Archivio per Inghilterra

GAME OVER!

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , on 25 giugno 2016 by Sendivogius

brexit-1E adesso cosa faranno i servi sciocchi delle tecnoburocrazie di Bruxelles, i sepolcri imbiancati dell’euromonetarismo psicopatico, i feticisti dello spread e gli spacciatori di titoli tossici, i professorini della pedagogia del castigo e le maestrine dei compiti a casa, quando scopriranno che l’apocalisse non comincia con la Brexit?!?
londonCosa si inventeranno gli ossequienti gauleiter del neo-imperialismo tedesco coi suoi volenterosi carnefici incistati in parlamenti esautorati da ogni potere, i sacerdoti del Rigore consacrati all’Ordnung teutonico, gli incursori del turbo-capitalismo d’assalto, improvvisamente convertiti alle ragioni dell’esecrato “stato sociale” ed ora preoccupatissimi per la tenuta di quel welfare che aspiravano a demolire senza riserve, in ossequio agli spiriti animali del liberismo più estremo, dopo mesi di terrorismo mediatico e ciniche strumentalizzazioni che molto avevano eccitato i mercati azionari?!?
Brexit Cosa succederà quando i popoli europei cominceranno a sospettare che c’è vita oltre la UE (l’Europa è un’altra cosa), nell’evidente differenza che separa drasticamente chi rimane (la Grecia) e chi invece se ne va (la Gran Bretagna), non ritenendo più sostenibili le condizioni imposte da un’Unione dei Mercanti asservita alle oligarchie finanziarie?!?
Perché stavolta gli spauracchi agitati ad arte non hanno dissuaso milioni di cittadini britannici da quell’abuso di democrazia, che tanto irrita le oligarchie delle elite finanziarie coagulate nei consigli d’amministrazione delle megacorporation e nei board bancari dagli emolumenti stratosferici. Non sono bastati gli allarmismi, né il concentrato di minacce e ricatti che meglio di ogni altra indecenza rendono bene quale sia l’intima natura di questa “unione” forzosa, fondata sull’intimidazione costante dei contraenti, a dimostrazione che certi processi imposti sono tutt’altro che “irreversibili”.
english_flagE figuriamoci che tra i principali sostenitori del “remain” vi era la City londinese al gran completo e una vecchia merda intrigante come George Soros (che le agiografie vi descriveranno come “filantropo”): uno di quegli “speculatori senza volto” dei quali gli inglesi ricordano fin troppo bene il nome e cognome, nonché i preziosi contributi, non avendo la memoria cortissima degli italiani, a proposito di come è potuto esplodere il nostro debito pubblico… Un riassuntino esplicativo QUI.

MILANO 09/05/2007 FORUM INTERNAZIONALE ECONOMIA SOCIETA' APERTA, INCONTRO "I DIALOGHI DELLA SOCIETA' APERTA" INCONTRO CON I GIOVANI NELLA FOTO: CARLO AZELIO CIAMPI PRESIDENTE EMERITO DELLA REPUBBLICA FOTO: MANZO DIAZ/INFOPHOTO

Non ha convinto l’uso strumentale di catastrofismi annunciati, né i cretinismi retorici cuciti attorno all’immaginaria “Generazione Erasmus” di privilegiati figli di papà, ai quali vanno aggiunti gli infantilismi delle legioni di aspiranti lavapiatti attratti dal fumo di Londra.
londraInvece non saranno mai sbertucciati abbastanza, coi loro sondaggi farlocchi e le sue manipolazioni, i media di una informazione mainstream convertita a portavoce organica di un mondo parallelo asservito agli interessi economici di pochi gruppi privati; totalmente slegata da una realtà che ormai è geneticamente incapace di interpretare.
Battle of WorcesterL’ultimo spauracchio di una lunga serie è ora l’annunciata “fine del Regno Unito” dilaniato dalle pulsioni secessioniste al suo interno e destinato allo smembramento, tale è l’irresistibile appeal che gli arcigni commissari della commissione di Strasburgo e le pletoriche burocrazie della UE esercitano su quanti si sentono travolti dall’insana passione per le alchimie rigoriste delle banche centrali. È noto infatti il dramma di miseria e recessione cronica che affligge ogni giorno la popolazione elvetica di una Svizzera rimasta finora esclusa dall’incredibile Bengodi della UE.

Living artist; (c) Historic Scotland, Edinburgh; Supplied by The Public Catalogue Foundation

Capirete la dirompente novità di uno Sinn Féin che chiede l’unificazione delle contee dell’Ulster con la repubblica irlandese o l’attivismo dei separatisti scozzesi che reclamano l’indipendenza della Scozia da almeno 300 anni a partire dalla prima rivolta giacobita. Solo un cretino potrebbe collegare il fenomeno alla “Brexit”, ma sfortunatamente il sistema mediatico abbonda di deficienti da competizione, raggiungendo livelli mitologici nella Germania di frau Merkel che in pochi anni è riuscita a realizzare ciò che era ritenuto unanimemente impossibile, innescando una crisi dalle proporzioni mai viste. In ambito europeo perdiamo un partner strategico e fondamentale; perché non possiamo fare a meno di solidi colossi economici come la Slovacchia, ma ci possiamo tranquillamente privare della Gran Bretagna. In compenso acquistiamo l’auspicata adesione della Turchia di Erdogan col suo islamofascismo asiatico, o i simpatici nazisti dell’Ucraina: le ‘risorse’ di cui davvero si sentiva la mancanza e che tanto contribuiranno a rafforzare l’identità democratica della UE con l’entusiasmo di quanti vi restano ancora intrappolati.
psycho_showerLa differenza di cambio è evidente e si capisce perché l’uscita della Gran Bretagna rischia di innescare un effetto domino incontrollato.

domino

P.S. Si ringrazia per la riuscita del referendum il fondamentale schauble gollumcontributo dell’ineffabile Wolfgang Schäuble, che dando prova di un’ottusità fuori dal comune, ben oltre persino i peggiori stereotipi sui tedeschi, ancor prima delle consultazioni ha avuto l’eccezionale idea di minacciare gli inglesi con l’imposizione di sanzioni economiche in caso di vittoria della Brexit, riuscendo a far incazzare non poco i diretti interessati che certo non si fanno dare ordini da un “kraut”.

Renzi-BeanP.S.2. È lecito sospettare che peggior fortuna abbia avuto anche Mr Beanla lettera aperta al “Guardian” del nostro Renzi nazionale: gli inglesi hanno scoperto che esistono leader politici persino peggiori dei loro e tanto valeva tenersi il proprio usato sicuro, invece di allargare la partecipazione a questa brutta copia italica di Mr Bean e che sembra il sosia scemo di Pinotto.

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L’inferno dentro: Putumayo Report

Posted in Business is Business, Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 13 novembre 2012 by Sendivogius

Pochi periodi storici hanno avuto l’intensità e le contraddizioni della Belle Époque, contraddistinta da uno sviluppo turbinoso nel pirotecnico susseguirsi di nuove scoperte in ogni ambito, di innovazioni tecnologiche e sperimentazioni culturali, a fronte di enormi miserie e grandi ingiustizie, mentre nelle cancellerie europee erano già in incubazione i germi che porteranno all’immane carneficina della prima guerra mondiale.
In tale contesto, gli orrori coloniali che si consumano nei dipartimenti d’oltremare delle potenze imperiali non susciteranno lo sdegno e le attenzioni indignate dell’opinione pubblica europea, come nel caso delle atrocità nel Putumayo. Ne abbiamo parlato in dettaglio QUI.
Nel corso del 1909, grazie ad una agguerrita compagna di stampa, il pubblico inglese apprende per la prima volta dei crimini perpetrati nella più assoluta impunità dalla Peruvian Amazon Company, specializzata nell’estrazione e nel commercio della gomma. Soprattutto, trova disdicevole che la dirigenza della multinazionale, artefice delle violenze denunciate, sia composta da illustri esponenti della buona società inglese.
Per sopire lo scandalo, e screditare i concorrenti sudamericani a favore del nascente mercato della gomma nell’India britannica, il governo decide di inviare una sua commissione d’inchiesta, col beneplacito delle autorità peruviane, che appuri i fatti e le eventuali responsabilità di cittadini britannici.
Sir Edward Grey, segretario del Foreign Office, affida la direzione della Commissione ad un funzionario di lungo corso, che si è già distinto in inchieste analoghe, rivelando al mondo le atrocità del Congo belga proprio nell’ambito della raccolta del caucciù, durante i suoi viaggi nel cuore più nero ed oscuro dell’Africa. A suo modo, è uno specialista della materia. Soprattutto è un diplomatico serio di comprovata esperienza, famoso (e contestato) per le sue campagne umanitarie. Si tratta di sir R.D.Casement.

Il sogno spezzato di Casement
 Roger David Casement (01/09/1864 – 03/08/1916), prima ancora che un idealista, fu un instancabile sognatore che nel corso della sua tormentata esistenza si trovò quasi sempre a declinare i suoi sogni negli incubi di realtà efferate.
Fu un uomo di grande sensibilità, di carattere mite ed estremamente riservato, che per una strana beffa delle circostanze di ritrovò per sua volontà ad operare spesso in contesti estremi, catapultato in situazioni ed in orrori che, probabilmente, ebbero conseguenze molto più dure e terribili sulla sua psiche di quanto egli non dette mai vedere. E che fecero di lui un uomo tormentato, desolatamente solo, alla disperata ricerca di radici che al volgere della sua vita credette di trovare in un nazionalismo esasperato, nell’alveo dell’irredentismo irlandese. Provato dalle sue esperienze, è possibile che ad un certo momento, nel 1912, abbia cominciato a perdere lucidità di analisi e senso della realtà.
Ovviamente, non fu esente da contraddizioni che, insieme ad una costante tendenza al sogno, ne determinarono anche la rovina. Roger Casement fu tutto ed il contrario di tutto…
Di origini irlandesi, era figlio di un ufficiale britannico di cavalleria, che aveva prestato servizio in India. Si trattava di un militare di carriera, fanaticamente devoto alla Corona inglese.
Fervente sostenitore della missione civilizzatrice dell’imperialismo europeo, divenne un irriducibile anti-colonialista.
Sebbene abbia vissuto in Irlanda non più di una manciata di anni, idealizzò a tal la sua terra natia da diventare un fanatico nazionalista. Fu un pacifista convinto, ma si mise organizzare sollevazioni armate.
Fu un poliglotta: parlava fluentemente il francese, conosceva il portoghese e ancor meglio lo spagnolo, comprendeva alcuni dialetti africani, ma nonostante tutti i suoi sforzi non riuscì mai ad imparare il gaelico che pure reputava la sua lingua madre.
Come diplomatico britannico, fece le sue fortune al servizio dell’Impero che lo colmò di riconoscimenti e di onori, ma non esitò a tradire l’Inghilterra nel momento più drammatico, organizzando un’insurrezione irlandese (Aprile 1916), reclutando volontari nel campo di prigionia tedesco di Limburg, con l’appoggio della Germania in guerra.
Gli inglesi non gli perdonarono mai un simile tradimento. Dalla Gran Bretagna, Roger Casement aveva avuto tutto: ammirazione, rispetto, riconoscimenti… Lo condannarono a morte, ma prima ne distrussero la reputazione pubblicando i famigerati Black Diaries, nei quali Casement aveva raccolto con rara ingenuità le sue fantasie omoerotiche.
Fu un cattolico praticante (convertito) e, a tutti gli effetti, un patriota irlandese. Come il più famoso Michael Collins, militava anche lui nella Irish Rupublican Brotherhood, ma nell’Irlanda indipendente e cattolicissima di Eamon De Valera finì quasi dimenticato o fu causa di imbarazzo per la sua omosessualità.

Casement dichiara guerra all’impero di Julio Cèsar Arana
 Nel 1910 Roger Casement è ancora uno stimato diplomatico al servizio di Sua Maestà Britannica.
Il 21/07/1910 riceve una lettera del Foreign Office, con l’incarico di istituire una commissione d’inchiesta, con pieni poteri, per appurare le eventuali responsabilità di agenti britannici nei presunti crimini perpetrati dalla Amazon Puruvian Co. (APC) nel Putumayo, con la raccomandazione che per nessun motivo le indagini “dovranno arrecare offesa o noie ai governi dei paesi visitati”.
La commissione, su indicazione ministeriale e sotto la direzione di Casement, sarà composta da:
 Louis Harding Barnes, agronomo con esperienze dirette in Mozambico;
 Walter Fox, botanico;
 Edward Seymour Bell, imprenditore;
 Henry L. Gielgud, che in passato ha lavorato come contabile per la APC;
 Henry Reginald Bertie, colonnello dei Fucilieri del Galles, che si ammala quasi subito e rientra in patria.
Nel settembre del 1910 la Commissione giunge nella città peruviana di Iquitos, dove prende contatto con le autorità locali. Il clima è di bonaria ostilità nei confronti di quegli stranieri giunti da lontano, animati da tanti buoni propositi e che nulla sanno delle difficoltà che loro, veri pionieri, devono affrontare per portare la ‘civiltà’ tra i selvaggi della giungla.
La Casa commerciale di Julio Cèsar Arana, che di fatto controlla la Amazon Puruvian Company, si dimostra assolutamente collaborativa, a tal punto da mettere a disposizione della Commissione l’ammiraglia della sua piccola flottiglia fluviale, ovvero il suo miglior battello a vapore: El Liberal, col quale poter spostarsi comodamente attraverso i fiumi che attraversano il Putumayo.
Evidentemente, Arana è convinto che l’ispezione della commissione inglese sia poco più di una formalità; una di quelle eccentriche iniziative prese per galvanizzare l’opinione pubblica britannica, ma dalla quale non c’è da temere alcun serio inconveniente. Prima finiranno i loro controlli e prima si leveranno dai piedi. Tanto vale assecondare le velleità di questi etranjeros, controllando discretamente i loro movimenti.
Julio C. Arana ed i suoi sodali sanno che la Commissione è priva di qualsiasi potere coercitivo, né può porre vincoli di alcun genere. Si tratta infatti di un’inchiesta meramente conoscitiva. E in virtù del principio di extraterritorialità non può emettere sanzioni né provvedimenti giudiziari. Evidentemente, i funzionari della APC sottovalutano la fredda determinazione di Casement ed il suo zelo investigativo.
Roger Casement sa che non può incriminare direttamente Arana ed i suoi sgherri, quindi si muove si tre diversi filoni di indagine: verifica diretta delle condizioni di lavoro e le procedute applicate dalla Compagnia nelle singole stazioni di produzione; raccolta capillare di documenti; reperimento e protezione di testimoni, con l’istruttoria degli eventuali capi di imputazione (sfruttamento, sequestro di persona, riduzione in schiavitù, omicidio..). Nella fattispecie, si avvale delle testimonianze di una trentina di impiegati della Compagnia provenienti dalle Isole Barbados. In quanto sudditi di Sua Maestà, i barbadoregni sono soggetti alla legge britannica: eventuali reati da loro commessi o l’induzione a compiere atti delittuosi, sono sottoponibili alla legge penale inglese e dunque passibili di processo con la chiamata in giudizio dei mandanti dei delitti, ovvero dei funzionari della APC, che a questo punto diventano imputabili secondo le leggi vigenti anche nei paesi di appartenenza.
Dal 22 Settembre al 22 Novembre del 1910, Casement visita di persona le principali stazioni della Compagnia, interrogando testimoni e raccogliendo prove. Il frutto della sua indagine è un dettagliato rapporto di 136 pagine, conosciuto come “Libro Azzurro” o “Blue Book”, basato su sette settimane di viaggio nelle zone gommifere del Putumayo, ricomprese tra gli affluenti dell’Igaraparanà e Caraparanà. I risultati vengono riferiti al Parlamento inglese e pubblicati a Londra il 13/07/1913.

C’è un giudice a Lima
 Nello stesso periodo, anche il governo peruviano sembra scuotersi dal suo torpore…
Nel 1907, ci aveva provato senza successo il giornalista ed editore Benjamin S. Rocca, desaparecido.
Nel 1908, lo scrittore Rafael Uribe pubblica un dettagliato resoconto (Por la América del Sur) sulle violenze, gli abusi ed i rapimenti, gli espropri, e gli assassini compiuti dalle milizie mercenarie della Casa Arana. Ma Uribe è colombiano, come colombiane sono la maggioranza delle vittime. E dunque ciò non giova allo spirito patriottico del Perù, né le accuse meritano di essere presa in considerazione.
Nel 1909 la campagna di stampa avviata dallo statunitense Walter E. Hardenburg è la mina che fa saltare un muro di gomma, finora creduto impenetrabile.
Nell’estate del 1910, il presidente Augusto B. Leguìa, su pressione di Stati Uniti e Gran Bretagna, invia nel Putumayo un magistrato con poteri speciali, per fare chiarezza sulle presunte atrocità commesse dagli impresari del caucciù ai danni delle popolazioni locali, avviando le eventuali azioni giudiziarie col supporto delle forze di polizia.
Con l’arrivo della commissione Casament, il governo peruviano si rende infatti conto che, per salvare la faccia, non può dilazionare oltre il suo intervento, nonostante la consolidata rete di protezioni della quali gode Julio C. Arana. Del resto, nella procura di Lima continuano ad accumularsi le denunce e le testimonianze. L’inchiesta viene affidata al giudice Carlos A. Valcàrcel, uno dei magistrati più stimati di tutto il Perù. Ha fama di persona integerrima ed è considerato un incorruttibile.
Il giudice Valcàrcel non è nuovo ai crimini del Putumayo. Completamente isolato, ma intenzionato ad appurare la verità, nel 1905 Valcàrcel si affida segretamente al fotografo e geografo francese Eugene Robuchon, che ha già visitato la regione del Putumayo tra il 1903 ed il 1904.
Nel 1906 Robuchon scompare misteriosamente senza lasciare traccia, mentre attraversa i territori amazzonici sotto il controllo della Casa Arana. Non verrà mai più ritrovato.
Pertanto, senza scorta né protezioni, il giudice Carlos Valcàrcel deve muoversi con circospezione, se non vuole essere vittima lui stesso di strani ‘incidenti’.
Minacciato di morte ed inseguito dai sicari di Arana, sarà costretto ad abbandonare precipitosamente il Perù per rifugiarsi a Panama, non prima di aver però consegnato gli atti della sua inchiesta contro gli uomini della Compagnia:

«Victor Macedo, il capo de La Chorrera, è uno di quei miserabili assassini, che solitamente danno libero sfogo ai propri istinti omicidi senza inibizioni: si diverte ad uccidere e bruciare vivi i pacifici abitanti della giungla. Uno degli atti di ferocia commessi da questi sciagurati nemici del genere umano fu commesso durante il carnevale del 1903 (nel mese di Febbraio), e si trattò di un crimine abominevole e orribile. Sfortunatamente, circa 800 indiani Ocaina giunsero a La Chorrera per consegnare il caucciù che essi avevano estratto… Dopo aver pesato il raccolto, l’uomo che li comandava, Fidel Velarde, afferrò 25 di loro e li accusò di lassismo. Questo fu il segnale per Macedo ed i suoi complici per ordinare che sacchi imbevuti di benzina fossero posti addosso agli indiani a mo’ di tunica e venissero dati alle fiamme. L’ordine venne prontamente eseguito

Valcàrcel certifica anche l’attività di stupratore seriale di Bartolomé Zumaeta, che era solito seviziare le indigene dopo averle violentate. Da notare che il figlio, Pablo Zumaeta, era uno dei maggiorenti di Iquitos e tra i principali soci di Julio C. Arana (nonché il cognato); mentre il sovrintendente de La Chorrera, in pratica svolgeva le funzioni di capo della polizia nella provincia di Iquitos. Quindi il giudice Valcarcel spiccò una serie di ordini di arresto contro 237 impiegati della Peruvian Amazon Co. con le accuse di stupro, tortura e omicidio.
Ad affiancare il magistrato, c’è il dottor Romulo Paredes, direttore del giornale El Oriente, che fa parte della commissione ispettiva inviata ad Iquitos e partecipa a tutti gli accertamenti.
C’è da dire che gran parte del futuro rapporto di Casement si basa in gran parte sul lavoro del giudice Valcarcel ed in particolar modo sulle evidenze di Romulo Paredes.
Ad ogni modo, gli ordini di arresto vennero bloccati dal tribunale di Iquitos, controllato dagli Arana, e il giudice Valcàrcel si ritrovò a sua volta sospeso e costretto ad espatriare in tutta fretta, per salvare la pelle.
Dal suo esilio panamense, nel 1913 pubblicò nel El proceso del Putumayo. Sus secretos inauditos. Nello stesso anno, vennero altresì pubblicati: Il Libro Rosso del Putumayo dell’inglese Norman Thomson ed il “Blue Book” di Roger Casement.


Tanto rumore per nulla?
 Naturalmente, il rapporto Casement non pose fine ai crimini nel Putumayo.
Julio Cesar Arana si presentò all’opinione pubblica peruviana come un benefattore ed un civilizzatore, che agiva nell’interesse nazionale e contro le prevaricazioni dei coloni colombiani. Il governo di Lima dichiarò che non poteva permettersi di sostenere i costi di una guarnigione militare aggiuntiva che presidiasse in pianta stabile gli immensi territori del Putumayo. Nonostante le pressioni del governo statunitense e britannico, degli oltre 200 ordini di arresto, solo nove vennero effettivamente eseguiti. Gli arrestati vennero immediatamente posti in libertà provvisoria e approfittarono per dileguarsi.
Ad ogni modo, la Peruvian Amazon Co. non si riprese mai del tutto dal colpo e finì più che altro danneggiata dalla nascente concorrenza del caucciù indiano. A rimetterci però furono soprattutto gli sventurati azionisti della compagnia, che videro crollare il valore delle proprie quote.
Julio C. Arana, i cui possedimenti fondiari avevano un’estensione grande quasi quanto la Francia, a parte qualche seccatura iniziale, non ebbe a subire grossi danni dall’inchiesta: pagò un indennizzo ai coloni colombiani, e risolse il tutto con una bella ristrutturazione aziendale che lasciò sostanzialmente intonso il suo gigantesco patrimonio. Certo dovette accettare il fatto che i suoi schiavi tornassero in libertà e che gran parte dei suoi possedimenti venissero ceduti alla Colombia.
Naturalmente, si riciclò presto in politica, facendosi eleggere senatore e promuovendo una serie di leggi (ad personam) per la tutela dei diritti di proprietà dei magnati amazzonici (cioè lui stesso). Nel decennio dal 1920 al 1930 venne ripetutamente rieletto e promosse una serie di iniziative legislative, con le quali si diminuiva le tasse e si attribuiva canoni agevolati e defiscalizzazioni per l’estrazione del petrolio nei territori di sua proprietà nel Putumayo, regalandosi pure una serie di concessioni esclusive. Ovviamente, tutto a norma di legge! Come ultima beffa, nel 1916 inviò una lettera a Roger Casement, detenuto in attesa di esecuzione, dicendogli che, nonostante tutto, “lo perdonava“. Da sempre, i malvagi la notte dormono bene.

 FINE (2/2)

> prima parte:  “IL PARADISO DEL DIAVOLO”

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INDIANA (1)

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The Company

In totale naturalezza, Carl von Clausewitz affermava che la guerra fosse una naturale prosecuzione della politica. E tuttavia la famosa frase del generale prussiano è perfettamente sovrapponibile anche al mondo degli affari che, in tempi non lontani, ha interpretato l’espressione alla lettera, rimettendo la conquista di nuovi mercati alla canna dei fucili…
Più spesso si dimentica invece come la ‘guerra’ abbia costituito la condizione ideale dello stato minimo, meglio se di matrice liberale, che delega scelte e indirizzi all’iniziativa privata, limitandosi a tutelarne gli interessi economici nella compressione delle istanze sociali, in nome di quella ideologia economica (e politica) chiamata mercantilismo.
E se la “Società non esiste”, se lo ‘Stato’ è ridotto a mero guardiano dei diritti di proprietà, ne consegue che il fulcro di ogni potere risiede nella realtà economica, strutturata in holding company alimentate dai flussi del capitale finanziario.
In un siffatto contesto, la forma tipo è la corporation, nella quale lo Stato confluisce e si annulla in sostanziale identificazione. Peccato che una tecnostruttura economica, slegata dai principi di rappresentanza e funzionalità sociale, solitamente è immune dagli scrupoli e dalle ottemperanze costituzionali di un ordinamento democratico. E tutto si riduce ad una variabile dipendente dai rischi d’impresa. In tal senso, anche la guerra diventa un’opzione praticabile, ‘utile’ e finanche ‘giusta’, se presuppone un ritorno economico.
 Attualmente, è in corso una evoluzione o, se si preferisce, una regressione della visione sociale, attraverso una destrutturazione costante del pensiero politico. In quella rigidità emotiva da alienato anaffettivo, e che i media scambiano per “sobrietà”, il prof. Mario Monti è l’alfiere di una destrutturazione democratica in ambito continentale, che sotto il Pornocrate sarebbe stata impossibile. E da un potenziale narciso psicopatico siamo passati ad un sospetto sociopatico in paresi facciale. Il malcelato fastidio contro gli organismi rappresentativi, l’incredibile invettiva contro l’istituzione parlamentare (accolta in Italia con la più ovina accondiscendenza) sono i prodromi di una metamorfosi ben più profonda… È una forma mentis che, da verbo accademico, comincia a farsi carne e sostanza, grazie alla complicità e all’inerzia di una classe pseudo-politica in stato confusionale e prossima al completo disfacimento, in un condominio prigione dove la convivenza forzata sta per implodere nel caos.
In certo qual modo, la situazione odierna, con il costante declino di un sistema consolidato di garanzie, il protestarismo sterile, la perdita progressiva di ogni coscienza civile, ricorda un inquietante romanzo di James G. Ballard, il cui titolo originale è High Rise.
A livello storico, la prevalenza del potere economico sulla società, lo svuotamento dei poteri pubblici con la delega delle competenze, ricorda invece le grandi compagnie commerciali che a partire dal XVII si spartirono il mondo (frazionato in mercati), trasformando Stati e Governi in propri domini personali. A tutt’oggi, per longevità e onnipotenza, la storia della ‘Compagnia britannica delle Indie Orientali’ costituisce il caso unico di una società privata per capitali che volle farsi impero e per la bisogna si creò un esercito e si comprò un intero parlamento (inglese).

Un regno privato.
Costituita nell’ultimo giorno del 1600 su autorizzazione regia, la British East India Company (EIC), per quasi tre secoli, dominerà i mercati asiatici controllando le rotte commerciali dallo Stretto di Magellano al Capo di Buona Speranza, fino alla Malesia e la Cina. Assumerà il controllo diretto dei territori occupati, governando su milioni di individui. Eserciterà l’amministrazione della giustizia. Batterà moneta in proprio. Sarà la causa di rivoluzioni e guerre di indipendenza, dettando l’agenda di politica estera della Gran Bretagna.

Giunti in India attorno al 1608, gli agenti della Compagnia si aprono la strada con i cannoni delle loro navi, soprattutto ai danni dei portoghesi che dalla loro piazzaforte di Goa tentano di sbarrare invano la strada ai navigli inglesi. Quindi, con un’abile diplomazia e guerre vittoriose, la Compagnia toglie di mezzo i concorrenti europei: portoghesi, olandesi e francesi.
 Stabilito un primo presidio a Surat, sulla costa del Gujarat, la Compagnia si accorda con l’impero islamico dei Moghul, ottenendo una cospicua serie di privilegi in cambio di armi e aiuto militare. Soprattutto gli inviati della Compagnia riescono ad estendere la propria penetrazione commerciale anche nei territori del Bengala, a discapito degli interessi francesi, nonché a danno delle compagnie danesi e olandesi. Tramite una serie di trattative diplomatiche con la monarchia portoghese ed i sovrani Moghul, all’inizio del 1690 la Compagnia ha esteso il suo controllo anche a Bombay, Madras e Calcutta (Kolkata); cosa che le permette di intercettare il transito delle merci dal Mar Arabico al Golfo del Bengala.
 Per la difesa delle loro filiali e dei presidi commerciali, gli inglesi arruolano guardiani indigeni e mercenari occidentali (i brutali old toughs) che costituiranno il fulcro originario del Presidency Army della Compagnia, insieme ad una notevole flotta con armamento da battaglia, che i ‘presidenti’ della EIC non esitano ad usare a scopo intimidatorio e di rappresaglia, in vere e proprie campagne di guerra.
A tal proposito, a sottolineare come dietro a solidi principi di teoria economica si nascondano quasi sempre incredibili facce da culo, sarà il caso di ricordare sir Josiah Child. Direttore commerciale della EIC e tra i principali azionisti della Compagnia, Child è un pioniere nelle sviluppo della dottrina del libero scambio e delle moderne teorie monetarie. Sostiene la libera concorrenza, criticando aspramente l’intervento statale nell’economia e ogni forma di regolamentazione nella finanza. Peccato non si accorga che la ‘sua’ Compagnia agisca in regime di assoluto monopolio e possa godere di una serie di diritti esclusivi su concessione regia, che le assicurano un posizione dominante sul mercato soffocando ogni concorrenza.

 Insoddisfatto dei diritti commerciali concessi per decreto dall’imperatore Aurangzeb in Bengala, e dagli arbitri di alcuni governatori locali, sir Child scatenerà una vera e propria guerra (dal 1686 al 1690) contro i Moghul, mobilitando le truppe private della compagnia, inviando le navi della flotta a bombardare le città della costa bengalese e attaccando i convogli dei pellegrini diretti alla Mecca. In risposta, Child riceverà dall’esercito moghul una batosta umiliante; la revoca di molti dei diritti commerciali ottenuti; il pagamento di una pesantissima indennità di guerra; e soprattutto la pubblica umiliazione dei funzionari della Compagnia, costretti a prostrarsi ai piedi dell’imperatore e davanti a ghignanti dignitari francesi.
Aurangzeb, che si fa pomposamente chiamare “conquistatore del mondo”, è un fanatico integralista che dissanguerà il suo regno in una serie di guerre infinite contro le popolazioni pathan (i pashtun) dell’Afghanistan e i principi indù della confederazione Maratha. Feroce persecutore della comunità sikh, ne farà torturare e decapitare a migliaia.
Alla morte del feroce Aurangzeb nel 1707, l’Impero Moghul inizia un declino irreversibile, dilaniato da un continuo attrito di forze centrifughe che ne paralizzano l’azione in un’esistenza puramente formale. Nell’India frazionata in una miriade di feudi e piccoli regni, divisa in rissose confederazioni tra principati minori e in assenza di un governo centralizzato, indebolita dalle guerre tra regoli locali, dalle forti tasse che quasi ovunque opprimevano le popolazioni, dai governi incapaci e dal rallentamento nel commercio, l’espansione europea ha facile gioco. Perciò sarà assai facile per l’ambiziosa Compagnia delle Indie Orientali conquistarvi il predominio.

Il diritto delle genti.
 Per quanto riguarda i rapporti con le colonie francesi (e con l’omologa Compagnie française des Indes orientales), il territorio indiano diventa una sorta di prosecuzione asiatica delle guerre che in Europa oppongono le corone di Francia e Inghilterra, l’una contro l’altra armate: dapprima, nella “Guerra di Successione austriaca” (1741-1748) e poi nella “Guerra dei sette anni” (1756-1763).
Gli eserciti privati assicureranno alla Compagnia la supremazia nel controllo dell’India a discapito dei francesi, contro i quali combatteranno quasi ininterrottamente dal 1744 al 1763 (Guerre del Carnatico). Dovunque i francesi sostengono un principe indiano, gli inglesi riforniscono il suo rivale di armi, denaro, truppe e centri per l’addestramento militare. In questo modo, ne seguiva sempre una guerra locale e il vincitore rimaneva indebitato con i suoi sostenitori europei. In seguito, se non riusciva a soddisfare le richieste di diritti commerciali o fiscali, questi lo sostituivano con un governatore a loro scelta.
Le cose però non vanno sempre bene…
Nel 1756, gli agenti della Compagnia presenti a Calcutta, in previsione di un possibile attacco francese, iniziano ad ampliare e rinsaldare le difese di Fort William, costruito al tempo della guerra di Child contro i Moghul. Il principe Siraj ud-Daulah, giovanissimo nawab del Bengala che governa la città indiana, ordina l’immediata cessazione dei lavori non autorizzati, reputando le iniziative militari degli europei un’intollerabile interferenza al suo dominio. John Z. Holwell, che comanda la piccola guarnigione del forte, ignorerà completamente l’ordine del nawab indiano, che indignato assedia il forte con le sue truppe e costringe il presidio armato della EIC alla resa.

Siraj ud-Daulah, forse mal consigliato, fa rinchiudere tutti i prigionieri ed il personale occindentale presente in città dentro le famigerate prigioni del forte: una orrida fossa buia, conosciuta come “Black-Hole”. Non esistono misure certe sull’estensione della cella, né sul numero dei prigionieri rinchiusi. In proposito, circolano cifre assolutamente irrealistiche, con quasi 150 persone ammassate in circa 20 mq. Ad ogni modo, dopo neanche 24h di reclusione, a uscirne vivi furono solo in 23 su un numero di detenuti probabilmente vicino alle 64 unità.
Nel 1763 tutti i residenti britannici di Patna vengono giustiziati, per ordine del governatore moghul della città, Mir Qassim, che dopo essere stato estromesso dai commerci della Compagnia, pretendeva almeno il pagamento delle tasse dovute. Gli inglesi avevano pensato bene di introdurre clandestinamente carichi di armi in città, per armare una rivolta contro il governatore. Da qui la radicale soluzione al problema occidentale.
 Proprio questi “incidenti”, permetteranno alla Compagnia di consolidare il proprio dominio su tutto il Bengala ed estendere il proprio potere all’intero subcontinente indiano.
La conquista dell’India, ad opera di un esercito privato di dipendenti aziendali in armi, è in buona parte opera dei due generali-azionisti della compagnia, Hector Munro e Robert Clive: militari e manager a contratto per conto terzi. Entrambi contribuiranno ad organizzare e strutturare in maniera permanente l’esercito privato della EIC, perfettamente equipaggiato ed addestrato, che si rivelerà essere una formidabile macchina da guerra e di persuasione con migliaia di effettivi, arruolati tra gli indigeni (sepoy) ed europei di ogni nazione, regolarmente stipendiati dalla compagnia.
Robert Clive, con la vittoria alla Battaglia di Plassey (1757), ridurrà all’impotenza ogni velleità espansionistica dei non meno aggressivi francesi, alleati con i signorotti moghul del Bengala.
Hector Munro stroncherà l’ultima coalizione dei principi del Bengala alla Battaglia di Buxar (1764).


Ma a consolidare la supremazia britannica sui territori del Bengala, sarà la devastante carestia del 1770, sulla quale peraltro gli affaristi della EIC realizzarono enormi profitti, lucrando con i costi al rialzo sui generi alimentari di prima necessità.

Un’amministrazione equa.
 Sui metodi disciplinari e l’amministrazione della giustizia, gli ufficiali della EIC offrono subito un ottimo saggio sulla superiorità della civiltà occidentale, rispetto alla barbarie asiatica…
Tra le unità indigene (sepoy) di più antica formazione, inquadrate nell’esercito coloniale del Bengala, ci sono gli 820 fucilieri indiani del Lal Paltan, vestiti con la tipica giubba rossa (lal). Questa formazione costituirà il nucleo originario del futuro I° Bengal Native Infantry: i famosi fucilieri del Bengala. Arruolato nel 1757 dal maggiore-generale Robert Clive, è un reparto che si è fatto onore alla battaglia di Plassey.
Il 08/09/1764 nella località di Manji, i soldati bengalesi del Lal Paltan danno forse vita ad una delle prime rivendizioni salariali della storia militare moderna, chiedendo un aumento di paga attraverso l’attribuzione di una specie di bonus produttività (il batta). E nel farlo prendono in ostaggio i propri ufficiali, salvo ripensarci quasi subito. Il gen. Hector Munro spiccerà la faccenda a modo suo: fa afferrare una ventina di ammutinati, li lega alla bocca dei cannoni ed ordina ai suoi artiglieri di dar fuoco alle micce.


Questo originale metodo di esecuzione venne ampiamente impiegato durante la Grande Rivolta del 1857, quando nel maggio di quell’anno i sepoys dell’Armata del Bengala si rivoltarono contro i loro ufficiali europei.

«Il 12 Giugno [1857 n.d.r] a Peshawar, quaranta uomini sono stati processati, dichiarati colpevoli, e condannati ad essere giustiziati venendo dilaniati a cannonate. L’esecuzione è stata un terribile spettacolo. La truppa è stata schierata a formare i tre lati di un quadrato, al centro del quale sono state piazzate dieci batterie puntate verso l’esterno. In un silenzio mortale, è stata letta la sentenza del tribunale, e a conclusione della cerimonia, ad ogni cannone è stato legato un prigioniero con la schiena rivolta contro la bocca da fuoco e le braccia legate strettamente alle ruote del fusto.
Appena viene dato il segnale, la salva viene sparata. La scarica, come è ovvio, taglia il corpo in due; si possono vedere tronchi umani, teste, gambe e braccia volare via in un istante per tutte le direzioni. Siccome in questa occasione sono stati usati soltanto dieci cannoni, i resti umani sono stati rimossi per quattro volte. Dei quaranta condannati, tutti sono andati incontro al loro destino con fermezza, ad eccezione di due: al momento giusto, si sono lasciati scivolare a terra e le loro cervella sono state fatte schizzare via da una scarica di fucileria.
Un’altra esecuzione con modalità simili è avvenuta il 13 Giugno a Ferozepore, tutte le truppe disponibili ed i funzionari amministrativi sono convenuti per assistere alla scena. Alcuni degli ammutinati sono stati impiccati su delle forche erette durante la notte precedente e lasciati appesi. Gli ammutinanti sono stati portati nella piazza centrale, dove si è proceduto a leggere la sentenza della corte marziale.»

  Harper’s Weekly
  (15/02/1862)

Se però i condannati accettavano di diventare testimoni dell’accusa (Queen’s evidence), denunciando i nomi di presunti complici, potevano confidare nella benevolenza delle autorità, sperando in una dilazione di pena e vedersi commutata la condanna in impiccagione. È superfluo dire che in questo meccanismo, pur di sottrarsi al supplizio, i condannati snocciolavano nomi a caso coinvolgendo chiunque.


A Ferozepore, gli ammutinati che decisero di diventare delatori, una decina, furono sottratti all’ultimo momento dal gruppo dei condannati e costretti ad assistere alla sentenza capitale, coperti dagli insulti dei loro commilitoni prossimi all’esecuzione…

«Racconta un testimone oculare: “La scena e il fetore furono insopportabili. Mi sentii terribilmente sconvolto e potei notare che i numerosi spettatori indigeni erano terrorizzati; non solo tremavano come foglie, ma avevano assunto un colorito innaturale. Non fu presa alcuna precauzione per ripulire la bocca dei cannoni dai resti umani; la conseguenza fu che gli spettatori vennero pesantemente imbrattati dagli schizzi di frattaglie e un uomo in particolare rimase stordito da un braccio divelto che lo aveva colpito in pieno!»

Evidentemente, deve trattarsi dell’applicazione pratica delle massime del gen. Charles J. Napier, che pure non mancava di un certo spirito:

“La mente umana non è mai disposta meglio alla gratitudine e all’affetto, come quando è ammorbidita dalla paura”

C’è da dire che la grande rivolta indiana del 1857-1858 e l’estrema brutalità con la quale venne schiacciata, non portò fortuna alla Compagnia ed anzi ne decretò il declino, a partire dall’estromissione della EIC nel governo dei territori indiani che passarono sotto il controllo diretto della Corona britannica.

«La rivolta del ’57 durò diciotto mesi e causò un numero elevatissimo di vittime; la scintilla che l’aveva accesa era stata, ufficialmente, l’eccessiva ingerenza inglese nelle pratiche religiose locali, tra le quali bisogna ricordare c’era anche quella intollerabile per una mentalità occidentale che la vedova fosse bruciata viva sulla pira funebre accanto al cadavere del marito. Nell’anno e mezzo che ci volle per sedare la rivolta fu fondalmentale l’aiuto delle truppe del Punjab rimaste fedeli all’Inghilterra. La repressione fu molto sanguinosa e da allora i rapporti tra inglesi e indiani non furono più gli stessi. Il “grande ammutinamento” pose per sempre fine alla luna di miele che tale era stata fuor di metafora, considerando l’alto numero di matrimoni misti tra gli inglesi, che arrivavano quasi sempre senza famiglia, e che si legavano a donne indiane.»

  Peter Kelly
“L’Ultimo Impero”
  Panorama Mese (Ottobre 1982)

Diciamo anche che le cause della rivolta furono anche un po’ più complesse: oltre alle frizioni religiose e le discriminazioni, c’erano le requisizioni forzate, le confische arbitrarie di beni ed il sistema di espropriazioni alla base della famigerata dottrina dell’estinzione, che contemplava la decadenza dei diritti di proprietà (altrui). Con questa norma, una compagnia privata (nella fattispecie la EIC) poteva espropriare discrezionalmente l’aristocrazia indiana dei suoi possedimenti fondiari. Si aggiunga infine una tassazione sempre più spropositata e destinata a mantenere un esercito d’occupazione. Invece, a far crescere il malumore tra le truppe dei nativi, contribuì non poco (vera o falsa che fosse la diceria) l’uso del grasso d’origine animale (suino o bovino, che aveva il formidabile pregio di far incazzare tanto gli indù quanto i musulmani) usato per impermeabilizzare l’involucro chiuso (la ‘cartuccia’) con la carica di polvere da sparo, che per essere aperto andava strappato coi denti. Si aggiunga la distruzione dell’economia locale (l’industria del cotone), con la politica monopolistica perseguita dalla compagnia.


La tensione tra funzionari della compagnia e nativi montò velocemente, finché la rivolta esplose violentissima e si espanse come una fiammata.
A Cawnpore, nell’estate del 1857 si consuma uno dei fatti più gravi, quando un gruppo di residenti europei presi in ostaggio viene letteralmente macellato. D’altra parte, l’osceno massacro di Cawnpore verrà presto compensato dalle efferatezze dei soldati britannici. Dopo l’eccidio di Cawnpore, il ten. col. James Neill fa terra bruciata di tutti i villaggi che incontra sul suo passaggio trucidando la popolazione, col risultato di aumentare le adesioni nel numero dei ribelli. Uno degli attendenti del comandante Neill, il maggiore Renaud, ha un sistema infallibile per riconoscere gli insorti: l’espressione del viso. E per una questione di smorfie fa impiccare tutti i contadini che incrocia per la via, durante la sua marcia, col risultato che gli abitanti dei villaggi circostanti si danno alla fuga portando con sé tutte le provviste e lasciando la truppa a corto di rifornimenti.

Nella repressione vengono impiegati con successo i temibili gurkha nepalesi e le fedeli truppe dei Sikh. Ma nelle efferratezze si distinsero soprattutto i battaglioni europei e le unità di rinforzo inviate dalla Gran Bretagna. Né mancarono ufficiali che menarono pubblico vanto delle loro prodezze, inviando ai giornali inglesi dettagliate descrizioni delle loro atrocità o compiacendosi per quelle altrui. Vengono condotte rappresaglie indiscriminate contro la popolazione civile: monumenti, dimore patrizie, luoghi di culto… sono presi a cannonate per rappresaglia (una pratica che sarà riproposta anche in Cina). Le devastazioni raggiungeranno il culmine nel saccheggio di Dehli, dove la popolazione viene trucidata con cariche alla baionetta. Per ferocia e intraprendenza di saccheggiatore, si distingue il maggiore William Stephen Raikes Hodson, che diventerà famoso per il suo squadrone di cavalleria irregolare, gli Hodson’s Horse (o raiders), e la loro uniforme color kaki per meglio mimetizzarsi negli agguati.

Dopo la conquista di Dehli, l’antica capitale Moghul, il maggiore Hodson farà recapitare al vecchio sovrano la testa dei suoi figli, che ha ucciso personalmente e provveduto a far decapitare dopo la resa.

Tuttavia, nella prosa di alcuni storici britannici, tutto degrada dolcemente in una atmosfera quasi aulica, appena offuscata da qualche incomprensione…

 «Tutto era cominciato nella prima metà del XVII secolo. In quell’epoca gli Inglesi presenti in India erano soprattutto mercanti, ma c’era qualche soldato di ventura che poneva la sua capacità militare al servizio di qualche rajah, per garantirgli la vittoria nelle sue piccole guerre locali. In entrambi i casi, si trattasse cioè di mercanti o di soldati, questi inglesi erano dei professionisti che rimanevano in India fino a quando lo richiedeva il loro lavoro. Finito questo o trascorsi gli anni della vita in cui lo si poteva svolgere, rientravano in Inghilterra.
Questa rotazione ininterrotta, che si è mantenuta anche quando l’India è diventata un possesso della Corona, ha avuto due conseguenze principali: la prima è che in India non si è mai formato una vera classe di coloni residenti come invece è accaduto altrove (per esempio nelle colonie inglesi in Africa). La seconda è che questi mercanti e questi soldati, che rientravano in patria dopo venti o trenta anni di vita coloniale, hanno contribuito a trasformare il costume inglese quasi nella stessa misura in cui, con la loro presenza in quella colonia, avevano cambiato il costume indiano.
Per quasi un secolo e mezzo questo intricato rapporto ruotò attorno a un interesse commerciale prevalente, rappresentato dal cotone. Una fibra tessile a basso costo era allora in grado di modificare radicalmente le abitudini inglesi e, più in generale, europee. Quando si fu in grado di produrre e tessere cotone in abbondanza, ci si rese conto che la nuova fibra poteva sostituire la seta e il lino nella fabbricazione della biancheria e che, di conseguenza, la maggior parte delle persone avrebbe potuto cambiarsi con molta più frequenza di prima. Ai tempi del Re Sole e di Luigi XVI era stato necessario inventare complicati profumi, per poter sopravvivere ad una riunione di molte persone in un ambiente chiuso; l’arrivo del cotone rappresentava, anche da questo punto di vista, un’importante novità e anzi quasi una rivoluzione del costume.
Per la tessitura del cotone l’India disponeva di una fitta rete di piccoli laboratori artigiani, spesso a conduzione familiare. Purtroppo quei laboratori erano destinati a non durare molto. Quando in Inghilterra cominciò a svilupparsi quella che in seguito sarebbe stata definita “rivoluzione industriale”, gli imprenditori inglesi scoprirono in brevissimo tempo che era molto più conveniente importare il cotone dalle piantagioni degli Stati Uniti, dove il lavoro degli schiavi consentiva costi di partenza irrisori, tesserlo sui telai a vapore delle nascenti industrie del Lancashire e quindi spedire in India le pezze già tessute.
Nel giro di pochi anni l’India diventò così da esportatrice a importatrice di cotone. E questo rovesciamento della bilancia commerciale nel settore tessile soppiantò e distrusse la sua piccola industria cotoniera. Per dirla tutta, l’India si trasformò in un mercato monopolistico per i cotoni di fabbricazione inglese.
L’esempio del cotone mostra bene come per una quantità di anni il destino dell’India venne deciso non tanto dal Parlamento di Londra, quanto dalla Camera di Commercio di Manchester. Si può discutere a lungo se i mercanti siano peggiori o più oculati amministratori dei politici; quello che è certo è che i mercanti prediligono la stabilità amministrativa e la quiete politica. La conseguenza di questa predilezione fu che la Compagnia delle Indie cominciò ad arruolare sempre più apertamente un esercito, formato da milizie quasi interamente indiane, e con la forza di questo braccio armato, nonché di un controllo politico sempre più esteso, riuscì a far scomparire dall’India gli altri insediamenti coloniali: portoghesi, olandesi e francesi.
In definitiva, da Calcutta il dominio inglese si estese a tutto il subcontinente e nel 1849 anche l’ultima provincia, il Punjab, venne annessa al prezzo di considerevoli sacrifici; sia perché i guerrieri sikh erano fin da allora molto coraggiosi, sia perché potevano contare sulla consulenza di esperti artiglieri francesi, reduci della Grande Armée di Napoleone.»

 Peter Kelly
“L’Ultimo Impero”
 Panorama Mese (Ottobre 1982)

In realtà i consulenti d’artiglieria che offrirono i loro servigi ai vari principi indiani, in buona parte, non erano francesi, ma.. italiani! Tuttavia, la folla di personaggi incredibili e pittoreschi, ufficiali di ventura e avventurieri europei al servizio delle corti più esotiche, riserva sorprese davvero inaspettate e meriterà una trattazione a parte…

 Continua.

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SOCIETY

Posted in Business is Business, Masters of Universe with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 28 luglio 2012 by Sendivogius

Lo ‘Stato’ completamente disinteressato al benessere dei propri cittadini, che esplica i suoi poteri unicamente come detentore del monopolio della forza e come mero collettore d’imposte, per il finanziamento dei suoi strumenti repressivi, ha ragione d’essere?
Lo ‘Stato’ che non garantisce i servizi essenziali per l’emancipazione civile, e per la promozione sociale della propria cittadinanza, ha senso?
Cosa impedisce ad uno ‘Stato’, incentrato esclusivamente sull’interesse privato e sulla prevalenza del particolare economico, dall’agire come un’impresa in regime di monopolio, dove i cittadini sono ‘azionisti’ con diritti proporzionali alla quota capitale investita?
Soprattutto, nella cooptazione politica e finanziaria di elite tecnocratiche, cosa impedisce ad una società di capitali di farsi essa stessa ‘Stato’ e di sostituire l’amministrazione pubblica con una holding di servizi privati su concessione?
In una entità ‘societaria’ in cui la partecipazione democratica viene sostituita dalla partecipazione azionaria, frazionata nell’anonimato di pacchetti a responsabilità limitata, è chiaro che l’unico “scopo sociale” sia il profitto tramite la massimizzazione degli utili. In tale prospettiva, ogni attività è lecita se funzionale all’incremento dei ricavi…
Pertanto, se il ‘mercato’ è propizio, un’Impresa-Stato può trovare vantaggioso la tratta degli schiavi o il commercio della droga, curando la produzione e lo spaccio all’ingrosso delle sostanze stupefacenti, come fossero una remunerativa diversificazione delle proprie attività commerciali, giacché non deve rispondere ad altra logica se non a quella del profitto e all’incremento dei dividenti da distribuire ai propri azionisti, nell’ambito dell’unica “società” che riesce a concepire: la società di capitali a scopo di lucro.
In fondo è già accaduto; esistono precedenti illustri: ad esempio, le due Guerre dell’Oppio, in virtù del sacrosanto diritto di spacciare droga ai cinesi da parte della Compagnia delle Indie Orientali, in nome della libertà di commercio. Dimostrazione pratica di come per molte aziende il consumatore ideale sia un tossico.

La “Compagnia delle Indie” costituisce uno dei casi più eclatanti, in cui una società anonima per capitali si creò un esercito privato e fondò un Impero militare, appaltandolo alla Corona britannica per la difesa dei propri interessi commerciali.
E, del resto, proprio la storia inglese ci insegna che uno dei modi migliori per controllare uno Stato, dettandone le politiche (e le leggi), consiste nel gestirne il debito, con tutta la fantasia della finanza creativa…

«A cavallo del XVII e XVIII secolo, gli agenti di Borsa londinesi, noti come ‘jobbers’, si aggiravano nei malfamati caffé di Exchange Alley …in cerca di investitori sprovveduti ai quali vendere azioni di società fantasma. Società che fiorivano velocemente alimentate dalla speculazione, per poi fallire altrettanto rapidamente. Delle 93 società attive tra il 1690 e il 1695, nel 1698 ne rimanevano attive soltanto venti.
[…] Nel 1720 il Parlamento inglese, di fronte al proliferare di corporation truffaldine che infestavano Exchange Alley, aveva dichiarato l’istituzione illegale (seppure con alcune eccezioni). A indurlo all’azione fu il famigerato tracollo della South Sea Company.
Costituita nel 1710 per condurre traffici commerciali in esclusiva con le colonie spagnole del Sud America, ivi compreso il commercio degli schiavi, la South Sea Company nacque subito come un grande imbroglio. I suoi amministratori, tra gli esponenti più illustri della società politica dell’epoca, conoscevano ben poco del Sud America, avevano rapporti assai limitati con quel continente (a quanto risulta, il cugino di uno degli amministratori risiedeva a Buenos Aires), e dovevano per forza di cose essere a conoscenza che il re di Spagna non avrebbe concesso loro l’autorizzazione necessaria ad operare nelle colonie sudamericane. Come ammise uno degli amministratori: “A meno che gli Spagnoli non siano totalmente privi di buon senso… e decidano di abbandonare i propri commerci, gettando al vento l’unica fonte di guadagni rimasta loro al mondo e, in breve, ponendo le basi della loro rovina”, non si disferanno mai dell’esclusiva possibilità di commerciare con le loro colonie. Ciò nonostante, gli amministratori della South Sea Company promettevano ai potenziali investitori “profitti favolosi” e montagne d’oro e d’argento attraverso l’esportazione di comuni prodotti britannici come il formaggio del Cheshire, la ceralacca e i sottaceti. Gli investitori accorsero in massa per accaparrarsi le azioni della compagnia, che schizzarono incredibilmente verso l’alto, aumentando di ben sei volte il loro valore in un anno per poi crollare velocemente quando gli azionisti, resisi conto che il titolo era diventato cartastraccia, rivendettero tutto in preda al panico […] La South Sea Company fallì. Intere fortune si volatilizzarono, vite umane furono rovinate, uno degli amministratori della compagnia, John Blunt, venne colpito con arma da fuoco da un azionista incollerito, una folla tumultuosa assediò Westminster e il re dovette tornare precipitosamente a Londra dalla sua residenza di campagna per affrontare la crisi

  Joel Bakan
 “The Corporation
  Fandango Libri, 2004

Al principio del XVIII secolo, i vari Stati europei si ritrovano a dover gestire un gigantesco debito pubblico, ereditato da quasi un secolo di guerre su scala continentale. La trovata geniale dei governi dell’epoca risiede nella privatizzazione del debito, attraverso la costituzione di società anonime che ne rilevino la gestione, in cambio di una serie di agevolazioni e del monopolio dei commerci sui nuovi mercati coloniali, con diritti esclusivi di sfruttamento.
Nella fattispecie, nel 1719 il debito pubblico della Gran Bretagna ammontava ad oltre 50 milioni di sterline, 18 milioni dei quali ripartiti in tre grandi gruppi privati:
 3,5 milioni alla Banca d’Inghilterra;
 3,2 milioni alla Compagnia delle Indie Orientali;
 11,7 milioni alla South Sea Company.
In tale ottica, la ‘South Sea Company’, ovvero la Compagnia dei Mari del Sud, nasce con uno scopo preciso: ripagare i debiti della Corona britannica, convertiti in azioni della Compagnia. In cambio della sottoscrizione delle quote sociali, il Governo pagava agli azionisti un tasso fisso del 6%, garantendo alla Compagnia finanziamenti e fondi patrimoniali per dieci milioni di sterline, in cambio di una tariffa sui beni di importazione.
La South Sea Company nasce nel maggio del 1711 da un’idea dell’immaginifico ministro delle finanze, e conte di Oxford, Robert Harley, il quale aveva già provato a rifinanziare il debito dello Stato, attraverso l’istituzione della Lotteria nazionale, gestita in proprio dalla società finanziaria di John Blunt che sarebbe poi diventato uno dei principali amministratori della nuova compagnia.
La South Sea Company in realtà ha un mercato ed un raggio d’azione quasi inesistente: i suoi commerci si limitano ad un solo viaggio all’anno per un unico naviglio nelle colonie spagnole (le autorità iberiche ne boicottano in ogni modo l’attività) e fonda il grosso dei commerci sulla tratta degli schiavi africani (peraltro sub-appaltata a mercanti olandesi). Deve inoltre affrontare l’alta mortalità del ‘carico’. Peraltro, la South Sea Co. gestisce una quota minima dell’infame commercio, appannaggio quasi esclusivo della Royal African Company che monopolizza i traffici, garantendo la ‘fornitura’ annuale di 4.800 schiavi (secondo le clausole del Trattato di Utrecht del 1713) ai quali aggiunge la manodopera servile smerciata in Giamaica. Inoltre, possiede uffici commerciali in tutti i principali porti dell’America meridionale (Buenos Aires, Cartagena, Caracas), con basi all’Havana e Panama.  
Nata per vendere debiti camuffati da azioni al portatore, la Compagnia dei Mari del Sud ha un business puramente aleatorio. Ciò non impedisce però alla compagnia di piazzare in massa i suoi titoli a rendimenti sempre più vertiginosi, innescando una bolla speculativa gonfiata sul nulla che però attrae sempre più investitori. Tutti evidentemente molto entusiasti della solidità finanziaria della Compagnia ed i concreti riscontri nell’economia reale. Gli stessi dirigenti alimentano una speculazione costante sui titoli della Compagnia, fino all’inevitabile esplosione della bolla finanziaria che, insieme alla surreale “Bolla dei Tulipani” in Olanda, ed i crolli pressoché contemporanei delle Compagnie francesi, ingenereranno una delle prime e più gravi crisi economiche della storia europea.

Ma, a tutt’altra latitudine, non andrebbe nemmeno sottovalutata la proficua esperienza nipponica delle Zaibatsu

«In Giappone, dopo la Restaurazione Meiji del 1868, si sviluppò una forma di capitalismo finanziario che, a tutt’oggi influenza fortemente le società per azioni in questo paese. Paragonabili alle società finanziarie, si formarono delle gigantesche concentrazioni industriali, dette zaibatsu, che divennero la forma dominante nell’organizzazione industriale del settore capitalistico avanzato giapponese. Zaibatsu si può tradurre come “elite finanziaria”: si trattava di società finanziarie che possedevano fondi di investimento in diverse industrie, organizzate sotto il controllo di una famiglia per assicurare la cooperazione tra aziende con interessi potenzialmente divergenti.
[…] Nel novero delle società controllate da ogni zaibatsu, era sempre presente una banca, la quale forniva il capitale per tutto il gruppo. Al vertice della zaibatsu c’era una società finanziaria famigliare che possedeva tutto il capitale e che controllava un gruppo di imprese, nominandone i direttori ed i dirigenti

Larry Allen
Il Sistema finanziario globale (1750-2000)
Mondadori, 2002.

 Il termine zaibatsu, in sommi capi, è traducibile come “gruppo economico”, ma anche “cricca finanziaria”, ed indica una concentrazione di ricchezza gestita su base clanica: zai (ricchezza) e batsu (congrega familiare). Fedeli incarnazioni della società giapponese, le zaibatsu ne ricalcano la struttura verticale, fortemente gerarchizzata. Nati originariamente come gilde mercantili su base famigliare, sono gruppi fondati su di un ordinamento piramidale; strutturate in holding finanziarie, operano in ogni ambito commerciale e industriale. Hanno ramificazioni in tutti i settori dell’economia nazionale, tramite il controllo dei pacchetti azionari di maggioranza e con partecipazioni incrociate, da parte di un ristretto numero di clan familiari, coagulati attorno ad una famiglia dominante alla quale sono sottomessi da vincoli di fedeltà e vassallaggio. Si tratta di un retaggio feudale, che nella sua impostazione clanica presenta non poche analogie col sistema mafioso.
In cambio dello sviluppo economico e militare del Paese, alle zaibatsu vengono accordate esenzioni fiscali e agevolazioni commerciali. Col tempo, finiscono col cumulare in pochissime mani un potere enorme, costituendo un vero e proprio stato parallelo (e riconosciuto) all’interno dello Stato ufficiale. Ne condizionano le scelte economiche e ne determinano la stessa conduzione politica, prosperando con le commesse militari e lo sfruttamento selvaggio dei territori occupati in Corea ed in Cina. Il governo nipponico arriverà ad affidare alle zaibatsu la raccolta delle tasse, gli approvvigionamenti per l’Esercito, e l’intera gestione del commercio estero.

Durante gli anni ‘30, tramite le loro banche, arrivano a controllare l’intero sistema creditizio del Giappone. Sempre alle zaibatsu sono ricollegabili i sei maggiori istituti bancari del Paese. Attraverso le loro sussidiarie e le proprie fiduciarie, monopolizzano il risparmio privato (oltre il 70% dei depositi bancari a tasso fisso), grazie al quale possono gestire a proprio piacimento la leva finanziaria, rafforzando i vincoli di interdipendenza e la creazione di nuovi cartelli economici. Naturalmente, all’alba della Grande Depressione del 1929, approfittano della recessione economica con speculazioni ribassiste sul valore della moneta.
Alla fine del decennio, la quasi totalità dell’apparato industriale (e militare) del Giappone è sotto il dominio economico (e politico) di quattro potentati (le shidai zaibatsu): Mitsui, Mitsubishi, Sumitomo, Yasuda.
A queste, si affianca un secondo livello, che ricomprende altre mega-corporazioni chiamate shinko zaibatsu tra le quali vale la pena di ricordare: la Nissan; la Nakajima Hikoki, industria aeronautica che si divideva le commesse dell’aviazione militare insieme alla Mitsubishi; la Nomura, specializzata in servizi finanziari e consulting, è l’omonima banca d’affari che nel 2008 ha rilevato la Lehman Brothers dopo il fallimento;
Al principio degli anni ’40, le shidai zaibatsu hanno il controllo diretto di oltre il 30% dell’industria mineraria, chimica e metallurgica, il 60% degli scambi commerciali con l’estero, con partecipazioni consistenti nella flotta mercantile.

La più antica e la più potente è la Mitsui, con un impero commerciale che spazia dalla distribuzione alimentare all’industria manifatturiera, dalle compagnie assicurative alle società armatoriali, dalle assicurazioni navali contro gli incendi alla raffinazione del petrolio, dal commercio del cotone a quello del latte condensato, dalla macinazione del grano alla vendita di apparecchiature elettriche… con le sue società controllate arriverà, da sola, a detenere il 15% della ricchezza nazionale del Giappone.

Il gruppo Mitsui è gestito da 11 famiglie imparentate col fondatore originario della compagnia: Mitsui Takatoshi, un commerciante di tessuti che aveva integrato i proventi della vendita di kimono con la creazione di una catena di cambia-valute per la raccolta fiscale. Agli inizi del XX secolo, l’originario negozio della famiglia Mitsui si è trasformato in uno dei principali gruppi finanziari di tutto il Giappone, fondato su sei grandi società principali ed un corollario di sussidiarie: la Banca Mitsui (la prima banca nella storia giapponese); la Toshin depositi e gestione risparmi; la Fiduciaria Mitsui; la Assicurazioni Mitsui, specializzata in polizze sulla vita; la Mineraria Mitsui e la Mitsui Bassan. Quest’ultima è in pratica la holding del gruppo per il controllo delle imprese consociate: 46 imprese principali e 143 collegate.

Con la preveggenza che ne contraddistingue i dirigenti, la Mitsui decide di diversificare il business puntando su un’idea di successo… Tra le trovate più geniali, attraverso le sue sussidiare per la lavorazione tabacchi su territorio cinese, crea una produzione speciale per fumatori stranieri, sfruttando il nome di una popolare marca di sigarette giapponesi: “Golden Bat” (il pipistrello d’oro). La variante è destinata esclusivamente alla vendita estera (in prevalenza in Cina e Manciuria) e assolutamente vietata sul mercato giapponese. Nel filtro della sigarette viene infatti iniettata in gran segreto una piccola percentuale di oppio ed eroina, per aumentare la dipendenza nei consumatori e aumentare così i profitti. In pratica, la Mitsui ha anticipato la creazione del crack. Lo spaccio del nuovo prodotto viene interamente affidato ai militari nipponici, in cambio di lucrose provvigioni…

Insomma, tornando all’attualità presente, a volte si ha la sensazione di avere a che fare con dei pericolosi psicopatici, dall’indefessa coazione a delinquere. Se questi sono (e sono stati) gli “operatori del mercato” e gli “investitori”, ai quali stiamo rimettendo la valutazione dei nostri bilanci, le nostre politiche fiscali, il nostro futuro e finanche la nostra stessa sopravvivenza, c’è da chiedersi chi sia più folle.

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