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BELLO CIAO!

Posted in A volte ritornano, Kulturkampf with tags , , , , , , , , , on 19 aprile 2020 by Sendivogius

Ed eccolo puntuale tutti gli anni, come un malanno passeggero di stagione a regolare cadenza ciclica, l’immancabile Ignazio Benito Maria La Russa, il caricaturale Lucifer in versione fascio-sovranista, ad aprire le consuete danze di fuoco contro la celebrazione della Festa di Liberazione dal nazi-fascismo, che giustamente (e per sacrosanto anti-corpo democratico) provoca le convulsioni biliari dei diretti interessati, i nazi-fascisti appunto, che trovano da sempre molto ‘divisivo’ il fatto che per 75 anni (e un’amnistia totale sui crimini di guerra) l’odiata democrazia repubblicana e parlamentare abbia permesso loro di scorrazzare impunemente, e ammorbarci con le loro puzzette nostalgiche, fino a raggiungere le più prestigiose cariche di governo in quella repubblica che si vorrebbe “antifascista” (risate in sottofondo!).

Sono quelli che se sentono cantare un “Bella Ciao” rischiano un attacco di orticaria, su reazione allergica da ascesso democratico.

Benito La Russa è stato il primo ad inaugurare la nefasta stagione dei travestiti in politica, quando improvvidamente fu nominato ministro della guerra e gli fu data la possibilità di giocare con soldatini veri, passando dalla camicia nera alle casacche militari, nell’immarcescibile fascismo della divisa. Ed è curioso notare come a questa macchietta folkloristica da fiera di Predappio, coi suoi contriti camerati implotonati nei manipoli dei Fascisti d’Italia della sora Meloni, sfugga il paradosso che proprio in nome di quell’aborrito anti-fascismo si sia permesso ad un fascista dichiarato come lui di diventare vicepresidente del Senato della Repubblica (non della Camera dei Fasci e delle Corporazioni) a nome di un partito politico apertamente fascista, peraltro in copiosa compagnia tra camerati di merende e giornaletti apologetici (che il Mascellone tira sempre tra i necrofili di genere)…
Ah no, scusate! Non sono loro ad essere fascisti. È la Liberazione che è divisiva.
Da qui, non riuscendone comunque ad estirpare la memoria, l’ultima eccezionale trovata: listiamo i tricolori a lutto… con la squallida paraculata di tirarci dentro i morti del Covid-19 (monumento all’efficienza della Sanità lombarda a marchio leghista). Ma in fondo non è da sempre il 25 Aprile considerato giorno di lutto nazionale per ogni camerata, orfano dell’insaccato appeso a stagionare in Piazzale Loreto?!
Non potendo (ancora) ripristinare le celebrazioni littorie della Marcia su Roma, facciamo dunque del 25 Aprile una doppia edizione del 4 Novembre (Giornata delle Forze Armate), con quelle parate in costume d’epoca che piacciono tanto a quei feticisti dell’uniforme, dal braccino teso con scatto a molla.

E cantiamo tutti insieme la modernissima “Canzone del Piave”, che ha il doppio pregio di essere tutta dedicata alla minaccia incombente di invasori stranieri da annientare, e soprattutto di essere stata (seppur per un breve periodo) l’inno nazionale della Repubblichetta collaborazionista di Salò (altro paradosso di una canzonetta interamente incentrata contro l’invasore germanico), “che da sempre le Forze armate dedicano ai caduti di ogni guerra”, nell’ammiccante esaltazione retorica della guerra come epica eroica:

L’esercito marciava
Per raggiunger la frontiera
Per far contro il nemico una barriera…
E come i fanti combatteron l’onde…
Rosso di sangue del nemico altero,
Il Piave comandò:
Indietro va’, straniero!

La canzoncina è bellina… orecchiabile… contiene riferimenti storici dei quali gli italiani non sanno un cazzo. “Patrioti” de ‘noantri fasci inclusi.
Col suo retrogusto vintage, si canta bene, sulla falsariga di altri immarcescibili successi d’antan, tipo: “Parlami d’amore Mariù” “Voglio vivere così” oppure “Mamma la mia canzone vola”
Ma a ‘sto punto, perché non tirare fuori pure Giovinezza tra i cimeli del grammofono?!?
Che poi diciamocela francamente, nemmeno a noi piace “Bella Ciao”!
Personalmente, chi scrive la trova melensa, remissiva, persino reticente. La scelta di eleggerla a canto ufficiale della Resistenza è stata una decisione postuma, di compromesso, al posto di quello che invece ne era stato il vero inno e che noi infinitamente preferiamo: Fischia il vento

«Quale canzone potevano opporre, con un minimo di parità, a quel travolgente e loro proprio canto rosso? Essi hanno una canzone, e basta. Noi ne abbiamo troppe e nessuna. Quella loro canzone è tremenda. É una vera e propria arma contro i fascisti che noi, dobbiamo ammettere, non abbiamo nella nostra armeria. Fa impazzire i fascisti, mi dicono, a solo sentirla. Se la cantasse un neonato l’ammazzerebbero col cannone.»

Beppe Fenoglio
“Il partigiano Johnny”
Einaudi, 1968

Così, giusto per fare un po’ di chiarezza. Poi vabbé, ci si accontenta…

“Bella ciao (per tutti)”

«Più puntuale di qualunque virus stagionale (absit iniuria virus), riecco i sintomi annuali della SIA, Sindrome da Insofferenza per il 25 Aprile. Li riconosciamo da anni, e sono sempre gli stessi: di solito all’inizio di aprile, quando si diffondono le allergie stagionali, dai banchi della destra cominciano gli anatemi, gli eritemi, le convulsioni, gli attacchi di Dispnea Costituzionale, gli starnuti esplosivi (e stando sempre col braccio teso diventa difficile starnutire nel gomito), nei casi più gravi il delirium tremens che, come tutti i deliri, porta a confondere la realtà con la fantasia e la storia con la propaganda.
Pare che gli affetti da SIA perdano la capacità di distinguere le cose, per esempio le vittime del nazifascismo dai carnefici; i partigiani dai manganellatori; la resistenza dalla dittatura e, più in generale, l’antifascismo dal fascismo. E la loro accusa principale, confusi come sono, è sempre la stessa, negli anni: il 25 aprile è “divisivo”.
In effetti, poche cose come il 25 aprile sono capaci di fare chiarezza e collocare le cose al loro posto: dentro o fuori la Costituzione, dentro o fuori il fascismo, dentro o fuori la libertà.
Quella libertà che – è il magnifico paradosso della libertà – garantisce a chiunque di dire la sua, anche quando dice una castroneria, anche quando attacca proprio la libertà, i suoi presupporti e chi ha lottato per ristabilirla e preservarla, perché la libertà, per sua natura, non è divisiva.
Così ogni anno gli affetti da SIA tornano con la loro sintomatologia illiberale a cianciare contro il 25 aprile, e la sua atmosfera di festa che per loro, associata alla liberazione dal fascismo, diventa particolarmente insostenibile.
Tanto che quest’anno si sono spinti persino oltre, dal momento che mai finora è riuscito loro di annullare o eradicare il 25 aprile – nemmeno negli anni d’oro della destra berlusconiana, nemmeno attraverso le peggiori sottovalutazioni istituzionali. Il prode Ignazio La Russa ci riprova quest’anno, con una proposta quantomeno ingegnosa: ma trasformiamolo, questo 25 aprile così ingombrante di cui non siamo mai riusciti a sbarazzarci. Ideona: facciamone una giornata di ricordo per i caduti di tutte le guerre (tutte tutte? Pure quelle di “conquista” oltremare? Pure quelle di resistenza alla resistenza?), aggiungiamoci i caduti nella guerra al coronavirus (tutti tutti? Pure quelli che magari potevano essere evitati in alcune zone, magari con altre gestioni?) e sostituiamo “Bella ciao” con “La canzone del Piave”.
Peccato che il 25 aprile sia una festa, e segnatamente una festa di rinascita e liberazione. Peccato che il 25 aprile già celebri i caduti, quelli che sono caduti perché ci potesse essere una liberazione da celebrare con una grande, unica festa. Che per comodità chiamiamo 25 aprile, e celebriamo il 25 aprile, cantando magari quella canzone che è universalmente ormai un inno di libertà conquistata, ma che sentiamo vera tutto il resto dell’anno.
No, caro La Russa, non ci convincerai mai a listare a lutto la bandiera, il 25 aprile. E’ il giorno in cui la bandiera si sventola, e sorridendo, persino in un anno luttuoso come questo.
Sai, la Costituzione antifascista e nata dalla Resistenza, malgrado gli sforzi di tanti “camerati”, non sarà mai asintomatica.
Bella ciao a tutti

  Manginobrioches
  (19/04/2020)

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Il Risolutore

Posted in Stupor Mundi with tags , , , , , , , , on 16 novembre 2019 by Sendivogius

«Abbiamo risolto la crisi dell’ILVA.
E lo abbiamo fatto meglio di quelli di prima (il PD n.d.r).
Abbiamo raggiunto il miglior accordo sindacale e ambientale possibile. Nessun esubero, nessun licenziamento, tutti assunti con l’Articolo 18 e quindi non con il Jobs Act. Abbiamo installato tecnologie a Taranto che riducono del 20% le emissioni nocive e tutti i termini di realizzazione degli interventi ambientali per garantire la salute dei cittadini di Taranto si sono accorciati.
In tre mesi abbiamo risolto la crisi dell’ILVA, quando quelli di prima in sei anni non erano stati capaci

Luigi Di Maio
(08/09/2018)

AFP PHOTO / Carlo Hermann

Era giusto un anno fa, quando il gongolante ministro del sottosviluppo, prima di emigrare alla Farnesina per gli straordinari meriti conseguiti sul campo, si produceva in una di quelle intemerate via Facebook, da lasciare a futura memoria per gli antropologi.
Uno sbrodolante Fatto Quotidiano, organo ufficioso del non-partito, per celebrare l’evento si produceva allora in uno di quei pezzi memorabili di giornalismo indipendente, quello con la schiena dritta e lingua asciutta, da far tremare di vergogna la casta dei grandi giornaloni asserviti al potere. Tanto è l’entusiasmo che il FQ non riesce a contenere,  tra i contorcimenti dell’estasi in un irrefrenabile orgasmo multiplo, dinanzi alle eccezionali prestazioni di Giggino, statista incompreso, con gli esiti attualmente ben noti quanto lontani dalla vulgata agiografica…

 «Settecento posti in più da subito ed esuberi azzerati, mentre l’accordo proposto dall’ex titolare del ministero di via Veneto prevedeva che a gestirli fosse una società che avrebbe “vissuto” dei lavori assegnati da AmIvestco e, in caso di insuccesso, Invitalia. Sale da 200 a 250 milioni la dote pubblica per indurre circa 2500 dipendenti all’uscita anticipata. Sul fronte ambientale è anticipata al 2019 la copertura dei parchi minerari.
Da una parte 10.700 assunzioni subito in Ilva da parte di AmInvestco, la garanzia di azzerare gli esuberi rimasti nel 2023 senza tagliare gli stipendi e 250 milioni di soldi pubblici, per incentivare gli esodi. Dall’altra 10mila dipendenti diretti subito riassunti più 1.500 posti di lavoro garantiti attraverso la Società per Taranto e Genova a partecipazione statale – attraverso enti locali e Invitalia – con 200 milioni per coprire le uscite volontarie

Un livello di piaggeria tragicamente comica mai raggiunta nemmeno, per dire, dai panegirici del retore Temistio, che celebrava le fantomatiche vittorie dell’imperatore Valente contro gli invasori Goti, poco prima che quest’ultimo venisse spazzato via con la quasi totalità delle legioni orientali dell’esercito romano nella catastrofica disfatta di Adrianopoli.
Oggi come allora, per i secoli a venire, ci chiederemo anche noi in che modo tutto ciò sia stato possibile, senza naturalmente trovare una risposta abbastanza valida per spiegare come questo paese continui a sfoderare personalità geniali (sempre meno) e frotte di incommensurabili coglioni vanagloriosi dalla siderale minchioneria fuori scala, elevata ad espressione metafenomenica, perché decisamente oltre…!

FenomenoloGiggineria

 «Resteranno gli anni di Giggino. L’epopea del bibitaro divenuto principe. Il romanzo del giovane povero (di talenti) proiettato ai vertici del Paese, a capo d’un movimento politico, a discutere di governi e premierati, a dettare condizioni e interloquire col Capo dello Stato. La misteriosa congiunzione astrale, anzi proprio l’allineamento dei pianeti che ha consentito a un giovanotto senza doti, cultura, qualità, competenze, esperienza, carattere di diventare un politico di primo piano senza nemmeno un minimo di gavetta, di apprendiStato, di lettura di bignamini istituzionali. Un’ascesa che solo la letteratura potrà davvero raccontare, come si raccontano le imprese leggendarie e le creature inspiegabili.
Non fraintendete: l’essere bibitaro, in sé, sarebbe persino una qualità. Dopotutto, i padri costituenti sognavano un Parlamento affollato di bibitari, lavandaie, minatori: l’epica della costruzione di sé e del Paese malgrado le condizioni di partenza appartiene non solo alla generazione dei nostri avi, ma proprio allo spirito della Costituzione, all’edificazione corretta della democrazia rappresentativa. Però un passo necessario, in questo percorso luminoso, sarebbero lo studio e l’acquisizione di competenze, unica via di riscatto da condizioni sociali o personali sfavorite. Dai campi e dalle officine, e certamente anche dallo stadio San Paolo, agli scranni più alti, ma studiando. Questo è il passaggio che la storia di Giggino il Miracolato salta a piè pari.

E infatti eccolo lì, a capo d’un movimento che persino teorizza l’uno vale uno, e per cui l’assenza di competenze è un vanto e una garanzia, così come il disprezzo per le prassi, i galatei, le forme, i copioni istituzionali che si ignorano, si vilipendono, si ascrivono, con franca superbia, al mondo dei compromessi e degli “inciuci” che si vuole, legittimamente, sterminare. Salvo non sapere bene dove collocarlo e che aspetto dar loro.
Manco a dirlo, il prode Giggino si trova coinvolto nel momento di maggior confusione, di aperto caos istituzionale: colonna d’un governo e ministro del Lavoro (e già questo avrebbe dovuto toglierci il sonno), capo d’un movimento che in Parlamento ha il 32%, vicepremier d’un premier che ha voluto imporre proprio perché era terzo e non accostabile ad alcuna forza politica, un tecnico ma senza dire la parola “tecnico” (che le folle si turbano e sentono odore di competenza, quindi di corruzione a prescindere, secondo i dettami del Sacro Blogghe), un prestanome e prestafaccia che coprisse la realtà d’un governo di ricatto e squilibrio. E poi membro d’una coppia scoppiata, tradito dal consorte di vicepremierato, colpito e affondato con solo un gemito, uno sguardo ferito nel volto d’eterno ragazzino sbigottito, uno a cui viene voglia di prendere la mano e dire: “Siediti, che ti spiego io cosa sta succedendo”, e dargli un bicchiere di latte con la cannuccia.
Ora dicono sia asserragliato nel bunker, a ripetersi i suoi venti punti per non scordarli, a contare e ricontare i successi di 14 mesi di sgoverno i cui nodi stanno per venire al pettine (ed è forse questo il motivo per cui l’ex sodale e collega di vicepremierato, il Ministro della Giustizia Sommaria, inventore dei porti chiusi e delle libere moto d’acqua in libero Papeete, s’è dato a una fuga scomposta).
Chissà dove finirà l’epopea di Giggino l’Inconsapevole, Giggino l’Immodificabile, Giggino che pure come personaggio da romanzo ha il problema obiettivo di cominciare e finire allo stesso modo, senza che le circostanze riescano a cambiarlo. Chissà dove arriverà – Gigino a Palazzo Chigi? Gigino al Quirinale? Gigino imperatore della Galassia? – e cosa riuscirà a combinare, nel frattempo. Un giorno, forse sarà la fantascienza a raccontare questi momenti, perché non vadano perduti come lacrime nella pioggia

  (01/09/2019 – manginobrioches)

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