusiasmi inaciditi, indignazioni commosse, istinti guerreschi compressi, coraggio giovanile esaltato, generose passioni, curiosità, desiderio del cambiamento, sete dell’inatteso…. gli odii vaghi, i rancori, i disappunti, ogni vanità che crede d’aver fallito il proprio destino; i disagi, i sogni tenebrosi, le ambizioni vacue; chiunque speri una via d’uscita da un crollo e, finalmente, più in basso di tutto, la moltitudine, fango che piglia fuoco, sono tutti elementi della sommossa.
Il più grande e l’infimo; esseri che vagabondano senza meta aspettando un’occasione, irregolari della vita, individui senza famiglia, vagabondi dei trivi, coloro che di notte dormono in un deserto di case, senz’altro tetto che le fredde nuvole del cielo, coloro che chiedono quotidianamente il pane al caso e non al lavoro, gli ignoti della miseria e del nulla, gli uomini dalle braccia nude e dai piedi nudi, appartengono alla sommossa.
Chiunque abbia nell’animo una segreta rivolta contro lo stato, la vita o la sorte confina colla sommossa e, non appena essa compare, incomincia a fremere ed a sentirsi sollevare dal turbine.
La sommossa è una specie di tromba dell’atmosfera sociale che si forma bruscamente in certe condizioni di temperatura e che, nel suo roteare, s’alza, corre, tuona, strappa, spiana, schiaccia, demolisce e sradica, trascinando le nature grandi e le meschine, l’uomo forte e lo spirito debole, il tronco d’albero e il filo di paglia.
Guai a colui che essa porta via con sé, come a colui che urta! Essa li schianta l’uno contro l’altro.
Essa comunica a coloro che afferra una straordinaria potenza; colma il primo venuto della forza degli eventi, fa di tutto un proiettile, trasforma in palla da cannone la pietra e in generale un facchino.
A dare ascolto a certi oracoli della politica subdola, dal punto di vista del potere un po’ di sommossa è desiderabile.
Sistema: la sommossa consolida quei governi che non riesce ad abbattere; mette alla prova l’esercito; concentra la borghesia; dà una stiratina ai muscoli della polizia; controlla la forza dell’ossatura sociale. È una ginnastica, quasi quasi, igienica; il potere si sente meglio dopo una sommossa, come l’uomo dopo una frizione.
[…] Quanto a noi, respingiamo questa parola troppo larga e per conseguenza troppo comoda, “le sommosse”. Tra movimento popolare e movimento popolare facciamo una distinzione.

Insurrezione di Parigi

Il fondo della questione

Sommossa e insurrezione: sono due collere distinte, una delle quali ha torto, l’altra ragione. Negli stati democratici, i soli fondati sulla giustizia, capita talvolta che una fazione sia usurpatrice; allora la totalità si solleva e la necessaria rivendicazione del suo diritto può giungere fino all’uso delle armi. In tutte le questioni che fanno capo alla sovranità collettiva, la guerra della totalità contro la fazione è insurrezione, mentre l’attacco della fazione contro la totalità è sommossa.
[…] Ciò che il suffragio universale ha fatto nella sua libertà e nella sua sovranità, non può esser disfatto dalla piazza. Lo stesso accade nelle cose di pura civiltà: l’istinto delle masse, chiaroveggente ieri, può esser torbido domani.
[…] L’insurrezione è un accesso di furore della verità e le pietre che essa smuove gettano la scintilla del diritto, ma lasciano alla sommossa soltanto fango…. Quindi se l’insurrezione, in dati casi, può essere, come disse Lafayette, il più santo dei doveri, la sommossa può essere il più fatale dei delitti.
V’è pure qualche differenza nell’intensità del calore: spesso, l’insurrezione è un vulcano, la sommossa è un fuoco di paglia.
[…] Nei casi più generali, la sommossa proviene da un fatto materiale, mentre l’insurrezione è sempre un fenomeno morale. La sommossa è Masaniello, l’insurrezione è Spartaco; l’insurrezione confina collo spirito, la sommossa collo stomaco.
[…] Prima che il diritto si manifesti, v’è tumulto e schiuma. Sul principio l’insurrezione è sommossa così come il fiume e torrente e, di solito, fa capo a quell’oceano che è la rivoluzione; pure, talvolta, venuta da quei monti elevati che dominano l’orizzonte morale, la giustizia, la saggezza, la ragione e il diritto, fatta della più pura neve dell’ideale, dopo una lunga caduta di roccia in roccia, dopo aver riflesso il cielo nella sua trasparenza ed essersi ingrossata di cento affluenti nel maestoso incedere del trionfo, l’insurrezione si perde all’improvviso in qualche palude borghese, come il Reno in un pantano.
[…] Del resto, insurrezione o sommossa, il borghese propriamente detto ignora in che cosa la prima differisca dalla seconda; egli conosce pochissimo queste sfumature. Per lui, tutto è sedizione, ribellione pura e semplice, rivolta del mastino contro il padrone, tentativo di mordere, di abbaiare e ringhiare, da punire colla catena e colla cuccia; fino al giorno in cui la testa di cane, ingrandita ad un tratto, si abbozza vagamente nell’ombra col muso di leone.
Allora il borghese grida: “Viva il popolo!”

  Victor Hugo
“I Miserabili”
Garzanti, 1981.

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MIRABILIA

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , on 26 agosto 2011 by Sendivogius

Mentre la lunga parabola del colonnello Gheddafi si avvia finalmente alla fine, con un epilogo ancora incerto, in un mondo contemporaneo tormentato da fantomatici “conflitti di civiltà”, crucisignati bergamaschi con spadone e usbergo ed altri patetici imbecilli in tenuta da combattimento, segnaliamo all’attenzione dei nostri stimatissimi lettori una nuova lettura ‘d’epoca’, per una prospettiva differente e dalle venature esotiche, nella comprensione del presente attraverso l’affresco di un passato scomparso…
Tra storie di battaglie e di feroci corsari barbareschi, in un panorama agitato dalle nuove guerre di religione, è forse interessante aprire una finestra alternativa su Tripoli e sulla società libica, nell’ordinarietà della sua quotidianità pre-coloniale di una realtà complessa e assai lontana da certi stereotipi, oggi tanto alla moda tra gli ostensori dello “scontro di civiltà”…

Nel 1816 la casa editrice Sonzogno pubblicava in Italia le memorie di viaggio di un certo Alì Bey, pio pellegrino musulmano in viaggio verso la Mecca, che partendo dal Marocco percorreva tutto il Nord-Africa e le isole greche dell’Egeo, passando per la Siria e la Palestina, prima di approdare sulle coste dell’Arabia. Nel suo resoconto, Alì Bey offre un algido ritratto delle terre attraversate, con una peculiarità assoluta: si occupa di aspetti considerati secondari, scevro da ogni giudizio morale (eccetto che sulla pessima amministrazione ottomana), valutazioni razzistiche e fanatismi religiosi, offrendoci un ritratto forse edulcorato ma assai vivido del Mediterraneo islamico.
 Un piccolo dettaglio: il vero nome del ‘siriano’ Alì Bey era in realtà Domingo Francisco Jordi Badía y Leblich.
Straordinaria figura autodidatta di orientalista, esploratore e avventuriero poliglotta, Badía y Leblich era nato a Barcellona nel 1767 da madre belga e padre aragonese.
Appassionato di fisica e scienze matematiche, storia naturale e filosofia, nel 1778 si trasferisce dalla Catalogna dapprima ad Almeria e poi in Andalusia, dove il padre ha ottenuto un incarico come funzionario regio. Nell’antica provincia moresca, il ragazzo si interessa alla storia ed alla cultura araba, apprendendone la lingua ed i costumi talmente bene che nel 1799 il suo talento viene notato da Manuel Godoy, onnipotente primo ministro di re Carlo IV, che lo prende sotto la sua protezione e lo presenta all’orientalista valenziano Simón de Rojas Clemente, col quale stabilisce una solida amicizia. Insieme pianificano una spedizione scientifica e geografica in Marocco, finanziata dalla Corona spagnola. Domingo Badía y Leblich, dovrà trasformarsi in Ali Bey al-Abbasi: un ricco marcante discendente dall’antica dinastia dei califfi Abbasidi. I documenti, opportunamente falsificati e redatti in arabo antico, che attestano la fantasiosa genealogia, aprono ad Alì Bey porte inaspettate ed i massimi favori delle elite dominanti che lo credono un discendente del Profeta.
Scopo della missione è preparare un colpo di stato in Marocco, per facilitare la conquista spagnola del paese, fornendo informazioni indispensabile sulla geografia della regione maghrebina.
Nonostante l’abbandono del progetto iniziale, Ali Bey (alias Domingo Badia) resta attivo come spia per tutta l’area mediorientale (dal 1803 al 1807), dapprima alle dipendenze dirette del ministro Godoy al quale invia dispacci e informazioni riservate, e poi per conto dei francesi dopo l’invasione della Spagna da parte delle armate napoleoniche. Il suo travestimento è così riuscito, a tal punto da essere uno dei primi occidentali a penetrare nel recinto sacro della Mecca e vedere la Pietra Nera.
Accolto con tutti gli onori dopo il suo ritorno in Europa, divenne uno dei più importanti e famosi esploratori di tutto l’Occidente. Morì nel 1818 nei pressi di Damasco in Siria, probabilmente per un attacco di dissenteria, dopo aver intrapreso un nuovo avventuroso viaggio in incognito nelle terre asiatiche dei turchi ottomani.


TRIPOLI DI BARBARIA
 «Tripoli di Barbaria vien detto Tarabla dagli abitanti; ed è una città assai più bella di qualunque del regno di Marocco: è posta in riva al mare, e le sue strade sono diritte, ed abbastanza larghe. Le case regolarmente fabbricate sono quasi tutte bianche. L’architettura s’accosta assai più all’europea che all’araba; ed in ispecial modo le porte quasi tutte d’ordine toscano, i cortili con colonne di pietra ed archi di ottimo stile invece degli arabi acuti che vedonsi a Marocco. I fabbricati di pietra seno frequentissimi, e vedonsi pure alcuni marmi fini ne’ cortili, nelle porte, nelle scale, e nelle moschee. Le case hanno finestre verso strada, cosa non praticata a Marocco, ma per altro sono sempre chiuse da fitte griglie.
Osservai nelle case di Tripoli un’usanza assai singolare; cioè, che in quasi tutte le camere per lo più lunghe e strette, trovasi a ciascheduna delle due estremità un palco di tavole press’a poco alto quattro piedi dal suolo, sopra il quale si ascende per angusti scalini. Questi rialti hanno una balaustrata, ed alcuni ornamenti di legno, e si va sotto ai medesimi per una piccola porta. Esaminando quale potesse essere lo scopo di questa singolare disposizione, trovai che ogni camera poteva contenere le masserizie complete di una donna, poichè sopra l’uno collocasi il letto, sull’altro gli arredi de’ fanciulli; sotto di uno si pone il vassellame e le altre cose occorrenti al pranzo, e sotto l’altro gli altri effetti della famiglia. Questa distribuzione lascia in mezzo alla sala il luogo necessario per ricevere le visite; ed un uomo in una casa, o in un appartamento composto di tre o quattro camere, può tenere tre o quattro donne con tutte le comodità possibili, ed affatto indipendenti le une dalle altre. Tripoli non ha fontane nè fiumi; e gli abitanti bevono l’acqua che cade dal cielo conservata entro le cisterne, di cui ne è provveduta ogni casa: per i bagni, per le abluzioni, ed altri usi, valgonsi dall’acqua salsa dei pozzi.
La peste distrusse gran parte della popolazione; e vedonsi ancora molte case rovinate in conseguenza di quel flagello che mandò sotterra molte intere famiglie. Di presente il numero degli abitanti può calcolarsi di dodici in quindici mila.»

LA POPOLAZIONE
«Questa popolazione è composta di Mori, di Turchi, e di Giudei: e perché da prima il governo era assolutamente Turco, gli abitanti sono più civilizzati che a Marocco. La seta ed i metalli preziosi s’impiegano negli abiti; e la corte si mantiene con estremo lusso. La maggior parte degli abitanti conosce e parla diverse lingue Europee, e lo stesso Pascià parla l’italiano: ciò che a Marocco risguarderebbesi come un peccato più o meno grave.
La società vi è pure più sincera, e più libera che a Marocco; i Consoli Europei mi visitavano frequentemente, e nessuno se ne formalizzava. I rinnegati Europei possono ottenervi avanzamento, ed elevarsi alle prime cariche dello stato: l’ammiraglio o capo della marina Tripolitana è un inglese che sposò una parente del pascià. Gli schiavi cristiani sono ben trattati, hanno il permesso di servire ai particolari, corrispondendo parte dei loro profitti al governo.
Il sovrano di Tripoli conserva ancora il titolo di Pascià, perchè da prima quel paese era governato da un Pascià mandato di tre in tre anni dal gran Signore. Questi efimeri comandanti non altro vedendo nei loro firmani che un mezzo di spogliare inpunemente gli abitanti, si resero in modo insoffribili che questi massacrarono l’ultimo Pascià mandato dalla Porta.
Dopo tale rivoluzione accaduta circa ottant’anni sono, scelsero per loro principe Sidi Hhamet Caramanli nativo della Caramania, che fu il fondatore della regnante dinastia. In seguito a Sidi Hhamet suo figliuolo Sidi Ali padre dell’attuale sovrano montò sul trono; ma obbligato da alcune rivoluzioni ad abbandonare la patria, riparossi a Tunisi. Il figlio di Sidi Ali chiamato Sidi Hhamet, come suo avo, prese le redini del governo. Era questi un uomo vizioso, le di cui malvage qualità gli costarono il trono e la vita; e gli succedette Sidi Youssouf, suo fratello, oggi regnante.
Sidi Youssouf, ossia sig. Giuseppe è un uomo di bella presenza di circa quarant’anni. Non è privo di spirito, parla assai bene l’italiano, ama il fasto, la magnificenza, e si mantiene dignitosamente senza trascurare d’essere manieroso e gentile. Sono ormai dieci anni e mezzo che occupa il trono, ed il popolo si mostra di lui contento.
Sidi Youssouf non ha che due consorti propriamente tali: una delle quali sua cugina e bianca, gli ha già dati tre figli e tre figlie; e l’altra è una negra, da cui ebbe un maschio e due femmine. Tiene molte schiave negre, ma veruna bianca. Spiega tutto il lusso e la magnificenza negli abiti delle sue donne, e negli arredi delle loro abitazioni. I figli del pascià assumono il titolo di Bey, e l’uno di essi ha il mio nome Ali-Bey; ma quando dicesi soltanto Bey, intendesi per antonomasia il primogenito, che è di già conosciuto erede del trono.
Fui assicurato che le rendite del pascià non ammontano ad un milione di franchi all’anno.
Il portiere interno del palazzo è uno schiavo negro; e sonovi più di quaranta schiavi cristiani tutti italiani pel servizio interno
L’ESERCITO E LA MARINA
 «I principali impiegati sono l’hasnadàr, ossia tesoriere, il guardian bàchi capo e maggiorduomo di palazzo, il Kiàhia, luogotenente del Pascià, il quale occupa un magnifico sofà nel vestibulo; poi il secondo Kiàhia, cinque ministri incaricati di diversi rami d’amministrazione, l’agà de’ Turchi, ed il generale della cavalleria araba. La guardia del Pascià è composta di trecento Turchi, e di cento mammaluchi a cavallo.
Ad eccezione delle guardie, il Pascià non mantiene verun’altra truppa regolata in attività. Allorchè deve sostenere qualche guerra, aduna le tribù arabe che si presentano colle loro bandiere o stendardi in sul davanti; e può in tale circostanza mettere in piedi dieci mila cavalli, e quaranta mila pedoni.
Abbiamo già detto che l’ammiraglio del Pascià è un rinnegato inglese ammogliato con una sua parente. Le sue forze marittime consistono ne’ seguenti legni.

 1. Fregata o corvetta di cannoni N.° 28
 1. Idem di 16
 3. Sciabecchi di 10 cannoni ciascuno 30
 1. Saica di 8
 2. Galeoni di sei cadauno 12
 1. Piccolo sciabecco di 4
 1. battello di 1
 1. Galeotta di 4

In tutto 11 bastimenti, e cannoni N. 103
A quest’epoca si fabbricavano due altri galeoni, lo che formerà un totale di 13 bastimenti armati. Tripoli contiene sei moschee del primo ordine con torri, e sei mosche e minori. Magnifica veramente è la grande moschea, e di elegante architettura: il tetto tutto formato di cupolette viene sostenuto da sedici maestose colonne doriche di un bel marmo grigio, che mi fu detto essere state prese sopra un bastimento cristiano. Fu fabbricata dall’avo di Sidi Youssouf.»

L’AMMINISTRAZIONE E I COMMERCI
 «Le moschee possedono case e terreni provvenienti da donazioni volontarie: queste entrate servono al mantenimento dei ministri e degli altri impiegati nelle cose del culto.
Il muftì è il capo della religione, e l’interprete della legge. Stan sotto di lui due kadì, uno per gl’Individui del rito ehanefi, l’altro per quello del rito maleki.
La composizione dei tribunali del muftì e delkadi è veramente una istituzione rispettabile. Questi giudici sono incorruttibili, e tutti i loro ministri sono mantenuti coi proventi delle moschee.
Sonovi in Tripoli tre prigioni, una per i Turchi, e due per i Mori, ma sono male governate ed i prigionieri sono obbligati a mantenersi del proprio, o col prodotto della carità pubblica.
I negozianti e gli oziosi sogliono riunirsi in un caffè; ed il basso popolo in due altri d’un ordine inferiore. Da pertutto vi si prende il caffè senza zuccaro.
Vi sono pure alcune taverne ove si vendono vini e liquori dai Mussulmani medessimi, che non si fanno scrupolo di beverne ancor essi malgrado la proibizione della legge. Questo ramo di pubblica entrata produceva all’erario centomila franchi.
Il mercato è assai ben provveduto, ed i viveri si vendono a prezzi moderati. Vi si trovano eccellente pane e carni, non così i legumi. I Tripolitani fanno il couscoussou meno fino che a Marocco; essi usano molti altri grani, alcuni de’ quali provengono dall’interno dell’Affrica. Il paese produce l’olio necessario al suo consumo.
La terra è comune come a Marocco, purché non sia circondata da qualsiasi siepe; e trovansi varj abitanti che possiedono quindici ed anche venti poderi chiusi; e mi fu detto averne uno bellissimo il Pascià.
Mancando acque correnti s’innaffiano i giardini coll’acqua salmastra de’ pozzi, che si attigne con una macchina posta in moto dai muli.
I Giudei che hanno in Tripoli tre sinagoghe sono assai meglio trattati che a Marocco. Sono circa due mila che vestono alla musulmana, e solo la berretta, e le pantofole devono essere nere, ed il turbante ordinariamente turchino. Si contano fra questi circa trenta famiglie ricchissime, gli altri sono artigiani, orefici ec. Il commercio d’Europa è quasi tutto nelle loro mani: essi corrispondono principalmente con Marsiglia, Livorno, Venezia, Trieste e Malta. Vi sono pure alcuni negozianti mori tra i quali Sidi Mehemet Degàiz primo ministro del Pascià, che ha fama d’avere in circolazione un milione di franchi.
Se sono sincere le notizie che ho potuto raccogliere, la bilancia del commercio di Tripoli coll’Europa è a suo vantaggio, perchè le esportazioni eccedono d’un terzo il valore delle importazioni; ma il suo commercio col Levante e coll’interno dell’Affrica conguaglia i vantaggi di quello d’Europa. Riunirò altrove le particolarità del commercio di questa città con quello degli altri paesi.
Le misure ed i pesi che vi si adoperano sono inesatti come a Marocco, tanto per la grossolana loro forma che per mancanza d’un tipo originale.»
GLI EUROPEI E LA CHIESA
 «Gli Europei sono a Tripoli assai ben veduti, e rispettati. Oltre gli agenti delle diverse potenze d’Europa, eravi allora un negoziante Francese, fratello del Console, uno Spagnuolo fabbricatore di navi, un medico Maltese, ed un orologiajo Svizzero.
I Cristiani vi hanno una cappella ufficiata da quattro monaci del terz’ordine di Roma. È cosa assai singolare che questi monaci hanno nella loro cappella una campana, il di cui suono si fa udire ogni giorno in tutti gli angoli della città. Questa chiesupola è mantenuta cogl’incerti, colle donazioni, e con una pensione della corte di Roma.»

I POVERI
 «In così vasta estensione del regno di Tripoli non si contano che due milioni d’abitanti, perchè la maggior parie del paese è deserto, e tranne gli abitanti della capitale, gli altri sono poveri e sventurati Arabi. L’autorità del governo sul paese è così poco rispettata, che niuno, se non è Arabo, può viaggiare a qualche distanza senza andare in carovana, o fortemente scortato; altrimenti sarebbe infallibilmente derubato, o assassinato.
Gli abitanti di Soàkem, di Fezzan e di Guddemes che sono tributarj di Tripoli, tengonsi in corrispondenza cogli abitanti dell’interno dell’Affrica.
Il sovrano di Fezzan viene riconosciuto dal bascià di Tripoli sotto il nome di Scheik di Fezzan. I Fezzanesi sono neri grigi, poveri, ma di un carattere assai dolce. A Tripoli s’impiegano ne’ più piccoli esercizj.»

Ali Bey al-Abbasi (Domingo Badia y Leblich)
Viaggi di Ali Bey al-Abbasi in Africa ed in Asia dall’anno 1803 a tutto il 1807  (CAP. XXI-Vol.II)
Sonzogno, 1816.

Oggi, mentre le nuove potenze occidentali si accalcano a ridosso della frontiera libica, per spartirsi le risorse del territorio col più sfacciato e palese approccio colonialista, c’è da chiedersi (retoricamente) cosa mai si sia mai spezzato in quell’equilibrio precario ma durevole che univa due mondi separati ma comunicanti.

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Non disturbate il genocida

Posted in Risiko! with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 23 febbraio 2011 by Sendivogius

Dell’insana passione che il Nano delle Libertà sembra coltivare per i dittatori avevamo già parlato [QUI e ancora QUI]…
Del resto, il personaggio non è nuovo all’intreccio di amicizie pericolose. Pertanto, l’allucinato despota libico non costituisce certo un’eccezione, ma una regola diffusa nel solco inodore degli ‘affari’. Coerentemente, dinanzi ad una spietata repressione militare, almeno inizialmente, il campione brianzolo delle libertà non ha nulla da eccepire. E certo non intende per così poco disturbare l’amico Gheddafi, salvo virare coi consueti giri di valzer nel momento in cui le cataste di cadaveri intasano gli obitori e l’appoggio incondizionato al dittatore diventa difficilmente sostenibile. Specialmente se bombarda con l’aviazione le proprie città in rivolta.

Intendiamoci: dietro la facciata del biasimo ufficiale, tutti hanno fatto affari con Gheddafi ma nessuno aveva mai raggiunto i livelli di supina accondiscendenza, esibiti dallo statista di Arcore in pubbliche (e imbarazzanti) pagliacciate.
Anche il papa re aveva il suo boia, ma non per questo lo invitava nelle cerimonie ufficiali, tributandogli i massimi onori, con atto di sottomissione…
Questa diplomazia del focolare, che trova nell’imbalsamato Frattini The Mummy (ex maestro di sci per i rampolli della real casa) la sua massima espressione, ha pensato bene di assecondare i capricci di un personaggio assolutamente inaffidabile. Ci si è legati mani e piedi alle sorti di una delle più spietate dittature nordafricane, sposando in pieno le sorti di un despota sanguinario, responsabile di alcuni dei più odiosi eccidi terroristici che mai abbiano sconvolto l’Europa.
Senza curarsi troppo dei possibili risvolti futuri, il governo italiano si è piegato al giogo di una politica ricattatoria e ambigua, che sembra contraddistinguere le relazioni libiche. In tale contesto, gli interessi nazionali dell’Italia soggiacciono a quelli privati di pochi gruppi industriali legati all’apparato governativo, che per inciso presentano non poche analogie con le élite del potere descritte da Wright Mills.
Tuttavia, mai l’Italia aveva raggiunto un simile livello di irrilevanza internazionale, cancellata dalle agende estere che contano, e quindi restituita al suo ruolo di colonia americana, per di più relegata ai margini delle province dell’Impero.
In proposito i cablogrammi di wikileaks, tra le molte ovvietà, ci consegnano l’immagine di un paese da operetta, privo di qualsiasi visione strategica indipendente e di ampio respiro; senza una vera politica estera; completamente appiattito sui revanchismi mercantilistici e personali del piccolo monarca italico, ansioso di compiacere l’alleato statunitense oltre le stesse aspettative di Washington.
L’Italia detiene, per questioni storiche e geografiche, un ruolo di primo piano nello scacchiere del Mediterraneo. Un’accorta pianificazione geopolitica avrebbe richiesto la preparazione di un accurato piano di intermediazione sotterranea per una successione indolore, specialmente nel caso di un regime quarantennale come quello libico. La contingenza delle circostanze avrebbe dovuto suggerire lo studio di opzioni alternative, con l’apertura di nuovi canali di contatto con nuove figure maggiormente credibili, e soprattutto presentabili. Si sarebbe dovuta sondare la disponibilità dei gruppi tribali più influenti e stabilire una cooptazione dei clan più rappresentativi di una società beduina, imbrigliata nelle forme primitive di uno Stato padronale incardinato interamente sulla famiglia Gheddafi a tal punto da rischiare di scomparire con essa.
 In fin dei conti, in Libia la prima forma embrionale di uno stato pre-moderno prende forma durante le reggenze barbaresche del XVI secolo. A tal proposito, pessima era la fama dei pirati tripolini, tra tutti gli stati corsari della Barberia. Alle taifas guerriere dei mercanti-corsari subentra (nel 1912) l’amministrazione coloniale italiana che impianta gli innesti di uno Stato repressivo e discriminatorio, le cui strutture vengono sostanzialmente ereditate da Gheddafi nella sua palingenesi islamo-nazionalista dopo il golpe militare del 1969, senza mai mettere delle vere radici sociali e condivise. 
La possibile dissoluzione dello Stato libico creerebbe un pericoloso vuoto di potere, capace di destabilizzare l’intera area con effetti dirompenti:

a) L’esercito nazionale spezzettato in funzione delle solidarietà tribali e frazionato in fazioni contrapposte.
b) La regione Cirenaica di fatto indipendente, ma priva di risorse reali; magari rifornita di armi dall’Egitto intenzionato a diventare una micro-potenza regionale, contando sulla frammentazione libica.
c) La contrapposizione tra le province orientali e la Tripolitania, sempre più nel caos, col rais ed i suoi fedelissimi asserragliati nella capitale.
d) Le regioni sahariane dell’interno abbandonate a loro stesse, con presidi militari isolati e tagliati fuori dalle principali linee di rifornimento e vettovogliamento.
e) Squadracce disperate di mercenari allo sbando, senza via di fuga, e per questo resi folli dal terrore del linciaggio.
f) Lo squagliamento progressivo dell’intero apparato statale, magari sostituito da signorie armate, con l’apertura dell’immenso territorio libico ad ogni genere di traffico illecito.
g) Nel mezzo, masse di profughi che rimbalzano dai confini dell’Egitto a quelli della Tunisia (senza dimenticare la turbolenta Algeria), rischiando di travolgere il fragilissimo equilibrio dei due traballanti vicini sconquassati dalle rivolte e dalla crisi economica.

Dinanzi a simili prospettive, è vergognosa l’inconsistenza politica dell’Unione Europea, rattrappita dai suoi piccoli egoismi nazionali, dalle meschinerie ipocrite di cancellerie pesantemente compromesse coi regimi dei rais nordafricani, e per di più in drammatica crisi di credibilità presso il proprio elettorato. Al sostanziale fallimento delle strutture comunitarie, alla pletorica inutilità di organismi come Frontex, si aggiunge la totale l’assenza di un piano comune d’intervento di una UE che non perde occasione per dimostrare la sua perniciosa inutilità. È evidente infatti che alla sedicente “Unione” null’altro preme al di fuori del libero scambio delle merci, della sostanziale demolizione di ogni solidarietà sociale e welfare, ad esclusivo vantaggio del capitale finanziario e delle grandi banche d’affari.
Non merita commenti l’ONU che, con abbondante ritardo, si riunisce in consiglio per deplorare la repressione e invitando il colonnello Gheddafi al rispetto dei “diritti civili”, dando così prova di rara idiozia e pilatesco declino di ogni coinvolgimento.
È ovvio che, vista la totale assenza della comunità internazionale, il peso enorme della crisi libica ricadrà quasi interamente sulle spalle dell’Italia e dei Paesi nell’immediato più coinvolti (Malta!), che si ritroveranno a gestire l’emergenza in totale solitudine, in attesa di un possibile e (a questo punto) auspicabile intervento USA.

Vista l’inesistenza di referenti credibili, a maggior ragione l’Italia si sarebbe dovuta attivare autonomamente (e per tempo), rivendicando il suo ruolo di intermediatore fondamentale nel bacino mediterraneo. Invece, assistiamo ad un politica miope e priva di lungimiranza, contraddistinta dall’assoluta assenza di qualsiasi reale strategia d’intervento, da parte di un governo nel panico e che ora è costretto a correre ai ripari senza sapere bene dove mettere le mani. Il timore più grande sembra circoscritto in prevalenza verso l’ondata migratoria che, probabilmente, sarà assai più contenuta rispetto alle dimensioni “epocali”, paventate dal ministerume berlusconiano.
 La crisi dei regimi nordafricani, travolti da un dirompente effetto domino, sembra aver colto completamente impreparate la nostra diplomazia e la nostra intelligence, nel sostanziale disinteresse del governo in tutt’altro affaccendato, occupato com’è a garantire l’impunità del libidinoso rais nostrano che ora pensa si risolvere la crisi con un paio di telefonate.

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