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La Nevrosi del Convertito

Posted in Kulturkampf, Masters of Universe with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 23 ottobre 2014 by Sendivogius

Irshad Manji

Per quanto il fenomeno rientri tra gli effetti collaterali di ogni proselitismo religioso, lo zelo esibito e fanatico del neofita, integralizzato nei fondamenti assoluti della sua nuova fede, da solo non basta a spiegare i fatti di Ottawa, o gli exploit fai-da-te del monomaniaco lobotomizzato a colpi di tecno-jihad.
Explain the DifferenceIn realtà, la religione (qualunque essa sia) non costituisce mai un fine, ma è sempre il mezzo col quale gli psicotici danno libero sfogo alle loro Gli Isl'Amici e la Democraziafrustrazioni. Che poi sia una certa interpretazione dell’Islam, degenerato in perversione della mente, ad alimentare le turbe ossessive del momento, questa rappresenta soltanto un riflesso del degrado dei tempi. E ciò avviene soprattutto dinanzi al proliferare di disadattati sociali, variamente disturbati, neo-convertiti alla religione della pace: a mal vedere, l’unica che fa della guerra santa un atto fondante del proprio culto, inserendola nei doveri religiosi del ‘vero’ credente.

islamic-radicalsSobria manifestazione di Isl’Amici, perfettamente integrati nei paesi europei cha hanno l’indubbio piacere di ospitarne la presenza

Nei casi patologicamente più aggravati, sono quelli che per dimostrare quant’è profondo il rapporto coi “fratelli” acquisiti in Allah rinnegano ogni Gli Isl'Amici e la Democrazia (1)legame con la propria vita precedente, rigettata come “impura”. E che magari si sentono in dovere di immolarsi pubblicamente in azioni suicide, in modo da entrare nell’agognato mondo dei morti della Janna e poter così giacere ogni notte con dozzine di compiacenti fanciulle dagli occhi neri (le Urì), che riacquisiscono la verginità al termine di ogni amplesso, per tornare ad essere nuovamente deflorate (un tormento!) dall’ingrifato mujaheddin trapassato a miglior vita.

Life after Beth

E per questo smaniano per aggregarsi alle orde barbute dell’Isis, ed essere ricordati come martire del giorno tra gli isl’amici, reputando un preciso atto di devozione schiavizzare le donne dei nemici abbattuti, brutalizzare le popolazioni asservite, lapidare le adultere o scannare i prigionieri, per piacere a dio.
Siria - Vita quotidiana a RaqqaPer descrivere lo stato di dissonanza cognitiva, che contraddistingue un simile stato di alterazione compulsiva, in una delle sue opere più famose (pubblicata nel 1998), Naipaul parlava di “nevrosi primaria del convertito”.

Fedeli a Oltranza  «L’Islam è originariamente una religione araba; tutti i musulmani non arabi sono convertiti.
L’Islam non è solamente una questione di coscienza o di fede personale: ha aspirazioni imperialistiche. Il convertito cambia la sua visione del mondo, perché i luoghi santi sono in terra araba, perché la lingua sacra è l’arabo. Cambia pure la sua idea della storia: il convertito rinuncia alla propria e diventa, che gli piaccia o no, parte della storia araba. Quindi deve voltare le spalle a tutto ciò che gli è proprio. Lo sconvolgimento sociale che ne deriva è enorme e può protrarsi anche per mille anni, mentre l’atto di “voltare le spalle” deve essere ripetuto in continuazione. Di conseguenza gli uomini si creano immagini fantasiose di chi sono e cosa sono e nell’Islam dei paesi convertiti si insinua un elemento di nevrosi e di nichilismo. Da qui la facilità di tali paesi a infiammarsi.
[…] Può anche darsi che le grandi conversioni, delle nazioni o delle culture…. avvengano quando gli uomini non hanno più un’idea di sé, e non hanno i mezzi per capire e recuperare il passato. La crudeltà del fondamentalismo islamico è che permette solo a un popolo – gli arabi, il popolo originario del Profeta – di avere un passato e luoghi sacri, pellegrinaggi e onoranze alla terra. Questi luoghi sacri arabi diventano i luoghi sacri di tutti i popoli convertiti. I convertiti devono sbarazzarsi del proprio passato; a loro non si chiede altro che una fede purissima (se è mai possibile una cosa simile): Islam, sottomissione. La forma più intransigente di imperialismo

  V.S. Naipaul
FEDELI A OLTRANZA.
  Un viaggio tra i popoli convertiti all’Islam
Adelphi (Milano, 2001)

Naipaul Sir Vidiadhar Surajprasad Naipaul (questo il suo nome per intero!), “baronetto” di sua Maestà britannica (1990), Premio Nobel per la letteratura nel 2001, e un carattere impossibile, rientra a pieno titoli negli scrittori che si apprezzano per le proprie Luttwakopere (a noi capita la stesso con E.N.Luttwak), ma che mai si vorrebbero frequentare di persona.
Arrogante, indisponente, provocatoriamente altezzoso, sessista, insopportabile misantropo e rabbioso misogino, ma anche scrittore raffinatissimo e personaggio sofisticato, Naipaul è quanto di più prossimo alle parole che il regista Giuseppe Tornatore fa pronunciare ad Onoff/Depardieu, in uno dei suoi film più riusciti:

Una pura formalità«Non bisognerebbe mai incontrare i propri miti. Visti da vicino ti accorgi che hanno i foruncoli. Rischi di scoprire che le grandi opere che ti hanno fatto sognare tanto le hanno pensate stando seduti sul cesso, aspettando una scarica di diarrea

“Una pura formalità”
(1994)

Nonostante i difetti, Naipaul è una sorta di anemometro del vento fondamentalista, che ha saputo misurare con ampio anticipo, cogliendone la pressione laddove le correnti erano più forti ed il fenomeno meno investigato, nel sostanziale disinteresse di un Occidente, che evidentemente si reputava immune alla perturbazione integralista.
Gli Isl'Amici e la Democrazia (2)L’opera si struttura in quattro parti: Indonesia; Iran; Pakistan; Malesia. A suo modo, e con piglio quasi etnografico, Naipaul è tra i primi a mettere in luce il fuoco interiore che sembrano contraddistinguere società diverse, dalla struttura ancora feudale e frammentata nelle sue divisioni tribali. Tutte sono unite dalla comune ossessione per un ideale sempre più distorto e ancestrale di “purezza religiosa”, in una persistente nevrosi culturale e identitaria. A questa si accompagna un’incapacità cronica nel gestire le complessità della modernità, concepita dagli interessati più che altro come una crosta superficiale, a retaggio della colonizzazione britannica.
Oggi si tende, con una certa facilità, a liquidare il sedicente Stato islamico di Iraq e Levante come qualcosa di completamente estraneo alla tradizione musulmana, in quanto aberrazione della medesima. E se pessime sono le criminalizzazioni nella semplificazione generalizzata, nemmeno giovano le assoluzioni a priori, nella rimozione di peculiarità che, prima ancora che negate, andrebbero meglio confutate, onde prevenire i rischi.
I confini ideali del CaliffatoIn concomitanza con l’avvento dell’ISIS, vale la pena rileggere le pagine che Naipaul dedica al suo viaggio nel sub-condinente indiano e soprattutto al Pakistan (la Terra dei puri), che l’Autore dichiara evocativamente “fuori dalla mappa della storia”, e cogliere le differenze con l’ibrido mediorientale attualmente in fieri

British_soldiers_looting_Qaisar_Bagh_Lucknow«Il periodo britannico fu un periodo di rinascenza indù. Gli indù, soprattutto in Bengala, accolsero con favore la nuova scienza di stampo europeo e le istituzioni introdotte dai britannici. I musulmani, feriti dalla perdita del potere e in obbedienza a vecchi scrupoli religiosi, rimasero a guardare. Fra le due comunità si venne così a creare un divario intellettuale, che con l’indipendenza non ha fatto che approfondirsi. Ed è questo, ancor più della religione, che oggi, alla fine del ventesimo secolo, fa dell’India e del Pakistan due paesi decisamente diversi. L’India, con una classe intellettuale che cresce a passi da gigante, si espande in tutte le direzioni. Il Pakistan, che non fa altro che proclamare la fede e soltanto la fede, si ripiega sempre di più su se stesso.
hinduFu dall’insicurezza dei musulmani che nacque l’istanza di creare il Pakistan. E anche da un’idea della gloria passata, dall’immagine degli invasori che avevano fatto irruzione da nord-ovest, saccheggiando i templi dell’Indostan e imponendo la fede agli infedeli. Questa fantasia è tuttora viva, e per il musulmano convertito del subcontinente è l’origine della sua nevrosi, perché in tale fantasia dimentica ciò che è e diventa tutt’uno con l’invasore e il profanatore.
Riferendosi a un altro continente, è come se le popolazioni indigene del Messico e del Perù si schierassero con Cortés e Pizarro e gli spagnoli, in quanto portatori della vera fede.
Islamic invasion of indostan[…] Il nuovo Stato era nato in fretta e furia e non aveva un vero programma. Non poteva diventare la patria di tutti i musulmani del subcontinente; sarebbe stato impossibile. Di fatto, i musulmani destinati a rimanere in India erano più numerosi di quelli che avrebbero fatto parte del nuovo Stato islamico. Pareva piuttosto che, al di là e al di sopra di qualunque finalità politica, il nuovo Stato dovesse rappresentare il trionfo della fede, un paletto conficcato nel cuore del vecchio Indostan

 V.S. Naipaul
Fedeli a oltranza. Un viaggio tra i popoli convertiti all’Islam
Adelphi (Milano, 2001)

Per devoti e fanatici, unicamente preoccupati di non sembrare mai abbastanza “puri” e non compiacere a dovere l’iddio onninvadente, l’organizzazione delle strutture amministrative nella nuova entità religiosamente conforme è da sempre l’ultimo dei problemi…

«Nessuno aveva mai riflettuto davvero su cosa significasse amministrare il nuovo paese. Ci si aspettava che tutto discendesse naturalmente dal trionfo della fede.
[…] Le leggi procedurali ereditate dagli inglesi, i principali legislatori del subcontinente, furono modificate senza convinzione e con scarso senso pratico. Vennero aggiunte alcune appendici islamiche che spesso gli avvocati non riuscivano ad applicare in maniera coerente; e il sistema legale, già manipolato dai politici, diventò ancor più caotico. I diritti delle donne non furono più garantiti. L’adulterio divenne un delitto. Ciò significava che un uomo poteva sbarazzarsi della moglie accusandola di adulterio e mandandola in prigione.
[…] Sullo sfondo c’erano sempre i fondamentalisti che, nutriti prima dall’estasi della creazione del Pakistan e in seguito dalla parziale islamizzazione delle leggi, volevano riportare il paese sempre più indietro, al settimo secolo, al tempo del Profeta. La realizzazione di questo sogno era affidata a un programma fumoso quanto quello della creazione del Pakistan: soltanto una vaga visione di preghiere regolari e di punizioni coraniche, il taglio delle mani e dei piedi, l’imposizione del velo alle donne e, di fatto, la loro reclusione, la concessione agli uomini di diritti padronali su quattro donne alla volta, da usare e gettare a proprio piacimento. E in un modo o nell’altro, si credeva che, attraverso tutto questo, attraverso una società chiusa e devota in cui, secondo i dettami religiosi, avrebbero spadroneggiato uomini privi di istruzione, lo Stato si sarebbe legittimato e il potere si sarebbe affermato, come si era affermato agli albori dell’Islam.
Gli Isl'Amici e la Democrazia (3)La causa del Pakistan era stata sostenuta seriamente per la prima volta nel 1930 da un poeta, Muhammad Iqbal, in un discorso tenuto al convegno della Lega musulmana prima della divisione. Il tono del discorso è più civile e in apparenza più razionale degli slogan di strada del 1947, ma gli impulsi sono gli stessi. Iqbal apparteneva a una famiglia indù convertita di recente; e forse solo un neofita poteva esprimersi in quel modo.
L’Islam non è come il cristianesimo, afferma Iqbal. Non è una religione che coinvolge solo la coscienza individuale e la condotta privata. L’Islam comporta certi “princìpi legali” che, come tali, hanno “rilevanza civica” e creano un certo tipo di ordine sociale. L’«ideale religioso» non può essere disgiunto dall’ordine sociale. “Per un musulmano è impensabile la costituzione di un’entità politica su basi nazionali che comporti l’esclusione del principio islamico della solidarietà”. Nel 1930 un’entità politica nazionale significava uno Stato in tutto e per tutto indiano.
Muhammad Iqbal E’ stupefacente che un uomo dotato di ragione abbia fatto un discorso del genere nel Novecento. Ciò che Iqbal sostiene in maniera involuta è che i musulmani possono vivere soltanto insieme ad altri musulmani. A voler prendere alla lettera le sue parole, ciò implicherebbe che il mondo ideale, quello a cui bisogna aspirare, è un mondo puramente tribale, precisamente ripartito, con ciascuna tribù al suo posto. Un’idea del genere sarebbe stata giudicata stravagante

 V.S. Naipaul
“Fedeli a oltranza. Un viaggio tra i popoli convertiti all’Islam”
 Adelphi (Milano, 2001)

Come si può vedere, gli Isl’amici del Califfato levantino, e le loro intraprendenti matricole occidentali, folgorate sulla via di Raqqa, non hanno inventato proprio nulla.

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SYRIANA (I)

Posted in Kulturkampf, Risiko! with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 4 ottobre 2014 by Sendivogius

Hellblazer - Constantine - PandemoniumIn merito alla strategia di contenimento da attuare contro il sedicente “califfato” dell’ISIS, è difficile dire cosa sia preferibile (o peggiore) tra l’esibizione muscolare della macchina bellica statunitense alla sua ennesima potenza, tramite un precipitoso interventismo militare a scopo punitivo; oppure l’inconcludente irrisolutezza per eccesso di prudenza di una presidenza indecisa su tutto, in assenza di prospettive definite.
Tagliagole dell'ISIS  D’altronde, dopo i catastrofici precedenti del passato, ed il caos della situazione presente, non si può certo biasimare il cauto Barack Obama per la sua riluttanza ad infilarsi a piedi nudi nel ginepraio mediorientale, per giunta in prossimità con le Midterm Elections (e con sondaggi per lui tutt’altro che confortanti).

I resti di James Foley

I resti di James Foley

Del resto, nessun Mr President avrebbe potuto restare inerte dinanzi all’esecuzione a freddo di cittadini statunitensi, macellati in pubblico ed esibiti come trofeo, con tanto di trasmissione in mondovisione.
Il problema risiede semmai nelle modalità di azione e di coinvolgimento sul campo. E, ad essere sinceri, finora la coalizione dei nuovi “volenterosi”, messa in piedi a difficoltà, con estenuanti trattative e diplomazie sotterranee, non è andata oltre l’impegno formale, più di facciata che di sostanza, con l’apporto riluttante di ingombranti alleati divisi su tutto.

Puericoltura nel Califfato dell'ISISPuericoltura nel Califfato dell’ISIS

Di fatto, i raids aerei in Siria sono tanto più inutili quanto inefficaci, dal momento che non esiste alcuna pianificazione o strategia condivisa con le formazioni combattenti operanti sul territorio (e sull’argomento dovremo tornare con una trattazione a parte…), in assenza di una qualunque logistica degna di questo nome, e senza che intercorrano scambi di informazioni nel terrore di dover dare l’impressione di una qualche collaborazione col regime del dittaroe siriano Bashar al-Assad.
Bashar al-AssadAl di là di un pletorico dispiegamento di cacciabombardieri, per altro sotto-utilizzati contro bersagli totalmente marginali se non addirittura risibili, la coalizione nei fatti non c’è, mancando di tutti i requisiti fondamentali per potersi definire tale: coordinamento tattico, organizzazione strategica, collegamenti logistici e comunicazione, con una totale assenza di controllo del territorio e della presenza di truppe operative di supporto, là dove più forte è la pressione delle milizie dell’IS.

ALERT

Il simpatico “emiro” canadese Abu Abdul Rahman al-Iraqi coi suoi giocattoli

A maggior ragione che delle forze combattenti del cosiddetto “Califfato”, ad eccezione delle efferatezze e della brutalità dei suoi capi-banda, si conosce ben poco: non l’esatta consistenza numerica, non l’effettivo potenziale bellico a disposizione, non gli scenari di battaglia. È difficile infatti credere che 15.000-20.000 psicopatici omicidi possano controllare con successo un fronte di guerra di oltre 1000 km². E la sensazione dominante è che siano stati altamente sottovalutati.
ISIS-truck-convoy-Anbar-ProvinceDalle poche informazioni disponibili, si ha più che altro l’impressione di una forza elastica, che possiede il suo punto di potenza sull’altissima mobilità delle proprie truppe, capaci di creare diversivi strategici, con attacchi su più obiettivi secondari, per disorientare i comandi avversari e concentrare poi l’offensiva su un preciso saliente di guerra, scatenando con successo offensive mirate su più direttrici d’attacco. E lo fa, tramite un dispiego minimo di mezzi pesanti e l’efficace utilizzo di artiglieria leggera, con improvvisate batterie mobili montate su pick-up riadattati per la guerra nel deserto. Con assalti mordi e fuggi, sortite ed incursioni, e ricongiungimenti improvvisi di unità autonome con rapidi movimenti sul terreno, l’ISIS sembra applicare la più classica ed antica, tra le tattiche di combattimento beduine.

isis

Non serve essere un Rommel per capire come attacchi mirati e bombardamenti a distanza siano assolutamente inutili, contro uno schieramento tanto flessibile; oltre all’assurdo economico di sprecare missili per centinaia di migliaia di dollari, contro un minivan adibito al trasporto delle munizioni di riserva.
raidI limiti della strategia obamiana diventano evidenti in tutta la loro inefficacia, volgendo lo sguardo alla scelta dei partner strategici sul terreno di guerra, che dovrebbero supplire all’assenza di una forza davvero reattiva e propria di una efficiente fanteria meccanizzata.

ALERT

Soldati iracheni sulla via di Kirkuk

Certamente non è il caso del vaporoso e demoralizzato esercito iracheno, falcidiato dalle disfatte e dalle diserzioni, sconquassato dalle divisioni tribali al suo interno, nonché totalmente inaffidabile. Ma nell’ottica strategica di Washington, Zbigniew Brzezinskidove ancora forte è l’impronta di un Zbigniew Brzezinski (che peraltro ha platealmente sconfessato la strategia presidenziale in Siria) con la guerra per procura, utilizzando milizie ausiliarie, reclutate ed addestrate tra i combattenti locali, proprio l’esercito regolare di Baghdad dovrebbe costituire la principale forza di intervento sul campo. L’inconveniente non da poco consiste nel fatto che le armate di Baghdad oramai esistono solo sulla carta: le sue brigate sono sotto organico e totalmente inadatte al combattimento, come i fatti hanno ampiamente dimostrato, per giunta comandate da generali inetti quanto intriganti.
Esecuzioni dell'ISISSicuramente più efficienti sono i combattenti peshmerga, per giunta logorati da anni di guerra, dell’autoproclamata “Regione autonoma del Kurdistan iracheno”, entità semi-indipendente ritagliata nelle montagne a nord dell’Iraq, nel distretto di Mosul, al confine con l’Iran. All’atto pratico si tratta di un’enclave tribale, dominata dal PDK (partito democratico del Kurdistan) di Masud Barzani, e divisa al suo interno dalla storica rivalità col progressista UPK (Unione Patriottica del Kurdistan) del socialista Jalal Talabani, con cui è in rotta da sempre. Entrambi sono visti col fumo negli occhi dal governo di Baghdad, a sua volta diviso tra sciiti e sunniti, che considerano la “Regione Autonoma” curda come una usurpazione della sovranità nazionale.

Kurdish pop star Helly Luv poses in front of Kurdish Peshmerga troops at a base in DohukLa popstar curda Helly Luv in posa con la milizia di Dohuk

Ovvio che le autorità centrali centellino al massimo sostegno economico ed aiuti militari, in attesa della resa finale dei conti. Per contro, le squadracce dell’ISIS devono essere state implicitamente viste da Baghdad come un utile strumento, per svolgere il lavoro sporco che Baghdad non è in forza di realizzare. È non è un caso che nessun supporto sia mai arrivato durante l’attacco a Mossul, abbandonata al suo destino come gli Yazidi del Sinjar o le comunità cristiane della Chiesa assiro-caldea.
June 12 - Terrorists Stealing Control of IraqQuando, su pressione degli statunitensi, il governo centrale si è finalmente deciso, con ampio ritardo, ad inviare un risicato contingente della Brigata ‘Skorpio’, unità speciali della polizia militare (indiziata di gravi abusi ai danni della popolazione civile), per difendere la fondamentale diga di Mossul, invece di combattere contro i miliziani dell’Isis, i ‘rinforzi’ hanno trascorso la gran parte del tempo a contrapporsi coi guerriglieri curdi, boicottandone le controffensive e arrivando sul punto di spararsi addosso tra di loro. Approfittando delle divisioni tra il catastrofico governo settario dello sciita al-Maliki costretto alle dimissioni, milizie sunnite, ed autonimisti curdi, nella regione di confine di Mosul si sono progressivamente insinuati Pasdaranuomini e mezzi dall’Iran, che invece non lesina combattenti ed aiuti militari, contribuendo a rendere ancora più ingarbugliata la situazione nel nord del Kurdistan iracheno, in un groviglio di alleanze e di interessi geopolitici in continua evoluzione. Tant’è, che a tutt’oggi la più efficace difesa contro le orde dell’ISIS nella regione risultano essere i battaglioni scelti della Brigata Al-Quds (tra cui la famigerata “Unità 400”), ovvero i pasdaran iraniani della “Guardia rivoluzionaria”.
Brigata navale iraniana dei Guardiani della RivoluzioneParadossalmente, le forze in campo davvero operative sul teatro di guerra siro-iracheno, e finora le uniche che combattano davvero con una qualche determinazione le orde dell’Isis, sono proprio quelle di cui gli USA farebbero Truppe iranianevolentieri a meno, nell’impossibilità di sancire alleanze strategiche a geometria variabile senza rompere il fronte (ancor più infido) degli storici ‘alleati’ sunniti, ovverosia: le monarchie assolute del Golfo arabico, che l’Isis hanno sostenuto, finanziato e armato, in chiave anti-sciita, condividendo almeno in parte il medesimo fondamentalismo salafita di ispirazione wahabita.
ISIS in IrakL’unica armata moderna davvero in grado di contrastare con successo l’ISIS sul suo stesso terreno è forse l’esercito turco, che però non ha alcuna intenzione di lasciarsi trascinare in un conflitto che avvantaggerebbe due Bashar Assaddei suoi nemici storici: i Curdi e la Siria di Bashar al-Assad. Dopo il respingimento della sua ammissione nella UE, il governo di Ankara è ormai proiettato ad Oriente in una deriva neo-ottomana, cercando di TAF - Esercito turcoritagliarsi un ruolo come potenza regionale e trescando segretamente tanto con le formazioni jihadiste della “resistenza” siriana, tanto con le fazioni siriane dell’IS, mantenendo una sostanziale ambiguità di fondo. Nell’immediato sta a guardare, in attesa di cogliere il momento propizio per intervenire nell’area contesa.
RojavaSul confine turco-siriano, nella totale indifferenza della “coalizione” anti-califfo, resistono nel più disperato isolamento i curdi della confederazione del Rojava, da non confondersi coi peshmerga del PDK. People's Protection Units FlagSono i miliziani delle unità di difesa popolare (YPG) quelli che hanno organizzato un ponte di soccorso, spezzando l’assedio di cristiani e yazidi accerchiati sul Monte Sinjar, permettendone la salvezza, mentre i peshmerga titubavano nelle loro ridotte attorno a Mosul in attesa di aiuti occidentali mai arrivati. E sempre l’YPG ha costituito un’enclave di protezione per le popolazioni civile, in contrapposizione tanto al regime siriano di Damasco quanto alle bande sanguinarie dell’ISIS, senza distinzione etniche o religiose. Ma figuriamoci! Si tratta di una confederazione anarco-comunista a trazione PKK.

Raid USAF

E dunque indegna di qualsiasi protezione e sostegno da parte dei raid aerei, blindo YGPche infatti a contro tutto sono diretti, tranne dove gli assembramenti delle squadracce del Califfato sono più consistenti e le loro offensive più virulente. Ed è ovvio che non saranno i trattori trasformati in improvvisati ‘tanko’ corazzati in lamiere saldate, o improbabili autoblindo (più che altro lenti bersagli mobili) a respingere l’assalto dei salafiti.
TankoLa presa della città di Kobane, stretta d’assedio dai mujaheddin ceceni Kobaneconfluiti nell’ISIS sta lì a dimostrare tutta la pletorica inutilità dei “volenterosi” di O’Banana che nella migliore delle ipotesi sbagliano clamorosamente bersaglio e nella peggiore giocano una partita che nulla ha a che vedere con la causa ‘umanitaria’, contro la barbarie del terrorismo islamico fattosi ‘Stato’.

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