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Medz Yeghern

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 17 aprile 2015 by Sendivogius

Paolo Cossi

“Avrei potuto espellere 100.000 armeni,
ma finora non l’ho ancora fatto”
Recep Tayyip Erdoğan
(15/04/2015)

Recep Tayyip ErdoğanIl presidente turco Erdogan, quando non blatera di cospirazioni straniere ed altre amenità complottarde, non è nuovo a certe uscite pubbliche che ricordano vagamente il Discorso del bivacco di Mussolini.
D’altra parte, questo pigmeo islamofascista in ribollita ultra-nazionalista, con un’altra delle sue sparate che tanto l’hanno reso famoso all’estero, ci aveva già elucubrato le sue perle di saggezza a misura di un’altezza che non supera i tacchi dello statista:

“Se fosse stato un genocidio, come potrebbero esserci ancora armeni nel nostro Paese?”
(29/04/2015)

Provate soltanto ad immaginare se un cancelliere tedesco pronunciasse una simile frase a proposito dello sterminio degli ebrei…!
ErdoganOrdunque, che cos’è esattamente un “genocidio”?
Raphael Lemkin a cui si deve l’elaborazione originaria del concetto, ne delineò le linee fondamentali nel 1944:

«Generalmente parlando, un genocidio non significa necessariamente l’immediata distruzione di una nazione, ad eccezione di quando viene effettuato eliminandone tutti i membri. È da intendersi piuttosto come un ‘piano coordinato’, costituito da differenti azioni mirate alla distruzione delle fondamenta dell’esistenza di gruppi nazionali, con l’intento di annichilirli. Gli obiettivi di un simile piano possono essere la disintegrazione delle istituzioni politiche e sociali, della cultura, del linguaggio, dei sentimenti nazionali, della religione e delle strutture economiche di un determinato gruppo nazionale, nonché la distruzione della sicurezza personale, della libertà, della salute, della dignità e anche della stessa vita degli individui che fanno parte di questo gruppo

CossiPer la cronaca, gli Armeni censiti ufficialmente in Turchia sono meno di 25.000 (dei circa due milioni di fine ‘800) e risultano più rari dei panda.
Evidentemente, il presidente Erdogan dev’essere uno di quelli convinti che la sola presenza di un sopravvissuto, tra milioni di morti, possa escludere l’effetto genocida della pratica eliminazionista.
Non per niente gli Armeni, a scanso di equivoci, usano il termine “Medz Yeghérn” (il Grande Male), ma la sostanza rimane la stessa.

Paolo Cossi - Il Grande Male

D’altronde, lo sterminio messo in atto nel 1915 dal governo nazionalista dei “Giovani Turchi” non era che la prosecuzione in chiave moderna (e per questo più ‘efficiente’) delle stragi del ventennio precedente, per la soluzione finale della “questione armena”. Né le persecuzioni, che avevano raggiunto il loro acme coi massacri hamidiani del 1894-1896, erano mai cessate, continuando a fasi alterne ed intensità variabile anche negli anni successivi, fino al loro ultimo epilogo…
Paolo Cossi Medz YeghernDopo un tentativo di insurrezione a Sassun nel 1904, gli scontri con gli Armeni che ormai si sono organizzati militarmente sotto la guida dell’Hunchakian e del Dashnak proseguono sporadicamente fino al 1908, secondo le solite modalità di azione. E non riuscendo ad avere ragione militarmente degli insorti, l’esercito regolare e le milizie ausiliarie al suo seguito rivolgono le loro rappresaglie terroristiche contro la popolazione civile.

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I Giovani Turchi
Giovani Turchi (quelli veri) Le repressioni continuano fino all’estate del 1908, quando (il 24/07/1908) la III Armata di stanza a Salonicco, ispirata dall’esempio del maggiore di origini albanesi Ahmed Niyazi, si solleva contro il sultano Abdul Hamid II, chiedendo il ripristino della Costituzione del 1876 e l’indizione di libere elezioni. A guidare la rivolta militare è una eterogenea alleanza di ambiziosi ufficiali di formazione europea e piccoli funzionari della burocrazia imperiale, di ispirazione liberale e progressista, ma soprattutto nazionalista, che si fanno chiamare “Giovani Turchi” sulla falsariga della Giovine Italia” di Mazzini.

Giovani Turchi«Il golpe del 1908 segna l’ingresso in scena dei cosiddetti “Giovani Turchi”, eredi dei “Giovani Ottomani” che nel 1876 erano stati la spina dorsale del movimento costituzionalista. I Giovani Turchi sono una galassia di gruppi uniti da alcuni obiettivi comuni, che vanno dalla difesa dell’integrità territoriale dell’Impero alla instaurazione di un regime democratico-parlamentare. Auspicano uno stato laico e puntano al primato della cultura e dell’etnia turca in un paese modernizzato. All’interno di questo quadro generale di riferimento convivono però due tendenze divergenti: una liberale in politica, liberista in economia, e favorevole ad una evoluzione dell’impero in senso federalista; l’altra invece favorevole all’instaurazione di un regime autoritario, ultranazionalista e fortemente accentrato.
Soldati turchi della III ArmataÈ questa seconda concezione che predomina nell’Ittihad Ve Terakki Comyeti (Comitato per l’Unione e il Progresso), che ha guidato la rivoluzione di luglio e raccoglie adesioni soprattutto tra i giovani ufficiali superiori che ne costituiscono lo zoccolo duro

Sergio De Santis
“Il genocidio degli Armeni”
(Marzo, 1996)

sultans-cavalryIn un primo momento, gli Armeni salutano con entusiasmo l’avvento del nuovo regime costituzionale, tanto che alla coalizione aderiscono anche i socialrivoluzionari armeni del Dashnaktsutiun, che stilano una piattaforma comune di riforme da condividere con l’Ittihad.
Anno 1909Il 13 Aprile del 1909 il governo costituzionalista deve fronteggiare un ultimo tentativo di restaurazione ad opera del vecchio sultano Abdul Hamid che, secondo una tattica già collaudata in passato, impiega gli studenti (taliban) delle scuole coraniche della capitale, come forza d’urto per ripristinare il suo potere assoluto (di natura califfale) ed il ritorno alla piena applicazione della sharia. Al contempo, soffiando sui rancori ed i pregiudizi degli strati più arretrati della popolazione rurale, i sostenitori del sultano aizzano la plebaglia delle campagne contro i soliti Armeni, i quali vengono investiti dallo spaventoso pogrom di Adana, che si estende ben presto a tutta la Cilicia in una esplosione di violenza primordiale. Dei circa 30.000 Armeni periti nella mattanza, molti vengono impalati, squartati, o spellati vivi.
1908 - Ingresso del generale Sevket a CostantinopoliIl 24 Aprile, il tentativo controrivoluzionario è già fallito, con l’intervento del generale Mahmud Sevket che al comando Abdul Hamid IIdell’Armata di Macedonia occupa Costantinopoli e costringe il sultano Abdul Hamid II ad abdicare, a favore del suo imbelle fratello (Mehmet Raschid) che assume il nome di Maometto V.
Tuttavia, il fatto che l’esercito regolare, inviato a sedare i disordini, si unisca invece ai massacratori nella loro caccia selvaggia, contribuisce non poco a pregiudicare in fretta i rapporti tra i partiti armeni e l’Ittihad, che si guastano in un clima di profonda diffidenza fino all’inevitabile rottura del 1911.
italsavoiaAd aggravare la situazione interna e la tenuta di governo, contribuisce inoltre l’annessione della Bosnia Erzegovina all’Impero asburgico e l’esito disastroso della prima guerra balcanica (che tanto contribuiranno all’incidente di Sarajevo), unitamente alla guerra italo-turca per il possesso della Libia. Sono eventi che, insieme all’ampio ricorso ai brogli elettorali, contribuiscono a minare profondamente la legittimazione ed il sostegno popolare verso l’esecutivo liberaldemocratico, dove la componente autoritaria e militarista diventa sempre più preponderante. Tra i più oltranzisti, si distinguono i colonnelli Enver e Jemal, nonché il funzionario delle poste Mehemed Talaat.
Lanceri 1890E ciò avviene in un Paese profondamente traumatizzato e confuso che, nella sua sindrome di accerchiamento, teme la dissoluzione, mentre al contempo vede affluire al suo interno milioni di profughi musulmani in fuga dai nuovi regni balcanici, dove sono oggetto di una vendetta feroce soprattutto ad opera di Serbi e Bulgari.

«La nuova situazione geopolitica dell’impero ottomano provoca una svolta sociale anche sul piano interno. Fallita la promessa di salvaguardare l’integrità dell’impero, arenata la politica di riforme, ed entrato in crisi anche il sistema democratico-parlamentare va sempre più rafforzandosi nell’Ittihad l’ala militare ultranazionalista.
Ismail Enver La rottura avviene il 23/01/1913 con “l’incidente della Sublime Porta”: Enver Bey alla testa di un drappello di militari irrompe nel palazzo imperiale, abbatte a colpi di rivoltella il Ministro della Guerra, Nazim Pascià, e costringe il gran visir (cioè il primo ministro) a cedere l’incarico al generale Sekvet. Ma anche Sekvet dura poco: il 21 Giugno di quello stesso anno viene assassinato e la carica di gran visir passa al presidente dell’Ittihad, il principe egiziano Said Halim.
1st Regiment of Lancers of the Imperial GuardIl potere reale si concentra in realtà nelle mani di Talat (ormai Talat Pascià), segretario generale dell’Ittihad e membro eminente del Djemiet, il circolo ristretto che controlla il vertice del partito. Talat torna ad occupare il Ministero dell’Interno (dove già era passato fuggevolmente durante il governo Sekmet) e nel giro di pochi mesi insedia i suoi allievi Enver e Jemal (anche essi elevati al rango di pascià), rispettivamente al Ministero della Guerra e a quello della Marina. Così, nel Febbraio del 1914 si insedia al potere il cosiddetto “Triumvirato” che resterà in sella fino alla fine della prima guerra mondiale, nel 1918.
Il potere è ormai nelle mani di un gruppo di fanatici del “governo forte” che punta verso la creazione di uno stato ultracentralizzato nel quale non c’è più posto per ‘millet’ autonomi

Sergio De Santis
“Il genocidio degli Armeni”
(Marzo, 1996)

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Il Triumvirato della morte
Soprannominati i “tre pascià”, Enver, Jemal e Talaat sono gli esponenti di una nuova generazione di quarantenni e uomini forti del regime. Stipuleranno un’alleanza suicida con la Germania e porteranno il paese alla disfatta della prima guerra mondiale.
1916, one of the Camels Raiders Troop companies became a 4th Army HQ Protection unitIl nuovo gruppo dirigente si riconosce in un’ideologia panturca, per la creazione di uno Stato identitario ed etnicamente omogeneo. L’obiettivo di questo progetto politico è la fondazione di una nazione basata sul primato esclusivo della componente turca (dagli azeri, ai tatari, ai turcomanni dell’Asia centrale), attraverso l’omogeneizzazione etnica dei territori dell’Anatolia e l’assimilazione forzata delle minoranze.
Jemal Pasha nel 1915 Djemal (Jamal) Pascià, il cui vero nome è Ahmed Gamal, coi suoi 42 anni è il più anziano del terzetto. È nato il 06/05/1872 sull’isola di Lesbo ed è il figlio di un medico militare. Seguendo le orme avite intraprende Djemal Pasciàla carriera militare e frequenta le migliori accademie; diventa geniere ed inaugura una brillante carriera. I suoi nemici (e ne ha parecchi) insinuano che l’origine dei suoi successi sia da ricercarsi nei favori, che come mignon ha dispensato a pascià dai gusti particolari…
Djemal pashaVersatile, efficiente, è un organizzatore nato, esperto in questioni di logistica. Sono tutte doti che gli torneranno utile nella pianificazione e realizzazione degli omicidi di massa, che persegue con spietata determinazione. Assertore del darwinismo sociale e fanatico sostenitore della superiorità razziale del ceppo turco, lui che probabilmente turco non è mai stato, ha fama di macellaio. È ossessionato da complotti e tradimenti che vede ovunque. Durante il suo mandato in Siria e Libano si distingue per i rastrellamenti e le esecuzioni sommarie. Egalitarista, non fa torto a nessuno: sciiti, alawiti, cristiano maroniti, assiro-caldei, armeni, arabi sunniti… tutti salgono sui patiboli che allestisce ovunque mette piede. Ma lui si definisce uno ‘statista’ ed un grande riformatore.
Djemal Mehmed Talat (1874-1821) è nato ad Edirne (l’antica Adrianopoli) e discende da una famiglia bulgara convertita, di origine pomaka (allevatori di bufali e pastori delle montagne). Come si conviene per le sue origini, è un uomo rude e dai modi spicci, piantato su un fisico imponente, da lottatore, e la faccia da pugile suonato. Inizia la sua carriera pubblica come impiegato per la società dei telegrafi. Per ragioni disciplinari viene trasferito a Salonicco, dove fa il postino e si avvicina al movimento dei “Giovani Turchi”. Come tutti i mediocri, trova una ragione di vita nel partito, facendo una sfolgorante carriera politica. All’interno del triumvirato, è l’unico che non possa vantare trascorsi militari. E la cosa gli pesa alquanto. Però è intelligente, freddo e metodico. Ha gusti semplici e vive in maniera spartana. Ama ostentare una certa bonomia, persino più minacciosa dei suoi scatti d’ira.

24-Mehmet-Talaat-Pasha-1915

In qualità di Ministro agli Interni prima e Gran Visir poi, è il principale artefice dello sterminio degli Armeni, che persegue con lucida determinazione, animato com’è dalla convinzione ideologica ed il rancore per le persecuzioni patite dai musulmani nei Balcani.
Enver Pasha Ismail Enver è il più giovane del terzetto (è nato il 22/11/1881 a Costantinopoli). Ha praticamente combattuto su tutti i fronti di guerra ai quali gli è stato fisicamente possibile partecipare. Si conquista sul campo i gradi di colonnello, combattendo contro gli Italiani in Libia e tenendo peraltro una condotta sempre impeccabile, specialmente coi prigionieri di guerra, che gli farà guadagnare il rispetto del comando italiano. Tornato in Europa, combatte contro Bulgari, Serbi, Greci, Romeni, Russi… Respinge l’avanzata bulgara verso Costantinopoli, riconquista Edirne e l’entroterra tracico, guadagnandosi il titolo di pascià.
albero di nataleSi crede una specie di eroe romantico ed in patria è considerato un’icona nazionale, ma l’ostentazione marziale del suo elàn guerriero sono in controtendenza col suo aspetto. Ha un fisico minuto, i lineamenti morbidi e quasi efebici, con mani piccole e affusolate. Peggio ancora è terribilmente basso e compensa la cosa con tacchi rialzati e colbacco fuori ordinanza, per sembrare più alto in parallelo con la sua vanità. Però è dotato di un ego smisurato e trova la sua naturale prosecuzione in politica. Durante la sua permanenza a Salonicco si avvicina al “Comitato per l’Unione ed il Progresso” e nell’ambito del partito incarna l’ala destra e più oltranzista. Si reputa una grande condottiero e ricerca la collaborazione dei tedeschi, che invece lo reputano un incompetente totale. Di conseguenza, dopo il colpo di stato, diventa Ministro della Guerra, porta la Turchia nel grande mattatoio della prima guerra mondiale e, come comandante generale, va incontro ad una disfatta dietro l’altra, delle quali ovviamente incolpa gli Armeni.
Enver BeyÈ un sostenitore della laicità dello stato, per questo proclama la “guerra santa” e costituisce un suo personale “Esercito dell’Islam”. Avverso al potere del sultano, sposa una principessa imparentata con la casa reale degli Osmanli, che gli conferirà la qualifica di “genero all’ombra di Allah in terra”…

«…un titolo di cui si glorierà fino alla morte. È ambizioso, arrogante e magalomane. Nel suo studio tiene i ritratti di Federico il Grande e Napoleone. E “Napoleonik lo hanno soprannominato per dileggio i suoi numerosi nemici. È stato attaché militare a Berlino ed è tornato in patria con una sconfinata ammirazione per l’esercito e la disciplina prussiani

Sergio De Santis
(1996)

Enver e signora Dopo la caduta del regime dei “Giovani Turchi”, condannato in contumacia, Enver ripara all’estero e si reinventa agente segreto per conto della Repubblica di Weimar. Traffica in armi; viaggia in Russia dove si avvicina ai bolscevichi. Cerca di rientrare in Turchia e di accordarsi con l’uomo forte del momento, Kemal “Ataturk”, che non l’ha mai potuto soffrire. Nel Novembre del 1921 Lenin lo invia in Turkestan a combattere contro le armate bianche; quindi Enver passa dai bolscevichi ai “controrivoluzionari”, per cercare di unire tutte le popolazioni turco-islamiche in una grande “federazione caucasico-caspiana”. È talmente convincente che il suo esercito personale si defila alla svelte ed Enver praticamente si suicida in una carica di cavalleria, contro un battaglione armeno dell’Armata rossa che lo tira giù con un paio di fucilate.

White cavalry in Siberia

La Razza Panturanica
Mongol Della modernità europea nell’architettura del nuovo stato, i “Giovani Turchi” riprendono il darwinismo sociale e tutta l’accozzaglia di dottrine razzialiste, che vanno per la maggiore nel più civile Occidente.
Per dare una base scientifica ai deliri identitari, ci si affida a due medici organici al partito…

«Il Triumvirato infatti, aizzato da una coppia di fanatici dell’ideologia razzista, il dottor Nazim ed il dottor Behaeddin Chakir, ha cominciato ad accarezzare un ambizioso sogno destinato a esorcizzare la triste realtà quotidiana del declino ottomano: quello di unire in un nuovo impero panturanico (dall’antico termine “turan” usato per indicare le steppe dell’Asia centrale) tutti i popoli turchi, omogenei per lingua, etnia, cultura, dai Dardanelli a Samarcanda»

Marco Buttino
(1992)

Bahaeddin Shakir Il dottor Behaeddin Chakir, fautore di una politica di aperta discriminazione razziale e di eliminazione, è stato uno dei principali ispiratori del “Comitato di Unione e Progresso”. A lui si deve la creazione della struttura operativa dell’Ittihad, conosciuta come “organizzazione speciale”. È il famigerato Techkilat i Mahsousse (da distinguere dall’omonimo servizio segreto istituito da Enver Bey), che avrà un ruolo fondamentale nelle operazioni di sterminio su scala di massa. Si tratta di un organismo paramilitare costituito nel Luglio del 1914 sotto la supervisione del Ministero dell’Interno (e quindi di Talat pascià). L’Organizzazione speciale è guidata da un direttorio composto da due membri politici, dei quali si distingue il dottor Nazim, e due ufficiali militari con funzioni operative: Aziz Bey (capo dei servizi di sicurezza) e Djevad Bey (comandante della guarnigione di Costantinopoli). Il dott. Chakir si occupa della direzione del centro operativo di Erzerum, dal quale coordina tutte le operazioni, supervisionando i commissari politici inviati nelle province. cache_29036832Agli omicidi di massa ed alle stragi, provvede invece una manovalanza di 30.000 energumeni reclutati nelle prigioni, tra i criminali comuni e gli irregolari albanesi. Sono i Tchetté e si occupano di svolgere il lavoro sporco.
Doktor Nâzim Bey Il dottor Nazim dirige invece il Comitato centrale dell’Ittihad ed è il Ministro dell’Educazione. Da bravo medico, per lui la questione armena è soprattutto un problema di profilassi e di “microbi”. E le minoranze non turche sono la componente batterica che infesta il corpo sano della nazione.

«Ad eccezione dei Turchi, tutti gli altri elementi devono essere sterminati, senza badare a quale religione appartengano. Questo paese deve essere ripulito da elementi stranieri ed i Turchi devono effettuare la pulizia

Zadeh Riflat
“The Inner facet of the turkish revolution”
(1968)

esercito ellenicoNazim Bey è originario di Salonicco ed ebbe a patire duramente l’occupazione greca della città nel 1912. Il suo caso costituisce un tipico esempio di come una vittima possa trasformarsi facilmente in carnefice, una volta mutati i rapporti di forza. Ma Nazim è anche animato da un odio non comune contro gli Armeni. Le sue conclusioni sono semplici: il problema armeno si estingue con la scomparsa della “razza maledetta”.
bonesDopo il 1918, Nazim praticamente sfugge alla condanna a morte, alla vendetta armena e ad ogni altra spiacevole conseguenza. Ma finisce giustiziato nel 1926 per aver tentato di assassinare Kemal Ataturk.

L’Interludio
Fante bulgaro C’è da dire (e ribadire) che l’eliminazione di massa delle minoranze, al di là dei suoi postulati teorici, e di documenti molto contestati non solo in ambito turco, almeno nell’immediato non ebbe alcuna applicazione pratica di una qualche rilevanza. Così come moltissime furono le resistenze e l’elusione delle disposizioni all’interno dello stesso apparato amministrativo e militare, che pure avrebbe dovuto occuparsi materialmente delle eliminazioni. E che il passaggio di consegne e la loro esecuzione non fu così diretto ed immediato come solitamente si vuole far credere.
Sullo sterminio degli Armeni, troppo spesso, ci si concentra sugli aspetti “sensazionalistici” e orripilanti che, ovviamente, hanno più facile presa sull’immaginario collettivo e sono tesi ad impressionare con le loro evocazioni terrifiche.
Ma ci si dimentica con altrettanta facilità, senza nulla voler sminuire o negare del crimine genocida, che all’inizio del XX secolo le deportazioni forzate, i campi di internamento, le marce della morte, gli omicidi di massa… non erano una rarità né un eccezione. E gli anni successivi dimostreranno fino a che livelli possa spingersi la volontà genocida, sulla spinta dell’odio e della paura…
Rappresaglie bulgareInoltre, in Turchia veniva vissuta come un’intollerabile sperequazione il silenzio con cui le potenze occidentali (anche se in realtà denunce ve ne furono eccome), sempre solerti nel condannare la barbarie ottomana, accoglievano i massacri (che furono numerosi e non meno feroci) consumati nei territori occupati dai Serbi, dai Bulgari, e dagli stessi Greci, che meriterebbero una trattazione a parte ed in altra sede. Il ché non giustifica assolutamente, ma aiuta a comprendere la spirale di vendette, di ritorsioni e di rappresaglie, che si innestarono con lucida follia omicida su un disegno criminale ben più grande e pilotato, alla cui realizzazione infame contribuì non poco lo scoppio del primo conflitto mondiale, quando sugli Armeni cominciò a gravare pure l’accusa di tradimento in tempo di guerra.

Lanceri turchi«Quanto accadde nel 1915 seguì in parte le dinamiche sociali e politiche che ormai ci sono note: il riaccendersi del conflitto etnico in forme cruente, un intervento dall’esterno in funzione di detonatore degli scontri, il connotarsi quindi di uno schieramento musulmano contrapposto a uno cristiano. Nel 1915 vi fu indubbiamente una differenza di intensità rispetto al passato: le province armene furono a lungo campo di battaglia tra l’esercito turco e quello turco; la comunità armena si organizzò anche militarmente; Costantinopoli fu la più decisa a voler eliminare tutti gli armeni dalla regione; i curdi furono i più spietati

Marco Buttino
(1992)

Per gli Armeni, già sospettati di intesa col nemico russo, in seguito all’entrata in guerra dell’Impero ottomano, le cose precipitano drasticamente a partire dall’inverno del 1914.
Accantonato ogni scrupolo di tipo laico, il 16 Novembre del 1914 il Triumvirato induce le autorità islamici ad indire la jihad contro gli infedeli, col risultato di scatenare una sorta di isteria collettiva contro i non musulmani, in un paese già eccitato dalla propaganda di guerra.
Cosacchi contro turchiIl 18 Dicembre, Enver pascià, che ha assunto il comando diretto della III Armata, in pieno inverno e con equipaggiamenti inadeguati, lancia un’offensiva sulle montagne del Caucaso contro i reparti russi che aspettano un nemico semi-assiderato e affamato, restando trincerati nelle loro solide posizioni difensive, supportati da una Legione di volontari armeni che accorpa circa 8.000 combattenti. Per i turchi è un disastro: il generalissimo Enver perde 75.000 effettivi e riesce a sopravvivere a stento, pare, soccorso proprio da un soldato armeno. E, se fosse vero, mal gliene incolse!

1915 - Volontari armeni nell'Armata russa del Caucaso

La Grande Purga
l_8274_turkish_cavalry Il 25/02/1915, Enver pascià emana una direttiva a tutti i comandi militari in cui ordina il disarmo dei soldati armeni all’interno dell’esercito imperiale, giudicati inaffidabili, e dispone il loro accorpamento in piccoli reparti del Genio, da impegnare in lavori lontano dalla linea del fronte. Si tratta di almeno 300.000 uomini tra i 16 ed i 60 anni, che costituiscono il grosso della popolazione maschile più valida della comunità armena. E quindi il nucleo principale su cui intervenire subito e mettere in condizioni di non nuocere. Le singole compagnie di genieri vengono condotte alla spicciolata nelle retrovie e fucilate in blocco.
Nel frattempo, per contenere la controffensiva di primavera dell’esercito russo, lo stato maggiore turco mobilita una nuova armata rinforzata dalle milizie irregolari dei curdi e mercenari turcomanni reclutati nella provincia persiana dell’Azeirbaijan ad est del vilayet di Van e nell’Hakkari, dove è forte la presenza degli Assiro-Caldei che vengono investiti dalla rappresaglia.
Come d’abitudine, ogni volta che l’esercito turco non riesce a contrapporsi militarmente ai suoi nemici, infierisce sulla popolazione locale, molto meglio se indifesa, che dopo il ripiegamento dei Russi viene sottoposta ad ogni atrocità possibile.

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Purgato l’esercito ed ogni possibilità di sollevazione, nel mese di Aprile la comunità armena viene decapitata del suo ceto dirigente, con l’arresto di tutti gli intellettuali, professori universitari, medici, liberi professionisti, esponenti politici e persino deputati, presenti a Costantinopoli, che vengono dapprima imprigionati e successivamente assassinati in carcere o giustiziati in pubbliche esecuzioni.
1915 - Impiccagione dei leaders del DashnakA questo punto, è la volta del grosso della comunità, che inizia a capire bene qual’è il destino che le è stato riservato….

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SARAJEVO 1914

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Attentato di Sarajevo (1)

Se la Storia nasce spesso per caso, in un confuso aggrovigliarsi di eventi, dove la logica non sempre si accompagna all’elemento razionale, per i cultori dell’occulto gli avvenimenti possono essere determinati dall’influsso malefico di singoli oggetti, in grado di catalizzare in specifici medium non adeguatamente immunizzati energie negative foriere delle più nefaste conseguenze.
Se dovessimo prendere per buona una simile prospettiva, un incredibile condensato di sfiga mobile fu per esempio la sontuosa limousine, orgoglio delle officine austriache Gräf & Stift, a bordo della quale trovò la morte l’imperiale coppia asburgica in visita a Sarajevo nell’estate del 1914. Attentato di cui ricorre per l’appunto il centenario e che produsse un’onda lunga capace di trascinare un intero continente in un conflitto di portata mondiale, cancellando la bellezza di quattro imperi millenari.
L'auto dell'Arciduca La leggenda (sub)urbana vuole che il regale macchinone sia passato di mano in mano, portando irriducibile jella a tutti i suoi presunti proprietari (una mezza dozzina), che con ogni evidenza non sapevano guidare. Fintanto che fu in circolazione, la decappottabile si distinse per uno straordinario numero di incidenti più o meno disastrosi, uscendo sempre indenne (la macchina e non gli occupanti) a micidiali frontali contro alberi, veicoli, muretti… e quant’altro gli si parava davanti, accartocciandosi in vorticosi ribaltamenti. C’è da credere che, alla fine della lunga catena di sinistri, della carrozzeria originale restasse ben poco.
A corto di nuovi compratori, la presunta automobile maledetta venne rinchiusa in un museo, dove sarebbe finalmente andata distrutta in un bombardamento durante la seconda guerra mondiale. Peccato solo che la Gräf & Stift modello 1910 sia tuttora esposta all’Heeresgeschichtliches Museum di Vienna, insieme ad altri cimeli che ricordano l’attentato all’arciduca Ferdinando.
Di notevole, resta invece la serie di circostanze del tutto fortuite che portarono all’assassinio dell’erede al trono dell’Impero Austro-Ungarico, in una cospirazione da operetta, pessimamente organizzata e gestita peggio, nella quale tutto andò storto salvo il risultato finale prefigurato dai congiurati, con le conseguenze che tutti conosciamo…

MINOLTA DIGITAL CAMERA

BOLLITO MISTO CON FRITTURA
Guerre balcaniche Agli inizi del XX° secolo, che la regione balcanica, pervasa com’era dall’irredentismo slavo, da divisioni etniche e odi religiosi, non fosse esattamente il posto più tranquillo del mondo gli europei e massimamente gli austro-ungarici lo sapevano bene. E tuttavia la cosa non impedì a questi ultimi di accendere la miccia in una polveriera in procinto di scoppiare, pensando (a torto) di poterne controllare l’esplosione…
1908 - Crisi bosniacaCon l’annessione nell’Ottobre del 1908 della Bosnia-Erzogovina che fino ad allora era stato un “protettorato” austriaco, formalmente ancora appartenente all’Impero Ottomano ma di fatto inglobato nell’impero asburgico a dispetto della Sublime Porta di Costantinopoli, il governo di Vienna era riuscito nel formidabile intento di far incazzare la quasi totalità degli altri regni europei vicini e lontani.
Fucilieri ottomaniL’antica provincia bosgnacca si incuneava infatti nella turbolenta area dei Balcani, premendo le costole degli ambiziosi regni slavi di Serbia e Montenegro in piena sbornia nazionalista, forti nelle loro pretese Nicola II Romanovterritoriali di un protettore d’eccezione: l’Impero russo dello zar Nicola, che però era uscito con le finanze dissanguate dalla guerra del 1905 contro il Giappone, dando peraltro una prestazione militare non eccelsa, e che dunque non poteva permettersi di sostenere gli oneri di un nuovo conflitto in tempi così brevi.
guerra russo-giapponeseIn particolare, l’annessione della Bosnia ed Erzegovina avrebbe dovuto costituire un’operazione di consolidamento territoriale in funzione anti-serba, giacché le fregole ultranazionaliste del neonato Regno di Serbia destavano non poche preoccupazioni nei governanti di Vienna che miravano ad arginarne la spinta espansionistica. E in secondo luogo, contenere eventuali velleità dell’Impero Ottomano, sospinto dall’entusiasmo militarista dei Giovani Turchi al potere.
Giovani TurchiAllo scopo, Alois Ährenthal, ministro degli esteri artefice dell’operazione, aveva sostenuto la creazione del Regno di Bulgaria di cui riconobbe immediatamente l’indipendenza dall’Impero ottomano, in duplice funzione anti-turca e soprattutto anti-serba.
Fante bulgaro Negli anni successivi, Vienna sarà impegnata a rintuzzare i colpi del panslavismo serbo, dell’irredentismo italiano, e delle spinte centrifughe all’interno del proprio impero multietnico, in una situazione che definire instabile è ben poco…
Dal 1911 al 1913, i nemici storici dell’Austria sono intenti più che altro a combattere una serie di violenti conflitti locali a discapito dell’agonizzante Impero Ottomano.
I Russi sono lontani; Italiani, Slavi e Greci, si sono avventati sui resti dell’Impero morente del Sultano, strappandone via continui brandelli a morsi e contendendosi i resti come iene…
Per contro, I Turchi sono in rotta ovunque e da tempo non costituiscono più un problema, tanto che l’assedio di Vienna del 1683 che aveva così terrorizzato l’Europa è ormai un ricordo lontano, sbiadito nel tempo.
Ussari polacchi respingono i turchi a ViennaIn Europa, i nuovi regni balcanici, contraddistinti da un’arretratezza socio-economica fuori dal comune, si distinguono massimamente per il formidabile livello di sottosviluppo raggiunto, compensati da una overdose di aggressività, con la tipica deformazione della mentalità del contadino più becero che misura la propria grandezza in termini di roba accumulata. Pertanto, tutti i loro sforzi sono tesi a scannarsi allegramente con ogni vicino possibile, soppesando le zolle di terra sottratte gli uni agli altri.
fanti greci Riuniti nella cosiddetta Lega balcanica, gli eserciti coalizzati di Bulgaria, Grecia, Serbia e Montenegro, si lanciano in una famelica guerra d’annessione ai danni dell’Impero Ottomano, che è costretto ad abbandonare la quasi totalità dei suoi distretti europei. Le truppe del Sultano ripiegano di sconfitta in sconfitta fino all’entroterra di Costantinopoli, trascinandosi dietro una massa sterminata di profughi allo sbando. Il conflitto assume subito i toni di una “crociata”, per gentile ispirazione del sovrano bulgaro che prende la cosa molto sul serio, mentre tutti i contendenti in lizza gareggiano tra loro in ferocia.

Turks

Come consuetudine, il Sultano scatena le milizie ausiliarie, più o meno regolari, che affiancano l’esercito ottomano e che i turchi chiamano “basci-buzuk” (letteralmente, teste bacate), composte in massima parte da albanesi e macedoni. la “Lega balcanica” contrappone le sue milizie irregolari di volontari montenegrini e bulgari, che si distinguono per eccidi e saccheggi.
Esecuzione di civili a Edirne durante l'occupazione bulgaraSconfitti gli ottomani, a partire dal 29 Giugno 1913, gli ex alleati cominceranno a sbranarsi tra di loro con invariata ferocia, in quella che è conosciuta come seconda guerra balcanica, cercando di accaparrarsi quante più strisce di territorio possibile.
Irregolari montenegriniLa Bulgaria ne esce con le ossa rotte, mentre il Regno di Serbia in un paio d’anni raddoppia il proprio territorio, tornando ad agitare più che mai i sogni del governo di Vienna.
Irregolari bulgariIl Regno d’Italia, storico nemico dell’Impero austro-ungarico, ne è al contempo formalmente alleato (nel 1912 rinnova il trattato di alleanza) per una di quelle strane alchimie che contraddistinguono da sempre i contorti 03 - BASCI BOZUK - Irregolare albanesemeccanismi politici dell’italico trasformismo. Ansioso di levarsi gli italiani dalle scatole e tenerli il più lontano possibile dalle coste adriatiche, il governo austriaco ne incoraggia timidamente l’avventurismo militare in Africa, sperando di spingere l’Italia sabauda in rotta di collisione con gli insaziabili Francesi. Ma quando nel 1912 gli Italiani, sempre a danno dei soliti turchi, decidono di ritagliarsi il loro posto al sole in Libia, i cui deserti vengono magnificati come la nuova terra promessa, l’Austria non gradisce trovando una ragione in più per preoccuparsi.

Alpini del Battaglione Edolo in Libia - Guerra italo-turca (1912)Alpini del Battaglione Edolo in Libia – Guerra italo-turca (1912)

Un eccessivo indebolimento dell’Impero Ottomano rischia infatti di pregiudicarne la funzione di contenimento anti-russa, che Vienna considera fondamentale. Lo stato maggiore austriaco ne è contrariato a tal punto da pensare di scatenare una guerra preventiva contro l’Italia ed il vecchio imperatore Francesco Giuseppe contiene a stento i suoi generali.
Turkish Army during the Balkan War (1912-13) E mentre gli Asburgo cercavano di puntellare come meglio potevano il loro traballante impero, in balia delle agitazioni balcaniche, l’intera Europa si scaldava i muscoli, bruciata dalle febbri del virus nazionalista: infezione all’epoca particolarmente diffusa, che si manifestava in stati infiammatori particolarmente acuti, con esibizioni machiste e furori allucinatori, attorno a stracci colorati da agitare in pompose parate militari.
In un crescendo di provocazioni, ripicche, “incidenti”, tutti corrono a rimpinguare i propri arsenali di nuovi armamenti a scopo ‘deterrente’; i generali scarabocchiano carte topografiche, preparando piani di battaglia e simulando war games, in attesa di una deflagrazione che ormai viene data per scontata seppur non nell’immediato. Infatti, se nel triennio precedente lo scoppio di una guerra su larga scala veniva considerato quasi certo, il 1914 si preannunciava come un anno assai più tranquillo…

Ottobre 1912 - Lanceri turchi a Costantinopoli

L’ARCIDUCA ALLE GRANDI MANOVRE
Francesco Ferdinando d'Austria-Este (1) Descritto spesso dai manuali più stolidamente patriottardi come un gretto reazionario guerrafondaio, l’arciduca Francesco Ferdinando d’Este, erede designato alla successione sul trono imperiale dell’Austria-Ungheria, non è in realtà più conservatore di quanto non lo siano le altre teste coronate europee, né peggiore né migliore.
Caccia all'elefante nel DeccanAmante dei viaggi e della caccia, che pratica con passione viscerale ovunque ci sia qualcosa di esotico su cui sparacchiare, l’arciduca non Francesco Giuseppe I d'Austria-Ungheria (1830-1916)spicca per doti particolari e la sua successione è più subita che voluta dal vecchio imperatore Francesco Giuseppe, che si attiene scrupolosamente alla scaletta dinastica per ordine di nascita.
Altero come tutti gli Asburgo, Ferdinando è pero irascibile e soggetto a scatti d’ira che reprime in fretta. Ed è mal sopportato a corte, specialmente dall’imperiale zio, che non condivide certe sue “stravaganze” tipo aver Matrimoniosposato la contessa boema Sophie Chotek von Chotkowa, poi promossa ‘duchessa’, non abbastanza titolata per la Casa d’Austria. Le nozze, boicottate dall’intera famiglia imperiale, vennero celebrate con matrimonio morganatico: formula medioevale che escludeva la prole da ogni pretese alla successione e negava alla sposa rango e titoli del marito.
Re BombaImpropriamente, l’arciduca è per metà “italiano”, visto che sua madre è la principessa napoletana Maria Annunziata di Borbone: una delle figlie di Re Bomba. E dunque è indirettamente legato allo scomparso Regno delle Due Sicilie.
Francesco Ferdinando d'Asburgo (1863-1914)Viso paffuto e vistose orecchie a sventola, le fotografie ufficiali dell’epoca ce lo restituiscono imbalsamato, fasciato com’è nella sua attillata giubba militare, in pose volutamente marziali e nelle quali spicca più che altro per lo sguardo allampanato e le palpebre calanti, coi soliti baffoni impomatati d’ordinanza.
Politicamente, ammira il kaiser Guglielmo, l’inquietante megalomane che regna in Germania; detesta i Magiari e aspira a controbilanciarne il potere in seno all’impero, concedendo il suffragio universale e cooptando gli slavi presenti nei territori del dominio asburgico, tramite costituzione di una sorta di triarchia etnica, con la creazione di un “regno” degli slavi del sud a trazione croata in grado di isolare l’irredentismo serbo.
Insomma, a conti fatti, niente che in Europa non si fosse già visto prima.
Francesco Ferdinando d'Austria-Este (2) Nell’estate del 1914, l’arciduca Ferdinando si sta godendo insieme alla moglie Sofia la villeggiatura estiva ad Ilidža, un sobborgo di montagna a poca distanza da Sarajevo, finché in una piovigginosa mattina di cento anni fa, il 28/06/1914, giungono in visita di cortesia alla capitale della Bosnia ed Erzegovina, per l’inaugurazione del nuovo museo cittadino e per assistere all’immancabile esibizione militare di turno, passando in rassegna le truppe schierate nella piazza d’armi di Filipovic.
Oskar PotiorekAd attenderli in alta uniforme c’è Oskar Potiorek, governatore generale della Bosnia ed Erzegovina, insieme ad una lussuosa decappottabile a sei posti, gentilmente imprestata dal conte Boos Waldeck di Gorizia, con alla guida l’autista triestino Carlo Cirillo Diviak in alternanza con Leopold Lojka (il fantomatico “Franz Urban”). Le misure di sicurezza prese dal governatore Potiorek, se guardate con gli standard attuali, sono praticamente inesistenti. E tutti i protagonisti della vicenda si contraddistinguono per un’inefficienza ed una dabbenaggine talmente abnorme da dare adito a più di un sospetto…
L'attentato di SarajevoLa visita della coppia imperiale a Sarajevo venne annunciata con ampio anticipo (un mese prima) ed il programma era stato persino pubblicato sui giornali con tutti i dettagli possibili sul percorso e le tappe previste dal corteo. Né il generale Potiorek s’era preoccupato di predisporre chissà quali misure particolari, a parte qualche arresto preventivo per ‘sovversivi’ notori (una sorta di daspo molto in voga all’epoca): l’arciduca avrebbe viaggiato su una berlina scoperta, in bella vista, per le strette vie della città tra due ali di folla, con personale di polizia pesantemente sotto organico (solo una quarantina di agenti a fare da cordone per l’intero percorso). Poi certo l’arciduca ci mette del suo, dando prova di una incoscienza sconcertante, che gli sarà fatale.
Esercito montenegrinoLe informative riservate dell’Evidenzbureau austriaco (i servizi segreti imperiali), che comunicano il serio rischio di un attentato, vengono bellamente ignorati perché privi di riscontro. E dal canto suo il primo ministro serbo, Nikola Pašić, non aveva mancato di far giungere al governo austriaco avvertimenti sibillini, misti a minacce, circa l’opportunità di annullare l’evento.

Mano Nera

LA MANO NERA
Re Raska Perfino la data scelta per la visita risulta essere infelice. Il 28 Giugno ricorre infatti l’anniversario della Battaglia di Kosovo Polije (1389), nella quale il re Lazzaro Raska e l’aristocrazia serba trovarono la morte sulla “piana dei merli”, sancendo l’annessione dell’antico Regno di Serbia all’Impero Ottomano. La data, ad alto valore simbolico, eccita le fantasie scioviniste di un gruppo di giovani fanatici che vagheggiano il sogno nazionalista di una “Grande Serbia”. Riuniti nei circoli studenteschi della città, questo sparuto gruppetto di matricole serbo-bosniache, a malapena maggiorenni, fantastica di complotti e attentati eclatanti, in attesa del gran colpaccio. Molti di questi aderiscono ad un’associazione segreta che chiamano “Giovane Bosnia” (Mlada Bosna), forse con l’intenzione di scimmiottare la “Giovane Italia” di Mazzini, in un confuso guazzabuglio di istanze radicali, anarco-nichiliste, e rivendicazioni nazionalistiche, conferendo all’organizzazione un carattere quasi ascetico, probabilmente credendosi una specie di stirpe di guerrieri mistici.
Mano Nera (1)Il circoscritto gruppo di cazzoni esaltati, che originariamente ha in programma di assassinare il governatore Potiorek, passa inosservato alla polizia austriaca, ma non allo spionaggio militare serbo che ravvisa nella sgangherata combriccola i perfetti utili idioti da utilizzare per i propri scopi terroristici, senza doversi esporre troppo. La maggior parte degli ufficiali serbi, e non pochi funzionari governativi, sono infatti affiliati ad una società segreta, ben più temibile e potente, conosciuta come “Mano Nera” (Crna Ruka), che con la sua omonima mafiosa condivide il nome e la violenza.

Majski prevrat 1903

La Ruka era diretta emanazione dei militari golpisti che l’11/06/1903, giudicando il re Alessandro Obrenovic non abbastanza patriottico, lo avevano massacrato insieme alla moglie nelle stanze del palazzo reale, affettando i regali consorti a colpi di sciabola e seminando poi i pezzi in giro dalle finestre del palazzo.
The assassination of King Alexander Obrenović (1)Il capo dei congiurati, il capitano Dragutin Dimitrijević, per l’ottima condotta dei suoi uomini, venne acclamato “salvatore della patria”, promosso colonnello e posto al comando dello spionaggio militare dal nuovo re della Serbia; promosso per meriti sul campo, salvo venire poi fucilato per altro tradimento nel maggio 1917 mentre organizzava un nuovo colpo di stato.
Dragutin DimitrijevićConosciuto negli ambienti del terrorismo di stato come il “Colonnello Apis”, l’instancabile Dimitrijević viene informato dai suoi agenti provocatori distaccati a Sarajevo, delle velleità cospiratorie della “Giovane Bosnia” e ravvisa nella visita dell’arciduca d’Austria la possibilità di concretizzare qualcosa di ben più grande…
Danilo Ilic Ad animare il gruppuscolo di studenti serbo-bosniaci che si incaricheranno dell’esecuzione materiale dell’attentato, è il 23enne Danilo Ilic che sta completando il suo corso di studi a Sarajevo, lavorando come giornalista. Ilic è in realtà affiliato alla “Mano Nera” e lavora in gran segreto per lo spionaggio serbo, che lo infiltra in associazioni clandestine, come la “Giovane Bosnia”, per orientarne l’azione e influenzarne l’indirizzo politico.
Nell’inverno del 1913, Ilic viene a conoscenza di un fantomatico complotto per uccidere il governatore Potoniek, ad opera di un altro membro della Giovane Bosnia, collegato alla nobiltà bosgnacca di ascendenza ottomana. Si tratta del 28enne Muhamed Mehmedbašić che per lo scopo vorrebbe saltare addosso al governatore e pugnalarlo con una daga avvelenata.
Ilic asseconda le millanterie del compare, ma per precauzione ne parla coi suoi referenti a Belgrado che si mostrano molto interessati alla cosa, prospettandogli la possibilità di prendere due piccioni con una fava: colpire tanto il generale Potoniek che l’arciduca Ferdinando. Quindi coinvolge un altro studente con cui condivide la stanza in affitto, dividendosi le spese.
Gavrilo Princip Si tratta di un certo Gavrilo Princip, che gli amici chiamano “Gavro”: un giovane malaticcio e di nessuna speranza; non ancora ventenne e dagli studi inconcludenti, consumato dalla tubercolosi e dalla febbre nazionalista. Insieme, coinvolgono altri studenti gravitanti nell’orbita della Mano Nera e tutti malati di tubercolosi. Essendo all’epoca la malattia mortale, ci si preparava senza rimpianti all’eventualità di una missione suicida.
Trifko Grabez C’è il 19enne Trifun Grabež, detto “Trifko”, figlio di un pope ortodosso di Pale. Più che irrequieto, si fa notare all’età di 16 anni per essere stato espulso da scuola, dopo l’aggressione ai danni di un suo insegnante.
Nedeljko Cabrinovic Nedeljko Čabrinović, 19 anni anche lui, operaio metallurgico e aiutante tipografo; giovanissimo ma con un ‘passato’ già all’attivo come agitatore sindacale e simpatizzante anarchico. Lettore compulsivo, ha una passione smisurata per i libri, che a quanto pare costituivano l’unica vera compagnia di un’esistenza travagliata e di estrema solitudine, vissuta nell’ineluttabilità della fine imminente visto che, anche nel suo caso, la tubercolosi lo sta uccidendo.
Vaso Cubrilovic Vaso Čubrilović, coi suoi 17 anni è il più giovane del gruppo. A suo modo, è un precursore del “socialismo nazionale”, visto che propugna una sorta di comunismo etnico in chiave ultranazionalista. A partire dal 1918, Čubrilović intraprenderà una brillante carriera accademica e politica che continuerà nella Jugoslavia titina, diventando famoso per i suoi manuali con le istruzioni per una pratica applicazione della pulizia etnica su vasta scala, soprattutto contro gli albanesi del Kosovo. È morto nel 1990 all’età di 93 anni.
Cvjetko Popovic Già che c’è, Cubrilovic coinvolge anche il fratello Veliko e si trascina dietro l’amico del cuore: il 18enne Cvjetko Popović.
A prendere contatti con gli aspiranti attentatori e curare i collegamenti col ‘Colonnello Apis’ (Dragutin Dimitrijević) ci pensa il navigato Milan Ciganovic, agente sotto copertura del servizio informazioni serbo e anche lui appartenente alla Mano Nera.

Grabez-Ciganovic-PrincipTrifko Grabež, Milan Ciganovic (al centro) e Gavrilo Princip a Belgrado nel 1914.

E questa improbabile banda di idealisti ed estremisti dalla più svariata provenienza politica, malati terminali, futuri professori, e studenti aspiranti agenti segreti, digiuni di esperienza militare e privi di qualsiasi preparazione, rosi dai dubbi (parecchi membri del commando pensarono più volte di tirarsi indietro), riuscì a portare in porto un progetto da quasi tutti ritenuto impossibile, a partire dal ministro Pasic che sembra avesse pure provato invano a bloccare gli attentatori armati dalla Serbia.
Vojislav TankosicNel maggio del 1914, Danilo Ilic che coordina il gruppo incontra a Belgrado il maggiore Voislav Tankosic, il quale incarica Ciganovic di rifornire i terribili di sette con pistole automatiche, bombe a mano, documenti falsi e capsule di cianuro (avariate), assicurandosi il loro ritorno a Sarajevo senza inconvenienti.

1923 - Serbian Chetnik Voivode Voja Tankosić with his band

GLI SPARI CHE DISTRUSSERO UN MONDO
Sophie and Franz Ferdinand La Domenica del 28 Giugno 1914, l’arciduca Ferdinando e consorte arrivano a Sarajevo in anticipo e pare abbiano avuto persino il tempo di concedersi una capatina nel bazar cittadino.
Alle 10,00 del mattino le manovre militari sono già concluse. Salutata da 24 salve di cannone, la coppia parte in convoglio col resto del seguito alla volta del Municipio di Sarajevo. Sette autovetture per sette attentatori.
francesco_ferdinandoAd aprire il convoglio viene posta un’automobile con la polizia locale: tre poliziotti comandati da un ispettore.
Segue il sindaco della città, Fehim Curcic, ed il commissario capo Edmund Gerge.
Nella terza vettura siede l’arciduca e la moglie, affiancati dal governatore Oskar Potiorek e dal conte Franz von Harrach, che in qualità di tenente colonnello è addetto alla sicurezza personale dell’arciduca.
La quarta vettura trasporta l’entourage più stretto della coppia: il capo della cancelleria militare di Francesco Ferdinando, barone Carl von Rumerskirch; la damigella di Sofia, contessa Wilma Lanyus von Wellenberg; l’aiutante capo di Potiorek, tenente colonnello Erich Edler von Merizzi; il tenente colonnello nonché conte Alexander Boos-Waldeck che ha imprestato la propria automobile.
Segue il resto dello staff, distribuito su altri tre autoveicoli a chiusura del corteo.
Insomma, le principali vetture vip con i personaggi più in vista viaggiano praticamente incollate, rendendo l’obiettivo ancora più ghiotto e difficile da proteggere.
Il convoglio imbocca il lungofiume, percorrendo l’Appel-Kai in direzione del Municipio.
Francesco-ferdinando-municipio-sarajevoIl primo ad avvistare la colonna è Popovic che paralizzato dall’emozione non muove un muscolo, mentre Danilo Ilic che è disarmato impartisce istruzioni al gruppo.
Mehmedbasic, il più spaccone a parole, incontra un poliziotto che conosce, si fa prendere dal panico e abbandona la sua postazione dandosi alla fuga. Da latitante, troverà in seguito rifugio nel Montenegro.
Čabrinović, che forse è il meno convinto all’azione, si dimostra alla prova dei fatti anche il più determinato. Alle 10,15 lancia una bomba contro la vettura su cui viaggia l’arciduca. Ferdinando che si vede piovere addosso la granata la caccia via al volo con una manata. Deviata dall’imperiale schiaffone, la bomba va a deflagrare addosso all’auto di coda, ferendo in modo non mortale gli occupanti tra cui il tenente colonnello Merizzi. La duchessa Sofia non si accorge di nulla, mentre gli altri passeggeri scambiano il botto per l’esplosione di un pneumatico, prima di rendersi conto dello scampato pericolo. Cabrinovic scappa via inseguito dalla folla inferocita. Inghiotte la sua capsula di cianuro, che però è scaduta e gli provoca niente più di una scarica di diarrea. Quindi tenta il suicidio gettandosi nel fiume Miljacka in secca. Inzuppato di fango e merda, viene riempito di botte e arrestato senza difficoltà.
Come se nulla fosse, il convoglio riprende la sua avanzata fino al municipio e l’arciduca ha anche il tempo di lagnarsi con il borgomastro Curcic per l’incidente. Per nulla scosso, fa pure lo spiritoso, mentre la cerimonia prosegue come da programma. A questo punto, l’attentato sembrava miseramente fallito ed il resto degli attentatori si dilegua per le vie laterali.
Gavrilo Princip, sconsolato, si rifugia a bere in una birreria in prossimità del Ponte Latino, quando del tutto inaspettatamente dalle vetrate del locale vede sfilare davanti a sé il resto del convoglio che, con ogni evidenza ha sbagliato strada, col generale Potierek che rimbrotta aspramente l’autista della vettura di testa, mentre il veicolo dell’arciduca è bloccato tra la folla in mezzo alla strada mentre cerca di invertire la manovra.
Arresto di Gavrilo Princip“Gavro” non ci pensa due volte, schizza fuori dal locale, raggiunge l’auto, salta sul predellino e riesce a sparare due proiettili a distanza ravvicinata che colpiscono arciduca e consorte, ferendoli a morte. Francesco Ferdinando viene centrato al collo, sicché il corpetto imbottito che l’arciduca indossava come rudimentale giubbottino antiproiettile si dimostra ancor più inutile. Pare che le ultime parole dell’arciduca siano state: “Non è niente”.

Attentato di Sarajevo

NON È NIENTE
Francesco Giuseppe I d'Austria (1910) Informato della morte del suo erede, l’84enne imperatore Francesco Giuseppe, che non aveva mai nutrito eccessiva simpatia per il nipote e meno che mai per la duchessa Sofia, non si stracciò certo le vesti. Dopo aver espresso un generico rammarico per gli orfani, pensando all’esercitazione militare della prima mattinata aveva esternato la sua principale preoccupazione: Le manovre si sono concluse con successo?.
J.Reiner - Attentat auf Kaiser Franz JosephEvidentemente, considerava gli attentati come un inconveniente del mestiere. Lui stesso, appena 23enne, era scampato ad un tentativo di omicidio, uscendone indenne. Sempre in famiglia, suo fratello Massimiliano si era imbarcato in una sgangherata avventura, facendosi incoronare “Imperatore del Messico” e finire fucilato nel 1867 dall’esercito repubblicano di Benito Juarez.
Edouard Manet - Esecuzione di Massimiliano I del MessicoL’imperatrice, Elisabetta di Baviera, meglio conosciuta dalla filmografia Elisabetta di Bavieraagiografica come la Principessa Sissi, donna di rara bellezza ed eccezionale intelligenza, era stata assassinata a Ginevra nel 1898 dall’italiano Luigi Lucheni (il vil pugnale). Il figlio della coppia imperiale, Rodolfo, che avrebbe potuto essere un sovrano rivoluzionario (addirittura dalle idee socialisteggianti), si era suicidato nel 1887 insieme alla sua giovanissima amante diciassettenne, la contessina Maria Vetsera, a Mayerling.
Insomma, niente sembrava davvero turbare il gelido imperatore asburgico, chiuso nella sua fortezza di ghiaccio.
In quanto agli attentatori di Sarajevo, ci furono 25 arresti e nove proscioglimenti.
Danilo Ilic fu condannato a morte e giustiziato per impiccagione.
Nedeljko Čabrinović, Gavrilo Princip e Trifko Grabež, scamparono alla pena capitale in virtù dell’età e condannati a 20 anni di prigione. Nell’arco di qualche anno morirono tutti in carcere, consunti dalla tubercolosi.
Vaso Čubrilović venne condannato a 16 anni, mentre suo fratello Veliko saliva sul patibolo. Cvjetko Popović otteneva una condanna a 13 anni. Entrambi riguadagnarono la libertà dopo il 1918.
Muhamed Mehmedbasic In seguito alla dissoluzione dell’Impero austro-ungarico, Muhamed Mehmedbašić fece ritorno da uomo libero a Sarajevo nel 1919, salvo finire trucidato dagli Ustascia croati nel 1943.
Gli agenti della Mano Nera non vennero mai condannati. La risposta della Serbia all’ultimatum imposto dall’Austria (ed il cui mancato ottemperamento provocò la prima guerra mondiale) venne considerato dalle potenze alleate dell’epoca (Francia, Gran Bretagna, Russia) “ragionevole”, tanto erano assurde le richieste austriache. L’ipocrisia è una costante delle cancellerie europee.
Vojislav Tankosic (1)In pratica, il governo serbo si rifiutava di sciogliere l’organizzazione terroristica della Mano Nera; negava l’estradizione del colonnello Dimitrijević e degli altri ufficiali coinvolti nella congiura, Ciganović e Tankošić, confermandoli nei loro incarichi istituzionali e ordinando per tutta risposta la mobilitazione generale dell’esercito. In particolare, a Milan Ciganović fu dato un salvacondotto per gli USA, e una volta rientrato in patria venne pure indennizzato dal governo per il fastidio subito.
Soldati serbiNel lontano Luglio del 1914, la sonnacchiosa diplomazia europea era assente per ferie.
Gli inglesi erano più preoccupati di una rivolta in Irlanda, che di una guerra nei Balcani.
L’ambasciatore russo a Belgrado, Nikolaj Hartwig, aveva dimenticato di far abbassare la bandiera in segno di lutto.
L’opinione pubblica francese era tutta presa da un fattaccio di cronaca nera che aveva come protagonista la moglie dell’ex primo ministro Joseph Caillaux: la signora Caillaux si era sentita offesa dalla denigratoria campagna di stampa orchestrata dal quotidiano Le Figaro. Indignata, era piombata nell’ufficio del direttore del quotidiano e gli aveva scaricato addosso sei colpi di rivoltella.
Come recentemente ha avuto a scrivere lo storico australiano Christopher Clark, nel suo monumentale I Sonnambuli, facendo il verso ad Hermann Broch, i governati dell’Europa si avviarono alla catastrofe guidando per mano i propri popoli al macello nella totale inconsapevolezza delle proprie azioni, attraverso una lunga serie di valutazioni completamente errate.

1913 - Austro-hungarian infantry regiment«Lo scoppio della guerra fu il momento culminante di concatenazioni di decisioni assunte da attori politici che perseguivano consapevolmente degli obiettivi ed erano capaci di riflettere su quanto stavano facendo, e che individuarono una serie di azioni formulando le valutazioni più adeguate in base alle migliori informazioni di cui disponevano. Il nazionalismo, gli armamenti, le alleanze e la finanza furono tutti elementi che entrarono a far parte della storia, ma acquistano valenza esplicativa solo quando si possa mostrare la loro effettiva influenza sulle decisioni che, congiuntamente, fecero scoppiare la guerra

Prima guerra mondialeL’ignavia di piccoli nani presuntuosi allo sbando, pervasi dal senso dell’ineluttabile.

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Il Monaco Conquistatore

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Come le vicende del tempo presente ci insegnano, la Storia è piena di condottieri ambiziosi e riformatori intransigenti, di tribuni e grandi trascinatori di folle, di re profeti dal verbo ispirato e dalla parola infuocata. Si tratta di personaggi fuori dal comune, dall’esistenza straordinaria (e spesso breve), destinati a cavalcare gli eventi per poi esserne travolti loro malgrado prima della catastrofe finale, e che meritano di essere rievocati dall’oblio nel quale sovente sono stati dimenticati. Cosa succede quando tutte queste figure tendono a convivere in un’unica persona?

Le tre vite ed oltre di Giambattista Boetti
 È difficile condensare in poche righe la biografia misconosciuta del monferrino Giovanni Battista Boetti le cui vicissitudini, ai limiti dell’incredibile, sembrano estrapolate da un feuilleton d’altri tempi, dove la realtà si confonde con la leggenda a tal punto da rasentare il mito, superando le invenzioni del più fantasioso dei romanzieri…
Avventuriero e viaggiatore instancabile, predicatore missionario e monaco disubbidiente, brigante e capo-guerrigliero, Boetti è uno di quei moltissimi italiani nei quali ti imbatti sfogliando vecchie pagine ingiallite di cronache dimenticate, giocando un ruolo di primo piano nei luoghi più improbabili e nelle circostanze più inaspettate, tra intrighi e corti esotiche, in un universo popolato di spie, rinnegati, e soldati di ventura.
Vissuto nella metà del XVIII secolo, il piemontese Giambattista Boetti è contemporaneo del ben più noto Conte di Cagliostro (nascono entrambi nello stesso giorno: 02/06/1743), e che pare abbia conosciuto a Vercelli intorno al 1780; di Giacomo Casanova col quale condivide invece l’anno della morte. E forse un personaggio come Boetti sarebbe piaciuto a Vittorio Alfieri, suo conterraneo e altro spirito irrequieto. Tuttavia la vita di Boetti è, se possibile, ancor più incredibile e si intreccia con così tante storie diverse, da sfumare in più personaggi coi quali si sovrappone e si confonde attraverso un gorgo vorticoso di eventi. Tanto che è difficile capire dove finisca la realtà e cominci la finzione, restando il dubbio che si tratti piuttosto di un’unica, magnifica, mistificazione…
 Il piemontese Boetti è il rampollo ribelle di una piccola famiglia aristocratica di provincia, ripudiato dal padre-padrone.
È medico svogliato e indefesso seduttore, perennemente in peregrinazione tra l’Europa e l’Asia, dal Caucaso alla Persia, dal Kurdistan all’Anatolia, in un’epoca in cui ogni viaggio costituiva un’avventura verso mondi lontanissimi, l’esito era incerto ed il ritorno un’incognita.
È un pio missionario domenicano; ovvero uno spregiudicato arruffapopoli che intriga ora col sultano della Sublime Porta, ora con lo zar di tutte le Russie, e al contempo con lo Shah di Persia.
È un fanatico esaltato, un eretico, l’inventore di una nuova religione. O un opportunista senza scrupoli, dalle ambizioni smisurate.
È il furbo predone a capo di una banda di briganti curdi e armeni, che estorce tributi ai signorotti turchi e georgiani ai confini orientali dell’Impero ottomano.
E infine è un irredentista circasso che combatte per sei anni contro i Russi nel Caucaso, tanto da diventare un eroe nazionale della Cecenia e venir confuso con Shaykh Mansur Ushurma nell’ennesima, grandiosa, e non ultima beffa.

La creazione di un mito metastorico
 Nelle biografie a lui dedicate, Giambattista Boetti sembra viaggiare senza tregua, alla velocità di un Jumbo 747, passando dall’Andalusia alle coste del Mar Caspio, soggiorna a Costantinopoli e si riposa tra il Kurdistan ed il Caucaso, protagonista delle più mirabolanti avventure come un emulo del Barone di Münchausen che peraltro gli è pure lui contemporaneo.
Le cronache straordinarie della vita di Giambattista Boetti sono racchiuse in un libretto di appena 57 pagine, redatto in lingua francese (peraltro non eccelsa) ed in forma anonima, privo di titolo, data e firma, senza alcuna indicazione che possa confermarne la provenienza e la veridicità. Il libricino è comunemente conosciuto come la “Relazione”.
Gli eventi narrati nella Relazione, si concludono bruscamente nel 1786, e questa è la datazione unanimemente attribuita allo scritto, custodito in originale presso l’Archivio di Stato di Torino.
Nel 1882, quasi un secolo dopo gli eventi descritti, un oscuro parroco di Piazzano nel Monferrato, don Perpetuo Dionigi Damonte, con un passato come missionario proprio nel Levante (e quindi ne conosce bene luoghi e costumi), redige un libello apologetico sulle gesta del suo compaesano Giambattista Boetti, dal titolo per l’epoca assai ‘esotico’: “Il profeta Mansur Sceik Oghan-Oolo ossia il padre Boetti”.
Una fonte pressoché coeva al Boetti, che ne attesterebbe l’attività nell’area caucasica, è Francesco Becattini, prolifico autore fiorentino che, senza mai citarlo per nome, ne parla indistintamente in due sue opere storiche. Si tratta della Vita e fasti di Giuseppe II imperatore de’ Romani, scritta da un accademico apatista e corredata dei necessari documenti (1790), in quattro tomi di piaggeria cortigiana per un autore in cerca di fortuna…

«Un nuovo capo di setta era comparso sulla scena e minacciava di rinnovare gli orrori e la storia funesta di una guerra di religione. Chiamavasi Scheick-Mansùr ossia Profeta o l’Illuminato Mansùr. Qual si fosse la sua origine non è certo. Molte erano le voci sparse su questo proposito, e acciocché non mancasse chi aggiungesse una nuova invenzione in discapito degli Ordini religiosi, vi fu chi spacciò e scrisse in Italia che il falso profeta Mansùr era un rinnegato prima religioso dell’Ordine di San Domenico; sicché quando fosse vero com’é assolutamente supposto, nulla secondo i principi d’equità e retto giudizio dovrebbe pregiudicare l’istituto dal medesimo abbandonato. Comunque sia, egli fattosi capo dei Tartari circonvicini, cercò d’inspirar loro il fanatismo di religione e di persuaderli a non temere le armi Russe

  (Tomo III; Libro VII. p.173 ss)

A quale va aggiunta la mastodontica Istoria politica ecclesiastica e militare del secolo XVIII dall’anno 1750 in poi, (cominciata nel 1796 ed ultimata nel 1805) per la copiosa bellezza di nove volumi:

«Allora per comando della Porta, orde di Tartari andarono a cadere addosso ai posti avanzati dei protettori dei Georgiani. Per aggiungere più seduzione ed affascinamento delle menti allo spirito di rapina, si fece all’improvviso comparire in iscena un nuovo capo di setta, molto adatto a confondere il corto raziocinio di quelle materiali popolazioni, col disegno premeditato di istigarle ad abbracciare la causa della religione […] Scheick-Mansùr di cui tutti intrapresero di lì a pochi mesi a parlare in diversa maniera. Chi voleva che egli fosse un Indiano apostata dai Bramini, chi uno dei satelliti del Gran Lama o Pontefice del Thibet; chi infine un granatiere piemontese rinnegato in Algeri. Comunque si fosse, accintosi quel fantastico vaticinatore a predicare tra i Tartari accese nei loro animi la più furibonda ansietà di scorrere, invadere, depredare. La fama d’un impostore di tal natura si diffuse altamente per l’Asia e l’Europa tutta e in ispecie nei paesi bagnati dai fiumi Kuban e Terek, ove la maggior parte di quei rozzi abitatori si gettò alle sue ginocchia e promise di seguire tutti i suoi passi.»

  (Vol. VII; Libro XVII)

Nel 1876 il prof. E.Ottino ne traccia un profilo più diretto nel suo Oghan-Oolò, Sceik Mansour ossia padre G. Battista Boetti (estratto da Curiosità e ricerche di Storia Subalpina, 1876), dove parla della ‘Relazione’ proveniente dai sobborghi abitati dagli europei a Costantinopoli.
Noi ci siamo in massima parte attenuti all’opera di Francesco Picco: Il Profeta Mansùr, pubblicato nel 1915 ad opera dell’editore genovese A.F.Formiggini.

GLI ANNI DELLA GIOVINEZZA:
Libertino e senza un soldo
 Giovan Battista Boetti nasce il 2 Giugno del 1743 a Piazzano, una frazione del Comune di Camino, nelle colline del Monferrato.
Suo padre, Spirito Bartolomeo, di professione notaio, discende da una casata ormai decaduta della piccola nobiltà di campagna. Soprattutto, è un uomo dispotico, impastato di ottusa violenza.
Sua madre, Margherita Montalto, è destinata a lasciarlo presto, sfiancata dalle gravidanze multiple.
Alla morte della moglie, nel 1750, l’iracondo notaio si libera presto dell’incomodo dei figli, parcheggiandoli in un collegio a Casale Monferrato e convolare in seguito a secondo nozze.
Giambattista, che nel frattempo deve fare i conti anche con la matrigna che lo vede come un fastidioso concorrente col quale dividere i beni di famiglia, si intestardisce nel voler diventare avvocato. Naturalmente, lo spiritato genitore ha già deciso per lui la professione di medico e ne nasce un conflitto che sfocia in liti violente, la fuga da casa e l’arresto.
Nel 1761, all’età di 18 anni, Giambattista organizza una nuova fuga, stavolta definitiva. Si procura dei passaporti falsi e da Torino si rifugia a Milano, dove si arruola nell’esercito trovando impiego come furiere e scrivano. Vuoi per insofferenza alla disciplina, vuoi per ambizioni più grandi, la vita militare gli viene presto a noia e si congeda, iniziando a bighellonare in giro per l’Europa in una sorta di anno sabbatico. Boetti è giovane, bello, e intraprendente…
Nel 1762 si trova a Praga, dove suscita le attenzioni di una giovane vedova in cerca di consolazione.
La vedovella rimane presto incinta ancor fresca di lutto e Boetti è costretto a lasciare in tutta fretta la Boemia, non prima di essere stato rifornito di denari dalla famiglia di lei per tacer lo scandalo.
Capisce al volo che nei circoli che contano l’immagine è tutto e quindi investe il capitale imprevisto, acquistando bei vestiti e circondandosi di una piccola corte di domestici, coi quali si muove per le città tedesche.
A Strasburgo tresca con un ricco canonico, che lo ha scambiato per un importante aristocratico sabaudo. A complicar le cose ci si mette pure la nipote del prelato, che si invaghisce del giovane ospite. La ragazza è petulante e non nasconde certa disponibilità, ma è irrimediabilmente brutta. E il Boetti ne approfitta per farsi rifornire nuovamente la borsa dal canonico, che non vede l’ora di levarselo tra i piedi.
Stanco della Germania, nel 1763 il giovin signore si mette in testa di visitare Roma. Ma, alle porte di Bologna, viene ripulito di tutti i suoi denari dal suo domestico fiorentino ed è costretto a ritornare nella casa paterna a Piazzano, senza un soldo e con la coda tra le gambe. Ed il papà non nasconde tutta la sua gioia per il ritorno del figliol prodigo, tanto che per poco non lo ammazza con una fucilata. Capita l’antifona, Giambattista riprende il bagaglio e parte alla volta di Genova in cerca di un imbarco per Roma, che riesce a raggiungere dopo varie peripezie. Nella Citta Eterna cerca invano qualche raccomandazione ed una sistemazione da parte di lontani conoscenti, con poco successo. Per qualche ignoto motivo il soggiorno romano scatena in lui i prodromi di una profonda crisi mistica, che sfocia in vera conversione dopo una visita al Santuario di Loreto e si concretizza col suo ingresso nell’Ordine Domenicano. È il 24 Luglio del 1763.
Dal convento di Ravenna, viene spedito a Ferrara per studiare teologia. Con pessimi risultati, visto il confuso guazzabuglio di teorie eterodosse che finirà col rimasticare di lì a qualche anno.
Un po’ per levarselo dai piedi, un po’ per dar sfogo ai suoi ardori, i confratelli lo destinano su sua pressante richiesta all’attività missionaria in Oriente. E nel 1769 lo inviano alla missione domenicana di Mossul sul Tigri, nell’attuale Kurdistan iracheno, all’epoca parte dell’Impero Ottomano.
Pieno di entusiasmo, ma ancora incredibilmente citrullo, Boetti parte per Venezia alla ricerca di un imbarco. In attesa di trovare un naviglio disponibile, si mette a predicare per le calli della Serenissima città, dove attacca un micidiale pistolotto sul peccato e sulla penitenza. I sermoni del bel frate suscitano le attenzioni di una giovane prostituta: l’unica che sembra interessata alla sua evangelizzazione. Tanto che la fanciulla se lo trascina in casa ed al Boetti, animato dalle più caste intenzioni, non par vero di aver riscosso tanto successo.

«Ma quando poi, mentr’egli si infervorava sempre più nella descrizione delle celestiali beatitudini paradisiache e delle rosse fiamme divoratrici dell’Inferno, la bella penitente non pentita si fu accorta che la sua finzione non le fruttava quell’epilogo che ella, scaltra, se n’attendeva, e proruppe, sguaiata, in una risata fragorosa, beffandosi di lui e de’ suoi catechismi, il nostro moralista perdette i lumi, le si avventò contro e violentemente la percosse. Colei, allora, si diede a strillare; accorse una guardia alla quale essa, con esperta improntitudine, snocciolò una filastrocca di fandonie, dicendosi defraudata della dovutale mercede; e poiché il nostro troppo zelante missionario, tradotto la sera stessa davanti ad un segretario di stato, non potè, con le proprie proteste, distruggere le apparenze del fatto, che congiuravano tutte contro di lui, dovette subire fìerissime rampogne e promettere di non perseverare nella conversione delle giovani peccatrici veneziane e di attendere per dedicarsi alle pratiche della sua missione il giorno in cui fosse pervenuto alla lontana località orientale, alla quale era stato destinato

  Francesco Picco
“Il Profeta Mansur”
(Genova, 1915)

PRIMO VIAGGIO NEL LEVANTE
 Nel 1770, approda finalmente nell’isola di Cipro dove si applica nello studio del greco e, presumibilmente impadronitosi dei rudimenti della lingua, ingaggia alcuni marinai affinché lo trasportino fino in Siria. E, con la consueta lungimiranza che sembra contraddistinguere il giovane frate, la ciurma così ingaggiata lo sbarca nei pressi di Latikia dove nottetempo lo alleggerisce di tutti i suoi averi. Di nuovo solo e senza il becco di un quattrino, nella cittadina cipriota si rivolge quindi al preposto turco alle dogane, che si dimostra incredibilmente sensibile alle richieste del missionario, confidando in un pagamento in natura… E al rifiuto dello scandalizzato Boetti, lo denuncia al kadì come sacrilego e bestemmiatore, tanto che il povero fraticello domenicano rischia di finire impalato. Per sua fortuna, il massimo magistrato dell’isola, il Nakib-ül-Esraf che comanda anche la guarnigione dei giannizzeri sull’isola, lo proscioglie da ogni accusa e ne favorisce la partenza.
Poi, bisogna riconoscere che come sempre Giambattista ci mette del suo e si rende protagonista di tutta una serie di episodi boccacceschi…
Ad Aleppo si conquista la benevolenza della comunità greco-ortodossa, irretita dalle prediche di quel religioso cattolico così irrituale. Soprattutto, si guadagna i favori di un ricca signora che lo rifornisce dei quattrini dei quali ha così disperatamente bisogno.
Quindi si trasferisce a Bergik (Bir), un borgo sull’Eufrate, dove per rimpinguare le sue sostanze si mette ad esercitare la professione di medico che tante grane gli ha creato con l’arcigno genitore. Guarisce la figlia del pascià locale, che lo rifornisce di doni e preme per la sua conversione all’islam promettendogli in moglie la figliola. Alla sola idea di accasarsi, il Boetti fugge dalla città a gambe levate.
 Quindi si mette a bighellonare per i borghi a ridosso del Kurdistan (Aintab.. Armusa.. Orfa), alternando prediche e salassi. A Garmusa (Garmungi) rischia il linciaggio. E non certo per motivi religiosi. Mentre si bagna in un torrente, due ragazzine gli fregano i vestiti ed il monaco si mette a rincorrerle per la via principale in costume adamitico, col risultato di rimediare una sonora bastonatura collettiva dagli abitanti del villaggio.
Finalmente, sul finire dell’anno, riesce a raggiungere la Casa delle Missioni di Mossul, dove entra subito in conflitto col reggente, Padre Lanza, che diventerà uno dei suoi più accesi oppositori e che riuscirà a estromettere dalla direzione. In pratica, il Boetti, insofferente ad ogni disciplina, accusa il superiore, pare ingiustamente, di essersi fregato la cassa con i soldi della missione. Intrigante come sempre, riesce a conquistarsi la protezione del pascià di Mossul, presso il quale si recicla come medico esperto. E per non smentirsi rifila intrugli medicamentosi alla popolazione locale, fintanto che non ci scappa il morto. Tratto agli arresti, riesce a sfangare la pena capitale: il pascià gli fa impartire 50 bastonate sulla pianta dei piedi e lo caccia via dalla città. A titolo di risarcimento, lascia che i popolani saccheggino la missione di Mossul.
Boetti trova rifugio dunque nella vicina ad Amadia e poi a Zaku. Con le sue prediche eterodosse (e col favore delle autorità turche che vogliono mettere ordine tra le litigiose chiese cristiane) si assicura il controllo della comunità nestoriana. Quindi, con le protezioni giuste, riesce a rientrare a Mossul e riprendere il controllo della missione. La sua condotta irregolare, le tresche politiche che Boetti va intessendo ovunque, ed il suo sincretismo religioso ai limiti dell’eresia, nonché i guai che ha causato all’Ordine domenicano, provocano il suo deferimento al cardinale Giuseppe Maria Castelli, prefetto di Propaganda Fide, che ne ordina il pronto rientro in Italia ed il ritiro definitivo nel convento di Ferrara.
Bisogna anche dire che Boetti ha una propensione tutta particolare per cacciarsi nei guai… Ripreso servizio come medico presso il pascià di Mossul, viene accusato di aver sedotto la figlia del governatore turco che è incinta. E questo, più di ogni altra cosa, favorisce la rapida partenza del frate ribelle. Comunque sia, e nonostante tutto, Boetti è riuscito a protrarre la sua permanenza nelle province orientali dell’Impero Ottomano per circa un decennio, costruendosi una fitta rete di protezioni ed amicizie importanti quanto trasversali, tra ufficiali turchi, emissari europei e capi religiosi locali.

SECONDO VIAGGIO NEL LEVANTE
 Rientrato in Europa, il monaco non sembra trovare pace: viaggia in lungo e largo, intesse amicizie e relazioni diplomatiche. Quindi, senza aspettare autorizzazioni né permessi, riprende la via per l’Oriente… forse come spia (difficile dire se al soldo dei francesi, del governo sabaudo o di quello veneziano)… forse come mistico esaltato… sicuramente come avventuriero.
In tutto questo tempo, ha elaborato una sua personalissima teologia e vaghe idee di riforma universale, che non tarderanno a dare i loro frutti…
Intorno al 1781 è di nuovo in Siria: fa tappa ad Alessandretta, ad Aleppo, ed infine ad Urfa (Orfa) dove prende servizio come medico presso il governatore turco, Manhed Bey, fino a diventarne il segretario personale ed il tesoriere. Con la protezione del pascià, riesce a prendere il controllo delle comunità cristiane della città, divenendo vescovo della Chiesa Giacobita, nonostante le lettere di scomunica che giungono da Roma.
Con la caduta in disgrazia del suo principale protettore, Manhed Bey, l’intraprendente monaco è costretto a lasciare Urfa. Si rifugia nientemeno che nella capitale imperiale, Costantinopoli, dove può contare sull’appoggio influente dell’ambasciatore francese, del console sardo, e di non pochi religiosi del suo stesso Ordine. Già che c’è, ne approfitta per imparare il pharsi (la lingua persiana) e tirar su quattrini: come medico, chimico, e come seduttore di ricche dame.
Con ogni probabilità, in questo periodo Boetti intraprende la sua attività di spia ed agente al servizio delle monarchie europee, ed in particolar modo dell’Impero russo… Prende contatti con i ministri dell’entourage del Sultano. Travestito da mercante armeno, compie soventi viaggi in Armenia, nel regno della Georgia, in Mesopotamia e soprattutto in Persia. Complotta con il pascià di Trebisonda. In Siria si fa beccare mentre traccia disegni delle fortificazioni e prende appunti sulle difese di Damasco. Arrestato, viene incredibilmente rilasciato dalla polizia militare ottomana, a dimostrazione che il Boetti ha amici potenti e soldi per corrompere i funzionari locali.
Quest’ultima disavventura deve però aver fatto saltare le coperture del Boetti, che da quel momento inizia a scalpitare per rientrare in Italia ed essere riammesso nei ranghi dei domenicani.
Mosso da opportunismo, nostalgia di casa, o pentimento, Boetti rientra in Italia deciso a raggiungere Roma e prostrarsi direttamente ai piedi del papa, per chiederne il perdono nella sua ennesima crisi mistica. Ci ripenserà presto.
Infatti si rifugia a Napoli. Quindi riprende i suoi pellegrinaggi ed arriva fino a Vienna, dove riceve la lettera del Generale dei Domenicani col perdono ecclesiastico, a patto di rientrare e ritirarsi immediatamente in convento. Finalmente, dopo un biennio intensissimo, nel 1782 Giambattista Boetti si ritira nel convento di Trino Vercellese. In questo periodo pare abbia svolto importanti servigi anche per conto del Regno di Sardegna.
In convento però Boetti ci resiste poco: litiga coi confratelli, viene alle mani con un sagrestano, e colleziona ammonizioni in serie.

«Accadde un giorno che, predicando egli davanti ad un folto pubblico, fu invaso da una febbrile esaltazione. Ed ecco che d’un tratto scorda il Santo ed il suo panegirico e in un linguaggio iperbolico, con potenza fascinatrice di imagini, fa sfoggio delle mille e disparate cognizioni esotiche accumulate in tanti anni di viaggi in paesi strani e diversi, narra, acceso in volto, contorcendosi e dimenandosi […] con parola ardente, inspirata a profondo sensualismo

  Francesco Picco
“Il Profeta Mansur”
  (Genova, 1915)

E infatti depone nuovamente la tonaca e ricomincia i suoi viaggi, con quali intenzioni non è possibile sapere. Probabilmente vuole riprendere il suo ingaggio come spia internazionale.

TERZO VIAGGIO NEL LEVANTE
Nel 1783, come una trottola impazzita, viene avvistato ovunque: in Francia, in Spagna (da Alicante a Cadice), in Inghilterra, in Germania (ad Amburgo), ed a Pietroburgo in Russia dove probabilmente viene reclutato dalla zarina Caterina II.
Nel 1784 è a Mosca, ma si rimette presto in viaggio alla volta della Persia. Segua la linea del Volga passando per gli antichi khanati di Astrakan e Kazan. Poi tra i monti del Caucaso arriva in Georgia. Raggiunge la penisola di Crimea e poi Costantinopoli. Ancora una missione in Polonia e nuovamente a Costantinopoli.
Almeno questo è quanto riportano i suoi biografi, a digiuno di verosimiglianza. Sono migliaia di chilometri macinati in meno di due anni. Oggettivamente troppo e umanamente impossibile, considerando i tempi di percorrenza nel XVIII secolo; specialmente se si pensa che i viaggi di Boetti si sarebbe compiuti in alcuni dei territori più aspri e con la peggiore rete viaria del mondo allora conosciuto. Ma, come vedremo, non si tratta delle uniche incongruenze.

LA FOLGORAZIONE
Comunque stiano le cose, a Costantinopoli i turchi lo tengono sott’occhio. Tra l’altro, pare che Boetti abbia speso una fortuna in armi e munizioni, che importa di contrabbando lungo le rotte del Mar Nero.
All’inizio del 1785, Boetti lascia Costantinopoli e parte con una lunga carovana alla volta di Erzerum in Armenia e poi, sembra, in Persia. Del suo seguito fanno parte tre europei: il francese Cleofa Thévenot; il napoletano Camillo Rutigliano; e l’ebreo tedesco Samuel Goldemberg. Ma c’è anche tale Tabet Habib, un ricco mercante di Scutari (in Albania) dove pare faccia l’usuraio e traffica in merci che importa dalla Persia; forse è egli stesso un emissario dello Shah.

“…riposto piede in Persia la percorre in lungo e in largo, e indi fìssa sua stanza in Amadia nel Kurdistan, ove, appigionata una casa, si tappa dentro, né vi esce per lo spazio di ben novantasei giorni […] I suoi atti ci svelano l’esistenza nel suo spirito e una crisi nata dal contrasto tra le sue aspirazioni religiose e un’insaziata, petulante, smania di predominio.”

Boetti si trasferisce quindi ad Amadia, in Kurdistan, che pone come base stabile del suo dominio personale, dove si atteggia a profeta e riformatore religioso. Quindi inizia la sua predicazione infervorata, conquistando nuovi fedeli anche grazie a qualche trucco da prestigiatore.

UNA NUOVA RELIGIONE
In un singolare sincretismo religioso, esasperato da una certa povertà teologica, Giambattista Boetti elabora un immaginoso miscuglio di cristianesimo e di islamismo, di deismo e di utopismo illuministico (Giuseppe De Caro) che, nelle ambizioni del predicatore, si propone di condensare in un unica fede le tre principali religioni monoteiste, attraverso l’eliminazione delle forme esteriori del culto, della casta sacerdotale, e la cancellazione dei principali dogmi: dalla Trinità al valore del battesimo e dei sacramenti; dal Ramadan alla circoncisione per i musulmani; attraverso la negazione del peccato e dei castighi ultraterreni e della natura divina del Cristo.
Francesco Picco, autore della biografia che in massima parte citiamo, liquida così la nuova fede che:

«..appare come un complesso di dottrine caotiche, frutto d’una mente invasata da sogni smisuratamente ambiziosi, irretito nei lacci di un morboso e strano misticismo

 [“Il Profeta Mansùr”. Genova, 1915]

Giambattista Boetti elabora altresì una ‘regola’ religiosa, strutturata in 24 punti…
Sono delitti gravissimi, passabili di morte, la preghiera, l’adulterio, i voti religiosi, ed il tradimento.
Sono leciti invece il suicidio e, purché consensuali, la fornicazione e perfino l’incesto.
In sintesi, questi sono i ‘comandamenti’ del santone piemontese, espressi in un cattivo francese dalla sintassi incerta e così riassumibili:

1) Non avrai che un solo Dio, che adorerai in spirito e verità; tutti i culti esteriori l’offendono.

2) Dio è indivisibile. Non ne esiste che uno e non è affatto trino.

3) Cristo è stato un uomo giusto e santo. È stato un profeta così come altri lo sono.

4) C’è una ricompensa per i fedeli e una punizione per i malvagi, che però non può essere eterna.

5) È un crimine vergognoso pregare e ringraziare l’Onnipotente.

6) Tutti gli uomini si salvano se sono giusti, a prescindere dalla loro religione.

7) Le gioie del paradiso non sono altro che una eterna privazione di ogni male.

8) Il mondo dacché esiste non finirà mai.

9) I sovrani sono l’immagine di Dio, fintanto che sono come devono essere.

10) L’adulterio è un gran crimine.

11) La fornificazione non può essere per forza considerata un peccato.

12) L’omicidio è un’ingiustizia punita da Dio e dagli uomini.

13) L’incesto è una cosa naturale e non può essere peccato.

14) Il furto è peccato, a meno che non sia compiuto per estrema necessità.

15) Il Battesimo e la Circoncisione sono due cerimonie ridicole.

16) I voti fatti nell’ambito di qualsiasi religione sono passabili delle più temibili punizioni.

17) Il Papa ed il Muftì sono degli impostori.

18) È lecito uccidere se stessi in determinate occasioni.

19) È gravissimo peccato mancare alla parola data.

20) I codardi, i poltroni, gli avari devono essere privati della loro dignità, delle loro ricchezze ed essere costretti a lavorare nei campi.

21) Una donna sorpresa in adulterio dovrà essere lapidata.

22) Una ragazza non maritata può fare ciò che vuole del proprio corpo, giacché ne è l’unica padrona.

23) I traditori vanno uccisi.

24) Si può amare Dio in tutti i modi possibili.

Tra le popolazioni montanare del Kurdistan e dell’Armenia, le idee professate da Giambattista Boetti, vuoi per un certo carisma personale, vuoi per la condotta ascetica, vuoi per un certo prestigio e l’intelligente rete di relazioni tribali che ha saputo costruirsi nel decennio precedente, riscuotono un insperato successo. Attorno a lui si radunano seguaci da ogni parte, arrivando a costituire un piccolo ma agguerritissimo esercito personale.

«Le audacie velate di mistero, hanno sempre una forte presa sulle turbe: questi suoi modi inusati gli procacciano infatti numerosi aderenti. C’è perfino un danaroso signore del paese, che gli offre in segno d’omaggio la propria figliuola in isposa, ma egli prudentemente la rifiuta, limitandosi, secondo il solito, ad accettarne le sostanze. Ricco così di fedeli e di quattrini, spiega al vento lo stendardo di guerra e proclamando di voler instaurare una radicale riforma della religione, annunzia con altezzosa spavalderia la marcia su Costantinopoli per porre su quel trono un principe fedele osservatore della legge umana e divina. Sceglie pertanto, con occhio esperto, tra il codazzo dei seguaci, novantasette uomini dal cuore intrepido, e con questa Compagnia della Morte si accampa al confine ottomano, sbaraglia qualche agà che gli si fa incontro, e si inoltra in territorio turco.»

F.Picco “Il Profeta Mansùr” (pag.51)

È l’inizio di una vera e propria ‘guerra santa’…

L’INVASIONE DELLA GEORGIA
 Il nuovo profeta pretende obbedienza assoluta; è inflessibile con chi trasgredisce le sue regole ed esegue di persona le sentenze capitali, strangolando i colpevoli con le sue stesse mani.
Per consolidare il proprio potere, inizia ad attaccare ed imporre tributi a villaggi e città della regione: Zaku… Zapur… Kutom… Tukti… Tativan… Erzerum… Sconfigge i signorotti locali e sbaraglia gli esigui contingenti turchi. In uno di questi scontri sconfigge le truppe che presidiano il borgo di Akeska, sul confine georgiano, che imprudentemente hanno lasciato la loro posizione fortificata per marciargli contro. La vittoria gli vale l’appellativo di Al Mansùr, il Vittorioso.
Il malcontento nei confronti dell’inefficiente amministrazione ottomana e soprattutto la prospettiva di bottino, ingrossano a dismisura le milizie del Boetti che, secondo un calcolo sicuramente esagerato, costituirebbero ora un’armata di 37.000 guerriglieri con i quali si rivolge contro il debole regno caucasico della Georgia, un’enclave cristiana indipendente.

«Stabilisce di penetrare nella Georgia, dove, sotto il protettorato della Russia (trattato di Kainargé, 1774) regna il principe Eraclio. Costui, di fronte all’inattesa irruzione di queste orde infiammate di bellico furore dalle parole del Profeta, esce in campo con le proprie soldatesche miste a non pochi soldati russi e si dirige contro quelle del Mansùr distribuite in quattro corpi distinti, a uno dei quali sta a capo il Boetti in persona.»

 F.Picco – “Il Profeta Mansùr”

 E tale dato viene comunemente accettato. Invece, una premessa è d’obbligo giacché le fonti pseudo-storiche che narrano le gesta di Giambattista Boetti, benché unanimi (in realtà si scopiazzano l’una con l’altra), si fanno incerte e, senza riferimenti precisi, tendono a sovrapporre gli eventi storici confondendo i singoli accadimenti. Boetti, come una sorta di Zelig guerriero, inizia ad assumere più identità esattamente come, contro ogni discrepanza, gli era stata attribuita in passato una specie di ubiquità che lo rendeva presente ovunque ed in nessun posto.
Con ogni probabilità, Boetti-Mansùr non ha mai attaccato in forze la Georgia, limitandosi più verosimilmente a taglieggiare i villaggi di confine con rapide scorrerie, alla stregua di un qualunque brigante di frontiera.
Secondo i suoi biografi G.B.Boetti, alias Mansùr, avrebbe invaso la Georgia con un’armata di quasi 40.000 uomini (come supportasse, senza un’intendenza militare, la logistica ed i vettovagliamenti resta un mistero), intorno al 1785, sbaragliando le truppe georgiane e russe al comando del re Eraclio II. L’invasione sarebbe culminata col saccheggio della capitale del regno, Tiflis (ovvero Tblisi), la morte di 22.000 georgiani e la vendita di altri 10.000 come schiavi a Costantinopoli. Il monaco guerriero avrebbe poi ingrossato le fila del suo esercito con l’incredibile numero di 80.000 guerrieri, radunando circassi, tartari, armeni, curdi, rinnegati turchi e georgiani.
Quasi certamente la presunta invasione della Georgia, effettuata dal Boetti-Mansùr nel 1785, viene confusa col devastante attacco persiano dello spietato Agha Muḥammad Khān Qājār, il crudele eunuco divenuto Shahanshah (Re dei Re) della Persia, avvenuta però dieci anni dopo le gesta attribuite a Boetti. Di sicuro, la grande vittoria del profeta viene confusa con la battaglia di Krtsanisi (Settembre 1795). C’è inoltre da aggiungere che il contingente russo, alleato coi georgiani, era tutt’altro che “numeroso”: due battaglioni di fanteria con quattro batterie di artiglieria da campo.

 Stando piuttosto alla “Relazione”, ovvero il diario personale che si presume Boetti abbia scritto di suo stesso pugno, pare si sia accampato con le sue bande per oltre un mese ed a pochi giorni di marcia dalla città marittima di Smirne, cazzeggiando in interminabili tatticismi con un’ambasceria del Sultano. Per le trattative, assume un segretario greco, probabilmente una spia della Sublime Porta, che pensa bene di tradirlo e far ritorno a Costantinopoli non prima di sottrarre al Boetti-Mansùr (che in minchioneria non è secondo a nessuno) una bella schiava circassa, una cassa di preziosi, ed il famoso diario di memorie che infatti porta come ultima data il 28/10/1786.
A complicar le cose, nella Relazione in francese, Mansùr viene però descritto in terza persona:

«Assunto pertanto il titolo di Sheik-Oghan-Oolò,strano nome che a noi riesce, salvo nella prima parte che significa capo o sceicco, indecifrabile, ricevuta da Costantinopoli, per la via d’Off, porto del mar Nero, ragguardevole copia di munizioni e di cannoni da campagna, egli mutò di nuovo direzione alla sua marcia, dirigendosi ora verso la Georgia. Rimane pure oscuro come egli sia riuscito ad avere presso di se ingegneri e fonditori europei; ma è assodato ch’egli ne ebbe nel suo campo un bel numero, Mangia sei volte al giorno il cibo preparatogli non già dal suo cuoco, ma da una donna cinquantacinquenne; preferisce alla carne i legumi; non beve ne vino, ne liquori, è gran fumatore di tabacco; veste più alla persiana che alla turca; nel prender riposo giace vestito “sur un sophà et il ne conche que tout seul”. Ha molte persone al suo servizio, ma non si vale che di tre uomini assai attempati. Le sue donne abitano lontano da lui, ed egli non le visita giammai da solo; le fa servire da schiave more: non le sorveglia per mezzo di eunuchi; ma anzi loro concede libertà di andarsene quando a loro piaccia e di unirsi a chi loro meglio talenti. Ama molto la caccia e la pesca, si esercita all’arco ed alla freccia, slanca ogni giorno cinque o sei cavalli. La sua generosità è grande, il suo cuore pietoso, il suo corpo infaticabile. Ha aspetto nobile e assai piacente; portamento maestoso, sguardo fiero e al tempo stesso dolce; legge nel cuor degli uomini senza ingannarsi, ha cure amorose per la sua barba, che non è troppo lunga e termina in punta […] Fedele osservatore della sua parola, esige dagli altri pari fedeltà; rigido e scrupoloso nell’adempimento dei suoi doveri, non permette alcuna rilassatezza. Con straordinario sangue freddo sa commettere, senza scomporsi, le più buone e le più malvagie cose

LA GUERRA CONTRO I RUSSI
 Nel conflitto con l’Impero zarista, la confusione si fa totale e la figura mitizzata di Giambattista Boetti alias Profeta Mansùr, alias Sheik Oghan Oolò, arriva ad identificarsi e fondersi con il leader della rivolta cecena Shaykh Mansur Ushurma.
Nel Marzo del 1785 il comandante russo della guarnigione nella fortezza caucasica di Vladikavkaz invia dispacci allarmati sull’attività di un “falso profeta” di origine straniera, spalleggiato dal governo ottomano, che dalla regione di Kabarda (l’odierno Cabardino-Balkaria) con bande di Circassi, Daghestani e Calmucchi, sta organizzando scorribande armate nei territori della Cecenia e dell’Ossezia, spingendo le incursioni fino in Georgia.
A tamponare la minaccia, viene inviato (curiosità della Storia!) un altro italiano: il colonnello Nicola De Pieri, che opera al servizio degli zar, al comando di un corpo di spedizione russo, forte di circa 2.000 soldati imperiali, per conto del generale e ammiraglio Fëdor Apraksin, virtualmente responsabile del comando militare per i territori del Caucaso.
Il col. Pieri ed il suo reggimento raggiungono il villaggio ceceno di Aldy, dove si presume che Mansùr abbia la sua base e del quale asserisce di essere originario. Trovato l’abitato deserto, i russi lo danno alle fiamme. Invece di attendere i rinforzi e muovere con prudenza, come pare gli fosse stato raccomandato, il colonnello italiano si lancia con truppe esigue alla caccia dei ribelli, andando incontro ad una sonora sconfitta sulle rive del fiume Sunža (Sunja), agli inizi di Giugno. Nella battaglia lo sfortunato comandante lascia sul campo più di 600 soldati, svariati prigionieri, e si salva a stento insieme ad un centinaio di sopravvissuti ed una manciata di pochi ufficiali (sette per l’esattezza), segnando una delle peggior sconfitte che l’esercito regolare di Caterina abbia mai subito. Paradossalmente, questa contro l’italiano De Pieri è l’unica vera vittoria che Boetti-Mansùr-Ushurma potrà vantare in tutti i suoi sei anni di guerra contro i Russi.

Anno 1786, il principe georgiano di Gori versa un tributo per evitare rappresaglie, mentre l’agha curdo di Bitlis viene duramente sconfitto in battaglia dopo aver tentato di respingere le razzie di Mansùr. Le truppe imperiali del generale Apraksin non riescono ad aver ragione dei ribelli e, non abituate alla guerriglia, cadono in continue imboscate.
Nel 1787, il comando passa al principe Grigorij Aleksandrovič Potëmkin (prorio quello della famosa corazzata). Negli anni successivi di guerra, che nel frattempo si allarga all’Impero ottomano, il profeta Mansùr è respinto ovunque. Mentre il generale Tekkeli fa terra bruciata delle basi dei ribelli, Mansùr occupa la fortezza turca di Anepa, la quale viene posta sotto assedio dall’esercito russo che la cannoneggia a distanza, senza esporsi ad inutili rischi e falcidiando a migliaia i seguaci del profeta che non si rassegnano alle sortite suicide.
Nel 1791 Mansùr si arrende al generale Gudovich che assedia Anepa e condotto a San Pietroburgo al cospetto della zarina Caterina che però non lo fa giustiziare.
 Chiunque fosse, Mansùr, ovvero Boetti, o forse Sheik Ushurma, non tornerà mai in Piemonte ma concluderà i suoi giorni in un monastero sull’isola di Solovetskij nel Mar Bianco, dove muore il 15/09/1798. Per altri l’anno della sua scomparsa è invece il 1794. Difficile resta capire quale dei vari personaggi fosse davvero quello reale.

“Il cerchio si chiude; egli rientra nell’ombra del chiostro donde era uscito dietro la lusinga di fallaci miraggi di gloria. La sua esistenza irrequieta si spegne nell’oblio e con lui cade il potere effimero del suo nome, che non aveva fondamento saldo e durevole, ma si reggeva soltanto sul fanatismo ignorante de’ suoi seguaci.”

BIBLIOGRAFIA:

Francesco Becattini: “Istoria politica ecclesiastica e militare del secolo XVIII”. Vol.VII, Milano 1798, pp. 68 s., 75, 227 s.; “Vita e fasti di Giuseppe II d’Austria”, Lugano 1829, III, pp. 173 s.
M. le comte de Ségur: “Mémoires ou souvenirs”, V, Turin 1829, pp. 129 s., 152.
E. Ottino: “Curiosità e ricerche di storia subalpina”,Torino 1876, pp. 329 ss.
A. D’Ancona: “Viaggiatori e avventurieri”, Firenze 1911-1912, pp. 433-450.
P.Dionigi Damonte: “Il profeta Mansur”, Moncalvo 1882.
A.G. Cagna: “Mansùr”, Casale 1897.
Francesco Picco: “Un avventuriero monferrino del secolo XVIII (Padre G. B. B. detto il Profeta Mansur)”, in “Rivista di storia, arte, archeologia della prov. di Alessandria”, numero X (1901), pp.23-107 (ristampato a parte: “Il Profeta Mansur”, Genova 1915).
L. Gabotto: “Una singolare figura di Monferrino”, (1938).
Robert C. Melzi: “The conquering monk, Giovanni Battista Boetti: the story of Al Mansur, an eighteenth-century Italian cleric who conquered Chechnya and Daghestan”. Chapel Hill, 2005.
Alexandre Bennigsen: “Giovanni Battista Boetti (1743-1794) che sotto il nome di profeta Mansur conquistò l’Armenia, il Kurdistan, la Georgia e la Circassia e vi regnò sei anni quale sovrano assoluto”. Oemme, 1989.
Gianni Marocco: “Giovan Battista Boetti: realtà o mistificazione? Contributo ad una questione irrisolta”. Studi Piemontesi, vol. X, fasc.2 (Nov.1981).
Senza fonte: “Giambattista Boetti. Il Piemontese diventato profeta Mansùr medico occasionale e conquistatore effimero” (1955).

Una bibliografia completa la trovate comunque QUI (a dispetto del disclaimer, il sito è innocuo).

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