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Letture del tempo presente (V)

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , on 21 marzo 2020 by Sendivogius

La peste che il tribunale della sanità aveva temuto che potesse entrar con le bande alemanne nel milanese, c’era entrata davvero, come è noto; ed è noto parimente che non si fermò qui, ma invase e spopolò una buona parte d’Italia.
[…]
Nessuno scrittore d’epoca posteriore s’è proposto d’esaminare e di confrontare quelle memorie, per ritrarne una serie concatenata degli avvenimenti, una storia di quella peste; sicché l’idea che se ne ha generalmente, dev’essere, di necessità, molto incerta, e un po’ confusa: un’idea indeterminata di gran mali e di grand’errori (e per verità ci fu dell’uno e dell’altro, al di là di quel che si possa immaginare), un’idea composta più di giudizi che di fatti, alcuni fatti dispersi, non di rado scompagnati dalle circostanze più caratteristiche, senza distinzion di tempo, cioè senza intelligenza di causa e d’effetto, di corso, di progressione.
[…]
Poco dopo, in questo e in quel paese, cominciarono ad ammalarsi, a morire, persone, famiglie, di mali violenti, strani, con segni sconosciuti alla più parte de’ viventi. C’era soltanto alcuni a cui non riuscissero nuovi: que’ pochi che potessero ricordarsi della peste che, cinquantatre anni avanti, aveva desolata pure una buona parte d’Italia, e in ispecie il milanese, dove fu chiamata, ed è tuttora, la peste di san Carlo.
[…]
Il protofisico Lodovico Settala, ché, non solo aveva veduta quella peste, ma n’era stato uno de’ più attivi e intrepidi, e, quantunque allor giovinissimo, de’ più riputati curatori; e che ora, in gran sospetto di questa, stava all’erta e sull’informazioni, riferì, il 20 d’ottobre, nel tribunale della sanità, come, nella terra di Chiuso (l’ultima del territorio di Lecco, e confinante col bergamasco), era scoppiato indubitabilmente il contagio. Non fu per questo presa veruna risoluzione.
Ed ecco sopraggiungere avvisi somiglianti da Lecco e da Bellano. Il tribunale allora si risolvette e si contentò di spedire un commissario che, strada facendo, prendesse un medico a Como, e si portasse con lui a visitare i luoghi indicati. Tutt’e due, “o per ignoranza o per altro, si lasciorno persuadere da un vecchio et ignorante barbiero di Bellano, che quella sorte de mali non era Peste” (Tadino, ivi.); ma, in alcuni luoghi, effetto consueto dell’emanazioni autunnali delle paludi, e negli altri, effetto de’ disagi e degli strapazzi sofferti, nel passaggio degli alemanni. Una tale assicurazione fu riportata al tribunale, il quale pare che ne mettesse il cuore in pace. Ma arrivando senza posa altre e altre notizie di morte da diverse parti, furono spediti due delegati a vedere e a provvedere: il Tadino suddetto, e un auditore del tribunale. Quando questi giunsero, il male s’era già tanto dilatato, che le prove si offrivano, senza che bisognasse andarne in cerca. Scorsero il territorio di Lecco, la Valsassina, le coste del lago di Como, i distretti denominati il Monte di Brianza, e la Gera d’Adda; e per tutto trovarono paesi chiusi da cancelli all’entrature, altri quasi deserti, e gli abitanti scappati e attendati alla campagna, o dispersi: “et ci parevano, – dice il Tadino, – tante creature seluatiche, portando in mano chi l’herba menta, chi la ruta, chi il rosmarino et chi una ampolla d’aceto”. S’informarono del numero de’ morti: era spaventevole; visitarono infermi e cadaveri, e per tutto trovarono le brutte e terribili marche della pestilenza. Diedero subito, per lettere, quelle sinistre nuove al tribunale della sanità, il quale, al riceverle, che fu il 30 d’ottobre, “si dispose”, dice il medesimo Tadino, a prescriver le bullette, per chiuder fuori dalla Città le persone provenienti da’ paesi dove il contagio s’era manifestato; “et mentre si compilaua la grida”, ne diede anticipatamente qualche ordine sommario a’ gabellieri. Intanto i delegati presero in fretta e in furia quelle misure che parver loro migliori; e se ne tornarono, con la trista persuasione che non sarebbero bastate a rimediare e a fermare un male già tanto avanzato e diffuso.
[…] Ma ciò che, lasciando intero il biasimo, scema la maraviglia di quella sua condotta, ciò che fa nascere un’altra e più forte maraviglia, è la condotta della popolazione medesima, di quella, voglio dire, che, non tocca ancora dal contagio, aveva tanta ragion di temerlo. All’arrivo di quelle nuove de’ paesi che n’erano così malamente imbrattati, di paesi che formano intorno alla città quasi un semicircolo, in alcuni punti distante da essa non più di diciotto o venti miglia; chi non crederebbe che vi si suscitasse un movimento generale, un desiderio di precauzioni bene o male intese, almeno una sterile inquietudine? Eppure, se in qualche cosa le memorie di quel tempo vanno d’accordo, è nell’attestare che non ne fu nulla.
[…]
Il tribunale della sanità chiedeva, implorava cooperazione, ma otteneva poco o niente. E nel tribunale stesso, la premura era ben lontana da uguagliare l’urgenza: erano, come afferma più volte il Tadino, e come appare ancor meglio da tutto il contesto della sua relazione, i due fisici che, persuasi della gravità e dell’imminenza del pericolo, stimolavan quel corpo, il quale aveva poi a stimolare gli altri. Abbiam già veduto come, al primo annunzio della peste, andasse freddo nell’operare, anzi nell’informarsi: ecco ora un altro fatto di lentezza non men portentosa, se però non era forzata, per ostacoli frapposti da magistrati superiori. Quella grida per le bullette, risoluta il 30 d’ottobre, non fu stesa che il dì 23 del mese seguente, non fu pubblicata che il 29. La peste era già entrata in Milano. Il Tadino e il Ripamonti vollero notare il nome di chi ce la portò il primo, e altre circostanze della persona e del caso: e infatti, nell’osservare i princìpi d’una vasta mortalità, in cui le vittime, non che esser distinte per nome, appena si potranno indicare all’incirca, per il numero delle migliaia, nasce una non so quale curiosità di conoscere que’ primi e pochi nomi che poterono essere notati e conservati: questa specie di distinzione, la precedenza nell’esterminio, par che faccian trovare in essi, e nelle particolarità, per altro più indifferenti, qualche cosa di fatale e di memorabile.
[…] Sia come si sia, entrò questo fante sventurato e portator di sventura, con un gran fagotto di vesti comprate o rubate a soldati alemanni; andò a fermarsi in una casa di suoi parenti, nel borgo di porta orientale, vicino ai cappuccini; appena arrivato, s’ammalò; fu portato allo spedale; dove un bubbone che gli si scoprì sotto un’ascella, mise chi lo curava in sospetto di ciò ch’era infatti; il quarto giorno morì. Il tribunale della sanità fece segregare e sequestrare in casa la di lui famiglia; i suoi vestiti e il letto in cui era stato allo spedale, furon bruciati.

Due serventi che l’avevano avuto in cura, e un buon frate che l’aveva assistito, caddero anch’essi ammalati in pochi giorni, tutt’e tre di peste. Il dubbio che in quel luogo s’era avuto, fin da principio, della natura del male, e le cautele usate in conseguenza, fecero sì che il contagio non vi si propagasse di più. Ma il soldato ne aveva lasciato di fuori un seminìo che non tardò a germogliare. Il primo a cui s’attaccò, fu il padrone della casa dove quello aveva alloggiato, un Carlo Colonna sonator di liuto. Allora tutti i pigionali di quella casa furono, d’ordine della Sanità, condotti al lazzeretto, dove la più parte s’ammalarono; alcuni morirono, dopo poco tempo, di manifesto contagio. Nella città, quello che già c’era stato disseminato da costoro, da’ loro panni, da’ loro mobili trafugati da parenti, da pigionali, da persone di servizio, alle ricerche e al fuoco prescritto dal tribunale, e di più quello che c’entrava di nuovo, per l’imperfezion degli editti, per la trascuranza nell’eseguirli, e per la destrezza nell’eluderli, andò covando e serpendo lentamente, tutto il restante dell’anno, e ne’ primi mesi del susseguente 1630. Di quando in quando, ora in questo, ora in quel quartiere, a qualcheduno s’attaccava, qualcheduno ne moriva: e la radezza stessa de’ casi allontanava il sospetto della verità, confermava sempre più il pubblico in quella stupida e micidiale fiducia che non ci fosse peste, né ci fosse stata neppure un momento. Molti medici ancora, facendo eco alla voce del popolo (era, anche in questo caso, voce di Dio?), deridevan gli augùri sinistri, gli avvertimenti minacciosi de’ pochi; e avevan pronti nomi di malattie comuni, per qualificare ogni caso di peste che fossero chiamati a curare; con qualunque sintomo, con qualunque segno fosse comparso. Gli avvisi di questi accidenti, quando pur pervenivano alla Sanità, ci pervenivano tardi per lo più e incerti. Il terrore della contumacia e del lazzeretto aguzzava tutti gl’ingegni: non si denunziavan gli ammalati, si corrompevano i becchini e i loro soprintendenti; da subalterni del tribunale stesso, deputati da esso a visitare i cadaveri, s’ebbero, con danari, falsi attestati. Siccome però, a ogni scoperta che gli riuscisse fare, il tribunale ordinava di bruciar robe, metteva in sequestro case, mandava famiglie al lazzeretto, così è facile argomentare quanta dovesse essere contro di esso l’ira e la mormorazione del pubblico, “della Nobiltà, delli Mercanti et della plebe”, dice il Tadino; persuasi, com’eran tutti, che fossero vessazioni senza motivo, e senza costrutto. L’odio principale cadeva sui due medici; il suddetto Tadino, e Senatore Settala, figlio del protofisico: a tal segno, che ormai non potevano attraversar le piazze senza essere assaliti da parolacce, quando non eran sassi. E certo fu singolare, e merita che ne sia fatta memoria, la condizione in cui, per qualche mese, si trovaron quegli uomini, di veder venire avanti un orribile flagello, d’affaticarsi in ogni maniera a stornarlo, d’incontrare ostacoli dove cercavano aiuti, e d’essere insieme bersaglio delle grida, avere il nome di nemici della patria: pro patriae hostibus, dice il Ripamonti. Di quell’odio ne toccava una parte anche agli altri medici che, convinti come loro, della realtà del contagio, suggerivano precauzioni, cercavano di comunicare a tutti la loro dolorosa certezza. I più discreti li tacciavano di credulità e d’ostinazione: per tutti gli altri, era manifesta impostura, cabala ordita per far bottega sul pubblico spavento.
[…]
Ma sul finire del mese di marzo, cominciarono, prima nel borgo di porta orientale, poi in ogni quartiere della città, a farsi frequenti le malattie, le morti, con accidenti strani di spasimi, di palpitazioni, di letargo, di delirio, con quelle insegne funeste di lividi e di bubboni; morti per lo più celeri, violente, non di rado repentine, senza alcun indizio antecedente di malattia. I medici opposti 700 alla opinion del contagio, non volendo ora confessare ciò che avevan deriso, e dovendo pur dare un nome generico alla nuova malattia, divenuta troppo comune e troppo palese per andarne senza, trovarono quello di febbri maligne, di febbri pestilenti: miserabile transazione, anzi trufferia di parole, e che pur faceva gran danno; perché, figurando di riconoscere la verità, riusciva ancora a non lasciar credere ciò che più importava di credere, di vedere, che il male s’attaccava per mezzo del contatto. I magistrati, come chi si risente da un profondo sonno, principiarono a dare un po’ più orecchio agli avvisi, alle proposte della Sanità, a far eseguire i suoi editti, i sequestri ordinati, le quarantene prescritte da quel tribunale. Chiedeva esso di continuo anche danari per supplire alle spese giornaliere, crescenti, del lazzeretto, di tanti altri servizi; e li chiedeva ai decurioni, intanto che fosse deciso (che non fu, credo, mai, se non col fatto) se tali spese toccassero alla città, o all’erario regio. Ai decurioni faceva pure istanza il gran cancelliere, per ordine anche del governatore, ch’era andato di nuovo a metter l’assedio a quel povero Casale; faceva istanza il senato, perché pensassero alla maniera di vettovagliar la città, prima che dilatandovisi per isventura il contagio, le venisse negato pratica dagli altri paesi; perché trovassero il mezzo di mantenere una gran parte della popolazione, a cui eran mancati i lavori. I decurioni cercavano di far danari per via d’imprestiti, d’imposte; e di quel che ne raccoglievano, ne davano un po’ alla Sanità, un po’ a’ poveri; un po’ di grano compravano: supplivano a una parte del bisogno. E le grandi angosce non erano ancor venute. Nel lazzeretto, dove la popolazione, quantunque decimata ogni giorno, andava ogni giorno crescendo, era un’altra ardua impresa quella d’assicurare il servizio e la subordinazione, di conservar le separazioni prescritte, di mantenervi in somma o, per dir meglio, di stabilirvi il governo ordinato dal tribunale della sanità: ché, fin da’ primi momenti, c’era stata ogni cosa in confusione, per la sfrenatezza di molti rinchiusi, per la trascuratezza e per la connivenza de’ serventi. Il tribunale e i decurioni, non sapendo dove battere il capo, pensaron di rivolgersi ai cappuccini, e supplicarono il padre commissario della provincia, il quale faceva le veci del provinciale, morto poco prima, acciò volesse dar loro de’ soggetti abili a governare quel regno desolato. Il commissario propose loro, per principale, un padre Felice Casati, uomo d’età matura, il quale godeva una gran fama di carità, d’attività, di mansuetudine insieme e di fortezza d’animo, a quel che il seguito fece vedere, ben meritata; e per compagno e come ministro di lui, un padre Michele Pozzobonelli, ancor giovine, ma grave e severo, di pensieri come d’aspetto. Furono accettati con gran piacere; e il 30 di marzo, entrarono nel lazzeretto. Il presidente della Sanità li condusse in giro, come per prenderne il possesso; e, convocati i serventi e gl’impiegati d’ogni grado, dichiarò, davanti a loro, presidente di quel luogo il padre Felice, con primaria e piena autorità. Di mano in mano poi che la miserabile radunanza andò crescendo, v’accorsero altri cappuccini; e furono in quel luogo soprintendenti, confessori, amministratori, infermieri, cucinieri, guardarobi, lavandai, tutto ciò che occorresse. Il padre Felice, sempre affaticato e sempre sollecito, girava di giorno, girava di notte, per i portici, per le stanze, per quel vasto spazio interno, talvolta portando un’asta, talvolta non armato che di cilizio; animava e regolava ogni cosa; sedava i tumulti, faceva ragione alle querele, minacciava, puniva, riprendeva, confortava, asciugava e spargeva lacrime. Prese, sul principio, la peste; ne guarì, e si rimise, con nuova lena, alle cure di prima. I suoi confratelli ci lasciarono la più parte la vita, e tutti con allegrezza. Certo, una tale dittatura era uno strano ripiego; strano come la calamità, come i tempi; e quando non ne sapessimo altro, basterebbe per argomento, anzi per saggio d’una società molto rozza e mal regolata, il veder che quelli a cui toccava un così importante governo, non sapesser più farne altro che cederlo, né trovassero a chi cederlo, che uomini, per istituto, il più alieni da ciò.
[…] Ma due fatti, l’uno di cieca e indisciplinata paura, l’altro di non so quale cattività, furon quelli che convertirono quel sospetto indeterminato d’un attentato possibile, in sospetto, e per molti in certezza, d’un attentato positivo, e d’una trama reale. Alcuni, ai quali era parso di vedere, la sera del 17 di maggio, persone in duomo andare ungendo un assito che serviva a dividere gli spazi assegnati a’ due sessi, fecero, nella notte, portar fuori della chiesa l’assito e una quantità di panche rinchiuse in quello; quantunque il presidente della Sanità, accorso a far la visita, con quattro persone dell’ufizio, avendo visitato l’assito, le panche, le pile dell’acqua benedetta, senza trovar nulla che potesse confermare l’ignorante sospetto d’un attentato venefico, avesse, per compiacere all’immaginazioni altrui, e più tosto per abbondare in cautela, che per bisogno, avesse, dico, deciso che bastava dar una lavata all’assito.
[…] In principio dunque, non peste, assolutamente no, per nessun conto: proibito anche di proferire il vocabolo. Poi, febbri pestilenziali: l’idea s’ammette per isbieco in un aggettivo. Poi, non vera peste, vale a dire peste sì, ma in un certo senso; non peste proprio, ma una cosa alla quale non si sa trovare un altro nome. Finalmente, peste senza dubbio, e senza contrasto: ma già ci s’è attaccata un’altra idea, l’idea del venefizio e del malefizio, la quale altera e confonde l’idea espressa dalla parola che non si può più mandare indietro.
[…] Divenendo sempre più difficile il supplire all’esigenze dolorose della circostanza, era stato, il 4 di maggio, deciso nel consiglio de’ decurioni, di ricorrer per aiuto al governatore. E, il 22, furono spediti al campo due di quel corpo, che gli rappresentassero i guai e le strettezze della città: le spese enormi, le casse vote, le rendite degli anni avvenire impegnate, le imposte correnti non pagate, per la miseria generale, prodotta da tante cause, e dal guasto militare in ispecie; gli mettessero in considerazione che, per leggi e consuetudini non interrotte, e per decreto speciale di Carlo V, le spese della peste dovevan essere a carico del fisco: in quella del 1576 avere il governatore, marchese d’Ayamonte, non solo sospese tutte le imposizioni camerali, ma data alla città una sovvenzione di quaranta mila scudi della stessa Camera; chiedessero finalmente quattro cose: che l’imposizioni fossero sospese, come s’era fatto allora; la Camera desse danari; il governatore informasse il re, delle miserie della città e della provincia; dispensasse da nuovi alloggiamenti militari il paese già rovinato dai passati. Il governatore scrisse in risposta condoglianze, e nuove esortazioni: dispiacergli di non poter trovarsi nella città, per impiegare ogni sua cura in sollievo di quella; ma sperare 712 che a tutto avrebbe supplito lo zelo di que’ signori: questo essere il tempo di spendere senza risparmio, d’ingegnarsi in ogni maniera. In quanto alle richieste espresse, proueeré en el mejor modo que el tiempo y necesidades presentes permitieren. E sotto, un girigogolo, che voleva dire Ambrogio Spinola, chiaro come le sue promesse. Il gran cancelliere Ferrer gli scrisse che quella risposta era stata letta dai decurioni, con gran desconsuelo; ci furono altre andate e venute, domande e risposte; ma non trovo che se ne venisse a più strette conclusioni.
[…] S’era visto di nuovo, o questa volta era parso di vedere, unte muraglie, porte d’edifizi pubblici, usci di case, martelli. Le nuove di tali scoperte volavan di bocca in bocca; e, come accade più che mai, quando gli animi son preoccupati, il sentire faceva l’effetto del vedere. Gli animi, sempre più amareggiati dalla presenza de’ mali, irritati dall’insistenza del pericolo, abbracciavano più volentieri quella credenza: ché la collera aspira a punire: 714 e, come osservò acutamente, a questo stesso proposito, un uomo d’ingegno (P. Verri, Osservazioni sulla tortura: Scrittori italiani d’economia politica: parte moderna, tom. 17, pag. 203.), le piace più d’attribuire i mali a una perversità umana, contro cui possa far le sue vendette, che di riconoscerli da una causa, con la quale non ci sia altro da fare che rassegnarsi. Un veleno squisito, istantaneo, penetrantissimo, eran parole più che bastanti a spiegar la violenza, e tutti gli accidenti più oscuri e disordinati del morbo. Si diceva composto, quel veleno, di rospi, di serpenti, di bava e di materia d’appestati, di peggio, di tutto ciò che selvagge e stravolte fantasie sapessero trovar di sozzo e d’atroce. Vi s’aggiunsero poi le malìe, per le quali ogni effetto diveniva possibile, ogni obiezione perdeva la forza, si scioglieva ogni difficoltà. Se gli effetti non s’eran veduti subito dopo quella prima unzione, se ne capiva il perché; era stato un tentativo sbagliato di venefici ancor novizi: ora l’arte era perfezionata, e le volontà più accanite nell’infernale proposito.
[…] Con una tal persuasione che ci fossero untori, se ne doveva scoprire, quasi infallibilmente: tutti gli occhi stavano all’erta; ogni atto poteva dar gelosia. E la gelosia diveniva facilmente certezza, la certezza furore.
[…]
La frenesia s’era propagata come il contagio. Il viandante che fosse incontrato da de’ contadini, fuor della strada maestra, o che in quella si dondolasse a guardar in qua e in là, o si buttasse giù per riposarsi; lo sconosciuto a cui si trovasse qualcosa di strano, di sospetto nel volto, nel vestito, erano untori: al primo avviso di chi si fosse, al grido d’un ragazzo, si sonava a martello, s’accorreva; gl’infelici eran tempestati di pietre, o, presi, venivan menati, a furia di popolo, in prigione.
[…]
Ed era in vece il povero senno umano che cozzava co’ fantasmi creati da sé. Da quel giorno, la furia del contagio andò sempre crescendo: in poco tempo, non ci fu quasi più casa che non fosse toccata: in poco tempo la popolazione del lazzeretto, al dir del Somaglia citato di sopra, montò da duemila a dodici mila: più tardi, al dir di quasi tutti, arrivò fino a sedici mila. Il 4 di luglio, come trovo in un’altra lettera de’ conservatori della sanità al governatore, la mortalità 721 giornaliera oltrepassava i cinquecento. Più innanzi, e nel colmo, arrivò, secondo il calcolo più comune, a mille dugento, mille cinquecento; e a più di tremila cinquecento, se vogliam credere al Tadino. Il quale anche afferma che, “per le diligenze fatte”, dopo la peste, si trovò la popolazion di Milano ridotta a poco più di sessantaquattro mila anime, e che prima passava le dugento cinquanta mila. Secondo il Ripamonti, era di sole dugento mila: de’ morti, dice che ne risultava cento quaranta mila da’ registri civici, oltre quelli di cui non si poté tener conto. Altri dicon più o meno, ma ancor più a caso. Si pensi ora in che angustie dovessero trovarsi i decurioni, addosso ai quali era rimasto il peso di provvedere alle pubbliche necessità, di riparare a ciò che c’era di riparabile in un tal disastro. Bisognava ogni giorno sostituire, ogni giorno aumentare serventi pubblici di varie specie: monatti, apparitori, commissari. I primi erano addetti ai servizi più penosi e pericolosi della pestilenza: levar dalle case, dalle strade, dal lazzeretto, i cadaveri; condurli sui carri alle fosse, e sotterrarli; portare o guidare al lazzeretto gl’infermi, e governarli; bruciare, purgare la roba infetta e sospetta.
[…]
I commissari regolavano gli uni e gli altri, sotto gli ordini immediati del tribunale della sanità. Bisognava tener fornito il lazzeretto di medici, di chirurghi, di medicine, di vitto, di tutti gli attrezzi d’infermeria; bisognava trovare e preparar nuovo alloggio per gli ammalati che sopraggiungevano ogni giorno. Si fecero a quest’effetto costruire in fretta capanne di legno e di paglia nello spazio interno del lazzeretto; se ne piantò un nuovo, tutto di capanne, cinto da un semplice assito, e capace di contener quattromila persone. E non bastando, ne furon decretati due altri; ci si mise anche mano; ma, per mancanza di mezzi d’ogni genere, rimasero in tronco. I mezzi, le persone, il coraggio, diminuivano di mano in mano che il bisogno cresceva. E non solo l’esecuzione rimaneva sempre addietro de’ progetti e degli ordini; non solo, a molte necessità, pur troppo riconosciute, si provvedeva scarsamente, anche in parole; s’arrivò a quest’eccesso d’impotenza e di disperazione, che a molte, e delle più pietose, come delle più urgenti, non si provvedeva in nessuna maniera.
[…]
Una volta, il lazzeretto rimase senza medici; e, con offerte di grosse paghe e d’onori, a fatica e non subito, se ne poté avere; ma molto men del bisogno. Fu spesso lì lì per mancare affatto di viveri, a segno di temere che ci s’avesse a morire anche di fame; e più d’una volta, mentre non si sapeva più dove batter la testa per trovare il bisognevole, vennero a tempo abbondanti sussidi, per inaspettato dono di misericordia privata: ché, in mezzo allo stordimento generale, all’indifferenza per gli altri, nata dal continuo temer per sé, ci furono degli animi sempre desti alla carità, ce ne furon degli altri in cui la carità nacque al cessare d’ogni allegrezza terrena; come, nella strage e nella fuga di molti a cui toccava di soprintendere e di provvedere, ce ne furono alcuni, sani sempre di corpo, e saldi di coraggio al loro posto: ci furon pure altri che, spinti dalla pietà, assunsero e sostennero virtuosamente le cure a cui non eran chiamati per impiego.
[…]
I birboni che la peste risparmiava e non atterriva, trovarono nella confusion comune, nel rilasciamento d’ogni forza pubblica, una nuova occasione d’attività, e una nuova sicurezza d’impunità a un tempo. Che anzi, l’uso della forza pubblica stessa venne a trovarsi in gran parte nelle mani de’ peggiori tra loro. All’impiego di monatti e d’apparitori non s’adattavano generalmente che uomini sui quali l’attrattiva delle rapine e della licenza potesse più che il terror del contagio, che ogni naturale ribrezzo. Erano a costoro prescritte strettissime regole, intimate severissime pene, assegnati posti, dati per superiori de’ commissari, come abbiam detto; sopra questi e quelli eran delegati in ogni quartiere, magistrati e nobili, con l’autorità di provveder sommariamente a ogni occorrenza di buon governo. Un tal ordin di cose camminò, e fece effetto, fino a un certo tempo; ma, crescendo, ogni giorno, il numero di quelli che morivano, di quelli che andavan via, di quelli che perdevan la testa, venner coloro a non aver quasi più nessuno che li tenesse a freno; si fecero, i monatti principalmente, arbitri d’ogni cosa.
[…]
Del pari con la perversità, crebbe la pazzia: tutti gli errori già dominanti più o meno, presero dallo sbalordimento, e dall’agitazione delle menti, una forza straordinaria, produssero effetti più rapidi e più vasti. E tutti servirono a rinforzare e a ingrandire quella paura speciale dell’unzioni, la quale, ne’ suoi effetti, ne’ suoi sfoghi, era spesso, come abbiam veduto, un’altra perversità.
[…]
Da’ trovati del volgo, la gente istruita prendeva ciò che si poteva accomodar con le sue idee; da’ trovati della gente istruita, il volgo prendeva ciò che ne poteva intendere, e come lo poteva; e di tutto si formava una massa enorme e confusa di pubblica follia.

Alessandro Manzoni
“I Promessi Sposi”
(Cap. XXX-XXXI)

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Il Partito degli Onesti

Posted in Muro del Pianto, Stupor Mundi with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , on 21 luglio 2011 by Sendivogius

Qualche tempo fa (era il 21 febbraio del 2010), dinanzi al vorticoso giro di affari, intrallazzi e cricche, che prosciugarono i fondi per la ricostruzione de L’Aquila, lasciando la città in macerie, nell’evidenza dello scandalo ‘qualcuno’ si premurò di rassicurare come alle porte non ci fosse alcuna nuova tangentopoli.
Era lo stesso incredibile personaggio che andava ripetendo ad ogni angolo, come la crisi economica in Italia non esistesse e fosse in realtà “una percezione psicologica” viziata da mancanza di ottimismo…
Sappiamo poi come è andata a finire: manovra aggiuntiva da 73 miliardi di euro, per non rischiare il tracollo finanziario, con 8 milioni di italiani stimati sotto la soglia di povertà. Allegria!

Dopo le richieste di arresto per gli onorevoli Nicola Cosentino (camorra), Marcello Dell’Utri (mafia), Alfonso Papa e Marco Milanese, le indagini sui senatori del Pdl Paolo Tancredi e Fabrizio Di Stefano, inquisiti per corruzione… il 2011 si conferma come un anno particolarmente intenso per la sensibilità legalitaria dimostrata da capaci amministratori alla destra d’Italia.
Sì, è vero! C’è la vicenda alquanto torbida dell’inchiesta ENAC che coinvolge il gruppo di amiconi in affari, da Franco Pronzato a Vincenzo Morichini, che gravitano attorno al solito Baffo d’Oro: sempre in bilico tra barche e aerei, beccato a inciuciare pure lui con l’intraprendente Luigi Bisignani.
C’è il caso dell’arresto (negato) per corruzione del senatore Alberto Tedesco, ex socialista transitato al PD e massimamente difeso dagli esuli craxiani transumati in massa al PdL. Ma in questo caso bisogna capirlo: è difficile affrancarsi dalle vecchie abitudini del defunto PSI.
C’è l’inchiesta della Procura di Monza con un indagato eccellente: Filippo Penati, vicepresidente del consiglio regionale della Lombardia ed ex presidente della provincia di Milano, sospettato di avere intascato tangenti pari a 5,7 miliardi di lire nel 2001, per favorire alcuni imprenditori nell’urbanizzazione dell’ex area industriale delle acciaierie Falck, a Sesto San Giovanni (di cui è stato sindaco), e di aver ripulito i denari illeciti attraverso una serie di triangolazioni off shore con l’intervento di intermediari e la costituzione ad hoc di “società cartiere”(cosa che, se dimostrata, presupporrebbe anche la denuncia per truffa). Suo grande accusatore è l’imprenditore e politico Giuseppe Pasini, ex candidato a sindaco di Sesto nelle liste di Forza Italia, che si ricorda di denunciare il presunto reato dopo 10 anni di distanza dal fatto (in cui Pasini era comunque il concussore).
In ambito della buona politica locale, a livello quantitativo, è però il “Partito degli Onesti” che riserva alcune delle soddisfazioni migliori…
Dopo gli arresti di Carlo Barbieri (PdL), sindaco di Voghera; Alberico Gambino (PdL), consigliere regionale della Campania: concussione e associazione a delinquere… Giuseppe Caridi (PdL), consigliere comunale di Alessandria: ‘ndrangheta… l’indagine per corruzione su Maurizio Brucchi, sindaco di Teramo e l’azzeramento dei 2/3 della giunta comunale di Parma… il Partito degli Onesti perde infatti un altro dei suoi pezzi pregiati: di quelli convinti che essere negri sia un reato, ma rubare no.
L’intrepido Pier Gianni Prosperini torna di nuovo agli arresti (comodamente a domicilio) per un giro di false fatturazioni, dopo aver patteggiato una condanna a tre anni e 5 mesi, era già stato arrestato il 16/12/2009 per corruzione e indagato per traffico d’armi internazionale.
Ex assessore PdL nella giunta lombarda, Prosperini è stato il responsabile regionale per il Turismo e lo Sport.
Ma di Prosperini, un altro di quelli particolarmente devoti al crocifisso, si ricordano gli straordinari manifesti elettorali ed i fotomontaggi che lo ritraggono nei panni di mercenario della Legione Straniera (cosa di cui deve essere particolarmente orgogliosa). Soprattutto, Pier Gianni Prosperini è famoso per le posizioni pacate e le argomentazioni raffinate che da sempre contraddistinguono l’elettore moderato della destra benpensante con le sue immancabili ossessioni del momento: stranieri e froci, al posto dei comunisti ed ebrei (le quotazioni sono ormai in ribasso)…

«Garrottiamoli i gay! Ma non la garrota di Francisco Franco. Garrotiamoli alla maniera degli Apache: cinghia bagnata legata stretta intorno al cranio. Il sole asciuga il laccio umido, il cuoio si ritira, il cervello scoppia.»

P.G.Prosperini
 (30/11/1999)

     

Per questo, fonda il movimento “Nordestra” dopo i passaggi nella Lega e poi AN, al fine di intercettare meglio i voti cristiani e padani della gente perbene. Quando non è impegnato a fantasticare su sevizie e torture, o farsi rappresentare in pose imbarazzanti, sembra che il buon Prosperini traffichi in armi col “negro” e pure maoista dittatore dell’Eritrea.
Al momento del primo arresto di Prosperini, nel 2009, Il pio Roberto Formigoni, quello che parla di sacrifici facendosi intervistare sul ponte di uno yacht, dichiara:

«Tutti conoscono Prosperini. Se c’è una persona che appare limpida e trasparente, che ha la passione della politica, e che ci mette del suo, è proprio Prosperini. Non credo che sarà facile per i magistrati dimostrare la sua colpevolezza.»

E infatti!

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La strada delle buone intenzioni

Posted in A volte ritornano, Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 2 ottobre 2010 by Sendivogius


Dopo l’inaspettato successo dell’articolo dedicato all’iniziativa ‘culturale’ conosciuta come “Allenati per la vita” [QUI], siamo stati onorati dall’inaspettata attenzione dell’ANCI (Associazione Nazionale Cadetti d’Italia) che della summenzionata attività è promotrice ed ispiratrice. Proprio grazie alla segnalazione del nostro link, siamo venuti a conoscenza dell’associazione della quale, colpevolmente, ignoravamo ancora l’esistenza. La fortunata circostanza ci offre la preziosa opportunità di sottrarre così l’ANCI di Monza all’ingiusto oblio nella quale era tenuta.
Pertanto, crediamo sia doveroso riportare la lettera (del 26/09/2010), pacatissima nei toni e nei contenuti, facilmente reperibile nel forum di discussione, con cui i responsabili si rivolgono ai propri associati, ad ulteriore integrazione di quanto già scritto in precedenza:

Cari amici,
Cari genitori,
sabato sera, mentre mi trovavo in un ristorante a Oreno di Vimercate, mi è capitato di sentire una coppia, che mangiava al tavolo dietro al mio, discutere sul Progetto “Allenàti per la Vita” che, come senz’altro saprete, è il frutto della collaborazione tra il Ministero dell’Istruzione e il Ministero della Difesa sulla quale si basa non solo l’esistenza della nostra associazione (che comunque esisterebbe anche qualora non ci fosse quest’accordo), ma anche e soprattutto il Training Day come esperienza nazionale, dal momento che quest’ultimo non è solo un’iniziativa “nostra”, ma anche, per esempio, dell’UNUCI, vero organo responsabile dell’attuazione di questo progetto. Ebbene, le opinioni nettamente negative che sono stato in grado di cogliere dalla sopracitata discussione e le recenti notizie e opinioni diffuse dal mondo dell’informazione e di Internet mi hanno talmente indignato che mi è parso bene pubblicare e diffondere questo post affinché venga finalmente fatta un po’ di costruttiva chiarezza.
Il primo indizio l’abbiamo avuto con quella lettera che ci è giunta dall’Associazione GreenMan; poi un diffamatorio e falso articolo comparso su Famiglia Cristiana; poi i numerosissimi blog e forum che ci attaccano a priori, quando probabilmente non hanno capito le nostre vere intenzioni […]; infine la discussione di ieri sera: “Ma io non capisco perché militarizzare la scuola in questo modo portandoci le pistole. Che senso ha? Visto che la violenza e la guerra nel mondo ci saranno sempre, lasciamole a chi le sceglie come stile di vita!“.
[…] Nessuno, invece, dice che abbiamo partecipato alla preparazione degli Special Olympics (come invece ha fatto il Presidente della Provincia di Monza e Brianza Dario Allevi, ringraziando gli studenti per la disponibilità e la collaborazione prestate, durante la cerimonia di premiazione degli studenti eccellenti della provincia). Nessuno dice delle nostre allegre escursioni (vedi Capanna Monza, Campo Invernale ecc.). Nessuno dice delle risate che, in fondo, ci facciamo quando siamo insieme. Nessuno parla della reale coesione che si è formata tra noi. Perché nessuno vuole ammettere che la nostra è un’attività sana. Non propagandistica. Non neofascista. Volontaria. Aperta a ragazzi e ragazze non solo maggiorenni, ma anche di 14 anni (la firma dei genitori di colpo non ha più valore?).
[…] Basta dire castronerie! Perché è solo colpa della cattiva informazione se questo bel progetto, che pure ha sollevato tante inutili critiche, l’anno prossimo verrà soppresso.
Ma noi ANDIAMO AVANTI. Dall’anno prossimo, anzi, non dipendendo direttamente dal Ministero della Difesa, l’ANCI sarà la sola associazione che sarà in grado di offrire ai ragazzi e alle famiglie questa opportunità formativa. E allora, davvero, vedremo chi ha ragione…

La giusta indignazione, che pervade l’animo degli organizzatori dinanzi a critiche preconcette e tanto ingiuste, merita sicuramente una pubblicità maggiore e fornisce a noi l’opportunità per rimediare ad una severità forse eccessiva, in nome di una “comune chiarezza costruttiva”.
In sintesi, l’ANCI lamenta di essere accusata di:

1) indossare magliette nere;

E certo si poteva obiettare di meglio invece che disquisire, stupidamente, sul colore scelto per le t-shirt.

2) studiare “minuziose dispense sulle armi e sui mezzi militari”;

Le famigerate dispense contengono in realtà informazioni tecniche sulle armi individuali in dotazione ai reparti NATO, con i loro requisiti minimi (spesso incompleti). Sono dati facilmente reperibili ovunque.
Si va dai mitragliatori d’assalto semiautomatici, alle armi di reparto (mitragliatrici pesanti e lanciagranate anticarro), passando per i PSG della Heckler & Koch (il fucile di precisione preferito dal mitico Solid Snake della serie Metal Gear) fino al devastante “cinquantino” BARRETT M82 (con due “t”) e ormai superato dal modello M95, senza dimenticare l’intramontabile “MariaGrazia”: la vecchia mitragliatrice MG del 1942.
Resta intatto il quesito originale: perché ad un 14enne dovrebbe essere impartita la conoscenza di armi da guerra e quale sarebbe la funzionalità didattica? Cosa diamine mai c’entrerà col rispetto della Costituzione?!?

3) voler ricreare l’Opera Nazionale Balilla;

Ad essere maliziosi, le analogie con la Gioventù Italiana del Littorio (GIL) non mancano… 

4) voler reistituire il Sabato Fascista;

Sarebbe il problema minore.

5) di “rubare” con questo progetto i soldi che, invece, dovrebbero essere destinati per il riassorbimento dei precari;

In effetti, il pensiero ci aveva sfiorato..:)

6) (questa è la più ridicola di tutte) di voler attuare un colpo di stato!!! (non trovo più la fonte, ma sono sicuro di averla letta da qualche parte)

Infatti è una scemenza totale ed in proposito concordiamo con le rimostranze dell’ANCI.

Siamo forse reazionari?

Non è certo un delitto e per di più sareste in perfetta sintonia con la maggioranza degli italiani.

Siamo sovversivi?

Questa è prerogativa esclusiva di anarchici e kommunisti… Non rubate(ci) un simile onore.

Abbiamo mai fatto del male a qualcuno?

Ci mancherebbe altro!

La nostra esistenza compromette la libertà di espressione e di pensiero?

Ognuno dovrebbe essere libero di gestire sé stesso come meglio crede, restando intatto il diritto di critica (e di replica).

Del resto, i Cadetti d’Italia saranno sicuramente temprati alle critiche più ingenerose, come sembra promettere il loro stesso motto di ispirazione ciceroniana: “Praeter Omnia Semper” (sempre oltre tutte le avversità).
D’altra parte, l’ANCI monzese si muove in stretta collaborazione con il G.S.A. (Gruppo Sportivo Alpini) di Monza, con cui concorda gran parte delle iniziative in Brianza:

«Il Gruppo Sportivo Alpini della locale Associazione Nazionale Alpini nasce dall’esigenza di poter organizzare e partecipare alle competizioni di carattere sportivo-militare dalla stessa A.N.A. ma anche di altre Associazioni d’Arma e di volontariato nonch’è dall’Esercito Italiano.
 Il G.S.A., soprannominato “la Ferrea” in ricordo della Corona Ferrea simbolo della nostra Città, è un nucleo di Alpini e simpatizzanti iscritti ai gruppi della nostra sezione A.N.A. di Monza.
I compiti del G.S.A. sono molteplici e spaziano dall’organizzare e partecipare a competizioni sportivo-militari fino a organizzare e attuare un servizio d’ordine e di cerimoniale per le manifestazioni e ricorrenze della nostra sezione A.N.A. di Monza.
Attualmente il G.S.A. “la Ferrea” collabora con altre associazioni d’Arma, in primis l’Unione Nazionale Ufficiali in Congedo d’Italia sezione di Monza, per la buona riuscita del progetto “Allènati per la vita” stipulato dal Provveditorato agli studi della Regione Lombardia e il comando militare Esercito Lombardia.
Dal 2010 il GSA di Monza ha l’incarico di arruolare i ragazzi che vogliono parteci
pare al progetto dell’Esercito ‘PIANETA DIFESA’ della provincia di Monza e Brianza.
Possono isriversi al G.S.A. tutti i tesserati, Alpini e Simpatizzanti, dei vari gruppi Alpini della sezione di Monza.»

UNA PURA FORMALITÀ
Dunque, ci permettiamo di rivolgere ai “Cadetti d’Italia” alcune piccoli osservazioni, sine animo et ira, fornendo magari qualche consiglio (non richiesto)…
Ci sfugge la necessità di costituire un’associazione che, solo per uno sfortunato malinteso, sembra strutturata a livello territoriale come una organizzazione paramilitare, ripartita in “gradi” gerarchici, “Compagnie” e “Distaccamenti”, con questa strana passione per le scuole:

L’ ANCI è strutturata  con i seguenti livelli direttivi operativi e gestionali:
 Distaccamento (Istituti Scolastici o zone territoriali)
 Compagnia (Capoluogo di Provincia)
Coordinamento Regionale
Coordinamento Nazionale
Nei capoluoghi di provincia sono insediati gli Staff dell’ANCI e sono costituite le ‘Compagnie Cadetti’. Se le condizioni lo richiedono possono essere attivati dei ‘Distaccamenti’ in altri luoghi della Provincia. Anche presso le diverse scuole che aderiscono al progetto, possono essere attivati dei distaccamenti. I distaccamenti dipendo dalla Compagnia di riferimento. Le compagnie acquisiscono il nome della città.

Naturalmente, il tutto per “Amor di Patria” e per instillare il sacrosanto “senso del dovere” nelle giovani generazioni, s’intende!

“L’ANCI pur promuovendo le Forze Armate non vuole essere un’organizzazione di reclutamento o indottrinamento, ma piuttosto una organizzazione che guarda al futuro delle giovani generazioni e richiede alle stesse impegno e capacità di sacrificio per crescere e prepararsi alla vita promuovendo capacità importanti quali leadership, disciplina, intraprendenza, indipendenza e resistenza. Possono far parte dell’Associazione studenti maschi e femmine che di età compresa tra i 14 e 18 anni (Cadetti) e adulti (Aspiranti Istruttori/Istruttori).
In ingresso i ragazzi e ragazze sono
Allievi Cadetti. L’Allievo Cadetto che negli anni successivi al primo, sceglie di permanere nell’ANCI ha l’opportunità di approfondire conoscenze ed esperienze. In funzione della crescita individuale sono stati definiti appropriati Livelli, ai quali corrisponde l’avanzamento ai gradi superiori. Per ottenere la promozione al grado superiore è necessario superare le seguenti Qualifiche di Profitto..”

Nella fattispecie, le “Qualifiche di Profitto” prevedono il conferimento di appositi gradi sotto forma di stars (come le stellette che contraddistinguono gli ufficiali dell’esercito).
E d’altronde l’intera terminologia sembra mutuata dal linguaggio militare, inerente l’addestramento reclute:

“La carriera del Cadetto/a avviene previo la partecipazione alle attività proposte dall’ANCI unitamente al superamento positivo del livello di qualifica previsto. Il grado iniziale è  Cadetto TD che lo studente/ssa acquisisce automaticamente al termine del percorso del Training Day. I successivi avanzamenti sono possibili  partecipando, agli addestramenti e alle Qualifiche di Profitto. Al grado di Cadetto Maggiore Aspirante Istruttore  è possibile accedere  (per il Cadetto Maggiore)  dopo aver compiuto da almeno 6 mesi il 18° anno. Per accedere al ruolo Istruttore è necessario frequentare il Corso Istruttori, al termine del quale il CMAI ottiene la qualifica di Aspirante Istruttore (AI). Per transitare nel ruolo Istruttore l’Aspirante Istruttore deve prestare servizio in quel ruolo per almeno due anni.”

Pilastro della formazione sono infatti gli “Istruttori Militari” che garantiscono il corretto training dei “cadetti”:

“Appartengono alla categoria degli  Istruttori Militari tutti quelli che hanno svolto il servizio militare (Riserva), o ne fanno parte. Possono tutti acquisire il ruolo Istruttori senza limitazioni di Corpo, Arma o Grado. E’ incluso nello stesso rango anche il personale proveniente dalle Associazioni d’Arma. Per ottenere la qualifica di ‘Istruttore’ è necessario frequentare il Corso Istruttore. Gli Istruttori Militari una volta abilitati al ruolo, devono esibire il grado acquisito durante il servizio militare accompagnato da specifico brevetto di Istruttore.”

Tutte le informazioni potete reperirle direttamente sul sito ufficiale dell’ANCI di Monza [QUI].

Quello strano déjà vu…
 Confessiamo che lo stemma dell’ANCI-MONZA ci ha alquanto ‘incuriosito’… Gladio e Alloro… dov’è che l’avevamo già visto? Ah sì! Ci sembra di ricordare…
Se non fosse per la vanga ed il piccone, non era forse uno dei principali emblemi della
Repubblica Sociale di Salò, onnipresente sulle mostrine militari delle camicie nere repubblichine (gladio al centro, con corona di alloro e foglie di quercia)?!?

Sicuramente si tratta di uno spiacevole equivoco, giacché è evidente che i “Cadetti Italiani”, nella scelta del simbolo, volevano onorare i parà della Folgore e giammai gli ultimi pretoriani del Duce.
Infatti, il nome dell’associazione territoriale non lascia spazio ad ombra di dubbio:
“La Ferrea” in ricordo della Corona Ferrea, custodita proprio a Monza, che cingeva il capo dei primi Re d’Italia…
Peccato davvero che, in tempi più recenti, “La Ferrea” sia stato anche il nome tributato alla
25esima Legione ordinaria “Ferrea” di Monza, inquadrata nelle camicie nere territoriali della MVSN (Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale) per la II° Zona “Lombardia”.
La scelta del nome si ispira probabilmente alla ben più famosa LEG VI FERRATA: un’antica formazione legionaria di stanza in Siria, in origine reclutata da Cesare tra i Galli dell’Insubria, nella metà del I°sec. a.C.
Tornando al XX secolo, uno dei più importanti comandanti della “Ferrea”, in qualità di “console”, fu
Enzo Emilio Galbiati (dal 1° Luglio 1923 al 20 Luglio 1925); fascista convinto e squadrista della prima ora, era il responsabile delle squadracce brianzole operative nel monzese.
Ma la storia della “Ferrea” è a suo modo intrecciata coi
“Moschettieri delle Alpi”: reparti alpini di provenienza lombarda, inquadrati nella 116^ Legione Alpina “Como”

I Lombardi alle Colonie
 …Infatti, nel 1935 la 116^ partecipa alla Guerra d’Etiopia insieme ad un distaccamento della “Ferrea”; si tratta del CXXV (125°) Battaglione CC.NN. (Camicie Nere)  “Monza”.
Entrambe i reparti sono aggregati alla
II^ Divisione CC.NN. “28 Ottobre”. Questa è una unità di combattimento, con connotazione regionale, dove è forte la presenza lombarda. Lo si può dedurre anche da parte dell’organigramma, inerente la composizione:

114^ Legione “Garibaldina”
CXIV Battaglione “Bergamo”
CXV Battaglione “Brescia”
114^ Compagnia mitraglieri
114^ Batteria someggiata da 65/17
116^ Legione alpina “Como”
CXVI Battaglione “Como”
CXXV Battaglione “Monza”
116^ Compagnia mitraglieri
116^ Batteria someggiata da 65/17

Per una storia completa della II Divisione CC.NN. e la suddivisione dei reparti potete cliccareQUI. Invece, per una prospettiva circa l’organizzazione territoriale della Milizia, cliccateQUI.

Tra l’altro, “La Ferrea” è il nome della massima onorificenza al valore, conferita alle camicie nere delle unità aggregate alla Divisione ’28 Ottobre’ (giorno della marcia su Roma).
Le immagini dell’ambita croce commemorativa dovrebbero essere abbastanza eloquenti in proposito…

 

Ma noi sappiamo bene che, nel caso della Associazione Cadetti d’Italia di Monza, si tratta solo di uno spiacevole equivoco: Ogni riferimento a circostanze o fatti realmente accaduti e/oa persone realmente esistenti è da ritenersi puramente casuale.
Tuttavia, ci permettiamo un suggerimento amichevole: onde evitare fastidiosi accostamenti forse sarebbe meglio prestare una maggior attenzione a certa scelta ‘simbolica’ che, ne siamo sicuri , è stata totalmente involontaria..!

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Allenati per la vita

Posted in A volte ritornano with tags , , , , , , , , , , , , , , , on 24 settembre 2010 by Sendivogius

È divertente osservare come i prolifici specialisti in demolizioni del Gruppo Guastatori accasermati al MIUR (Ministero Istruzione Università e Ricerca), sotto l’illuminata guida dell’avv. Gelmini, di tutto si occupino tranne che di Scuola e formazione didattica… Ma ancora più interessante è constatare come i famigerati fondi ministeriali, così risicati per tutto ciò che concerne la pubblica istruzione, non manchino mai per sovvenzionare ad libitum le iniziative più strampalate con le quali il ventennio berlusconiano continua a stupirci.
   La difficoltà maggiore consiste nel mantenere il passo (di marcia) con il zampillante stillicidio di deliri, tradotti in prassi ordinaria di governo. Parliamo di menti malate che in un Paese civile troverebbero accogliente ospizio nel più vicino padiglione psichiatrico, piuttosto che essere investiti di responsabilità amministrative.

«Da noi, disperse le tre “i” (Internet-Impresa-Inglese) lungo il percorso, dopo i “presidi-manager” e “sussidiarietà scolastica”, si conciona allegramente di Padania, di dialetti, eredità celtiche, classi razziali separate, in attesa di qualche altra demenziale stronzata che siamo certi non tarderà ad arrivare…»

E infatti l’inizio dell’anno scolastico promette bene. L’evidenza salta subito all’occhio; basta guardare la scuola verde Padania di Adro, con gli oltre 700 marchi leghisti del monomanicale borgomastro longobardo: il cerebroleso Oscar Lancini.
Pertanto, dopo gli artifici della finanza creativa è tempo di passare alla pedagogia creativa, con l’introduzione nelle scuole dei vecchi corsi di “arditismo”, appositamente riadattati per bimbiminkia in mimetica, con la variante ministeriale dell’accoppiata demente Gelmini-LaRussa.
Ancora una volta, la Lombardia si pone come avanguardia nazionale della nuova Italietta fascistizzata.

 Le Vie del Minchione sono infinite. Come una fogna intasata pompa stronzate a getto continuo, così  il generalissimo  Benito La Russa continua a stupire il mondo con le sue parodie littorie per marmittoni da operetta. L’ultima delle trovate nel mazzo (o nel fascio?!?) è l’istituzione di corsi teorici di “cultura militare”, con esercitazioni pratiche, a cura dell’Ufficio scolastico lombardo insieme al Comando regionale dell’Esercito, col patrocinio ministeriale.
L’iniziativa, che tanto ricorda
l’istruzione premilitare dei ‘Giovani Italiani’, si chiama “Allenati per la vita” e prevede una serie di attività mirate in funzione anti-bullismo, sotto la supervisione di un centinaio di istruttori in uniforme dell’UNUCI (Unione Nazionale Ufficiali in congedo).

«L’attività “Allenati per la Vita” è un corso teorico con successiva gara pratica tra pattuglie di studenti, valido come Credito formativo scolastico e con oneri di spesa sponsorizzati da Enti pubblici e privati. Oltre alle lezioni teoriche, che possono essere inserite nell’attività scolastica di “Diritto e Costituzione”, il progetto sviluppa le attività di: primo soccorso, arrampicata, tiro con arco e pistola ad aria compressa, nuoto e salvamento, orientiring ed, infine, percorsi ginnico – militari. Le attività in argomento permettono di avvicinare, in modo innovativo e coinvolgente, il mondo della Scuola alla Forze Armate, alla Protezione Civile, alla Croce Rossa ed ai Gruppi Volontari del Soccorso.
La pratica del mondo sportivo militare, veicolata all’interno delle scuole, oltre ad innescare ed instaurare negli studenti la “conoscenza e l’apprendimento” della legalità, della Costituzione, delle Istituzioni e dei principi del Diritto Internazionale, permette di evidenziare, nel percorso educativo, l’importanza del benessere personale e della collettività attraverso il contrasto al
bullismograzie al lavoro di squadra che determina l’aumento dell’autostima individuale ed il senso di appartenenza ad un gruppo.»

Come l’addestramento all’uso delle armi, e l’iniziazione di “pattuglie di studenti” alle divertenti delizie delle esercitazioni marziali (attraverso il mitico ‘percorso di guerra’ che chiunque abbia fatto il servizio di leva conosce), possa contribuire all’apprendimento della Legalità e della Costituzione, rimane un mistero la cui soluzione è chiara unicamente agli organizzatori.

Certo, l’indispensabile preparazione alla difesa NBC (nucleare, batteriologica e chimica), non mancherà di avvicinare alle “Istituzioni” ed ai “principi del diritto internazionale” gli studenti, così  temprati nello spirito e uniti  al “superamento ostacoli” nella vita come nella cavallina.
Finalmente, la sensazione di appartenere ad un “gruppo” conferirà ai giovani incursori in erba una nuova consapevolezza basata sulla fratellanza guerriera, rispetto agli esecrati bulli abituati a muoversi in “branco”, affratellati dalla solidarietà tribale tra i più prepotenti. Infatti, come tutti sanno, le prepotenze dei ‘bulli’ difettano in disciplina e  sicuramente, scaturiscono da una mancanza di “autostima individuale”.
 Al contrario, immaginiamo che il corso sia finalizzato, in coerenza con lo spirito dei tempi, a creare una scuola più sicura, protetta e blindata con solide certezze…

Ma le materie  in oggetto prevedono anche gare pratiche di sopravvivenza “con uscite in ambiente alpino  ed  almeno un  pernottamento in ambienti ostili”. Fondamentale in tale ambito è  pertanto l’apprendimento delle tecniche di “orientiring”, parola che sul dizionario di inglese non esiste. Presupponiamo ci si riferisca al termine orienteering.
 Non mancano poi le esercitazioni al locale poligono di tiro e visite  in caserma, presso reparti dell’esercito, in una sorta di rivista delle reclute, per avvicinarsi “in modo innovativo e coinvolgente” ai Gruppi volontari del soccorso.
L’acquisizione di una simile esperienza non va certo sottovalutata né dispersa, pertanto la partecipazione al corso comporterà l’acquisizione di crediti formativi scolastici da spendere in fase di scrutinio. C’è da chiedersi se il medesimo riconoscimento di ‘crediti’ riguarderà anche chi in orario extra-scolastico aderisce ai gruppi scout della AGESCI o magari simili, frequenta associazioni di volontariato attive sul territorio, pratica attività sportive come quelle già contemplate, conosce il linguaggio morse, l’astronomia, o si diletta in segnali di fumo… 

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