Archivio per Impero Romano

MAOMETTO E CARLOMAGNO

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , on 15 dicembre 2015 by Sendivogius

The roots of jihad

L’opera di Henri Pirenne si è sempre prestata a tutte le opinioni e tutte le contestazioni, prima di cadere nell’oblio e ridursi a letture antologiche in estratti per svogliatissimi studenti liceali che non saprebbero distinguere un tordo da una quaglia.
Henri PirenneApprossimativo, superato, inesatto. Acuto, innovativo, brillante. Pirenne è un autore che va letto, non foss’altro per la sua prosa semplice e scorrevolissima. Fa sempre la sua bella figura nella vostra più o meno copiosa biblioteca domestica. Ed è comunque un ottimo regalo di natale, al posto di ben altri orrori letterari che infestano le librerie.
In un’epoca confusa e ipocrita come la nostra, in cui le guerre si combattono ma si passa il tempo a negarne l’esistenza, riscoprire le pagine del dimenticato Pirenne (a ottanta anni dalla sua scomparsa) potrebbe costituire un’interessante sorpresa. In fondo, con più di qualche forzatura, è una storia di immigrazione, scontri e integrazioni culturali… Nel delineare gli aspetti dell’espansione islamica nel Mediterraneo e le trasformazioni più o meno conseguenti dell’Europa carolingia, lo storico belga forse è uno dei pochi studiosi ad infrangere, si potrebbe dire a sua insaputa, un certo cliché consolidato (a cui si oppongono altrettanti stereotipi contrari) e costruito attorno alla favoletta buona di un islam delle origini, tanto aperto quanto e tollerante (ma certamente non pacifico), in contrapposizione alle cupezze di un medioevo oscuro e barbarico di un Europa sprofondata nei secoli bui. Attraverso una prosa agevole e accattivante, Pirenne intuisce l’essenza di tanta “tolleranza”, cogliendone forse la natura più prossima al vero, liquidata in poche e significative righe:

Siege of Amorium«Per comprendere l’espansione dell’Islam nel VII secolo niente è più suggestivo che confrontarla, nel suo impatto sull’Impero romano, con le invasioni germaniche….. Quando l’Impero, con le sue frontiere in frantumi, abbandona la lotta, i suoi invasori si lasciano subito assorbire da esso e, per quanto possibile, ne continuano la civiltà entrando nella comunità su cui essa si fonda.
Late Romans vs Germanic Goths[…] Il problema che si pone è capire perché gli Arabi, che non erano certamente più numerosi dei Germani, non furono come questi assorbiti dalle popolazioni dei paesi di civiltà superiore di cui si impadronirono. Il nocciolo della questione è tutto qui. C’è solo una possibile risposta ed è di ordine morale. Mentre i Germani non avevano niente da opporre al cristianesimo dell’Impero, gli Arabi erano esaltati da una nuova fede. Fu questo e questo soltanto che li rese inassimilabili. Per il resto infatti non avevano maggiori prevenzioni dei Germani contro la civiltà dei popoli che avevano conquistato. Anzi, l’assimilarono con sorprendente rapidità: nelle scienze si misero alla scuola dei Greci, in arte a quella dei Greci e dei Persiani. Non erano neanche fanatici, almeno all’inizio, e non avevano intenzione di convertire i loro sudditi. Ma volevano che obbedissero al dio unico, Allah, e al suo profeta Maometto, e poiché costui era arabo all’Arabia. La loro religione universale era al tempo stesso nazionale. Erano i servitori di dio.
Esercito OmayadeIslam significava rassegnazione o sottomissione a Dio e musulmano significa sottomesso. Allah è uno ed è logico quindi che tutti i suoi servitori abbiano l’obbligo di imporlo ai miscredenti, agli infedeli. Quello che essi si propongono non è, come abbiamo detto, la loro conversione ma il loro assoggettamento. Sono questi i principi che essi portano con sé. Dopo la conquista non chiedono di meglio che prendere come bottino la scienza e l’arte degli infedeli: le coltiveranno in nome di Allah. Si impadroniranno anche delle istituzioni, nella misura in cui saranno loro utili. Per dominare l’impero che hanno fondato non possono più basarsi sulle proprie istituizioni tribali, così come i Germani non poterono imporre le loro all’Impero romano. La differenza è che, ovunque si trovino, dominano. I vinti sono loro sudditi ed essi soli pagano l’imposta, perché sono fuori dalla comunità dei credenti. La barriera è insormontabile: non può esserci alcuna fusione tra le popolazioni conquistate ed i musulmani….. Presso i Germani il vincitore andrà spontaneamente al vinto. Con gli Arabi è il contrario: il vinto andrà al vincitore e potrà farlo solo servendo, come lui, leggendo come lui il Corano, imparando dunque la lingua araba che è la lingua santa e al contempo la lingua stessa dei dominatori.
Guerriero arabo VIII secoloNessun proselitismo e neppure alcuna pressione religiosa, come invece era avvenuto per i cristiani col trionfo della Chiesa. “Se Dio avesse voluto”, dice il Corano, “avrebbe fatto di tutti gli uomini un solo popolo”, e condanna testualmente la violenza contro l’errore. Esige solo obbedienza ad Allah, obbedienza esteriore di esseri inferiori, degradati, spregevoli, che sono tollerati ma vivono nell’abiezione. E ciò è insopportabile e demoralizzante per l’infedele. La sua fede non viene combattuta, ma ignorata. E questo è il mezzo più efficace per distaccarlo e condurlo ad Allah il quale, restituendogli la sua dignità, gli aprirà al tempo stesso le porte della città musulmana. E poiché la sua religione obbliga il mussulmano a trattare l’infedele come soggetto, l’infedele va a lui e così facendo spezza i legami con la sua patria ed il suo popolo. Il Germano si romanizza dal momento in cui penetra nella “Romania”, il Romano invece si arabizza dal momento in cui viene conquistato dall’Islam, e poco importa che, ancora in pieno ‘medioevo’, sopravvivano in mezzo ai musulmani piccole comunità di copti, nestoriani, e soprattutto Ebrei. Questo non impedisce una profonda trasformazione di tutto l’ambiente. Avviene una rottura, un taglio netto con il Coranopassato. Il nuovo signore non permette più che nell’ambito in cui esercita il proprio dominio una qualche influenza possa sfuggire al rigido controllo di Allah. Il suo diritto, la cui principale fonte è costituita dal Corano, si sostituisce al diritto romano, la sua lingua al greco ed al latino.
Cristianizzandosi, l’Impero aveva per così dire cambiato anima; islamizzandosi cambia a un tempo anima e corpo. La società civile non è meno trasformata della società religiosa. Con l’Islam un nuovo mondo irrompe su quelle coste del Mediterraneo dove Roma aveva diffuso il sincretismo della sua civiltà. Si produce una lacerazione che durerà fino ai giorni nostri

Henri Pirenne
“Maometto e Carlomagno”
Newton Compton
Roma, 1993

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Il Piano B

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 14 giugno 2015 by Sendivogius

John-Constantine-with-gun

Nel delineare una “nuova storia” sulle cause che condussero alla caduta dell’Impero romano (d’Occidente), lo storico britannico Peter Heather liquida la questione dei profughi con poche parole, più che sufficienti ad esaurire la faccenda:

Peter Heather  «Quello degli immigrati non era affatto un problema nuovo per l’impero, che spesso lasciava entrare gli stranieri: un flusso pressoché costante di individui in cerca di fortuna, e di tanto in tanto migrazioni anche più consistenti. In latino c’è un termine specifico per indicare l’accoglienza dei migranti: “receptio”. Un’iscrizione del I secolo d.C. registra il fatto che il governatore di Nerone trasportò in Tracia 100.000 persone provenienti da “oltre il Danubio” (transidanuviani).
TetrarchiNel 300 d.C. gli imperatori della tetrarchia riallocarono entro i confini dell’impero decine di migliaia di Carpi provenienti dalla Dacia, disperdendoli in varie comunità del Danubio, dall’Ungheria al Mar Nero.
Tra i due episodi si erano verificati innumerevoli flussi analoghi; mentre è difficile sostenere che il trattamento riservato fosse sempre e dovunque lo stesso, è possibile enucleare alcuni schemi ricorrenti. Se tra l’impero ed i richiedenti asilo i rapporti erano buoni e se la migrazione avveniva per mutuo accordo, alcuni dei giovani maschi immigrati venivano arruolati nell’esercito e il resto della popolazione veniva sparpagliata in tutta la superficie dell’impero, impiegato in agricoltura e di lì in poi assoggettato alle tasse come tutti gli altri. […] Se invece i rapporti non erano idilliaci…. le condizioni erano più dure.
[…] C’è poi un altro denominatore comune a tutti i casi documentati di immigrati cui fu concesso di stabilirsi entro i confini dell’impero. Gli imperatori non lasciavano mai entrare i migranti così, sulla parola, ma si assicuravano di poterne controllare militarmente le mosse…. confidando che le forze romane in loco avrebbero potuto sedare eventuali disordini

Rome soldierPeter Heather
La caduta dell’impero
romano. Una nuova storia
Garzanti (Milano, 2006)

Quando per una serie di sfortunate circostanze ed impressionanti errori di valutazione ciò non fu più possibile, l’Impero si avvitò nell’ennesima crisi dalla quale però non fu più in grado di riprendersi, fino alla sua inesorabile caduta.

Comitatenses

Ora, paragonare l’impaludata gilda mercantile che si fa chiamare pomposamente “Unione europea” ai fasti ed alle miserie dello scomparso Impero Romano sarebbe quantomeno fuori luogo e costituirebbe una pacchiana forzatura storica, se non fosse che questo costituisce a tutt’oggi l’unico precedente di un’Europa unita sotto un apparato amministrativo complesso, con regole uniformate ed una moneta comune. Dal confronto, escludiamo volutamente l’Europa carolingia, col suo “sacro romano impero” che consisteva più che altro in un regno proprietario, inteso come patrimonio di famiglia e basato sul vassallaggio feudale, rozzamente intagliato sulle rovine del precedente latino.
BurgundiIn entrambe i casi, niente a che vedere con l’attuale sommatoria di 28 egoismi nazionali, raggrumati alla peggio in una tecnoburocrazia monetarista, che sostanzialmente funziona come un’immensa agenzia di recupero crediti a garanzia dei suoi fondi salva-banche, per l’indebitamento statale tramite la cessione delle insolvenze in una gigantesca operazione di cash-pooling, con un unico beneficiario: la Germania. Oggi come ieri è la ‘nazione’ über alles, per un’Europa strutturata ad immagine e garanzia degli interessi tedeschi, con un modello commerciale di riferimento prevalente che non va oltre l’esperienza della Lega Anseatica coi suoi richiami neo-mercantilisti.
hanza-mapSu quale poi sia lo spirito che sottende una simile filosofia, alla base di un ordine strutturato soprattutto a livello economico, nelle sue Considerazioni di un impolitico uno scrittore come Thomas Mann tirava in ballo direttamente il russo Dostoevskij per spiegare la peculiarità tedesca:

Considerazioni di un impolitico«Quello che Dostoevskij chiama il “radicalismo cosmopolitico” è quell’indirizzo spirituale che ha per mèta finale la società della civiltà democratica, la république sociale, démocratique et universelle; empire of human civilization. È davvero un’idea illusoria dei nostri nemici? Comunque, illusoria o no: non possono essere che nemici della Germania quelli che vagheggiano una siffatta “idea illusoria”, perché una cosa è certa: che in una fusione delle democrazie nazionali in una democrazia europea e mondiale non rimarrebbe più nulla della sostanza tedesca. La democrazia mondiale, l’impero della civilizzazazione, la “società dell’umanità”, potrebbe avere un carattere piuttosto latino o anglo-sassone, nel quale lo spirito tedesco finirebbe coi diluire e sparire, verrebbe estirpato, non esisterebbe più.
E la Germania? E i tedeschi? Dostoevskij dice: “L’aspetto caratteristico, essenziale di questo popolo grande, orgoglioso e singolare, è consistito sempre, fin dal primo momento in cui fece la sua apparizione nel mondo della storia, nel fatto che mai, né nei suoi destini, né nei suoi principi, ha accettato di unificarsi con l’estremo mondo occidentale, cioè con tutti gli eredi dell’antico patrimonio romano. Contro quel mondo lo spirito tedesco ha protestato per tutto il corso degli ultimi duemila anni e, anche se non ha pronunciato il proprio verbo non ha formulato in contorni precisi il suo ideale, che sostituisse positivamente l’antica idea romana da lui stesso distrutta, tuttavia, credo – dice Dostoevskij (e questo è un punto poderoso della sua trattazione, ci si accorge d’un tratto con chi abbiamo a che fare: col primo psicologo della letteratura universale) – in cuor suo quello spirito è stato sempre convinto che prima o poi avrebbe saputo pronunciare questo nuovo verbo e guidare con quello l’umanità”.
T.Mann […] Era dunque ugualmente chiaro a tutti fin dal primo momento, penso io, che le radici spirituali di questa guerra che ha tutti i titoli possibili per chiamarsi “guerra tedesca”, affondano nel “protestantesimo” organico e storico della Germania; era chiaro che questa guerra rappresenta in sostanza una nuova esplosione, la più grandiosa forse e molti credono l’ultima, dell’antichissima lotta dei tedeschi contro lo spirito dell’occidente, ed anche della lotta dello spirito romano contro la pervicace Germania

Thomas Mann
Considerazioni di un impolitico
Adelphi, 1997.

Fanteria tedesca in Alsazia (1914)Smaltiti gli effluvi della grande sbornia nazionalista che portarono la Germania alla catastrofe della grande guerra, Thomas Mann ebbe a sperimentare personalmente su quali fondamenti spirituali poggiasse l’eccezionalità germanica nella supremazia di questo popolo tanto introverso, questo popolo della metafisica, della pedagogia, la cui anima non ha un orientamento politico, bensì morale, giacché “democrazia vuol dire predominio della politica”

10 Maggio 1933 - Rogo dei libri a Berlino«La democrazia e la politica stessa sono estranee e venefiche al carattere tedesco….. Io mi dichiaro profondamente convinto che il popolo tedesco non potrà mai amare la democrazia politica per il semplice motivo che non può amare la politica stessa, e che il tanto deprecato “Stato dell’autorità costituita” è e rimane la forma di Stato che più gli è adeguata e congeniale, quella che in fondo lui stesso si è scelta.
[…] Lo spirito non è politica: per un tedesco non c’è bisogno di appartenere al cattivo secolo diciannovesimo per fare di questo “non è” questione di vita o di morte. La differenza fra spirito e politica implica quella fra cultura e civilizzazione, fra anima e società, fra libertà e diritto di voto, fra arte e letteratura; ora la “germanicità” è cultura, anima, libertà, arte, e non civilizzazione, società, diritto di voto, letteratura.
[…] I pregi della nazione e dell’arte tedesca sono di carattere preminentemente etico, in contrasto con l’intellettualismo della civilizzazione occidentale

G.Hackert - Goethe a Roma visita il ColosseoNon per niente, per molti spiriti magni di teutonica schiatta, uno dei massimi approcci culturali al mondo latino era la contemplazione romantica delle rovine di un mondo che, in fondo e loro malgrado, avevano pur contribuito a distruggere, finanto che non hanno deciso poi di riplasmare l’Europa in nome dell’ordine, dell’obbedienza, della propedeutica del dovere nel culto dell’autorità che è sempre pedagogica anche nella coercizione più estrema (rieducare i popoli alle virtù tedesche) nella sua “antipoliticità”.

Invece, a livello mediterraneo, dell’antica dimensione imperiale resta più che altro la pletora ciarliera degli aspiranti ‘cesari’. E al massimo si tratta di Romoli Augustoli, che si avvicendano sui loro effimeri troni di cartapesta, gigioneggiando nei teatrini di una politica indegna, con tutta la prosaicità ridanciana della loro fanfaronaggine parolaia.

renzi

Ascoltare i cinguettii del principino rignanese che pigola qualcosa a proposito di “accoglienza europea” e “redistribuzione delle quote”, dopo aver strombazzato urbi et orbi gli eccezionali successi epocali della sempre più evanescente Federica Mogherini, e bofonchia l’esistenza di un “Piano B” per affrontare l’emergenza immigrazione, supportato com’è da quell’altro monumento all’inutile che è il suo degno compare Angelino Alfano agli Interni, restituisce tutto il senso della farsa ad un Paese sempre più allo sbando. Nell’assoluta latitanza delle fantomatiche istituzioni europee, che esistono unicamente per tirar di conto, nella sua ritrovata “sovranità nazionale” l’Italietta decisionista del Bambino Matteo sta scoprendo a sue spese che l’immigrazione, se gestita male (o meglio: se non gestita affatto), ben lungi dall’essere una “risorsa”, può essere un problema (e anche dei più scabbiosi); che le strutture locali non sono assolutamente attrezzate per gestire l’ondata migratoria; che bastano appena 100 profughi afghani per mandare in tilt città come Udine; che una simile massa di indigenti e disperati da importazione rischia davvero di portare al collasso col loro peso le già precarie strutture sanitarie e di pubblica assistenza, rischiando di innescare una reazione incontrollabile in una sorta di dumping sociale tutto al ribasso. Che non ha davvero senso andare a raccogliere fin sotto la costa libica migliaia di migranti, che poi non si sa assolutamente come gestire ed integrare. E che certo questo non costituisce un deterrente all’esodo di massa che anzi ne risulta incentivato nella certezza del trasbordo, mettendo in mare qualsiasi cosa galleggi fino ad un miglio dalla costa africana. E che è un bene che la totalità dei migranti, nonostante le condizioni bestiali a cui sono costretti, sia finora costituita da persone assolutamente pacifiche e inermi.

Italian Prime Minister Matteo Renzi during the meeting with French Ambassador in Italy, Catherine Colonna (not seen), at Farnese Palace in Rome, Italy, 07 January 2015. ANSA/ANGELO CARCONI

Suo malgrado, il Bimbetto rignanese ed i suoi accoliti stanno scoprendo che nel resto dell’Europa, stremato dalla lunga recessione e con milioni di disoccupati da riallocare e sistemi di assistenza sociale drammaticamente a corto di fondi, una simile “risorsa” nessuno la vuole e trovano comodissimo utilizzare le propaggini meridionali del continente (Grecia ed Italia) come immensi recinti per bloccare il transito di indesiderati. Ne si può pretendere che i singoli paesi si facciano carico di un problema che il governo italiano non sa assolutamente affrontare, nella schizofrenica confusione che ne contraddistingue le iniziative.
Il Piccolo Principe sta cominciando a capire che sarà proprio la questione migratoria a segnare la fine del suo effimero potere: non lo scempio costituzionale in atto, con l’abuso della decretazione d’urgenza e la concentrazione dei poteri; non la farsa dei contratti a monetarizzazione crescente spacciati per nuova occupazione; non l’impoverimento progressivo dei ceti medio-bassi della società italiana; non lo smantellamento della scuola pubblica; non la pioggia di scandali e ruberie a non finire, che rischiano di far sembrare il PSI craxiano un partito di reprobi… bensì proprio l’assoluta inadeguatezza, nel gestire una delle questioni più antiche del mondo come l’immigrazione, rischia di travolgere questo abborracciato bulletto di provincia, sull’onda lunga delle paure degli italiani e la solleticazione dei loro peggiori istinti, che se portati all’esasperazione non conducono mai a niente di buono…

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BARBARI

Posted in Kulturkampf, Ossessioni Securitarie with tags , , , , , , , , , , , , on 18 maggio 2015 by Sendivogius

Attila Total War

L’immigrazione è una questione estremamente seria e dannatamente complicata, per essere lasciata all’improvvisazione di qualche burocrate contabile. Per questo ci rimettiamo all’incompetenza di austeri naufraghi della democrazia dalla pletorica inconcludenza, o agli allarmismi Matteo Salviniapocalittici di squallidi professionisti della paura, ai quali fa da controaltare il piacionismo solottiero dei buoni sentimenti: l’altra faccia di una medesima idiozia uguale e contraria, per identica cialtroneria da spendere ad uso mediatico.
Perché il problema è noto e antico, ma la soluzione sempre incerta…

Vi vogliamo così!

«Un mondo che si considera prospero e civile, segnato da disuguaglianze e squilibri al suo interno, ma forte di un’amministrazione stabile e di un’economia integrata; all’esterno, popoli costretti a sopravvivere con risorse insufficienti, minacciati dalla fame e dalla guerra, e che sempre più spesso chiedono di entrare; una frontiera militarizzata per filtrare profughi e immigrati; e autorità di governo che debbono decidere volta per volta il comportamento da tenere verso queste emergenze, con una gamma di opzioni che va dall’allontanamento forzato all’accoglienza in massa, dalla fissazione di quote d’ingresso all’offerta di aiuti umanitari e posti di lavoro. Potrebbe sembrare una descrizione del nostro mondo, e invece è la situazione in cui si trovò per secoli l’impero romano di fronte ai barbari, prima che si esaurisse, con conseguenze catastrofiche, la sua capacità di gestire in modo controllato la sfida dell’immigrazione.
LIMITANEI by AMELIANVS […] Parlare di immigrazione significa parlare di frontiere: un argomento su cui ferve da qualche tempo un intenso dibattito storiografico, che impedisce le facili generalizzazioni cui si era abituati in passato. Non è più possibile affermare che lungo tutta la sua estensione l’impero romano fosse protetto da un confine chiaramente tracciato e fortificato, capace di marcare anche fisicamente la frontiera tra la romanità e la barbaria. In certe zone, come l’Africa e l’Arabia, il confine era fluido; là dove non si appoggiava a un fiume, come accadeva sul Reno, sul Danubio e in certa misura sull’Eufrate, ma doveva fare i conti con spazi deserti abitati da popolazioni nomadi, individuarlo con precisione sul terreno o tracciarlo sulla carta geografica risulta oggi difficile e probabilmente lo sarebbe stato anche per i funzionari romani…..
Vallo di Adriano[…] La differenza principale fra l’immigrazione antica e quella odierna consiste dunque in questo, che in epoca romana il fenomeno si attuava normalmente in forma collettiva e assistita anziché attraverso una somma di percorsi individuali, e si concludeva con l’insediamento nelle campagne, piuttosto che nelle città.
Late Roman CavalryPer molto tempo l’impero riuscì a gestire l’afflusso, favorendo l’assimilazione degli immigrati e impiegandoli con successo tanto per rivitalizzare la produzione agricola, quanto per infoltire i ranghi dell’esercito; a un certo punto, invece, qualcosa cominciò ad andare storto, e la presenza di nuovi arrivati manifestò effetti destabilizzanti. La catastrofe di Adrianopoli, nel 378, è solo la conseguenza più vistosa di una nuova incapacità di gestire e controllare i flussi di immigrazione: quella che era cominciata come una brutta storia di profughi prima respinti e poi accettati, di abusi e malversazioni nella gestione dei campi d’accoglienza, finì per costare la vita a un imperatore e per segnare una svolta epocale nella storia di Roma, aprendo la via ai grandi stanziamenti malcontrollati di barbari che fra IV e V secolo liquidano la nozione stessa di un territorio romano opposto al ‘barbaricum’ e prefigurano la dissoluzione dell’impero in Occidente. Lo studio dell’immigrazione si rivela, così, anche un modo per affrontare da un’angolatura nuova, e sul lungo periodo, il problema sempre aperto della trasformazione del mondo romano fra Antichità e Medioevo.
Coorte dei Lanciarii Iuniores alla battaglia di Adrianopoli[…] A partire al più tardi dalla crisi del III secolo, l’immigrazione rappresentò per l’impero romano una risorsa indispensabile. Tanto il ripopolamento delle campagne spopolate dalla guerra e dalle epidemie, quanto il reclutamento di un esercito ossessionato dalla fame di uomini, finirono per dipendere in larga misura dalla capacità del governo di accogliere immigrati, o, in caso di bisogno, di organizzare deportazioni forzate verso l’interno dell’impero. Nonostante l’estrema brutalità con cui queste operazioni venivano normalmente condotte, e la paurosa corruzione degli apparati incaricati di gestirle, esisteva comunque un consenso di fondo sulla necessità di questa manodopera, e sull’opportunità di favorirne l’assimilazione.
[…] Questa linea assimilazionista era, naturalmente, espressione di un’autocrazia che riteneva di avere le mani completamente libere per attuare qualsiasi politica apparisse di giovamento allo Stato. Se nell’epoca del principato si era ancora levata qualche voce di protesta a difendere la purezza della stirpe minacciata da troppe concessioni di cittadinanza, più tardi questo genere di lamentele viene completamente soffocato. Il governo imperiale non ha il minimo interesse a difendere l’omogeneità etnica della popolazione, e del resto è indifferente anche a quella della truppa; semplicemente, preoccupazioni di questo genere non vengono prese in considerazione.
Tardo Antico - Coscrizione (V secolo)[…] Le campagne, le grandi dimenticate di tutta la storia romana, erano per il governo una tabula rasa in cui era possibile compiere qualsiasi esperimento di ingegneria sociale, purché alla fine la terra fosse coltivata e gli uomini iscritti sui registri degli uffici di leva.
Coscrizione (by Aemilianus)[…] A determinare il collasso del sistema fu un accumulo di disfunzioni, che tuttavia non avrebbero avuto un impatto così devastante senza un’improvvisa accelerazione della congiuntura. La corruzione delle amministrazioni che gestivano l’ingresso e lo stanziamento degli immigrati trasformò l’emergenza del 376, già difficile da gestire in condizioni normali, in un incubo senza soluzioni. A sua volta, la gravità della situazione che era venuta a crearsi rese pressoché impraticabili le soluzioni consuete, che pure avevano sempre funzionato in precedenza.
Migrazione dei Goti[…] La situazione precipitò definitivamente quando l’impero si vide costretto a lasciar entrare moltitudini di gente che in realtà non sapeva come sistemare, e proporre loro sistemazioni troppo precarie per essere soddisfacenti; quando, cioè, sotto la spinta delle circostanze non si poté più parlare di una politica dell’immigrazione, come quella che bene o male, in modi brutali e corrotti, aveva comunque permesso di accogliere una moltitudine di profughi e immigrati, e di rinnovare profondamente la composizione etnica degli stessi gruppi dirigenti. A partire da allora, gli stanziamenti delle bande barbariche e dei loro capi sul suolo delle province d’Occidente, e gli obblighi di mantenimento imposti alle popolazioni provinciali, comportarono sempre più spesso una perdita dell’effettivo controllo governativo su quei territori, e la nascita, col tempo, di regni dapprima autonomi e poi a tutti gli effetti indipendenti; ovvero quella che, con il nostro abituale etnocentrismo, siamo soliti definire caduta dell’impero romano, dimenticandoci di aggiungere “d’Occidente”»

barbariAlessandro Barbero
Barbari.
Immigrati, profughi, deportati nell’Impero Romano

Laterza
(2006)

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