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Dictionnaire Philosophique

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 13 gennaio 2015 by Sendivogius

post-apocalypse

Evocato quasi sempre sproposito dai personaggi più improbabili, François Marie Arouet (in arte Voltaire) meriterebbe più rispetto, invece di essere utilizzato come il feticcio prediletto di ogni cretino dall’ingegno limitato, che per legittimare le proprie scemenze, nell’illusione di fornire ad esse una qualche parvenza di rispettabilità, invoca a nume tutelare il nome del filosofo di cui peraltro non ha mai letto nulla nemmeno per sbaglio, ignorando tutto del suo pensiero. Altrimenti saprebbe che aveva pochissime simpatie per gli ebrei; che si faceva gran beffe di religioni ed ecclesiastici; che considerava il cristianesimo come il più fanatico e intollerante dei culti, mentre diceva un gran bene del “Gran Turco” (il Sultano ottomano) e dei “maomettani” in generale.
caccaNell’epoca degli aforismi spicci (senza che mai venga riportato il testo di provenienza) e delle battute a caratteri limitati, tutta la produzione di Voltaire viene condensata in una stucchevole frasetta ad usum idiotae, che peraltro l’Autore del Trattato sulla tolleranza (dove si parla di religione, intesa come “superstizione”) non pronunciò MAI. E probabilmente mai nemmeno pensò.
Voltaire, un cazzo!La maternità dell’abusata ‘citazione’ appartiene in realtà alla signora Evelyn Beatrice Hall, mentre Voltaire era morto e sepolto da circa 130 anni.
Il successo postumo dell’aprocrifo, oltre ad una mistificazione del pensiero illuminista, rappresenta a tutt’oggi un fenomeno tanto più grave, perché costituisce la forma più ricorrente di una idiozia assolutamente trasversale.
Infatti, la vita umana è un bene troppo prezioso per essere blandamente sacrificata a beneficio della prima testa di glande, che sfiata le sue imbarazzanti banalità nella sua presuntiva pretesa di dire boiate in libertà. Perché (sit venia verbo) Voltaire era ‘tollerante’, ma mica coglione!
Matteo SalviniTanto per capire di chi parliamo, riportiamo qualche citazione spiccia, ripresa dal suo Dizionario filosofico e che si addice alla situazione presente. Sì, l’avevamo già utilizzato in passato ma – come gli ‘antichi’ sanno – repetita iuvant.

TOLLERANZA
Costantino  «Costantino cominciò col promulgare un editto che permetteva tutte le religioni, e finì col perseguitarle. Prima di lui si era combattuto contro i cristiani solo perché cominciavano a costituire un partito nello Stato. I romani permettevano tutti i culti, perfino quelli degli ebrei e degli egiziani, per i quali provavano tanto disprezzo. Perché Roma li tollerava? Perché né gli egiziani, né gli stessi giudei, cercavano di distruggere l’antica religione dell’Impero; non correvano per le terre e per i mari a far proseliti: pensavano solo a far quattrini. Mentre è incontestabile che i cristiani volevano che la loro fosse la religione dominante. Gli ebrei non volevano che la statua di Giove stesse a Gerusalemme; ma i cristiani non volevano ch’essa stesse in Campidoglio. San Tommaso ha il coraggio di confessare che, se i cristiani non detronizzarono gli imperatori, fu solo perché non ci riuscirono. Convinti che tutta la terra dovesse essere cristiana, erano, dunque, necessariamente nemici di tutta la terra, finché questa non fosse convertita.
Rogo di un valdeseErano inoltre nemici gli uni degli altri su tutti i punti controversi della loro religione. Bisogna, anzitutto, considerare Gesù Cristo come Dio? Coloro che lo negano vengono anatemizzati sotto il nome di ebioniti, i quali a loro volta anatemizzano gli adoratori di Gesù.
Gesù palestratoAlcuni vogliono che tutti i beni siano in comune, come si sostiene che lo fossero al tempo degli apostoli? I loro avversari li chiamano nicolaiti, e li accusano dei più infami delitti. Altri tendono a una devozione mistica?
Vengono chiamati “gnostici” e ci si scaglia contro di loro con furore. Marcione disputa sulla Trinità? Lo si tratta da idolatra.
Tertulliano, Prassea, Origene, Novato, Novaziano, Sabellio, Donato, sono tutti perseguitati dai loro fratelli, prima di Costantino; e appena questi ha fatto trionfare la religione cristiana, gli atanasiani e gli stessi eusebiani si massacrano a vicenda; e, da allora sino ad oggi, la Chiesa cristiana s’è inondata di sangue.
Rogo inquisizioneIl popolo ebreo era, lo ammetto, un popolo assai barbaro. Scannava senza pietà tutti gli abitanti di uno sventurato piccolo paese, sul quale non aveva più diritti di quanti ne abbia oggi su Parigi e su Londra. Tuttavia, quando Naaman guarì dalla lebbra per essersi immerso sette volte nel Giordano; quando, per testimoniare la sua gratitudine a Eliseo, che gli aveva insegnato quel segreto, gli disse che avrebbe adorato per riconoscenza il Dio degli ebrei, riservandosi però la libertà di adorare anche il Dio del suo re e ne chiese il permesso a Eliseo, il profeta non esitò a concederglielo. Gli ebrei adoravano il loro Dio, ma non si meravigliavano del fatto che ogni popolo adorasse il proprio.
Trovavano giusto che Chemosh avesse concesso un certo distretto ai moabiti, purché Dio ne concedesse uno anche a loro. Giacobbe non esitò a sposare le figlie di un idolatra. Labano aveva il suo Dio, come Giacobbe aveva il suo. Ecco degli esempi di tolleranza presso il popolo più intollerante e crudele dell’antichità: noi lo abbiamo imitato nei suoi assurdi furori, e non nella sua indulgenza.
È chiaro che chiunque perseguiti un uomo, suo fratello, perché questi non è della sua opinione, è un mostro.
Questo è indiscutibile. Ma il governo, i magistrati, i principi, come si comporteranno con coloro che professano un culto diverso dal loro? Se sono stranieri potenti, è certo che un principe farà alleanza con loro. Il cristianissimo Francesco I, si alleerà con i musulmani contro Carlo V re cristianissimo. Francesco I darà denaro ai luterani di Germania per sostenerli nella loro rivolta contro l’imperatore, ma comincerà, secondo l’uso, col far bruciare i luterani che sono nel suo regno: li finanzia in Sassonia per ragioni politiche; li brucia, per le stesse ragioni, a Parigi. E cosa succederà? Le persecuzioni fanno proseliti; e ben presto la Francia sarà piena di nuovi protestanti. Dapprima, essi si lasceranno impiccare; poi impiccheranno a loro volta. Ci saranno guerre civili, poi verrà la notte di san Bartolomeo; e questo angolo del mondo sarà peggio di tutto quanto gli antichi e i moderni dissero dell’inferno

Francois Dubois - Notte di San Bartolomeo (Parigi 24 Agosto 1572)FANATISMO
«Il fanatismo sta alla superstizione come il delirio alla febbre, come le furie alla collera. Chi ha delle estasi, delle visioni, chi scambia i sogni per la realtà, e le immaginazioni per profezie, è un entusiasta; chi sostiene la propria follia con l’omicidio è un fanatico.
[…] Il più disgustoso esempio di fanatismo è quello dei borghesi di Parigi che, la notte di san Bartolomeo, corsero ad assassinare, sgozzare, buttar giù dalle finestre, fare a pezzi i loro concittadini che non andavano a messa.
notte_san_bartolomeo[…] Una volta che il fanatismo ha incancrenito il cervello, la malattia è quasi incurabile. Ho visto certi epilettici che, parlando dei miracoli di san Paride, a poco a poco, loro malgrado, prendevano fuoco; gli occhi si infiammavano, le loro membra tremavano, il furore sfigurava loro il viso, e avrebbero ammazzato chiunque li avesse contraddetti.
Isl'AmicoA questa malattia epidemica non c’è altro rimedio che lo spirito filosofico, il quale, man mano diffondendosi, addolcirà finalmente i costumi degli uomini, prevenendo gli accessi del male: perché, non appena questo male fa dei progressi, bisogna correr via, e aspettare che l’aria si sia purificata. Le leggi e la religione non bastano contro questa peste degli animi; la religione, invece di essere per loro un alimento salutare, si tramuta in veleno nei cervelli infetti.
SlayThoseInsultIslamQuesti miserabili hanno continuamente fitto in capo l’esempio di Aod, che assassina re Eglon; di Giuditta, che taglia la testa di Oloferne, dopo aver giaciuto con lui; di Samuele, che fa a pezzi re Agag. Non vedono che questi esempi, rispettabili nell’antichità, sono abominevoli oggi; essi attingono il loro furore nella stessa religione che lo condanna.
Isl'Amici a Londra (1)Le leggi sono ancora impotenti contro questi accessi di furore; è come se leggeste un decreto del consiglio a un frenetico. Quella gente è persuasa che lo spirito santo che li pervade stia al di sopra delle leggi, e che il loro fanatismo sia la sola legge cui debbano ubbidire.
francia-islam-shariaChe cosa rispondere a un uomo il quale vi dice che preferisce ubbidire a Dio che agli uomini e che, di conseguenza, e sicuro di meritare il cielo sgozzandovi?
Isl'Amici a LondraDi solito sono le canaglie a guidare i fanatici e a mettere loro in mano il pugnale; somigliano a quel Vecchio della Montagna che faceva, si dice, gustare le gioie del paradiso a certi imbecilli, e prometteva loro un’eternità di quei piaceri di cui avevano avuto un assaggio, a condizione che andassero ad assassinare tutti coloro che egli avesse indicato.
Hasan ibn Al-Sabbâh[…] Se la nostra santa religione è stata tanto spesso corrotta da questo furore infernale, bisogna prendersela con la pazzia degli uomini

Voltaire sui 10 franchi

Questo è Voltaire; quello vero!
Diffidate delle imitazioni.

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TEATRINI

Posted in A volte ritornano, Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , on 25 giugno 2011 by Sendivogius

Al principio degli anni ’90, lo scrittore Milan Kundera ebbe a dirne una buona quando, giocando sul significato di imagologia, strappò il neologismo alle fumose stanze della letteratura comparata, per applicare il termine nella definizione della nuova civiltà delle immagini, dominata dai sondaggi di opinione e dai meccanismi pubblicitari, segnando un punto di svolta:

«Le ideologie facevano parte della storia, mentre il domino della imagologia comincia là dove la storia finisce.
[…] Gli imagologhi creano sistemi di ideali e anti-ideali, sistemi che hanno breve durata e ognuno dei quali viene facilmente sostituito da un altro, ma che influenzano il nostro comportamento, le nostre opinioni politiche e il nostro gusto estetico
 (“L’Immortalità. Adelphi, 1990)

Secondo tale prospettiva, il sistema logico delle idee lascia il passo ad una “serie di immagini e di slogan suggestivi”, tramite la semplificazione estrema dei concetti.
Non per niente il termine, reinterpretato da Kundera, è strettamente connesso alla propaganda politica ed al mondo della pubblicità, influenzando convinzioni e tendenze:

«Usano non più di sessanta parole e si esprimono con frasi che non ne contengono mai più di quattro. I loro discorsi si basano su due o tre termini tecnici, ed esprimono uno al massimo due pensieri totalmente primitivi. Non provano la minima vergogna di se stessi e non hanno nessun complesso di inferiorità. Proprio in questo sta la prova del loro potere
 (“L’Immortalità”. Adelphi, 1990)

Il giudizio è interscambiabile e può essere applicato tanto ai pubblicitari, quanto ai politicanti di ogni colore. D’altronde, che la “politica” fosse sempre più simile ad una merce scadente da piazzare all’elettore-cliente da parte del politico-venditore, era una tendenza già evidente da tempo.
Smarrito ogni ideale insieme al crollo delle ideologie (tipico caso in cui il bambino viene buttato via insieme all’acqua sporca), la merce in offerta rischia di diventare avariata nella realtà sempre più rattrappita di un presente senza prospettive.

Svuotata di senso, nella perdita di sostanza, rimane dunque la ‘forma’ estemporaneizzata nella duttilità delle interpretazioni personali, sui palcoscenici variabili dell’interazione politica, intesa soprattutto come recita teatrale nella rotazione costante di siparietti a soggetto.
In assenza di specifiche competenze, nell’incapacità di programmare il futuro e di gestire il presente, non è un caso che il politico professionista, chiuso nella sua auto-referenzialità narcisistica, sia equiparabile ad un attore consumato che calca le scene, conquistando il pubblico con grandi rappresentazioni immaginifiche, suscitando e plasmando le emozioni degli spettatori, attraverso una finzione condivisa in sostituzione del reale. Ciò che conta è la realtà percepita e non quella effettiva, comunque reinterpretabile a seconda delle necessità cogenti nell’impellenza dell’immediato. Un professionista della politica, come il suo omologo teatrale, fonda il proprio successo sulla straordinarietà dell’interpretazione nell’eccezionalità del momento. Le situazioni ordinarie non sono infatti a loro congeniali. Senza effetti speciali, la recita sarebbe scadente in tutta la sua evidenza e il pubblico diserterebbe lo spettacolo, prendendo finalmente atto della mediocrità degli attori.
L’analogia delle due figure (attore e politico), insieme all’importanza della recita come prassi fondamentale dell’azione politica, costituiscono un tema ricorrente del pensiero critico…
Ben consapevole delle anomalie italiane, destinate a ripetersi nelle storia come in un ciclo vichiano, il grande filosofo libertario Camillo Berneri negli anni ’30 elaborò una descrizione calzante del fenomeno, destinata a sopravvivere al destinatario originario.
La lucidità analitica di Berneri è unica; l’eterodossia dei suoi scritti, nei quali si faceva beffe con estrema intelligenza di ogni dogmatismo ideologico, lo condusse ad una morte violenta ad opera di sicari stalinisti nella Barcellona del 1937.
Leggendo le opere di Berneri, è interessante constatare come certi personaggi della storia italiana siano destinati ad incarnare i requisiti fondamentali di un ideal-tipo dominante, in una imbarazzante similitudine comportamentale:

«Tutta la storia è là a dimostrare che gli uomini politici non fanno migliori previsioni – quando non ne fanno peggiori – degli uomini comuni. È assai raro che i fatti diano loro ragione. Avviene quasi sempre che essi si adattino, con molta abilità, a fatti mai immaginati, per dimostrare al pubblico d’essere stati i dominatori della situazione.
[…] L’immensa popolarità è il segno della grandezza politica: segno che avvicina l’uomo politico all’attore tragico e comico, alla danzatrice, al grande banchiere. L’uomo politico è un mostro che può riuscire ad imporsi grazie ad una sola qualità: la eloquenza o la verve giornalistica.
[…] Il “venditore ambulante” delle fiere non occupa un posto molto lontano da quello del grande parlamentare.
[…] L’uomo politico dunque è un virtuoso: è l’eroe del successo, “l’uomo del giorno”, “l’uomo pubblico”.
[…] Il libro tipico dell’uomo politico è l’autobiografia, il genere letterario dei grandi imbroglioni e delle ballerine. Si è detto che i grandi uomini sono “i sostantivi nella grammatica dell’umanità”: penso che si possa dire che gli uomini politici non ne siano che gli aggettivi. Dopo quanto ho detto, si vedrà che riconoscere in M. la… grandezza politica non è, da parte mia, un complimento

Naturalmente, la descrizione di Camillo Berneri non è rivolta all’attuale Papi della Nazione, ma si propone di delineare il ritratto di un altro di quegli uomini della Provvidenza, che ciclicamente fanno capolino nella storia italiana. Tali considerazioni sono raccolte in “Mussolini: psicologia di un dittatore”, successivamente rielaborata in “Mussolini grande attore” (1966). L’opera originale è del 1932, ma potrebbe benissimo essere dedicata al Pornocrate di Arcore, tanto forti sono le attinenze in una continuità ideale senza soluzione.
Mutato nomine, de te fabula narratur

«Non ha dato una sola linea personale alle direttive del proprio governo. Non ha fatto durante quasi dieci anni di potere che dei discorsi rimbombanti, al galoppo di sogni grandiosi. Ha inebriato la gioventù d’entusiasmo, senza nutrirla di idee. Ne ha lusingato l’orgoglio, senza dirle una parola di chiarezza e di orientamento.
[…] Arrivato al potere senza idee chiare, senza una solida cultura, con una preparazione politica essenzialmente giornalistica, Mussolini non era che un “personaggio”. Dovette cercare degli “autori” per recitare la commedia dell’uomo di Stato.»

Il nostro ‘eroe’ invece ha una cultura sostanzialmente “imprenditoriale”, con tutta l’amoralità primitiva di certo capitalismo cumulativo all’insegna della “roba”. Ma, tant’è, l’analisi calza… Nel corso degli anni il Signor B. ha avuto gli “autori” che di volta in volta hanno orientato la sua carriera di personaggio (attore e politico), suggerendogli in parte le battute del copione da recitare: Licio GelliBettino CraxiMarcello Dell’UtriGianni Letta… e da ultimo persino un Luigi Bisignani, tanto per citare alcuni dei nomi più importanti.

«Per il Presidente del Consiglio l’arte di governare era semplicemente un problema di polizia. Ripartì gli italiani in tre categorie: “Gli indifferenti che restano in casa loro ad attendere; coloro che simpatizzano con noi e che possono circolare; e gli italiani che sono nostri nemici e questi non circoleranno”.»

E, in tempi attuali, è dai pestaggi di massa del G-8 di Genova che la soluzione ottimale nella gestione del dissenso risiede nel controllo e, all’occorrenza, nella repressione poliziesca, attraverso l’ostracizzazione politica delle opposizioni sociali, alle quali è negato ogni diritto di rappresentanza in una finzione democratica speculare al mantenimento di nuovi interessi corporativi.

«Arrivato al potere, seppe assumere il suo ruolo apparente di deus ex machina. Lasciò alla alta burocrazia civile e militare il compito di studiare i problemi e di presentare le soluzioni che gli agenti degli industriali, dei banchieri e degli agrari modificavano a loro piacimento.
Si sa che una schiera di consiglieri lo rifornisce continuamente di progetti, informazioni, chiarimenti. Al momento utile, Mussolini non ha che da estrarre da una delle caselle della sua testa il progetto che occorre. La sua universalità tecnica non esiste. Egli ha solo una mentalità assimilatrice.»

 Rapportata alla situazione contemporanea, se i recenti accadimenti sfatano la mitologia decisionista che pervadeva la mistica di governo del grande statista brianzolo, è impressionante notare come la politica degli ultimi anni sia stata in buona parte eterodiretta (e con successo) dalle pressioni di gruppi di potere e camarille esterne ma collaterali, alle quali non è estranea l’azione sotterranea di faccendieri e network spionistico-militari… Ad esempio: Nicolò Pollari, Pio Pompa, la triade Mancini-Tavaroli-Cipriani. Poi c’è il sempiterno Luigi Bisignani: un millantatore ai limiti della mitomania, ascoltatissimo però nelle stanze governative, capace di direzionare le nomine nelle grandi partecipate di Stato, condizionare appalti, e fornire le linee guida nell’azione dei ministri.

Fanno sorridere inoltre le somiglianze, anche nella sfera caratteriale, che contraddistinguono i due personaggi (B. & M.):

«L’argomento su cui Mussolini non ha timore di ripetersi è quello del suo zelo come “servitore dello Stato”. Nella sua autobiografia si preoccupa di far rilevare che non va mai a teatro, per poter lavorare alla sera. Che abbia una grande resistenza al lavoro, non v’è dubbio, ma egli ha la mania di farsi passare per un lavoratore prodigioso. E ne racconta di grosse! […] Un’altra manìa di Mussolini è quella di stare sempre bene in salute …egli ha sempre simulato di crepare di salute. […] Una gran parte dei suoi sforzi è diretta a sostenere il mito della sua forza instancabile e della sua indipendenza creatrice.»

D’altra parte, l’attuale vuoto programmatico nella stagnazione dell’Esecutivo, che in Italia ha una solida tradizione radicata nella pratica tutta democristiana dei “governi balneari”, si nutre delle suggestioni pirotecniche dell’era berlusconiana, in straordinaria sinergia col suo precedente omologo littorio:

«È l’impotenza di un pensiero che si esalta nell’attualismo senza chiari orizzonti e senza bussola.
[…] Paganesimo e cattolicesimo, attaccamento al passato e futurismo, pacifismo e militarismo, sindacalismo e plutocrazia: tutto si mescola nella retorica di Mussolini. Egli non è che un genialoide. Il genio è la forza dell’atleta, l’ingegnosità del genialoide è la forza dell’epilettico. Il primo è lo splendore, la seconda soltanto il lampo di un breve momento di successo

Da questo punto di vista, è più calzante che mai la definizione che il repubblicano Giovanni Bovio formulò agli inizi del XX° secolo a proposito della figura del “genio”:

«È antico quanto la vanità; l’egoarchia gli è congenita, perchè non vede altro che sè; il paradosso gli è proprio, perchè non può produrre altro; ma si moltiplica ne’ tempi di più facile concorrenza agli onori e alla fama. Allora riesce più immediatamente funesto nella politica che nelle altre parti della vita. Non c’è altezza di ufficio e di potere a cui non si reputi pari; e non queta se nol tiene. Allora i popoli pagano.
Il genio nella direzione dello Stato muta i mezzi e resta saldo nel fine; il genialoide muta mezzi e fine, stimando accidentali tutte le forme di Stato, ed essenziale il suo dominio. Lo si vede quindi andar saltelloni dall’uno all’altro estremo, dalla licenza alla violenza, da Voltaire a Gesù, buttandovi in faccia tutti i paradossi politici, cioè: che la libertà costa ai popoli; che chi non muta si fossilizza; che l’espansione dello Stato è conquista; che una religione si rialza per decreto di Governo o iniziativa di classe; e via, alla svelta.»

Giovanni Bovio
Il genio. Un capitolo di psicologia
Edizioni Treves
Milano, 1900.

In tempi recenti, abbiamo parlato della funzione delle ‘masse’ nella strutturazione del potere, prendendo come spunto di riferimento gli studi di Gustave Le Bon sulla “Psicologia delle folle” [QUI]. A tal proposito, ci sembra giusto chiudere con una delle più amare osservazioni, poste in essere da Camillo Berneri, e destinata ad avverarsi in seguito con spirito profetico:

«Gustave Le Bon ha detto: “Conoscere l’arte d’impressionare la immaginazione delle folle, significa conoscere l’arte di governare”. Ciò è vero psicologicamente, ma è falso storicamente poichè i grandi tribuni han saputo portare le folle all’esaltazione, condurle ove essi volevano condurle, ma il potere conquistato con la sola parola è sempre stato un pallone presto sgonfiatosi sull’abisso.»

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