Archivio per Herbert Kappler

Una Modesta Proposta

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , on 16 ottobre 2013 by Sendivogius

Il Razzo Supposta

Cosa fare della salma di Erich Priebke?
Jorge Videla L’Argentina, che dopo il 1945 ha offerto rifugio e protezione a migliaia di criminali nazi-fascisti, a chi chiede di riprendersi colui che ha ospitato per quasi 50 anni, dichiara a bocca del suo ministro degli esteri: l’Argentina non può accettare un tale affronto alla dignità umana. Evidentemente il nazista Priebke creava loro meno imbarazzi in vita, piuttosto che da morto. Fintanto che Priebke gironzolava nella più totale impunità a Bariloche e dintorni, “l’affronto alla dignità umana” non si poneva minimamente.
Gestapo La Germania, dove il capitano delle SS è nato (Hennigsdorf, 29/07/1913) e del quale è a pieno titolo un cittadino, fa platealmente finta che la faccenda non la riguardi, fingendo di non sapere che Erich Priebke non era un killer psicopatico ricercato dall’Interpol, ma un funzionario di polizia in regolare servizio presso l’ambasciata tedesca a Roma, su esplicito mandato del governo tedesco.
Poliziotti tedeschi a BerlinoSi tratta di un vizietto antico, a quanto pare assai diffuso dalle parti dell’algida Germania dalle grosse coalizioni (e dai miserabili ipocriti), abilissima a declinare le proprie responsabilità e nascondere le colpe, salvo crocifiggere il resto d’Europa ai dogmi teutonici dell’austerità, nella ritrovata supremazia a spese del resto del continente.

Esecuzione «Nel corso dell’Olocausto i tedeschi tolsero la vita a sei milioni di ebrei e, se la Germania non fosse stata sconfitta, ne avrebbero annientati altri milioni.
Gli uomini e le donne che insieme davano vita a quelle inerti forme istituzionali, che occupavano le strutture del genocidio…. erano in larghissima e schiacciante maggioranza tedeschi. Se è vero che nello sterminio degli ebrei furono affiancati da esponenti di diverse comunità nazionali, questi però non furono indispensabili per il compimento del genocidio, né venne da loro l’iniziativa e la spinta a portarlo avanti. Certo, se i tedeschi non avessero trovato negli altri paesi d’Europa (soprattutto orientale) persone disposte ad aiutarli, l’Olocausto si sarebbe svolto in maniera differente ed è probabile che essi non sarebbero riusciti ad uccidere tanti ebrei. Ma furono comunque tedesche le decisioni, la pianificazione e le risorse organizzative; tedeschi la maggior parte degli organizzatori […] perché quello che vale per loro non vale per nessun’altra singola nazione né per tutte le altre nazioni considerate insieme: cioè, senza tedeschi non si dà l’Olocausto.
[…] Alcuni erano “nazisti” perché iscritti al partito nazionalsocialista o per convinzione ideologica; altri non lo erano. Alcuni appartenevano alle SS; altri no. Il minimo comun denominatore tra loro era di essere tedeschi, impegnati a realizzare gli obiettivi nazionali della Germania, che in questo caso coincidevano con il genocidio degli ebrei

 Daniel J. Goldhagen
 “I volenterosi carnefici di Hitler”
 (Mondadori, 1998)

fossa comuneDimmi chi sono e non chi sono stato. Ai tedeschi in genere non piace si faccia riferimento al loro passato recente… Tutt’al più, hanno un’inclinazione insuperabile a reputarsi vittime delle circostanze.
L’accoglienza nella patria d’origine del feretro del nazista Erich Priebke è motivo di imbarazzo, perché ricorda un passato scomodo e rammenta ai tedeschi il lato oscuro della Germania, opportunamente sopito e celato dietro la patina di un benessere fittizio.
Ma le reticenze tedesche sono ancor più ipocrite (e ignobili), se si pensa che Priebke, per quanto zelante, fu innanzitutto un gregario: un ufficiale subalterno agli ordini del ben più famigerato Herbert Kappler.
Kappler Sarà il caso di ricordare le pesanti pressioni che negli anni ’70 le autorità tedesche, ed in particolar modo del cancelliere socialdemocratico Helmut Schmidt, esercitarono con ripetuta insistenza sul governo italiano per allentare il regime di custodia applicato al criminale Kappler.
Nel 1977, il premio nobel ed ex cancelliere Willy Brandt firma una petizione per la liberazione di Kappler insieme ad altri 232 deputati tedeschi. È nota l’amicizia di Brandt con Annelise Gertrude Walter Wenger, moglie di Kappler ed influente attivista della SPD.
Pare che la liberazione di Kappler fosse tra le condizioni implicite imposte dalla Germania all’Italia, oggi come allora alle prese con una crisi spaventosa ed in disperata ricerca di liquidità, per un prestito capestro su base biennale per due miliardi di dollari, pretendendo come garanzia il trasferimento del 40% delle riserve auree della Banca d’Italia in Germania (quasi 1200 tonnellate in lingotti d’oro) ad un tasso di interessi dell’8%. E la vergognosa fuga di Kappler sarà il prezzo da pagare per la concessione del credito teutonico.
HIAGOvviamente Kappler troverà rifugio e accoglienza in Germania, che rifiuterà categoricamente ogni (timida) richiesta di estradizione e sepolto senza alcun problema nel cimitero di Lüneburg. Il criminale nazista verrà celebrato con tutti gli onori dall’HIAG: associazione filo-nazista di ex reduci delle SS, assolutamente legale e regolarmente finanziata dal governo di Bonn.
In parte la vicenda ricorda la sottrazione dell’oro della Banca d’Italia, da parte dei nazisti dopo l’armistizio dell’8 Settembre. È superfluo dire che l’operazione di rapina venne affidata proprio ad Herbert Kappler, che al contempo si distinguerà nel saccheggio del Ghetto di Roma. All’epoca, l’oro sottratto (rubato) dalla Banca consisteva in ‘sole’ 120 tonnellate, che peraltro finiranno di essere restituite soltanto nel 1958 dalla nuova Germania democratizzata. Ovviamente senza corresponsione di interessi per l’indebito trattenimento.

Gestapo - Foto di gruppo

E torniamo al dunque: cosa fare del feretro di Priebke…
Caricarlo su un aereo e sganciarlo direttamente sopra il Bundestag, tanto per ricordare alla nuova razza sedicente padrona l’eredità del nonno!

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La Difesa della Razza

Posted in A volte ritornano with tags , , , , , , , , , , , , , , , on 17 ottobre 2008 by Sendivogius

 

“La via dolce verso l’APARTHEID”

 

 

16 Ottobre 1943. La Deportazione degli Ebrei romani.

La comunità ebraica romana ha radici antichissime: con una presenza ininterrotta che risale ai tempi dell’imperatore Tiberio, gli ebrei sono i veri cittadini storici dell’Urbe.

All’alba di 65 anni fa, le SS di Herbert Kappler ed Eric Priebke scatenarono la caccia all’ebreo per i quartieri di Roma. Il blitz è doppiamente infame: per la sua intrinseca barbarie che non risparmia nemmeno i neonati o donne in stato di gravidanza, e per le menzogne spregevoli di Kappler. Il 26 Settembre, il Ten. Col. delle SS impone un riscatto con la consegna di 50 Kg di oro, a carico della comunità ebraica della città, in cambio della mancata deportazione. Per questo il successivo rastrellamento del 16 Ottobre coglie la comunità nello sgomento e completamente impreparata.

Fondamentale il contributo delle autorità fasciste, che hanno prontamente fornito gli elenchi aggiornati con i nominativi e gli indirizzi dei “residenti di razza ebraica”, a scrupolosa cura dell’Ufficio Demografia e Razza del Ministero dell’Interno. È il naturale epilogo delle Leggi Razziali di Mussolini e Bottai, promulgate in sintonia con l’alleato nazista.

Dei 1024 ebrei catturati, soltanto 16 hanno fatto ritorno dai campi di sterminio. Unica donna sopravvissuta è stata Settimia Spizzichino. Nessuno dei 207 bambini è sopravvissuto.

 

A proposito di discriminazione, sembra aver recepito bene la lezione il leghista Roberto Cota, promotore di un emendamento al contestatissimo Decreto Gelmini col quale (ne siamo certi) contribuirà ad aumentare l’efficienza della scuola italiana.

Purtroppo una faziosa minoranza di disfattisti ancora si ostina a denigrare l’intrinseca grandezza di certe proposte. Molti nemici molto onore. Così, il molto onorevole deputato Cota, preoccupato degli indici di apprendimento dei giovani studenti, ha presentato una mozione per l’istituzione di classi differenziate tra bambini italiani e stranieri. I figli di genitori immigrati saranno “temporaneamente” distribuiti in classi separate dagli altri alunni, dove un’apposita commissione valuterà la conoscenza della lingua italiana ed il grado di integrazione, previa somministrazione di test, “autorizzando l’inserimento scolastico” del piccolo straniero solo ad esito positivo.

È nota infatti l’attenzione che la Lega riserva da sempre ai problemi del mondo scolastico. Sarà perciò opportuno indicare alcune di queste iniziative di grande spessore e rigore didattico:

– La progressiva rimozione degli insegnanti meridionali dalle scuole del Nord, tramite l’introduzione di una sorta di quota d’ingresso (presupponiamo per requisiti “etnici”).

– L’insegnamento dei dialetti oltre all’Italiano (magari da inserire tra le lingue straniere insieme all’Inglese).

– Lo studio della storia dei popoli padani (Bossi ha leggicchiato Polibio e ne ha ricavato un polpettone mitologico-padano a consumo politico).

– Obbligatorietà per tutti dell’ora di Religione cattolica (intesa come catechesi ecumenica), in quanto momento condiviso di formazione identitaria.

– La ripetizione dell’esame di maturità per il ciuchino di papà: il pluri-ripetente Renzo Bossi (con simili requisiti lo avremo presto in Parlamento con un ruolo di prestigio).

La proposta di Cota si inserisce pertanto nel solco di una gloriosa tradizione. Si potrebbe obiettare che la scuola pubblica italiana, nasce come scuola post-unitaria per unire in un solo popolo una penisola frammentata in micro-entità separate da secolari barriere culturali e linguistiche, strutturate negli infiniti dialetti regionali. Si potrebbe sottolineare che i primi due anni dell’insegnamento elementare sono dedicati quasi esclusivamente allo studio della grammatica italiana dalla morfologia alla sintassi. È infatti opportuno ribadire che in prima elementare i bambini sono analfabeti integrali e si parte da zero (alfabeto, vocali, preposizioni, coniugazioni dei verbi, sostantivi e aggettivi, genere e numero), o si crede che un bimbo di 6 anni abbia le proprietà lessicali di un accademico della Crusca?!? Ma queste inezie non sfiorano quei Figli di Po, degni del loro dio leghista ristretto in un’ampolla come l’immaginifico dei suoi inventori. Loro sono spiriti pratici!

Bene, da che cosa scaturisce l’urgenza di un simile provvedimento?

Esiste un rapporto approfondito e rigoroso a cura del Ministero della Pubblica Istruzione?

Sono state effettuate indagini conoscitive con valore statistico, da parte degli ex-Provveditorati agli Studi (o distretti scolastici che dir si voglia)?

Ci sono segnalazioni dettagliate e numerose da parte di insegnanti ed educatori didattici?

O si tratta piuttosto di un’iniziativa autonoma nel folclore della Lega? E come pensa l’onorevole Cota di strutturare le selezioni per i degni di inserimento? Non con quiz scritti a risposta multipla o patenti a punti, si spera! Ma non dovrebbe spettare ai singoli istituti, in nome dell’autonomia scolastica, scegliere (a seconda dei casi e delle singole realtà) le soluzioni ed i provvedimenti che riterranno più opportuni?

Ad essere sinceri, qualche perplessità l’ultima iniziativa dei Và Pensiero l’ha sollevata anche tra gli alleati di schieramento. Persino la ducia Alessandra Mussolini si è risentita. Comunque niente di grave, l’emendamento è passato con una solida maggioranza alla Camera. Ad afflosciare il turgore celodurista dei leghisti ha provveduto un Italo Bocchino che, ingoiato il rospo, ha cercato di indorare la pillola ai suoi riluttanti colleghi del PdL: è bastato scambiare il verbo “autorizzare” col più pragmatico “favorire” e le resistenze sono subito cadute. Sottigliezze semantiche. È sufficiente indicare le degenerazioni razziste di stampo nazistoide della Lega come forme di sensibilità partecipata alle peculiarità pedemontane, per dare ai suoi ostensori la rilevanza politica e lo spazio pubblico che nemmeno una cloaca sarebbe disposta a concedere. E non ci si allontana troppo dalla verità se si pensa all’emendamento leghista, come all’ennesima trovata per compiacere gli istinti beceri di un elettorato semplicemente osceno nella sua miseria umana e culturale.

In Italia, dove la frequenza scolastica è un obbligo, si ostacola l’ottemperamento della legge restringendo i requisiti d’accesso alla scuola pubblica. Si istituiscono ghetti scolastici dove parcheggiare gli alunni stranieri, affinché sia chiaro fin da subito che la loro diversità è reale, insanabile, e non integrabile. Probabilmente disturba questa discromia nel tessuto urbano, vissuta come contaminante e pericolosa. Era necessario un provvedimento urgente per ristabilire le giuste differenze. Era indispensabile istituzionalizzare per legge a livello nazionale le “classi ponte”. Simili classi sono un ponte verso il nulla. Perché mancano i fondi per gli insegnanti di sostegno e di recupero, per i corsi e le infrastrutture didattiche… Si è eliminata l’I.C.I per motivi elettorali e ora per recuperare il gettito fiscale si distrugge l’insegnamento pubblico.  In una scuola massacrata dall’avvocato Gelmini per esigenze di cassa, quale spazio può esserci per italiani di vecchia e nuova generazione? Soprattutto quale scuola e quali prospettive di apprendimento, se gli edifici scolastici vengono chiusi (e probabilmente cartolarizzati per la vendita immobiliare), se gli organici vengono drasticamente ridotti e le ore di lezione tagliate, le classi accorpate in stanze fatiscenti? Ah già! Ci pensano i privati… le fondazioni… certo come no?!?

 

P.S.  Hanno detto:

La principale impresa dei protofascisti e dei radicali di destra in Sudafrica non fu quella di creare un proprio movimento di successo, ma si spostare il Partito Nazionale, dopo il 1945, ancor più verso destra e il razzismo radicale e verso quella dottrina e quel sistema che, dopo il 1948, si trasformarono in apartheid, con la conseguenza di una riduzione del potere del Parlamento e dei diritti civili anche per i bianchi” (…) Nonostante una parziale revisione del sistema politico, il Sudafrica rimase una “democrazia razziale”, non un sistema autoritario”.

Stanley G. Payne – A History of Fascism, 1914-1945;

Newton Compton Editori, Roma 1999.