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La Dignità del Lavoro

Posted in Business is Business with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , on 12 maggio 2014 by Sendivogius

Zolfataro nelle miniere dell'agrigentino (Anni '50)

Zolfataro nelle miniere dell’agrigentino (Anni ’50)

Lavorare stanca. Per questo, quando l’occupazione crolla e l’economia langue, la massima preoccupazione è smantellare le ultime impalcature che stabilizzano coloro che un lavoro ancora ce l’hanno, compensando lo scambio con qualche donativo, graziosamente elargito dal gabinetto rivoluzionario di salute pubblica attualmente al governo.
Vecchio cazzone Per tutti gli altri, sono previsti incentivi crescenti alla fiera dell’incanto elettorale dove, in un’escalation incontrollata di castronerie a getto continuo, vince il cialtrone che più grossa la spara: dalle dentiere gratis per tutti (vecchio cavallo di battaglia del Pornonano tra i suoi coetanei), al veterinario garantito per accalappiare il voto canaro.
Cane panato - Specialità della casaPerché una cazzata tira l’altra ed in campagna elettorale una promessa non si nega a nessuno, che il pagliaccio ride e il pubblico si diverte.
Sul fronte del lavoro, la battaglia è persa da tempo. Perché se c’è chi cerca disperatamente di salvaguardare il proprio impiego o conquistarne uno, è anche vero che esiste una nutrita pletora di gggente la cui principale occupazione è lamentare l’assenza di lavoro, pregando però di non trovarlo mai. Infatti è molto meglio eccitare la propria fantasia, baloccandosi all’idea di mille euro al mese, al grido di “reddito di cittadinanza” (ad importo variabile secondo la sparata di turno) che poi, così come concepito dai suoi chiassosi ostensori, altro non è se non una variante moderna delle antiche leggi frumentarie. Presupposto teorico giusto, applicazione pratica all’insegna della peggior demagogia.
coerenza di grilloSe lo specialista in materia è sicuramente il noto strillone barbuto con la permanente in testa e con la coerenza di una vecchia baldracca che discetti di fedeltà coniugale, la pretesa è piuttosto radicata in coloro che non hanno mai lavorato e non hanno alcuna intenzione di cominciare, fintanto troveranno chi li mantiene. E infatti, come non perde occasione di latrare il tribuno delle apocalisse prossime venture (e sempre rinviate):

Dobbiamo prepararci a milioni di disoccupati. Se non ci prepariamo con un reddito di cittadinanza, avremo una guerra civile in questo Paese. E le giovani generazioni non devono più starci sotto il ricatto del lavoro.”

  (Bari, 06/05/2014)

Perché il nocciolo del problema è proprio il Lavoro, ovvero l’idea di dover lavorare per vivere (un ricatto!) e non la mancanza del medesimo o la difesa della dignità del lavoratore.
Concetti sconosciuti e soprattutto incomprensibili per un rentier miliardario che blatera dei soldi degli altri e incassa le royalties dai diritti di copyright, con la sua platea di parassiti al guinzaglio e in attesa della pappa miracolosa nel Bengodi dei citrulli 5 stelle.
Ci sarebbe infatti da chiedere, perché mai uno dovrebbe alzarsi la mattina prima dell’alba, imbottigliarsi nel traffico, chiudersi una decina di ore in fabbrica o in ufficio, per un migliaio di euro al mese, quando può ricevere la stessa cifra restando comodamente a casa e dormendo fino a mezzogiorno. E perché mai il resto del Paese dovrebbe continuare a lavorare e pagare le tasse, per mantenere a sbafo una simile massa di indisponenti nullafacenti.
I tre porcelliniAl confronto, gli 80 euri mensili millantati dal Bambino Matteo sono quanto di più serio e credibile si sia mai visto negli ultimi 30 anni. Infatti ricordano le vecchie regalie democristiane a puntello clientelare per la costruzione del consenso. La distribuzione, estesa a pioggia, strizza l’occhio ai ceti medi a reddito fisso che costituiscono il bacino elettorale di riferimento. Riguarderà (se ci sarà) la maggior parte dei lavoratori dipendenti, ma non tutti. Infatti ne sono esclusi i più poveri: quelli che guadagnano meno di 8.000 euro all’anno; ovverosia “precari”, “atipici” e “parasubordinati” che però potranno godere delle gioie della flessibilità a scadenza indeterminata, grazie all’imposizione del Jobs Act scritto sotto la dettatura dei giuslavoristi bocconiani di confindustria..
Il provvedimento difetta in coperture, ma ciò vale bene una messa in cambio del suffragio. A maggior ragione che, dall’altra parte, il Capo politico il problema delle compensazioni non se lo pone proprio.

Beppe Grillo a mare

Probabilmente inciderà poco o per nulla sul rilancio dei consumi, se per reperire le risorse della restitutio poi si aumenteranno per l’ennesima volta le accise sugli idrocarburi o si smantellarà ulteriormente la Sanità pubblica e prestazioni sociali, derogando al privato servizi indispensabili a costo di mercato.
Certo sarebbe stato più incisivo usare i fondi per intervenire sull’IRES e l’IRAP delle imprese in difficoltà, o premiando le aziende più virtuose che investono e rinnovano, piuttosto che delocalizzare e ricattare le proprie maestranze, in un dumping tutto al ribasso, pretendendo di pagare salari da 2 euro netti all’ora, come nel caso della scandalosa Electrolux.
Il Bambino Matteo  Sarebbe forse stato utile impiegare le risorse per porre un qualche rimedio alla catastrofe sociale degli “esodati”, opportunamente cancellati dal palinsesto informativo per non imbarazzare il nuovo “governo del fare” col suo ennesimo uomo della provvidenza.
Avrebbero potuto in parte alleviare l’emergenza abitativa, con misure mirate al calmieraggio dei canoni di locazione ed al reperimento alloggi…
Sono tutte misure che, a prescindere dalla loro utilità o meno, mancano però di un apprezzabile (e fondamentale) utilizzo politico a ritorno elettorale, non possono essere sbandierate su un foglio (meglio se a Porta a Porta), né immortalate con un semplice tweet.

cedolino

Non prevedono un apposito spazio, opportunamente evidenziato, in busta paga; non hanno una valenza apparentemente universale, nella loro erogazione ad cazzum. E muovono presuntivamente sulla convinzione (quantomai fondata) che gli italiani siano nella loro maggioranza un popolo di accattoni. O altro.

Non pensare al dinosauro
di Alessandra Daniele
(11/05/2014)

  ‘Noi siamo la speranza” – Matteo Renzi

godzilla«Il trailer del nuovo remake di Godzilla è interessante: si concentra su Bryan Cranston, e sui plotoni di eroiche redshirt pronte a sacrificarsi nell’ovviamente inutile ma nobile tentativo di salvare altre redshirt dall’ennesima apocalisse CGI. Il lucertolone mutante si intravede soltanto di sguincio, avvolto da cortine di nebbia, in pochi fotogrammi pseudo realistici stile found footage alla Cloverfield. Sembra quasi che gli autori si vergognino d’aver girato l’ennesimo Godzilla, e stiano cercando di vendercelo come un disaster movie serioso e documentaristico di forte impegno ecologista, con un intenso Bryan Cranston come protagonista assoluto. In realtà, sappiamo tutti benissimo di che film si tratti, e chi ne sia il vero protagonista. Lo dice il titolo stesso: Godzilla.
Un maldestro tentativo di mascheramento simile è in atto anche nella politica italiana. Il dinosauro nella stanza è l’inciucio permanente, le larghe intese a spese degli italiani, le stesse dei governi Monti e Letta. Sotto la cortina di fuffa della retorica nuovista renziana, niente è davvero cambiato.
Sono assolutamente identici il disprezzo per i diritti dei lavoratori, il classismo paternalista, l’idolatria per il mercato e l’astio per lo stato sociale, l’arrogante e denigratoria insofferenza per il dissenso, la ricattatoria propaganda truffaldina sul ”bene del paese”.
L’agenda Monti-BCE. Stavolta però si pretende di vendercela come l’Era dell’Acquario, cercando di nascondere il dinosauro mutante dietro il faccione di Metheo Renzi, il Berlusconi on speed, e i suoi petulanti slogan da motivatore di call center.
L’unica nota positiva del governo Renzi è che abbia finora mancato quasi tutte le scadenze del suo calendario cazzaro. C’è da augurarsi che continui a farlo, vista la carica reazionaria delle sue cosiddette riforme, mirate all’aumento rovinoso della precarietà del lavoro, e alla drastica riduzione della rappresentanza democratica.
Ed è facile immaginare a cosa miri l’annunciata riforma della Giustizia concordata col partito di Scajola, Berlusconi e Dell’Utri.
La sola promessa quasi mantenuta, e ossessivamente strombazzata da Renzi e dall’assordante onnipresente corte dei suoi queruli sicofanti, è il bonus elettorale di 80 € coi quali secondo loro si dovrebbe riuscire a rimediare da mangiare per due settimane. A meno che non abbia già razziato tutto Pina Picierno.
In realtà il bonus finirà divorato dagli aumenti delle tasse, ma convenientemente dopo le elezioni.
‘Noi siamo la speranza” dice Renzi del suo governo. Monicelli aveva proprio ragione: la speranza è una trappola inventata dai padroni.»

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SOCIETY

Posted in Business is Business, Masters of Universe with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 28 luglio 2012 by Sendivogius

Lo ‘Stato’ completamente disinteressato al benessere dei propri cittadini, che esplica i suoi poteri unicamente come detentore del monopolio della forza e come mero collettore d’imposte, per il finanziamento dei suoi strumenti repressivi, ha ragione d’essere?
Lo ‘Stato’ che non garantisce i servizi essenziali per l’emancipazione civile, e per la promozione sociale della propria cittadinanza, ha senso?
Cosa impedisce ad uno ‘Stato’, incentrato esclusivamente sull’interesse privato e sulla prevalenza del particolare economico, dall’agire come un’impresa in regime di monopolio, dove i cittadini sono ‘azionisti’ con diritti proporzionali alla quota capitale investita?
Soprattutto, nella cooptazione politica e finanziaria di elite tecnocratiche, cosa impedisce ad una società di capitali di farsi essa stessa ‘Stato’ e di sostituire l’amministrazione pubblica con una holding di servizi privati su concessione?
In una entità ‘societaria’ in cui la partecipazione democratica viene sostituita dalla partecipazione azionaria, frazionata nell’anonimato di pacchetti a responsabilità limitata, è chiaro che l’unico “scopo sociale” sia il profitto tramite la massimizzazione degli utili. In tale prospettiva, ogni attività è lecita se funzionale all’incremento dei ricavi…
Pertanto, se il ‘mercato’ è propizio, un’Impresa-Stato può trovare vantaggioso la tratta degli schiavi o il commercio della droga, curando la produzione e lo spaccio all’ingrosso delle sostanze stupefacenti, come fossero una remunerativa diversificazione delle proprie attività commerciali, giacché non deve rispondere ad altra logica se non a quella del profitto e all’incremento dei dividenti da distribuire ai propri azionisti, nell’ambito dell’unica “società” che riesce a concepire: la società di capitali a scopo di lucro.
In fondo è già accaduto; esistono precedenti illustri: ad esempio, le due Guerre dell’Oppio, in virtù del sacrosanto diritto di spacciare droga ai cinesi da parte della Compagnia delle Indie Orientali, in nome della libertà di commercio. Dimostrazione pratica di come per molte aziende il consumatore ideale sia un tossico.

La “Compagnia delle Indie” costituisce uno dei casi più eclatanti, in cui una società anonima per capitali si creò un esercito privato e fondò un Impero militare, appaltandolo alla Corona britannica per la difesa dei propri interessi commerciali.
E, del resto, proprio la storia inglese ci insegna che uno dei modi migliori per controllare uno Stato, dettandone le politiche (e le leggi), consiste nel gestirne il debito, con tutta la fantasia della finanza creativa…

«A cavallo del XVII e XVIII secolo, gli agenti di Borsa londinesi, noti come ‘jobbers’, si aggiravano nei malfamati caffé di Exchange Alley …in cerca di investitori sprovveduti ai quali vendere azioni di società fantasma. Società che fiorivano velocemente alimentate dalla speculazione, per poi fallire altrettanto rapidamente. Delle 93 società attive tra il 1690 e il 1695, nel 1698 ne rimanevano attive soltanto venti.
[…] Nel 1720 il Parlamento inglese, di fronte al proliferare di corporation truffaldine che infestavano Exchange Alley, aveva dichiarato l’istituzione illegale (seppure con alcune eccezioni). A indurlo all’azione fu il famigerato tracollo della South Sea Company.
Costituita nel 1710 per condurre traffici commerciali in esclusiva con le colonie spagnole del Sud America, ivi compreso il commercio degli schiavi, la South Sea Company nacque subito come un grande imbroglio. I suoi amministratori, tra gli esponenti più illustri della società politica dell’epoca, conoscevano ben poco del Sud America, avevano rapporti assai limitati con quel continente (a quanto risulta, il cugino di uno degli amministratori risiedeva a Buenos Aires), e dovevano per forza di cose essere a conoscenza che il re di Spagna non avrebbe concesso loro l’autorizzazione necessaria ad operare nelle colonie sudamericane. Come ammise uno degli amministratori: “A meno che gli Spagnoli non siano totalmente privi di buon senso… e decidano di abbandonare i propri commerci, gettando al vento l’unica fonte di guadagni rimasta loro al mondo e, in breve, ponendo le basi della loro rovina”, non si disferanno mai dell’esclusiva possibilità di commerciare con le loro colonie. Ciò nonostante, gli amministratori della South Sea Company promettevano ai potenziali investitori “profitti favolosi” e montagne d’oro e d’argento attraverso l’esportazione di comuni prodotti britannici come il formaggio del Cheshire, la ceralacca e i sottaceti. Gli investitori accorsero in massa per accaparrarsi le azioni della compagnia, che schizzarono incredibilmente verso l’alto, aumentando di ben sei volte il loro valore in un anno per poi crollare velocemente quando gli azionisti, resisi conto che il titolo era diventato cartastraccia, rivendettero tutto in preda al panico […] La South Sea Company fallì. Intere fortune si volatilizzarono, vite umane furono rovinate, uno degli amministratori della compagnia, John Blunt, venne colpito con arma da fuoco da un azionista incollerito, una folla tumultuosa assediò Westminster e il re dovette tornare precipitosamente a Londra dalla sua residenza di campagna per affrontare la crisi

  Joel Bakan
 “The Corporation
  Fandango Libri, 2004

Al principio del XVIII secolo, i vari Stati europei si ritrovano a dover gestire un gigantesco debito pubblico, ereditato da quasi un secolo di guerre su scala continentale. La trovata geniale dei governi dell’epoca risiede nella privatizzazione del debito, attraverso la costituzione di società anonime che ne rilevino la gestione, in cambio di una serie di agevolazioni e del monopolio dei commerci sui nuovi mercati coloniali, con diritti esclusivi di sfruttamento.
Nella fattispecie, nel 1719 il debito pubblico della Gran Bretagna ammontava ad oltre 50 milioni di sterline, 18 milioni dei quali ripartiti in tre grandi gruppi privati:
 3,5 milioni alla Banca d’Inghilterra;
 3,2 milioni alla Compagnia delle Indie Orientali;
 11,7 milioni alla South Sea Company.
In tale ottica, la ‘South Sea Company’, ovvero la Compagnia dei Mari del Sud, nasce con uno scopo preciso: ripagare i debiti della Corona britannica, convertiti in azioni della Compagnia. In cambio della sottoscrizione delle quote sociali, il Governo pagava agli azionisti un tasso fisso del 6%, garantendo alla Compagnia finanziamenti e fondi patrimoniali per dieci milioni di sterline, in cambio di una tariffa sui beni di importazione.
La South Sea Company nasce nel maggio del 1711 da un’idea dell’immaginifico ministro delle finanze, e conte di Oxford, Robert Harley, il quale aveva già provato a rifinanziare il debito dello Stato, attraverso l’istituzione della Lotteria nazionale, gestita in proprio dalla società finanziaria di John Blunt che sarebbe poi diventato uno dei principali amministratori della nuova compagnia.
La South Sea Company in realtà ha un mercato ed un raggio d’azione quasi inesistente: i suoi commerci si limitano ad un solo viaggio all’anno per un unico naviglio nelle colonie spagnole (le autorità iberiche ne boicottano in ogni modo l’attività) e fonda il grosso dei commerci sulla tratta degli schiavi africani (peraltro sub-appaltata a mercanti olandesi). Deve inoltre affrontare l’alta mortalità del ‘carico’. Peraltro, la South Sea Co. gestisce una quota minima dell’infame commercio, appannaggio quasi esclusivo della Royal African Company che monopolizza i traffici, garantendo la ‘fornitura’ annuale di 4.800 schiavi (secondo le clausole del Trattato di Utrecht del 1713) ai quali aggiunge la manodopera servile smerciata in Giamaica. Inoltre, possiede uffici commerciali in tutti i principali porti dell’America meridionale (Buenos Aires, Cartagena, Caracas), con basi all’Havana e Panama.  
Nata per vendere debiti camuffati da azioni al portatore, la Compagnia dei Mari del Sud ha un business puramente aleatorio. Ciò non impedisce però alla compagnia di piazzare in massa i suoi titoli a rendimenti sempre più vertiginosi, innescando una bolla speculativa gonfiata sul nulla che però attrae sempre più investitori. Tutti evidentemente molto entusiasti della solidità finanziaria della Compagnia ed i concreti riscontri nell’economia reale. Gli stessi dirigenti alimentano una speculazione costante sui titoli della Compagnia, fino all’inevitabile esplosione della bolla finanziaria che, insieme alla surreale “Bolla dei Tulipani” in Olanda, ed i crolli pressoché contemporanei delle Compagnie francesi, ingenereranno una delle prime e più gravi crisi economiche della storia europea.

Ma, a tutt’altra latitudine, non andrebbe nemmeno sottovalutata la proficua esperienza nipponica delle Zaibatsu

«In Giappone, dopo la Restaurazione Meiji del 1868, si sviluppò una forma di capitalismo finanziario che, a tutt’oggi influenza fortemente le società per azioni in questo paese. Paragonabili alle società finanziarie, si formarono delle gigantesche concentrazioni industriali, dette zaibatsu, che divennero la forma dominante nell’organizzazione industriale del settore capitalistico avanzato giapponese. Zaibatsu si può tradurre come “elite finanziaria”: si trattava di società finanziarie che possedevano fondi di investimento in diverse industrie, organizzate sotto il controllo di una famiglia per assicurare la cooperazione tra aziende con interessi potenzialmente divergenti.
[…] Nel novero delle società controllate da ogni zaibatsu, era sempre presente una banca, la quale forniva il capitale per tutto il gruppo. Al vertice della zaibatsu c’era una società finanziaria famigliare che possedeva tutto il capitale e che controllava un gruppo di imprese, nominandone i direttori ed i dirigenti

Larry Allen
Il Sistema finanziario globale (1750-2000)
Mondadori, 2002.

 Il termine zaibatsu, in sommi capi, è traducibile come “gruppo economico”, ma anche “cricca finanziaria”, ed indica una concentrazione di ricchezza gestita su base clanica: zai (ricchezza) e batsu (congrega familiare). Fedeli incarnazioni della società giapponese, le zaibatsu ne ricalcano la struttura verticale, fortemente gerarchizzata. Nati originariamente come gilde mercantili su base famigliare, sono gruppi fondati su di un ordinamento piramidale; strutturate in holding finanziarie, operano in ogni ambito commerciale e industriale. Hanno ramificazioni in tutti i settori dell’economia nazionale, tramite il controllo dei pacchetti azionari di maggioranza e con partecipazioni incrociate, da parte di un ristretto numero di clan familiari, coagulati attorno ad una famiglia dominante alla quale sono sottomessi da vincoli di fedeltà e vassallaggio. Si tratta di un retaggio feudale, che nella sua impostazione clanica presenta non poche analogie col sistema mafioso.
In cambio dello sviluppo economico e militare del Paese, alle zaibatsu vengono accordate esenzioni fiscali e agevolazioni commerciali. Col tempo, finiscono col cumulare in pochissime mani un potere enorme, costituendo un vero e proprio stato parallelo (e riconosciuto) all’interno dello Stato ufficiale. Ne condizionano le scelte economiche e ne determinano la stessa conduzione politica, prosperando con le commesse militari e lo sfruttamento selvaggio dei territori occupati in Corea ed in Cina. Il governo nipponico arriverà ad affidare alle zaibatsu la raccolta delle tasse, gli approvvigionamenti per l’Esercito, e l’intera gestione del commercio estero.

Durante gli anni ‘30, tramite le loro banche, arrivano a controllare l’intero sistema creditizio del Giappone. Sempre alle zaibatsu sono ricollegabili i sei maggiori istituti bancari del Paese. Attraverso le loro sussidiarie e le proprie fiduciarie, monopolizzano il risparmio privato (oltre il 70% dei depositi bancari a tasso fisso), grazie al quale possono gestire a proprio piacimento la leva finanziaria, rafforzando i vincoli di interdipendenza e la creazione di nuovi cartelli economici. Naturalmente, all’alba della Grande Depressione del 1929, approfittano della recessione economica con speculazioni ribassiste sul valore della moneta.
Alla fine del decennio, la quasi totalità dell’apparato industriale (e militare) del Giappone è sotto il dominio economico (e politico) di quattro potentati (le shidai zaibatsu): Mitsui, Mitsubishi, Sumitomo, Yasuda.
A queste, si affianca un secondo livello, che ricomprende altre mega-corporazioni chiamate shinko zaibatsu tra le quali vale la pena di ricordare: la Nissan; la Nakajima Hikoki, industria aeronautica che si divideva le commesse dell’aviazione militare insieme alla Mitsubishi; la Nomura, specializzata in servizi finanziari e consulting, è l’omonima banca d’affari che nel 2008 ha rilevato la Lehman Brothers dopo il fallimento;
Al principio degli anni ’40, le shidai zaibatsu hanno il controllo diretto di oltre il 30% dell’industria mineraria, chimica e metallurgica, il 60% degli scambi commerciali con l’estero, con partecipazioni consistenti nella flotta mercantile.

La più antica e la più potente è la Mitsui, con un impero commerciale che spazia dalla distribuzione alimentare all’industria manifatturiera, dalle compagnie assicurative alle società armatoriali, dalle assicurazioni navali contro gli incendi alla raffinazione del petrolio, dal commercio del cotone a quello del latte condensato, dalla macinazione del grano alla vendita di apparecchiature elettriche… con le sue società controllate arriverà, da sola, a detenere il 15% della ricchezza nazionale del Giappone.

Il gruppo Mitsui è gestito da 11 famiglie imparentate col fondatore originario della compagnia: Mitsui Takatoshi, un commerciante di tessuti che aveva integrato i proventi della vendita di kimono con la creazione di una catena di cambia-valute per la raccolta fiscale. Agli inizi del XX secolo, l’originario negozio della famiglia Mitsui si è trasformato in uno dei principali gruppi finanziari di tutto il Giappone, fondato su sei grandi società principali ed un corollario di sussidiarie: la Banca Mitsui (la prima banca nella storia giapponese); la Toshin depositi e gestione risparmi; la Fiduciaria Mitsui; la Assicurazioni Mitsui, specializzata in polizze sulla vita; la Mineraria Mitsui e la Mitsui Bassan. Quest’ultima è in pratica la holding del gruppo per il controllo delle imprese consociate: 46 imprese principali e 143 collegate.

Con la preveggenza che ne contraddistingue i dirigenti, la Mitsui decide di diversificare il business puntando su un’idea di successo… Tra le trovate più geniali, attraverso le sue sussidiare per la lavorazione tabacchi su territorio cinese, crea una produzione speciale per fumatori stranieri, sfruttando il nome di una popolare marca di sigarette giapponesi: “Golden Bat” (il pipistrello d’oro). La variante è destinata esclusivamente alla vendita estera (in prevalenza in Cina e Manciuria) e assolutamente vietata sul mercato giapponese. Nel filtro della sigarette viene infatti iniettata in gran segreto una piccola percentuale di oppio ed eroina, per aumentare la dipendenza nei consumatori e aumentare così i profitti. In pratica, la Mitsui ha anticipato la creazione del crack. Lo spaccio del nuovo prodotto viene interamente affidato ai militari nipponici, in cambio di lucrose provvigioni…

Insomma, tornando all’attualità presente, a volte si ha la sensazione di avere a che fare con dei pericolosi psicopatici, dall’indefessa coazione a delinquere. Se questi sono (e sono stati) gli “operatori del mercato” e gli “investitori”, ai quali stiamo rimettendo la valutazione dei nostri bilanci, le nostre politiche fiscali, il nostro futuro e finanche la nostra stessa sopravvivenza, c’è da chiedersi chi sia più folle.

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Regalo di Natale

Posted in Business is Business, Masters of Universe with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 6 dicembre 2011 by Sendivogius

A dispetto delle teorie tanto care ai ‘complottisti’, non servono cospirazioni globali e organizzazioni (nient’affatto segrete), per imporre un Ordine più o meno “mondiale” e tutt’altro che “nuovo”.
In realtà si tratta sempre delle stesse ricette, confezionate nei templi sacri del capitalismo più estremo, che dopo aver generato la ‘crisi’ propone ora la soluzione fino alla prossima ricaduta, perpetuando intatte le storture di sistema per auto-assoluzione. ‘Sistema’ che si vuole immutabile nella sua presunzione di perfezione, in nome del “Liberismo” e di quella astrazione divinizzata che chiamano “mercati finanziari”.
Gli ingredienti sono vecchi di almeno due secoli: dal sapore pessimo e dagli effetti collaterali sempre più devastanti. Muta il dosaggio, ma non la sostanza del prodotto scaduto.
Da questo punto di vista, il Governo Monti è solamente il Maître cuisinier, che si prepara a servire pietanze a cottura personalizzata di un ricettario comunque scritto altrove…
E, se la prima portata rischia di rimanere indigesta ai più, il secondo piatto su Lavoro & Licenziamenti potrebbe rivelarsi letale per molti.

THE SPIRIT OF CAPITALISM
Solitamente, in Italia, quando si cercano ‘tecnici’ per porre rimedio ai guasti irreparabili dei politicanti per professione, con salvataggi provvisori, si pesca sempre dalle parti della “Bocconi”: l’università privata, specializzata in business e management, dalla quale proviene il gotha delle elite confindustriali, dei grandi boiardi delle aziende di Stato, degli esperti governativi per le politiche finanziarie, degli amministratori pubblici, dei banchieri e degli stockbrokers, che la “crisi economica” non l’hanno prevista o, peggio ancora, l’hanno determinata, speculandoci sopra. È un gioco delle parti, tra soluzione e causa, dove non si tiene conto dei conflitti d’interesse, delle interscambiabilità di ruolo, delle entrature istituzionali e le responsabilità nella programmazione economica, di una compagine tecnocratica assai fluida e tutt’altro che distinta dalla controparte politica, con la quale condivide spesso interessi e prospettive di “riforma”. E riformismo è la parola magica, che spunta sempre in tempi di collasso economico e sociale, per puntellare le oligarchie al potere, opportunamente travestite da elite di ‘salvatori’.
A tempo di record, il neo-governo del prof. Monti ha sfornato l’ennesima manovra finanziaria (la quinta in pochi mesi), con unpacchetto di misure urgenti per assicurare la stabilità finanziaria, la crescita e l’equità, ma in continuazione ideale con i precedenti provvedimenti. A tal proposito:

«L’insieme degli interventi ammonta a circa 20 miliardi di euro strutturali per il triennio 2012-2014 con una forte componente permanente di risparmi conseguiti. La correzione lorda è di oltre 30 miliardi in quanto sono previsti interventi di spesa a favore della crescita, del sistema produttivo e del lavoro per oltre 10 miliardi. All’interno del pacchetto è inclusa e consolidata in norme la correzione dei saldi pari a 4 miliardi previsti quale “clausola di salvaguardia” nella manovra di agosto 2011.»

 Comunicato stampa del Consiglio dei Ministri
 (04/12/2011)

L’ambizione esplicita è quella di avviare una riforma strutturale dell’economia italiana. Finora, bisogna dire che di “equità” se n’è vista pochina e anche le prospettive di “crescita” risultano piuttosto aleatorie.
Bisogna riconoscere che tra le finalità immediate c’è la necessità di puntellare i conti dello Stato contro le bordate della speculazione internazionale e gli isterismi delle Borse, e magari dare una ridimensionata al Gatto e la Volpe che giocano a rimpiattino sulla pelle dell’Europa, stilando pagelline di merito, prima della grande onda che rischia di travolgere l’euro.
Eppure, nell’ignoranza del profano, c’è da dire che da una squadra di esperti super-blasonati era lecito aspettarsi molto di più. E anche un qualche segnale di rottura con il passato, che invece non c’è stato, se non in minima parte.
Il complesso delle misure approntate, da varare in blocco tramite un maxi decreto-legge, sono imprescindibili per “salvare il Paese dal rischio default” (ovvero dalla bancarotta).
Se la situazione è davvero così grave, c’è da chiedersi cosa mai sia stato fatto prima di arrivare ad un simile ed irreversibile punto di rottura. E se non sia stato quanto meno criminale, aver permesso e tollerato per quasi tutto il 2011 il gozzovigliare di quel crogiolo di piduisti, affaristi, e mafiosi, colati in un unica lega attorno alla satrapia di Arcore. Soprattutto, c’è da chiedersi per quale assurda pazzia il novello Re Giorgio non sia intervenuto quando doveva (l’Ottobre del 2010), invece di predisporre il salvataggio del Pornocrate, e senza risparmiarci la vergogna della compravendita parlamentare dei vari Scilipoti d’Italia.

BASILISK (Iga di Tsubagakure)

UNA MODESTA PROPOSTA
 In merito alla manovra Monti, non si eccepisce sull’entità dei provvedimenti e sulle esigenze stringenti degli interventi. Tuttavia, stabilito il gettito delle entrate e la cifra da raggiungere, c’è modo e modo di fare cassa…
Se l’intento era quello di raggranellare subito risorse per 30 miliardi di euro, tramite tagli e imposte indirette (le più subdole), non serviva scomodare un professore di economia. Bastava chiamare un ragioniere.
D’altra parte, con provvedimenti a costo sociale zero si poteva mettere in piedi la stessa cifra. Per assurdo, proviamo dunque a stilare una contro-manovra; giocare non costa nulla.
Ad esempio, visto le necessità contingenti, si poteva:

1) Cancellare (o quantomeno ridimensionare) l’acquisto dei non indispensabili 131 caccia bombardieri F-35 JSF, velivolo multiruolo d’attacco a decollo verticale, che la nostra Aeronautica militare reputa “un’arma da combattimento economicamente sostenibile”. E così deve aver pensato l’allora Governo D’Alema che ne ha sottoscritto l’acquisto, senza ripensamenti da parte dei successori che hanno confermato la fornitura.
Prezzo base di ogni singolo aereo da guerra: 170 milioni di dollari; ai quali andrebbero aggiunti gli altri 8 milioni di dollari a seconda del tipo di propulsori da assemblare nel velivolo.
 Risparmio presunto: tra i 13 miliardi ed i 16 miliardi di euro.

2) Vendere all’asta o (meglio ancora) concedere in locazione le frequenze digitali terrestri previo pagamento di un canone adeguato e aggiornamento delle tariffe per le frequenze già assegnate. Attualmente, RAI e Mediaset pagano l’1% annuo del loro rispettivo fatturato per le frequenze già occupate. Per quanto riguarda invece l’assegnazione delle frequenze digitali, il precedente Governo Berlusconi le ha concesse a titolo gratuito all’azienda di famiglia (e alla RAI) fino al 2031, senza alcun corrispettivo.
Introiti presunti con regolare gara di assegnazione e canone di concessione: 16 miliardi di euro.

3) Annullare l’ordinativo delle 19 Maserati blindate e super-accessoriate per scorrazzare in giro gli alti funzionari (e famigli) del Ministero della Difesa, volute dall’ex titolare del dicastero (Ignazio La Russa).
Costo orientativo per ogni veicolo: 130.000 euro secondo listino, ma c’è da quantificare la blindatura, eventuali optional, bollo e assicurazione auto.
 Risparmio ipotetico: 3 milioni di euro.

Tirate un po’ voi le somme e calcolate la differenza sul debito pubblico tra ricavi e risparmi…

SALVATOR PATRIAE
Evidentemente, tali misure rischiavano di non essere comprese dall’Europa e dai mercati internazionali, risultando assai poco “liberali”… Molto meglio concentrare gli interventi là dove fa più male. Agli spiriti liberi della Finanza piace l’odore del sangue, specialmente se si tratta di quello altrui…
In pratica, nella manovra da 20 miliardi netti approntata dal direttorio Monti, a parte sporadiche contribuzioni, risultano sostanzialmente esenti dai provvedimenti più pesanti i principali sponsor del “governo tecnico”, per i quali sono previsti anche concreti vantaggi. E nessun sacrificio per la “casta” politica, che al massimo ha dovuto ingogliare una stretta sui vitalizi (che non verranno comunque aboliti). E se gli onorevoli di fatto non rinunciano a nulla, vengono azzerati gli stipendi dei consiglieri municipali che spesso, come nel caso di Roma, sono chiamati ad amministrare circoscrizione urbane con oltre 200.000 abitanti.
Intonsi rimangano pure gli emolumenti dei deputati siciliani o dei governatori di Regione che, come nel caso del Trentino Alto Adige, percepiscono stipendi superiori a quello del Presidente degli Stati Uniti.

 CHI PRENDE La Confindustria di Emma Marcegaglia incassa il taglio dell’IRAP e le detrazioni sull’IREP. Cosa buona e giusta, se legata all’incremento delle assunzioni. Peccato che l’IRAP serva a foraggiare il gettito delle Regioni e degli enti locali, che nel 2012 conosceranno un’ulteriore sforbiciata di 3,1 miliardi di euro.
Questo vuol dire una riduzione esponenziale in termini di beni e servizi al cittadino, che però continuerà a pagare gli stessi tributi per avere meno asili, meno ambulatori, trasporti e servizi locali ancora peggiori.
Il Governo dice che compenserà i mancati introiti dell’IRAP con un aumento dei trasferimenti statali, ma non specifica né come né l’importo.
Al contempo, per i Comuni oltre i cinquemila abitanti sono previsti tagli per 1,450 miliardi nel 2012; della stessa entità, ma dal 2013, i tagli ai Comuni con popolazione superiore ai 1.000 abitanti. Per le Province, la riduzione dei trasferimenti sarà di 415 milioni a partire dal 2012.
In compenso verrà reintrodotta l’ICI sulla prima abitazione, opportunamente maggiorata con la revisione e l’aggiornamento degli estimi catastali. L’abolizione dell’ICI aveva suscitato grandi entusiasmi tra i glandicefali del berlusconismo militante, evidentemente ignoranti del fatto che l’imposta sulla casa foraggiava al 70% i bilanci comunali con relativi servizi alla cittadinanza, improvvisamente rimasti senza alcuna copertura fiscale.
La nuova imposta sugli immobili, accorpata nell’IMU, tuttavia non servirà a finanziare la spesa dei Comuni, giacché gli introiti verranno aggregati alle entrate del Tesoro. Pagare una tassa, e per giunta raddoppiata, sulla casa di proprietà (specie se si paga già il mutuo), magari in una zona di estrema periferia e in quartieri degradati, non fa mai piacere. Almeno, era consolante sapere che tali soldi avrebbero contribuito nell’insieme (e in teoria) a pagare l’illuminazione notturna, il rifacimento del manto stradale, la manutenzione degli impianti fognari, l’apertura di nuove strutture polifunzionali nel quartiere… Invece le entrate delle nuova tassa verranno sottratte alle casse comunali per essere incamerati dallo Stato, che però potrà potenziare il “fondo di garanzia per le imprese”, con almeno 20 miliardi di credito a disposizione di un’imprenditoria che non investe, non assume, non fa formazione, paga salari da fame, e spesso evade pure! Evasori che vengono premiati con l’ipotesi di una nuova fiscalità di favore, naturalmente per “far emergere il sommerso”.
 CHI PAGA In compenso, per i Comuni sono previsti ulteriori tagli per un miliardo e mezzo di euro, insieme ai 415 milioni detratti dai fondi per le Province. Però potranno aumentare le imposte locali per compensare le perdite, con un ulteriore aggravio di spesa per i contribuenti onesti.
Sicuramente, a NON pagare la nuova IMU, inclusa la tassa sui rifiuti, saranno gli immobili di proprietà del Vaticano, ad uso commerciale o meno che siano. L’esenzione costa alle casse dello Stato qualcosa come 500 milioni di euro all’anno ed è stata giudicata illegittima dalla UE, che infatti ha aperto una procedura di infrazione a carico dell’Italia. Ma, in questo caso, il parere dell’Europa non è assolutamente vincolante. A chi gli ha fatto notare l’anomalia, il devoto prof. Monti ha risposto: “non ci avevo pensato”. Be’ sarebbe ora di farlo!
 CHI GUADAGNA D’altra parte, non è prevista alcuna imposizione progressiva sulle grandi proprietà immobiliari. Una imposta sulle migliaia di appartamenti invenduti, che le grandi società di costruzioni usano come capitalizzazione bancaria per nuove lottizzazioni immobiliari, determinerebbe infatti un abbassamento dei prezzi alla vendita in risposta alla domanda inevasa di casa (per inaccessibilità al credito e per eccessività dei costi), riequilibrando il mercato secondo la più classica delle leggi.
Certo, ciò toccherebbe assai da vicino gli interessi di personaggi come Francesco Gaetano Caltagirone (il suocero di P.F.Casini che sostiene il governo “senza se e senza ma”). E questo non sta bene… non è cosa da farsi agli amici.
Non mancano nemmeno i regali per gli Istituti bancari. A partire dal 2012, lo Stato italiano fornirà (con fondi pubblici) nuova liquidità alle banche, prendendosi in carico passivi ed insolvenze:

“fino al 30 giugno 2012 è autorizzato a concedere la garanzia dello Stato sulle passività delle banche italiane, con scadenza da 3 mesi fino a 5 anni, o a partire dal 1° gennaio 2012 a sette anni per le obbligazioni bancarie garantite”

Di fatto, lo Stato diventa il garante delle banche e rifonde di proprio le perdite degli istituti privati, a causa di cattivi investimenti o speculazioni azzardate sul mercato dei derivati. E magari continuare a pagare ai vari Alessandro Profumo liquidazioni da 40 milioni di euro per lo splendido lavoro fatto all’Unicredit!
È evocativo che il ministro (e banchiere) Corrado Passera, in un lapsus quanto mai eloquente, faccia riferimento all’applicazione dei suggerimenti di ‘Emma’ (Marcegaglia?), riferendosi ufficialmente al ministro Elsa Fornero la quale si commuove (di gioia?) nel veder finalmente realizzata la riforma della previdenza, che va predicando da almeno dieci anni nelle aule universitarie.
Grande soddisfazione dei ministri tutti per aver esteso l’indicizzazione delle pensioni fino ad 936 euro mensili, recuperando i costi dell’inflazione. Ciò è stato possibile grazie alla fantasmagorica tassa dell’1,5% sui capitali (illeciti) rientrati in Italia grazie alla sanatoria del famigerato “scudo fiscale”. Per tutti gli altri assegni previdenziali invece non è previsto alcun agganciamento al costo della vita. Per le pensioni dai 1000 ai 1200 euro al mese (la quasi totalità delle restanti) si trattava di adeguamenti ricompresi tra i 2,5 ed i 4 euro. Una cifra davvero insostenibile per i bilanci dell’INPS. D’altra parte, non si poteva chiedere di più ai LADRI, che hanno fatto rientrare i soldi rubati nel totale anonimato in Italia e opportunamente “scudati”, liberi di gonfiare i costi del mercato immobiliare. In compenso, si era ipotizzato di elevare la tassazione ordinaria del 2% sui redditi tra i 55.000 ed i 75.000 euro, portando l’aliquota al 43% sull’imponibile.
Coerentemente, questa manovra finanziaria non prevede alcun reale provvedimento contro la (stratosferica) evasione fiscale, a meno che non si voglia reputare sufficiente la tracciabilità dei pagamenti in contanti (inizialmente prevista a partire da 300 euro e poi elevata a 1.000 euro) o la tassazione dei beni di lusso (senza però colpire i leasing o le intestazioni fittizie a società di comodo). Si tassano i natanti ed i posti barca, ma si dimentica che per sfuggire alla tassa questi ultimi possono essere ancorati nei porti adriatici della Croazia e del Montenegro oppure in Corsica.
E infatti i grandi patrimoni ed i grandi redditi sembrano completamente esentati dalla manovra finanziaria che invece falcidia gli imponibili medio-bassi.
LA SALVAGUARDIA DEL POTERE DI ACQUISTO.  In tempi di “recessione” (e noi ci siamo entrati da un pezzo), ci sono due cose da evitare assolutamente: l’aumento dell’inflazione e la stagnazione dei consumi, che innescherebbero la spirale perversa della stagflazione.
A tal proposito, i provvedimenti del Governo Monti sono eccezionali…
Dal 01/01/2012 le accise sui carburanti subiranno un nuovo rialzo, incrementando il prezzo già record della benzina. A questo va poi aggiunto l’aumento dell’IVA che inciderà ancora di più sui costi per il consumatore. Si prevede poi un ulteriore aumento dell’IVA dal 21% al 23% a partire dal 01/09/2012 qualora non fossero rispettati i saldi di bilancio.
In un Paese, dove il grosso delle merci si muove attraverso il trasporto su gomma, è chiaro che il rincaro dell’IVA e delle imposte sui carburanti verrà ricaricato sul prezzo dei prodotti al consumo, ricadendo sull’acquirente finale. In pratica, il cittadino comune a parità di salario pagherà più tasse locali e comunali e si troverà a pagare di più anche i beni primari, a scapito dei consumi e del potere d’acquisto. In compenso, le somme racimolate dal Tesoro andranno redistribuite tra famiglie, donne e giovani… A babbo morto!
Già, i “giovani”… ai quali verrà dedicato il prossimo piatto: la riforma del lavoro, che probabilmente non creerà nuova occupazione, ma falcidierà il posto dei “vecchi”: l’unico vero welfare a livello familiare che funzioni davvero.
Per il Governo Monti, il modello cardine a cui ispirarsi è il “piano Marchionne”, che così strabilianti risultati sta portando alla FIAT…
Dalla padella alla brace!

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