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70 Anni di Desistenza

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 23 aprile 2015 by Sendivogius

resistance

Nel 70esimo anno del suo anniversario ha ancora senso celebrare la “Liberazione”?
Ci si chiede infatti, a malincuore, che cosa sia rimasto da festeggiare; per giunta nello svuotamento delle feste laiche della Repubblica, trasformate in un giorno lavorativo come altri, secondo gli imperativi del credo mercantilista. E cosa permane ancora degli ideali e dei valori che animarono la Resistenza, sbiadita nella memoria e tradita nella sua eredità, svuotata di senso dai miserabili teatrini imbastiti nei quadrivi di una politica ubriaca dei suoi reflussi, a tal punto da essere ormai circoscritta ad una sorta di ricorrenza funebre, in attesa di tumularne anche il ricordo insieme alla scomparsa dei suoi ultimi protagonisti. Tanto è forte la sensazione (sgradevolissima) che l’intera faccenda sia ridotta al pacchettino sempre più risicato di un precotto take-away, da consumare in fretta quasi a scusarsi per il disturbo. Anche la “Festa di Liberazione” invecchia; porta male i suoi anni. E rischia di morire per trascorsi limiti di età…
Diversamente, in pieno 2015, nell’Italia liberata a misura ‘democratica’, bisognerebbe capire la relazione con Il vespasiano di Affilel’intitolazione di strade, piazze e mausolei ai gerarchi fascisti: una costante dell’amena provincia italiana e dei suoi nuovi podestà fascistissimi, a cui si accompagna la coniazione seriale di medaglie ed onorificenze per “incontestabili meriti” a criminali di guerra e nazifascisti, con tanto di celebrazioni officiate pubblicamente dalla Presidenza del Consiglio.
movimento dei porconiBisognerebbe ancor di più spiegare l’indulgente pervasività, con cui viene celebrato ed esibito un fascismo diluito, blandito, nella minimizzazione dei crimini dietro al mito assolutorio degli “italiani brava gente” e la sopravvalutazione dei ‘meriti’, attraverso la persistente apologia di reato da sempre elusa, bonariamente accolta, e mai contrastata.
La sobria curva della AS RomaAl massimo, certe esibizioni vengono liquidate come espressioni “goliardiche”, dalle curve degli stadi ai pellegrinaggi organizzati verso la betlemme nera di Predappio, passando per la memorialistica Liberopataccara dei Diari di Mussolini e le dispense agiografiche, allegate dai giornaletti a carico pubblico della destra più nostalgica dei papiminkia organici al berlusconismo.
Bisognerebbe spiegare la discrepanza tra un partito che si fece Stato ed un altro che ambisce ad essere “partito della nazione”; se non fosse che uno si chiamava ‘fascista’, mentre il nuovo si definisce “democratico” per auto-attribuzione del termine. Il tutto nel nome della “governabilità” (ieri era la “sicurezza nazionale”), con la differenza che negli Anni ‘20 vi era un solo duce, oggi invece si può scegliere tra una mezza dozzina di aspiranti tali, per altrettante organizzazioni politiche che vi si ispirano più o meno apertamente, nell’inflazione di candidati al ruolo.
Salvini ti aspettavoBisognerebbe spiegare la volontà irresistibile di concentrare tutti i poteri nelle mani di un “capo del governo”, investito di prerogative assolute, in un Parlamento esautorato di funzioni e competenze, ma chiamato unicamente a ratificare i decreti blindati su presentazione governativa.
Bisognerebbe altresì spiegare la cancellazione del Senato, trasformato in un ufficio delegato della Presidenza del Consiglio, composto da nominati rigorosamente non eletti (un requisito imprescindibile!) e deprivato di ogni funzione di controllo e indirizzo.
Matteo RenziBisognerebbe distinguere la pioggia di decreti-leggi, dei voti di fiducia, della forzatura delle procedure parlamentari, che imbavagliano le Camere e le trasformano in votifici di complemento, prostrati ai desiderata di un premier che non s’è preso nemmeno il disturbo di farsi eleggere in libere elezioni.
Bisognerebbe inoltre tracciare le differenze che intercorrono tra la Legge Acerbo e l’imposizione della nuova legge elettorale ad un parlamento refrattario ed imbavagliato, con la rimozione dei membri di commissione sgraditi al premier ed il sostanziale aggiramento delle procedure parlamentari, secondo un sistema elettivo volto a racimolare il massimo dei seggi, con il minimo dell’affluenza, nello svuotamento di ogni rappresentanza. Il tutto in un Parlamento dove non si ‘parla’ più, ma si ubbidisce a comando.
Bisognerebbe infine spiegare la persistenza della tortura, che continua ad essere praticata ma che non è reato.
diaz-locandinaSe c’è un impegno che questa Repubblica, nata per puro caso dalle ceneri del fascismo nella prosecuzione ideale del medesimo, ma revisionato in salsa democratica, ha perseguito con costanza immutata nel corso dei suoi 70 anni di desistenza, è stato quello di depotenziare il ricordo della Liberazione. E lo ha fatto attraverso la delegittimazione costante della lotta di Resistenza, che già il giorno dopo la caduta del regime lasciava il posto agli ipocriti, agli opportunisti ed ai riciclati della peggior risma, che correvano a seppellire le stragi nazifasciste dietro gli armadi della vergogna e riabilitare i colpevoli nell’estensione della più ampia impunità.
Dead-Snow zombiesDietro un antifascismo puramente di facciata, la transazione di regime è spesso avvenuta all’insegna della rimozione delle responsabilità nella negazione delle stesse, tanto radicata è stata fin da subito l’ansia di “normalizzazione” nella continuità, fino agli sdoganamenti ed alle riabilitazioni più recenti (e resistenza cancellataindecenti). Perché fin da subito è stato chiaro che nella nuova Italietta pusillanime e revisionata, la vera anomalia da rimuovere era costituita dalla Resistenza: movimento considerato di minoranza nel ventre molle di una nazione, che però aveva l’insostenibile torto di mettere in luce tutta l’accondiscenza, l’ignavia, e l’accomodante conformismo di certe maggioranze più complici che silenziose, che raggiunse il suo culmine nella persecuzione degli ebrei italiani. Una deportazione capillare, che non fu blanda né contenuta, come invece ama far credere certa vulgata minimalista…

I carnefici italiani «Gli italiani che dichiararono “stranieri” e “nemici” gli ebrei, li identificarono su base razziale come gruppo da isolare e perseguitare, li stanarono casa per casa, li arrestarono, li tennero prigionieri, ne depredarono beni e averi, li trasferirono e detennero in campi di concentramento e di transito, e infine li consegnarono ai tedeschi, furono responsabili di un genocidio. Un genocidio è il tentativo violento di cancellare un gruppo su basi etniche o razziali e non vi è dubbio che – sebbene l’atto finale dello sterminio non avvenne su suolo italiano e per mano italiana – anche gli italiani presero l’iniziativa, al centro e alla periferia del rinato Stato fascista, partecipando così al progetto e al processo di annientamento degli ebrei, con decisioni, accordi, atti che li resero attori e complici dell’Olocausto. Diversi furono evidentemente i gradi e le modalità di coinvolgimento, perché diversi furono i ruoli, i contributi pratici e le forme di partecipazione. Non si trattò solo di coloro che compirono materialmene gli arresti (polizia, carabinieri, guardia di finanza, militi e volontari fascisti), ma di coloro che compilarono le liste delle vittime: dagli impiegati comunali e statali dell’anagrafe razzista ai funzionari di polizia che trasformarono i nomi degli elenchi in altrettanti mandati di arresto; dal prefetto e dal questore che firmarono gli ordini di cattura, giù giù lungo la scala gerarchica, alle dattilografe che ne compilarono i documenti. Partecipe e complice fu anche chi sequestrò e confiscò beni ebraici, spendendo ore, talora intere giornate, a descrivere nei più minuti dettagli i beni sequestrati, mettendoli sotto chiave oppure trasportandoli e consegnandoli ad altro ufficio o autorità, o – caso non insolito – accaparrandoseli 50 kgper uso proprio, oppure per lucro attraverso la vendita. Vi furono inoltre le responsabilità dei delatori: di chi segnalò, denunciò, consegnò, tradì i propri concittadini ebrei. E così via nella catena delle persecuzioni e responsabilità, nelle loro molteplici, talora apparentemente innocue, fasi e procedure: chi guidò il camion o la corriera o il vaporetto che trasferì i prigionieri; chi sorvegliò le celle o i campi di transito; chi costruì quei campi o li rifornì di vettovaglie. Infine, coloro che stettero a guardare, rivolsero lo sguardo altrove, ignorarono volutamente quanto stava avvenendo»

Simon Levis Sullam
“I carnefici italiani”
Feltrinelli (2015)

Pertanto, il problema non era l’eredità del fascismo, ma chi a questo s’era più opposto e per giunta in tempi non sospetti, nell’indifferenza dei più, passando per la grande farsa delle “epurazioni” prima dell’amnistia generale voluta da Palmiro Togliatti, con conseguenze grottesche…

Giorgio Bocca «I fascisti che hanno militato nell’esercito di Salò passano nell’Aprile del ’45 per una prima discriminazione generale. […] Gli ufficiali ed i militi delle formazioni di partito vengono internati in una ventina di campi di prigionia, assieme ai civili più compromessi del regime mussoliniano. Il primo campo sorge presso la Certosa di Padula: i prigionieri comuni stanno in grandi stanzoni, ma ci sono ospiti di riguardo come Achille Lauro, l’armatore, il principe Vittorio Massimo, il generale Ezio Gariboldi, l’ex comandante del corpo di spedizione italiano in Russia, e il principe Francesco Ruspoli per il quale si preparano alloggi accoglienti.
[…] Il campo di Terni, affidato ad un colonnello inglese filofascista, è qualcosa che sta a metà tra il mercato nero e un bordello di lusso: la principessa Maria Pignatelli ha il permesso di organizzarvi cerimonie celebrative, le evasioni in massa sono pagate in valuta pregiata. Diciamo che qui si forma il primo nucleo di neofascismo aristocratico e alto borghese, il neofascismo dei principi romani e dei grandi costruttori edili, dell’alta burocrazia militare e ministeriale. Il campo più noto però è quello di Coltano, il più duro, dove vengono per mesi rinchiusi i fascisti meno colpevoli, quelli che hanno militato nelle formazioni regolari della Repubblica Sociale.
Il neofascismo militaristi ha i suoi capi naturali negli alti ufficiali prigionieri a Procida: Rodolfo Graziani, ministro della guerra nella repubblica di Salò, e il principe Junio Valerio Borghese, comandante della Decima Mas, la più agguerrita delle compagnie di ventura della repubblica mussoliniana.
Graziani con le chiappe al vento[…] Occorre recuperare i capi carismatici con dei processi solenni. Quello al maresciallo Graziani inizia l’11/10/1943 a Roma. La sua autodifesa nel peggior stile fascista è tutta un elogio al suo senso dell’onore, della fedeltà, della lealtà, con cui opportunamente nasconde gli aspri conflitti avuti durante la guerra con Mussolini che è stato sul punto, dopo la catastrofe libica, di deferirlo al tribunale militare. La farsa giudiziaria continua fino al 26/02/1949 quando la Corte d’Assise si accorge, improvvisamente, di non essere competente…… Il Tribunale militare lo condanna a 19 anni, gliene condona 14, e siccome ne ha già scontati quasi quattro lo manda anticipatamente libero. Per finire, gli si riconosce di “aver agito per motivi di particolare valore morale e sociale”.
Junio Valerio Borghese Il processo di Junio Valerio Borghese è una burletta: presiede la Corte d’Assise il dottor Caccavale, amico della famiglia Borghese e vecchio gerarca, mentre nel collegio giudicante ci sono ex fascisti notori. La sentenza del 17/02/1947 supera ogni livello di impudenza: vengono concesse a Borghese le attenuanti al valor militare, per il salvataggio delle industrie del nord, perché si è battuto per salvare la Venezia Giulia, per l’assistenza ai deportati dai tedeschi. Insomma, sarebbe meritevole di aver assistito i partigiani e gli antifascisti che ha catturato e mandato nei lager nazisti. Con tutte le attenuanti e gli indulti, a Borghese restano ancora nove anni. Su suggerimento dei difensori si studiano ancora altri indulti, finché al principe resta un solo anno. E su questa condanna ad un anno di reclusione il processo farsa sta per concludersi, quando un avvocato difensore ricorda al presidente che per la legge del 1946 il condono deve essere superiore ad un anno e allora il dottor Caccavale torna in fretta in camera di consiglio, toglie l’ultimo anno come dal conto del salumaio, e Borghese esce libero, portato in trionfo.
OVRA[…] Si aggiunga che l’organico di polizia resta in mano a funzionari di formazione fascista: due soli prefetti non sono stati funzionari del ministero degli interni fascista. I viceprefetti, 241, tutti, senza neppure un’eccezione, hanno fatto parte della burocrazia fascista. […] Dei 135 questori, 120 provengono dalla polizia fascista: se si contano i commissari, i commissari capi aggiunti si arriva a 1642 dirigenti, solo 34 dei quali hanno partecipato in qualche modo alla guerra di liberazione

Giorgio Bocca
“Storia della Repubblica italiana”
Rizzoli, 1982

Anarchici contro il fascismoIn compenso nelle prigioni rimangono gli antifascisti, e massimamente gli anarchici che, subito dopo le caduta di Mussolini da capo del governo, vengono rinchiusi nel Campo di Renicci ad Anghiari (campo di internamento badogliano n.97), nella provincia aretina, prima del tana libera tutti in seguito all’armistizio dell’8 Settembre 1943.
La StampaMa il vero paradosso viene raggiunto dopo la formazione della Repubblica italiana, quando i fascisti vengono liberati in massa e riammessi in senso all’amministrazione del nuovo Stato, che si vuole democratico e antifascista, mentre partigiani ed ex resistenti vengono perseguitati un po’ ovunque; arrestati e rinchiusi in prigione o, peggio ancora, nei manicomi criminali col beneplacito dei governi democristiani che si susseguiranno al potere. La Resistenza come malattia dello spirito.

“Se qualcuno quando eravamo sulle montagne a condurre la guerra partigiana fosse venuto a dirci che un bel giorno, a guerra finita, avremmo potuto esser chiamati davanti ai tribunali, per rispondere in via civile di atti che allora erano il nostro pane quotidiano, gli avremmo riso francamente in faccia”

Dante Livio Bianco
(11/12/1947)

Perché nell’immediato dopoguerra, l’offensiva giudiziaria con la promulgazione di ‘sentenze esemplari’ sembra interamente indirizzata in funzione anti-partigiana, mentre i vecchi fascisti opportunamente amnistiati e riabilitati possono riallacciare il imagesfilo delle loro carriere provvisoriamente interrotte. Le epurazioni semmai funzionano al contrario e vengono portate avanti con estrema solerzia. In parallelo, per l’opera di repressione ci si affida a funzionari di comprovata fede mussoliniana: i personaggi che offrono maggior affidabilità e garanzie alla giovane ‘democrazia’ italiana ed ai nuovi padroni del Paese da ‘stabilizzare’.

Milizia fascista«Il tracollo della democratizzazione della polizia è personificato dall’ex capo dell’Ovra, Guido Leto, Il fantasma dell'OVRAdestituito e riabilitato dopo un fugace soggiorno a Regina Coeli, infine promosso a direttore tecnico della scuola di polizia. In compenso, i partigiani immessi negli organici all’indomani della Liberazione ne sono presto allontanati. Si perde così l’occasione di riformare l’apparato fondamentale di controllo e garanzia dell’ordine pubblico.
Nel 1946 ad essere epurati sono i prefetti nominati dal Comitato di liberazione nazionale, rimpiazzati dai “fidati” funzionari di carriera, già zelanti esecutori delle direttive mussoliniane.
files06gws3[…] La discontinuità tra dittatura e democrazia è insomma attutita dalla riemersione di personaggi che si pensava dovessero uscire di scena con la sconfitta fascista.
Nella transizione dal regime mussoliniano a quello democratico – osserva Vladimiro Zagrebelsky – l’ordinamento giudiziario e l’orientamento culturale dei suoi componenti sono caratterizzati dal predominio della Corte suprema di Cassazione, decisiva anche per la selezione dei giudici. Cassazione e Corte d’appello si confermano strumenti di gestione autocratico-conservatrice della magistratura: la direzione della macchina processuale spetta a personaggi forgiatisi culturalmente e professionalmente nel regime, da essi convintamente servito e nel quale si immedesimarono, ricavandone privilegi e potere.
Il Palazzaccio[…] Il sistema giudiziario rimane quello forgiato nel ventennio; le carriere dei giudici fotografano l’inamovibilità dei vertici della magistratura.
Vincenzo Eula, il pubblico ministero del Tribunale di Savona che nel 1927 ha fatto condannare Ferruccio Parri, Sandro Pertini e Carlo Rosselli per l’espatrio di Filippo Turati, scansata l’epurazione (invocata dal ministro della giustizia Togliatti, negata dal presidente del consiglio De Gasperi) diviene procuratore generale della Cassazione.
Alcide De GasperiLuigi Oggione, già procuratore generale della Repubblica sociale italiana (RSI), nel dopoguerra sarà presidente della Corte di cassazione e poi giudice della Corte costituzionale.
L’artefice della legislazione antiebraica della RSI, Carlo Alliney, capogabinetto all’Ispettorato della Razza, è promosso consigliere della Corte d’Appello a Milano, procuratore della repubblica a Palermo, e infine giudice di Cassazione. Va ancora meglio all’ex presidente del Tribunale della Razza, Gaetano Azzariti, destinato addirittura alla presidenza della Corte costituzionale.
Negozio giudeoIl fallimento dell’epurazione si accompagna alla disapplicazione dell’amnistia del Novembre 1945 per i partigiani. “Le leggi contro il fascismo – osserva il giurista Achille Battaglia – furono interpretate secondo la volontà del legislatore soltanto quando la forza politica dell’antifascismo toccò il vertice; e furono interpretate alla rovescia, e applicate col massimo dell’indulgenza man mano quella andò declinando”. Guido Neppi Modona ritiene che “la repressione antipartigiana si realizzò mediante un uso molto vasto e spregiudicato della carcerazione preventiva; gli ordini di cattura venivano sovente emessi sulla base dei soli rapporti redatti anni prima dalla RSI, dove i partigiani erano appunto qualificati come banditi, autori di reati comuni”.
Il 22/06/1946 le esigenze di pacificazione nazionale si concretizzano nell’amnistia Togliatti. La sua applicazione estensiva e selettiva da parte di molti giudici (sensibili alle direttive della Cassazione) giova anzitutto ai fascisti, che ne beneficiano generosamente. Le “sevizie particolarmente efferate”, previste quale circostanza ostativa, sono aggirate con interpretazioni pirotecniche e sottili disquisizioni dottrinarie sull’essenza della tortura. Nemmeno l’omicidio e la strage rappresentano una barriera invalicabile…. La spietata giustizia sommaria dei giorni della Liberazione è rimpiazzata dal perdono sommario, metodico e generalizzato.
In riferimento all’eccidio delle Fosse Ardeatine del 24 Marzo del 1944, nel giro di un biennio vengono amnistiati sia il commissario di PS Raffaele Aniello, che ha fornito ai tedeschi la lista dei cinquanta detenuti politici da fucilare, sia i delatori di decine di antifascisti venduti ai tedeschi e trucidati nelle cave della periferia di Roma.
I funerali del boia[…] Liberazioni scandalose si coniugano con il mancato accertamento giudiziario di reati gravi, determinando oltre alla denegazione della giustizia enormi vuoti conoscitivi, che deformeranno la percezione per i lutti del 1943-45. Vuoti che la storiografia non ha colmato e sui quali si è costruita la vulgata del “sangue dei vinti”.
pansa vauroIl 30/06/1946, a otto giorni dall’emanazione, l’amnistia Togliatti è stata applicata a 7106 fascisti e 153 partigiani. La giustizia della neonata Repubblica italiana con una mano rialza i collaborazionisti, con l’altra percuote i partigiani

Un'odissea partigianaMimmo Franzinelli
Nicola Graziano

“Un’odissea partigiana.
Dalla Resistenza al manicomio”

Feltrinelli, 2015

In pochi anni la Corte di Cassazione così costituita annulla il 90% delle condanne contro collaborazionisti e criminali di guerra. Vengono mandati assolti pure i comandanti della XXXVI Brigata nera “Mussolini”, in precedenza condannati all’ergastolo per le stragi della Garfagnana.
XXXVI Brigata nera “Mussolini”Per i fatti di sangue ed i reati troppo gravi da poter beneficiare dell’amnistia che riguardano ufficiali dell’esercito, nei tribunali militari vengono predisposte “archiviazioni provvisorie”, ancorché illegali vista l’obbligatorietà dell’azione penale, finché i fascicoli non vengono ‘dimenticati’ o fatti sparire.
archiviazione_provvisoriaNella provincia di Modena, a venire processati (e condannati) sono i partigiani: 3.500 su 18.411.
Antonio Pallante Il 14 Luglio del 1958 è il giorno dell’attentato a Togliatti, segretario del PCI, l’attentatore è un fascista siciliano con simpatie neo-naziste, Antonio Pallante, che nel 1949 viene condannato a tredici anni e otto mesi, poi ridotti a dieci anni e otto mesi nel 1953, e infine portati a cinque per essere subito dopo assunto nel Corpo forestale dello Stato. I militanti comunisti che protestano contro l’attentato (e le coperture politiche che vi furono) vengono invece puniti con estrema severità: dalle lunghe carcerazioni preventive prima del prosciogliemento, o condanne fino a dieci anni di reclusione.
Nella primavera del 1955, decennale della vittoria sul fascismo, gli ex partigiani posti in stato di fermo di polizia sono 2474, dei quali 2189 vengono processati e 1007 condannati.
Arresti effettuati da CCPer l’erogazione delle pene e dei provvedimenti ci si basa sul Codice penale del 1930, emanato da Alfredo Rocco, il ministro fascista della giustizia sotto il governo Mussolini, e rimasto in vigore fino al 1988.
Vengono imbastiti veri e propri teoremi accusatori, con montature grossolane, mentre atti di guerra e azioni militari vengono rubricati a delitti comuni e quindi sottoposti a procedimento penale con processi ad hoc, appositamente strombazzati sulla stampa reazionaria. Delle indagini e della produzione delle ‘prove’ d’accusa si occupano con particolare zelo i Carabinieri. Gli accusati vengono indotti ad una “piena confessione” con minacce, pestaggi a sangue, ed il il marescialloricorso alla tortura. Nel modenese è particolarmente attivo il maresciallo Silvestro Cau che comanda la stazione di Castelfranco Emilia. Il sottufficiale è solito calcare sulla faccia degli arrestati delle maschere antigas, col filtro imbevuto di acqua salata che provoca il soffocamento. Il tenente Nilo Rizzo che denuncia gli abusi del suo subordinato, descrivendolo come un sadico criminale, viene sottoposto a provvedimento disciplinare da parte dei comandi dell’Arma e trasferito a scopo punitivo.
1949 Celere di RomaSeguendo un strategia difensiva demenziale, su consiglio degli avvocati messi a disposizione dal PCI e dal PSI, molti degli inquisiti si fanno dichiarare parzialmente infermi di mente, per poter beneficiare delle attenuanti di pena. La pratica si rivelerà un espediente suicida, perché ciò comporta l’internamento nei manicomi criminali con trattamento sanitario obbligatorio che all’epoca, oltre a prevedere l’eventuale interdizione delle visite esterne, consisteva in camicie di forza, letti con cinghie di contenimento, bagni ghiacciati e sedute di elettrochoc, mentre i tempi di pena sono indefiniti e prolungabili dal personale medico delle strutture fino ad avvenuta ‘guarigione’.
Manicomio di AversaTra i fondamentali motivi del mancato rilascio rientra anche “l’avversità alla religione”. Insomma, anche l’ateismo è una malattia. Da punire prima ancora che ‘curare’.
Ne consegue che molti dei reclusi ne escono devastati, dopo lunghi anni di internamento negli ospedali psichiatrici giudiziari.
Si consideri che nel 1953 a vagliare le richieste di dismissione Antonio Azaradalla detenzione manicomiale, con l’accettazione di eventuali misure di “clemenza”, vi è Antonio Azara, guardasigilli della Repubblica nel Governo Pella (un monocolore democristiano che può vantare l’appoggio di fascisti e monarchici), già presidente di Cassazione e membro eminente sotto il regime fascista (di cui è un estimatore convinto) del “comitato scientifico” per prestigiose riviste come “La nobiltà della stirpe” ed il “Diritto razzista”.
Difesa della razzaMa in fondo parliamo di eventi e situazioni oramai superate dalla storia e dai fatti: tortura, razzismo, autoritarismo, fascismo, abuso detentivo, repressione poliziesca, trattamento psichiatrico della malattia mentale e riforma degli OPG… tutte cose assolutamente sconosciute nell’Italia del 2015.

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LA SCELTA

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 14 marzo 2011 by Sendivogius

In Italia, ormai una manifestazione non si nega più a nessuno…
Si è incapaci di organizzare una mobilitazione ad oltranza, con presidi permanenti sul territorio. Non si riesce a strutturare uno straccio di movimento di base, a partecipazione attiva (senza la solita gerarchia di leaderini e capetti), con una sua identità propositiva e riconosciuta. E che sappia imporre la sua presenza come interlocutore credibile. Non si è nemmeno in grado di creare una rete condivisa di informazione orizzontale e liquida, alternativa al vituperato duopolio Rai-Mediaset presso il quale però si implora la concessione di spazi degni di una riserva indiana, aperta alle scorrerie del generale Custer e delle sue giubbe blu.
Tutto si riduce all’ennesimo, estemporaneo, corteo di protesta (che ormai non impressiona più nessuno): passeggiata collettiva per le vie del centro, in una sorta di transumanza organizzata; bandiere e striscioni che garriscono al vento nella loro vacua inoffensività; i soliti (imbarazzanti) carnasciali e qualche vecchio slogan ammuffito, ripescato nel frasario dell’inconcludente nonno sessantottino, da chi pretende di fare la “rivoluzione” col permesso della Polizia e si squaglia alla prima carica. In pratica, sembra di assistere ad una pluralità di individualità separate che si incontrano unicamente per contarsi e rassicurarsi, in una sorta di training autogeno di gruppo, per una sottospecie di piagnisteo collettivo, mentre l’Italia scivola verso il nuovo fascismo nella gaia inconsistenza delle proteste. Uno stupro non si impedisce, pigolando un “basta!” senza che nessuno muova un dito, aspettando.. non so.. l’intervento divino.
Dinanzi allo stupro reiterato della Costituzione repubblicana, dei valori fondamentali di laicità e giustizia, delle stesse regole democratiche implicite nella separazione dei poteri, cosa pensano di fare in concreto gli italiani (e le italiane) che ancora conoscono il senso della pubblica indignazione?!?

TU COSA SEI DISPOSTO A PERDERE?
Nella vita si fanno delle scelte e se ne paga un prezzo, accettando i rischi impliciti nella difesa dei propri ideali (se li si possiende). A volte basta un atto di testimonianza per lasciare almeno un esempio…
Qualcuno ha detto che “le parole sono pietre”; in realtà, non costano nulla. E, quando abbondano, sono innocue. Il valore di un uomo non andrebbe mai misurato esclusivamente sulla qualità delle sue parole, ma sulla sostanza delle sue azioni. Si dovrebbe considerare l’essenza dell’atto, specialmente quando questo scaturisce dall’impellenza della situazione cogente, schiacciato dall’incontrastabile forza degli eventi.
È l’inderogabilità della scelta, l’impossibilità (e il rifiuto) di scendere a compromessi, che determina l’uomo e ne esalta l’individualità nella ‘splendida solitudine’ della sua coerenza. È la grandezza interiore di chi è disposto a perdere tutto, pur di non smarrire sé stesso.
Nella nostra Penisola, nonostante le tante belle parole, a trionfare sono sempre stati gli opportunismi di circostanza, imbellettati da ottime motivazioni (alibi), per una elite intellettuale che al coraggio ha sempre preferito la piaggeria o il conformismo sonnacchioso del quieto vivere, salvo vantare i propri meriti, del tutto presunti, a tempesta finita, beandosi degli effluvi della retorica patria.

L’Italia non è nuova alle “riforme epocali”, meglio se per decreto-legge su insindacabile iniziativa governativa nelle aule sorde e buie di un parlamento addomesticato, tra professionisti della politica e miracolati possibilmente a libro paga del miglior offerente.
Da questo punto di vista, gli anni a cavallo tra il 1920 ed il 1930 hanno rappresentato la stagione riformatrice per eccellenza, il cui punto focale non poteva non investire l’insegnamento e la libera docenza opportunamente riformata a misura di regime…

Pertanto, su iniziativa del Governo, il 28/08/1931 viene promulgato il regio decreto n.1227 con “Disposizioni urgenti sull’Istruzione superiore”. All’art.18, il decreto-legge prevede un apposito giuramento di fedeltà al quale i docenti universitari si devono conformare e sottostare, se non vogliono perdere la cattedra ed essere allontanati dall’insegnamento, onde evitare che qualche sconsiderato possa “inculcare principi diversi” e in contrasto con i desiderata del potere. Come se ‘Insegnamento’ fosse sinonimo di ‘indottrinamento’.
Lo Stato.. la Patria.. si fondono in un tutt’uno col Governo ed il suo Presidente del Consiglio. Ogni ipotesi di distinguo (e dissenso) è di fatto cancellata:

«Giuro di essere fedele al Re, ai suoi reali successori e al Regime Fascista, di osservare lealmente lo Statuto e le altre leggi dello Stato, di osservare l’ufficio di insegnante e adempiere tutti i doveri accademici col proposito di formare cittadini operosi, probi e devoti alla Patria e al Regime Fascista. Giuro che non appartengo né apparterrò ad associazioni o partiti, la cui attività non si concili coi doveri del mio ufficio

Ovvero, è “dovere d’ufficio” essere fedeli al Regime.
Messi alle strette, sui 1251 docenti italiani, coloro che si rifiutano di aderire al giuramento raggiungono la pazzesca cifra di 16 cattedratici. In pratica uno ogni cento professori, che pure non avevano perso occasione di criticare nella loro maggioranza proprio quel “regime” al quale ora andavano giurando fedeltà, come tanti cagnolini obbedienti.

Nessun professore di storia contemporanea, nessun professore di italiano, nessuno di coloro che in passato s’erano vantati di essere socialisti aveva sacrificato lo stipendio alle convinzioni così baldanzosamente esibite in tempi di bonaccia.”

Denuncia Gaetano Salvemini dal suo esilio londinese, ma è una voce isolata. La gran parte dei cosiddetti intellettuali d’opposizione si uniformarono in massa all’aut aut governativo, accampando naturalmente nobilissime ragioni a giustificazione di una scelta simbolica che in realtà contemplava ben poche scusanti. A maggior ragione che i ‘giuramenti’ (qualunque sia la loro natura) sono una cosa seria, che implica la sfera dell’Onore personale: o si rispetta la parola data o, semplicemente, la si nega.

Giurarono tutti, dai cattolici ai comunisti, dai monarchici ai repubblicani, dai socialisti ai liberali, a partire dai più intransigenti (a parole)…

«Sbaglia chi cercasse tra gli irriducibili dei “pericolosi sovversivi”. Gli accademici più a sinistra seguirono il consiglio di Togliatti, che invitò i compagni professori a prestare giuramento. Mantenendo la cattedra, avrebbero potuto svolgere “un’opera estremamente utile per il partito e per la causa dell’antifascismo” (così Concetto Marchesi motivò a Musatti la sua scelta di firmare). Anche Benedetto Croce, stella polare dell’antifascismo, incoraggiò professori come Guido Calogero e Luigi Einaudi a rimanere all’università, “per continuare il filo dell’insegnamento secondo l’idea di libertà”. Ci si mise anche il papa, Pio XI, che su idea di padre Gemelli elaborò un escamotage per i docenti cattolici: giurate, ma con riserva interiore

Simonetta Fiori
“I professori che dissero NO al duce”
La Repubblica (16/04/2000)

Fu così che il meglio della cultura antifascista giurò in massa la sua fedeltà a quel regime, che pure molti “intellettuali” dicevano di detestare. Lo fecero per viltà, per opportunismo, o perché davvero persuasi di poter in tal modo continuare la battaglia dall’interno, senza cedere terreno nell’ambito accademico, come nel caso di Piero Calamandrei.

«Così, quasi tutti i professori potevano giurare senza troppi tormenti interiori: sia quelli che lo approvavano, sia quelli che lo ritenevano solo un proforma burocratico, e anche quelli che lo ritenevano un obbrobrio ma che potevano avvalersi di una giustificazione superiore e morale che li autorizzava a chinare il capo senza perdere l’onore. Rimanevano fuori pochi personaggi, per i quali firmare un simile documento rimaneva un’onta ingiustificabile al proprio senso civico.»

Rudi Mathematici
N°136 – Maggio 2010

Tuttavia, al di là delle giustificazioni ufficiali, nella maggioranza dei casi a prevalere fu l’interesse personale, il terrore di rimanere disoccupati, e la perdita di status sociale legato all’incarico prestigioso in ambito universitario.
D’altra parte il rifiuto di prestare giuramento comportava conseguenze tanto pesanti, quanto più era esplicito il coraggio dei renitenti: “perdita della cattedra, una pensione al minimo, persecuzioni, divieti, una vigilanza stretta e oppressiva” da parte degli organi di polizia e la denigrazione dei giornali di regime.

«Affollata la tipologia dei “disgustati”, come Alfredo Galletti, che nell’atto del forzato giuramento esibisce teatralmente il guanto ben calzato nella mano, poi scaglia la penna sul tavolo, con schizzi d’inchiostro ovunque. O come Francesco Lemmi, allievo di Pasquale Villari, che rivolto agli scherani del duce tuona: “Firmo perché padre di famiglia!”. Non mancano gli inventivi nell’arte della scappatoia, come Vittorio Emanuele Orlando, ex presidente del Consiglio, il quale scelse la pacifica soluzione di andarsene in pensione. […] Da Cambridge l’economista Piero Sraffa comunicò al ministro dell’Educazione Nazionale le sue dimissioni da ordinario di Economia politica a Cagliari (aveva vinto la cattedra al King’s College): era il primo novembre del 1931. In quei giorni partivano le lettere con l’invito a presentarsi in Rettorato per il giuramento.»

[Simonetta Fiori]

C’è invece chi piagnucola al pensiero che non sarebbe stato più in grado di pagare gli studi ai figli (Adolfo Amodeo); chi per attaccamento alla cattedra, nel caso del filosofo Giuseppe Rensi; e chi come Carlo Arturo Jemolo “teme la povertà più della guerra”, finendo col perdere su entrambe i fronti. Il professor Jemolo, insigne giurista e vicino al movimento azionista, fu uno dei molti docenti di religione ebraica che cedettero alle pressioni e controfirmarono il giuramento, ignorando che cedere dinanzi alle sopraffazioni dell’oggi presuppone nuove e peggiori violenze domani…
Alessandro Levi, socialista, docente di filosofia del diritto, insieme a suo cugino Tullio Levi Civita, matematico e fisico illustre, decidono di giurare ma “con riserva”, scrivendo ai rettori dei rispettivi atenei che “in alcun modo avrebbero modificato l’indirizzo del proprio insegnamento”.
Il prof. Giuseppe Levi, istologo e anatomista, proveniente da una ricca famiglia triestina (e quindi non afflitto da preoccupazioni di natura economica), viene convinto a restare dagli studenti e soprattutto dagli interessati assistenti, che in caso di dimissioni del professore avrebbero vista pregiudicata la loro carriera.

“E gli studenti, felici di vederlo rimanere, lo ringraziarono con un uragano di applausi”

Tempo sette anni e il 05/09/1938 sarebbe arrivato un nuovo decreto-legge (Regio Decreto n.1390) con i nuovi “Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista”, che privava dell’insegnamento e allontanava dalla vita pubblica, alla stregua di paria sociali, tutti gli insegnanti e gli “individui di razza ebraica”. Le aule universitarie rimasero mute e non una sola voce in ambito accademico si levò in alto più di tanto, a difendere i colleghi epurati e denunciare l’intollerabile pulizia etnica in atto nella società italiana, con buona pace di quegli antifascisti che pure avevano giurato fedeltà per continuare la lotta.

IL CORAGGIO DEGLI UOMINI LIBERI
A maggior ragione, più grande è il valore di quei 16, diversissimi tra loro, che soli ebbero il coraggio di dire NO, con la disarmante compostezza di chi compie un gesto assolutamente naturale e conforme alla propria indole. Paradossalmente, nel trionfo dell’ipocrisia istituzionalizzata, saranno i loro nomi ad essere dimenticati (e prontamente scomparire) nell’Italia Liberata e subito riconsegnata agli opportunismi ed ai conformismi delle sue viltà e piccole meschinerie.
Sarà il caso di ricordare un pezzo di quell’Italia minore che non si piega, restituendo un briciolo di dignità a questo Paese:

Mario Carrara, medico e docente di Antropologia Criminale all’Università di Torino, tra i fondatori della medicina legale. Vicino agli ambienti di “Giustizia e Libertà”, il prof. Carrara viene arrestato nell’Ottobre del 1936 e rinchiuso nelle Carceri Nuove di Torino (a 70 anni) dove muore l’anno successivo.

Aldo Capitini, filosofo, teorico della non-violenza, socialista liberale. Capitini è stato uomo dalla straordinaria umanità, accomunata da una rara fermezza di principi come se ne trovano pochi.

Ernesto Buonaiuti, teologo e storico del Cristianesimo, ha frequentato il seminario insieme al futuro papa Giovanni XXIII. Bonaiuti è uno studioso eccezionale, autore di opere fondamentali sul misticismo cristiano, sullo gnosticismo, sul Cristianesimo delle origini e la sua strutturazione in seno all’amministrazione romana tardo-imperiale. Nel 1925, Ernesto Buonaiuti viene scomunicato dai vertici ecclesiastici e ridotto allo stato laicale per la sua vicinanza al movimento modernista. Nel 1931 viene allontanato anche dall’insegnamento accademico, per il suo mancato giuramento di fedeltà. Anche nel dopoguerra, il prof. Bonaiuti venne escluso per sempre dall’insegnamento in virtù dell’adozione in blocco dei Patti Lateranensi, compreso il divieto di assegnazione di cattedre statali a sacerdoti scomunicati, da parte della nuova Repubblica italiana.

Giuseppe Antonio Borghese, professore di Estetica, scrittore, critico letterario, giornalista, vicino al movimento di “Giustizia e Libertà”, profondamente disgustato dalla politica italiana, nel Luglio del 1931 si ritira in una sorta di volontario esilio negli Stati Uniti dove (nel 1939) sposa in seconde nozze la figlia del grande scrittore Thomas Mann.
È straordinaria le secca sobrietà con cui G.A.Borghese motiva il suo No al giuramento fascista in una lettera al Rettore dell’Università di Milano (18/10/1934):

Prego la S.V. di voler prendere nota che io non ho prestato, né mi propongo di prestare, il giuramento fascista prescritto ai professori universitari

Antonio De Viti De Marco, proveniente da un’antica famiglia aristocratica pugliese, di simpatie liberal-democratiche, docente di Scienza delle Finanze ed economista di fama internazionale, rifiuta ogni compromesso col regime, persino un seggio come senatore offerto da un compiacente Mussolini. Abbandonato da tutti, l’orgoglioso marchese si ritira a vita privata continuando i suoi studi economici, e “l’Italia fece a meno di quell’uomo, come se di uomini come quello ne avesse da sprecare” ebbe a dire Gaetano Salvemini.

Francesco Ruffini, giurista, storico, docente di Diritto ecclesiastico all’università di Torino, teorico della libertà religiosa e della laicità dello Stato, liberale e senatore del Regno, aveva già subito un’aggressione squadrista nel 1928 (a 65 anni). Insieme a lui si dimette anche suo figlio Edoardo, giovane ordinario di ‘Storia del diritto’ presso l’Università di Perugia.

Lionello Venturi, saggista e storico dell’arte di fama mondiale, dopo il 1931 si trasferisce a Parigi dove continua con successo la sua carriera accademica e aderisce a “Giustizia e Libertà”.

Errico Presutti, professore di Diritto amministrativo e di Diritto costituzionale a Napoli, già sindaco della città partenopea (1917) e deputato liberale. Rimosso dall’università, gli venne proibito anche l’esercizio della pratica forense in qualità di avvocato.

Bartolo Nigrisoli, docente di Chirurgia clinica all’Università di Bologna e primario chirurgo all’Ospedale di Ravenna, che alle continue sollecitazioni del rettore risponde quasi seccato:  “Giuramento simile io non mi sento di farlo, e non lo faccio”, perdendo la cattedra all’università, ma non la propria dignità.

Fabio Luzzatto, giurista originario di Udine, massone democratico, firmatario (insieme a Nigrisoli) del “Manifesto degli intellettuali antifascisti” di Benedetto Croce.

Piero Martinetti, professore di Filosofia teoretica all’Università di Torino, di estrazione cattolica ma non confessionale è un laico estraneo al tradizionalismo cristiano ed ai condizionamenti politici. È uno studioso di metafisica per nulla interessato alla politica del suo tempo. Nonostante tutto, il suo rifiuto al fascismo è netto e incondizionato.
Nel 1935 finirà comunque in carcere per una settimana, sospettato di una presunta affiliazione con attivisti anarchici.

Giorgio Errera, docente di Chimica all’università di Pavia, di origini ebraiche, liberale crociano e irriducibilmente anti-fascista. Nel 1923 il filosofo Giovanni Gentile (che insieme a Balbino Giuliano ha introdotto l’obbligo politico del giuramento di fedeltà), in veste di Ministro fascista per l’Educazione propone il prof. Errera alla nomina di Rettore. Giorgio Errera rigettò la promozione, motivando così il rifiuto:

l’ambiente liberale nel quale sono nato e cresciuto fa sì che, per quanto riconosca i grandi meriti dell’attuale governo, non sia del tutto d’accordo né coi principi che lo informano, né coi metodi seguiti.”

Nel 1925 fu l’unico professore della Facoltà di Scienze dell’Università di Pavia a firmare il “Manifesto degli intellettuali antifascisti” redatto da Benedetto Croce.
Dopo la sua mancata adesione al regime, il prof. Errera ormai 70enne venne mandato in pensione.

Giorgio Levi Della Vida, saggista e giornalista, grande esperto in lingue orientali, ebreo ed islamista, liberaldemocratico vicino a Giovanni Amendola, anti-fascista convinto viene preso di mira dagli squadristi fin dal 1922. Partecipa alla stesura dell’Enciclopedia Treccani e cura l’archivio della sezione araba nella Biblioteca Vaticana.
Dopo la cacciata dalle università e la promulgazione delle leggi razziali del 1939, espatria negli USA.

Gaetano De Santis, romano, docente di Storia antica a La Sapienza di Roma, filologo e saggista, è stato membro dell’Accademia delle Scienze di Torino, e curatore dell’Enciclopedia Treccani.

Vito Volterra, nato in una famiglia poverissima, ma dotato di un talento straordinario, è matematico, fisico, tra i fondatori dell’analisi funzionale. Liberale, è nominato senatore per meriti scientifici. Il prof. Volterra, tra i vari incarichi accademici, diventa presidente dell’Accademia dei Lincei e quindi presidente dell’Accademia Nazionale delle Scienze.
Il 18 Novembre 1931 tutti i professori dell’Università di Roma vengono convocati dal rettore per prestare il giuramento di fedeltà. Vito Volterra non si presenta e liquida la buffonata in poche righe, perdendo tutte le sue cariche:

“Sono note le mie idee politiche per quanto risultino esclusivamente dalla mia condotta nell’ambito parlamentare, la quale è tuttavia insindacabile in forza all’Art. 51 dello Statuto fondamentale del Regno. La S.V. Ill.ma comprenderà quindi come io non possa in coscienza aderire all’invito da Lei rivoltomi con lettera 18 corrente relativa al giuramento dei professori.”

Tornando al ‘dilemma’ iniziale, conclusa la passeggiatina rassicurante con l’ennesima manifestazione autorizzata, rigorosamente incolonnata, e naturalmente  ‘gioiosa’, e doverosamente ‘pacifica’ (e sostanzialmente inutile nella sua prevedibilità stereotipata), gli insegnanti.. gli studenti.. i lavoratori.. precari e cassintegrati… disoccupati e licenziati.. e tutti quei cittadini consapevoli, che non si rassegnano al ruolo di suddito, a cosa intendono rinunciare, in nome e a difesa della propria Libertà individuale e sociale? In che modo pensano di fare davvero argine all’autoritarismo plebiscitario in atto?

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