Archivio per Licenziamenti facili

PACCATA & FUGA

Posted in Business is Business, Masters of Universe with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 21 marzo 2012 by Sendivogius

A chi serve la ‘strutturale’ riforma del lavoro, targata Monti-Fornero?
Certamente non ai ‘giovani’, la categoria più citata ed abusata da una elite siderale di septuagenari nati già vecchi; iperborei ‘tecnici’ lontanissimi anni luce dai problemi e dalle aspettative delle nuove generazioni, praticamente estromesse da ogni prospettiva futura.
Meno che mai tale Riforma migliorerà le condizioni dei forzati a vita del lavoro precario. E di sicuro cambierà ben poco le magre sorti dei disoccupati di lungo corso, estromessi ai margini più infimi del mondo del sub-lavoro.
A parte la fondamentale estensione dei licenziamenti facili a tutte le tipologie da lavoro dipendente, semplificando oltre misura le norme che rendono assai conveniente ed immediati i licenziamenti individuali (una sicurezza in tempi di disoccupazione cronica), svincolando i datori da ogni responsabilità sociale ed i lavoratori da ogni forma di tutela residua, non si avvertono miglioramenti di rilievo. Ovviamente, rimane esclusa la possibilità di ricorso ai licenziamenti discriminatori.
Come in una notte oscura in cui tutte le vacche sono nere, è evidente che nessun padrone si rivolgerà mai alle sue maestranze dicendo: ti licenzio perché sei negro… perché odio i terroni… perché ti sei iscritto al sindacato… perché sei rimasta incinta… È chiaro che i motivi ufficiali del licenziamento saranno sempre di natura rigorosamente “economica”. Perché non tutti sono coglioni come chi firma e vota simili leggi.
Per contro, vengono estese le tutele “a tutti i lavoratori”… ad eccezione di coloro che non raggiungeranno il tetto delle 52 settimane lavorative, ovvero la fascia più debole ed esposta dell’universo ultra-flex (ma senza security) delle occupazioni para-subordinate.
L’importo dei nuovi sussidi sarà inferiore a quelli attuali, per una minor durata di tempo, e vincolato all’accettazione obbligatoria di qualsiasi tipologia occupazionale provvisoria, a prescindere dal precedente background professionale, sul modello americano.
In sintesi, se si esclude la cancellazione parziale dello scandaloso “contratto di associato in partecipazione”, terrore delle commesse, ed una ipotetica verifica sulle partite IVA individuali, rimane praticamente intonsa l’intera pletora di contratti atipici, con tutte le relative forme di sfruttamento legalizzato, che umiliano e schiacciano l’occupazione giovanile. In fondo si tratta soltanto di 45 diverse tipologie contrattuali, le quali rimarranno quasi totalmente escluse dall’estensione dei nuovi ‘ammortizzatori sociali’, ossia la paccata di miliardi tutta da trovare. Però vuoi mettere la noia di un “posto fisso”, con l’ebbrezza di quasi 50 posizioni diverse, altamente flessibili… e senza protezioni!
In compenso ai famosi gggiovani laureati in cerca di impiego, dovrebbe essere garantita una retribuzione minima per gli stage. Il meglio che si può concedere ai famosi ‘cervelli in fuga’… Il condizionale tuttavia è d’obbligo. Infatti, tra le varie iniziative dei professoroni, si prevedeva anche un rimborso per i praticanti negli studi legali, costretti a lavorare schiavizzati a gratis per i milionari Principi del Foro… Naturalmente, al di là delle buone intenzioni, non se ne è fatto poi nulla.
Soprattutto ci sono i nuovi “contratti di apprendistato”, ulteriormente estesi negli anni. E l’inflessibile ministra Fornero si guarda bene dal rivelare che i sedicenti “apprendisti”, a parità di ore lavorate e di mansioni, percepiscono uno stipendio inferiore rispetto ai loro colleghi stabilizzati.
Non per niente, ci troviamo dinanzi al genio incompreso di menti superiori…

  Intelligenza Artificiale Governativa
  di Piergiorgio Odifreddi
  (19/03/2012)

«Maurizio Crozza ha fin da subito individuato, nelle sue imitazioni, la caratteristica principale del presidente del Consiglio: di essere un automa, in grado di simulare alcuni aspetti meccanici del pensiero, ma non i sentimenti di empatia e simpatia tipici degli umani: meno che mai, ovviamente, di provarli.
La sua ministra del Lavoro e delle Politiche Antisociali non è da meno, anche se la sua release al femminile conteneva agli inizi un bug, subito corretto, che le ha causato, alla sua prima simulazione pubblica, la perdita di liquido oculare (per rimanere all’imitazione di Crozza).
Entrambi i due automi governativi hanno in questi giorni confermato la loro natura meccanica, emettendo a Torino affermazioni sul mercato del lavoro che, se fossero uscite dalla bocca di qualche umano, sarebbero risultate agghiaccianti.
Monti ha spiegato, tanto suadentemente quanto può un robot, che la Fiat è sì “sempre stata governativa”, come diceva Gianni Agnelli. E dunque ha sì sempre ricevuto ingenti sovvenzionamenti statali, all’insegna del motto “i nostri guadagni sono privati, i nostri debiti pubblici”. Ma, ciò nonostante, non ha alcun obbligo di sentirsi in debito con la nazione. Anzi, ha non solo il diritto, ma addirittura il dovere, di andare a cercarsi altrove nuovi polli da spennare, visto che ormai noi di piume non ne abbiamo più.
Quanto alla Fornero, ha pure lei confermato che “a Fiat non può fare ciò vuole”: da intendere, ovviamente, nel senso che il mercato non è affatto “libero”, come i liberisti avevano proclamato fino a ieri, ma costringe i rapaci a comportamenti coatti. Quanto alla riforma del lavoro che sta preparando, la ministra ha concesso che l’accettazione del piano da parte delle parti sociali sarebbe ”un valore aggiunto”, ma non è comunque una necessità.
Persino il presidente della Repubblica, che pure è il primo responsabile della transizione da un governo di subumani a un governo di non-umani, ha dovuto ammettere che “sarebbe grave” se si facesse un accordo contro i lavoratori e i loro rappresentanti. Ma anche lui ha inteso le sue apparentemente ovvie parole non nel senso che il governo dovrebbe presentare un piano accettabile, bensì che i sindacati dovrebbero “far prevalere l’interesse generale su qualunque calcolo particolare”.
Che sia un ex-comunista a considerare “calcolo particolare” le lotte sindacali, e “interesse generale” quello dei mercati, è un segno dell’abisso nel quale siamo caduti, con la scusa della crisi economica. Da Rifondazione Comunista siamo passati alla Fondazione di Asimov, ma è ai romanzi di Philip Dick che dovremo ormai rivolgerci, per trovare descrizioni adeguate di un mondo che noi umani non potevamo immaginare, e meno che mai prevedere.»

A tal proposito, è interessante constatare l’iper-attivismo ritrovato di un Presidente della Repubblica, finalmente destatosi da un lungo sonno; specialmente se paragonato al torpore catatonico del suo imbalsamato predecessore: il silente e men che mai presente Carlo Azeglio Ciampi.

In seguito all’apparente dipartita di B., il presidente Napolitano, dopo anni di assoluto mutismo, sembra finalmente aver ritrovato la favella (e il coraggio), troppo a lungo smarrita durante la stagione felice della finanza creativa, all’ombra del bunga-bunga tra le mutandine delle nipoti di Mubarak. Prima evidentemente non aveva nulla da eccepire.
Seppellito prematuramente l’imbarazzante Pornonano, tutto ciò che ai tempi del berlusconismo dominante sembrava ai limiti dell’abuso di potere  oggi è diventato la norma, quasi che la sostanza prescinda dalla persona: esautorazione delle prerogative parlamentari; abuso della decretazione d’urgenza; cancellazione della famigerata “concertazione” (fintanto che ha fatto comodo a Fiat e confindustriali però andava bene); sostanziale approvazione di tutti i provvedimenti speciali in materia di lavoro, giustizia, libertà di stampa, del precedente governo… Il tutto reso possibile grazie alla straordinaria partecipazione dell’ormai irrecuperabile Partito Democratico, che ora garantisce il suo appoggio incondizionato a proposte di legge fino a pochi mesi fa considerate inammissibili. Infatti, senza alcun imbarazzo, il PD siede nella stessa maggioranza governativa insieme a Cicchitto e Gasparri, Verdini e Dell’Utri… ma il campionario è ben fornito. ‘Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei’. 
E comunque questa riforma del lavoro è indispensabile. Non parliamo poi del resto del companatico…
Ce lo chiede l’Europa, ovvero Angela Merkel che si guarda bene dall’imporre le stesse misure draconiane ai tedeschi.
Ce lo chiedono i mercati (finanziari) e certo mica puoi permetterti di scontentare le loro pretese. I “Mercati”… ovvero le banche d’affari in overdose da derivati… ovvero Goldman Sachs ed i vari emuli di Morgan il pirata… ovvero gli speculatori dei grandi fondi di investimento (hedge funds)… tutti insieme appassionatamente sotto l’ombrello munifico della Banca Mondiale, del Fondo Monetario Internazionale, e della Banca Centrale Europea (la troika). Tutte così arcigne nei confronti del “debito sovrano”, inflessibili nei confronti degli anelli deboli dell’UE (si tratta di popoli da castigare in funzione rieducativa), ma così incredibilmente generose nell’erogare miliardi di euro con interessi irrisori a tutto vantaggio degli istituti del credito privato, all’origine della più devastante crisi economica degli ultimi 80 anni. Perché c’è debito e debito…
In pratica è come se, dopo essersi affidati incautamente ad una banda di strozzini per risolvere i propri problemi economici, magistratura e polizia imponessero al taglieggiato di ripagare con tanto di interessi centuplicati i proprie estorsori, con un’ulteriore aggravante: gli strozzini non si accontentano di ricevere indietro la somma maggiorata, ma pretendono di imporre anche COME procurarsela.
E si spaccia per “tecnica” una ricetta che in realtà è tutta politica, nella sua pretesa di validità universale, e che così straordinari risultati sta comportando in Grecia, ma anche al Portogallo: l’alunno modello della troika condotto per mano al collasso sociale….

  L’OBIETTIVO INDICIBILE
  di Carlo Clericetti
  (20 marzo 2012)

«Tra le misure imposte alla Grecia c’è stata anche la riduzione del 30% del salari minimi, oltre ai vari tagli a indennità e mensilità aggiuntive dei dipendenti pubblici. Per la Spagna non c’è stato bisogno di imposizioni così plateali: la riforma del lavoro approvata dal nuovo governo conservatore di Mariano Rajoy (tanto lodata dal nostro presidente del Consiglio) prevede tra l’altro che, dopo due trimestri di riduzione dei ricavi, le aziende possano decidere unilateralmente di ridurre le retribuzioni. Per i dipendenti c’è una finta scelta: o accettano, o se ne vanno ottenendo un modesto indennizzo monetario.
Vogliamo fare qualche ipotesi su come si comporteranno, in un paese dove la disoccupazione supera il 20%?
Se in Italia fosse rimasto Berlusconi, la cui credibilità era sottozero, anche a noi sarebbe stato imposto un diktat in proposito. Ora che c’è Monti, di cui la signora Merkel si fida, si può lasciare a lui il compito – che però resta lo stesso – in modo da salvaguardare almeno l’apparenza del mantenimento di una sovranità ormai di fatto evaporata.
[…] Quando un paese perde competitività (ed è il caso dell’Italia e di tutti gli altri paesi colpiti dalla “cura”), se non può svalutare la moneta – e nessuno dei paesi euro può prendere questa decisione – deve procedere a una “svalutazione interna”, cioè deve fare in modo che prezzi e salari si riducano fino a quando la sua economia non torna competitiva. A quel punto, sostiene questa teoria, il paese aumenta le esportazioni, la bilancia commerciale ritorna in equilibrio, l’economia riparte e tutti tornano felici.
Ma, appunto, di una teoria si tratta, e molti economisti di primo piano sostengono che è completamente sbagliata. Perché nel frattempo il paese in questione entra in recessione, le aziende chiudono, la disoccupazione aumenta, cadono i redditi e il Pil, i conti pubblici peggiorano nonostante i tagli: si alimenta, cioè, una spirale perversa. Lo abbiamo visto in Grecia, lo stiamo vedendo in Portogallo, in Spagna, in Italia. Molto probabilmente tra poco la Francia si unirà al gruppo. Ma finché non se ne convincono i tedeschi, che in questa fase di fatto comandano in Europa, la linea non cambierà.
E veniamo alla nostra “riforma”. Al di là degli escamotage che saranno inventati dai sindacati per salvare la faccia, l’articolo 18 sarà reso completamente inefficace. Dal momento che è ormai scontato che il licenziamento potrà essere motivato da ragioni “economiche o organizzative”, nessun imprenditore sarà così sprovveduto da attuare licenziamenti discriminatori o persino disciplinari: un problema organizzativo – con la necessità di ristrutturazione che hanno tutte le aziende in questa fase – si trova molto facilmente. E allora, con i licenziamenti praticamente liberi, succederà una di queste due cose, o meglio tutt’e due. In parte verrà posta la scelta tra riduzioni di salario o un certo numero di licenziamenti; in parte ci si libererà di una parte di lavoratori più anziani per sostituirli, a minor costo, con giovani che nel migliore dei casi entreranno con il contratto di apprendistato, tre anni – estendibili a cinque – a salario ridotto e con la possibilità di esser mandati via. Ci saranno un po’ di ammortizzatori sociali, ma con una durata inferiore agli attuali e con meno gente che avrà la possibilità di passare – alla loro scadenza – alla pensione, visto che l’età è stata aumentata. Un meccanismo poco appropriato, ma che finora aveva sostituito, anche se non per tutti i lavoratori, le carenze delle protezioni dalla disoccupazione.»

Naturalmente, secondo la vulgata ufficiale, tutte le preoccupazioni sono per i “giovani” che i vari ministri del Governo Monti, tanto per non smentirsi, prendono per il culo un giorno sì e l’altro pure.
Bisogna dire che una parte consistente della categoria anagrafica in questione sembra però gradire il particolare ‘servizio’…

Homepage

Disturbi tecnici

Posted in Business is Business, Masters of Universe with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 7 febbraio 2012 by Sendivogius

È rassicurante ascoltare gli ukase del direttorio tecnocratico che, con la scusa della crisi e del “ce lo chiede l’Europa”, ha stabilito una sorta di reggenza geriatrica sull’Italia: la finta malata d’Europa affidata ai ‘medici della peste’ (finanziaria) e trasformata in cavia sperimentale, per l’elaborazione di futuri modelli neo-oligarchici di democrazia a rappresentatività limitata.
È commovente vedere un governo di septuagenari disquisire così appassionatamente di centralità dei Gggiovani e di flessibilità occupazionale da parte di un’elite di privilegiati che sembra uscita direttamente da un cda bancario e agisce per conto-terzi, indossando sopra il gessato padronale la tunica immacolata dei ‘redentori’.
A sentire le gorgoni di ghiaccio che accompagnano il robotico prof. Monti, giunto a salvare le banche dall’insolvenza impegnando il culo degli altri, sembra che il più grande problema di questo Paese sia non la disoccupazione dilagante, ma i lavoratori con impiego garantito. Il rilancio dell’occupazione passa infatti attraverso la libertà di licenziamento; la lotta al lavoro para-subordinato scaturisce dalla cancellazione di quelle garanzie occupazionali, che tutelano il lavoratore dalla ricattabilità contrattuale e dagli abusi di una precarietà diffusa. Si capisce bene che a fronte di 230.000 nuovi disoccupati preventivati per il 2012, la priorità è estendere i licenziamenti e restringere le indennità.
Oggi il bersaglio privilegiato delle invettive governative è il famigerato Art.18, ma il vero obiettivo è l’eliminazione di tutto il pacchetto attraverso l’abrogazione dell’intero ‘Statuto dei Lavoratori’. In nome della “modernità”, s’intende! E del “riformismo” che la sottende.
Si tratta di un’operazione di marketing strategico, basata sulla reiterazione concentrica di messaggi provocatori ma destabilizzanti se ripetuti con determinazione. Per certi versi, ricorda le tecniche del False-flag, applicate all’ambito socio-economico nel nome di interessi che, lungi dall’essere universali, sono particolarissimi…
Mario Monti lancia la granata a frammentazione oltre la trincea del lavoro e dei diritti, guidando l’assalto del padronato ringalluzzito come non mai. Il resto del governo con le due ministre pasdaran apre il fuoco di copertura, aspettando che giungano i rinforzi dagli ascari presenti nei partiti e nei sindacati gialli, a consolidare la breccia nel corpo sociale col supporto dei media embedded.
D’altronde, questo è un Governo all’insegna dell’eccellenza e composto da intelligenze geniali. Non per niente, tra la ventina scarsa di docenti universitari in Italia diventati titolari di cattedra prima dei 32 anni di età, abbiamo il rampante Michel Martone (un figlio d’arte) e la figliola prodigio dell’inflessibile ministra Elsa Fornero. Per nulla annoiata dalla “monotonia del posto fisso” (meglio se pubblico) e conquistata dalle sue “facili illusioni”, come tutti ormai sanno, la brillante Silvia Deaglio è professoressa a Torino nella stessa università del papi economista e mammà Elsa, inseparabili in facoltà. La giovane oncologa deve costituire un caso veramente aggravato di mammismo acuto, tanto da ottenere nel 2010 un ulteriore posto fisso nella ‘Human Gentics Foundation’, finanziata e sponsorizzata dalla Compagnia San Paolo di cui mamma Elsa è stata vice-presidente. La fondazione HuGeF è altresì una creatura organica al gruppo BancaIntesa del ministro Corrado Passera, e cofinanziata dal Politecnico di Torino del quale il ministro Francesco Profumo è stato rettore. È un caso che da quando la dottoressa Deaglio è diventata responsabile per la ricerca della Fondazione, siano piovuti finanziamenti a pioggia per i progetti affidati alla promettente ricercatrice. Cuore di mamma!
Evidentemente, deve avere ragione il ministro Anna Maria Cancellieri, quando sostiene che:

Gli italiani sono fermi, come struttura mentale, al posto fisso, nella stessa città e magari accanto a mamma e papà, ma occorre fare un salto culturale

Ma una funzionaria prefettizia, con un posto fisso nel pubblico impiego e rigorosamente a tempo indeterminato, andata in pensione con il vecchio sistema retributivo, con una laurea in Scienze politiche conseguita dopo i 28 anni (ma con la metà degli esami rispetto ad un neo-laureato di oggi) e quindi tecnicamente una “sfigata”, richiamata dal suo dorato ritiro per fare il Ministro degli Interni, non dovrebbe occuparsi unicamente di pubblica sicurezza e politiche interne?!?
Non si capisce dunque perché la ministra tecnica, già prefetto, parli allora di lavoro e dinamiche occupazionali.
 Comunque, in quanto a flessibilità e “salti culturali”, questa specie di caricatura di Jimmy il Fenomeno deve essere una vera esperta… Infatti, in virtù della sua elasticissima “struttura mentale”, è stata impiegata per la durata di soli 23 anni consecutivi come capoufficio stampa della Prefettura di Milano, ancor prima di conseguire la laurea. Prima ancora però, the iron lady Cancellieri ha dovuto confrontarsi col duro mondo del lavoro, affrontando il dramma dell’instabilità occupazionale. Infatti a 19 anni, freschissima di diploma, entra subito a lavorare per la Presidenza del Consiglio, occupandosi di questioni relative alla diffusione della cultura in Italia.
È talmente brava che rimane congelata in sonno criogenico a Milano fino al 1993, quando alla fresca età di 50 anni comincia la sua ascesa come prefetto e commissario straordinario, in giro per l’Italia con appartamento di servizio, macchina con autista, e indennità varie di missione. Cose che solitamente ai forzati del lavoro pendolare sono negate.
D’altra parte, mamma Cancellieri, quando discetta di “flessibilità” e “precarietà”, sa bene di cosa parla. Suo figlio, Piergiorgio Peluso, con i suoi 500.000 euro annui di stipendio, nel Giugno 2011 è diventato direttore generale del Gruppo FONSAI, la Fondiaria della famiglia Ligresti: fulgido esempio di solidità finanziaria e gestione cristallina, attualmente sull’orlo del fallimento ed in disperata ricapitalizzazione.
Evidentemente, quando si parla di mobilità e lavoro, i nostri ministri tecnici sono convinti che tutti siano multi-lingue, con una dozzina di lauree nel cassetto, una buona cerchia di amici che contano, e svariate decine di migliaia di euro come stipendio mensile. Altre opzioni non sono contemplate e certo tutti gli altri devono adattarsi.
Del resto, lo sapevano bene anche i tedeschi che non per niente sono maestri in organizzazione e gestione produttiva delle maestranze, nel massimo risparmio attraverso la contrazione dei costi. A tal proposito, la storia germanica ci fornisce i modelli migliori per il ricollocamento ottimale della manodopera in eccesso, scarsamente specializzata o semplicemente troppo stagionata per le sacre esigenze del “mercato”…

Certamente noi non vogliamo mettere in discussione le capacità professionali del super manager di mamma. Immancabile laurea alla Bocconi, con master in corporate finance alla “London School of Economics”, Piergiorgio si è fatto le ossa come revisore contabile alla “Andersen”, entrando successivamente in Mediobanca senza mai uscirne, passando per le varie partecipate che gravitano nella galassia del Gruppo: GeminaCapitalia… e soprattutto UNICREDIT, occupandosi in prevalenza del Corporate & Investment Banking.
Sono noti gli strepitosi successi conseguiti dall’ex banca di Profumo, nell’ambito della politica di investimenti internazionali.
C’è da chiedersi, dopo lo smantellamento delle tutele del lavoro dipendente, a quali banche verranno affidate (e regalate) le nuove dismissioni immobiliari previste dal Governo Monti…

Homepage

Il Brivido della Monotonia

Posted in Business is Business, Muro del Pianto with tags , , , , , , , , , , , , , on 2 febbraio 2012 by Sendivogius

“I giovani devono abituarsi all’idea che non avranno un posto fisso per tutta la vita.
Del resto, diciamo la verità, che monotonia un posto fisso per tutta la vita!
È più bello cambiare, avere delle sfide, purché siano in condizioni accettabili. E questo vuol dire tutelare un po’ meno chi oggi è iper-tutelato; tutelare un po’ di più chi è quasi schiavo del mercato del lavoro o non riesce ad entrarci.”

  Mario Monti
  (01/02/2012)

Che figata pazzesca invece elemosinare il rinnovo contrattuale ogni tre mesi, per un impiego di merda e pure sottopagato! Che emozione adrenalinica sfogliare i giornalini con gli annunci di lavoro, per mirabolanti prospettive da venditore ambulante, operatore telefonico di call-center, pony express automunito, o commessa associata in partecipazione..!
Vuoi mettere l’ebbrezza di vendere aspirapolvere a domicilio; saturare il parentado estorcendo assicurazioni sulla vita; asfissiare telefonicamente pensionati ottuagenari con contratti per l’ADSL?!? E queste non sono mica “sfide” all’altezza di chiunque! Bisogna infatti essere ambiziosi, con propensione alla vendita, determinati al raggiungimento degli obiettivi… meglio se con partita IVA e con stipendio rigorosamente indefinito. In quanto alle opportunità che offre il mercato del lavoro, molto meglio se le offerte sono dinamiche.. fantasiose.. sicuramente originali!

Offro lavoro come articolista per sito di Poker.
Il lavoro dovrà essere fatto da casa attraverso internet.

Cerchiamo una psicologa che sia anche operatrice olistica ed abbia esperienza della disciplina tantra per inserimento immediato centro per il benessere olistico a Roma.
Requisiti richiesti:
 – laurea in psicologia (anche triennale)
 – competenza nelle discipline olistiche
 – età: dai 23/24 anni a 35 anni
 – bella presenza
 – capacità di lavorare in gruppo
 – comprovata esperienza o attitudine ad imparare le tecniche tantra da applicare durante le sedute.
Per essere contattate inviare tassativamente c/v e foto.
Astenersi chi è priva dei requisiti richiesti, indecise e perditempo.

PRIMARIO UFFICIO ASSICURAZIONI cerca una segretaria che si occuperà del front-office, ricevimento clienti, supporto titolare. La candidata ideale ha età max 29 anni, buon uso pc, spiccate attitudini organizzative, relazionali e reale bella presenza. Il contratto è in apprendistato.
La sede del lavoro è Padova (zona industriale).
Il c.v. deve contenere TASSATIVAMENTE foto eloquente

Il candidato/a dovrà operare in prima persona sul piazzale del distributore di benzina e essere in grado di recepire le direttive impartite per il raggiungimento del risultato finale. Obbligatorio il domicilio nelle immediate vicinanze.
Requisiti minimi:
Volontà di apprendere e voglia di progredire con attitudine al rapporto interpersonale, gentile ed educato.
Città: Vittuone (MI)
Studi minimi: Licenza media
Esperienza minima: Senza esperienza
Tipo di contratto: Stage / Internship
Stipendio minimo: Non introdotto
Stipendio massimo: Non introdotto
Giornata lavorativa: Completa
Bonus/incentivi: rimborso spese

Gli annunci riportati sono assolutamente VERI!!! Appositamente selezionati per voi: dalla psicologa-tantra, alla porno-segretaria in apprendistato e con la foto “tassativamente eloquente”… fino allo stage come addetto full-time alla pompa di benzina, non retribuito ma rimborsato nelle spese, purché sia “obbligatoriamente domiciliato nelle vicinanze”.
E certo non c’è paragone con la monotonia di lavorare come operaio in linea di montaggio, quando puoi vagare come una merce in scadenza ravvicinata da una fabbrica a l’altra, eternamente fermi al salario minimo d’ingresso, tagliati fuori da tutte le integrazioni o dagli scatti di anzianità che un contratto a tempo indeterminato garantisce.
E che monotonia pagare tutti i mesi le rate bancarie del mutuo trentennale (la durata di una condanna all’ergastolo). Molto meglio saltare qualche pagamento, a discrezione della collocazione lavorativa e delle nuove sfide del mercato. Le banche sicuramente capiranno e apprezzeranno la novità. Non parliamo poi della monotonia di dover mangiare tutti i giorni o pagare le bollette a scadenze regolari.
Si capisce che per risolvere il problema della disoccupazione (non solo) giovanile in Italia la soluzione risiede nel licenziare con la massima facilità chi un lavoro ancora ce l’ha e al contempo cancellare la cassa-integrazione per i neo-licenziati, così le imprese risparmiano. Mentre il Padrone può pagarsi la porsche in leasing e la porca in affitto. Per quanto riguarda l’estensione delle indennità di tutela a tutti i disoccupati, se ne riparla invece a dopo la recessione, perché per ora i soldi non ci sono. Servono infatti a coprire il fondo di garanzia per il salvataggio degli Istituti di Credito.
E con una campagna martellante si fa passare per buona la barzelletta che una maggiore occupazione scaturisce da maggiori licenziamenti, attraverso la cancellazione delle tutele. Come due variabili assolutamente indipendenti siano diventate l’assioma di un medesimo teorema è l’ultima specialità di una truffa globale.

Homepage

La Fine del Lavoro

Posted in Business is Business with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 27 ottobre 2011 by Sendivogius

Nel lontano 1994 un clown miliardario promise un milione di nuovi posti di lavoro, rilanciando la posta ad ogni elezione. È superfluo ricordare come nel Paese di Borgo-Citrullo lo spot sia stato un successo, mentre i disoccupati aumentavano e la qualità del lavoro peggiorava a livelli mai visti prima.
Oggi che la disoccupazione ha raggiunto il suo record storico, con milioni di senza lavoro e salari da fame per chi un’occupazione ancora ce l’ha, l’imbolsito Capo-comico, ridotto a parodia di sé stesso, annuncia trionfante:

PIÙ  LICENZIAMENTI  PER  TUTTI!

È la promessa ‘epocale’ di questa barzelletta ambulante, per l’intrattenimento di Bruxelles, che non fa più ridere e al massimo suscita i sorrisi sarcastici dei partner europei, evidentemente preoccupati dall’inquietante Mascherone sesso-dipendente, che ciondola travestito da Al Capone per i corridoi istituzionali delle sedi comunitarie.
Nella letterina di intenti presentata ai tecnocrati della UE, accompagnata da un forte abbraccio ai presidenti della Commissione e del Consiglio europeo che non toccherebbero il Pornonano manco con un bastone, tra promesse di efficientamento e privatizzazioni selvagge, calendarizzate in 8 mesi impossibili, spunta l’ennesima “riforma del mercato del lavoro”. Non manca poi lo smantellamento di quel poco di umanistico che ancora rimane nella scuola pubblica (la Cultura non si mangia), insieme all’irrinunciabile riforma della Giustizia, ed altri impiastri in una lettera scritta a più mani, dove sono evidenti le zampate dell’accoppiata Brunetta-Sacconi.
Le ultime riforme del lavoro sono state un fallimento totale. Nel rilancio dell’occupazione femminile, di maggior successo si sono rivelati invece gli inviti a sposare un milionario… Tuttavia, in assenza di più impegnative proposte di matrimonio, come sa bene la donna che è consapevole di sedere sulla propria fortuna e che ne faccia partecipe chi può concretarla (la brillante ‘metafora’ è di Piero Ostellino), al Milionario basta garantire una serie di prestazioni occasionali, opportunamente retribuite previo utilizzo finale.
L’attuale bozza dei cattivi propositi introduce inoltre i “licenziamenti facili”, a discrezione assoluta del ‘padrone’ (è ora di tornare a chiamarli col loro vero nome) e senza alcuna garanzia per il lavoratore sottoposto a perenne ricatto.
Come contropartita, si promettono generiche tutele per i lavoratori atipici, con l’introduzione di più stringenti condizioni nell’uso dei “contratti para-subordinati”.
In concreto, mentre le “misure addizionali” per contrastare le forme improprie di lavoro dei giovani sono ancora tutte da elaborare, confinate al limbo delle intenzioni aleatorie, a demolizione degli ultimi contratti di lavoro a tempo indeterminato è già pronto invece il famigerato Articolo 8 della normativa Sacconi, che spazza via ogni garanzia residua a livello contrattuale, rimandando a tempi incerti la ben più cogente riforma degli ammortizzatori sociali. È la filosofia stringente di chi è convinto che l’incremento dei licenziamenti favorisca l’occupazione, salvaguardando il reddito.
Naturalmente, i vari Draghi… Marcegaglia.. Cordero di Montezemolo… non hanno nulla da dire in merito a quell’ossimoro economico, che reputa gli over-35 troppo vecchi per essere assunti, i lavoratori 50enni dei pezzi obsoleti dei quali disfarsi quanto prima (licenziamento facile), mentre si innalza il tetto dell’età pensionabile pensando di prolungare la permanenza al lavoro fino ai 70 anni.
In Italia, il crollo occupazionale coincide in massima parte con una disoccupazione giovanile crescente, determinando una frattura ed una sperequazione generazionale, come mai si era verificato prima, attraverso una serie di anomalie sistemiche giunte a livelli insostenibili.
D’altra parte, le sedicenti politiche di sviluppo e di rilancio sono incentrate unicamente sulla “flessibilità del mercato del lavoro”, che nella prassi si traduce in una precarietà esasperata (ad vitam!) e stipendi al minimo, condita da licenziamenti facili, totale assenza di tutele per i neo-assunti e una progressiva erosione delle garanzie contrattuali per gli occupati di lungo corso.
Si potrebbe quasi dire che il Lavoratore (o quel che ne rimane), de-individualizzato e disarticolato, perde la sua “centralità” per diventare funzionale al Lavoro, parcellizzato e de-contrattalizzato, senza però alcuna reale contropartita e senza che vi siano riflessi di lungo periodo, sulla creazione di nuovi posti di lavoro degni di questo nome. In alternativa, resta il cumulo di lavoretti stagionali, rigorosamente al nero; “collaborazioni” e “progetti” farlocchi, per impieghi para-subordinati, magari travestiti da stage. Sono i fenomeni di vecchio e nuovo sfruttamento, che contraddistinguono un’intera generazione di poor workers risucchiata nei gorghi del “lavoro atipico”.
In questa parodia oscena del darwinismo sociale, dove a soccombere sono i poveri, i giovani, e quelli nati nella famiglia sbagliata, fuori dal giro e dalla raccomandazione giusta, non potevano mancare due protagonisti d’eccezione nella pletora di personaggi lombrosiani…
 Il primo è un ministro del Lavoro, e delle politiche sociali inglesizzate in welfare. Si tratta di un ex ‘socialista’, cattolico devoto convertito alla “sussidiarietà” (ovvero stornare risorse pubbliche verso le imprese gestite dall’integralismo temporale di CL), e tra i principali responsabili dell’attuale sfascio finanziario [QUI]. L’unico scopo di questo innesto craxiano nel corpo del berlusconismo sembra essere quello di smantellare l’intero diritto del lavoro, spezzare ogni residua unità sindacale, ed entrare a gamba tesa nelle vertenze contrattuali come dodicesimo giocatore travestito da arbitro.
 Il secondo è l’amministratore delegato di un’azienda automobilistica ormai decotta, assistita per quasi un secolo da commesse pubbliche e investimenti di Stato, ma oggi sommersa dai debiti e di fatto commissariata dalle banche creditrici. Parliamo di un’industria che non riesce più a produrre un modello decente in grado di competere sul mercato e reggere la concorrenza delle grandi case automobilistiche europee. Che ripropone da almeno venti anni gli stessi ibridi, col medesimo nome, varianti minime e qualche ritocco estetico: come un buon film (magari non eccelso), subissato da una raffica di sequel più o meno all’altezza.
Attualmente, le sorti del gruppo sono affidate al maglioncino dei due mondi, convinto che il rilancio dell’azienda risieda nell’ulteriore ribasso dei salari e nella cinesizzazione delle maestranze, con minacce, ultimatum, ricatti, potendo contare sul supporto di più sindacati gialli a fare da sponda… È l’omone dei pull-over che veste in serie, come nel guardaroba di Paolino Paperino, terribilmente simile ad un nero scarrafone dei motori, nel parco demolizioni della metalmeccanica italiana.
Le cosiddette “misure a sostegno dell’occupazione” del ministro Sacconi sembrano pensate e scritte apposta per Lui: il socialdemocratico chietino-canadese, con residenza svizzera, deciso ad abbattere il costo del lavoro, incrementando il numero di ore e le turnazioni di lavoro a salari ridotti.
Con uno stipendio annuo di 4.782.400 euro, costituisce un fulgido esempio di risparmio e sacrificio a fronte di strabilianti risultati di vendite e qualità dei prodotti.
È il tipico esemplare di un capitalismo assistito, che non investe un centesimo in innovazione e formazione, che sopravvive grazie alla domanda indotta di appalti pubblici e agevolazioni fiscali, che predica e invoca “sacrifici” e “scelte impopolari”, ma non è disposto a rinunciare a nulla e niente concedere. A partire dai famosi investimenti promessi per gli stabilimenti FIAT di Pomigliano e Mirafiori.
In tempo di crisi e recessioni in arrivo, con aziende in dismissione e lavoratori sul lastrico, il buon Marchionne si è assicurato per la sua sussistenza personale una retribuzione di 1037 volte superiore allo stipendio medio di un metalmeccanico Fiat in Italia. A questa vanno però aggiunte circa 20 milioni di azioni gratuite, stock grant e stock option, per un valore complessivo calcolato attorno ai 200 milioni di euro (fluttuazioni di mercato permettendo): la paga annuale di quasi 13.000 operai italiani della FIAT, giacché gli stipendi delle controparti polacche e brasiliane non arrivano a 600 euro.
Da notare che lo stabilimento principale di Torino ha circa 5.400 lavoratori. L’amministratore Marchionne percepisce da solo più del doppio di tutte le loro paghe e liquidazioni messe insieme; però parla di tagli dei costi senza vergogna di apparire osceno.
La letterina bruxellese, che tanto è piaciuta ai guardiani del Debito ed ai sacerdoti del neo-monetarismo globalizzato, è l’ultimo atto (ma non il definitivo) all’insegna dello smantellamento progressivo dell’idea stessa che possa esistere qualcosa di “sociale”, sacrificata sull’altare delle divinità del mercato e di un’austerità che taglia i servizi per pagare le banche d’affari.
Coincide con la fine delle ultime lotte sindacali, prima che le “associazioni dei lavoratori” si trasformassero in agenzie di collocamento, collettori di favore politico, e dispensatori di servizi per la terza età. È speculare al generale disimpegno sociale e disinteresse pubblico. Da questo punto di vista, il segno più evidente è il reflusso dei rigurgiti craxiani di parassitismo politico che tuttora governano il Paese, dopo averlo condotto al dissesto economico sull’onda lunga degli Anni ’80.
È l’incapacità di strutturare un dissenso, elaborato in nuove strategie, nell’ansia da conformismo di un corpo sociale che in massima parte non esprime “idee” ma “status”, nella frustrazione di una mancata accettazione e riconoscimento titoli. O, al suo estremo, tutto rigetta nella catarsi distruttiva di un nichilismo senza prospettive.

Nel primo caso, la “protesta” non ha alcun carattere propulsivo e galleggia nella medesima carenza propositiva. È destinata piuttosto a diventare lo specchio pubblico delle angosce di borghesi-piccoli-piccoli (o aspiranti tali) dalle ambizioni frustrate: reflussi di “ceto medio” in declino, in attesa di stabile collocazione, che scalciano (ma non troppo) per rivendicare il proprio posto al sole, in un sistema che non contestano (se non in minima parte) e dal quale si sentono momentaneamente esclusi, pur aspirando a farne parte e possibilmente scalarne le gerarchie, perpetrandone intatta la struttura.
È in fondo una diretta conseguenza di quella che, a suo modo, il sociologo Giuseppe De Rita ha definito “cetomedizzazione” [QUI], attraverso il livellamento progressivo delle coscienze e delle aspirazioni in nome dell’omologazione al ‘sistema’.
In quest’ottica, la variante italiana al movimento degli “Indignados” rischia di esaurirsi presto per assenza di reali prospettive di lungo corso, declinate a favore delle rivendicazioni minime degli indignati dell’ultima ora, aggregati alla protesta unicamente perché sospinti da una crisi che li relega ai margini senza che possano capacitarsi del perché. Ma bene attenti a rimuovere e sopprimere ogni forma di conflitto.
I prodromi erano già in embrione da tempo. Oggi ci limitiamo a raccoglierne i frutti nefasti. Ogni involuzione ha la sua data simbolica che ne decreta l’inizio. Il reflusso italiano comincia a Torino, il 14 Ottobre del 1980. E non è un caso che la ricorrenza sia praticamente passata sotto silenzio, scavalcata dall’ennesima fiducia alla pornocrazia berlusconiana e dall’effimera manifestazione di Sabato 15 Ottobre, vivacizzata dalla presenza del ben più vitale gruppo degli inkazzati (veri), dopo la quale le proposte degli Indignati hanno lasciato il passo ad un generico (quanto imbarazzante) elogio della delazione e della repressione poliziesca.
Per concludere, sarà il caso di riproporre, a dispetto di una vulgata agiografica che tanto successo ebbe a partire dalle colonne de La Repubblica, le pagine che Marco Revelli dedicò alla cosiddetta “marcia dei quarantamila”, prima della grande febbre del berlusconimo post-craxiano alla fiera dei nani, quando tutti si identificarono col padrone e credettero che bastasse disprezzare gli ultimi per sentirsi ricchi:

 […] Al Teatro Nuovo, dove il “Coordinamento dei capi e dei quadri intermedi” aveva convocato una manifestazione nazionale contro il blocco dei cancelli e l’inerzia delle autorità, succede un fatto inedito, e per tutti inatteso. Intorno alla sala, già stipata nei suoi duemila posti dai quadri più attivi di quel nuovo “movimento”, si raccoglie una folla numerosa e incerta. Riempie lentamente il piazzale antistante, trabocca sul corso e nelle vie adiacenti. Alcuni sono venuti per convinzione. Altri per bisogno, curiosità, paura. Sostano a lungo in attesa, poi con una qualche ritrosia si inquadrano, incominciano a muoversi, nasce un corteo.
Una massa grigia e pervasiva incomincia silenziosamente a dilagare verso le vie del centro, cancellando segni e ricordi delle mille rumorose manifestazioni operaie, ripristinando le regolari geometrie dell’ordine di fabbrica e della quiete sabauda. Non un colore rompe l’uniformità cromatica, solo i cartelli tutti uguali del Coordinamento: “Il lavoro si difende lavorando”, “Diritto al lavoro”. Non un grido, uno slogan, una voce che non sia quella metallica dell’altoparlante. Solo lo scalpiccio sordo dei piedi sul selciato e quel brusio basso che esce dalle folle in attesa, dagli assembramenti casuali.
Sono l’altra faccia della fabbrica, l’incarnazione del lavoro privo di soggettività ribelle, a tal punto identificato con l’organizzazione produttiva da divenirne parte integrante, da farne la fonte della propria identità ed esistenza. «Non siamo – proclama il loro leader, Luigi Arisio – il partito dei capi. Siamo il ben più grande partito della voglia di lavorare, di produrre, di competere con la concorrenza». Interrogato, il giorno dopo, sulla sensazione provata davanti ai picchetti che sbarrano i cancelli, uno di loro risponderà, con calma, senza rabbia né calore, con solo un lieve accento di disprezzo nella voce: «Una sensazione di grande pena nel vedere un impianto così perfezionato in tutte le sue parti, immobile per colpa di quella gente».
La lineare perfezione della tecnica e la rumorosa imperfezione degli uomini, la compatta efficienza della macchina e l’anarchica soggettività del lavoro vivo: ora sono lì, appunto, per dichiararne lo scandalo. Per rivendicare che la contraddizione sia sanata. Marciano, e strappano agli operai i luoghi tradizionali d’espressione: Piazza San Carlo, la Prefettura, Piazza del Municipio. In un’ora cancellano, con il loro silenzio, trentatre giorni di rumore operaio. Marciano, e con un semplice gesto conquistano il centro della scena: 15.000 dirà il telegiornale, 30.000 titolerà “La Stampa”, 40.000 sparerà infine “Repubblica”. E tali rimarranno, nella storia e nell’immaginario collettivo. Sono loro i “vincitori”: d’ora in poi incarneranno lo “spirito del mondo”. Rappresentano “la notizia”, il novum che un sistema dei media ormai annoiato dalla ripetitività operaia attende. La loro manifestazione è “nuova” sotto molti punti di vista. Nelle forme: non più scandita, come gli obsoleti cortei operai, dai tradizionali “cordoni” ma strutturata per centri concentrici secondo la catena gerarchica, con al centro il capo ufficio, il capo reparto, il capo officina, e intorno via via, i subalterni.
Nelle tecniche di comunicazione: la prima grande mobilitazione telematica, il cui strumento di convocazione principale è stato il telefono. Nuova soprattutto nei volti, nelle espressioni, nei “soggetti”. La prima grande mobilitazione di massa del “capitale”, uscito finalmente dalla sua dimensione di “oggetto” e trasformato, per una sorta di feticismo della merce alla rovescia, in “movimento”.
Cosa abbia permesso a quel pezzo di fabbrica di animarsi; cosa abbia portato a un effimero e recalcitrante protagonismo quello strato abituato solitamente a comandare e tacere, è difficile dirlo. All’origine deve aver pesato certamente l’esasperazione, dopo oltre un mese d’immobilità coatta e di assenza di salario.
Così come presente, e centrale, è stata senza dubbio, per un’ampia parte, la preoccupazione per la situazione di mercato dell’azienda. L’identificazione con le ragioni della proprietà e con le leggi ferree della competizione economica (molti di loro erano, effettivamente, come dirà Agnelli, «gente la cui unica gratificazione è il successo dell’azienda e la soddisfazione nel proprio lavoro»). L’intenzione, quindi, di denunciare alla città i gusti temuti; di comunicare il proprio senso di pericolo. Né deve essere stato estraneo a quella mobilitazione un certo “spirito di vendetta”; la voglia di rifarsi di dieci anni di umiliazioni e di sconfitte esistenziali. Ma un ruolo di rilievo deve averlo giocato anche, e forse soprattutto, la paura. Il timore non solo e non tanto della perdita del posto, del fallimento dell’impresa, quanto piuttosto del declassamento, della ricaduta nell’universo anonimo e seriale del lavoro manuale.
L’orrore, in sostanza, per una condizione operaia vissuta come regno dell’irrilevanza individuale e dell’invisibilità sociale, da cui erano usciti proprio in forza del loro ruolo di comando – dell’accesso al mondo di chi esiste perché dirige -, e in cui rischiavano di essere ricacciati da un processo di innovazione tecnologica e di riorganizzazione aziendale che andava erodendo le basi stesse del loro micropotere.
La maggior parte dei capi Fiat era stata formata per esercitare funzioni di comando sugli uomini. Scarsamente qualificata sul piano strettamente tecnico, ignorava quasi del tutto le nuove tecnologie. Di esse sapeva soltanto che avrebbero ridimensionato decisamente il “fattore umano” nel processo lavorativo, e che avrebbero assorbito molti di quei compiti di coordinamento e gestione della forza lavoro che fino ad allora avevano giustificato buona parte delle posizioni gerarchiche a livello di officina. Gli altri, i quadri intermedi burocratici, gli impiegati, intuivano che quello stesso processo tecnologico dal quale erano stati resi “esuberanti” decine di migliaia di operai, se applicato al lavoro d’ufficio, avrebbe aperto vuoti ben più devastanti. La mobilitazione contro i picchetti, la “piazza”, devono essere sembrate a molti un’occasione insperata per proporre e stringere con la direzione d’impresa un tacito patto. Per tentare di scambiare fedeltà contro sicurezza, sostegno politico all’operazione di selezione e bonifica della componente operaia contro la garanzia del mantenimento di uno status e di un ruolo gerarchico non più giustificati sul piano tecnico.
La frase bisbigliata al passaggio del corteo da un anziano saldatore delle Carrozzerie – “Questi non vogliono il diritto di lavorare, ma di farci lavorare” -, coglie lo spirito di quella “marcia” più di cento ricerche sociologiche.

  Marco Revelli
  “Lavorare in Fiat. Da Valletta ad Agnelli a Romiti.
  Garzanti, 1989.

Ci sarebbe da chiedersi quanti tra quei sedicenti “quarantamila” abbiano oggi figli e nipoti, impantanati nella palude di stage non retribuiti e di tirocini infiniti, retrocessi nelle pieghe più infime di una precarietà esistenziale e lavorativa senza sbocchi… E che ora s’indignano. Con 30 anni di ritardo!

Homepage