Archivio per Insegnamento

La bona sòla

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 6 maggio 2015 by Sendivogius

Unistall by Alessandra Daniele

Era il 01/04/15, quando il piccolo principe di Rignano in gita a Londra, durante uno dei suoi soliti tour promozionali, incontrò il suo omologo britannico: quel David Cameron con cui condivide ciccia e fuffa, a dimostrazione di quanto determinati didimi vadano sempre a coppia. Come un Pesce d’Aprile andato a male, il lezzo dell’abboccamento ha avuto un ritorno lungo a tanfo crescente…
Britain's Prime Minister David Cameron  greets his Italian counterpart Matteo Renzi as he arrives at Number 10 Downing Street in LondonSostanzialmente, il bulletto rignanese, tra una fanfaronata e l’altra, aveva bisogno di rimpinguare la cartelletta di governo Carlo Verdone alias Enzo in 'Un sacco bello' (1980)con qualche altra “riforma epocale” per gonfiare, con abbondanza di ovatta nei pantaloni, il pacco delle “misure impressionanti” da esibire al cospetto dei suoi tutori brussellesi, nelle consuete ispezioni ginecologiche per conto Ué.
In assenza di idee proprie, il bimbetto pesca prodotti preconfezionati altrove e ovunque gli sia possibile, da ripassare poi in salsa italica. Perché uno vale l’altro; l’importante è riempire la ciotola da dare in pasto ai salivanti corifei di regime. Al massimo, il ducetto fiorentino ci mette sopra il faccione e tutta la propria arroganza, con la stronzaggine intrinseca di un Masterchef alle prese con le sue cucine da incubo. Pertanto, a condimento del pastone indigesto, che costituisce il piatto forte dell’annuncite di governo, non poteva certo mancare l’imprescindibile “riforma dell’istruzione”: quella #buona-scuola, che altro non è se non una sbavata scopiazzatura in peggio del sistema scolastico anglosassone, rivisto in senso iper-classista e condensato in un accentramento autoritario di tutti i poteri decisionali, come impone la variante nazionale della “meritocrazia” declinata in tempi di post-democrazia.
Democracy no signalAlla scuola come impresa, amministrata da un preside manager, abbiamo dunque la figura del “preside allenatore” che decide l’indirizzo didattico, seleziona professori e personale scolastico (i bidelli), vagliando curricula e decidendo le assunzioni. Ne decide altresì gli eventuali premi e le promozioni ad personam (o meglio, ad clientes), ovviando così al mancato rinnovo contrattuale. Ma il preside, convertito in amministratore delegato, agisce con soldi pubblici ed a suo insindacabile giudizio, in quello che in determinate realtà locali rischia di diventare il più grande sistema clientelare su base familistica che mai si sia visto prima a memoria di Istruzione.
Soprattutto, si svuotano di competenze i Provveditorati, che diverrebbero così “enti inutili” da tagliare in ossequio alle alchimie contabili della spending review (un altro scalpo da agitare in Europa), e si grava il “dirigente scolastico” (che Allenatore nel pallonespesso ‘presiede’ cinque e più istituti, senza avere il dono dell’ubiquità) di un numero abnorme di funzioni, col rischio concreto di mandare l’allenatore nel pallone, il quale si ritroverebbe a rispondere direttamente al ministero, ovvero al Governo che avrebbe il controllo diretto della scelta formativa, con l’istituzione di veri e propri ghetti per gli insegnanti (ed i presidi) indesiderati.
Si tagliano i fondi alla scuola pubblica, ma si stornano contributi statali per milioni di euro a quella privata, che per non incorrere in spiacevoli vizi di costituzionalità (tipo l’Art.33 e l’Art.34), viene denominata “paritaria”. In compenso, si apre il finanziamento (lo school bonus) ai soggetti privati, che per il ‘disturbo’ verranno ampiamente risarciti con sgravi fiscali del 65% sul credito d’imposta. I “privati” finanzieranno i laboratori scolastici, l’acquisto di forniture didattiche, e presumibilmente la manutenzione degli immobili. Ed è fin troppo facile immaginare come tali “erogazioni liberali” saranno vincolate da impliciti condizionamenti, onde ottenere il finanziamento influenzando la conduzione scolastica. Così come già si può intuire come le contribuzioni saranno assolutamente selettive, a discapito degli The Principal - una classe violentaistituti scolastici più periferici, quelli meno ‘blasonati’; oppure inseriti all’interno di difficili realtà locali, che diverranno poco appetibili per il “mercato” e quindi trasformati in discariche sociali per studenti ‘difficili’ o famiglie disagiate, con redditi insufficienti per integrare l’iscrizione obbligatoria con un proprio “contributo volontario”, in aggiunta alla tassa di iscrizione che ogni istituto già applica a propria discrezione.
Ovviamente, al contrario del modello inglese, tutto il materiale concernente l’attività didattica, dai libri, ai quaderni, ai tablet (il cui acquisto è imposto a molti studenti dalla ‘direzione’, per sembrare più “moderni”), resterà a totale carico delle famiglie degli studenti.
Per rendere più digeribile l’immondo pastone, in puro stile democristiano, è prevista un’infornata di massa (sbandierata più a parole che nei fatti) di nuovi assunti, meglio se in concomitanza elettorale (ci sono le elezioni regionali e molti docenti precari sono campani), senza tenere in alcun conto graduatorie di anzianità, corsi di specializzazioni (le SSIS), e abilitati per concorso… sempre per quella storia della “meritocrazia”. Dopo il bastone, c’è sempre la carota Agnese Renzicaramellata, che fa della compravendita dei diritti un surrogato clientelare del consenso, nell’infame convinzione padronale che tutti abbiano un prezzo e che anche la dignità sia in vendita,
speculando sul bisogno sospeso delle persone e sulla loro disperazione. In compenso, si garantisce un posto fisso alla sora Agnese.

La scuola come impresa (in feroce concorrenza tra istituti), il preside come manager, la famiglia come cliente, e lo studente come lavoratore, giacché per gli utenti finali sono previsti “tirocini formativi” con un’impressionante monte ore lavorativo, da spendere (rigorosamente a gratis) nelle aziende (da cui dipenderanno i finanziamenti privati) ed in catena di montaggio. Con la scusa dell’avviamento al lavoro in età scolare, si reintroduce (obbligatoriamente) il lavoro minorile su un modello di sfruttamento paraservile che si pensava finalmente debellato.
ragazzine in fabbricaPerché la nuova scuola, più pessima che buona, si configura in realtà come un perverso esperimento di darwinismo sociale, volto alla formazione degli schiavi di domani, docilmente addestrati alla sottomissione (ed alla produzione industriale), dove la formazione culturale e l’educazione ad una cittadinanza piena e consapevole vengono considerati “anacronistici”, inutili, e soprattutto non complementari al “lavoro” (che per giunta non c’è). Non male per un paese che vanta impressionanti tassi di analfabetismo di ritorno. I genitori licenziati ed i figli in fabbrica.
LandscapeOvviamente il progetto passerà, meglio se con voto di fiducia, e nonostante la solita pantomima delle 50 sfumature di sì diluite nel grigiore inconcludente della minoranza piddì. “Perché ce lo chiede l’Europa” (sic naturaliter) e perché così vuole la deriva autoritaria di matrice neo-mercantilista, secondo l’irresistibile volontà dei suoi esecutori: i volenterosi carnefici del credo liberista.
ECCO-A-VOI-IL-NEOLIBERISMOUn cittadino che pensa è un cittadino che reagisce. Soprattutto, un cittadino consapevole, in possesso di tutti gli strumenti cognitivi per formarsi una libera opinione, è una minaccia costante al nuovo ordine che avanza. Per questo sono previste contromisure come la #buonascuola da condensare in un tweet.

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LA SCELTA

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 14 marzo 2011 by Sendivogius

In Italia, ormai una manifestazione non si nega più a nessuno…
Si è incapaci di organizzare una mobilitazione ad oltranza, con presidi permanenti sul territorio. Non si riesce a strutturare uno straccio di movimento di base, a partecipazione attiva (senza la solita gerarchia di leaderini e capetti), con una sua identità propositiva e riconosciuta. E che sappia imporre la sua presenza come interlocutore credibile. Non si è nemmeno in grado di creare una rete condivisa di informazione orizzontale e liquida, alternativa al vituperato duopolio Rai-Mediaset presso il quale però si implora la concessione di spazi degni di una riserva indiana, aperta alle scorrerie del generale Custer e delle sue giubbe blu.
Tutto si riduce all’ennesimo, estemporaneo, corteo di protesta (che ormai non impressiona più nessuno): passeggiata collettiva per le vie del centro, in una sorta di transumanza organizzata; bandiere e striscioni che garriscono al vento nella loro vacua inoffensività; i soliti (imbarazzanti) carnasciali e qualche vecchio slogan ammuffito, ripescato nel frasario dell’inconcludente nonno sessantottino, da chi pretende di fare la “rivoluzione” col permesso della Polizia e si squaglia alla prima carica. In pratica, sembra di assistere ad una pluralità di individualità separate che si incontrano unicamente per contarsi e rassicurarsi, in una sorta di training autogeno di gruppo, per una sottospecie di piagnisteo collettivo, mentre l’Italia scivola verso il nuovo fascismo nella gaia inconsistenza delle proteste. Uno stupro non si impedisce, pigolando un “basta!” senza che nessuno muova un dito, aspettando.. non so.. l’intervento divino.
Dinanzi allo stupro reiterato della Costituzione repubblicana, dei valori fondamentali di laicità e giustizia, delle stesse regole democratiche implicite nella separazione dei poteri, cosa pensano di fare in concreto gli italiani (e le italiane) che ancora conoscono il senso della pubblica indignazione?!?

TU COSA SEI DISPOSTO A PERDERE?
Nella vita si fanno delle scelte e se ne paga un prezzo, accettando i rischi impliciti nella difesa dei propri ideali (se li si possiende). A volte basta un atto di testimonianza per lasciare almeno un esempio…
Qualcuno ha detto che “le parole sono pietre”; in realtà, non costano nulla. E, quando abbondano, sono innocue. Il valore di un uomo non andrebbe mai misurato esclusivamente sulla qualità delle sue parole, ma sulla sostanza delle sue azioni. Si dovrebbe considerare l’essenza dell’atto, specialmente quando questo scaturisce dall’impellenza della situazione cogente, schiacciato dall’incontrastabile forza degli eventi.
È l’inderogabilità della scelta, l’impossibilità (e il rifiuto) di scendere a compromessi, che determina l’uomo e ne esalta l’individualità nella ‘splendida solitudine’ della sua coerenza. È la grandezza interiore di chi è disposto a perdere tutto, pur di non smarrire sé stesso.
Nella nostra Penisola, nonostante le tante belle parole, a trionfare sono sempre stati gli opportunismi di circostanza, imbellettati da ottime motivazioni (alibi), per una elite intellettuale che al coraggio ha sempre preferito la piaggeria o il conformismo sonnacchioso del quieto vivere, salvo vantare i propri meriti, del tutto presunti, a tempesta finita, beandosi degli effluvi della retorica patria.

L’Italia non è nuova alle “riforme epocali”, meglio se per decreto-legge su insindacabile iniziativa governativa nelle aule sorde e buie di un parlamento addomesticato, tra professionisti della politica e miracolati possibilmente a libro paga del miglior offerente.
Da questo punto di vista, gli anni a cavallo tra il 1920 ed il 1930 hanno rappresentato la stagione riformatrice per eccellenza, il cui punto focale non poteva non investire l’insegnamento e la libera docenza opportunamente riformata a misura di regime…

Pertanto, su iniziativa del Governo, il 28/08/1931 viene promulgato il regio decreto n.1227 con “Disposizioni urgenti sull’Istruzione superiore”. All’art.18, il decreto-legge prevede un apposito giuramento di fedeltà al quale i docenti universitari si devono conformare e sottostare, se non vogliono perdere la cattedra ed essere allontanati dall’insegnamento, onde evitare che qualche sconsiderato possa “inculcare principi diversi” e in contrasto con i desiderata del potere. Come se ‘Insegnamento’ fosse sinonimo di ‘indottrinamento’.
Lo Stato.. la Patria.. si fondono in un tutt’uno col Governo ed il suo Presidente del Consiglio. Ogni ipotesi di distinguo (e dissenso) è di fatto cancellata:

«Giuro di essere fedele al Re, ai suoi reali successori e al Regime Fascista, di osservare lealmente lo Statuto e le altre leggi dello Stato, di osservare l’ufficio di insegnante e adempiere tutti i doveri accademici col proposito di formare cittadini operosi, probi e devoti alla Patria e al Regime Fascista. Giuro che non appartengo né apparterrò ad associazioni o partiti, la cui attività non si concili coi doveri del mio ufficio

Ovvero, è “dovere d’ufficio” essere fedeli al Regime.
Messi alle strette, sui 1251 docenti italiani, coloro che si rifiutano di aderire al giuramento raggiungono la pazzesca cifra di 16 cattedratici. In pratica uno ogni cento professori, che pure non avevano perso occasione di criticare nella loro maggioranza proprio quel “regime” al quale ora andavano giurando fedeltà, come tanti cagnolini obbedienti.

Nessun professore di storia contemporanea, nessun professore di italiano, nessuno di coloro che in passato s’erano vantati di essere socialisti aveva sacrificato lo stipendio alle convinzioni così baldanzosamente esibite in tempi di bonaccia.”

Denuncia Gaetano Salvemini dal suo esilio londinese, ma è una voce isolata. La gran parte dei cosiddetti intellettuali d’opposizione si uniformarono in massa all’aut aut governativo, accampando naturalmente nobilissime ragioni a giustificazione di una scelta simbolica che in realtà contemplava ben poche scusanti. A maggior ragione che i ‘giuramenti’ (qualunque sia la loro natura) sono una cosa seria, che implica la sfera dell’Onore personale: o si rispetta la parola data o, semplicemente, la si nega.

Giurarono tutti, dai cattolici ai comunisti, dai monarchici ai repubblicani, dai socialisti ai liberali, a partire dai più intransigenti (a parole)…

«Sbaglia chi cercasse tra gli irriducibili dei “pericolosi sovversivi”. Gli accademici più a sinistra seguirono il consiglio di Togliatti, che invitò i compagni professori a prestare giuramento. Mantenendo la cattedra, avrebbero potuto svolgere “un’opera estremamente utile per il partito e per la causa dell’antifascismo” (così Concetto Marchesi motivò a Musatti la sua scelta di firmare). Anche Benedetto Croce, stella polare dell’antifascismo, incoraggiò professori come Guido Calogero e Luigi Einaudi a rimanere all’università, “per continuare il filo dell’insegnamento secondo l’idea di libertà”. Ci si mise anche il papa, Pio XI, che su idea di padre Gemelli elaborò un escamotage per i docenti cattolici: giurate, ma con riserva interiore

Simonetta Fiori
“I professori che dissero NO al duce”
La Repubblica (16/04/2000)

Fu così che il meglio della cultura antifascista giurò in massa la sua fedeltà a quel regime, che pure molti “intellettuali” dicevano di detestare. Lo fecero per viltà, per opportunismo, o perché davvero persuasi di poter in tal modo continuare la battaglia dall’interno, senza cedere terreno nell’ambito accademico, come nel caso di Piero Calamandrei.

«Così, quasi tutti i professori potevano giurare senza troppi tormenti interiori: sia quelli che lo approvavano, sia quelli che lo ritenevano solo un proforma burocratico, e anche quelli che lo ritenevano un obbrobrio ma che potevano avvalersi di una giustificazione superiore e morale che li autorizzava a chinare il capo senza perdere l’onore. Rimanevano fuori pochi personaggi, per i quali firmare un simile documento rimaneva un’onta ingiustificabile al proprio senso civico.»

Rudi Mathematici
N°136 – Maggio 2010

Tuttavia, al di là delle giustificazioni ufficiali, nella maggioranza dei casi a prevalere fu l’interesse personale, il terrore di rimanere disoccupati, e la perdita di status sociale legato all’incarico prestigioso in ambito universitario.
D’altra parte il rifiuto di prestare giuramento comportava conseguenze tanto pesanti, quanto più era esplicito il coraggio dei renitenti: “perdita della cattedra, una pensione al minimo, persecuzioni, divieti, una vigilanza stretta e oppressiva” da parte degli organi di polizia e la denigrazione dei giornali di regime.

«Affollata la tipologia dei “disgustati”, come Alfredo Galletti, che nell’atto del forzato giuramento esibisce teatralmente il guanto ben calzato nella mano, poi scaglia la penna sul tavolo, con schizzi d’inchiostro ovunque. O come Francesco Lemmi, allievo di Pasquale Villari, che rivolto agli scherani del duce tuona: “Firmo perché padre di famiglia!”. Non mancano gli inventivi nell’arte della scappatoia, come Vittorio Emanuele Orlando, ex presidente del Consiglio, il quale scelse la pacifica soluzione di andarsene in pensione. […] Da Cambridge l’economista Piero Sraffa comunicò al ministro dell’Educazione Nazionale le sue dimissioni da ordinario di Economia politica a Cagliari (aveva vinto la cattedra al King’s College): era il primo novembre del 1931. In quei giorni partivano le lettere con l’invito a presentarsi in Rettorato per il giuramento.»

[Simonetta Fiori]

C’è invece chi piagnucola al pensiero che non sarebbe stato più in grado di pagare gli studi ai figli (Adolfo Amodeo); chi per attaccamento alla cattedra, nel caso del filosofo Giuseppe Rensi; e chi come Carlo Arturo Jemolo “teme la povertà più della guerra”, finendo col perdere su entrambe i fronti. Il professor Jemolo, insigne giurista e vicino al movimento azionista, fu uno dei molti docenti di religione ebraica che cedettero alle pressioni e controfirmarono il giuramento, ignorando che cedere dinanzi alle sopraffazioni dell’oggi presuppone nuove e peggiori violenze domani…
Alessandro Levi, socialista, docente di filosofia del diritto, insieme a suo cugino Tullio Levi Civita, matematico e fisico illustre, decidono di giurare ma “con riserva”, scrivendo ai rettori dei rispettivi atenei che “in alcun modo avrebbero modificato l’indirizzo del proprio insegnamento”.
Il prof. Giuseppe Levi, istologo e anatomista, proveniente da una ricca famiglia triestina (e quindi non afflitto da preoccupazioni di natura economica), viene convinto a restare dagli studenti e soprattutto dagli interessati assistenti, che in caso di dimissioni del professore avrebbero vista pregiudicata la loro carriera.

“E gli studenti, felici di vederlo rimanere, lo ringraziarono con un uragano di applausi”

Tempo sette anni e il 05/09/1938 sarebbe arrivato un nuovo decreto-legge (Regio Decreto n.1390) con i nuovi “Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista”, che privava dell’insegnamento e allontanava dalla vita pubblica, alla stregua di paria sociali, tutti gli insegnanti e gli “individui di razza ebraica”. Le aule universitarie rimasero mute e non una sola voce in ambito accademico si levò in alto più di tanto, a difendere i colleghi epurati e denunciare l’intollerabile pulizia etnica in atto nella società italiana, con buona pace di quegli antifascisti che pure avevano giurato fedeltà per continuare la lotta.

IL CORAGGIO DEGLI UOMINI LIBERI
A maggior ragione, più grande è il valore di quei 16, diversissimi tra loro, che soli ebbero il coraggio di dire NO, con la disarmante compostezza di chi compie un gesto assolutamente naturale e conforme alla propria indole. Paradossalmente, nel trionfo dell’ipocrisia istituzionalizzata, saranno i loro nomi ad essere dimenticati (e prontamente scomparire) nell’Italia Liberata e subito riconsegnata agli opportunismi ed ai conformismi delle sue viltà e piccole meschinerie.
Sarà il caso di ricordare un pezzo di quell’Italia minore che non si piega, restituendo un briciolo di dignità a questo Paese:

Mario Carrara, medico e docente di Antropologia Criminale all’Università di Torino, tra i fondatori della medicina legale. Vicino agli ambienti di “Giustizia e Libertà”, il prof. Carrara viene arrestato nell’Ottobre del 1936 e rinchiuso nelle Carceri Nuove di Torino (a 70 anni) dove muore l’anno successivo.

Aldo Capitini, filosofo, teorico della non-violenza, socialista liberale. Capitini è stato uomo dalla straordinaria umanità, accomunata da una rara fermezza di principi come se ne trovano pochi.

Ernesto Buonaiuti, teologo e storico del Cristianesimo, ha frequentato il seminario insieme al futuro papa Giovanni XXIII. Bonaiuti è uno studioso eccezionale, autore di opere fondamentali sul misticismo cristiano, sullo gnosticismo, sul Cristianesimo delle origini e la sua strutturazione in seno all’amministrazione romana tardo-imperiale. Nel 1925, Ernesto Buonaiuti viene scomunicato dai vertici ecclesiastici e ridotto allo stato laicale per la sua vicinanza al movimento modernista. Nel 1931 viene allontanato anche dall’insegnamento accademico, per il suo mancato giuramento di fedeltà. Anche nel dopoguerra, il prof. Bonaiuti venne escluso per sempre dall’insegnamento in virtù dell’adozione in blocco dei Patti Lateranensi, compreso il divieto di assegnazione di cattedre statali a sacerdoti scomunicati, da parte della nuova Repubblica italiana.

Giuseppe Antonio Borghese, professore di Estetica, scrittore, critico letterario, giornalista, vicino al movimento di “Giustizia e Libertà”, profondamente disgustato dalla politica italiana, nel Luglio del 1931 si ritira in una sorta di volontario esilio negli Stati Uniti dove (nel 1939) sposa in seconde nozze la figlia del grande scrittore Thomas Mann.
È straordinaria le secca sobrietà con cui G.A.Borghese motiva il suo No al giuramento fascista in una lettera al Rettore dell’Università di Milano (18/10/1934):

Prego la S.V. di voler prendere nota che io non ho prestato, né mi propongo di prestare, il giuramento fascista prescritto ai professori universitari

Antonio De Viti De Marco, proveniente da un’antica famiglia aristocratica pugliese, di simpatie liberal-democratiche, docente di Scienza delle Finanze ed economista di fama internazionale, rifiuta ogni compromesso col regime, persino un seggio come senatore offerto da un compiacente Mussolini. Abbandonato da tutti, l’orgoglioso marchese si ritira a vita privata continuando i suoi studi economici, e “l’Italia fece a meno di quell’uomo, come se di uomini come quello ne avesse da sprecare” ebbe a dire Gaetano Salvemini.

Francesco Ruffini, giurista, storico, docente di Diritto ecclesiastico all’università di Torino, teorico della libertà religiosa e della laicità dello Stato, liberale e senatore del Regno, aveva già subito un’aggressione squadrista nel 1928 (a 65 anni). Insieme a lui si dimette anche suo figlio Edoardo, giovane ordinario di ‘Storia del diritto’ presso l’Università di Perugia.

Lionello Venturi, saggista e storico dell’arte di fama mondiale, dopo il 1931 si trasferisce a Parigi dove continua con successo la sua carriera accademica e aderisce a “Giustizia e Libertà”.

Errico Presutti, professore di Diritto amministrativo e di Diritto costituzionale a Napoli, già sindaco della città partenopea (1917) e deputato liberale. Rimosso dall’università, gli venne proibito anche l’esercizio della pratica forense in qualità di avvocato.

Bartolo Nigrisoli, docente di Chirurgia clinica all’Università di Bologna e primario chirurgo all’Ospedale di Ravenna, che alle continue sollecitazioni del rettore risponde quasi seccato:  “Giuramento simile io non mi sento di farlo, e non lo faccio”, perdendo la cattedra all’università, ma non la propria dignità.

Fabio Luzzatto, giurista originario di Udine, massone democratico, firmatario (insieme a Nigrisoli) del “Manifesto degli intellettuali antifascisti” di Benedetto Croce.

Piero Martinetti, professore di Filosofia teoretica all’Università di Torino, di estrazione cattolica ma non confessionale è un laico estraneo al tradizionalismo cristiano ed ai condizionamenti politici. È uno studioso di metafisica per nulla interessato alla politica del suo tempo. Nonostante tutto, il suo rifiuto al fascismo è netto e incondizionato.
Nel 1935 finirà comunque in carcere per una settimana, sospettato di una presunta affiliazione con attivisti anarchici.

Giorgio Errera, docente di Chimica all’università di Pavia, di origini ebraiche, liberale crociano e irriducibilmente anti-fascista. Nel 1923 il filosofo Giovanni Gentile (che insieme a Balbino Giuliano ha introdotto l’obbligo politico del giuramento di fedeltà), in veste di Ministro fascista per l’Educazione propone il prof. Errera alla nomina di Rettore. Giorgio Errera rigettò la promozione, motivando così il rifiuto:

l’ambiente liberale nel quale sono nato e cresciuto fa sì che, per quanto riconosca i grandi meriti dell’attuale governo, non sia del tutto d’accordo né coi principi che lo informano, né coi metodi seguiti.”

Nel 1925 fu l’unico professore della Facoltà di Scienze dell’Università di Pavia a firmare il “Manifesto degli intellettuali antifascisti” redatto da Benedetto Croce.
Dopo la sua mancata adesione al regime, il prof. Errera ormai 70enne venne mandato in pensione.

Giorgio Levi Della Vida, saggista e giornalista, grande esperto in lingue orientali, ebreo ed islamista, liberaldemocratico vicino a Giovanni Amendola, anti-fascista convinto viene preso di mira dagli squadristi fin dal 1922. Partecipa alla stesura dell’Enciclopedia Treccani e cura l’archivio della sezione araba nella Biblioteca Vaticana.
Dopo la cacciata dalle università e la promulgazione delle leggi razziali del 1939, espatria negli USA.

Gaetano De Santis, romano, docente di Storia antica a La Sapienza di Roma, filologo e saggista, è stato membro dell’Accademia delle Scienze di Torino, e curatore dell’Enciclopedia Treccani.

Vito Volterra, nato in una famiglia poverissima, ma dotato di un talento straordinario, è matematico, fisico, tra i fondatori dell’analisi funzionale. Liberale, è nominato senatore per meriti scientifici. Il prof. Volterra, tra i vari incarichi accademici, diventa presidente dell’Accademia dei Lincei e quindi presidente dell’Accademia Nazionale delle Scienze.
Il 18 Novembre 1931 tutti i professori dell’Università di Roma vengono convocati dal rettore per prestare il giuramento di fedeltà. Vito Volterra non si presenta e liquida la buffonata in poche righe, perdendo tutte le sue cariche:

“Sono note le mie idee politiche per quanto risultino esclusivamente dalla mia condotta nell’ambito parlamentare, la quale è tuttavia insindacabile in forza all’Art. 51 dello Statuto fondamentale del Regno. La S.V. Ill.ma comprenderà quindi come io non possa in coscienza aderire all’invito da Lei rivoltomi con lettera 18 corrente relativa al giuramento dei professori.”

Tornando al ‘dilemma’ iniziale, conclusa la passeggiatina rassicurante con l’ennesima manifestazione autorizzata, rigorosamente incolonnata, e naturalmente  ‘gioiosa’, e doverosamente ‘pacifica’ (e sostanzialmente inutile nella sua prevedibilità stereotipata), gli insegnanti.. gli studenti.. i lavoratori.. precari e cassintegrati… disoccupati e licenziati.. e tutti quei cittadini consapevoli, che non si rassegnano al ruolo di suddito, a cosa intendono rinunciare, in nome e a difesa della propria Libertà individuale e sociale? In che modo pensano di fare davvero argine all’autoritarismo plebiscitario in atto?

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Baluardo di Civiltà

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , on 5 marzo 2011 by Sendivogius

“Libertà vuol dire avere la possibilità di educare i propri figli liberamente, e liberamente vuol dire non essere costretti a mandarli in una scuola di Stato, dove ci sono degli insegnanti che vogliono inculcare principi che sono il contrario di quelli dei genitori”
 S.Berlusconi
 (25/02/2011)

 «La scuola, organo centrale della democrazia, perché serve a risolvere quello che secondo noi è il problema centrale della democrazia: la formazione della classe dirigente. La formazione della classe dirigente, non solo nel senso di classe politica, di quella classe cioè che siede in Parlamento e discute e parla (e magari urla) che è al vertice degli organi più propriamente politici, ma anche classe dirigente nel senso culturale e tecnico: coloro che sono a capo delle officine e delle aziende, che insegnano, che scrivono, artisti, professionisti, poeti. Questo è il problema della democrazia, la creazione di questa classe, la quale non deve essere una casta ereditaria, chiusa, una oligarchia, una chiesa, un clero, un ordine. No. Nel nostro pensiero di democrazia, la classe dirigente deve essere aperta e sempre rinnovata dall’afflusso verso l’alto degli elementi migliori di tutte le classi, di tutte le categorie.
[…]
 Prima di tutto la scuola pubblica. Prima di esaltare la scuola privata bisogna parlare della scuola pubblica. La scuola pubblica è il prius, quella privata è il posterius. Per aversi una scuola privata buona bisogna che quella dello Stato sia ottima.
[…] 
 Allora, ma allora soltanto, la scuola privata può essere un bene. Può essere un bene che forze private, iniziative pedagogiche di classi, di gruppi religiosi, di gruppi politici, di filosofie, di correnti culturali, cooperino con lo Stato ad allargare, a stimolare, e a rinnovare con varietà di tentativi la cultura.
[…]
 Ma rendiamoci ben conto che mentre la scuola pubblica è espressione di unità, di coesione, di uguaglianza civica, la scuola privata è espressione di varietà, che può voler dire eterogeneità di correnti decentratrici, che lo Stato deve impedire che divengano correnti disgregatrici. La scuola privata, in altre parole, non è creata per questo.
[…]
 Facciamo l’ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l’aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno il difetto di essere imparziali. C’è una certa resistenza; in quelle scuole c’è sempre, perfino sotto il fascismo c’è stata. Allora, il partito dominante segue un’altra strada.
Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A “quelle” scuole private. Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare la prevalenza alle sue scuole private.
Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d’occhio i cuochi di questa bassa cucina. L’operazione si fa in tre modi, ve l’ho già detto:
1) Rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni.
2) Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette.
3) Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico! […] Denaro di tutti i cittadini, di tutti i contribuenti, di tutti i credenti nelle diverse religioni, di tutti gli appartenenti ai diversi partiti, che invece viene destinato ad alimentare le scuole di una sola religione, di una sola setta, di un solo partito.
[…]
 Per prevedere questo pericolo, non ci voleva molta furberia. Durante la Costituente, a prevenirlo nell’art. 33 della Costituzione fu messa questa disposizione: “Enti e privati hanno diritto di istituire scuole ed istituti di educazione senza onere per lo Stato”. Come sapete questa formula nacque da un compromesso; e come tutte le formule nate da compromessi, offre il destro, oggi, ad interpretazioni sofistiche […] Ma poi c’è un’altra questione che è venuta fuori, che dovrebbe permettere di raggirare la legge. Si tratta di ciò che noi giuristi chiamiamo la “frode alla legge”, che è quel quid che i clienti chiedono ai causidici di pochi scrupoli, ai quali il cliente si rivolge per sapere come può violare la legge figurando di osservarla […] È  venuta così fuori l’idea dell’assegno familiare scolastico.
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 Il mandare il proprio figlio alla scuola privata è un diritto, lo dice la Costituzione, ma è un diritto il farselo pagare? Un diritto che uno, se vuole, lo esercita, ma a proprie spese. Il cittadino che vuole mandare il figlio alla scuola privata, se la paghi, se no lo mandi alla scuola pubblica.
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 Eppure non è mai venuto in mente a un cittadino, che preferisca ai giudici pubblici l’arbitrato, di rivolgersi allo Stato per chiedergli un sussidio allo scopo di pagarsi gli arbitri!
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 Dunque questo giuoco degli assegni familiari sarebbe, se fosse adottato, una specie di incitamento pagato a disertare le scuole dello Stato e quindi un modo indiretto di favorire certe scuole, un premio per chi manda i figli in certe scuole private dove si fabbricano non i cittadini e neanche i credenti in una certa religione, che può essere cosa rispettabile, ma si fabbricano gli elettori di un certo partito.
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 Si vuole trasformare la scuola privata in scuola privilegiata. Questo è il punto che conta. Tutto il resto, cifre astronomiche di miliardi, avverrà nell’avvenire lontano, ma la scuola privata, se non state attenti, sarà realtà davvero domani. La scuola privata si trasforma in scuola privilegiata e da qui comincia la scuola totalitaria, la trasformazione da scuola democratica in scuola di partito.
E poi c’è un altro pericolo forse anche più grave: il pericolo del disfacimento morale della scuola. Questo senso di sfiducia, di cinismo, più che di scetticismo che si va diffondendo nella scuola, specialmente tra i giovani, è molto significativo. Il tramonto di quelle idee della vecchia scuola di Gaetano Salvemini, di Augusto Monti: la serietà, la precisione, l’onestà, la puntualità. Queste idee semplici. Il fare il proprio dovere, il fare lezione. E che la scuola sia una scuola del carattere, formatrice di coscienze, formatrice di persone oneste e leali. Si va diffondendo l’idea che tutto questo è superato, che non vale più. Oggi valgono appoggi, raccomandazioni, tessere di un partito o di una parrocchia. La religione che è in sé una cosa seria, forse la cosa più seria, perché la cosa più seria della vita è la morte, diventa uno spregevole pretesto per fare i propri affari. Questo è il pericolo: disfacimento morale della scuola. Non è la scuola dei preti che ci spaventa, perché cento anni fa c’erano scuole di preti in cui si sapeva insegnare il latino e l’italiano e da cui uscirono uomini come Giosuè Carducci. Quello che soprattutto spaventa sono i disonesti, gli uomini senza carattere, senza fede, senza opinioni. Questi uomini che dieci anni fa erano fascisti, cinque anni fa erano a parole antifascisti, ed ora son tornati, sotto svariati nomi, fascisti nella sostanza cioè profittatori del regime.
E c’è un altro pericolo: di lasciarsi vincere dallo scoramento. Ma non bisogna lasciarsi vincere dallo scoramento.
[…]
 E tutti noi, vecchi insegnanti abbiamo nel cuore qualche nome di nostri studenti che hanno saputo resistere alle torture, che hanno dato il sangue per la libertà d’Italia. Pensiamo a questi ragazzi nostri che uscirono dalle nostre scuole e pensando a loro, non disperiamo dell’avvenire. Siamo fedeli alla Resistenza. Bisogna, amici, continuare a difendere nelle scuole la Resistenza e la continuità della coscienza morale

 Piero Calamandrei
 III° Congresso dell’Associazione a difesa della scuola nazionale (ADSN); 
 Roma – 11 Febbraio 1950

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