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SLIDESHOW

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 17 ottobre 2015 by Sendivogius

Renzi Slides

Ne è passata di acqua (lurida) sotto i ponti da quando, nel lontano 1928, Edward Bernays elaborò per la prima volta in forma ‘scientifica’ le tecniche della comunicazione politica, tramite l’unione di psicologia (era nipote di Freud) e marketing pubblicitario, e le condensò nella sua opera più famosa dal titolo inconfondibile…
PROPAGANDA   Come ben ricorderanno i nostri Lettori più attenti, dell’argomento avevamo già parlato in dettaglio QUI. Tuttavia, date le circostanze, repetita iuvant.
Per Bernays, il prodotto politico è indistinguibile da quello commerciale: in entrambe i casi si tratta di promuovere una merce destinata al consumo di massa, veicolando il messaggio attraverso quella che lui chiama “ingegneria del consenso”. Vale a dire: la strutturazione di campagne mirate alla formazione delle coscienze, con un miscuglio ben dosato di bugie strumentali, distorsioni, e connessioni emozionali legate non alla natura del prodotto in promozione, bensì alle aspettative ed alle suggestioni che questo è in grado di evocare in un pubblico (disattento) di potenziali consumatori. 

edward-bernaysIn altre parole, per Bernays le opinioni vanno costruite attorno ad una “verità” prestabilita da una precisa cabina di regia che orienta il consenso. E che in tal modo agisce sull’immaginario di quella che viene definita “mente collettiva”. Il modo migliore per pervenire al risultato desiderato consiste nella manipolazione costante dei fatti, finalizzata alla determinazione controllata delle opinioni; ovverosia: una serie di stereotipi strutturati su scala di massa e volti alla massima semplificazione di concetti minimi, per la fruizione allargata degli stessi in forma eterodiretta.
W.LippmannIl ricorso allo “stereotipo” peraltro non è originale, perché Bernays prende in prestito il concetto da Walter Lippmann il quale, per quanto fosse elitaria la sua visione da aristocratico illuminato, non approverà mai la collateralità dell’intrigante austriaco con quello che qualche decennio dopo un sociologo come Charles Wright Mills, nel suo Elite del potere, chiamerà industrial-military complex, facendo propria la definizione del presidente Eisenhower.
Lippman considerava lo ‘stereotipo’ come un’immagine mentale, che nel suo insieme non permetteva di comprendere la realtà ma offriva una visione parziale dei fatti, visti in una prospettiva distorta dall’interpretazione spesso fuorviante e affidata a quelle che lui definiva “autorità cognitive”.
Bernays ne piega invece l’utilizzo ad uso e consumo di quell’apparato industriale (e militare) che agisce con precise finalità politiche, indirizzando l’orientamento di massa con modalità di persuasione appositamente studiate.
Joseph Goebbels Tra i suoi estimatori vi fu certamente Joseph Goebbels, il ministro della propaganda del Terzo Reich, che più di ogni altro ne metterà a frutto le tecniche con un certo successo. E sempre a Goebbels vengono attribuiti i ‘famosi’ “11 principi della propaganda”. Almeno così come ebbe a riassumerli il prof. Leonard William Doob, dapprima in Propaganda and Public Opinion (1949) e quindi in Goebbels’ Principles of Propaganda (1950)…

1. Principio della semplificazione e del nemico unico.
E’ necessario adottare una sola idea, un unico simbolo. E, soprattutto, identificare l’avversario in un nemico, nell’unico responsabile di tutti i mali.

2. Principio del metodo del contagio.
Riunire diversi avversari in una sola categoria o in un solo individuo.

3. Principio della trasposizione.
Caricare sull’avversario i propri errori e difetti, rispondendo all’attacco con l’attacco. Se non puoi negare le cattive notizie, inventane di nuove per distrarre.

4. Principio dell’esagerazione e del travisamento.
Trasformare qualunque aneddoto, per piccolo che sia, in minaccia grave.

5. Principio della volgarizzazione.
Tutta la propaganda deve essere popolare, adattando il suo livello al meno intelligente degli individui ai quali va diretta. Quanto più è grande la massa da convincere, più piccolo deve essere lo sforzo mentale da realizzare. La capacità ricettiva delle masse è limitata e la loro comprensione media scarsa, così come la loro memoria.

6. Principio di orchestrazione.
La propaganda deve limitarsi a un piccolo numero di idee e ripeterle instancabilmente, presentarle sempre sotto diverse prospettive, ma convergendo sempre sullo stesso concetto. Senza dubbi o incertezze. Da qui proviene anche la frase: “Una menzogna ripetuta all’infinito diventa la verità”.

7. Principio del continuo rinnovamento.
Occorre emettere costantemente informazioni e argomenti nuovi (anche non strettamente pertinenti) a un tale ritmo che, quando l’avversario risponda, il pubblico sia già interessato ad altre cose. Le risposte dell’avversario non devono mai avere la possibilità di fermare il livello crescente delle accuse.

8. Principio della verosimiglianza.
Costruire argomenti fittizi a partire da fonti diverse, attraverso i cosiddetti palloni sonda, o attraverso informazioni frammentarie.

9. Principio del silenziamento.
Passare sotto silenzio le domande sulle quali non ci sono argomenti e dissimulare le notizie che favoriscono l’avversario.

10. Principio della trasfusione.
Come regola generale, la propaganda opera sempre a partire da un substrato precedente, si tratti di una mitologia nazionale o un complesso di odi e pregiudizi tradizionali.
Si tratta di diffondere argomenti che possano mettere le radici in atteggiamenti primitivi.

11. Principio dell’unanimità.
Portare la gente a credere che le opinioni espresse siano condivise da tutti, creando una falsa impressione di unanimità.

Nazi-GrilloNegli Anni ’50 i medesimi “principi” verranno poi rielaborati in dettaglio da Jean-Marie Domenach, intellettuale francese e cattolico progressista, che ne espliciterà la sostanza in La propaganda politica.
Oggi che propaganda e politica si mischiano insieme, fino a confondersi nell’indistinguibilità del messaggio, dove a prevalere non è il contenuto, ma la fruizione promozionale dello stesso, il modello prevalente è la televendita. E ciò avviene tramite campagne massive affidate a consulenti di immagine ed agenzie pubblicitarie, in un tritato indistinto di concetti e di idee, frullati per il rapido consumo su lancio pubblicitario degli stessi. Noterete che, in ordine sparso, gli 11 punti di Doob (o Goebbels, o Bernays, o Domenach che dir si voglia) sono perfettamente applicabili alle principali formazioni politiche del momento, che non mutuano un ideale nella comunicazione di un pensiero, bensì piazzano un prodotto i cui termini di vendita si misurano in termini di ritorno elettorale, attraverso la spettacolarizzazione di un messaggio mercificato. Ne consegue che i contenuti sono intercambiabili, in quanto funzionali ad intercettare l’attenzione e le aspettative più ampie possibili dell’elettore (consumatore) medio. L’offerta (politica) si adegua alla domanda. E per questo non può che essere generalista e volta alla massima diffusione, visto che risponde ad esigenze commerciali, inseguendo i sensazionalismi mediatici del momento. Il consenso è equivalente al profitto.
ClownSarà per questo che in una politica ridotta oramai a spettacolo, scandito da continui intervalli pubblicitari, l’iniziativa è rimessa a bolsi pagliacci che recitano la parte. Non per niente, il loro luogo d’elezione non è più la “piazza”, ma il pubblico selezionato di una platea al chiuso di un teatro, dove meglio possono imbastire i loro spettacolini ed al contempo piazzare il pentolame in svendita promozionale ai grandi saldi elettorali.

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L’OPINIONE PUBICA

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 13 maggio 2015 by Sendivogius

public propagandaLa chiamano “storytelling”: l’arte di creare storie, incastonate nella propedeutica pedagogica della finzione narrativa, attraverso la semplificazione del messaggio nella fruizione del medesimo, per presupposizione dialogica su funzione proiettiva. Per essere convincente, lo storytelling deve ‘sembrare’ vero, fornendo un “ritratto realistico” (e quindi convincente) di ciò che si intende illustrare. Tuttavia, la sua plausibilità non risponde necessariamente ad un presupposto oggettivo e confutabile con elementi logici, ma ad una principio di realtà che sposta la realizzazione di effetti e benefici nell’indefinitezza di un tempo presunto.
storytellingQuando viene applicato alle tecniche di “management”, lo storytellig si trasforma in format pubblicitario, secondo i meccanismi promozionali che sono propri della comunicazione integrata e che si fondano sulla condivisione di immagini a valenza simbolica, interiorizzate su base emozionale, nella reiterazione del messaggio meglio se strutturato secondo postulati sillogici.
zombiesA livello molto più prosaico, in “politica”, e ancor più quando questa si riduce a marketing elettorale per pubblicitari di successo, l’intera faccenda ha un nome ben preciso…
Si chiama ‘propaganda’.
PropagandaIl concetto era già chiarissimo agli albori del XX° secolo e si sviluppa di pari passo con l’affermazione della società di massa, dove il massiccio ricorso alle tecniche della propaganda è speculare alla costruzione del consenso, per la strutturazione (e mantenimento) del ‘potere’ dipanato nelle sue varie articolazioni sistemiche, che si traduce nella capacità di controllare (ed indirizzare) l’opinione pubblica su larga scala, tramite il filtraggio e la manipolazione delle informazioni con campagne mediatiche mirate.
E.Bernays Lo sapeva benissimo un creativo come Edward Bernays che intuì subito la correlazione esistente tra pubblicità e comunicazione politica: ogni cittadino è un potenziale consumatore che va indirizzato nelle sue scelte, stabilendo una “connettività emozionale” col prodotto che si intende promuovere. E poiché le masse sono sostanzialmente irrazionali, se ne possono manipolare le opinioni e orientarne i gusti, agendo sull’inconscio collettivo, tramite la stimolazione delle paure e dei desideri. Pertanto la contraffazione dei fatti e delle informazioni, attraverso una distorsione cognitiva della realtà è sempre funzionale al raggiungimento del risultato, che poi si traduce nel vantaggio soggettivo di una ristretta oligarchia. Non per niente, Bernays parla senza eufemismi di “manipolazione delle coscienze”, nell’entusiastica conservazione dello statu quo fondato sulla supremazia del Mercato.
Edward BernaysSu presupposti simili, ma per considerazioni completamente diverse, Walter Lippmann ebbe a sottolineare come ciò che l’individuo fa si fonda non su una conoscenza diretta e certa, Sandmanma su immagini che egli si forma o che gli vengono date. E siccome la maggior parte delle persone vivono in uno “pseudoambiente” dove, in assenza di esperienza diretta, i fatti vengono più ‘pensati’ che ‘vissuti’, la conoscenza di ogni individuo si fonda “su immagini che egli si forma o che gli vengono date”. Pertanto, si tratta di “immagini mentali” in grado di suscitare “sentimenti” contrastanti a seconda delle prospettiva con cui queste vengono inquadrate.
pitture rupestriDi conseguenza, per Lippmann la ‘propaganda’ è lo sforzo di modificare le immagini a cui reagiscono gli individui, di sostituire il modello sociale con un altro.
La scarsità di conoscenze a propria disposizione, unita ai limiti delle proprie esperienze dirette ad alla necessità di semplificazione, conduce alla formazione di “stereotipi” che si configurano come un risparmio di energia mentale e si consolidano nel rassicurante conformismo da cui scaturiscono.

walter lippmann«Nella grande fiorente e ronzante confusione del mondo esterno scegliamo quello che la nostra cultura ha già definito per noi, e tendiamo a percepire quello che abbiamo trascelto nella forma che la nostra cultura ha stereotipato per noi […] Perciò gli stereotipi sono fortemente carichi dei sentimenti che gli sono associati. Costituiscono la forza della nostra tradizione e dietro le loro difese possiamo continuare a sentirci sicuri della posizione che occupiamo»

Walter Lippmann
L’opinione pubblica
Donzelli (Roma, 1995)

In pratica, per Lippmann gli stereotipi sono immagini parziali (e spesso distorte) che gli individui desumono dal “cerchio ristretto” delle proprie conoscenze; ovvero: dalla condivisione puzzlecollettiva dei frammenti si struttura la collettività, che si conforma alla prospettiva di maggioranza secondo un’ottica comune. I contatti con il mondo esterno, fuori dalla portata di un’esperienza empirica e diretta, vengono mantenuti e filtrati in immagini emozionali da una serie di autorità cognitive, dalle quali il ‘cittadino’ riceve gli stimoli cognitivi ed affettivi e su questi costruisce le proprie opinioni. Le “autorità cognitive” (media, personaggi pubblici, organizzazioni) contribuiscono alla formazione di una volontà comune, in cui si distinguono capi e seguaci.
Walter Lippmann - DemocracyVa da sé che la cosiddetta “opinione pubblica” non è mai un soggetto con cui relazionarsi, ma un oggetto da manipolare ai propri fini.

«I capi spesso fingono di aver semplicemente scoperto un programma che esisteva già nelle teste del loro pubblico. Quando lo credono, di solito si ingannano. I programmi non nascono contemporaneamente in una moltitudine di cervelli. E questo non perché una moltitudine di cervelli siano necessariamente inferiori a quelli dei capi, ma perché il pensiero è la funzione di un organismo, e una massa non è un organismo.
Questa realtà non appare chiaramente perché la massa è costantemente esposta a suggestioni. Non legge le notizie, bensì le notizie avvolte in un’aurea di suggestione, indicante la linea di azione da prendere. Ascolta resoconti non oggettivi come sono i fatti, ma già stereotipati secondo un certo modello di comportamento. Così il capo apparente scopre che il capo reale è un potente proprietario di giornali.
[…] Nella prima fase, il capo dà voce alle opinioni prevalenti della massa. Si identifica con gli atteggiamenti comuni del suo pubblico, talvolta sbandierando il suo patriottismo, spesso toccando una rivendicazione. Stabilito che ci si può fidare di lui, la moltitudine che stava vagando qua e là può incanalarsi verso di lui. Ci si aspetterà allora che esponga un piano d’azione, ma egli non troverà questo piano negli slogan che esprimono i sentimenti della massa. Questi slogan spesso non lo indicheranno nemmeno. Dove la politica incide molto alla lontana, quello che è essenziale è che il programma all’inizio si riallacci verbalmente ed emotivamente a quello a cui la moltitudine ha già dato voce. Gli uomini che riscuotono fiducia possono, sottoscrivendo simboli accettati, fare molta strada per conto loro senza spiegare la sostanza del loro programma

Walter Lippmann
L’opinione pubblica
Donzelli (Roma, 1995)

Lippmann scriveva nel 1922, ma le sue parole potrebbero valere benissimo anche per l’oggi.
La comunicazione di massa, opportunamente veicolata ed eterodiretta, si fa portatrice di quel carico di suggestioni, fungendo da cassa di risonanza, riducendo la partecipazione a fruizione passiva di un messaggio appositamente confezionato per il consumo allargato. In proposito, il sociologo Robert K. Merton parlava di “disfunzione narcotizzante” dei mass-media.
GOEBBELSSi parva licet componere magnis, la piccola narrazione renziana, rapportata al contorno di tribuni e capetti politici variamente assortiti, non fa eccezioni. Ne persegue le medesime matrice lungo le direttive di una retorica propagandistica, tutta imperniata sul mantra salvifico delle “riforme” che, per l’appunto, hanno ormai sostituito l’inconsistenza sostanziale del “programma”, stimolando l’immaginario di un’opinione destrutturata a dimensione pubica.

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Il Venditore favoloso

Posted in Stupor Mundi with tags , , , , , , on 4 maggio 2015 by Sendivogius

venditore di pentole

La regola aurea del perfetto venditore consiste nell’identificazione totale col prodotto che si intende piazzare sul mercato; perché l’entusiasmo, se ben convogliato, può essere contagioso e indurre il cliente all’acquisto. A quel punto, ciò che compri non è la merce in quanto tale (un lavorato di plastica e metallo), ma il feticcio di un immaginario desiderante, che si espande tramite la declamazione virtuale di quella che in fondo è una suggestione in vendita, nell’appagamento di un bisogno indotto.
Nel marketing applicato alla politica, a compensazione di un’abissale assenza di contenuti, la figura del ‘venditore’ e del ‘leader’ coincidono in una sostanziale adesione di ruoli, Paccottofunzionale alla vendita di un prodotto elettorale in cui ciò che conta non è quasi mai il contenuto, ma l’involucro che avviluppa la confezione, con le sue promesse e la sua carica di aspettative, prima del disvelamento del “pacco”.
In fondo, si tratta di una recita strutturata, dove i meccanismi della televendita diventano gli strumenti universali di una politica spettacolo, per la veicolazione di messaggi resi indistinguibili da una promozione commerciale.
RENZI-WANNA-MARCHILa passione è solo una rappresentazione scenica della stessa, secondo le necessità di copione che regolano gli atti dell’esibizione. Non vi è alcuna tensione ideale. La caparbia determinazione, con cui vengono declamate in un mirabolante turbine di annunci le incredibili potenzialità del prodotto, è la stessa di un piazzista di pentole che ogni volta rilancia l’offerta, arricchendo il set in promozione con gadget di contorno da abbinare alla vendita.
Leopolda13-RenziL’importante è l’esposizione della marchetta, procrastinata avanti nell’indeterminatezza di un tempo sospeso sul vuoto delle attese, ma surrogato da un crescendo di aspettative per incentivare l’acquisto dell’intero stock per corrispondenza. A scatola chiusa e con recesso limitato al prossimo giro elettorale.
Nella concentrazione personalistica del potere, incentrata nella promozione costante del leader, l’ingrediente predominante è il suo narcisismo: l’unico elemento di cui non difetta mai e che dispensa in abbondanza nel compiacimento di se medesimo.
Attraverso una sostanziale identificazione di ruoli perfettamente sovrapponibili l’uno con l’altro, tanto da diventare indistinguibili tra loro, il piazzista convive con l’istrione ed entrambi fanno il paio al cialtrone, che nella preponderanza dell’idiota in politica nell’ansia di distinguersi dalla nutrita concorrenza ama assumere le vesti del “leader”, l’uomo solo al comando, che poi in Italia costituisce l’ennesima variante di una vecchia gloria nazionale: il Cazzaro di successo.
Italian Style (by Bortocal)L’alternanza è anagrafica, ma il prodotto è sempre quello; possibilmente riadattato alla moda del momento. Cambia solo la data di scadenza, mediante contraffazione dell’etichetta di un L'Omino di burroprodotto già avariato di suo. Come per l’Omino di burro che guida i ciuchini nel Paese dei Balocchi, quando ci si accorge dell’inganno è sempre troppo tardi.
Al grande incanto delle promesse elettorali e degli spauracchi a buon mercato abbondano Salvinigli imprenditori della paura, che battono i borghi di provincia agitando cappi e pistole, insieme agli specialisti dell’indignazione prezzolata un tanto al chilo in conto ka$ta. Tuttavia, la figura più amata resta indubbiamente quella del venditore di favole, il piazzista dei sogni a buon mercato, fatti della stessa sostanza delle illusioni e racchiusi dentro un gessato troppo attillato, dietro una paresi facciale contratta in sorriso permanente a 36 denti. Perché il vero cazzaro professionista è come un giocatore di poker: rilancia di mano in mano, raddoppiando la posta, finché qualcuno non decide di vedere il bluff.
renzi_bluffFisicamente simili come due uova di pasqua fuori stagione, entrambi strizzati in abiti troppo stretti sui chili in eccesso, il faccione lievitato a dismisura nell’indifferenziata espressione beota dai tratti porcini, sono i gemelli diversi della politica italiana, il Vecchio ed il Giovane in Wonderland.

Renzi e Berlusconi

Ma se il Papi della Patria era un imbonitore di sogni, il suo emulo fiorentino è sostanzialmente un venditore di se stesso.
Tweedledee e TweedledumNella sua insuperata carriera ventennale, il Pornonano ha dominato la scena promettendo milioni di posti di lavoro, declamando risultati ‘epocali’, le new towns, e disegnando “grandi opere” coi pennarelli colorati sui tabelloni allestiti nel salottino di Vespa, dei quali rimangono solo le coreografie di cartapesta, i piloni arrugginiti ed una voragine di miliardi spariti nelle tasche dei soliti noti.
Invece, nella grande narrazione renziana, non vi sono evocazioni riconducibili ad immagini certe e definite. Abbondano piuttosto i continui riferimenti a termini vacui nella loro ambiguità onnicomprensiva: le mitiche “riforme”, la “speranza”, il “futuro”, il “cambiamento”… un carosello di termini vuoti, nell’indefinitezza che ne contraddistingue i contenuti. Tutto si riduce ad una concentrazione spasmodica dei poteri istituzionali, che vengono ridisegnati in funzione monocratica, nel costante svuotamento degli organismi di controllo intesi come intoppo decisionale. Il Bambino Matteo Matteo Renzi pupazzovive sostanzialmente di grandi annunci, ma l’unico prodotto che promuova davvero è sé medesimo, nel perseguimento del potere in quanto tale: strabordante come la sua obesità crescente, in una bulimia che si fa palpabile a tal punto da assurgere a dimensione fisica del personaggio, misura e fine di tutte le cose. È la metafora di un ego incontenibile, che ha fatto di merce e venditore un unico articolo di fede.

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Finanza Creativa (II)

Posted in Business is Business with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 16 marzo 2009 by Sendivogius

 

 “The Italian Job

 

ponzi1 Immaginate una sala scommesse, dove allibratori senza scrupoli vendono pacchetti differenziati a giocata multipla garantendo vincite sicure, ad alto rendimento, in cambio di puntate relativamente modeste purché continue.

Immaginate che le quote siano co-finanziate dagli stessi allibratori con la concessione di prestiti non garantiti che, attraverso un afflusso costante di nuovi scommettitori, spingono al rialzo il valore delle eventuali vincite.

Immaginate una sacca speculativa che, con nuovi azzardi e l’estensione condivisa del rischio, si autoalimenta tramite iniezioni fittizie di denaro, incrementa il debito, dilazionando il pagamento dei crediti. E la bolla continua a gonfiarsi, finché non giunge il momento di rifondere il prestito originario, spacchettato a sua volta in obbligazioni creditizie negoziabili, piazzate ad ignari portatori-investitori. Il loro valore solvibile è molto simile a quei bigliettini chiamati “pagherò”, che gli incalliti giocatori di poker sottoscrivono, pur nella consapevolezza di non essere nella condizione di saldare.

Il meccanismo, che per la sua creatività finanziaria è (impropriamente) ricollegabile alle cause dell’attuale crisi economica, continua ad essere riproposto con perversità ciclica nei mercati senza regole della finanza globalizzata.

Le modalità di applicazione rispondono, o quantomeno si ispirano, ad uno “schema” consolidato che dal suo ‘misconosciuto’ creatore, Charles Ponzi, prende il nome.

 

IL RE DELLA TRUFFA

Quando Carlo Ponzi sbarcò a Boston, nel novembre del 1903, era solo l’ennesimo emigrato italiano, di belle speranze e pochi spiccioli, venuto a cercar fortuna in America.

charles-ponziOriginario di Lugo di Romagna (dove era nato il 3 marzo 1882), il giovane Ponzi aveva lasciato presto il suo impiego alle Poste, per inventarsi studente universitario a Roma e sperperare tutti risparmi in gozzoviglie e divertimenti, giocando alla bella vita. A corto di quattrini, decide di riparare negli Stati Uniti e durante la traversata perde gli ultimi denari in scommesse e gioco d’azzardo. Il ragazzo ragiona in grande, ma per il momento si deve accontentare di lavorare come sguattero e lavapiatti in un ristorante. Risparmia sull’alloggio perché dorme sul pavimento delle cucine. Però è accattivante, di bell’aspetto, parla bene l’inglese, e presto diventa cameriere. Impiego che non conserva a lungo, perché truffa i clienti sui resti e gratta i soldi dalla cassa.

Nel 1907, Ponzi si trasferisce in Canada, a Montreal, dove in qualche modo riesce a farsi assumere come aiuto-cassiere nella banca fondata da un altro italiano, Luigi Zarossi, che ha costruito la sua fortuna grazie alle rimesse degli emigranti garantendo tassi d’interesse del 6%, al doppio di quello vigente presso gli altri istituti canadesi. Probabilmente, prima di essere affinato, il futuro ‘sistema Ponzi’ trova ispirazione proprio nella disinvolta gestione della banca. Il “Banco Zarossi” versa infatti in gravi difficoltà finanziare, a causa di una serie di speculazioni sbagliate nel mercato immobiliare, e utilizza i fondi dei nuovi clienti per pagare gli interessi sul debito. Il giochino continua fino all’inevitabile fallimento della banca, quando il buon Louis scappa in Messico con gli ultimi soldi che i risparmiatori gli avevano affidato. Necessità fa virtù e Ponzi, di nuovo disoccupato, non si perde d’animo… Capisce che la sua fortuna è negli USA. Di nuovo a corto di quattrini, riesce a impossessarsi del libretto d’assegni di un ex correntista del ‘Banco’ e si intesta un assegno di $423.58  falsificando la firma di un direttore di filiale. Beccato, deve rimandare la sua partenza perché si fa tre anni di prigione a Montreal.

Nel 1911, Ponzi riesce finalmente a rientrare negli USA. Arriva fino ad Atlanta e subito trova ospitalità nelle carceri della Georgia, con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina (di italiani). La prigione federale, dove rimane per due anni, si rivela un’altra esperienza proficua: collabora come traduttore, facendo conoscenza con i boss corleonesi della Mano Nera. Soprattutto, entra in contatto con Charles W. Morse, il Re del Ghiaccio, speculatore e affarista di NY.  

Dopo la scarcerazione, Charles Ponzi si sposta nuovamente a Boston e nel 1918 si sposa con una ragazza di origini italiane. Non per questo rimane con le mani in mano dimostrandosi, a suo modo, un precursore… Si dedica infatti alla raccolta di annunci pubblicitari, con la realizzazione di un catalogo specializzato per imprese ed esercizi commerciali. Il progetto tuttavia non va in porto, a causa della cronica carenza di fondi. Ma ecco che tramontata un’idea, ne sorge subito un’altra più grandiosa. In risposta ad una sua precedente lettera indirizzata ad una società che lavora in Spagna, Ponzi riceve una richiesta di notizie dettagliate sulla potenziale rivista. Allegata alla missiva trova un IRC (International Reply Coupon), un ‘buono di risposta internazionale’, per l’affrancatura della lettera di ritorno. L’IRC è un buono prepagato con validità internazionale, che viene utilizzato in sostituzione dei normali francobolli. In pratica, permette di spedire lettere già affrancate all’estero. La validità del coupon è standardizzata a livello internazionale, ma il costo d’acquisto varia a seconda dei singoli stati. Questo vuol dire che, al momento della conversione in francobolli, lo stesso IRC acquistato negli USA al prezzo di un dollaro (in sostituzione di un francobollo da 1 $), in Italia potrebbe avere invece un valore equivalente a 30 centesimi di dollaro. In tal caso, il margine di profitto sarebbe del 70% qualora i coupon fossero acquistati in Italia e convertiti poi in francobolli americani. Basata essenzialmente sull’acquisto e sulla vendita dello stesso bene in due mercati diversi, si configura come una operazione di tipo finanziario, conosciuta dagli operatori di settore col nome di “arbitraggio”, che genera un profitto immediato lucrando sulle differenze di prezzo.

Inutile dire che il vulcanico Ponzi vede nella circostanza una incredibile fonte di guadagno.

 

LO ‘SCHEMA PONZI’

Charles Ponzi costituisce una nuova società: la Securities Exchange Co e gli IRC movimentati alla stregua di “titoli di cambio” pagabili al portatore: attraverso una rete di agenti mandatari in Italia, Ponzi acquista i coupon postali; gli IRC acquistati in Italia vengono trasferiti in USA e convertiti in francobolli americani, approfittando del cambio vantaggioso.

Per i capitali di investimento si ricorre a finanziatori terzi, ai quali Ponzi assicura rendimenti eccezionali a pronto termine, con tassi d’interesse del 50% e corresponsione del capitale entro 90 giorni dall’investimento iniziale.

Una seconda rete di agenti a provvigione, ben pagati, che agisce secondo i meccanismi del marketing multi-level, si preoccupa di procacciare clienti in territorio americano, specialmente tra la comunità degli emigrati italiani. Finché le quote di partecipazione affluiscono copiose, insieme ai nuovi investitori, la compagnia continua a corrispondere regolarmente i dividendi, contribuendo alla creazione di piccole fortune patrimoniali, che rendono Ponzi popolarissimo tra i molti beneficiati.

Dal Febbraio al Maggio del 1920, la “Securities Exchange” passa da un capitale di $5.000 a $420.000. A Luglio dello stesso anno, Ponzi ha raccolto fondi per svariati milioni di dollari e possiede il controllo di una banca: la Hanover Trust Bank.

In realtà, ad una più attenta analisi finanziaria, la Securities Exchange lavora in costante perdita, nonostante la società riesca a raccogliere fino a $250.000 al giorno. Il suo passivo cresce in parallelo con la liquidazione delle quote, senza che gli investimenti riescano a colmare un pauroso buco di bilancio (opportunamente occultato nei libri contabili). Innanzitutto, i tassi di cambio degli IRC, al netto delle spese di gestione e di commissione, non risultano così vantaggiosi come Ponzi credeva ed il saggio di profitto è notevolmente inferiore rispetto alle aspettative originarie. Gli stock di “buoni” (gli IRC) sono nettamente inferiori, in rapporto a quelli che dovrebbero essere necessari alla capitalizzazione finanziaria della compagnia. La maggiorazione delle quote investite dai clienti dovrebbe essere ulteriormente garantita da una serie di arzigogolate operazioni di ingegneria finanziaria che in realtà sono inesistenti.

Lo Schema Ponzi è un sistema a perdere in cui le rimesse degli ultimi arrivati pagano gli interessi maturati dai primi investitori. Se il flusso dei nuovi clienti si interrompe, la liquidazione delle quote promesse diventa impossibile a causa dell’inevitabile prosciugamento dei fondi in deposito in assenza di versamenti.

Il Boston Post, quotidiano che aveva inizialmente elogiato lo schema creato da Ponzi, inizia ora a criticarne aspramente i limiti e le ambiguità. Escono fuori i precedenti penali di Ponzi, insieme alla sua fedina non proprio immacolata. Le autorità federali iniziano una serie di indagini fiscali. Tra i risparmiatori inizia a diffondersi il panico con la corsa al ritiro. La società dell’intraprendente romagnolo inizia a scricchiolare paurosamente, prima dell’inevitabile collasso. Ma Ponzi fa una cosa ‘strana’… evidentemente convinto del suo ruolo di imprenditore, irretito dall’abito di filantropo che gli è stato cucito addosso, invece di scappare all’estero col malloppo (come già aveva fatto Zarossi) continua a pagare i premi ai suoi clienti che sempre più numerosi si presentano agli sportelli della banca, fino ad esaurimento fondi.

La parabola di Ponzi dura circa un anno. Arrestato nel novembre del 1920 per bancarotta e frode, viene condannato ad una pena complessiva di 13 anni: ai cinque anni iniziali se ne becca altri 9 durante il processo d’appello come “ladro comune e notorio”. Questo pure perché Ponzi, uscito su cauzione, ha pensato bene di “darsi alla macchia”. Infatti ricompare in Florida, dove si fa chiamare Charles Borelli, e subito organizza una nuova truffa fondiaria ai danni di sprovveduti farmers. Arrestato nuovamente, ancora una volta esce su cauzione e ripara in Texas dove cerca disperatamente un imbarco per l’Italia e l’impunità.

Il 28 Giugno del 1926, viene arrestato a New Orleans a bordo di un mercantile italiano.

Rilasciato nel 1934, viene immediatamente espulso dagli USA (Ponzi non aveva mai ottenuto la cittadinanza). Tornato in Italia, si guadagna da vivere come traduttore. Mussolini lo coopta nel suo governo, affidandogli incarichi di gestione finanziaria. E Ponzi dimostrerà di essere talmente incompetente in materia da venir trasferito come impiegato nella “Ala Littoria”, l’allora compagnia di bandiera, distaccato a Rio de Janeiro in Brazile dove lavora dal 1939 al 1942. Con la guerra, i voli vengono sospesi e Ponzi perde nuovamente l’impiego, ma rimane a Rio dove muore il 18 Gennaio 1949 in un ospedale per poveri.

Tuttavia, il “Ponzi-scheme” non muore col suo ideatore e gli emuli non mancano: dalle ‘finanziarie piramidali’ ai ‘banchieri di Dio’, che però meritano una trattazione a parte.

 

ANNO 2009

wall-street-1929 In tempi più che recenti, il famigerato schema è stato riproposto da businessman senza scrupoli come Nicholas Cosmo, che con la sua Agape World Inc ha rastrellato qualcosa come 400 milioni di dollari. Cosmo è stato arrestato a NY il 26 Gennaio di quest’anno.

Ma il più ‘famoso’ di tutti è sicuramente un ex bagnino di Long Island, passato dalle spiagge della Grande Mela alla presidenza del Nasdaq: Bernard Madoff il quale, con la sua Investement Securities, ha realizzato la più grande truffa finanziaria di tutti i tempi. Pare che la cifra si aggiri intorno alla modica cifra di 50 miliardi di dollari. Il caro Bernie, senza strafare, prometteva rendimenti sicuri ad un tasso ragionevole del 10% – 15%. Il fatto che gli hedge funds di Madoff fossero immuni dalle oscillazioni del mercato finanziario, garantendo un rendimento costante, con un saldo sempre in positivo, evidentemente non ha mai destato sospetti tra i suoi pur facoltosi clienti. Almeno fino al crollo dell’intero sistema, quando con le prime avvisaglie delle crisi economica gli investitori sono tornati a reclamare le loro quote.

Nella rete di Madoff sono confluiti fondi pensione, piccoli risparmiatori e grandi istituti finanziari, fondazioni ed enti di beneficenza collegati al bel mondo di Hollywood. Tutti molto convinti della solidità dei Jewish Bond emessi da Madoff, che ha truffato mezza comunità ebraica d’America. Tra le vittime dei salotti buoni che contanto, c’è anche il regista Steven Spielberg ed il premio nobel Elie Wiesel. Tra le banche (fonte: http://www.finansol.it/?p=1078) si registrano scoperti per svariati milioni di dollari:

– UNICREDIT, 75 milioni

– BANCA POPOLARE, 60 milioni
– BNP Paribas, 350 milioni
– Bbva , 300 milioni
– Hsbc, 1 miliardo
– Natixis, 450 milioni
– Rbs, 400 milioni di sterline
– Axa, 100 milioni di euro
– Man Group, 360 milioni di dollari
– Nomura, 302 milioni di usd
– Credit Agricole, 10 milioni

Naturalmente, tali perdite rischiano di coinvolgere, loro malgrado, i clienti degli istituti interessati ed i contribuenti tutti, arruolati a forza nei cosiddetti “piani di salvataggio”. Questo dopo che magari si è convinti i lavoratori ad affidare la gestione del proprio TFR ai fondi di categoria, tutti altamente sicuri e garantiti. Come quelli di Madoff.

 

P.SBuona parte delle informazioni presenti in questo articolo sono state desunte da wikipedia. Un particolare ringraziamento va invece rivolto ai lettori di Liberthalia: il post dedicato a “Il Mostro di Roma” ha raggiunto quasi 200 visualizzazioni nelle prime 56 ore dalla pubblicazione. Per chi scrive, sono piccole (grandi) soddisfazioni.