Archivio per Italiani

Gli eterni bambini

Posted in Muro del Pianto with tags , , , , , , , on 3 luglio 2012 by Sendivogius

 «Che cos’è il populismo, il male eterno della politica italiana?
In una formula, consiste nel trattare come bambini cittadini adulti e teoricamente responsabili. A molti italiani il populismo piace ed è sempre piaciuto proprio per questo, perché non li fa crescere e li monda dai peccati del mondo. La minoranza di italiani adulti, invece, lo trova insopportabile. Come trova insopportabile che il Paese più vecchio del mondo, per storia e per anagrafe, sia al tempo stesso il più infantile. Abbiamo inventato il fascismo, ma un minuto dopo la fine della guerra, anzi già mesi prima la colpa era tutta dei tedeschi. Mussolini era un dittatore bonario, i fascisti dei ragazzini esibizionisti, le leggi razziali un’imposizione dell’alleato. La migliore rappresentazione dell’eterna fanciullezza italiota è l’Amarcord di Fellini. Il fascismo visto con gli occhi di un adolescente, cioè di tutti gli italiani fascisti. I pochi antifascisti, infatti, erano in galera dove tocca crescere alla svelta.
Vent’anni fa gli eterni infanti si sono accorti di colpo d’essere stati governati da una classe dirigente di corrotti, manigoldi e incapaci. Che sorpresa! Chi l’avrebbe mai detto?!? Per fortuna hanno votato in massa il nuovo, l’onesto, il competente: Silvio Berlusconi.
L’hanno voluto ad ogni costo, passando sopra al conflitto d’interessi, al ridicolo e alla vergogna. A dispetto dello stesso Berlusconi, della sua evidente inadeguatezza di fronte alla missione dichiarata di creare “un nuovo miracolo italiano”. Gli avevano raccontato in tutti i modi che Berlusconi “scendeva in campo” per salvare le sue aziende che, orfane di favori e sodali politici, da Craxi ad Andreotti, sarebbero fallite. Ma i piccoli italiani che non crescono mai gli credevano. È andata male. Berlusconi non solo non ha fatto il miracolo, ma ha preso un Paese comunque ricco e produttivo e l’ha ridotto sull’orlo della bancarotta. Ora chiedono a Monti, che è arrivato l’altro giorno, di far crescere l’economia. Ma l’economia italiana non cresce da 12 anni. Non se n’era accorto nessuno? No, neppur il superministro, Giulio Tremonti, che ancora va in giro nei salotti tv di sinistra, da Ballarò a Santoro, per spiegare quanto è stato profetico.
I piccoli italiani ora scoprono d’essere stati ancora truffati. Ma non è colpa loro. È colpa della politica trasformista, come spiega Beppe Grillo. Un trasformista coi fiocchi, uno che a dicembre saluta il governo Monti come “la salvezza dell’Italia” e oggi scrive che è frutto di un “golpe ordito da Napolitano e dalle banche”. Piace Grillo perché è un bambino anche lui, non deve rendere conto di quello che ha detto cinque mesi fa. Era tanto piccolo, aveva soltanto 64 anni.
Padre nostro rimetti a noi i nostri debiti anche se col cavolo che noi li rimettiamo ai nostri debitori. Amen

  Curzio Maltese
  Il Venerdì – (22/06/2012)

Homepage

Italiani allo specchio

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , on 8 marzo 2011 by Sendivogius

Delineare le radici storiche e culturali alla base di una presunta identità italiana, nella presunzione di realizzare un modello di riferimento universale, da applicare alla stregua di una fotografia segnaletica alla specificità italiana, è un’operazione ardua (per alcuni impossibile). Si parte dai contorni di un “tipo ideale”, tanto per fare il verso a Max Weber, e si finisce per declinare il profilo secondo le impressioni personali dei molti ritrattisti che si sono alternati nell’impresa.
Un affresco interessante è quello realizzato dalla penna corrosiva di Curzio Malaparte, in una delle sue opere meno conosciute: “Muss. il Grande Imbecille”. Trattasi in realtà di una raccolta postuma di testi, impressioni, appunti sparsi, su Benito Mussolini (Muss.) e sul carattere degli italiani in generale. Italiani che, a quanto pare, sembrano sempre essere alla ricerca di un nuovo “Grande Imbecille” da idolatrare…
 Curzio Malaparte (1898-1857), al secolo Kurt Erich Suckert, è stato un apostata politico del trasformismo più acrobatico: militarista convinto, a tratti guerrafondaio, e poi pacifista; squadrista dei più fanatici e poi anti-squadrista; fascista e quindi anti-fascista, quando il Fascismo trionfava al potere; anticomunista viscerale e infine comunista… A suo merito, si potrebbe definire il personaggio un voltagabbana cronico, eppure non un opportunista.
Tuttavia, l’immagine irriverente che Malaparte traccia degli italiani potrebbe essere tanto più interessante, perché tanto più gli assomiglia nelle loro contraddizioni. In fondo, per l’Autore, è quasi un ritrovarsi allo specchio e ciò rende più vero il riflesso, pur con le dovute eccezioni:

«Non è mai stata una facile impresa disegnare un ritratto del popolo italiano. E infatti non esiste, nella nostra letteratura, nella nostra storiografia, un “ritratto” del popolo italiano. Non già perché non esista un popolo italiano, ma perché il nostro è un popolo complesso, e il disegnarne un ritratto significa ritrarre press’a poco tutte le virtù e tutti i difetti degli uomini, che gli italiani possiedono in sommo grado. Si può tentar di stabilire quale sia il carattere predominante nel  nostro popolo: e stabilito questo carattere predominante si sarà colto l’elemento fondamentale della sua storia, del suo ritratto. Questo carattere predominante del popolo italiano a me sembra che sia la malafede. Dirò che la malafede è il carattere predominante di ogni popolo: come dell’inglese e del tedesco, come del francese o del russo. Resta ora da dire quale sia il carattere della malafede italiana. La malafede del popolo italiano lo porta a finger di credere in cose, in persone, in idee, cui non crede, e ad agire in conseguenza. Tale era la malafede di Mussolini. Di fronte a se stesso, l’italiano, a somiglianza di ogni altro popolo, è in continua malafede.
L’italiano finge di credersi sentimentale: e non è. Romantico: e non è. Idealista: e non è.
L’italiano è realista, guarda al sodo, al proprio tornaconto, al proprio “particolare” del Guicciardini. È sensuale. La sua facilità alle lacrime sol che gli si ricordi la madre, la sposa, i figli, non è che finzione. In realtà, non è che senso, primitivo, del clan (famiglia).
Il vivere insieme in un letto, maschi e femmine, non dipende solo da miseria. I contadini arricchiti continuano a dormire insieme. In una stessa stanza, in un solo letto. Si annusano l’un l’altro, amano il proprio odore e quello altrui. L’italiano ama credersi un uomo libero: e non è. Amante della libertà: e non è. Devoto: e non è. Fedele: e non è.
Pronto a sacrificarsi, per le proprie idee: e non è. L’italiano non si sacrifica neppure per i propri interessi. Si sacrifica soltanto per l’idea che egli si è fatto di sé, e per smentire, o non smentire, l’idea che gli altri si son fatti di lui. “Gli altri”. Ecco il prossimo degli italiani. Gli altri dominano la vita del popolo italiano, e di ogni italiano, con una potenza straordinaria. Il che significa che il carattere fondamentale degli italiani è la vanità.

[…] L’ideale dell’italiano è l’avvocato: ma l’avvocato sotto la forma dell’oratore, e soltanto sotto questa forma. Un oratore presuppone una folla di uditori e di spettatori, davanti ai quali recitare, come un attore.
In Italia non esistono avvocati che parlino da soli.
Nei tempi moderni, i due italiani più tipici, più rappresentativi, sono Napoleone e Mussolini. Non per quello che Mussolini credeva, ma per quello che avevano realmente in comune, cioè le qualità e i difetti comuni a tutti gli italiani.
Altro carattere comune agli italiani è la gelosia, in tutte le sue forme. Vanità e gelosia: due difetti che dipendono l’uno dall’altro. Altro carattere comune è l’ingenuità.
Questo popolo di piccoli furbi, di cavillosi, di contenziosi, di legulei, di astuti, è in realtà di una ingenuità che sorpassa il ridicolo, che tocca l’imbecillità. L’italiano è furbo nelle piccole cose: nelle grandi è ingenuo. […] Tutti i nostri maggiori uomini politici, a cominciare da Cavour, per il quale una certa classe di italiani ha una stima esagerata, erano e sono di una stupidità quasi meravigliosa: sono uomini politici tipicamente levantini, siano essi nati in Piemonte, in Puglia, in Sicilia. Eccellono nell’arte di fingere, di tessere  intrighi, di corrompere: ma nelle questioni importanti, nei grandi fatti, sono piccoli e miserabili. Spregevoli e ridicoli personaggi, perfino inferiori alla parte deteriore del popolo italiano.
Il carattere fondamentale dell’italiano in guerra non è, come tutti i popoli stranieri credono, la vigliaccheria: ma la stupidità. I grandi dolorosi esempi di vigliaccheria di capi o di interi eserciti, tante volte ripetutisi nella nostra storia, e non soltanto in quella moderna, sono, in realtà, esempi grandi e dolorosi di stupidità

 Curzio Malaparte
 “Muss. – Il grande imbecille” 
 Luni; Trento 1999

Homepage

Finanza Creativa (II)

Posted in Business is Business with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 16 marzo 2009 by Sendivogius

 

 “The Italian Job

 

ponzi1 Immaginate una sala scommesse, dove allibratori senza scrupoli vendono pacchetti differenziati a giocata multipla garantendo vincite sicure, ad alto rendimento, in cambio di puntate relativamente modeste purché continue.

Immaginate che le quote siano co-finanziate dagli stessi allibratori con la concessione di prestiti non garantiti che, attraverso un afflusso costante di nuovi scommettitori, spingono al rialzo il valore delle eventuali vincite.

Immaginate una sacca speculativa che, con nuovi azzardi e l’estensione condivisa del rischio, si autoalimenta tramite iniezioni fittizie di denaro, incrementa il debito, dilazionando il pagamento dei crediti. E la bolla continua a gonfiarsi, finché non giunge il momento di rifondere il prestito originario, spacchettato a sua volta in obbligazioni creditizie negoziabili, piazzate ad ignari portatori-investitori. Il loro valore solvibile è molto simile a quei bigliettini chiamati “pagherò”, che gli incalliti giocatori di poker sottoscrivono, pur nella consapevolezza di non essere nella condizione di saldare.

Il meccanismo, che per la sua creatività finanziaria è (impropriamente) ricollegabile alle cause dell’attuale crisi economica, continua ad essere riproposto con perversità ciclica nei mercati senza regole della finanza globalizzata.

Le modalità di applicazione rispondono, o quantomeno si ispirano, ad uno “schema” consolidato che dal suo ‘misconosciuto’ creatore, Charles Ponzi, prende il nome.

 

IL RE DELLA TRUFFA

Quando Carlo Ponzi sbarcò a Boston, nel novembre del 1903, era solo l’ennesimo emigrato italiano, di belle speranze e pochi spiccioli, venuto a cercar fortuna in America.

charles-ponziOriginario di Lugo di Romagna (dove era nato il 3 marzo 1882), il giovane Ponzi aveva lasciato presto il suo impiego alle Poste, per inventarsi studente universitario a Roma e sperperare tutti risparmi in gozzoviglie e divertimenti, giocando alla bella vita. A corto di quattrini, decide di riparare negli Stati Uniti e durante la traversata perde gli ultimi denari in scommesse e gioco d’azzardo. Il ragazzo ragiona in grande, ma per il momento si deve accontentare di lavorare come sguattero e lavapiatti in un ristorante. Risparmia sull’alloggio perché dorme sul pavimento delle cucine. Però è accattivante, di bell’aspetto, parla bene l’inglese, e presto diventa cameriere. Impiego che non conserva a lungo, perché truffa i clienti sui resti e gratta i soldi dalla cassa.

Nel 1907, Ponzi si trasferisce in Canada, a Montreal, dove in qualche modo riesce a farsi assumere come aiuto-cassiere nella banca fondata da un altro italiano, Luigi Zarossi, che ha costruito la sua fortuna grazie alle rimesse degli emigranti garantendo tassi d’interesse del 6%, al doppio di quello vigente presso gli altri istituti canadesi. Probabilmente, prima di essere affinato, il futuro ‘sistema Ponzi’ trova ispirazione proprio nella disinvolta gestione della banca. Il “Banco Zarossi” versa infatti in gravi difficoltà finanziare, a causa di una serie di speculazioni sbagliate nel mercato immobiliare, e utilizza i fondi dei nuovi clienti per pagare gli interessi sul debito. Il giochino continua fino all’inevitabile fallimento della banca, quando il buon Louis scappa in Messico con gli ultimi soldi che i risparmiatori gli avevano affidato. Necessità fa virtù e Ponzi, di nuovo disoccupato, non si perde d’animo… Capisce che la sua fortuna è negli USA. Di nuovo a corto di quattrini, riesce a impossessarsi del libretto d’assegni di un ex correntista del ‘Banco’ e si intesta un assegno di $423.58  falsificando la firma di un direttore di filiale. Beccato, deve rimandare la sua partenza perché si fa tre anni di prigione a Montreal.

Nel 1911, Ponzi riesce finalmente a rientrare negli USA. Arriva fino ad Atlanta e subito trova ospitalità nelle carceri della Georgia, con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina (di italiani). La prigione federale, dove rimane per due anni, si rivela un’altra esperienza proficua: collabora come traduttore, facendo conoscenza con i boss corleonesi della Mano Nera. Soprattutto, entra in contatto con Charles W. Morse, il Re del Ghiaccio, speculatore e affarista di NY.  

Dopo la scarcerazione, Charles Ponzi si sposta nuovamente a Boston e nel 1918 si sposa con una ragazza di origini italiane. Non per questo rimane con le mani in mano dimostrandosi, a suo modo, un precursore… Si dedica infatti alla raccolta di annunci pubblicitari, con la realizzazione di un catalogo specializzato per imprese ed esercizi commerciali. Il progetto tuttavia non va in porto, a causa della cronica carenza di fondi. Ma ecco che tramontata un’idea, ne sorge subito un’altra più grandiosa. In risposta ad una sua precedente lettera indirizzata ad una società che lavora in Spagna, Ponzi riceve una richiesta di notizie dettagliate sulla potenziale rivista. Allegata alla missiva trova un IRC (International Reply Coupon), un ‘buono di risposta internazionale’, per l’affrancatura della lettera di ritorno. L’IRC è un buono prepagato con validità internazionale, che viene utilizzato in sostituzione dei normali francobolli. In pratica, permette di spedire lettere già affrancate all’estero. La validità del coupon è standardizzata a livello internazionale, ma il costo d’acquisto varia a seconda dei singoli stati. Questo vuol dire che, al momento della conversione in francobolli, lo stesso IRC acquistato negli USA al prezzo di un dollaro (in sostituzione di un francobollo da 1 $), in Italia potrebbe avere invece un valore equivalente a 30 centesimi di dollaro. In tal caso, il margine di profitto sarebbe del 70% qualora i coupon fossero acquistati in Italia e convertiti poi in francobolli americani. Basata essenzialmente sull’acquisto e sulla vendita dello stesso bene in due mercati diversi, si configura come una operazione di tipo finanziario, conosciuta dagli operatori di settore col nome di “arbitraggio”, che genera un profitto immediato lucrando sulle differenze di prezzo.

Inutile dire che il vulcanico Ponzi vede nella circostanza una incredibile fonte di guadagno.

 

LO ‘SCHEMA PONZI’

Charles Ponzi costituisce una nuova società: la Securities Exchange Co e gli IRC movimentati alla stregua di “titoli di cambio” pagabili al portatore: attraverso una rete di agenti mandatari in Italia, Ponzi acquista i coupon postali; gli IRC acquistati in Italia vengono trasferiti in USA e convertiti in francobolli americani, approfittando del cambio vantaggioso.

Per i capitali di investimento si ricorre a finanziatori terzi, ai quali Ponzi assicura rendimenti eccezionali a pronto termine, con tassi d’interesse del 50% e corresponsione del capitale entro 90 giorni dall’investimento iniziale.

Una seconda rete di agenti a provvigione, ben pagati, che agisce secondo i meccanismi del marketing multi-level, si preoccupa di procacciare clienti in territorio americano, specialmente tra la comunità degli emigrati italiani. Finché le quote di partecipazione affluiscono copiose, insieme ai nuovi investitori, la compagnia continua a corrispondere regolarmente i dividendi, contribuendo alla creazione di piccole fortune patrimoniali, che rendono Ponzi popolarissimo tra i molti beneficiati.

Dal Febbraio al Maggio del 1920, la “Securities Exchange” passa da un capitale di $5.000 a $420.000. A Luglio dello stesso anno, Ponzi ha raccolto fondi per svariati milioni di dollari e possiede il controllo di una banca: la Hanover Trust Bank.

In realtà, ad una più attenta analisi finanziaria, la Securities Exchange lavora in costante perdita, nonostante la società riesca a raccogliere fino a $250.000 al giorno. Il suo passivo cresce in parallelo con la liquidazione delle quote, senza che gli investimenti riescano a colmare un pauroso buco di bilancio (opportunamente occultato nei libri contabili). Innanzitutto, i tassi di cambio degli IRC, al netto delle spese di gestione e di commissione, non risultano così vantaggiosi come Ponzi credeva ed il saggio di profitto è notevolmente inferiore rispetto alle aspettative originarie. Gli stock di “buoni” (gli IRC) sono nettamente inferiori, in rapporto a quelli che dovrebbero essere necessari alla capitalizzazione finanziaria della compagnia. La maggiorazione delle quote investite dai clienti dovrebbe essere ulteriormente garantita da una serie di arzigogolate operazioni di ingegneria finanziaria che in realtà sono inesistenti.

Lo Schema Ponzi è un sistema a perdere in cui le rimesse degli ultimi arrivati pagano gli interessi maturati dai primi investitori. Se il flusso dei nuovi clienti si interrompe, la liquidazione delle quote promesse diventa impossibile a causa dell’inevitabile prosciugamento dei fondi in deposito in assenza di versamenti.

Il Boston Post, quotidiano che aveva inizialmente elogiato lo schema creato da Ponzi, inizia ora a criticarne aspramente i limiti e le ambiguità. Escono fuori i precedenti penali di Ponzi, insieme alla sua fedina non proprio immacolata. Le autorità federali iniziano una serie di indagini fiscali. Tra i risparmiatori inizia a diffondersi il panico con la corsa al ritiro. La società dell’intraprendente romagnolo inizia a scricchiolare paurosamente, prima dell’inevitabile collasso. Ma Ponzi fa una cosa ‘strana’… evidentemente convinto del suo ruolo di imprenditore, irretito dall’abito di filantropo che gli è stato cucito addosso, invece di scappare all’estero col malloppo (come già aveva fatto Zarossi) continua a pagare i premi ai suoi clienti che sempre più numerosi si presentano agli sportelli della banca, fino ad esaurimento fondi.

La parabola di Ponzi dura circa un anno. Arrestato nel novembre del 1920 per bancarotta e frode, viene condannato ad una pena complessiva di 13 anni: ai cinque anni iniziali se ne becca altri 9 durante il processo d’appello come “ladro comune e notorio”. Questo pure perché Ponzi, uscito su cauzione, ha pensato bene di “darsi alla macchia”. Infatti ricompare in Florida, dove si fa chiamare Charles Borelli, e subito organizza una nuova truffa fondiaria ai danni di sprovveduti farmers. Arrestato nuovamente, ancora una volta esce su cauzione e ripara in Texas dove cerca disperatamente un imbarco per l’Italia e l’impunità.

Il 28 Giugno del 1926, viene arrestato a New Orleans a bordo di un mercantile italiano.

Rilasciato nel 1934, viene immediatamente espulso dagli USA (Ponzi non aveva mai ottenuto la cittadinanza). Tornato in Italia, si guadagna da vivere come traduttore. Mussolini lo coopta nel suo governo, affidandogli incarichi di gestione finanziaria. E Ponzi dimostrerà di essere talmente incompetente in materia da venir trasferito come impiegato nella “Ala Littoria”, l’allora compagnia di bandiera, distaccato a Rio de Janeiro in Brazile dove lavora dal 1939 al 1942. Con la guerra, i voli vengono sospesi e Ponzi perde nuovamente l’impiego, ma rimane a Rio dove muore il 18 Gennaio 1949 in un ospedale per poveri.

Tuttavia, il “Ponzi-scheme” non muore col suo ideatore e gli emuli non mancano: dalle ‘finanziarie piramidali’ ai ‘banchieri di Dio’, che però meritano una trattazione a parte.

 

ANNO 2009

wall-street-1929 In tempi più che recenti, il famigerato schema è stato riproposto da businessman senza scrupoli come Nicholas Cosmo, che con la sua Agape World Inc ha rastrellato qualcosa come 400 milioni di dollari. Cosmo è stato arrestato a NY il 26 Gennaio di quest’anno.

Ma il più ‘famoso’ di tutti è sicuramente un ex bagnino di Long Island, passato dalle spiagge della Grande Mela alla presidenza del Nasdaq: Bernard Madoff il quale, con la sua Investement Securities, ha realizzato la più grande truffa finanziaria di tutti i tempi. Pare che la cifra si aggiri intorno alla modica cifra di 50 miliardi di dollari. Il caro Bernie, senza strafare, prometteva rendimenti sicuri ad un tasso ragionevole del 10% – 15%. Il fatto che gli hedge funds di Madoff fossero immuni dalle oscillazioni del mercato finanziario, garantendo un rendimento costante, con un saldo sempre in positivo, evidentemente non ha mai destato sospetti tra i suoi pur facoltosi clienti. Almeno fino al crollo dell’intero sistema, quando con le prime avvisaglie delle crisi economica gli investitori sono tornati a reclamare le loro quote.

Nella rete di Madoff sono confluiti fondi pensione, piccoli risparmiatori e grandi istituti finanziari, fondazioni ed enti di beneficenza collegati al bel mondo di Hollywood. Tutti molto convinti della solidità dei Jewish Bond emessi da Madoff, che ha truffato mezza comunità ebraica d’America. Tra le vittime dei salotti buoni che contanto, c’è anche il regista Steven Spielberg ed il premio nobel Elie Wiesel. Tra le banche (fonte: http://www.finansol.it/?p=1078) si registrano scoperti per svariati milioni di dollari:

– UNICREDIT, 75 milioni

– BANCA POPOLARE, 60 milioni
– BNP Paribas, 350 milioni
– Bbva , 300 milioni
– Hsbc, 1 miliardo
– Natixis, 450 milioni
– Rbs, 400 milioni di sterline
– Axa, 100 milioni di euro
– Man Group, 360 milioni di dollari
– Nomura, 302 milioni di usd
– Credit Agricole, 10 milioni

Naturalmente, tali perdite rischiano di coinvolgere, loro malgrado, i clienti degli istituti interessati ed i contribuenti tutti, arruolati a forza nei cosiddetti “piani di salvataggio”. Questo dopo che magari si è convinti i lavoratori ad affidare la gestione del proprio TFR ai fondi di categoria, tutti altamente sicuri e garantiti. Come quelli di Madoff.

 

P.SBuona parte delle informazioni presenti in questo articolo sono state desunte da wikipedia. Un particolare ringraziamento va invece rivolto ai lettori di Liberthalia: il post dedicato a “Il Mostro di Roma” ha raggiunto quasi 200 visualizzazioni nelle prime 56 ore dalla pubblicazione. Per chi scrive, sono piccole (grandi) soddisfazioni.

 

The Italian Watchmen

Posted in Ossessioni Securitarie with tags , , , , , on 1 marzo 2009 by Sendivogius

 

“Ti regalerò una ronda…”

 

severed-arm L’Italia è un paese strano. È allergico a qualsiasi norma; è insofferente a qualunque regola civica. Ha una considerazione del “bene comune” prettamente familiare, che non va oltre la dimensione clanica della non-società italiota: perché sperperarlo in pubblico? Se non è mio, che bene è?!? Molto meglio che venga spartito in famiglia, come se fosse una Cosa nostra.

Vota in massa per i suoi pregiudicati preferiti. Adora i condoni. Ammira il furbo e denigra l’onesto. Non vuole noie e pensa sempre ai fatti propri. Nel senso più (ri)stretto del termine. Come a Bologna, dove ad una ragazzina di 15 anni che chiede aiuto, mentre viene stuprata in mezzo alla strada, il bravo passante risponde: ‘non mi interessa’. Mica m’è parente! O come a Roma, quartiere Quartaccio, dove nessuno si affaccia alle finestre, perché in TV danno la partita della “Magica”. Però vuole più “sicurezza”.

Un paese spaventato, che agita la forca e predica la “tolleranza zero” (per gli altri), ma non s’impiccia. Non interviene, non previene, se non a fuochi spenti (come tutti i vigliacchi), che invoca e cerca il linciaggio, assicurandosi prima che il delinquente sia ammanettato.

Un brutto Paese di mala gente che, tuttavia, come il brigadiere Pasquale Zagaria, ama la mamma e la polizia. Ma non disdegna il “fai da te”.

Dalla recente promulgazione del DL 11/2009 che autorizza la costituzione delle “ronde” (Art. 6. Commi 3;4;5;6), è tutto un gran proliferare di pettorine colorate, prese in prestito dalla cantieristica stradale, del volontario tuttofare che gioca a guardie e ladri. Patetici Van Helsing in guerra contro le ‘creature della notte’. L’iniziativa ha suscitato grande entusiasmo al Nord, rispetto al più smaliziato Meridione dove le “onorate società” di galantuomini controllano ormai da tempo il territorio, con pieno successo. Si registrano ingolfi a Padova dove, con leggero ritardo sul carnevale, si è festeggiato Arlecchino: ronde ‘di sinistra’ che controllano le ronde ‘di destra’, divise per colori tra militanti (post)fascisti di A.N e puri fascisti storaciani. Nel mezzo, ronde di quartiere autoctone, controbilanciate da ronde di immigrati extracomunitari e le neo-ronde di romeni contro i romeni che delinquono. Tutti, a loro volta, sono stati seguiti dalla Polizia di Stato, ridotta a fare la badante di un nutrito stuolo di deficienti massimamente assortito.

Come questi bolsi pattuglioni di casalinghe (più o meno disperate) fresche di coiffeur; attempati “benemeriti” in congedo, acciaccati vegliardi in fuga dai centri anziani, rachitici travet dal fisico temprato nel lancio dei coriandoli, pensano di contrastare la ‘criminalità predatoria’ di gente indurita dalla vita di strada, svelta di mano, e abile di coltello, resta un mistero.

In compenso, esaltati, spostati e frustrati di ogni ordine e grado, potranno costituire la loro ‘brava’ compagnia privata (di pirla al posto dell’anello) e improvvisarsi cavaliere di ventura. Tutto ciò, in attesa che il ministro Maroni si degni di istituire un registro per questi rambo della domenica, specificando i “requisiti di appartenenza” e “gli ambiti operativi”.

Per il momento abbiamo rifondato le milizie di partito. Per le crociate ci siamo già organizzati. Un duce e re ce l’abbiamo già. Per il feudalesimo invece bisogna ancora aspettare… Non per molto.