Archivio per Maria Elena Boschi

(101) Cazzata o Stronzata?

Posted in Zì Baldone with tags , , , , , on 31 luglio 2017 by Sendivogius

Classifica LUGLIO 2017”

Ah se non ci fosse twitter a ricordarci ogni volta tutta l’insulsaggine dei nostri aspiranti ‘statisti’, col non trascurabile vantaggio di poter condensare il nulla della propria inconcludenza nella sintesi striminzita di 140 battute, così non devono spremersi troppo le meningi alla ricerca del neurone solitario che rimbomba tra le pareti di teste vuote, come la particella di sodio della nota acqua minerale… Toc?! Toc!? C’è nessuno in casa?!? A tutto il resto ci pensano i “portavoce” a contratto, personaggi improbabili col prestigio di uno zerbino per cani, spesso con risultati persino più demenziali dell’originale così improvvidamente interpretato. Figurarsi che il Bomba si affida ad un Matteo Richetti per farsi portare la parola..!

Hit Parade del mese:

 

01. REALI IMBECILLI

[27 Lug.] «La coppia ha già due figli, anche la Royal Family deve essere sostenibile per l’ambiente e l’economia della Gran Bretagna. Per ragioni ambientali come il cambiamento climatico, l’uguaglianza economica e la giusta distribuzione delle risorse, è giusto considerare l’opportunità di astenersi dal mettere al mondo un ulteriore figlio, in favore di una famiglia più ‘agile’ e sostenibile»
  (Comunicato della Royal Family)

02. CAZZARI ALLO SBARAGLIO

[13 Lug.] «Sono stato tutta la sera al telefono con le ambasciate degli altri Stati europei per chiedere l’invio dei loro Canadair, perché quelli a disposizione purtroppo non sono abbastanza. Sono in arrivo dalla Francia 3 aerei di cui 2 Canadair. Grazie!»
(Luigi Di Maio, il Contaballe)

03. UN ANNO DI LAVORO, 25 MILIONI DI BUONUSCITA+BENEFITS

[24 Lug.] «Non ci vedo nulla di scandaloso.»
(Flavio Cattaneo, l’Italia che fotte)

 

04. L’UMILTÀ AL POTERE

[19 Lug.] «È un onore per me servire il Paese. Certe mie proposte non sono andate a segno, ma dalle sconfitte ho imparato soprattutto l’umiltà.»
(Maria Elena Boschi, Civil Servant)

05. PROPAGANDA CONTINUA (I)

[18 Lug.] «Lotta alle frodi, infrazioni, aiuti di stato: con i governi Renzi e Gentiloni risparmiati circa 2 miliardi € per cittadini, imprese e Stato.»
(Sandro Gozi, il Visionario)

06. PROPAGANDA CONTINUA (II)

[31 Lug.] «Buone notizie sul lavoro. Meno disoccupati, anche tra giovani. Aumenta lavoro donne. Fiducia in risultati Jobs Act e ritorno crescita.»
(Paolo Gentiloni, l’Omino invisibile)

07. PROPAGANDA CONTINUA (III)

[31 Lug.] «Più di 2 miliardi di € risparmiati, procedure infrazione quasi dimezzate: dai #MilleGiorni a oggi l’Italia si fa sentire in #Europa. #avanti.»
(Maria Elena Boschi, la Miracolata)

08. FACITE ‘A FACCIA CATTIVA

[27 Lug.] «In assenza di una cooperazione attiva della Europa, l’Italia non accetterà più migranti raccolti da Ong o da altri mercantili che non battano bandiera italiana o delle istituzioni europee.»
(Maurizio Massari, Ambasciatore italiano alla UE)

09. UN’OFFERTA CHE NON SI PUÒ RIFIUTARE

[24 Lug.] «All’epoca il governo mi chiese se fossi disponibile, io dissi di sì, ma poi non se ne fece più nulla perché si sollevò un polverone di polemiche. Ma io non do la colpa a Matteo Renzi….. La mia squadra oggi è in grado di hackerare un pacemaker. L’attacco si fa tramite malware injection ovvero l’introduzione di un codice malevolo all’interno di un pacemaker o di un cellulare. Una procedura che si può effettuare attraverso il dispositivo che usa lo staff medico durante l’operazione, ad esempio noi abbiamo hackerato il programmatore del pacemaker tramite attacco fisico oppure tramite attacco remoto. Oppure nei pacemaker moderni che sono connessi a Internet è sufficiente iniettare un malware, si intercettano così i pacchetti di rete scambiati tra ospedali e sensori.»
(Marco Carrai, l’Amico degli Amici)

10. SENNÒ BATTI I PIEDINI PER TERRA?!?

[11 Lug.] «Per rimettere in moto tutto servirebbero nell’Agenda Roma 1,8 miliardi di euro extra che la città non può produrre. Ce li date perché siamo la Capitale o no?»
(Virginia Raggi, bimba a 5 stelle)

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AGITATO, NON MESCOLATO

Posted in Masters of Universe with tags , , , , , , , , , , , , on 13 maggio 2017 by Sendivogius

In Italia, le notizie hanno sempre lasciato il posto alle opinioni, nella libera reinterpretazione dei fatti; meglio se opportunisticamente reinterpretati ogni volta pro domo sua, per un processo inverso dove i fatti sono subordinati alle opinioni (facendo da contorno) e mai viceversa.
In tempi di post-verità, anche la “notizia” è superata, specialmente quando questa difetta di una funzionalità d’uso immediatamente fruibile in termini strumentali, nell’aleatorietà dei “fatti” che più che altro costituiscono un intralcio alle “opinioni”, a maggior ragione se implicano un approfondimento più complesso da essere ricompreso nello spazio di un tweet, e vengono usate come arma di lotta politica a dotazione delle rispettive partigianerie.
Rottamato il principio di realtà, oggi domina la non-notizia: un surrogato artificiale della manipolazione mediatica, costruita ad arte e fatta non per informare ma per condizionare; generare commenti nell’auto-alimentazione della stessa, per polemiche programmate su riproposizione ciclica. Per questo le notizie (insieme ai fatti che ne sono all’origine) vanno più che altro agitati e mai mescolati, perché l’amalgama presuppone il tempo naturale della sedimentazione, lascia spazio alla ponderazione e dunque della riflessione ragionata. E non è questo lo scopo per cui viene creata la non-notizia: il cugino buono della fake news.
Istruzioni per l’uso: prendete una serie di non-notizie. La quantità in eccesso da proporre ad un consumatore abulico serve a saturare l’etere con l’abbondanza dell’offerta, catalizzando l’attenzione attraverso una tensione costante. Sovrapponetele tra loro ed agitatele, senza mai mescolarle; perché se non funziona il primo stock, deve esserci sempre pronta un’altra dozzina di non-notizie di riserva, da proporre al pubblico onde sollecitare lo stimolo al consumo. Pertanto, ripetetele ad intervalli regolari, alternandole tra loro, come un carosello pubblicitario inteso a vendere sempre la stessa merce. Create una serie di stimoli ed aspettative. Confezionate per il pubblico un prodotto su misura di input condivisi, tramite un sistema di induzione, provocazione, e reazione. In tal modo innescherete un meccanismo comunicativo di condizionamento strumentale, che per certi versi ricalca l’effetto pavloviano.
Se rapportata allo scontro politico di un’epoca post-ideologica, che stenta a dare un senso a se stessa, in assenza di qualsivoglia programma o idea, la proposta politica è ridotta ad una guerriglia faziosa tra bande, che si consuma a due livelli ironicamente definibili come endogeno: le faide interne ad una medesima compagine. A cui si accompagna un livello esogeno: la contrapposizione totale tra due gruppi distinti, che trovano la loro ragion d’essere nell’irriducibilità dell’ostilità reciproca, come collante galvanizzante per la coesione interna di una tribù, altrimenti divisa dalle lotte intestine tra clan in competizione per la supremazia.
Esempio pratico: prendete il fenomeno eterodiretto su piattaforma digitale, che si fa chiamare M5S. In un condensato desolante di assurdità e paranoie complottiste, contraddizioni e slogan a buon mercato, nel sostanziale vuoto progettuale per eccesso di idee confuse, che si intrecciano attorno alla narrazione fantastica del “capo politico”, il noto movimento non potrebbe sopravvivere alla riprova dei fatti che svelerebbero tutta l’inconsistenza di un prodotto artificiale di web-marketing. Di conseguenza, così come ogni storia ha bisogno di alimentare il proprio pathos con la presenza di un villain convincente, che dia una ragion d’essere al titanismo eroico del protagonista, allo stesso modo il PD costituisce la nemesi perfetta del notorio “moVimento” e viceversa, come due elementi speculari ad una narrazione uguale e contrapposta che in assenza di credibilità si alimenta del mito del Nemico. Il copione è sempre lo stesso: ogni giorno qualcuno dei cloni selezionati nei casting della Casaleggio Associati, pesca a tema la non-notizia del momento da rilanciare a mezzo twitter su ogni agenzia di stampa disponibile, onde denunciare l’ennesimo scandalo vero o presunto della “casta”, di cui il partito bestemmia è ormai assurto ad emblema ed incarnazione data la sua permanenza di governo. Segue indignazione condivisa dei followers della setta. Processo pubblico in contumacia. Immancabile richiesta di dimissioni di questo o quel ministro…
 E la madonna dei Boschi resta indubbiamente il bersaglio ineguagliabile ed insuperato di ogni offensiva. Del resto è come sparare su un elefante a distanza ravvicinata con un fucile di precisione: non puoi sbagliare!
Segue reazione piccata delle cheerleaders del renzismo militante, che solitamente rispondono accendendo le polveri di un’altra non-notizia, da agitare onde galvanizzare la propria tifoseria, con scontro su ‘social’ con prosecuzione su ‘talk’. Non per niente, the show must go on! Si ravviva il fuocherello di paglia per due o tre giorni fino ad esaurimento. E poi si passa ad altro, in attesa di montare una nuova polemica, giusto per guadagnare le prime pagine delle edizioni on line. Da notare che il meccanismo è assolutamente interscambiabile. Noterete che nessuno dei due schieramenti vi risponderà nel merito dei fatti, stando anzi molto bene attenti a non entrare mai nel dettaglio, circostanziandone le fattispecie di riferimento.
L’ennesimo pretesto di scontro, è stata la pubblicazione dell’ultima opera dell’ottimo Ferruccio de Bortoli. Titolo appetitoso, Poteri forti (o quasi), per un librone di trecento pagine e passa che si pone ai lettori come una raccolta di “memorie di oltre quarant’anni di giornalismo”, per usare le stesse parole dell’Autore, dove si parla di tutto (e di niente in dettaglio). Al “renzismo”, De Bortoli dedica solo una manciata di pagine dal titolo eloquente e più che sufficiente a descrivere il fenomeno per ciò che è: Renzi, ovvero la bulimia del potere personale. C’è da dire che l’Autore ha scritto sul personaggio editoriali assai più fulminanti nella sua attività di giornalista. Qui il tono è più defilato, quasi bonario; parte da una recita di scuse che è quasi un atto di contrizione, con il quale Ferruccio de Bortoli finge di fare ammenda, salvo rincarare la dose col piccolo Napoleone di Rignano. Il tutto è intriso di un’ironia sottile, ma affilata, senza mai perdere il senso della misura. Alla fine il ritratto che viene fuori del putto fiorentino, attraverso un serie di aneddoti, è quella di un arrogante signorotto feudale piombato dalla provincia alla ribalta nazionale, un sostanziale cafone senza altra progettualità che non sia il consolidamento personalistico di un potere fine a se stesso. Niente che di Matteo Renzi non si fosse abbondantemente capito, o non si sia già scritto. Alla Maria Elena Boschi, viene dedicata una sola paginetta (pag.209) su 320 pagine, in un discorso più ampio (estrapolato da terzi), dove peraltro De Bortoli si interroga a mo’ di riflessione personale sul ruolo della massoneria (e massimamente quella toscana) nel consolidamento del potere renziano e le sue ramificazioni nel sistema bancario, riagganciandosi ad una tematica peraltro già affrontata in passato…

«Non ho mai scritto e nemmeno pensato che Renzi sia un massone in una regione nella quale un po’ tutta la classe dirigente lo è. Mi chiedevo soltanto se, parlando del Patto del Nazareno…. le vicinanze tra esponenti dei due schieramenti in terra toscana, fossero spiegabili anche con quell’appartenenza. Una domanda legittima. Una richiesta di trasparenza dal momento in cui si metteva mano addirittura alla Costituzione.
Non c’è nulla di male ad essere iscritti. Non nego i meriti storici della massoneria, anche se ho visto da vicino le sue deviazioni…. In altri paesi la massoneria è un soggetto pubblico. Trasparente. Da noi pare non esistere. Misteriosa. Sembrava addirittura scomparsa, dopo il caso P2 di Licio Gelli, al di là delle apparizioni pubbliche dei vari riti che hanno spesso una valenza un po’ caricaturale e folcloristica. Da noi è un tabù. Si sussurra non si dice, si sospetta non si dichiara, si allude. Ho esagerato, forse, ma nulla mi toglie dalla testa che nel dedalo di rapporti di quella che Ernesto Galli della Loggia ha chiamato “consorteria toscana”, le appartenenza massoniche un ruolo lo abbiano giocato e continuino a giocarlo.»

Questa è una non-notizia che nulla aggiunge al dibattito, ma introduce il pezzo più goloso che De Bertoli infila en passant, chiamando in causa la donna di denari nell’intreccio che unisce a doppio filo governo, renzismo, e potere bancario, lasciando sottintendere la presenza di una longa manus massonica, nella fratellanza acquisita all’ombra di grembiulini e compassi. E lo fa in riferimento ad un articolo di “Libero” dove venivano svelati le frequentazioni tra il faccendiere piduista Flavio Carboni con papà Boschi…

 «Il vicepresidente della banca aretina Pierluigi Boschi, padre di Maria Elena, aveva incontrato il faccendiere sardo in un paio di occasioni durante le quali avrebbe chiesto consigli su chi mettere alla direzione generale dell’istituto. L’allora ministra delle Riforme, nel 2015, non ebbe problemi a rivolgersi direttamente all’amministratore delegato di Unicredit. Maria Elena Boschi chiese quindi a Federico Ghizzoni di valutare una possibile acquisizione della Banca Etruria. La domanda era inusuale da parte di un membro del governo all’amministratore delegato di una banca quotata. Ghizzoni comunque incaricò un suo collaboratore di fare le opportune valutazioni patrimoniali, poi decise di lasciar perdere. L’industriale delle scarpe Rossano Soldini mi ha raccontato di aver avuto molti sospetti sul ruolo della massoneria locale nella gestione dell’istituto. Elio Faralli, che ne fu fu padre-padrone per circa trent’anni, fino al momento in cui fu costretto a lasciare il timone a Giuseppe Fornasari, era notoriamente un massone. Soldini fece molte domande scomode, in particolare sul ruolo del consigliere Alberto Rigotti, il cui voto, probabilmente invalido, fu decisivo per eleggere Fornasari. Rigotti ebbe prestiti dalla banca mai rientrati, e finì in bancarotta col suo gruppo editoriale. I consiglieri dell’Etruria godettero di affidamenti per un totale di 220 milioni di euro. Gli organi statutari erano del tutto ornamentali. Non sarebbe il caso di chiedersi se anche legami massonici o di altra natura non trasparente siano stati all’origine della concessione di troppi crediti facili e della distruzione di molti piccoli risparmi? A maggior ragione ora che alcuni istituti di credito vengono salvati coi soldi dei contribuenti?»

Ferruccio de Bortoli
“Poteri forti (o quasi)”
La nave di Teseo
Milano, 2017

Ecco, queste sono le righe dello scandalo che è buono per l’ennesima polemica strumentale M5S vs PD. E francamente hanno stancato entrambi! Ci si concentra sulle responsabilità (presunte in assenza di conferma o di fonte certa, fintanto che Ghizzoni tace) della Maria Elena Boschi, chiedendosi se abbia travalicato il suo ruolo di ministro, interessandosi in modo assai più che “inusuale” alle sorti di un istituto di credito privato con evidenti interessi familiari. Ma, al di là dell’opportunità, nulla che presupponga una qualche fattispecie concreta di reato (e questo ci si guarda bene dal dirlo). E non si spende una parola per confutare la domanda che si pone circa le ipotetiche influenze di un’organizzazione ‘segreta’ che controlla per filiazione interna l’istituto aretino, con finalità non chiare e ramificazioni consolidate in ambito istituzionale, come si trattasse di una sorta di potere parallelo.
Insomma, una non-notizia che presuppone una seconda non-notizia (siamo nell’ambito delle pure supposizioni), per una non-risposta, visto che tutti gli occhi guardano il dito e non la luna. 
Agitare, non mescolare.

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Mary per sempre

Posted in Stupor Mundi with tags , , , , , , on 6 ottobre 2016 by Sendivogius

maria-elena-boschiWhere is Maria Elena? Nostra Signora de’ Boschi, la bionda Madonna d’Etruria e santa protettrice delle banche?!?
Con il suo valore azionario in caduta libera, consunta e spremuta come un fiore precocemente avvizzito, la burrosa ministra posta alla direzione del riformatorio di Renzilandia non buca più, tanto da venir esiliata oltre l’oceano a fare da velina istituzionale per promuovere le “ragioni del sì” (mai la renzi-bananaRagione fu più lontana da simile causa): ovvero il plebiscito referendario fortissimamente voluto da quella macchietta di Matteo Bonaparte, che già si credeva imperatore nella sua rifondata repubblichetta bananiera e che ora invece si gioca le tremule terga, pur di non mollare il suo seggiolone da abusivo a Palazzo Chigi.
boschi-scarpe La bambolona pittata con le scarpette fetish dovrebbe sedurre argentini e altri sudamericani, nel mito di Evita, convincendo gli oriundi italiani a votare la nuova costituzione voluta dal bolso caudillo della provincia toscana, su dettatura di JP Morgan (a cui per il momento ha lasciato in acconto il Monte dei Paschi di Siena) ed il sempre arzillo Re Giorgio più intraprendente ed intrigante che mai.
renzi-pinottoForse credeva l’algida madonnina itinerante, la più intraprendente tra le altre statuine parlanti del presepe di totiiipgoverno, che bastava sfoderare il suo sorrisone cavallino da dentifricio white-dent e posare plasticamente per servizi fotografici patinati, mentre si accompagna soddisfatta ai padroni delle ferriere dei due mondi tra le ali dei notabili locali, per far breccia su un elettorato latino-americano che conosce bene l’odore inconfondibile di certe “riforme”, non foss’altro perché ha già avuto modo di sperimentarle in casa…
videla-pinochetE non si capacita appieno del perché dovrebbe apporre il suo marchio di qualità, ad una simile merda direttamente spalmata in costituzione e spacciata per cioccolata, nelle finte interviste organizzate dagli immortali cicisbei di regime, a prova di ogni “rottamazione”.

portaporta-presepe

Certe televendite al massimo possono funzionare in Italia, mentre la ripulita Wanna Marchi in tailleur pastellati gira tra renzi-e-boschi-nel-presepegli ospizi promettendo pensioni maggiorate, distribuendo pacchi di banconote da ottanta euri al posto delle dentiere di papi Silvio ai questuanti nugoli di vecchi accattoni convenuti per ritirare l’obolo dell’ennesima marchetta elettorale; oppure intrattenendo, tra friggitori di gnocchi e spacciatori di bubbole, le lobotomizzate comparse radunate alle feste della fallita Unità ridotta ad indecente manifesto di regime, meglio se finanziato coi pubblici denari in assenza di vendite.
boschiMandali affanculo! Basta un NO.

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THE INCIUCIAN CANDIDATE

Posted in Muro del Pianto with tags , , , , , , , , , , , , on 22 maggio 2016 by Sendivogius

Renzi - cesarismo

“Io adoro la politica, ma in Italia ci sono troppi politici. Volete continuare come è adesso o portare l’Italia nel futuro?”
Matteo Renzi
(21/05/2016)

Già, perché mai prendersi il disturbo di farsi legittimare in ordinarie elezioni democratiche?!? E magari incorrere pure nel seccante inconveniente di non essere votati, dopo tutta la fatica che si è fatta per accreditarsi a colpi di marchette presso un elettorato sempre più insofferente a questi venditori di fuffa riciclata? Perché rischiare, quando ci si può far comodamente nominare senza dover passare per l’incognita elettorale, tramite un (a)normale avvicendamento dei poteri nei concili ristretti di palazzo, su indicazione della loggia di riferimento e la messa a fatto compiuto del Parlamento?!?
Ce lo chiede il Mercato, l’Europa… e soprattutto JP Morgan!
Edoardo Baraldi E peccato solo per il fatto che il “futuro”, su cui si specula e si abusa, assomigli tanto al trapassato remoto di un’epoca di ritorno, dove la ‘politica’ era prerogativa esclusiva dell’uomo solo al comando, che ovviamente nella sua splendida solitudine decideva in fretta, senza tutti quegli intoppi e quelle inutili pastoie parlamentari che rendono così obsoleta la democrazia come oggi la conosciamo. Infatti è molto meglio questa sua degenerazione verticistico-aziendalista su impianto cesaristico, che supera l’obsoleta separazione dei poteri di ottocentesca memoria e restringe le opzioni di scelta alle virtù taumaturgiche dei conducător da operetta, che con sempre maggior frequenza calcano ormai la scena dei teatrini nazionali, attorniati da una corte plaudente di nominati su cooptazione. Perché dunque avere così tanti ‘politici’, quando ne basta uno solo che decide per tutti, mentre gli altri eseguono?

Se le riforme non passano sarà il paradiso terrestre degli inciuci. Il Paese va nell’ingovernabilità. Ci sarà un sistema per cui nessuno avrà la maggioranza, per cui il potere passa nelle mani degli inciucisti. Io ne sono la dimostrazione. Io sono diventato presidente del Consiglio sulla base di un accordo parlamentare. Se non c’è una maggioranza, ci vuole per forza l’accordo in Parlamento.”
  Matteo Renzi
  (21/05/2016)

Sorvoliamo per carità di patria sul trascurabile particolare, che l’accordo sul quale si regge l’attuale maggioranza di governo non è mai passato per le pubbliche aule del Parlamento, ma è stato sancito nelle segrete stanze del Nazareno (da lì l’omonimo “patto”) da due privati cittadini all’ombra di Confindustria, tramite un intrigo di palazzo, col beneplacito e dietro le pressioni di un novantenne Re Giorgio: l’arzillo Hindenburg de noantri che aveva velocemente scaricato il ferale Robo-Monti e l’altrettanto fallimentare Letta-nipote, dopo aver promosso la nefasta (e fugace) ascesa di entrambi.
letta-napolitano-royal-baby - Mauro BianiParliamo
di quel Presidente della Repubblica, quantomeno chiacchierato e prossimo alle dimissioni anticipate, che con un atto senza precedenti nella storia democratica del Paese si è pervicacemente rifiutato di conferire il naturale mandato esplorativo presso le Camere a chi le elezioni le aveva comunque vinte (anche se di poco). Sapete com’è?!? I ‘mercati’ non avrebbero capito…
Renzi Silvio e Napo - Edoardo BaraldiSul perché invece il sedicente ‘cambiamento’ dovrebbe essere rappresentato da questa obesa incarnazione vivente dell’inciucio istituzionalizzato, resta invece una di quelle contraddizioni alle quali il renzismo pure ci ha abituato nella sua bulimica occupazione del potere, su incistazione lobbistica di quei comitati d’affari che hanno tenuto a battesimo l’immondo governo delle Laide Intese, a prova di qualunque legittimazione che non siano gli interessi dei suoi finanziatori. È il nuovo che avanza, nella più spregiudicata operazione di riciclaggio politico mai azzardata prima, essendo stata smarrita nel frattempo ogni forma minima di decenza istituzionale, a corto di legittima rappresentanza.
Nella miserevole “narrazione” imbastita dagli spin-doctor del pingue bulletto di Pontassieve alla disperata ricerca di un “nemico” credibile (a meno che non si voglia davvero definire tale la patetica concentrazione di soprammobili di pezza che ammuffisce inerte sugli scaffali della “ditta”), contro cui concentrare le sue contrapposizioni in assenza di argomenti credibili, gli ideali (non avendone nessuno al di là della conquista del potere per il potere) lasciano spazio al minimalismo estremo dei format propagandistici quali esclusiva forma di comunicazione mediatica.
Valeria Valente aspirante sindaco di NapoliBasta gettare uno sguardo smaliziato alla pirotecnica scelta dei candidati del riformato partito bestemmia, per capirne la mutazione scenica ancor prima che genetica…

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Devono essere ‘giovani’, ‘donne’, preferibilmente (ma non necessariamente) ‘graziose’: di quella bellezza scialba e anonima, quanto basta a non orripilare l’elettorato maschile e al contempo non suscitare le gelosie di quello femminile. Non è “sessismo”, ma una constatazione di fatto. Altrimenti non si spiegherebbero i pirotecnici balli delle pupazze alla sagra renziana della rottamazione (s’è visto poi quali erano le sue vere finalità), che non provano vergogna alcuna ad accompagnarsi giulive a simili figuri, in un tripudio trasformista che ha fatto dell’indecenza il suo sigillo di riconoscimento…
Valente e VerdiniIn quanto alle strombazzate “riforme”, nel concreto ci si riferisce a quell’osceno stupro costituzionale concepito dall’accoppiata Boschi-Verdini, tra i lisi grembiulini delle logge toscane di riferimento, per vestire con un abito cucito su misura l’aspirante Re Nudo di Pontassieve, nello strabordante appagamento dei suoi appetiti di potere.
Opportunamente gratificato con la partecipazione all’esecutivo, nel puntellamento di una maggioranza ballerina che si regge sullo scambio clientelare di voti in compartecipazione, l’amicone Denis Verdini con la sua banda di cosentiniani all’arrembaggio è così diventato il pilone portante del cosiddetto “governo del cambiamento”, al quale l’appoggio è più consistente proprio là dove più golosa è la greppia (tipo i fondi per la bonifica di Bagnoli). E per questo gli si lascia riscrivere la nuova Costituzione, scaturita da accordi inconfessabili di cordata. Definito una schifezza all’unanimità, anche dai suoi stessi promotori, il pacco costituzionale, frettolosamente confezionato negli studi legali di Nostra Madonna dei Boschi, con l’imprescindibile contributo di noti pregiudicati dalla rappresentatività numerica di un prefisso telefonico presso il corpo elettorale del paese, è stato fatto passare d’imperio dai disciplinatissimi manipoli di governo, in un’aula semivuota e ancor meglio riunita in notturna con l’assenza delle opposizioni che ne hanno disertato l’approvazione. Perché la riforma non sarà perfetta (dicono i suoi ostensori), ma piuttosto che niente… meglio lo schifo!
Siamo così passati dai padri ai papi costituenti con madrine al seguito, da Piero Calamandrei a Denis Verdini, dalla Carta Costituzionale al Rotolone della Reginetta giuliva di Banca Etruria…
La Costituzione Boschi-VerdiniGiudicate voi la durata e la consistenza e soprattutto l’uso che se ne potrà fare di un simile foglio, che la White Now Girl va promuovendo nei suoi tour propagandistici sulle reti unificate della nuova RAI opportunamente epurata dalle presenze sgradite e finalmente allineata al nuovo corso di resistibili ascessi…
La cavallaSarà per questo che agli spazi aperti delle vecchie “piazze” (l’antica agorà del confronto democratico) i nuovi alfieri della democrazia renziana preferiscono le sale anguste dei teatri (quando si dice teatrino della politica..!), tra le platee ossequienti di claque osannanti; al sicuro nei luoghi chiusi di un’esibizione concordata a prova di domande indiscrete, tra il pubblico appositamente selezionato. E anche questo è lo specchio dei tempi.

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GRULLISMO

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , on 9 gennaio 2016 by Sendivogius

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La differenza che separa le bande di ragazzotti in eccesso testosteronico, che approfittando dei festeggiamenti di capodanno hanno pensato bene di movimentare le città del Nord Europa con un frottage di gruppo, dalla quiete tempestosa delle piazze italiane, consiste nel fatto che da noi la stragrande maggioranza degli energumeni, di pura razza oriunda, è ridotta ad impotente protuberanza fallica dei propri apparati digitali. Pertanto, dalle nostre parti, l’exploit delle molestie sessuali non è circoscritto ad una sola notte dell’anno, ma è esibizione ricorrente di una pratica sessista, che non conosce riposo e che viene consumata con gusto reiterato nell’anomia massificata dello stupro virtuale, invocato ed esibito con morbosa acquiescenza, possibilmente espanso a donnina incazzatadimensione ‘social’. È interessante notare, ai fini della ricerca clinica, come tra le donne sia quasi sempre possibile trovare i soggetti più invasati, ogni volta che si tratta di infliggere umiliazioni sessuali ed allusioni pesanti alle proprie consimili, con una propensione sadica che predilige la sfera di un erotismo distorto e malato.
Claudia GarelliSe lo stato di sovreccitazione permanente di un’orda pesantemente disturbata di repressi sessuali pare essere diventata una costante dei trending topic della “comunicazione orizzontale”, nel senso di sdraiata rasoterra all’infimo livello della sua qualità, l’isteria di massa ai limiti del disturbo psicotico sembra raggiungere il suo apice quando viene incanalata dalle capacità manipolatrici del leader psicopatico. In prospettiva, il modello più esplicativo del genere, specialmente quando questo si nutre pure di velleità politiche, lo si ritrova pienamente espresso nella dimensione settaria del ‘Sacro Blog’ del Vate® a cinque patacche, degenerato a collettore organizzato di frustrazioni individuali e psicopatologie aggravate, per le quali funge da amplificatore collettivo col suo branco esaltato di cani rabbiosi.
beppe-grillo-laura-boldrini-macchinaA ben vedere, l’esplicazione delle modalità di azione rispondono ad un canone concordato, e volto al massimo ribasso; seguono un processo per inferenza, secondo ondate crescenti che aumentano di intensità ogni volta diventa patente l’inconsistenza della proposta e più stringenti le difficoltà del “gruppo-pensiero” al culmine dei suoi stati allucinatori.
ossessoNell’incapacità ormai evidente di amministrare alcunché, messo alle strette sulla “questione morale”, che nei bassifondi del M5S costituisce l’eufemismo con cui coprire i furori forcaioli che fanno del linciaggio condiviso l’unico vero collante Non solo direttorioideologico di una non-identità, le sbracature del “Capo politico” (o meglio del “capobranco”) non possono che ripiegare nei cinque minuti d’odio quotidiano, col suo consueto carosello di vittime sacrificali da offrire in pasto agli adepti della setta. In questo segue una rotazione a cadenza ciclica di bersagli fissi.
Dinanzi all’ultima figuraccia rimediata in quel di Quarto, dove Di Maio - Ruocco - Sibilia - Ficopure si era speso l’intero stato maggiore del Clan dei Bella Napoli riunito in “direttorio”, scaricato persino dal quotidiano amico nonché organo non ufficiale del MoVimento [QUI], l’incontinente Beppone, dopo aver latrato che i voti della mafia gli “fanno schifo” (quelli della camorra vanno invece benissimo), aggrappato alla poltrona del “suo” sindaco come il peggior cacicco democristiano, ritorna alla carica con la maria-elena-boschi-foto-unità-rovesciatasolita Maria Elena Boschi che davvero sembra costituire l’ossessione preferita delle sue polluzioni notturne.
E ovviamente lo fa col solito linciaggio a mezzo blog, per una grande masturbazione collettiva con gli altri onanisti convolati nelle latrine della setta. Non capendo assolutamente nulla di sistemi finanziari e organismi bancari, ovviamente sbava una serie di corbellerie incredibili invece di studiare (che la cosa costa tempo e fatica) e articolare critiche legittime con argomentazioni serie (che ce ne sarebbero a iosa). E infatti l’impresa andrebbe ben oltre la portata delle sue dementi battutine da trivio. Ne consegue che lo “Stato”, o chi per esso, dovrebbe risarcire in solido tutti gli investitori della Banca Etruria (la sua ultima fissazione), con soldi evidentemente fotocopiati nottetempo con una stampante tridimensionale, e prendersi in carico pubblico i miliardi di perdite di un istituto di credito privato da ripartire a carico dell’intera comunità. Cinicamente parlando, non si capisce bene perché il resto dei correntisti e degli investitori più accorti, che ancora si prendono il disturbo di leggere ciò che vanno sottoscrivendo, dovrebbero vedersi decurtare i propri risparmi, per rimborsare la dabbenaggine di vecchi citrulli con la grana appizzata sotto il mattone, che in tutta leggerezza vanno firmando con incoscienza contratti dei quali non capiscono nulla, credendo ancora alla favola dell’albero dagli zecchini d’oro, irretiti dai mirabolanti guadagni dello schema di Ponzi, che vanno prospettandogli i ripuliti Gatto e la Volpe in grisaglia.
PATTUME - Il cerchio magico di GrilloMa questo non chiedetelo a Beppone, e tantomeno ai suoi sbavanti squadristi da tastiera in piena crisi isterica. Non saprebbero cosa rispondere, né al (som)movimento di stomaco potrebbe fregargliene di meno. L’importante è vincere la guerra dei numeri nei sondaggi contro il piddì-meno-elle. Solo una squallida lotta di potere tra guelfi e ghibellini all’incanto elettorale.

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SCUSA PAPÀ!!

Posted in Business is Business with tags , , , , , , , , , , , , on 12 dicembre 2015 by Sendivogius

goldpig680

In una di quelle felicissime esternazioni che segnano tutta la caratura del personaggio oramai impallato nell’irreversibilità dei suoi contorcimenti, Pierluigi Bersani, lo “Spompo” separato in casa ma fedele alla “ditta”, proprio non si capacita sul perché mai qualcuno dovrebbe mettere in dubbio la permanenza al Madonna Boschigoverno di santa Maria Elena Boschi, la Madonnina di Laterina, o ancor peggio chiederne le dimissioni (da Ministro, non da Madonna!). Molto più grave è stato infatti l’orologio regalato al figlio di Lupi e l’IMU elusa sulla casa-palestra di Josefa Idem.
Invece, ravvisare un qualsivoglia “conflitto di interessi” nelle relazioni pericolose di sottogoverno che hanno intrecciato i destini della Famiglia Boschi a quelli (infausti) della Banca popolare dell’Etruria e del Lazio è operazione quanto mai azzardata. Se poi sia Maria Elena Boschi‘opportuno’ o meno che Nostra Madonna dei Boschi continui ad essere ministro delle riforme, sarà il caso di precisare che le “opportunità” si prendono e non si lasciano. In fin dei conti, l’algida ministra, ogniqualvolta l’Esecutivo si riuniva in notturna per confezionare (in 20 minuti!) i suoi decreti ad bancam, si premuniva di uscire dalla stanza per rientrare subito dopo a provvedimento ottenuto. Proprio come un Berlusconi qualsiasi, con le sue leggi ad personam promulgate ovviamente a propria insaputa. Era questa una di quelle “questioni morali” con cui tanto ce la menò allora quella roba strana che si fa chiamare “centrosinistra”, salvo lasciare intonse le norme incriminate una volta conseguito il potere (che null’altro sembra interessargli).
Mutatis mutandis (e cambiate le mutande), nel daltonismo delle percezioni politiche, certi colori cambiano a seconda degli interessi di chi gestisce l’intero pacchetto.
DC - Forza Italia Che le “banche popolari” fossero una specie di bancomat pronto cash della vecchia Democrazia Cristiana, non è mai stato un mistero per nessuno. La Banca Etruria non faceva certo eccezione. Ricettacolo per notabili democristiani di stretta osservanza fanfanianatrait d’union tra massoneria bianca e banchieri di dio, l’istituto di credito aretino s’era già distinto negli Anni ‘80 per una serie di transazioni sospette e strani suicidi, oltre ad essere stata la banca di fiducia del Venerabile Maestro, Licio Gelli, che vi depositava le quote d’iscrizione degli affiliati alla sua Loggia P2, tramite il cosiddetto “Conto Primavera” (dal Maggio 1977 al Febbraio del 1981).
francobollo_fanfani_2008Che poi nei decenni successivi la Banca popolare dell’Etruria si sia esposta per milioni di euro, finanziando le iniziative più strampalate (non ultima l’esposizione per 200 milioni di euro della Privilege Yard S.p.A di Civitavecchia per la costruzione di yacht fantasma), sembra rientrare nella prassi ordinaria delle operazioni di finanza allegra con la quale la banca toscana andava cumulando perdite gigantesche in spensierata leggerezza, salvo poi scaricare i costi sugli ignari correntisti ai quali andava rifilando le proprie “obbligazioni subordinate”. Ovvero, detto in modo assai improprio, si tratta di una specie di cambiale con cui le banche cedono crediti in sofferenza e debiti non garantiti agli investitori, in cambio di un alto tasso di interesse connaturato al rischio di recupero del capitale, con l’aggravante che il sottoscrittore partecipa in solido alle perdite, che eventualmente concorre a ripianare, ed è l’ultimo dei creditori a venire rimborsato in caso di fallimento del debitore (se in cassa avanza ancora qualcosa). Sono prodotti finanziari assai complicati e ad altissimo rischio, che per questo venivano piazzati ad una pletora di ignari correntisti ai limiti dell’analfabetismo, facendo leva sul rapporto fiduciario instaurato col piccolo risparmiatore convertito in “investitore” (con modalità che assomigliano all’ennesima riproposizione dello “Schema di Ponzi”). Prima infatti c’erano da sbloccare i pagamenti e rimborsare i clienti “più sofferenti”, tra i quali vale la pena ricordare galantuomini noti alle cronache giudiziarie come Francesco Bellavista Caltagirone ed il Clan dei Landi già famosi per il crack di Eutelia.
Samuele Landi - Amministratore di EUTELIAA gestire gli “incagli” (ritardi nei pagamenti, protesti, piani di Emanuele Boschirientro..) per conto della banca è Emanuele Boschi (fratello per caso di Maria Elena) che è stato program & cost manager per conto della “Etruria” fino all’Agosto del 2015, dopo avervi fatto il suo ingresso nel 2007 come “process analyst”. E si tratta della stessa banca (le coincidenze della vita!) dove papà Boschi è consigliere d’amministrazione e membro del comitato esecutivo. Prima infatti il nostro Emanuele aveva maturato significative esperienze come “assistant office” nella Confcooperative di Arezzo, la confederazione delle cooperative Pierluigi Boschidi ispirazione cattolica, presieduta da papà Pierluigi Boschi che tra un incarico e l’altro riesce a districarsi in 14 diversi consigli di amministrazione, evidentemente munito del dono dell’ubiquità:

Presidente de La Treggiaia s.r.l. (società agricola)
Presidente della Valdarno Superiore (società cooperativa agricola)
Presidente del Frantoio sociale Sette Ponti (società cooperativa)
Presidente de L’orcio s.r.l.
Vice-Presidente Montecucco s.r.l. (società agricola)
Consigliere del Consorzio di tutela dei vini con denominazione d’origine Valdarno di Sopra
Consigliere della società Immobiliare Casabianca s.r.l.
Consigliere Frantoio di Ricasoli (società agricola cooperativa)
Consigliere della Ciuffenna (società agricola cooperativa)
Consigliere de L’Olivo (società cooperativa)
Consigliere di Zootecnica del Pratomagno (società cooperativa)
Amministratore di Progetto Toscana s.r.l.
Amministratore della Società Le Logge s.r.l.
Amministratore della Società Pestello s.r.l.

Organico alla politica e profondo conoscitore del mondo del lavoro, Pierluigi Boschi (che si presuppone nella vita abbia sempre fatto il “dirigente” dall’età di 15 anni) esordisce nella ColdirettiColdiretti (altro storico feudo democristiano), per poi divenire Consigliere del Consorzio Agrario di Arezzo dal 1978 al 1986, e Presidente della Confcooperative di Arezzo dal 2004 al 2010, muovendosi il meno possibile dalla natia Laterina (10/09/1948) dove tra l’alto ha sposato il vicesindaco (democristiano ça va sans dire!), prima di passare con armi e bagagli nei ranghi del partito bestemmia insieme a tutta la famiglia.
greppiaTanto per non farsi mancare nulla, il 03/04/2011 entra pure nel CdA di Banca Etruria e nel Maggio 2014 ne diventa il vicepresidente, mantenendo la carica fino alle dimissioni forzate in seguito al commissariamento della banca.
Tra maldestri tentativi di ricapitalizzazione, fusioni andate a male, nel 2012 l’istituto di credito iscrive a bilancio sofferenze bancarie per un miliardo e mezzo di euro. Nell’Aprile del 2013 il valore delle azioni crolla 0,93 centesimi l’una. Valevano quasi quattro euro appena un anno prima.
BANCA_ETRURIA_QUOTAZIONI_2011-14Una conduzione non proprio immacolata determina tra il 2012 ed il 2013 una serie di ispezioni da parte della Banca d’Italia che commina all’istituto aretino una multa da 2,5 milioni di euro per violazioni delle disposizioni sulla governance, carenze nell’organizzazione, nei controlli interni e nella gestione nel controllo del credito e omesse e inesatte segnalazioni alla vigilanza.
Banca EtruriaNel 2013, la magistratura apre un’inchiesta per false comunicazioni sociali in danno dei soci o dei creditori, ostacolo all’esercizio delle funzioni delle autorità pubbliche di vigilanza e di falso in prospetto, mentre i vertici della banca raccomandavano agli sportellisti (i volenterosi carnefici) di vendere titoli spazzatura a sprovveduti correntisti da raggirare. La posizione della CONSOB, che per inciso sarebbe l’organismo di vigilanza maggiormente delegato al controllo, a tutt’oggi non risulta pervenuta. Il resto è storia recente.
Con chi credete si sia scusata il ministro Maria Elena Boschi, incidentalmente figlia del vicepresidente e sorella del manager alla programmazione di così straordinaria gestione bancaria, mentre il resto della banda di governo si sbrodola addosso negli stanchi rituali celebrativi della Leopolda?!?

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CINISMOCRAZIA

Posted in A volte ritornano with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 23 luglio 2014 by Sendivogius

DC wants YOU!

Madonna Boschi  «Un grande statista, che è stato anche un grande presidente di questa assemblea, un riferimento per tante donne e uomini della mia terra, compreso mio padre, Amintore Fanfani, ha detto una piccola grande verità, “le bugie in politica non servono”»

Maria Elena Boschi
(21/07/2014)

Le bugie non servono, ma all’occorrenza aiutano. Più che mai in assenza di fatti.
A maggior ragione, in politica (le menzogne e non certo i fatti!) costituiscono la norma; a dispetto della massima di quel Fanfani che fece della bugia politica un uso senza scrupoli quanto sistematico, specialmente se funzionale alla conservazione del proprio potere. E se questi sono i miti fondativi del nuovo partito democratico (cristiano), c’è di che stare allegri!
Amintore Fanfani (1972)Nella sua lunga carriera, Amintore Fanfani si distingue per attivismo e le ambizioni smisurate. Amici ed avversari lo chiamano “il Motorino”, ma è una macchina perennemente accesa che nei fatti gira più a vuoto che altro.
Durante la dittatura mussoliniana, si distingue per il suo mostruoso anti-fascismo, partecipando con entusiasmo ai seminari di “mistica fascista” e scrivendo ispirati articoli su riviste coraggiosamente schierate contro il regime quali “Dottrina fascista” e “Difesa della razza”. Si dirà che anche figure intellettuali del calibro di Giorgio Bocca fecero lo stesso, ma con una differenza sostanziale: Bocca nel 1938 era uno studente 18enne; Fanfani aveva 30 anni belli e compiuti, con una laurea in tasca ed una cattedra all’università. Essendo nato prima del fascismo, e avendo 16 anni prima del suo avvento, si presuppone avesse avuto anche il tempo di maturare una propria coscienza critica, che non gli impedirà di aderire con entusiasmo al regime, che si rivela un ottimo strumento di carriera.
A scanso di equivoci, nel 1944, Bocca va in montagna a combattere con la Resistenza, mentre Fanfani scappa in Svizzera. E nel ’46 è già pronto per entrare a far parte dell’Assemblea costituente.
Francobollo_Fanfani_2008Nel 1954 si presenta come l’erede designato di Alcide De Gasperi; toscano di Arezzo, è una sorta di “rottamatore” ante-litteram: all’interno della Democrazia Cristiana, si accredita come ‘riformista’; ha fama di modernizzatore e non perde occasione per attaccare la vecchia guardia democristiana, che ha fatto il suo tempo e che deve mettersi in disparte per lasciare spazio ai ‘giovani’ come lui (le schiere di quarantenni che scalciano nel ventre democristiano), rivendicando il proprio spazio nel partito e nel governo. Tra un incarico e l’altro, ci rimarrà ininterrottamente per quasi mezzo secolo di attività, inaugurando un nuovo corso delle relazioni politiche, che autori come Sergio Turone, con un fulminante neo-logismo, chiameranno: cinismocrazia.
cambiamentoSu posizioni blandamente progressiste, con un’economia sociale implicitamente ispirata al vecchio corporativismo fascista, ed aperture trasformistiche a “sinistra”, Amintore Fanfani più che uno ‘statista’ è stato un dinosauro democristiano, destinato a lasciare la sua impronta fossile nella politica italiana. Di lui si ricorda l’utilizzo spregiudicato del Caso Montesi per silurare i propri avversari all’interno della Democrazia Cristiana e conquistare la supremazia nel partito; la cementificazione selvaggia del territorio italiano, nel più grande scempio urbanistico che la storia patria ricordi; la morte in carcere di Gaspare Pisciotta dopo un caffé corretto alla stricnina; i governi lampo, impallinati dai “franchi tiratori” e destinati ad esaurirsi in pochi mesi; l’uso clientelare dell’industria di Stato, No al divorzioutilizzata come un immenso ufficio collocamento; fino alla sua crociata personale contro l’introduzione del divorzio in Italia. Dalla sua corrente di partito, Iniziativa democratica, figliò il gruppo dei Dorotei destinato a diventare la corrente egemonica della DC e che ne rappresentò la componente più retriva, reazionaria e affaristica del partito cattolico.
Nato come giovane ‘rottamatore’, Fanfani diventa eterno e segna un record personale nel 1987 diventando il più anziano presidente del consiglio nella storia repubblicana, alla tenera età di ottant’anni!

la-grande-bellezza

Proprio Giorgio Bocca, in uno dei suoi cammei più riusciti, ne traccia un ritratto spietato che poi è anche un immagine dell’animus democristiano che asfissia il Paese:

«La fortuna di Fanfani è che egli si presenta alla ribalta democristiana, sicuro di sé, entusiasta, proprio mentre i vecchi dirigenti si sentono impari a compiti sempre più pesanti.
[…] Per Fanfani il movimento cattolico, la cultura cattolica sono orti da coltivare, ma ciò che interessa veramente, per non dire unicamente, è il partito: questo incredibile strumento di potere che da un giorno all’altro ti innalza ai vertici dello stato, ti dà poteri economici decisionali anche se fino a ieri hai scritto libri di nessun valore, anche se sei un economista di cui nelle università dei paesi avanzati riderebbero.
I best sellers di Renzi[…] Con Fanfani e i suoi coetanei la disputa sui convincimenti e sui principi è solo un pretesto: tutti sono disponibili per tutto purché assicuri il potere. Il dono del potere facile e il suo uso fin dalla più tenera età creano in questa generazione una presunzione e un mestiere che la fanno diversa ed estranea al resto del paese.
Questa gente arrivata facilmente al potere, riverita, corteggiata, si convince di possedere veramente delle qualità superiori di talento politico. E l’Italia laica stupita, umiliata, dovrà ascoltare per anni le banalità di Fanfani, le elucubrazioni di Aldo Moro, le malinconie di Antonio Segni, le divagazioni avventuristiche di Giovanni Gronchi, i festosi deliri populistici di Giorgio La Pira, ripresi dai mass-media come espressioni di un pensiero politico rispettabile. Nel contempo però questa classe politica di estrazione casuale, che ha vinto, nel ’44 o ’45, il terno a lotto di iscriversi a un partito che la Chiesa, la paura del comunismo, la situazione internazionale, hanno gonfiato di voti, diventa con il passare degli anni una classe di politici professionali che conoscono tutti i meccanismi del potere e che a un certo punto, gestendolo quasi in esclusiva, sono gli unici che sanno come funziona. Donde quella mescolanza di mediocrità culturale e capacità manovriera, di mediocre cultura e di scaltrezza che definiscono questa classe politica. Gente di scarse o nulle letture, che abita in case modeste e di cattivo gusto, che non ha la minima dimestichezza con letterati, artisti, che conosce poco o niente del mondo industriale; ma è imbattibile a manovrare nei corridoi di un congresso, ad organizzare la clientela, a tenere buono il clero protettore

Giorgio Bocca
 “Storia della Repubblica italiana
Rizzoli, 1982

Matteo Renzi - smorfie Col ciarliero Cazzaro 2.0 (che per arroganza non è secondo a nessuno), oltre alla medesima provenienza geografica, Fanfani condivide la strafottenza indisponente, il piglio decisionista e la presunzione. Curiosamente, ad accomunarli c’è pure il primato elettorale, seppure conseguito in diverse elezioni: il 41% delle ‘Europee’ con cui Telemaco si bulla un giorno sì e l’altro pure; il 42,3% ottenuto dal segretario Fanfani alle elezioni politiche del 1958 (uno dei migliori risultati mai raggiunti dalla DC). Peccato che alla successiva tornata, il risultato conseguito dallo ‘statista’ aretino fu di gran lunga al di sotto delle aspettative, determinando un suo allontanamento dalla presidenza del consiglio per i successivi venti anni.

Moro e FanfaniSi dice che allora uno sferzante Aldo Moro abbia regalato al premier perdente le Memorie di Napoleone in esilio a S.Elena. Un precedente incoraggiante, che lascia ben sperare…

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La Marianna la va in campagna

Posted in Masters of Universe with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 15 giugno 2014 by Sendivogius

Auray (environs) - Cortège de trois noces réunies (1908)

Se c’è una cosa di cui bisogna dare atto a Matteo Renzi, è l’aver conferito una dimensione fisica all’eterea Marianna Madia: la maddalena dolente, sottratta al limbo delle diafane presenze che come bandierine votive si agitano tra gli spifferi delle correnti di partito, in cerca di stabile collocazione tra l’inconsistenza della loro inconcludenza.
Insieme a Maria Elena Boschi, la madonnina dell’imprescindibile “bozza”, passata dalle processioni della Beata Vergine direttamente alle riforme costituzionali per intercessione del divo Matteo, l’algida Madia costituisce l’altra statuina parlante, nel presepe vivente di entità ectoplasmatiche elevate a proiezione olografica di Governo.
Maria Elena BoschiNell’altra metà del cielo, raccolti in adorazione dinanzi alla Natività del Bambino Matteo, si distinguono per zelo e coerenza le greggi addomesticate dei Giovani Giovani Turchi (quelli veri)Turchi (o almeno quel che ne resta): gli imbarazzanti polli da batteria, provenienti dagli allevamenti dell’interrata FGCI. Finalmente, sembrano aver trovato il loro pastore, dopo aver sgambettato a lungo nel serraglio delle odalische ribelli, in cerca di una stella cometa capace di guidarli verso la prima poltrona disponibile e a prova di rottamazione.

Orfini e Fassina

Specializzati in affermazioni di principio con smentita incorporata, sono ‘idioti’ meno che utili ma buoni per tutte le stagioni. Non per niente, ogni pinocchietto ha la sua fatina turchina, anche se si chiama Matteo.
Mamma li Turchi!Nella grande rappresentazione governativa, ognuno ha il suo copione da recitare, ruolo istituzionale da interpretare, con riforma dedicata da firmare in calce…
Maria Elena Boschi Alla ministra Boschi, la raffazzonatissima “riforma del Senato”, secondo una bozza pasticciata e incompleta, ma rigorosamente blindata nel dogma dell’immodificabilità.
Andrea Orlando Al ministro Orlando, la prossima “riforma della Giustizia”, da concordare con corrotti e concussori e massimamente con l’Interdetto munito di diritto di veto, dopo la riesumazione dal sarcofago di cerone in cui lo si credeva finalmente tumulato.
Marianna Madia Alla ministra Madia, la “riforma della Pubblica Amministrazione”: aria fritta opportunamente riscaldata, già in circolazione da qualche lustro insieme ad altri pletorici omologhi (ricordate le tre “I”?!? Internet-Industria-Impresa?). Come il Jobs Act, la copia rivista e corretta dello “Statuto dei Lavori” di Maurizio Sacconi, si tratta di un plagio aggiornato dell’altrettanto strombazzata “Riforma Brunetta” (il nano dei tornelli). E, in assenza di decreti attuativi, destinata a rimanere lettera morta come le precedenti.
D’altra parte, per conoscere l’Autrice dell’ennesima riforma epocale, basta leggere la biografia al vetriolo che il prof. Odifreddi racchiuse in un suo perfido cammeo:

«Alle elezioni del 2008, Walter Veltroni usa le prerogative del porcellum per candidare capolista alla Camera per il Pd nella XV circoscrizione del Lazio la sconosciuta ventisettenne Marianna Madia. Alla conferenza stampa di presentazione, agli attoniti giornalisti la signorina dichiara gigionescamente di “portare in dote la propria inesperienza”.
In realtà è una raccomandata di ferro, con un pedigree lungo come il catalogo del Don Giovanni. E’ pronipote di Titta Madia, deputato del Regno con Mussolini, e della Repubblica con Almirante. E’ figlia di un amico di Veltroni, giornalista Rai e attore. E’ fidanzata del figlio di Giorgio Napolitano. E’ stagista al centro studi Arel di Enrico Letta. La sua candidatura è dunque espressione del più antico e squallido nepotismo, mascherato da novità giovanilista e femminista. E fa scandalo per il favoritismo, come dovrebbe.
Matteo RenziIn parlamento la Madia brilla come una delle 22 stelle del Pd che non partecipano, con assenze ingiustificate, al voto sullo scudo fiscale proposto da Berlusconi, che passa per 20 voti: dunque, è direttamente responsabile per la mancata caduta del governo, che aveva posto la fiducia sul decreto legge. Di nuovo fa scandalo, questa volta per l’assenteismo. La sua scusa: stava andando in Brasile per una visita medica, come una qualunque figlia di papà. Invece di essere cacciata a pedate, viene ripresentata col porcellum anche alle elezioni del 2013. Ma poi arriva il grande Rottamatore, e la sua sorte dovrebbe essere segnata. Invece, entra nella segreteria del partito dopo l’elezione a segretario di Renzi, e ora viene addirittura catapultata da lui nel suo governo: ministra della Semplificazione, ovviamente, visto che più semplice la vita per lei non avrebbe potuto essere. Altro che rottamazione: l’era Renzi inizia all’insegna del riciclo dei rottami, nella miglior tradizione democristiana. La riciclata ora rispolvererà l’argomento che aveva già usato fin dalla sua prima discesa paracadutata in campo: “Non preoccupatevi di come sono arrivata qui, giudicatemi per cosa farò”. Ottimo argomento, lo stesso usato dal riciclatore che dice: “Non preoccupatevi di come ho ottenuto i miei capitali, giudicatemi per come li investo”. Se qualcuno ancora sperava di liberarsi dai rottami e dai riciclatori, è servito. L’Italia, nel frattempo, continui ad arrangiarsi

  Piergiorgio Odifreddi
  (22/02/2014)

Nel grande patchwork renziano di stampo moroteo, le competenze non contano. La differenza la fa infatti l’età. La tenera Marianna ed i suoi colleghi all’esecutivo sono più che altro il distintivo cloisonné da apporre ai pacchetti di “riforme” (rigorosamente confezionate da altri), con la loro faccina rassicurante e pulita che fa tanto novità. Perché questo è il requisito di maggior successo nel Paese più reazionario d’Europa, ma costantemente malato di nuovismo: gli potete ammansire manichiniqualsiasi intruglio politico, purché servito a tavola da una corte di giovani mannequin tirati a lucido per l’occasione. E la ricetta è sempre valida a prescindere dalle stagioni e dagli ingredienti. L’infatuazione elettorale viene poi da sé, insieme alla carica congenita di opportunismo e di conformismo, che da sempre contraddistingue gli abitanti della Penisola. Questo è il Paese che è corso in massa ad indossare la camicia nera dopo la vittoria elettorale di Mussolini nel 1924 (vent’anni dopo erano tutti antifascisti); che s’è risvegliato berlusconiano dopo le elezioni del 2001; e che oggi si scopre interamente renziano.
Epperò, se bastasse solo l’età anagrafica a fare la differenza, allora non avremmo all’opposizione una setta di fanatici imbecilli, Giuseppe D'Ambrosioraggrumati attorno alle latrine digitali del Vate® ligure. Nella pratica, questi desolanti babbei sono il miglior alleato possibile dell’attuale governo in carica, e principale sponsor di ogni Laida Intesa presente e futura. Se non ci fossero i nazi-dementi dell’asilo a 5 stelle, bisognerebbe inventarli. La loro minchioneria iperuranica, il complottismo psicotico, il messianismo allucinatorio, il primitivismo irrazionale, l’integralismo rabbioso di un fanatismo in salsa apocalittica, nel discount del dissenso, mercificato, serializzato, ridotto a slogan e obbedienza cieca al capo… sono la giustificazione a qualsiasi cosa, pur di tener lontano simile canea invasata da ogni possibile centro di potere, nella costruzione di un doveroso cordone di contenimento sanitario. Tanto che persino la resurrezione del Pornonano finisce col sembrare funzionale al contenimento dell’orda.

La Horde

«Non è molto diverso da una vecchia manifestazione del Pdl, tutto è studiato secondo le tecniche del marketing, con la differenza che quella era una narrazione dei tempi dell’abbondanza, questa è la narrazione per i tempi di crisi, ma sono due lati dello stesso sfascio culturale. Qui il prodotto non è l’ammirazione, il sogno di successo, ma quello di rivalsa, di onestà e verità come panacea per ogni male. E ovviamente i disonesti sono sempre e solo gli altri. Il Movimento 5 stelle non è il fascismo in senso stretto, è qualcosa di molto più raffinato e innovativo, pur inglobando ampi elementi della tradizione più reazionaria, primo fra tutti il mito infrangibile del capo.
[…] Il M5s non è un partito di militanti, è un partito di voti, l’adunata è la pezza che si mette sulla mancanza di radicamento nel territorio.
Il Movimento 5 stelle con la retorica “è colpa degli altri” è anche il maggior impedimento sulla strada della presa di coscienza dei problemi del Paese e arriva cinicamente nel momento storico in cui ce n’era più bisogno.
[…] Ogni volta che Grillo dice noi abbiamo impedito la violenza, bisognerebbe ricordarsi che più che la violenza, Grillo ha impedito le legittime manifestazioni popolari di dissenso contro l’austerity che si sono avute negli altri paesi. Ha sterilizzato, impacchettato, mercificato e immobilizzato il dissenso, eliminando ogni opposizione reale alle politiche economiche che hanno aggravato la crisi.
[…] Il Movimento 5 stelle in fondo è questo: due anziani che parlano ai giovani rifilandogli la loro versione “villa arzilla” della rete, una commistione terribile di marketing e tv commerciale degli anni ’80, con il narcisismo e l’odio del peggior web.»

Quit the Doner
Nel discount del dissenso
(24/05/2014)

La Setta dei Pentastellati

Per parte nostra, seriamente parlando, il successo di Matteo Renzi si misura anche e soprattutto nella diversità del messaggio veicolato, con l’immagine di un’Italia possibile, costruita sulla voglia di normalità di gran parte degli italiani e speranza, Il delfino del Grulloin contrasto con una distopia totalitaria dilaniata da deliri cospirazionisti, rese dei conti, guerre civili e orge forcaiole.
Peccato però che poi il Bambino Matteo non sappia distinguere la differenza che intercorre tra l’autorevolezza di un leader e l’autoritarismo del Capo, che scambia il partito come una proiezione personale di sua proprietà e vive il dissenso interno come una forma di lesa maestà alla sua incoronazione. Certo non l’aiuta una certa arroganza intrinseca al personaggio e soprattutto le schiere plaudenti di convertiti, che scalpitano per saltare sul carro del vincente di turno, e nell’attesa si esibiscono in sconcertanti claque.
Ecco, non è un bel vedere l’assemblea nazionale di un partito, luogo di confronto per eccellenza, ridotta ad una convention autopromozionale, in simil Publitalia, con i non-ortodossi silenziati e quindi scherniti, la gigantografia del 40,8% magari da brandire come una clava contro gli oppositori interni al PD; come se il risultato fosse eterno e come se i 2/3 degli italiani non se ne fossero rimasti a casa invece di andare a votare, evidentemente non troppo entusiasti dell’offerta elettorale.
AnsaEcco! Se non un po’ di falsa modestia, che non guasta mai.. almeno un minimo di scaramanzia, e di prudenza, invece di chicchiriare tutto impettito come un galletto all’ingrasso, che non teme lo spiedo solo perché ancora non lo conosce. Che in Italia si fa presto a credersi dei, ma ci si dimentica facilmente con quale gusto compiaciuto gli italiani si divertano ad assistere alla caduta degli idoli, urinando poi sui cocci in sfregio al perdente.

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