Archivio per Manipolazione

La matematica è un’opinione

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , on 2 maggio 2016 by Sendivogius

Il Bluff Trascorsa via anche la Festa dei Lavoratori, langue il lavoro (poco, pessimo, precario, e mal pagato). In compenso, continua la moltiplicazione dei pani e dei pesci alle nozze di Giobatta; diamo un po’ di numeri (occhio alle estrazioni del 16 Febbraio!)…
A cura dell’Ufficio Propaganda e Disinformazione di Palazzo Chigi, con la partecipazione straordinaria dell’ISTAT (IStituto TArarocchi e Trucchi), continua l’incredibile ripresa (per il culo):

Prossemica renziana“Effetto #Jobsact: in un anno +325mila posti di lavoro”
(30/09/15)

Renzi er cazzaro“Nel 2015 sono cresciute di 469mila unità le assunzioni stabili”
(11/11/15)

Le smorfie del cazzaroOltre mezzo milione di posti di lavoro a tempo indeterminato in più nel 2015. Inps dimostra assurdità polemiche su Jobsact”
(19/01/16)

Matteo Renzi“Effetto jobs act, 380.000 posti di lavoro in più nel 2015”
(16/02/16)

Super Cazzaro“Ci sono oltre 750 mila posti di lavoro in più a tempo indeterminato”
(16/02/16)

03/12/2014 Roma, trasmissione televisiva Bersaglio Mobile. Nella foto Enrico Mentana e Matteo Renzi che fa la linguaccia

“Nel 2015 grazie al JobsAct ci sono stati 764.000 contratti a tempo indeterminato in più”
(16/02/16)

Il Super CazzaroOltre un milione di assunzioni nei primi undici mesi del 2015, 889mila delle quali nuove”
(19/02/16)

Il Super Cazzaro (1)“Con il Jobs Act 764mila nuovi posti di lavoro”
(27/02/16)

MATTEO RENZI“Più 913.000 contratti a tempo indeterminato. Sono contratti, non posti di lavoro. Ma sono contratti firmati ufficialmente, quasi un milione, a tempo indeterminato. Un risultato strepitoso.”
(19/03/16)

Il Super Cazzaro (3)“Grazie al Jobs Act ci sono 398mila posti di lavoro in più”
(01/05/16)

Ah Cazzaro!!!

Premesso che a fattori diversi il prodotto cambia eccome, date le variabili stocastiche di un fenomeno tutto aleatorio… ma ‘sti nuovi “occupati” quanti cazzo sono?!?

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SLIDESHOW

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 17 ottobre 2015 by Sendivogius

Renzi Slides

Ne è passata di acqua (lurida) sotto i ponti da quando, nel lontano 1928, Edward Bernays elaborò per la prima volta in forma ‘scientifica’ le tecniche della comunicazione politica, tramite l’unione di psicologia (era nipote di Freud) e marketing pubblicitario, e le condensò nella sua opera più famosa dal titolo inconfondibile…
PROPAGANDA   Come ben ricorderanno i nostri Lettori più attenti, dell’argomento avevamo già parlato in dettaglio QUI. Tuttavia, date le circostanze, repetita iuvant.
Per Bernays, il prodotto politico è indistinguibile da quello commerciale: in entrambe i casi si tratta di promuovere una merce destinata al consumo di massa, veicolando il messaggio attraverso quella che lui chiama “ingegneria del consenso”. Vale a dire: la strutturazione di campagne mirate alla formazione delle coscienze, con un miscuglio ben dosato di bugie strumentali, distorsioni, e connessioni emozionali legate non alla natura del prodotto in promozione, bensì alle aspettative ed alle suggestioni che questo è in grado di evocare in un pubblico (disattento) di potenziali consumatori. 

edward-bernaysIn altre parole, per Bernays le opinioni vanno costruite attorno ad una “verità” prestabilita da una precisa cabina di regia che orienta il consenso. E che in tal modo agisce sull’immaginario di quella che viene definita “mente collettiva”. Il modo migliore per pervenire al risultato desiderato consiste nella manipolazione costante dei fatti, finalizzata alla determinazione controllata delle opinioni; ovverosia: una serie di stereotipi strutturati su scala di massa e volti alla massima semplificazione di concetti minimi, per la fruizione allargata degli stessi in forma eterodiretta.
W.LippmannIl ricorso allo “stereotipo” peraltro non è originale, perché Bernays prende in prestito il concetto da Walter Lippmann il quale, per quanto fosse elitaria la sua visione da aristocratico illuminato, non approverà mai la collateralità dell’intrigante austriaco con quello che qualche decennio dopo un sociologo come Charles Wright Mills, nel suo Elite del potere, chiamerà industrial-military complex, facendo propria la definizione del presidente Eisenhower.
Lippman considerava lo ‘stereotipo’ come un’immagine mentale, che nel suo insieme non permetteva di comprendere la realtà ma offriva una visione parziale dei fatti, visti in una prospettiva distorta dall’interpretazione spesso fuorviante e affidata a quelle che lui definiva “autorità cognitive”.
Bernays ne piega invece l’utilizzo ad uso e consumo di quell’apparato industriale (e militare) che agisce con precise finalità politiche, indirizzando l’orientamento di massa con modalità di persuasione appositamente studiate.
Joseph Goebbels Tra i suoi estimatori vi fu certamente Joseph Goebbels, il ministro della propaganda del Terzo Reich, che più di ogni altro ne metterà a frutto le tecniche con un certo successo. E sempre a Goebbels vengono attribuiti i ‘famosi’ “11 principi della propaganda”. Almeno così come ebbe a riassumerli il prof. Leonard William Doob, dapprima in Propaganda and Public Opinion (1949) e quindi in Goebbels’ Principles of Propaganda (1950)…

1. Principio della semplificazione e del nemico unico.
E’ necessario adottare una sola idea, un unico simbolo. E, soprattutto, identificare l’avversario in un nemico, nell’unico responsabile di tutti i mali.

2. Principio del metodo del contagio.
Riunire diversi avversari in una sola categoria o in un solo individuo.

3. Principio della trasposizione.
Caricare sull’avversario i propri errori e difetti, rispondendo all’attacco con l’attacco. Se non puoi negare le cattive notizie, inventane di nuove per distrarre.

4. Principio dell’esagerazione e del travisamento.
Trasformare qualunque aneddoto, per piccolo che sia, in minaccia grave.

5. Principio della volgarizzazione.
Tutta la propaganda deve essere popolare, adattando il suo livello al meno intelligente degli individui ai quali va diretta. Quanto più è grande la massa da convincere, più piccolo deve essere lo sforzo mentale da realizzare. La capacità ricettiva delle masse è limitata e la loro comprensione media scarsa, così come la loro memoria.

6. Principio di orchestrazione.
La propaganda deve limitarsi a un piccolo numero di idee e ripeterle instancabilmente, presentarle sempre sotto diverse prospettive, ma convergendo sempre sullo stesso concetto. Senza dubbi o incertezze. Da qui proviene anche la frase: “Una menzogna ripetuta all’infinito diventa la verità”.

7. Principio del continuo rinnovamento.
Occorre emettere costantemente informazioni e argomenti nuovi (anche non strettamente pertinenti) a un tale ritmo che, quando l’avversario risponda, il pubblico sia già interessato ad altre cose. Le risposte dell’avversario non devono mai avere la possibilità di fermare il livello crescente delle accuse.

8. Principio della verosimiglianza.
Costruire argomenti fittizi a partire da fonti diverse, attraverso i cosiddetti palloni sonda, o attraverso informazioni frammentarie.

9. Principio del silenziamento.
Passare sotto silenzio le domande sulle quali non ci sono argomenti e dissimulare le notizie che favoriscono l’avversario.

10. Principio della trasfusione.
Come regola generale, la propaganda opera sempre a partire da un substrato precedente, si tratti di una mitologia nazionale o un complesso di odi e pregiudizi tradizionali.
Si tratta di diffondere argomenti che possano mettere le radici in atteggiamenti primitivi.

11. Principio dell’unanimità.
Portare la gente a credere che le opinioni espresse siano condivise da tutti, creando una falsa impressione di unanimità.

Nazi-GrilloNegli Anni ’50 i medesimi “principi” verranno poi rielaborati in dettaglio da Jean-Marie Domenach, intellettuale francese e cattolico progressista, che ne espliciterà la sostanza in La propaganda politica.
Oggi che propaganda e politica si mischiano insieme, fino a confondersi nell’indistinguibilità del messaggio, dove a prevalere non è il contenuto, ma la fruizione promozionale dello stesso, il modello prevalente è la televendita. E ciò avviene tramite campagne massive affidate a consulenti di immagine ed agenzie pubblicitarie, in un tritato indistinto di concetti e di idee, frullati per il rapido consumo su lancio pubblicitario degli stessi. Noterete che, in ordine sparso, gli 11 punti di Doob (o Goebbels, o Bernays, o Domenach che dir si voglia) sono perfettamente applicabili alle principali formazioni politiche del momento, che non mutuano un ideale nella comunicazione di un pensiero, bensì piazzano un prodotto i cui termini di vendita si misurano in termini di ritorno elettorale, attraverso la spettacolarizzazione di un messaggio mercificato. Ne consegue che i contenuti sono intercambiabili, in quanto funzionali ad intercettare l’attenzione e le aspettative più ampie possibili dell’elettore (consumatore) medio. L’offerta (politica) si adegua alla domanda. E per questo non può che essere generalista e volta alla massima diffusione, visto che risponde ad esigenze commerciali, inseguendo i sensazionalismi mediatici del momento. Il consenso è equivalente al profitto.
ClownSarà per questo che in una politica ridotta oramai a spettacolo, scandito da continui intervalli pubblicitari, l’iniziativa è rimessa a bolsi pagliacci che recitano la parte. Non per niente, il loro luogo d’elezione non è più la “piazza”, ma il pubblico selezionato di una platea al chiuso di un teatro, dove meglio possono imbastire i loro spettacolini ed al contempo piazzare il pentolame in svendita promozionale ai grandi saldi elettorali.

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I Fatti d’Opinione

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , on 20 dicembre 2013 by Sendivogius

TOTAL RECALL

“I giornalisti oggi svolgono una funzione pubblica: denunciano, giudicano, assolvono e condannano.”

 Camille Desmoulins
 Les Révolutions de France et de Brabant
 (Nov.1789)

Tempo addietro, un noto polemista italiano, deprecando la “scomparsa dei fatti”, ebbe a scrivere su come in Italia le opinioni abbiano ormai la prevalenza sulla realtà, tramite l’interessata abolizione delle notizie, con una implicita quanto aspra contestazione dei salottini dell’approfondimento mediatico. Lasciamo perdere su come il medesimo abbia costruito la propria carriera giornalistica sulla costante manipolazione dei fatti, in funzione della propria interpretazione promossa a verità imprescindibile, diventando ospite fisso di un noto talk-show televisivo, dove il “fatto” (più che mai nella sua versione cartacea) è sempre speculare all’opinione e mai viceversa.
Il giornalismo politico è in fondo una rielaborazione degli eventi nella parzialità dei giudizi. Non che ci sia qualcosa di male in questo… L’importante è avere l’onestà intellettuale di ammetterlo. Non per niente, il genere si afferma, fino a diventare fenomeno di massa (che mira ad orientare), durante la Rivoluzione francese…

«Questo esercizio diretto di un ruolo politico mette capo ad una tipologia particolare di prodotto giornalistico. Rispetto alla raccolta ‘esterna’ di notizie, prevale nei fogli della rivoluzione francese l’esposizione di contenuti e idee che provengono dall’interno della redazione.»

 Giovanni Gozzini
 “Storia del giornalismo”
(Mondadori, 2000)

E nel vuoto istituzionale della Francia rivoluzionaria, dove il controllo della piazza si trasforma in potere, colui che è capace di orientare gli umori della folla ed eccitarne l’immaginazione, in fin dei conti, indirizza il corso degli eventi. O si illude di poterlo fare.
In tale ambito, certo giornalismo d’opinione, diventato ‘rivoluzionario’, non racconta più i fatti ma li crea, convinto com’è di esserne l’artefice e quindi di fare la storia. O almeno ciò avviene negli anni euforici dei suoi primordi…

Camille Desmoulins «Nel novembre 1789, Camille Desmoulins, uno dei leader della folla che ha assaltato la Bastiglia, pubblica “Les Révolutions de France et de Brabant”, un settimanale che fin dal titolo esprime la coscienza storica dei mutamenti in atto. Desmoulins lo scrive quasi interamente da solo, forte di una solida cultura classicista che gli ispira una prosa ironica e controllata.
Marat […] Nel settembre del 1789 nasce un altro dei fogli storici della Rivoluzione: “L’Ami du Peuple” (l’Amico del Popolo). Jean Paul Marat, che lo dirige, è di quasi vent’anni più vecchio del trentenne Desmoulins: ha conosciuto gli Enciclopedisti, è stato seguace di Rousseau, ha scritto saggi filosofici, eppure il suo settimanale di otto pagine è più demagogico e sensazionalistico di quello di Desmoulins. È il classico esempio del nuovo tipo di giornalismo creato dalla Rivoluzione: quasi un volantino di agitazione, pressoché privo di informazioni, il cui scopo principale è fare appello alla mobilitazione contro coloro che di volta in volta sono indicati come i nemici del popolo. “Una lunga litania di invettive”, lo definisce Jeanneney [a sua volta autore di una “Storia dei media” n.d.r]. È la faccia più estrema del nuovo potere incarnato dalla stampa: la cultura della notizia è sostituita dalla propaganda strumentale.
Jacques-René Hébert Jacques Hebert invece viene dal popolo. Poco più vecchio di Desmoulins, è figlio di un orafo e ha fatto mille mestieri, anche la maschera in un teatro di varietà. È una lezione che non scorderà. Il periodico che fonda nel gennaio 1791 si chiama infatti “Le Père Duchesne”, e fa riferimento ad un personaggio proverbiale della cultura popolare parigina: una macchietta sempre pronta a scagliarsi contro l’ingiustizia. È un trisettimanale che cerca di mantenere linguaggio e ruolo simboleggiati nella testata. […] Il suo pubblico è principalmente composto da sanculotti, i plebei in pantaloni lunghi, ma la prosa violenta e talvolta sboccata del periodico riscuote successo anche tra i parigini più colti

 Giovanni Gozzini
“Storia del giornalismo”
 (Mondadori, 2000)

È superfluo ricordare che tutti quanti finiranno malissimo, chi sulla ghigliottina, chi assassinato a mollo in una tinozza, divorati impietosamente da quella rivoluzione che avevano creduto di poter cavalcare, schiacciati in “processi politici” che troppo spesso avevano evocato a sproposito. E con buona pace della libertà di stampa, che i governi “rivoluzionari” taglieranno via in fretta, insieme alle loro teste.
In tempi più recenti, la carica di certa “controinformazione” d’assalto si è depotenziata, risucchiata com’è nelle fumisterie degli imbonitori salottieri dei sedicenti programmi di approfondimento, che fluttuano nella vacuità parolaia dei campioni del presenzialismo televisivo, tra l’indifferenza generale ed i facili entusiasmi di un pubblico ristretto.
Sono coloro che, con curioso anticipo sui tempi, già Gustave Le Bon chiamava “meneur” (conduttore); termine che però può essere benissimo tradotto come “agitatore” e liberamente come “duce”.

«I meneurs tendono oggi a sostituirsi progressivamente ai poteri pubblici, nella misura in cui questi ultimi si lasciano indebolire. In virtù della loro tirannia, questi nuovi padroni ottengono dalla folle una docilità molto più completa di quella ottenibile da ogni governo.»

 Gustave Le Bon
 “Psicologia delle folle”
(1895)

Di solito, in un crescendo chiasmatico di indignazione telecomandata, si distinguono per l’assoluta irresponsabilità in merito agli effetti delle loro intemerate su un corpo sociale, facile all’eccitabilità perché debole nella riflessione, attraverso la continua rincorsa al sensazionalismo di eventi parcellizzati, ma gonfiati per opportunismo ed elevati in fretta a fenomeno ‘paradigmatico’. E nel farlo enfatizzano più che altro delle suggestioni, alle quali si vorrebbe attribuire un valore universale. Il caso dei “Forconi” è eclatante, nell’assoluta inconsistenza di un sedicente “movimento” inghiottito nel vuoto siderale della sua miseria.  

Playmobil

Non di rado l’opinione, se ben strutturata su più vasta scala, diventa pressione organizzata. Ed è funzionale al consolidamento di un certo tipo di potere, a tutela di precisi interessi, in un gioco di sponda e di lobbies, in cui l’utile idiota “rivoluzionario” è sempre speculare al mantenimento del preesistente, in un eterno ritorno al sempre uguale, dove l’immobilismo è la migliore garanzia che tutto cambi perché rimanga com’è…
La nascita delle Laide Intese, la rielezione di un’ultraottuagenario alla Presidenza della Repubblica (di cui La Repubblica è il maggior sponsor), e le manovre dei ‘grandi’ quotidiani affinché ciò fosse possibile, ne costituiscono la perfetta riuscita per incisione sulle opinioni. Lo stravolgimento della Carta costituzionale e dello stesso assetto istituzionale, cortocircuitato nella monarchia presidenziale di una democrazia svuotata e sotto protettorato, sono le circonvoluzioni necessarie al mantenimento di uno statu quo che non si cura d’altro che preservare se stesso.
Casshern - The Old PresidentE ciò avviene a dispetto dei teatrini digitali dove si agitano i nuovi Exagérés del travaglismo hebertista, tra folle ringhiose e gli enragés pentastellati che di una simile cristallizzazione del reale, impantanato in un immobilismo chiamato “stabilità”, costituiscono la giustificazione perfetta, la scusa ideale che diversamente mancherebbe.

Curse-of-the-Golden-Flower

Per ogni “rivoluzione” fallita, c’è sempre una “restaurazione” perfettamente riuscita…

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Il Popolo nella Rete

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , on 2 luglio 2013 by Sendivogius

White Rabbit by Ri-Tyan

Evocato quasi sempre a sproposito, creato come semplificazione semantica da certo giornalismo minimalista, il sedicente “popolo della rete” sarebbe l’ultima frontiera della democrazia partecipata, nell’illusione che le riVoluzioni si facciano a colpi di like-it su facebook, brandendo il mouse come un randello nel rassicurante anonimato della propria cameretta.
Come questa massa informe di giustizieri digitalizzati, dall’invettiva a buon mercato e la cultura approssimativa, sia assurta ad avanguardia critica e consapevole di una nuova informazione che si vorrebbe “liquida”, ma in realtà giace ingessata in una palude di luoghi comuni, è un mistero chiaro solo ai cantori di una non-categoria, estrapolata dai contenitori poliformi di quel magma virtuale impropriamente chiamato “web”, tra umori mal digeriti e rancori fermentati a diverso grado di ebollizione. Accade così che qualche dozzina o poco più di commenti raffazzonati, pescati a strascico sui social network a portata di click, o inseguendo il cinguettio di twitter, da parte di qualche giornalista frettoloso e ansioso di chiudere il pezzo, assurgano a “opinione dominante” sugli argomenti più disparati (e disperati) per un’indignazione confusa nei vapori del qualunquismo, che si vorrebbe universalmente rappresentativa e che invece, settarizzata com’è, tale non è.
E se la “rete si infiamma”, lo fa quasi sempre per qualche polemica estemporanea, più o meno pompata, che dura il tempo di un eritema, coi più invasati sempre pronti a farsi agitare per l’uso da qualche furbesco mestatore di torbidi, inseguendo ingenuamente il Bianco Coniglio negli abissi della sua tana.

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