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MASS-ATTACK!

Posted in A volte ritornano, Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 6 marzo 2014 by Sendivogius

LUKAS

In un’epoca all’apparenza complicata come la nostra, dove (tra società liquida, post-democrazia, tecnocrazia, mediocrazia, iper-democrazia…) i neologismi si sprecano, per spiegare ciò che nella sua polverizzazione semantica sfugge ad una catalogazione certa, in abbondanza di interpretazioni, forse è il caso di (ri)dare la parola ad un Autore che ‘complicato’ lo fu davvero. Non foss’altro perché nella poliedricità del suo pensiero, le etichettature gli vanno sicuramente strette, con tutta la banale semplificazione che ciò sempre comporta. Il riferimento è allo spagnolo José Ortega y Gasset: sincero liberaldemocratico ed icona del pensiero conservatore; ostensore del primato della ‘tecnica’, ma raffinato umanista e filosofo (che di competenza scientifica non ne aveva alcuna). Elitista e vagheggiante propugnatore di una nuova aristocrazia dello spirito, è un individualista convinto, ma impermeabile ad ogni forma di discriminazione. Intriso di idealismo tedesco, spazia dal razionalismo scientifico alla metafisica (senza dimenticare Cartesio), passando per lo storicismo, per approdare ad una originale sintesi sincretica tra esistenzialismo e vitalismo nietzschiano. Ammiratore del liberalismo anglosassone e avverso ad ogni dispotismo (specialmente se di matrice ‘statalista’), si ispira quanto mai alle opere di un fiero reazionario (ma non razzista) come Oswald Spengler, con la sua statolatria autoritaria, ed alla filosofia dell’ermetico Martin Heidegger, con le sue simpatie naziste ed il sedimentato antisemitismo.
Ortega y GassetIn sommi capi, secondo Ortega y Gasset, per avere una visione quanto più organica possibile della realtà, è necessario mettere insieme e collegare le diverse prospettive individuali, onde delineare i contorni di uno schema concettuale unitario, tanto più completo quanto più ampia è la sommatoria delle diverse prospettive e tutte degne di interesse.
Con ampio anticipo, quello che il filosofo iberico paventa è un’iperdemocrazia ostaggio della superficialità umorale delle masse, consegnate nell’anonimato della loro mediocrità (e ignoranza) alla manipolazione emotiva attraverso stimoli indotti, nella costante riduzione dei problemi ad una estrema semplificazione su base puramente emotiva. E in questo individua subito il vero protagonista dell’età contemporanea…

«C’è un fatto che, bene o male che sia, è il più importante nella vita pubblica europea dell’ora presente. Questo fatto è l’avvento delle masse al pieno potere sociale. E siccome le masse, per definizione, non devono né possono dirigere la propria esistenza, e tanto meno governare la società, vuol dire che l’Europa soffre attualmente la più grave crisi che tocchi di sperimentare a popoli, nazioni, culture. Questa crisi s’è verificata più d’una volta nella storia. La sua fisionomia e le sue conseguenze sono note. Se ne conosce anche il nome. Si chiama la ribellione delle masse

  José Ortega y Gasset
La ribellione delle masse
Il Mulino (1962)

È quella “massa”, intesa come folla anonima e frenetica, che spesso e volentieri viene impropriamente chiamata “popolo” quando invece è plebe, coi suoi istinti elementari e pulsioni primarie. Popolo e plebe sono Grilloi due termini che sovente vengono confusi, nell’incapacità di distinguerne l’intrinseca differenza. E il “popolo” diventa il feticcio ideologico pronto uso, per ogni lestofante che voglia ammantarsi dell’aurea messianica del condottiero di folle, adibite a strumento coreografico e di pressione per i propri personalismi.

«Il concetto di moltitudine è quantitativo e visivo. Traduciamolo, senza alterarlo, nella terminologia sociologica. Allora troviamo l’idea della massa sociale. La società è sempre una unità dinamica di due fattori: minoranze e masse. Le minoranze sono individui o gruppi d’individui particolarmente qualificati. La massa è l’insieme di persone non particolarmente qualificate. Non s’intenda, però, per masse soltanto, né principalmente, “le masse operaie”. Massa è l’uomo medio.»

Nell’impazzimento generale del tempo presente, tra rigurgiti populisti e neo-fascismo di ritorno, tra nuove elite tecnocratiche e oligarchie timocratiche, dove la figura dominante è tornata ad essere il Capo (“politico” o meno che sia) in tutta la sua immanenza tribunizia e decisionista, sia essa la salma inceronata del papi nazionale, o il profilo ridanciano di un Renzi, o il muso barbuto di un Grillo che tra purghe interne e atti di sottomissione grugnisce qualcosa a proposito di “iperdemocrazia e partecipazione diretta” (certificata dal fantomatico Staff), nella sua profondità preveggente, il pensiero di Ortega y Gasset riconquista una freschezza ed una attualità insospettabili.

«Oggi assistiamo al trionfo d’una iperdemocrazia in cui la massa opera direttamente senza legge, per mezzo di pressioni materiali, imponendo le sue aspirazioni e i suoi gusti. È falso interpretare le nuove situazioni come se la massa si fosse stancata della politica e ne devolvesse l’esercizio a persone «speciali». Tutto il contrario. Questo era quello che accadeva nel passato, questo era la democrazia liberale. La massa presumeva che, in ultima analisi, con tutti i loro difetti e le loro magagne, le minoranze dei politici s’intendevano degli affari pubblici un po’ più di essa.
Adesso, invece, la massa ritiene d’avere il diritto d’imporre e dar vigore di legge ai suoi luoghi comuni da caffè [oggi diremmo “da bar” n.d.r.]. Io dubito che ci siano state altre epoche della Storia in cui la moltitudine giungesse; a governare così direttamente come nel nostro tempo. Per questo parlo d’iperdemocrazia.»

Ortega y Gasset parla di “ribellione delle masse” ad ogni forma di coinvolgimento realmente analitico e responsabilizzazione individuale, che vada oltre i colori cangianti degli umori che si agitano sulla superficie delle società massificate.
Mars AttacksNe contesta la pretesa universalistica nelle sue assolutizzazioni ideologiche; la sua aspirazione all’unanimità, che poi è insofferenza verso ogni forma di dissenso o comportamento discrepante dalla volontà della maggioranza. Soprattutto non tollera l’uso che della volgarità le masse (ed i suoi demiurghi) fanno, elevandola a titolo di merito di una semplificazione estrema, rivendicando una sorta di genuinità primigenea nell’arroganza tipica di chi fa dell’esibizione della propria ignoranza un vanto…

«Se gl’individui che affollano la massa si ritenessero particolarmente dotati, avremmo non più che un caso d’errore personale, non già un sovvertimento sociologico. Il fatto caratteristico del momento è che l’anima volgare, riconoscendosi volgare, ha l’audacia d’affermare il diritto della volgarità e lo impone dovunque.
La massa travolge tutto ciò che è differente, singolare, individuale, qualificato e selezionato. Chi non sia come “tutto il mondo”, chi non pensi come “tutto il mondo” corre il rischio di essere eliminato. Ed è chiaro che questo “tutto il mondo” non è “tutto il mondo”. “Tutto il mondo” era normalmente l’unità complessa di massa e minoranze discrepanti, speciali.
Adesso “tutto il mondo” è soltanto la massa.»

Ne denuncia il primitivismo e la presunzione di chi, pretendendo di sostituirsi agli ordinamenti vigenti, non è minimamente in grado di garantirne il funzionamento o costruire una valida alternativa…

“L’uomo-massa attuale è, effettivamente, un primitivo, che dalle quinte è scivolato sul palcoscenico della civiltà.”

Ed è curioso che le sue osservazioni sugli eccessi della iperdemocrazia giungano in un periodo in cui l’intera Europa è sconquassata dall’avvento dei totalitarismi, cogliendo nella contraddizione l’intima connessione tra le degenerazioni di una gigionesca ipertrofia democratica, che finisce per essere una parodia della stessa nella distorsione delle forme partecipative, e la sua intrinseca negazione in senso autoritario…

«Noi viviamo sotto il brutale impero delle masse. Esattamente: già abbiamo chiamato due volte “brutale” quest’impero, già abbiamo pagato il nostro tributo al dio dei luoghi comuni; e adesso, con il biglietto alla mano, possiamo allegramente entrare nel tema, osservare di dentro lo spettacolo.»

In questo Ortega y Gasset, con la sua diffidenza verso l’avvento di masse amorfe dalla matrice unidimensionale e facilmente influenzabili, ripercorre il solco già tracciato da autori come Georges Sorel o Gustave Le Bon, ma anche Sigmund Freud e Robert Musil.
GROSZ - MetropolisNella sua opera più famosa, La Ribellione delle masse, che poi è una raccolta di articoli pubblicati nell’arco del 1929 in piena depressione economica e durante la crisi della Repubblica di Weimar, come una serie di nodi irrisolti, estrapolati dal loro specifico contesto storico e sociale, si potrebbero quasi riconoscere le analogie con la situazione attuale (dall’Europa alla crisi della rappresentanza democratica), tanto numerose sono le affinità a tal punto da non riuscire sempre a distinguere con sicurezza passato e presente.
Nell’ambito prospettico da lui stesso enunciato in merito all’analisi sociale, quella di Ortega y Gasset costituisce dunque una prospettiva di pensiero dal notevolissimo spessore, che merita di essere riproposta come una sorta di variante parodistica ai cicli vichiani. Oppure, per fare il verso a Friedrich Nietzsche (che influenzò non poco il pensiero del filosofo spagnolo), come un ennesimo richiamo alle suggestioni dell’eterno ritorno

Grosz«Nel nostro tempo domina l’uomo-massa; è lui che decide. E non si dica che questo era quello che accadeva già all’epoca della democrazia del suffragio universale. Nel suffragio universale non decidono le masse; ma la loro funzione è consistita nell’aderire alla decisione dell’una o dell’altra minoranza. Ciascuna di queste presentava il suo “programma” vocabolo eccellente. I programmi erano, in realtà, programmi di vita collettiva. In essi si invitava la massa ad accettare un progetto di decisione.
Oggi avviene una cosa assai differente. Se si osserva la vita pubblica dei paesi dove il trionfo delle masse s’è spinto innanzi sono i paesi mediterranei sorprende di notare che in essi sì vive politicamente giorno per giorno. Il fenomeno è oltremodo strano. Il Potere pubblico si trova nelle mani di un rappresentante di masse. E queste sono tanto potenti, che hanno annullato ogni possibile opposizione. Sono padrone del Potere pubblico in forma tanto incontrastabile e assoluta, che sarebbe difficile trovare nella Storia situazioni di governo tanto prepotenti come queste. E tuttavia, il Potere pubblico, il Governo, vive alla giornata; non si presenta come un avvenire franco, non significa un chiaro annunzio del futuro, non appare come l’inizio di qualcosa il cui sviluppo o evoluzione risulti opinabile. Insomma, vive senza programma di vita, senza progetti. Non sa dove va, perché, a rigore, non avanza, non guarda a un cammino prefisso, a una traiettoria segnata in anticipo. Quando questo Potere pubblico cerca di giustificarsi, non allude per nulla al futuro, ma, al contrario, si reclude nel presente e dice con perfetta sincerità: «Sono un modo anormale di governo che è imposto dalle circostanze». Cioè dall’urgenza del presente, non per calcolo del futuro. Da qui il fatto che la sua estrinsecazione si riduca a schivare il conflitto di ogni ora; non a risolverlo, ma ad eluderlo provvisoriamente, impiegando tutti i mezzi, qualunque essi siano, a costo anche di accumulare con il loro ricorso maggiori conflitti sul prossimo avvenire. Così è stato sempre il Potere pubblico, quando lo esercitarono direttamente le masse: onnipotente ed effimero. L’uomo-massa è l’uomo la cui vita manca di programma e corre alla deriva. Per questo non costruisce mai, sebbene le sue possibilità, i suoi poteri, siano enormi.»

È passato quasi un secolo dalla sua stesura originale, ma sembra il ritratto sputato dell’Italia contemporanea con le sue pastoie burocratiche e governi di “larghe intese”.
Con singolare preveggenza, l’elitarismo aristocratico e nostalgico di Ortega y Gasset, la cui visione idealizzata delle elite liberali ottocentesche non è del tutto scevra da spunti più che reazionari, nel denunciare il livellamento dal basso, tiene conto anche della tipologia dominante dell’anti-politico, ritratto nel suo narcisismo auto-referenziale e nell’insipienza della sua mediocrità elevata ad elemento dominante del suo agitarsi ‘movimentista’.

Silvione lo Zozzone«L’uomo-massa si sente perfetto. Un individuo di selezione, per sentisi perfetto, ha bisogno di essere particolarmente vanitoso, e la pretesa nella sua perfezione non è essenzialmente legata alla sua natura, non è genuina, ma gli deriva dalla sua vanità, e perfino lui stesso serba un carattere fittizio, immaginario e problematico. Per ciò il vanitoso ha bisogno degli altri, cerca in loro la conferma dell’idea che vuole nutrire di se stesso. Sicché nemmeno in questo caso morboso, neppure se “accecato” dalla vanità, l’uomo selezionato riesce a sentirsi veramente completo. Invece, all’uomo mediocre dei nostri giorni, il nuovo Adamo, non capita affatto di dubitare della sua plenitudine.
La propria fiducia in sé è, al pari di Adamo, paradisiaca. L’ermetismo formatosi nella sua anima gl’impedisce d’intuire quella che sarebbe la prima condizione per scoprire la propria insufficienza: paragonarsi ad altri individui. Paragonarsi significherebbe uscire un istante da se stesso e trasferirsi nell’ambito del prossimo. Però l’anima mediocre è incapace di trasmigrazioni – attività suprema.
Noi c’incontriamo, allora, con la stessa differenza che eternamente esiste fra l’ignaro e il perspicace. Quest’ultimo si sorprende sempre a un pelo d’essere ignaro; perciò fa uno sforzo per sfuggire all’imminente ignoranza, e in questo sforzo risiede l’intelligenza. L’ignaro, invece, non si sospetta neanche: si ritiene avvedutissimo, e da qui l’invidiabile tranquillità con cui l’ignaro s’abbandona e si conferma nel suo torpore.
Il MerdoneCome quegl’insetti che non si sa come estrarre dal nido dove abitano, non c’è neanche il modo di sloggiare l’ignaro dalla sua insipienza, di portarlo un po’ più in là della sua cecità e obbligarlo a mettere a fuoco la sua torbida visione abituale con altri punti di vista più sottili. L’ignaro lo è a vita e senza respiro. Per questo diceva Anatole France che un imbecille è più funesto d’un malvagio: perché il malvagio qualche volta si riposa, l’imbecille mai.
Ma non si tratta che l’uomo-massa sia ignaro. Al contrario, l’attuale è più pronto, possiede maggiore capacità intellettiva di qualunque altro di altre epoche. Però questa capacità non gli serve a nulla; a rigore, la vaga sensazione di possederla gli serve soltanto per chiudersi di più in se stesso e non usarla. Una volta, per sempre egli consacra dentro la propria coscienza l’assortimento di luoghi comuni, pregiudizi, parvenze d’idee, o, semplicemente, vocaboli vacui che il caso ha ammucchiato nel suo intimo, e, con una audacia che si spiega soltanto con l’ingenuità, li imporrà dovunque.
Questo è ciò che nel primo capitolo indicavamo come caratteristica della nostra epoca: non già che l’uomo volgare creda d’essere eccellente e non volgare, ma è ch’egli stesso proclami e imponga il diritto della volgarità, o la volgarità come un diritto.»

  José Ortega y Gasset
La ribellione delle masse
Il Mulino (1962)

È quasi inquietante notare come la descrizione fenomenologica di Ortega y Gasset sembri calzare alla perfezione sulle deprimenti macchiette nostrane che, lungi dal costituire un unicum nazionale, costituiscono piuttosto un ideal-tipo predominante nei periodi di crisi in tutta la sua funesta evanescenza.

«L’uomo medio si trova con “idee” dentro di sé, però manca della funzione di pensare. Non sospetta neppure qual è l’elemento sottilissimo in cui le idee possono vivere. Vuole opinare, però non vuole accettare le condizioni e i presupposti dello stesso pensare. Da qui procede che le sue idee non siano effettivamente se non appetiti rivestiti di parole […] L’uomo-pirlacchionemassa si sentirebbe perduto se accettasse la discussione, e d’istinto ripudia l’obbligo di rispettare questa istanza suprema che si trova al di fuori di lui. Perciò il “nuovo” è in Europa “finirla con le discussioni”, e si detesta ogni forma di convivenza che per se stessa implichi rispetto di norme oggettive, dalla semplice conversazione fino al Parlamento, passando per il territorio della stessa scienza. Questo vuol dire che si rinunzia alla convivenza della cultura, che è una convivenza al riparo di norme, e si retrocede a una convivenza barbara.
[…] Bisogna ricordare che in ogni tempo, allorché la massa, per questo o quel motivo, ha agito nella vita pubblica, lo ha fatto in forma di “azione diretta”. È stato sempre, invero, il modo di operare naturale alle masse. […] Ogni convivenza umana va precipitando sotto questo nuovo regime in cui si sopprimono le istanze indirette. Nella pratica sociale si sopprime la «buona educazione». La letteratura, come “azione diretta”, si affida all’insulto.
Parla con me[…] Civiltà vuol dire, anzitutto, volontà di convivenza. Si è incivile e barbaro nella misura con cui ciascuno non senta il rapporto reciproco con gli altri. La “barbarie” è soprattutto tendenza alla dissociazione. E così tutte le epoche barbare hanno costituito sempre una dissipazione umana, un pullulare di gruppi minimi e tra loro separati e ostili.
[…] La massa non desidera la convivenza con ciò che non s’identifica con essa. Odia a morte ciò che non è essa stessa.
Orellana sfiduciato[…] Ci sono istituzioni morte, valori e stime che sono pure Matteo Renzisopravvivenza e ormai prive di significato, soluzioni indebitamente complicate, norme che hanno rivelato la loro insufficienza. Tutti questi elementi dell’azione indiretta, della civiltà, richiedono un’epoca di slancio semplificatore. L’abito di gala e lo sparato romantici sollecitano una vendetta per mezzo dell’attuale déshabillé e dello stare “in maniche di camicia”

  José Ortega y Gasset
“La ribellione delle masse”
Il Mulino (1962)

Sembra quasi di ritrovarsi allo specchio, seppur ritrovato in soffitta tra i cimeli di famiglia…
Mala tempora currunt sed peiora parantur.

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(58) Cazzata o Stronzata?

Posted in Zì Baldone with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 29 dicembre 2013 by Sendivogius

Classifica DICEMBRE 2013”

herlock Sottratto alla dimensione intimistica della propria sfera privata, e ridotto invece al suo aspetto meramente ‘pubblico’, cosa resterà dell’anno che se ne va?
Speriamo NULLA!
All’ombra delle Laide Intese, tra recessione economica e crisi sociale, regressione culturale e atrofia emotiva, populismi mediatici e fascismi di ritorno… il 2013 è stata una pessima annata, destinata ad essere ricordata come una delle peggiori della storia recente.
Ad occhio, il decantato “Paese reale” (che poi è panza senza sostanza) non è stato capace di superare una sola delle sfide cui pure era chiamato ad affrontare, nella miseria d’animo di una società sempre più marginale come quella italiana, che di “civile” conserva davvero ben poco, ripiegata com’è nei cupi rancori di un tribalismo estremo; incapace di inseguire null’altro che non siano i fragori intestinali del suo ventre più profondo.
A prevalere è un appiattimento “senza più legge né desiderio”, come già nel 2010 ebbe a definirlo il consueto rapporto CENSIS sulla situazione sociale del Paese:

«una società pericolosamente segnata dal vuoto, visto che ad un ciclo storico pieno di interessi e di conflitti sociali, si va sostituendo un ciclo segnato dall’annullamento degli interessi e dei conflitti

Nell’ultimo triennio le cose non sono affatto migliorate, tutt’altro! E ciò avviene tramite una costante rincorsa al ribasso di masse amorfe e risucchiate nell’anomia di una folla indistinta e querimoniosa; frazionata in bande, alterna apatia e furore nella logica del branco coi suoi istinti elementari. Soprattutto, non sa andare oltre l’estetica dell’offesa, sempre più becera e volgare, nella “diffusa e inquietante sregolazione pulsionale” che ne contraddistingue l’agire così come l’alienazione.
A volte si ha quasi l’impressione di avere a che fare con una comitiva di bulli virtuali, forte del gruppo e dell’anonimato collettivo, pronta ad attivarsi per input pavloviano, in risposta alle introiezioni dell’arruffapopolo di turno di cui fa propri i deliri per psittacismo.
Ovvio che l’insulto, meglio se in “rete” (che poi è sputo virtuale) e preferibilmente esternato su quel fumante letamaio che è diventato facebook, costituisce il momento cogente di tanto ardire.
Dell’insulto, Marziale fece la sua fortuna epigrammatica; Schopenhauer trasformò la pratica in un’arte, avendone ben chiari i limiti…

«Quando ci si accorge che l’avversario è superiore e si finirà per avere torto, si diventi offensivi, oltraggiosi, grossolani, cioè si passi dall’oggetto della contesa (dato che lì si ha partita persa) al contendente e si attacchi in qualche modo la sua persona. […] Con quest’ultimo stratagemma si abbandona del tutto l’oggetto e si dirige il proprio attacco contro la persona dell’avversario. Si diventa dunque insolenti, perfidi, oltraggiosi, grossolani. Si tratta di un appello alle forze dello spirito, a quelle del corpo o dell’animalità. Questa regola è molto popolare poiché chiunque è in grado di metterla in pratica, e quindi viene impiegata spesso.»

 Arthur Schopenhauer
 “L’arte di ottenere ragione
 (Adelphi, 1991)

La novità consiste semmai nell’ammiccamento compiaciuto, nella reiterazione crescente dell’offesa che, nella vaghezza di contenuti e di rivendicazioni, si fa indistinta contro tutto e tutti, ma si alimenta di bersagli simbolici, di capri espiatori da linciare in effige per lo sfogo perverso di qualche pericoloso demente. Ed è grave quando l’esercizio si fa eterodiretto, con tanto di organizzazione ‘scientifica’ di una attitudine già di per sé piuttosto degradante per chi la ostenta.
Attualmente, il giochino in Italia è molto in voga ed è un ottimo aggregatore per chi, con ogni evidenza, non ha nient’altro da proporre in termini di idee e contenuti… La pratica orwelliana dei due minuti d’odio costituisce la specialità indiscussa della premiata ditta Grillo-Travaglio: il primo, con rubriche dedicate e gogne mediatiche appositamente organizzate in liste di proscrizione; il secondo, specializzato nel segnalare con editoriali all’olio di ricino il prossimo bersaglio da far bastonare alla banda del Grullo, che subito provvede a dare in pasto alle mute rabbiose dei suoi squadristi da tastiera con attacchi personali. Meglio se di natura sessista.
Laura Boldrini - pagina degli insultiIl passaggio successivo (e quasi naturale in un clima di impunità nella recidiva) di questa vecchia pratica fascistoide, evoluta in intimidazione paramafiosa, è la minaccia di morte; o più spesso osservazioni sull’inutilità della vita (altrui), alla quale implicitamente si invita a porre fine.

Nilo Pacenza

Bisogna dire che in passato non è mai mancato chi, opportunamente incitato, è passato dalla teoria alla pratica…
Ma se il grillismo resta il campione insuperato dello squadrismo a mezzo internet, col suo duce esaltato che, dopo l’appello alle Forze Armate, adesso pretende di parlare alla nazione la sera di Capodanno al posto del Presidente alla Repubblica, che siccome non gli piace va processato per alto tradimento, una menzione speciale meritano pure le sottovalutate squadracce di nazi-animalisti che in queste ore (complice il clima natalizio) hanno riversato tutto il loro amore addosso a Caterina Simonsen, colpevole innanzitutto di essere viva e peggio ancora di essersi curata, invece che comprare pozioni magiche da qualche stregone alternativo.
Le vite degli altriTra le infinite forme nelle quali si manifesta il disagio psichico in una società di alienati, nell’ambito del primitivismo ecologista, avevamo ingenuamente considerato le tribù animaliste di Vegani, Fruttariani, Vegetalisti, Crudisti, fino a quelli che camperebbero di sola aria (Breathariani), come uno dei tanti padiglioni per disturbati mentali che popolano la Libera Repubblica di Cazzonia.
Spesso e volentieri, animalisti dell’estremismo anti-specista sono destinati ad incontrarsi con gli sciatori chimici e complottisti fissati con il Signor Aggio, in quanto espressione di diverse patologie mentali per un’unica follia di sconsolanti cazzoni più o meno innocui.
Va da sé poi che certe intelligenze sono un prodotto dello spirito dei tempi che, a quanto pare, non ha niente di meglio da offrire…
Carlo SibiliaTuttavia, con ogni evidenza, non avevamo preso in debita considerazione il furore integralista degli animalardi, nei quali la cronica carenza di proteine si traduce in ben altre e più gravi deficienze.
La spedizione punitiva contro la povera Caterina ne è la dimostrazione più vile e feroce di questi ruminanti ingurgitatori di farro, che con i bovini condividono la dieta e la medesima intelligenza, se non fosse che le mucche sono molto più utili. 
Ammazzare i bambiniDi solito, nei casi più estremi, chi troppo ama gli animali odia per contro l’umanità, o buona parte di essa. Non per niente, SS-Totenkopfverbände ed i boia itineranti degli Einsatzgruppen adoravano i loro cani (come Hitler del resto, notoriamente vegetariano), mentre macellavano milioni di civili inermi.
cagnaccio Figuriamoci cosa accadrà quando questi picchiatori digitali si concentreranno sul fatto che Simonsen è un cognome “ebraico”!
D’altronde, qui abbiamo a che fare con disadattati gravemente disturbati che suddividono l’umanità in “onnivori”, “animalisti” e “specisti”. Assolutamente inadatti al consesso umano, il loro posto ideale sono le fogne dove troveranno in abbondanza quei ratti che tanto adorano.

Sono il tuo topolino - Dammi un bacetto!

Buon Anno Nuovo a tutti voi. E speriamo in meglio..!

Hit Parade del mese:

Coglione del Mese
01. BIPOLARISMO

[12 Dic.] «Io sono bipolare»
(Maurizio Gasparri, il Disturbato)

02 - Faccia da schiaffi02. CITRULLI A 5 STELLE: Che cos’è la democrazia?

[14 Dic.] «La dittatura è più onesta. Almeno lo sai, invece la democrazia italiana è subdola»
  (Carlo Sibilia, Balilla a 5 stelle)

02b - Sibilia02.bis FAMOLO STRANO

[10 Dic.] «Discutere una legge che dia la possibilità agli omosessuali di contrarre matrimonio (o unioni civili), a sposarsi in più di due persone e la possibilità di contrarre matrimonio (o unioni civili) anche tra specie diverse purché consenzienti»
(Carlo Sibilia, Gangbanger)

02c - Grillo02.ter C’È OCSE E OCSA

[01 Dic.] «Nei 24 paesi dell’OCSA siamo in fondo alle statistiche»
  (Beppe Grillo, Merdone globale)

02d Grillo02.quater IL GIUDICE KAMIKAZE

[08 Dic.] «Mi chiedo sempre più spesso chi glielo ha fatto fare a Borsellino di farsi saltare in aria in Via D’Amelio»
(Beppe Grillo, Merdonissimo)

02e faccia sveglia02.quinter PRANA-PIRLA

[03 Dic.] «Non credo nella reincarnazione, ma penso che ci siano dei cicli energetici. Piuttosto credo nel karma. Chissà cosa o chi ero prima di questa vita… Io ho pensato di farmi un’ipnosi regressiva per scoprirlo. Magari vieni a sapere che eri un supereroe dei fumetti»
  (Federico Pizzarotti, il Sindaco)

Matteo Salvini03. USATO SICURO

[15 Dic.] «Siamo pronti a disubbidire, la Padania è pronta a disubbidire, abbiamo centinaia di sezioni pronte a essere centri di lotta e di controinformazione. Non ci fermiamo fino all’indipendenza. Chi arresta un nostro sindaco senza motivo deve cominciare ad avere paura. Chi attacca la Lega, chi attacca il Nord, deve cominciare ad avere paura. Possiamo fare la rivoluzione. E se facciamo il boom sarà l’inizio della fine dell’impero. Se stiamo insieme possiamo farcela contro il boia di Bruxelles e di Roma… Giornalisti, siete dei parassiti, andate affanculo!, ci avete ufficialmente rotto i coglioni!»
  (Matteo Salvini, Avanzo di nuovo)

Santanchè04. PERSECUZIONI

[05 Dic.] «Nelson Mandela ha fatto 27 anni di galera. Silvio Berlusconi ha fatto 20 anni di persecuzione. Tutti e due hanno combattuto grandi battaglie di libertà, opponendosi al Regime»
(Daniela Santanchè, l’Indecente)

Dudù05. GAYDOG

[07 Dic.] «Dudù è gay. Lo conosco molto bene, è molto effeminato. È un cane affamato di ribalta (…) È gay, sicuro. Poi lecca i piedi a Berlusconi, che è una cosa molto fetish»
(Alfonso Signorini, l’Intellettuale)

Masocco06. FORCONI D’ITALIA: le banane del ministro

[10 Dic.] «L’ho detto io, certo, che la ministra Kyenge dev’essere contenta per il lancio delle banane: le noci di cocco fanno male. Una banana non fa male, anzi può servire a molti usi. Le banane hanno il potassio, hanno un sacco di cose che ti danno energia. E possono essere usate in vari modi. Cicciolina ne sa qualcosa»
(Giorgio Masocco, il Forco-leghista)

Calvani06.bis FORCONI D’ITALIA: Autostop

[12 Dic.] «Io non ho una Jaguar, non ho proprio l’auto, quella Jaguar non era mia, non ho intestato nulla. E non era il mio autista, solo un amico che mi ha dato un passaggio. Era un camionista»
(Danilo Calvani, Er Jaguaro)

Andrea Zunino06.ter FORCONI D’ITALIA: Carboni ardenti

[05 Agosto] «Amo il reiki e cammino sui carboni ardenti. Sono il portavoce mistico del movimento dei Forconi»
(Andrea Zunino, il Portavoce)

Giovanardi07. I BUCHI NEL CERVELLO

[15 Dic.] «La cannabis, è scientificamente provato, fa i buchi nel cervello… Ricordate, il proibizionismo ha salvato il mondo!»
(Carlo Giovanardi, Salvator Mundi)

Angelino08. ELEVAZIONE AL CUBO

[06 Dic.] «Per il nostro simbolo abbiamo scelto una forma geometrica, il quadrato. Lati e angoli sono uguali. Richiama idea di uguaglianza, di merito… Da oggi il nostro colore è il blu, un colore che dà forza: è la forza del mare, è la bellezza del cielo, è il colore dei sogni di Mirò. È il colore della serenità e il colore di chi ha una grande speranza»
(Angelino Alfano, Vicepremier)

Mora09. CHIARIMENTI

[02 Dic.] «Io non sono fascista. Sono mussoliniano.»
  (Lele Mora, Fascista)

10 - Vannoni10. GARANZIE

[28 Dic.] «Non sono un ciarlatano»
(Davide Vannoni, il Filantropo)

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MASSA ACRITICA

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , on 20 agosto 2013 by Sendivogius

Hellblazer

«La semplicità e l’esagerazione dei sentimenti delle folle le preservano dal dubbio e dall’incertezza.
[…] Non essendo la folla impressionata che da sentimenti eccessivi, l’oratore che vuole sedurla deve abusare delle affermazioni violente. Esagerare, affermare, ripetere, e non mai tentare di nulla dimostrare con un ragionamento, sono i procedimenti di argomentazione familiari agli oratori di riunioni popolari.»

 Gustave Le Bon
Psicologia delle folle
 (1895)

Nell’estate del 1921, dinanzi all’irrazionalismo dilagante e fanatizzato dei grandi movimenti di massa, che di lì a poco avrebbero precipitato l’Europa nel ventre oscuro del totalitarismo, il contestato Sigmund Freud dava alle stampe una delle sue opere meno note: Psicologia delle masse e analisi dell’io, sui processi di massificazione alla base della psicologia dei gruppi, strappati alla logica del branco e sprofondati nell’anonimato della folla con la quale condividere pulsioni e paranoie.
Nel tentativo di tracciare le linee di una teoria comportamentale delle masse, Freud attinge ampiamente dalla Psicologia delle folle di Gustave Le Bon (della quale avevamo già avuto modo di parlare QUI) e da La psiche collettiva, pubblicata appena un anno prima da William McDougall.
games of thrones white walkersCoerente con la sua fama, Freud inquadra l’analisi sociologica dei comportamenti collettivi nell’immancabile cornice pansessualista, secondo cui è la pulsione erotica a tenere unita la massa, tramite una serie di relazioni “amorose” (rapporto di tipo sadomasochista col leader, inteso alla stregua di un padre uranico) che costituiscono l’essenza della psiche collettiva alla base del movimento massificato. Per Freud si tratta di una vita psichica collettiva, dove suggestione e libido si intrecciano con innamoramento e ipnosi, fino alla totale identificazione col Capo carismatico (Padre-Dio-Padrone) che incarna l’ideale collettivo della massa, orientata dall’inconscio piuttosto che dalla coscienza.

«All’interno di una massa e per influsso di questa, il singolo subisce una profonda modificazione della propria attività psichica. La sua affettività viene straordinariamente esaltata, la sua capacità intellettuale si riduce in misura considerevole, entrambi i processi tendendo manifestamente a eguagliarlo agli altri individui della massa; si tratta di un risultato che può venir conseguito unicamente tramite l’annullamento delle inibizioni pulsionali peculiari a ogni singolo e attraverso la rinuncia agli specifici modi di esprimersi delle sue inclinazioni».

In questo “legame libidico” di identificazione totale, il singolo si trasforma in “individuo collettivo”, fino a regredire in uno stato di “orda primordiale” simile alla condizione di bambini immaturi, con la perdita progressiva dell’autonomia personale e delle capacità critiche.

«Possiamo dire che gli estesi legami affettivi da noi individuati nella massa bastano a spiegare uno dei suoi caratteri: la mancanza di autonomia e d’iniziativa nel singolo, il coincidere della reazione del singolo con quella di tutti gli altri, l’abbassamento del singolo – per così dire – a individuo collettivo. Ma, se la consideriamo come un tutto, la massa presenta anche altre caratteristiche. Segni tipici come l’indebolimento delle facoltà intellettuali, lo sfrenarsi dell’affettività, l’incapacità di moderarsi o di differire, la propensione a oltrepassare tutti i limiti nell’espressione del sentimento e a scaricarla per intero nell’azione, forniscono un inequivocabile quadro di regressione dell’attività psichica a uno stadio anteriore, affine a quello che non desta meraviglia trovare nei selvaggi o nei bambini. Questo ci ricorda quanti di questi fenomeni di dipendenza appartengano alla costituzione normale della società umana, quanto poca originalità e quanto poco coraggio personale si trovino in questa, quanto ogni singolo sia dominato dagli atteggiamenti di un’anima collettiva che si manifestano come peculiarità razziali, pregiudizi sociali, adesione a regimi totalitari e così via

L’individualità dei singoli, col crescere dell’elemento passionale (e irrazionale), libidico e illusorio, defluisce nella cosiddetta “anima della massa”, inteso come un tutto rassicurante e coerente in una dimensione sempre più primitiva, dove a prevalere non è la coerenza logica dell’insieme bensì la pulsione gregaria: deresponsabilizzante e speculare all’onnipotenza del leader.

«La massa è impulsiva, mutevole e irritabile.
[…] Non sopporta alcun differimento dalla realizzazione di un desiderio. Prova una sensazione di onnipotenza; per un individuo che fa parte di una folla non esiste la nozione dell’impossibile.
La folla è straordinariamente influenzabile e credula; manca di senso critico, niente per essa è inverosimile. Pensa per immagini che si richiamano le une alle altre per associazione, come negli stati in cui l’individuo dà libero corso alla propria immaginazione, senza che un’istanza razionale intervenga a giudicare sul grado della loro conformità alla realtà. I sentimenti della folla sono sempre molto semplici e molto esaltati. Essa non conosce il dubbio né l’incertezza.
La folla giunge subito agli estremi. Un accenno di sospetto si trasforma immediatamente in indiscutibile evidenza. Una semplice antipatia diventa subito odio feroce.
Portata a tutti gli eccessi, la folla è influenzata solo da eccitazioni esasperate. Chiunque voglia agire su di essa non ha bisogno di dare ai propri argomenti un carattere logico: deve presentare immagini dai colori più stridenti, esagerare, ripetere incessantemente la stessa cosa.
[…] Nelle folle possono coesistere le idee più opposte, senza reciproco ostacolo e senza che dalla loro contraddizione logica derivi un conflitto. Ora, la psicanalisi ha dimostrato che tutto ciò si verifica anche nel caso di un soggetto infantile o del nevrotico.
Inoltre la folla è molto sensibile alla forza magica delle parole, che hanno il potere sia di provocare nell’anima collettiva le tempeste più violente, sia di placarla.
[…] E infine le folle non hanno mai provato il desiderio della verità. Chiedono solo illusioni delle quali non possono fare a meno. Danno sempre la preferenza al surreale, piuttosto che al reale

Sigmund Freud
“Psicologia delle masse e analisi dell’io” (1921)
Newton Compton (Roma, 2012)

Pensare è un esercizio che alla lunga costa fatica.
Specialmente se non si è allenati allo sforzo.

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Il Popolo nella Rete

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , on 2 luglio 2013 by Sendivogius

White Rabbit by Ri-Tyan

Evocato quasi sempre a sproposito, creato come semplificazione semantica da certo giornalismo minimalista, il sedicente “popolo della rete” sarebbe l’ultima frontiera della democrazia partecipata, nell’illusione che le riVoluzioni si facciano a colpi di like-it su facebook, brandendo il mouse come un randello nel rassicurante anonimato della propria cameretta.
Come questa massa informe di giustizieri digitalizzati, dall’invettiva a buon mercato e la cultura approssimativa, sia assurta ad avanguardia critica e consapevole di una nuova informazione che si vorrebbe “liquida”, ma in realtà giace ingessata in una palude di luoghi comuni, è un mistero chiaro solo ai cantori di una non-categoria, estrapolata dai contenitori poliformi di quel magma virtuale impropriamente chiamato “web”, tra umori mal digeriti e rancori fermentati a diverso grado di ebollizione. Accade così che qualche dozzina o poco più di commenti raffazzonati, pescati a strascico sui social network a portata di click, o inseguendo il cinguettio di twitter, da parte di qualche giornalista frettoloso e ansioso di chiudere il pezzo, assurgano a “opinione dominante” sugli argomenti più disparati (e disperati) per un’indignazione confusa nei vapori del qualunquismo, che si vorrebbe universalmente rappresentativa e che invece, settarizzata com’è, tale non è.
E se la “rete si infiamma”, lo fa quasi sempre per qualche polemica estemporanea, più o meno pompata, che dura il tempo di un eritema, coi più invasati sempre pronti a farsi agitare per l’uso da qualche furbesco mestatore di torbidi, inseguendo ingenuamente il Bianco Coniglio negli abissi della sua tana.

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EVOLUTION

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 18 maggio 2013 by Sendivogius

Milo Manara - 'Evoluzione' (dettaglio)

Quanto può incidere una prolungata recessione economica sulla tenuta sociale di una Paese?
E, soprattutto, quanto a lungo può resistere un ordinamento democratico, schiacciato da una pressione perdurante che ne mette in crisi i criteri di rappresentatività e ne esaspera le componenti oligarchiche (sempre presenti), a tal punto da erodere quei presupposti di uguaglianza, in termini di opportunità e di benessere diffuso, essenziali alla sua stessa sopravvivenza?
Per comprendere i cambiamenti sociali alla base di una trasformazione (involuzione?) epocale, non avendo altri termini di paragone con una così ampia gamma di analogie storiche, a tutt’oggi e con tutte le varianti del caso, il riferimento più prossimo resta dunque la Grande Depressione del 1929, insieme a quell’omologo politico che fu la Repubblica di Weimar, pur con tutti i suoi distinguo.
Richard Loewenthal In questa prospettiva, vale la pena di riscoprire  l’analisi che Richard Löwenthal dedicò, nella metà degli anni ’30, alla crisi dei partiti politici ed alla trasformazione del parlamentarismo in una “democrazia d’interessi”, analizzando le congiunture sociali ed economiche che condussero alla nascita dei movimenti fascisti ed alla loro presa del potere, nell’ambito di un più profondo mutamento dell’organizzazione statale.
Poco conosciuto in Italia, Löwenthal è stato politologo, sociologo, pubblicista, esponente di spicco della SPD tedesca nel dopoguerra e professore di scienze politiche all’Università di Berlino, quindi anglofilo e atlantista. Comunista dissidente in opposizione ai diktat del Comintern, convinto anti-stalinista, laburista di formazione marxista, Richard Löwenthal (1908-1991) fu tra i pochi tedeschi ad opporsi attivamente al nazismo.

Nazisti

Nel 1935, sotto lo pseudonimo di Paul Sering, pubblica la sua personale interpretazione del fascismo sulla Rivista per il Socialismo (“Der Faschismus”, Zeitschrift für Sozialismus; Sett.-Ott.1935), ponendo l’attenzione sugli aspetti socio-economici e sulla progressiva trasformazione delle classi sociali, travolte dalla crisi economica e dal disfacimento del movimento operaio. Per Löwenthal il concetto di “classe” riveste un ruolo fondamentale; pertanto, in un’ottica tipicamente marxista, ne analizza le trasformazioni prendendo in considerazione le sue stratificazioni nell’ambito dell’evoluzione capitalista e della “differenziazione economica degli interessi” sociali. Allo stesso modo, prende in esame lo sviluppo e funzione dell’organizzazione di classe, in rapporto all’evoluzione dell’antico stato feudale in quella che Löwenthal chiama “democrazia di interessi”:

«La democrazia pienamente formata è una forma di organizzazione politico-sociale caratterizzata da organizzazioni di classe potentemente sviluppate e da un sistema di partiti determinato in maniera decisiva da queste organizzazioni.»

Speculare all’esistenza della democrazia rappresentativa, che ha nel parlamento il suo fulcro nella comunanza di interessi diversi, è lo sviluppo del sistema partitico, quale rappresentanza di “interessi chiaramente delimitati”, e che costituisce un’evoluzione positiva dell’antico “parlamento dei notabili”, come nel caso dell’Inghilterra:

«…i cui partiti non erano divisi da contrasti di interesse, ma da contrasti di tradizioni familiari e di cricche all’interno dello strato dominante, socialmente unitario […] A questo stadio, il contenuto dei processi parlamentari è formato dal contrasto fra le classi dominanti ed il loro apparato esecutivo, circa l’ammontare delle spese e della lotta di innumerevoli cricche e persone singole per i vantaggi individuali connessi con l’esercizio del potere politico: distribuzione dei posti, concessioni, facilitazioni fiscali, ecc. Questa situazione del parlamento corrisponde ad un basso livello delle funzioni economiche statali, e al livello organizzativo zero delle organizzazioni di classe e della politica sociale. Quando si supera questo stadio, ha inizio anche il mutamento del sistema partitico.
Il mutamento essenziale non consiste nella pura e semplice trasformazione in apparati di partito con influenza di massa. Questa trasformazione da partito di cricche in macchina di partito funzionante con un gran numero di politici di professione…»

…coincide secondo Löwenthal con l’introduzione del diritto di voto universale ed alla concentrazione del capitale in oligopoli e trusts economici organizzati, sotto protezione del potere politico o singoli esponenti di partito.

«Essa però non cambia nulla né per quanto riguarda la mancanza di contenuto sociale dei processi parlamentari, né per quanto riguarda la misura e il carattere della corruzione individuale nella vita pubblica.»

1919 - Corteo della SPD alla Porta di Brandeburgo per l'elezione di F.Ebert alla presidenza del Reich

Per Löwenthal/Sering, a fare la differenza sono i “partiti operai”. E in questo è evidente tutta l’impronta marxista dell’Autore che vede nel movimento operaista l’avanguardia rivoluzionaria per eccellenza, anche se:

«..quanto più vengono messi in primo piano i problemi dell’economia capitalista…. tanto più il partito operaio tende generalmente a diventare il partito rappresentante gli interessi riformisti e a trasformarsi in comitato parlamentare dei sindacati

In tempi normali, non pervasi da turbolenze sistemiche o crisi economiche, tale ordinamento tende, nonostante gli attriti, a funzionare secondo una meccanica strutturata, fondata sulla mediazione costante nell’equilibrio variabile delle istanze rappresentate:

«Lo Stato parlamentare, i cui partiti sono rappresentanti di interessi basati sulle organizzazioni di classe, rappresenta un forma finale caratteristica della democrazia. Ha il carattere di una grande stanza di decompressione degli interessi, nella quale vengono trattati i compromessi delle classi. La decisione politica è qui la risultanza degli interessi dei singoli, come avviene per la formazione dei prezzi sul libero mercato […] la distribuzione del prodotto sociale viene determinata in misura crescente non a secondo della forza economica dei singoli strati, ma a seconda del loro peso espresso politicamente

Il sistema, che sostanzialmente riproduce un immutato assetto di potere a tutela del capitale, nel quadro di una società prevalentemente borghese, entra in crisi con “l’acuirsi dei contrasti di classe” nella divergenza di funzioni tra il sistema burocratico, che con il potere esecutivo necessita di decisioni rapide e unitarie, insieme all’eccessiva preponderanza dell’elemento finanziario, contrapposti ad un parlamento in rappresentanza di interessi sempre più atomizzati e conflittuali. Contrasti che tendono ad esplodere in caso di contrazione economica, mettendo a rischio la tenuta di sistema. Sostanzialmente, in senso lato, ciò avviene tramite l’accresciuta mobilità dentro e fuori gli schieramenti della classe operaia in perdita di coesione, a cui va aggiunto il logoramento economico dei piccoli imprenditori, e l’accentuarsi della richiesta di prestazioni sociali da parte di fasce sempre più consistenti di popolazione attiva rimasta priva di reddito e coperture.
Fila ai forni del pane nella Germania del 1920A tal proposito, Richard Löwenthal elabora la particolare “congiuntura” da cui possono scaturire i movimenti totalitari (Parte III – La Congiuntura da cui nasce il fascismo). Se non fossero trascorsi 80 anni, in molte sue parti il brano sembra scritto oggi. Ovviamente, ogni riferimento a partiti (bestemmia) e moVimenti esistenti è puramente casuale.

1. Gli interessi durante la crisi
[…] «In pochi anni, durante l’ultima crisi, la disoccupazione si è moltiplicata, senza che allo stesso tempo si avesse alcuna riduzione dell’apparato distributivo e amministrativo, così che la riduzione del numero degli occupati si è verificata quasi esclusivamente a spese di quelli che sono occupati produttivamente. Contemporaneamente è rapidamente aumentato lo strato dei ceti medi rovinati, ma non proletarizzati, così che il numero degli improduttivi è cresciuto ad un livello superiore alla media e ad un ritmo assai rapido. Nello stesso tempo si è avuto inevitabilmente un calo del ruolo produttivo di quello strato “misto” di impiegati e impiegati statali ed è aumentata la percentuale di settori produttivi stagnanti, bisognosi di sovvenzioni, e si è fatto più urgente il loro bisogno si sovvenzioni. Con ciò si è acuito il contrasto fra questi settori e quelli rimasti sani. Questo contrasto si è inasprito fino al punto di dare origine al dilemma: o superamento rapido e liberale della crisi, comportante la distruzione di milioni di entità economiche [posti di lavoro], oppure superamento della crisi nei tempi lunghi mediante sovvenzioni, evitando una catastrofe aperta. Il dilemma: pagare i debiti o cancellarli formava una parte di questo problema. In questo modo divenne anche più acuta la già accennata divisione trasversale durante la crisi. Le contraddizioni menzionate si riproducono nel rapporto delle economie nazionali e delle nazioni tra di loro. Le nazioni debitrici diventano insolventi. Lo smembramento del credito internazionale porta ad una contrazione abnorme del commercio estero e mondiale e quindi all’inasprimento delle tendenze autarchiche e nazionaliste, specialmente per quanto concerne i paesi debitori che, in linea di massima, sono anche quelli meno concorrenziali sul piano dell’economia mondiale e oberati da soverchianti pesi morti.
[…] Sia per il crescente numero degli improduttivi, e proprio di quelli la cui esistenza dipende dall’erario statale, sia per il crescente bisogno di sovvenzioni alla produzione, aumenta la percentuale della popolazione il cui interesse primario è, mediamente o immediatamente, quello di uno Stato efficiente.
[…] La concentrazione dinamica di tendenze generali di sviluppo su una situazione di breve durata e inasprita è la caratteristica di tutte le situazioni rivoluzionarie.»

2. Il sistema partitico durante la crisi
Manifesto elettorale della SPD per le elezioni presidenziali del 1932 […] «I partiti della grossa borghesia diventano visibilmente tali, con una evidenza che li priva a ritmo veloce della loro base di massa. Mentre all’interno della borghesia si accentuano le differenze tra profittatori e sovvenzionati,  fra creditori e debitori, i suoi partiti e le sue coalizioni vengono sottoposti a sempre nuove scissioni. I vari gruppi di piccoli produttori, qualora non lo abbiano già fatto prima, passano alla creazione di partiti separatisti a spese dei vecchi partiti borghesi. Nella classe operaia, a causa della netta differenziazione tra occupati e disoccupati, strati capaci di lotta e strati incapaci di lotta, interessati in primo luogo al livello salariale e alla conservazione del posto di lavoro, si acuiscono i contrasti che approfondiscono le fratture esistenti, minacciano di far saltare le organizzazioni unitarie e creano conflitti tra partiti e sindacati. Il risultato generale è innanzitutto che fra i numerosi partiti politici ogni peso diventa sempre più instabile, ogni compromesso sempre più difficile, senza che sorga una forza sufficientemente robusta.
[…] La capacità di azione di tutte le classi diminuisce con il regredire della produzione. Insieme diminuisce anche l’importanza delle organizzazioni create per l’azione di classe. La capacità di sciopero dei sindacati regredisce, gli industriali riuniti in cartelli violano le convenzioni dei prezzi, le cooperative di credito agricolo non sono più in grado di sostenere i loro membri. Con ciò cala la fiducia in queste organizzazioni e cala il numero dei loro aderenti. Le sole azioni economiche che crescono di numero sono durante la crisi sono le azioni dei consumatori e dei debitori: scioperi degli inquilini, sciopero dei contribuenti, aste deserte, ecc. Sul terreno della crisi delle organizzazioni di interessi dei partiti, che in tal modo vengono indeboliti e frantumati, si sviluppa però la tendenza a riporre tutte le speranza nello Stato e quindi nell’organizzazione puramente politica

3. La democrazia durante la crisi
i forconi dei nazisti «Quanto più si frantuma un sistema partitico, tanto più diventa difficile il raggiungimento di un compromesso. Il regresso della forza d’azione delle organizzazioni di classe non apporta in questo caso alcuna agevolazione, ma un ulteriore inasprimento: quanto minore è la capacità di azione economica immediata, tanto più intensi si fanno i tentativi dei partiti di realizzare i loro obiettivi esercitando una pressione sullo Stato e di conservare in tal modo la vacillante fiducia del loro iscritti. In questo modo viene sempre più messa in dubbio la capacità di funzionamento del sistema parlamentare. Questo avviene soprattutto dal punto di vista della borghesia, i cui partiti perdono rapidamente la loro base di massa e alla quale pertanto riesce sempre più difficile imporre per via parlamentare le sue rivendicazioni, che sono al tempo stesso le rivendicazioni per il superamento della crisi nel solo modo possibile del quadro capitalista. L’equilibrio tra gli indeboliti partiti borghesi, sempre più dilaniati dai contrasti interni tra sovvenzionatori e sovvenzionati, l’equilibrio tra i grandi blocchi di masse contrapposti diventa sempre più difficile ed il ruolo del potere esecutivo per assicurare questo equilibrio diventa sempre più importante. La labilità di questo regime rende impossibile la coerenza e l’unitarietà della politica economica e generale dello Stato proprio nel momento in cui essa acquista un’importanza vitale per delle masse sempre più numerose. La crisi dell’erario (un riflesso necessario della crisi economica degli Stati che attuano politiche di sovvenzione) si acuisce a causa delle oscillazioni politiche e si ripercuote immediatamente in un abbassamento del tenore di vita di tutti coloro che dipendono economicamente dallo Stato. Lo Stato viene quindi meno, proprio nel momento in cui la dipendenza delle masse dalle sue prestazioni è massima, e viene meno in questa misura proprio perché si tratta di uno Stato “economicamente democratico”, perché “è una congrega di profittatori” incapace di decisione. L’esigenza di uno Stato forte, economicamente giustificata, si muta nel grido “abbasso il parlamentarismo!”.
Con ciò, la democrazia entra definitivamente nella fase decisiva della crisi.»

Secondo Richard Löwenthal, in assenza di una svolta di tipo socialista, con l’indebolimento del movimento operaio e delle sue organizzazioni, la conseguenza è un accentramento del potere economico-politico in uno Stato sempre più autoritario, percepito dalle grandi masse di scontenti come un distributore di prebende e sovvenzioni, per la soddisfazione di esigenze primarie, a discapito di una reale promozione democratica e sociale.
Comizio di HitlerIn una simile frattura istituzionale si inseriscono i movimenti populistici e, spiccatamente, per Löwenthal, i partiti fascisti come elemento di rottura più evidente ed al contempo funzionale alla prosecuzione di uno statu quo a preservazione dei grandi interessi del capitale, facendo leva sui delusi della democrazia rappresentativa e del sistema parlamentare.
È un moto contrario e trasversale:

«..contro i sindacati industriali; dei debitori contro i creditori; dei disoccupati contro gli occupati, dei fautori dell’autarchia contro i fautori dell’economia mondiale. Tutto questo si attua in nuovo partito di massa, rivolto al solo potere politico: il partito fascista. Così si spiega anche come questo partito recluti i suoi aderenti in tutte le classi e come determinati ceti vi siano prevalenti e ne formino il nucleo, ceti che sono stati definiti con l’imbarazzato termine di “ceti medi”. La borghesia vi è rappresentata, ma si tratta della borghesia indebitata, bisognosa di sostegno; il ceto operaio vi è rappresentato, ma si tratta dei disoccupati permanenti, incapaci di lotta, concentrati in zone povere; vi affluisce la piccola borghesia urbana, ma quella andata in rovina; vi vengono inclusi i possidenti, ma sono quelli spossati dall’inflazione; vi si trovano ufficiali e intellettuali, ma si tratta di ufficiali congedati e intellettuali falliti. Questi sono i nuclei del movimento, che ha il carattere di una vera comunità popolare di falliti, e questo gli permette anche di estendersi, parallelamente alla crisi e ad di là di questi nuclei centrali, in tutte le classi, perché con tutte è socialmente concatenato.
[…] Si voleva uno Stato sotto una guida unitaria che ponesse fine al traffico degli interessi; uno Stato che intervenisse attivamente nella crisi e ponesse fine al liberalismo; uno Stato che liberasse l’economia nazionale dalle dipendenze economiche mondiali. Dicendo che “l’utilità pubblica viene prima dell’interesse individuale” venne proclamata la tutela dei bisognosi di sostegno contro la prassi capitalistica, dicendo “basta con la schiavitù degli interessi da pagare”…. la solidità della terra venne contrapposta all’asfalto delle grandi città. Tutto ciò venne presentato con la credibilità della disperazione, che la crisi produceva dappertutto e che dispensava i suoi sostenitori da ogni discussione razionale. A queste parole d’ordine si mescolavano elementi di una rivolta plebea contro il ceto dei burocrati specializzati e dei notabili, la quale diede al movimento vernice popolare, “democratica”, con la quale di fatto esso assolve singoli compiti rivoluzionario-borghesi.
[…] Le sue parole d’ordine economiche esprimono delle tendenze generali e non delle rivendicazioni concrete. Là dove i fascisti prima della vittoria vengono a trovarsi in situazioni in cui devono prendere posizione, assumono atteggiamenti puramente agitatori e procedono praticamente facendo una brutta figura dietro l’altra, senza risentirne il minimo danno. La loro agitazione di concentra completamente sulla fiducia nel futuro, nel capo, nella presa del potere e nel miracolo che ne seguirà. […] Il partito fascista non disse mai “Aiutatevi da soli!”. Disse sempre: “Dateci il potere!”. Questo è il nucleo di tutte le agitazioni fasciste.
[…] Il partito fascista si costruisce sulla disposizione dei suoi membri ad affidarsi ad una guida, dalla quale essi sperano di essere aiutati, una volta conquistato il potere statale.
[…] Un partito siffatto non può, per sua natura, avere una lunga esistenza come partito di massa senza combattere e vincere. Una volta superata la situazione di crisi gli viene a mancare la possibilità di guida delle masse. Le masse se ne allontanano e si rivolgono nuovamente alle organizzazioni che rappresentano i loro interessi e che corrispondono alla loro situazione nel processo produttivo.
[…] Proibendo tutti gli altri partiti si vuole mettere ordine nella congrega di interessi e sostituire ai compromessi la decisione del capo.»

Manifesto elettorale dello NSDAPDella disamina riportiamo gli aspetti più propriamente riconducibili alla prassi politica, sorvolando la componente militare e squadrista di una violenza istituzionalizzata che nei movimenti di natura fascista è tratto distintivo e imprescindibile, ma proprio per questo meglio conosciuto.
In merito all’organizzazione, alla composizione della dirigenza, ed al “movimento fascista”, Richard Löwenthal osserva:

«Lo sviluppo di questi metodi di lotta e di organizzazione richiede una casta dirigente nuova, libera dalle tradizioni dei partiti democratici e dalla routine parlamentare, senza scrupoli per quanto riguarda i mezzi. Per sua natura questa casta può venire reclutata soltanto tra i militanti senza occupazione e intellettuali falliti, quindi fra gli individui completamente sradicati, e non può nascere dalla componente borghese del movimento, i cui appartenenti, anche in condizioni di indebitamento e di disperazione, rimangono ancora legati a tradizioni di ogni genere. La difficoltà della borghesia di sottostare ad una casta dirigente di dilettanti e di “desperados” fa sì che questi ultimi, pur così direttamente interessati al rivolgimento fascista, restino, fino alla vittoria, quasi sempre fuori dal partito, organizzato in gruppi amici puramente borghesi.
Questa è la circostanza che dà al partito fascista un carattere decisamente plebeo. Gli appartenenti alla classe dominante vi sono scarsamente rappresentati e non hanno influenza in senso tecnico-politico

In virtù di ciò la base di un movimento fascista è molto più ampia e ramificata di quanto non lo sia il partito medesimo che, data la sua apparente poliedricità, può contare su un bacino diversificato di consensi in espansione:

«Dapprima a spese dei partiti borghesi e del ceto medio e poi, a poco a poco, anche a spese delle organizzazioni operaie che, nel loro cammino verso di esso, passano spesso attraverso una fase intermedia d’indifferenza. Il partito fascista diventa il grande blocco di massa del sistema parlamentare in disgregazione. Il blocco di massa contrapposto, appunto il movimento operaio, il pilastro di resistenza relativamente più forte, viene indebolito dal perdurare della crisi e spinto in contraddizioni interne, che presto hanno soltanto più per oggetto i metodi della ritirata.
[…] Fra i due blocchi di massa, cioè quella fascista in aumento e quello proletario in ritirata, si destreggia con vari metodi la cricca della grossa borghesia, che diventa sempre più debole, discorde al suo interno, sempre più appoggiata al potere esecutivo, e che tende ad escludere e a screditare il parlamento e ad isolarsi. Quanto più si acuiscono i suoi contrasti interni, soprattutto tra i fautori delle sovvenzioni e liberali, tanto più forte si fa la sua corsa ad accaparrarsi il favore del partito fascista; corsa nella quale l’ala reazionaria è naturalmente superiore. Alla fine chiama definitivamente e con successo in aiuto il partito fascista, il quale fa il suo ingresso al governo in coalizione con essa. In questa coalizione il partito fascista è di gran lunga, indipendentemente dalle intese intercorse, il partecipante più forte.»

Svastica

In quanto fuori dai giochi di potere tradizionali e dai tatticismi parlamentari, in quanto portatore di istanze dirompenti ed interessi trasversali, nell’analisi di Löwenthal, il partito fascista può presentarsi a buon gioco come elemento di rottura e discontinuità, denunciando i suoi alleati di coalizione come la causa dei progressi insufficienti. Quindi, in tal modo può rivendicare a sé l’avocazione di tutti i poteri, in rottura col “vecchio sistema”…

«A questo punto esso si impadronisce senza riserve dell’apparato statale, si libera da tutti i vincoli di coalizione e realizza il suo potere nella lotta di distruzione contro le organizzazioni di massa proletarie. Fatto questo, la proibizione generale di ogni partito e con la fine formale della coalizione sono soltanto le tappe ovvie del cammino verso lo Stato totalitario.
[…] La necessità di piegare rapidamente e in modo rivoluzionario tutte le resistenze richiede lo scatenamento dell’attività libera e non disciplinata delle sue masse di aderenti. Quando il sistema fascista è completato, questa ondata si ritira da sé, tanto più che questa forma di attività di massa non arriva nemmeno a creare delle proprie forme organizzative

outpostNon è un caso che l’azione politica (e militare) di ogni movimento di tipo fascista sia indirizzata prevalentemente contro la Sinistra e le sue organizzazioni, nonostante il fascismo attinga in parte dalla sua liturgia e dalle sue tematiche sociali, facendole proprie e mistificandole.
Si può dunque parlare di “rivoluzione fascista” i cui risultati tipici sono:

a) Una nuova forma più alta di organizzazione statale
b) Una nuova forma reazionaria di organizzazione sociale
c) Un crescente freno stabile allo sviluppo economico da parte delle forze reazionarie che si sono impadronite del potere statale.

Si tratta di una proposizione sicuramente superata dalla Storia, ma non per questo necessariamente non riproducibile in forme aggiornate ai tempi…
Mutato nomine de te fabula narratur.

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Flussi e Riflussi

Posted in A volte ritornano with tags , , , , , , , , , , , , , , on 15 febbraio 2013 by Sendivogius

AKIRA - Neo-Tokio

Italia 1993-2013. La sedicente ‘Seconda Repubblica’ si conclude così com’era cominciata: travolta dagli scandali e dalla corruzione, sulla scia di una nuova crisi economica. Tangenti SAIPEM e Finmeccanica; saccheggio indiscriminato dell’erario pubblico, con la devastazione del Sanità pubblica; i casi abnormi con le malversazioni in Lombardia e Lazio e Sicilia, in una sequela potenzialmente infinita…
La presunta ‘Terza Repubblica’ non sembra promettere auspici migliori.
La raffica di scandali bancari dallo IOR ad MPS, passando per la Banca Popolare di Milano, ricordano per molti aspetti il caso della “Banca Romana” (e siamo nel 1893!), con il crollo di un’intera classe politica e l’instaurazione di una serie di governi autoritari che condussero il Paese in disastrose avventure coloniali ed alla macelleria della Prima Guerra Mondiale, seminando i germi per l’ascesa del fascismo.
Little Big PigIn tempi attuali, la fine del Ventennio berlusconiano si trascina agonizzante nel peggiore dei modi, senza risparmiarci l’imbarazzo degli ultimi sussulti prima della dipartita, col suo principale protagonista ridotto a mascherone funebre di se stesso. Non poteva mancare certo il testamento politico di questo gangster recidivo, che si reinventò “statista” e si impose come un vecchio sudicione. A imperitura memoria del suo operato, ci lascia un surreale elogio della corruzione, con istigazione a delinquere.
Nata sulla scia di “Tangentopoli”, la seconda Repubblica non ha debellato la corruzione, esplosa piuttosto a livelli mai visti. A cambiare è stata la percezione della medesima, nel frattempo diventata sfrontata nella certezza dell’impunità e nell’esibizione sguaiata del bottino, da parte di una oligarchia di parvenu al potere, senza altro titolo di merito se non l’arroganza e l’accumulazione compulsiva della “robba”.
A saltare sono stati i freni inibitori, gli anticorpi sociali, di un Paese invecchiato e immiserito moralmente da una mutazione antropologica regressiva. In questo, se l’Italia sembra imprigionata senza soluzione di continuità, in una sorta di loop temporale dall’eterno ritorno al sempre uguale, ad essere cambiati sembrano essere invece gli italiani (e non in meglio): incattiviti e soprattutto incarogniti; essendo passati troppi in fretta dallo sghignazzo al pianto, ma sempre inclini alla lagna.
Capita così di assistere al passaggio di consegne da un venditore di sogni ad un mercante di incubi, che lucra sulle ansie e le paure di un popolo allo sbando, blaterando di guerre mondiali e complotti.
Adesso, in merito alla situazione generale, si fa un gran parlare di “miscela esplosiva”, di “polveriera sociale”, e di altre pirotecniche metafore per descrivere una condizione ed una serie di sentimenti diffusi ma inespressi.
Con grande lucidità, Gad Lerner (29/01/13) ha parlato in proposito di “rabbia rassegnata”, come fenomeno introspettivo di vuoto permanente, nell’incapacità di uno sbocco propositivo e compartecipato:

«Nessuna pulsione rivoluzionaria. Manca fra noi l’orizzonte del rovesciamento delle gerarchie, dei dogmi classisti e tanto meno dei rapporti di produzione. La furia si ripiega su se stessa, fino a bruciare l’anima in cui s’è accesa

Ed è una “furia” senza sbocchi apparenti, circoscritta com’è ad una mera sommatoria di recriminazioni individuali e frustrazioni egoistiche di piccoli borghesi insoddisfatti e ancor più terrorizzati di retrocedere nella graduatoria sociale: il metro privilegiato con cui sembrano misurare le proprie azioni.
Tali sentimenti “delineano una rabbia debole che sembra ovattata. Rabbia di lamento e di protesta; rabbia gracile…. Un malessere sordo, difficilmente esprimibile in senso di comunità”.

Tom-Hardy-as-Bane-in-The-Dark-Knight-Rises-HQ-banePiù modestamente, a noi sembra un rimestaggio di vecchi umori e pulsioni irrazionali, tipico di ogni momento di crisi in tempi di transizione. Non c’è niente di nuovo in una plebe, che sembra incapace di elevare lo sguardo al di sopra del proprio ombelico. Non v’è alcunché di ‘rivoluzionario’ in una “massa” che, lungi dall’essere critica, è più che altro sovrapposizione caotica di rancori, espressi nell’anonimato collettivo, e che per farsi coraggio diventa “folla” indistinta (la famosa gggente che non ce la fa più). Da sedurre e manipolare. La procedura, a livello psicologico, era già nota a personaggi del calibro di Gustave Le Bon (ne avevamo parlato QUI). Da allora non molto è cambiato.
In definitiva, il prodotto pare costante nel tempo, riproponendosi immutato con gli stessi meccanismi a cadenza ciclica, secondo schemi collaudati dalla consuetudine e da elementi peculiari che sembrano resistere intatti.
In una prospettiva diametralmente opposta, per fare un esempio, ci hanno ironizzato sopra con sarcasmo polemisti della caratura di un Curzio Malaparte [QUI] o Antonio Gramsci [QUI], abituati a confrontarsi con le piccole meschinità di un popolino più avvezzo alle piazze che alla coscienza di sé, alle rappresentazioni teatrali da avanspettacolo [QUI] piuttosto che alla drammaturgia corale.
George Grosz - La Città (1916)Oggi la non-mobilitazione può contare sull’illusione di farsi coscienza e “partecipazione” nell’anomia diffusa di rassicuranti limbi virtuali, tanto accattivanti quanto fittizi, che pongono seri limiti ed un monito a chi cerca di convogliarne le potenzialità verso una prospettiva più ampia di coinvolgimento…

«Sul web ciascuno può scrivere la sua invettiva e provare la falsa ebbrezza di far parte di una collettività, riunita da migliaia di ‘mi piace’ o anche solo dalla cancellazione del nemico. Galvanizzata dalla capacità di leader virtuali che sublimano in decibel privi di sonoro il disagio, la protesta, la denuncia. Ma vuoi mettere la soddisfazione di avergliele cantate – col nickname che preserva il tuo anonimato – al bersaglio del momento? Fin troppo ovvio è riconoscere in Beppe Grillo il re di queste innocue maledizioni, portavoce di una rabbia tradotta in grossolani calembour o sotto forma di invettiva scurrile. Capita a tutti noi di provare ammirazione per la creatività in rete, senza accorgerci di come essa ci imprigioni in una solitudine, per l’appunto, rabbiosa.
(…) Recitare l’indignazione è l’ultima specialità di troppi conduttori televisivi benestanti, ma è anche il nuovo business dei falsi portavoce del popolo. Basti pensare a Beppe Grillo (…) Lui è il capoccia degli arrabbiati. Non esprime l’ira di Dio né una aspirazione di giustizia sociale, ma solo la miseria di un cattivo sentimento deprivato della speranza.»

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