Archivio per JP Morgan Chase

RIFORMATORIO

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 9 aprile 2014 by Sendivogius

Deviation'98 by Mike Deodato jr

Tempo addietro (era il 28/05/13), mentre si accingeva a patteggiare col Dipartimento di Giustizia statunitense la modica cifra di tredici miliardi di dollari, per aver provocato con le sue speculazioni finanziarie la più grave recessione ad impatto globale come non si vedeva dal 1929, l’ispirato management della JP Morgan Bank si preoccupava di stabilire in un accorato rapporto quali fossero le vere cause della crisi sociale ed economica in atto, con un occhio di riguardo alla realtà europea.
Con formidabile acume, gli analisti della “London Branch” individuarono nelle costituzioni anti-fasciste e nell’assetto parlamentare delle istituzioni democratiche la vera causa di tutti i problemi.
Ovviamente, le attività speculative della JP Morgan Chase ed il suo ruolo nella crisi europea, per tacere della raffica di multe da cui la banca di investimenti è stata investita per la violazione sistematica di ogni possibile legge sull’antiriciclaggio e sulla regolazione della transazioni, non costituiscono certo argomento di valutazione strategica.
Il lungimirante rapporto, tutto dedicato agli aggiustamenti necessari (secondo JP Morgan) nell’Area Euro, dedicano un occhio di riguardo alla condizione italiana, tanto da costituire un “test chiave” nella politica di svolta…

“The key test in the coming year [ovvero il 2014] will be in Italy, where the new government clearly has an opportunity to engage in meaningful political reform. But, in terms of the idea of a journey, the process of political reform has barely begun.”

E se ne comprende anche il perché, visto che tra il 2012 ed il 2013 la banca di investimenti ci ha infatti rimesso una decina di miliardi di dollari, mentre cercava in tutti i modi di determinare il default dell’Italia (peraltro in insospettabile compagnia).
Trovate le cause (Costituzione e parlamenti forti), bisognava dunque trovare la soluzione, che prontamente la banca individua in una impellente riforma del “burocrazia” (leggi: “revisione costituzionale”) e soprattutto nella “riforma della giustizia”.

“It is also about changing the bureaucracy and the judicial system”

Come pronosticato, il 2014 è arrivato: l’Italia ha un nuovo premier e con esso una nuova stagione riformista, all’insegna di un blairismo italianizzato con un tuffo nell’Arno. Il Tony Blair originale nel frattempo è diventato consulente della JP Morgan Chase, in qualità di senior advisor.
Doppia disgraziaCon l’irruenza di un Berlusconi ringiovanito (dopo essersi subito preoccupato, come primo atto, di riportare in vita l’originale) e la naturale propensione alla discussione che lo contraddistingue (“fatevene una ragione!”), insieme alla sua cucciolata di giovani democristiani in fuga dall’oratorio, il Bambino Matteo ha finalmente individuato gli scabrosi problemi che paralizzano il Paese, aprendo una sorta di fronte tutto personale contro:
Sindacati e massimamente contro la CGIL, che proprio si ostina a non apprezzare la nuova “riforma del lavoro” che istituzionalizza il precariato a vita.
Soprintendenze per i beni architettonici e paesaggistici; colpevoli di cercare di tutelare quello che ancora resta del nostro patrimonio artistico, e contro le quali Renzi ebbe un lungo contenzioso durante il suo mandato di sindaco (evidentemente il ragazzo è rancoroso e non dimentica).
Assemblee elettive; perché nominare i rappresentanti è molto meglio che farli eleggere. Per ora si comincia con Senato e Province, che non è “riduzione dei costi della politica” (per quelli bastava contenere emolumenti e diarie) ma riduzione del pluralismo, tramite l’eliminazione della rappresentatività elettorale.
Costituzionalisti; ma solo quelli che osano sollevare critiche sulla “riforma costituzionale” e che ovviamente sono tutti “vecchi”, “ka$ta”, “conservatori”, e ovviamente attaccati ai “privilegi”. Che è poi un metodo fascista per non entrare mai nel merito della critica, denigrando l’interlocutore e sfuggendo alla confutazione. Non per niente, le espressioni care alla retorica mussoliniana quando ci si riferiva al Senato era “gerontocomio” e “camera dei vecchioni”. Questo perché Matteo Renzi ha giurato sulla Costituzione, che sta facendo a pezzi con colpi di decreto e voti di fiducia, procedendo come un buldozer. Non per niente, come ama dire, mica “ho giurato su Zagrebelsky e Rodotà”: due notori delinquenti sovversivi. Infatti le riforme è molto meglio farle col Papi di Arcore, condannato all’interdizione dai pubblici uffici ed elevato a “padre costituente della Terza Repubblica” (che visti gli auspici sarà una merda peggiore delle prime due messe assieme).
SilvioneSembrava impossibile, ma finalmente anche la destra italiana ha trovato un vero leader dinamico ed europeo: Matteo Renzi.
Il Bambino MatteoPer il momento a giudicare dalle bozze in circolazione sull’impianto della riforma del Senato, il Bambino Matteo si accinge a superare la SavoiaCostituzione repubblicana per ritornare sostanzialmente allo “Statuto Albertino”, col suo Senato nominativo (e rigorosamente non elettivo) di membri designati dal Capo dello Stato (il Re) e informalmente dal Governo. Rigorosamente senza indennità. A tanto ci con-Duce il nuovo che avanza, con in cantiere il rilancio della figura del premier benedetto da nuovi e più cogenti poteri, con funzioni di governo adattate alle esigenze dei tempi…

“I ministri sono alle dipendenze del capo del Governo o Primo Ministro, il quale ne coordina e ne dirige l’azione. Il Primo Ministro è responsabile soltanto verso il Re. In tal modo il potere esecutivo ha l’autorità e la stabilità necessarie al governo di una grande nazione: esso non è più soggetto alle mutevoli volontà del Parlamento.”

L’illuminante esemplificazione è tratta da ilduce.net, a sottolineare la straordinaria modernità della ‘nuova’ riforma costituzionale in corso.
Trattasi di quello che un tempo, in riferimento ai sistemi monarchici, veniva chiamato governo costituzionale, nel senso che il potere esecutivo è rimesso nelle mani del sovrano che ne esercita le funzioni in presenza di uno Statuto, in contrapposizione ai governi parlamentari che rimettono la centralità dell’azione politica al potere legislativo.
Il giurista di mussolini Il 19/12/1925, Alfredo Rocco (apprezzatissimo da quel faro -spento- di democrazia che fu Montanelli!), insigne giurista e guardasigilli del Governo Mussolini a cui si deve la riforma del codice penale, in merito alle nuove attribuzioni e prerogative del Presidente del Consiglio, durante il varo di quelle che passeranno alla storia come le leggi fascistissime, ebbe a rassicurare i senatori più scettici:

«Questo disegno di legge non consacra il governo parlamentare nel senso stretto e tradizionale della parola, il governo cioè in cui la sovranità sia tutta quanta concentrata nella Camera elettiva, ma neanche il governo costituzionale puro, in cui il potere esecutivo sia tutto nelle mani del capo dello Stato, che l’esercita direttamente, con l’aiuto di ministri da lui liberamente scelti, salvo il controllo della Camera; e meno che mai un governo assoluto, in cui il sovrano concentra in sé tutti i poteri e li esercita senza controlli di sorta. Io non sono amico delle definizioni e credo pericolosissimo darne in questa materia. Non definirò pertanto il regime che uscirà dalla nuova legislazione fascista. È un tipo di governo creato dal nostro spirito, dalle nostre esigenze, dalla nostra pratica. Altri paesi l’imiteranno forse, perché la decadenza del regime parlamentare, come puro dominio della Camera elettiva, è un fenomeno generale in Europa

Alfredo Rocco: Scritti e discorsi politici (Vol.III). La formazione dello Stato fascista (1925-1934)”

Certo poi le cose presero ben altra piega… ma vuoi mettere!?! Le intenzioni erano così nobili.
Gaetano MoscaIn tale circostanza, con lucidità preveggente, un campione della conservazione come Gaetano Mosca, cogliendo appieno lo stravolgimento dell’intera architettura istituzionale che la “riforma” comportava, in riferimento al ruolo del Presidente del Consiglio e del Capo dello Stato (il Re), ebbe ad obiettare in aula:

«Finora il governo monarchico rappresentativo si è svolto in Europa secondo due tipi diversi; quello cosiddetto parlamentare e quello costituzionale.
Quale è la differenza capitale, fondamentale tra queste due forme? Nel governo parlamentare il gabinetto è collettivamente responsabile davanti al Parlamento e davanti al re, e, una volta perduta la fiducia del Parlamento, in generale, suole presentare le sue dimissioni.

Parlamento

Nel governo costituzionale invece basta che il capo del potere esecutivo abbia la fiducia del sovrano: se il capo del governo propone una legge e il Parlamento la respinge, la proposta non diventa legge, ma egli resta al governo lo stesso fino a quando gode la fiducia del capo dello Stato.
Ora, se oggi ci si dicesse chiaramente che al governo parlamentare viene surrogato il governo costituzionale, ammetto che si potrebbe discutere seriamente la proposta. Ma invece è detto espressamente nella relazione che accompagna il disegno di legge, che il capo del governo non corrisponde all’antico cancelliere germanico e che non resta perciò al potere finché piaccia al re di farcelo restare. Ed è detto pure che il capo dello Stato lo manterrà al potere finché quel complesso di forze economiche politiche e morali che lo hanno portato al governo non lo abbandonerà. Ora fino a quando questo complesso di forze economiche politiche e morali che sosteneva il gabinetto, e che qualche volta lo disfaceva, si manifestava coi voti del Parlamento, la cosa era chiara. Ma se questo complesso di forze non è più rappresentato dal Parlamento, allora si domanda da chi è rappresentato?
In fondo non si vuole accordare al re la libera scelta del suo governo e non si vuole che questa scelta sia influenzata dai voti del Parlamento. Tutto questo sarebbe un rebus indecifrabile se non si sapesse leggere attraverso le righe della relazione e del disegno di legge

Altri tempi… oppure no?!?

Homepage

O.C.P.

Posted in Business is Business with tags , , , , , , , , , , , on 11 luglio 2012 by Sendivogius

 Nel 1987, dal genio creativo di Paul Verhoeven, regista sottovalutato dal talento notevole, nasce Robocop: cyborg-sbirro in guerra contro il crimine in una Detroit degradata ed estrema.
Originale rivisitazione di Frankenstein in chiave tecnologica, “Robocop” è destinato ad avere un certo successo, a cavallo tra gli anni ’80 ed i primi anni ’90, aprendo un’interessante parentesi tra i soliti supereroi in calzamaglia dell’immaginario americano ed i culturisti in mimetica: asessuati psicopatici avvinghiati ad un M60, tanto cari a certa America reaganiana…

Ciò che rende interessante questo sceriffone di latta, versione legalitaria di Terminator, è soprattutto l’ambientazione: un contesto urbano dai richiami post-moderni di alienazione metropolitana, con implicazioni socio-politiche di gran lunga più complesse rispetto a tanti prodotti coevi.
Robocop sbanca il botteghino e viene subito messo a profitto con l’immancabile sequel. I produttori affidano la sceneggiatura ad un Frank Miller in stato di grazia, che estremizza i contenuti spingendo al massimo l’anticonformismo irriverente dei dialoghi, nell’impietosa dissacrazione dell’American Dream tramite una carica di cinismo dirompente e provocatorio.
Soprattutto, Miller riprende ed amplifica al massimo i risvolti critici e di denuncia individualista, sviluppando tematiche già presenti nella prima scrittura di Edward Neumeier e Michael Miner, con un’implicita contestazione anti-sistemica. Insiste sulla manipolazione del disagio sociale da parte di un potere tecnocratico svincolato da ogni controllo e focalizza l’attenzione sul potere manipolatorio dei media televisivi, che mostrano una realtà illusoria senza alcun rapporto con la verità.

Il risultato è una storia violentissima ed eccessiva, che viene completamente stravolta dalla regia per esigenze di copione. Poco male perché, dieci anni dopo, dalla scrittura di Frank Miller sorgerà una delle più belle graphic novel mai realizzate, su disegni di Juan José Ryp e riadattamento di Steven Grant per le pubblicazioni della Avatar Press.
In un’epoca in cui il liberismo trionfante si evolveva velocemente in turbo-capitalismo, mentre in Italia una pletora di stronzetti ambiziosi eleggeva lo yuppie a modello ideale, qualcuno osava sollevare dubbi sul migliore dei mondi possibili proprio nella sua fase di massimo successo. E per l’occasione inventava una Detroit distopica, prossima al tracollo economico ed al collasso del suo tessuto sociale, in un mondo in cui tutto (a partire dai servizi essenziali) è privatizzato e sottomesso alla volontà dei ‘mercati’ dove i cittadini di diritto vengono degradati a consumatori senza tutele. Lo stesso Robocop altri non è se non un prototipo sperimentale di una polizia privatizzata, dove la componente umana (priva di valore commerciale) è assolutamente secondaria (e sacrificabile) rispetto al costoso impianto biomeccanico.
Nell’impossibilità di ripagare i debiti contratti a condizioni capestro con il potere finanziario, nel vano tentativo di ripianare il deficit di bilancio, l’intera città di Detroit diventa una proprietà privata ad uso esclusivo della OCP (Omni Consumer Products), mega-corporation interessata ad un gigantesco piano di speculazione immobiliare. Con la scusa della crisi finanziaria, l’OCP si sostituisce all’amministrazione municipale, trasformando i “servizi pubblici” in appalti privati che gestisce in proprio, con piena discrezionalità decisionale, trasformando Detroit in metafora politica e laboratorio socio-economico di un “nuovo mondo”… Con pessimi risultati.
Oggi si può dire che molte di quelle intuizioni, elaborate per esigenze di fiction, si sono rivelate incredibilmente profetiche e azzeccate. Il mondo (im)perfetto della OCP sembra essere diventato una realtà. E fa abbastanza schifo!

Se il logo dell’immaginaria OCP ha richiami evidenti con la bandiera nazista, è curioso notare come il simbolo della multinazionale sia stranamente simile al logo della JP Morgan Chase la quale, al contrario, non produce assolutamente nulla. L’unico consumo che conosce è il suo ciclo biologico da parassita finanziario, drammaticamente simile alla filaria.

A proposito di “Piigs”, nella serie originale l’acronimo della famigerata O.C.P. viene solitamente reso come Oppressive Capitalist Pigs… gli unici e inconfondibili. Diffidate delle imitazioni.

Homepage