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Argentina mi amor

Posted in Business is Business, Kulturkampf, Masters of Universe with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 7 febbraio 2013 by Sendivogius

Zio Tibbia

A noi il presidente del consiglio Mario Monti, tuttora premier ‘tecnico’ (poiché, seppur dimissionario, è ancora in carica e piena attività) di un governo mai eletto, sfiduciato e privo di maggioranza, che lungi dal limitarsi all’amministrazione corrente continua imperterrito a legiferare per decreto, e con un parlamento pressoché assente perché in campagna elettorale, senza che su una simile anomalia costituzionale il sommo Garante abbia nulla da ‘monitare‘, ha sempre ricordato per rigidità rigorista e strategie economiche Heinrich Brüning, cancelliere tedesco dal 1930 al 1932. Della preoccupante analogia, avevamo già parlato in dettaglio QUI.
Carlos Saul Menem (Retrato Oficial 1989)Ora, scopriamo invece (QUI ma anche QUI) che il vero modello della politica montiana è in realtà l’Argentina del presidente Carlos Menem: sconcertante emulo berlusconiano del populismo sudamericano, invischiato in traffici illeciti e plurinquisito, principale responsabile del crollo economico dell’Argentina e della vendita dissennata ai privati delle maggiori industrie produttrici nazionali, insieme al suo ministro delle finanze Domingo Cavallo. Quest’ultimo divenne famoso per la rocambolesca fuga in elicottero, assediato da una folla di migliaia di argentini inferociti e ridotti sul lastrico dalle sue catastrofiche ricette ultra-liberiste.

LA STAMPA - Monti e Menem

In una rara intervista pubblicata su La Stampa del 13/08/1994 era già racchiuso in tutta la sua attuale freschezza il Monti-pensiero, giunto fino ad oggi imperturbabile ed immutato…
Fiducia messianica nel potere auto-regolatore della “finanza”; primato assoluto e sacrale dei “mercati” che non sono una creazione umana, ma emanazione divina a cui piegare le leggi degli uomini e consacrare la vita dei popoli.
Dalla scelta cinica a “scelta civica”, c’è quasi un richiamo straussiano alla “nobile menzogna”: un’elite di sapienti che finge di conformarsi ai voleri delle moltitudini ignare; ne asseconda le illusioni per indirizzarne le credenze e con l’inganno carpirne il consenso, per rimettere tutto il potere nella disponibilità assoluta di pochi “eletti”.

I Racconti della Cripta

A proposito del primo Governo Berlusconi, incalzato dall’intervistatore, il banchiere prestato alla propaganda chiosa serafico:

«Il governo, alla sua nascita, aveva di fronte a sé due strade. Quella thatcheriana della politica aspra e dura, annunciata prima e poi seguita. E quella del consapevole “tradimento” delle promesse elettorali del presidente argentino Menem: eletto su una piattaforma peronista, ha poi capito che era nell’interesse del Paese fare una politica diversa, l’ha spiegato agli argentini, ha avuto in Cavallo un notevole ministro dell’economia e credo che oggi i suoi concittadini siano grati del “tradimento”»

Domingo Cavallo Domingo Felipe Cavallo, oriundo italiano della provincia piemontese (Buriasco), è un banchiere prestato alla politica. Ça va sans dire!
Nel 1991, in qualità di ministro dell’economia, Cavallo fa approvare uno speciale piano di convertibilità che fissa la parità di cambio tra il peso argentino ed il dollaro statunitense, con il preciso scopo di ridurre l’altissimo tasso di inflazione del paese sudamericano, in una prospettiva monetarista. Il piano di convertibilità presenta però un inconveniente di natura pratica: la perdita di sovranità monetaria e l’impossibilità di ricorrere a svalutazioni competitive, mentre le sorti di una valuta debole come il pesos argentino vengono legate alle fluttuazioni di una moneta forte come il dollaro, tramite il cambio fisso, con l’impossibilità da parte del governo centrale di controllarne le oscillazioni e di orientarne le dinamiche macroeconomiche.
Per stare in piedi, un simile piano è sostenibile solo attraverso politiche fortemente liberiste, incentrate su un’austerità ad oltranza, tramite la riduzione costante del debito e saldo di bilancio proiettato ben oltre l’avanzo primario. Se si vuole mantenere l’agganciamento alla moneta forte, la ricetta rigorista implica altresì l’accettazione di parametri rigidi e speciali “agende” appositamente confezionatr dal FMI e dalla Banca Mondiale, con la supervisione interessata di organismi privati. Per dirla col prof. Mario Monti, l’intera politica economica di uno Stato sovrano è ispirata e rimessa alle autorevoli opinioni espresse nei mercati e nei bollettini delle principali banche d’investimento, tutte analisi che hanno un gran peso nel determinare i comportamenti degli operatori del mercato.
Impropriamente, è quanto avvenuto in Italia (e non solo) con il passaggio dalla lira all’euro, tramite l’adozione di parametri transnazionali e non negoziabili.
Per garantire la stabilità monetaria ed il mantenimento del cambio fisso, senza ripercussioni sull’andamento monetario, il piano di stabilità voluto dal ministro Cavallo ed imposto dal presidente Menem prevede una massiccia serie di privatizzazioni, con la totale dismissione del patrimonio pubblico ed il taglio radicale della spesa sociale. In pochi anni, vengono (s)vendute sul mercato tutte le risorse pubbliche e nazionali, con valutazioni (al ribasso) affidate alle principali banche d’investimento private, tra le quali si distingue la statunitense Merrill Lynch, specializzata in finanza strutturata.
Grazie all’improvvisa liquidità affluita dalla privatizzazioni selvagge, nell’arco del triennio 1991-1994, l’economia argentina conosce un aleatorio quanto illusorio incremento del PIL, con un effimero rilancio degli investimenti produttivi e con la ripresa dell’industria automobilistica (che coincide con gli investimenti FIAT).
Sul piano sociale, le politiche economiche attuate dal duo Menem-Cavallo si concretizzano attraverso uno smantellamento progressivo delle tutele contrattuali ed occupazionali, con la compressione dei sindacati, la liberalizzazione dei contratti ed una sostanziale contrazione dei salari per rendere “più competitive le imprese sui mercati” “incrementare la produttività”. Nella pratica ciò si traduce in condizioni di lavoro peggiori e salari più bassi. La liquidazione del settore pubblico ed il taglio radicale dei servizi provoca sul medio periodo un aumento costante della disoccupazione che raddoppia in pochi anni, in parallelo con l’impoverimento della classe media. 
Tra le privatizzazioni più interessanti, c’è il caso della vendita della compagnia aerea di bandiera, ovvero le Aerolìneas Argentinas. Si tratta di uno dei primi esempi conclamati di bad company: la società viene regalata a prezzi stracciati ai privati, mentre tutti i debiti vengono accollati allo Stato che si fa carico delle passività. Ma il sistema viene universalizzato all’intero piano di dismissioni: risanamento e debiti rimessi al pubblico; profitti interamente privati e depurati da oneri.
Augusto Ugarte PinochetUn altro punto di forza risiede nella riforma pensionistica, che ricalca fedelmente quella promossa sotto la dittatura cilena del generale Pinochet dal ministro José Piñera. Ispirata alle politiche neo-liberiste dei Chicago Boys, la Riforma Piñera è sostanzialmente identica al suo omologo italiano, la Riforma Fornero, che insieme alla famosa Agenda Monti molto sembra attingere dal vecchio “Progetto Cile” (Proyecto Chile), riscritto nel 1990 e aggiornato al 2010, dal golpista Piñera frettolosamente riciclato in democrazia.
Tornando in Argentina, il prosciugamento degli investimenti pubblici, non compensati da quelli privati, insieme al crollo dei redditi, si traduce in una drastica riduzione della domanda aggregata con una crisi economica senza precedenti, accompagnata ad una esplosione delle disuguaglianze sociali ed una ripresa del debito pubblico, una volta esaurita l’onda corta delle “liberalizzazioni”.
Nel 2001 Domingo Cavallo, il notevole ministro dell’economia, viene ripescato nel governo del presidente Fernando de la Rúa. La crisi economica si evolve presto in crisi finanziaria col crollo del sistema bancario, la fuga di capitali, e la corsa agli sportelli di credito da parte dei correntisti per ritirare gli ultimi spiccioli dalle banche. Cavallo non ha niente di meglio che imporre il blocco dei prelievi ed il limite all’uso del contante, provocando una rivolta su scala nazionale e sfuggendo per poco al linciaggio. Ciò non impedirà allo straordinario Cavallo di accreditarsi come grande economista e di far parte del cosiddetto Gruppo dei Trenta, peraltro in buona compagnia visto che in questa organizzazione di banchieri centrali e finanziari internazionali fa parte anche Mario Draghi. E non senza polemiche [QUI].
Nel Novembre 2001 con la fuga di De la Rua ed un triennio di cure da Cavallo, il notevole ministro dell’economia lascia un paese stremato da tre anni di recessione e sprofondato nella depressione economica con un tessuto sociale in pezzi.
I redditi medi degli argentini sono precipitati ai livelli del 1976 (con un arretramento trentennale).
Sempre nel 2001, nonostante i tagli selvaggi e le privatizzazioni radicali, il debito pubblico argentino passa dagli 8.000 milioni di dollari a circa 160.000 milioni. Nello stesso periodo, l’Argentina ha rimborsato intorno ai 200.000 milioni di dollari, vale a dire circa 25 volte quello che doveva nel marzo del 1976. Questo perché gran parte dei prestiti e dei capitali affluiti con le privatizzazioni sono stati utilizzati per rifinanziare debiti e titoli scaduti e impegnati come garanzia per i creditori esteri, mentre il gettito fiscale viene usato per ripagare gli interessi sul debito, per l’80% detenuto da istituti finanziari internazionali.
Questa è l’eredità di Cavallo e delle agende neo-liberiste.

Com’è ovvio, attualmente il principale problema dell’Argentina è il governo di sinistra dei Kirchner, non certo le politiche della destra liberista (e golpista) che hanno portato il Paese allo sfascio e che anzi ‘qualcuno’ vorrebbe esportare in Italia, magari col partito serio e riformista a tenergli il moccolo per “senso di responsabilità”.
Licoreria Francisco Monti y HermanosDel resto, Mario Monti conosce bene l’Argentina, dal momento che la sua famiglia storicamente in tale paese ha vissuto e prosperato… Il papà Giovanni è nato a Luijan nel 1888, dove nonno Abramo aveva fondato un’omonima distilleria, per la produzione locale di birra e liquori, salvo rientrare in Italia nel 1907. A proposito, è curioso notare come l’uomo che aborre il posto fisso e predica il ricambio sociale, provenga da una dinastia di funzionari di banca giunti alla quarta generazione nella trasmissione ereditaria del mestiere. Manco nel feudalesimo!
Father & Son - Abramo e Giovanni MontiMa Monti sembra conoscere ancor meglio le potenzialità sudamericane… Non per niente sembra accompagnarsi a personaggi come Ugo Di Martino, che parrebbe essere il referente delle cosche calabresi in America Latina [QUI], esperto in brogli elettorali e voto di scambio.
È il nuovo che avanza. E non promette niente di buono.

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