Archivio per Heinrich Brüning

CUPIO DISSOLVI

Posted in Muro del Pianto, Stupor Mundi with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 24 aprile 2013 by Sendivogius

Rurouni-Kenshin-SamuraiX

Sarei contento se i tedeschi ci invadessero
Beppe Grillo
(23/04/2013)

Se non fosse così impegnato a sbrodolare castronerie nel suo provincialismo d’accatto da strillone di villaggio, il Grullo pentastellato si sarebbe accorto che la Germania l’abbiamo in casa da tempo…
Infatti, in questa parodia farsesca della Repubblica di Weimar che è diventata l’Italia, le figurine di un remake horror-politico possono ormai essere giocate a parti inverse per ruoli interscambiabili: Abbiamo il presidente Giorgio Napolitano nei panni di Paul von Hindenburg.
Mario Monti perfettamente sovrapponibile ad Heinrich Brüning (ne avevamo già parlato QUI).
L’indecente PD come la SPD degli anni ‘20, con l’imbarazzante Pierluigi Bersani al posto di Carl Severing. Più incerta resta la scelta su chi possa interpretare il ruolo del fu Franz von Papen e di un Kurt von Schleicher (Enrico Letta?).
Dalle parti delle ‘stelle’, se non fosse per la loro siderea minchioneria, sarebbe invece chiarissima l’analogia con lo NSDAP hitleriano.
IRON SKY - releasePertanto, nei giorni più miserabili della storia repubblicana, capita di assistere all’apocalisse surreale di un Parlamento (e di un partito in particolare) che celebra il proprio fallimento, plaudendo entusiasticamente alla rielezione di Giorgio Napolitano, alla fresca età di 88 anni, sempre meno presidente e sempre più monarca. Solo la psicanalisi potrebbe spiegare un La pazzia di re Giorgio - 1995simile rapporto perverso di natura sadomaso, con Re Giorgio II che sferza con asprezza parlamentari e senatori riuniti a tripudio; ovviamente senza mai fare i nomi dei diretti responsabili dello sfascio presente, sottacendo con attenzione le cause, mentre si arroga poteri semi-assoluti che nessun presidente della Repubblica ha mai esercitato prima (dinanzi a crisi ben più gravi), nel trionfo della grande ammucchiata. E così deve essere perché in Europa nessun partito governa da solo (?). Parola del Presidente.
Sorvoliamo sulla falsità implicita di una simile locuzione, facilmente smentibile nei fatti (Francia, Spagna, Portogallo…) e soffermiamoci a meditare invece sul fatto che in ogni democrazia, se vuole continuare ad esistere come tale, deve esserci sempre una maggioranza ed una opposizione in regime di alternanza nella differenza di idee e proposte. MDC - La maschera di ceraAd ogni modo, laddove maggioranza e opposizione governano insieme, in nessun caso esiste una anomalia vivente come Silvio Berlusconi.
Ma questo il presidente Napolitano fa finta di non saperlo e si guarda bene dal denunciarlo.

applausi

Da alcuni anni, a dimostrazione di un’involuzione antropologica senza precedenti, si è diffusa tra gli italiani la pessima abitudine (che non ha eguali nel mondo) di applaudire ai funerali. Ciò la dice lunga sulla natura di una società (in)civile come la nostra, che mutua i propri comportamenti dai modelli televisivi, quale unico riferimento culturale universalmente riconosciuto, e scambia la solennità di una cerimonia per un evento mondano, non sapendo esprimere la propria partecipazione se non attraverso l’applauso, incapace com’è di scindere la platea televisiva dalla compartecipazione.
I parlamentari italiani, che a dispetto dei critici questa società incarnano e interpretano in pieno, nella loro ovazione presidenziale sembravano per l’appunto applaudire al proprio funerale, non accorgendosi come essi stessi fossero l’oggetto delle esequie istituzionali.
Bonobo Quegli applausi scroscianti nella savana parlamentare ci hanno fatto venire in mente le scimmie Bonobo (conosciute anche come “scimpanzè nano”)… L’attività prediletta che i Bonobo praticano incessantemente, con compulsiva ed ininterrotta ripetizione, è “fottere”. Indiscriminatamente. Ogni atto di ammissione (e sottomissione) al branco avviene per subordinazione e promiscuità sessuale, senza troppi riguardi di genere. In altra sede e ambiti istituzionali, è chiarissimo il ruolo di chi, dopo aver ‘fottuto’ senza ritegno uno dopo l’altro i propri candidati alla presidenza, si spella ora le mani, pregustando la nuova e incredibile svolta nei lupanari a buon mercato della porno-politica. Più che “democrazia liquida” è la nostra una democrazia dei liquami.
Per questo ci sarebbe bisogno, oggi come non mai, di un’opposizione seria in grado di costruire una valida alternativa in ambito sociale e politico. Sono ruoli che, da sempre, dovrebbero competere, nel vuoto di proposte istituzionali, ad una società civile responsabilizzata e cosciente delle proprie potenzialità. Se solo questa esistesse. Se fosse davvero “popolo” invece che “gente”.
Invece, a dimostrazione di quanto la società italiana sia inconsistente nella sua inciviltà dalla congenita mediocrità, acefala da sempre, è un corpo informe aggregato per rancori e animato da pulsioni elementari. Irrazionale per composizione, ragiona di pancia tra i rigurgiti intestinali e gli empiti gassosi di un ventre, che rumina in continuazione i propri umori gastrici in eterno reflusso e alla fine tutto digerisce per lenta metabolizzazione.

Carbone vegetale

Ellekappa - Italiani Per questo noi abbiamo la costante riproposizione, sotto diverse spoglie, del cialtrone politico, declinato in forme sempre nuove per immutata sostanza. Sono i tribuni facondi dei quali parlava Camillo Berneri ne L’Adunata dei Refrattari; ovvero la ribalta del “grande imbecille”, sbertucciato da Curzio Malaparte.
In merito alle elezioni presidenziali, è eccezionale la farsa inscenata alle porte del Parlamento da una piazzetta di presunti auto-convocati, per il trionfo mediatico delle rispettive tifoserie che hanno scambiato l’elezione del presidente della repubblica per una nomina del fanta-calcio, con la partecipazione straordinaria di Casa Pound, insieme agli eredi di “Terza Posizione” transumati in Forza Nuova, ed i superstiti del defunto “Popolo viola”. Mai parlamento è sembrato più simile ad un bivacco di manipoli. Dinanzi ad un simile pubblico d’eccezione, non poteva certo mancare il “Capo politico” degli ensiferi che chiama tutti a marciare su Roma (la storia nelle sue ripetizioni predilige decisamente la farsa), salvo arrivare in ritardo, smarrendosi nel traffico della Capitale…
CIALTRONENon contento, grida al colpo di Stato. Poi ci ripensa e riduce tutto a golpettino: osceno neo-logismo per un cretino demenziale. Arruffa il popppolo sul predellino della propria auto, ad imitazione di Berlusconi ma superando il maestro. E infatti ci regala la scena patetica di un vecchio imbolsito, dagli addominali sfatti, che tenta invano di arrampicarsi sul tettuccio dell’auto, sospinto per le natiche dai suoi. Vuole marciare verso  Piazza Montecitorio; poi declina per Piazza S.Giovanni; infine sceglie di sfilare coi suoi scalcinati manipoli reclutati su facebook per il vialone dei Fori Imperiali, tra gli sbadigli di celerini annoiati. E lo fa nel giorno del natale di LegionariRoma, tra turisti e famigliole a passeggio, giapponesi armati di macchina fotografica, centurioni in corazza di cartone, e la (più seria) parata dei gruppi di reenactment in armatura da legionario, dirigendosi verso il Colosseo dove sono assiepati i fan del Califfo per il concerto in omaggio a Franco Califano.
Er CaliffoIn serata, gli ensiferi a conclave discutono l’espulsione del senatore Mastrangeli, reo di essersi fatto intervistare in TV. Qui i livelli di surrealismo superano la fantasia anche dei più visionari: Marino Mastrangeli rivendica di aver partecipato a più interviste, ma sempre fuori dagli studi televisivi, al contrario del capogruppo Vito Crimi che, pur avendo partecipato ad un’unica trasmissione, ha la gravissima colpa di essersi accomodato sul divanetto di Bruno Vespa e dunque anche il cicciuto portavoce ha peccato in pubblico e pertanto passabile d’espulsione.
Cronache da un manicomio.
Per questo l’unico autorizzato a rilasciare interviste è esclusivamente il Capo-Grullo, ma solo alla stampa straniera per traduzioni di terza mano da inoltrare ai media italiani. Non sum dignus Domine.
EllekappaE dopo la decrescita che lui vorrebbe “felice”, ma nei fatti è catastrofica, per la gioia della speculazione finanziaria, sogna e neanche tanto velatamente auspica il fallimento del Paese e la bancarotta nazionale (così dalle macerie ci metteremo tutti uno spinotto nel culo e ci connetteremo al magico mondo di Gaia!). Mai pago di sparar menate, adesso blatera pure di “invasione tedesca” immaginando che dalle parti di Berlino (all’ombra dei reattori nucleari) sia tutto rose e fiori…
Evidentemente, Grillo sta ancora sfogliando la Storia d’Italia a fumetti e, in attesa di comprendere il testo, non ha neanche capito le figure. Storicamente, le invasioni germaniche non hanno mai portato fortuna all’Italia (e meno che mai al resto d’Europa). L’ultima invasione tedesca risale a 70 anni fa: il 25 Aprile se ne celebra per l’appunto la Liberazione.

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Argentina mi amor

Posted in Business is Business, Kulturkampf, Masters of Universe with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 7 febbraio 2013 by Sendivogius

Zio Tibbia

A noi il presidente del consiglio Mario Monti, tuttora premier ‘tecnico’ (poiché, seppur dimissionario, è ancora in carica e piena attività) di un governo mai eletto, sfiduciato e privo di maggioranza, che lungi dal limitarsi all’amministrazione corrente continua imperterrito a legiferare per decreto, e con un parlamento pressoché assente perché in campagna elettorale, senza che su una simile anomalia costituzionale il sommo Garante abbia nulla da ‘monitare‘, ha sempre ricordato per rigidità rigorista e strategie economiche Heinrich Brüning, cancelliere tedesco dal 1930 al 1932. Della preoccupante analogia, avevamo già parlato in dettaglio QUI.
Carlos Saul Menem (Retrato Oficial 1989)Ora, scopriamo invece (QUI ma anche QUI) che il vero modello della politica montiana è in realtà l’Argentina del presidente Carlos Menem: sconcertante emulo berlusconiano del populismo sudamericano, invischiato in traffici illeciti e plurinquisito, principale responsabile del crollo economico dell’Argentina e della vendita dissennata ai privati delle maggiori industrie produttrici nazionali, insieme al suo ministro delle finanze Domingo Cavallo. Quest’ultimo divenne famoso per la rocambolesca fuga in elicottero, assediato da una folla di migliaia di argentini inferociti e ridotti sul lastrico dalle sue catastrofiche ricette ultra-liberiste.

LA STAMPA - Monti e Menem

In una rara intervista pubblicata su La Stampa del 13/08/1994 era già racchiuso in tutta la sua attuale freschezza il Monti-pensiero, giunto fino ad oggi imperturbabile ed immutato…
Fiducia messianica nel potere auto-regolatore della “finanza”; primato assoluto e sacrale dei “mercati” che non sono una creazione umana, ma emanazione divina a cui piegare le leggi degli uomini e consacrare la vita dei popoli.
Dalla scelta cinica a “scelta civica”, c’è quasi un richiamo straussiano alla “nobile menzogna”: un’elite di sapienti che finge di conformarsi ai voleri delle moltitudini ignare; ne asseconda le illusioni per indirizzarne le credenze e con l’inganno carpirne il consenso, per rimettere tutto il potere nella disponibilità assoluta di pochi “eletti”.

I Racconti della Cripta

A proposito del primo Governo Berlusconi, incalzato dall’intervistatore, il banchiere prestato alla propaganda chiosa serafico:

«Il governo, alla sua nascita, aveva di fronte a sé due strade. Quella thatcheriana della politica aspra e dura, annunciata prima e poi seguita. E quella del consapevole “tradimento” delle promesse elettorali del presidente argentino Menem: eletto su una piattaforma peronista, ha poi capito che era nell’interesse del Paese fare una politica diversa, l’ha spiegato agli argentini, ha avuto in Cavallo un notevole ministro dell’economia e credo che oggi i suoi concittadini siano grati del “tradimento”»

Domingo Cavallo Domingo Felipe Cavallo, oriundo italiano della provincia piemontese (Buriasco), è un banchiere prestato alla politica. Ça va sans dire!
Nel 1991, in qualità di ministro dell’economia, Cavallo fa approvare uno speciale piano di convertibilità che fissa la parità di cambio tra il peso argentino ed il dollaro statunitense, con il preciso scopo di ridurre l’altissimo tasso di inflazione del paese sudamericano, in una prospettiva monetarista. Il piano di convertibilità presenta però un inconveniente di natura pratica: la perdita di sovranità monetaria e l’impossibilità di ricorrere a svalutazioni competitive, mentre le sorti di una valuta debole come il pesos argentino vengono legate alle fluttuazioni di una moneta forte come il dollaro, tramite il cambio fisso, con l’impossibilità da parte del governo centrale di controllarne le oscillazioni e di orientarne le dinamiche macroeconomiche.
Per stare in piedi, un simile piano è sostenibile solo attraverso politiche fortemente liberiste, incentrate su un’austerità ad oltranza, tramite la riduzione costante del debito e saldo di bilancio proiettato ben oltre l’avanzo primario. Se si vuole mantenere l’agganciamento alla moneta forte, la ricetta rigorista implica altresì l’accettazione di parametri rigidi e speciali “agende” appositamente confezionatr dal FMI e dalla Banca Mondiale, con la supervisione interessata di organismi privati. Per dirla col prof. Mario Monti, l’intera politica economica di uno Stato sovrano è ispirata e rimessa alle autorevoli opinioni espresse nei mercati e nei bollettini delle principali banche d’investimento, tutte analisi che hanno un gran peso nel determinare i comportamenti degli operatori del mercato.
Impropriamente, è quanto avvenuto in Italia (e non solo) con il passaggio dalla lira all’euro, tramite l’adozione di parametri transnazionali e non negoziabili.
Per garantire la stabilità monetaria ed il mantenimento del cambio fisso, senza ripercussioni sull’andamento monetario, il piano di stabilità voluto dal ministro Cavallo ed imposto dal presidente Menem prevede una massiccia serie di privatizzazioni, con la totale dismissione del patrimonio pubblico ed il taglio radicale della spesa sociale. In pochi anni, vengono (s)vendute sul mercato tutte le risorse pubbliche e nazionali, con valutazioni (al ribasso) affidate alle principali banche d’investimento private, tra le quali si distingue la statunitense Merrill Lynch, specializzata in finanza strutturata.
Grazie all’improvvisa liquidità affluita dalla privatizzazioni selvagge, nell’arco del triennio 1991-1994, l’economia argentina conosce un aleatorio quanto illusorio incremento del PIL, con un effimero rilancio degli investimenti produttivi e con la ripresa dell’industria automobilistica (che coincide con gli investimenti FIAT).
Sul piano sociale, le politiche economiche attuate dal duo Menem-Cavallo si concretizzano attraverso uno smantellamento progressivo delle tutele contrattuali ed occupazionali, con la compressione dei sindacati, la liberalizzazione dei contratti ed una sostanziale contrazione dei salari per rendere “più competitive le imprese sui mercati” “incrementare la produttività”. Nella pratica ciò si traduce in condizioni di lavoro peggiori e salari più bassi. La liquidazione del settore pubblico ed il taglio radicale dei servizi provoca sul medio periodo un aumento costante della disoccupazione che raddoppia in pochi anni, in parallelo con l’impoverimento della classe media. 
Tra le privatizzazioni più interessanti, c’è il caso della vendita della compagnia aerea di bandiera, ovvero le Aerolìneas Argentinas. Si tratta di uno dei primi esempi conclamati di bad company: la società viene regalata a prezzi stracciati ai privati, mentre tutti i debiti vengono accollati allo Stato che si fa carico delle passività. Ma il sistema viene universalizzato all’intero piano di dismissioni: risanamento e debiti rimessi al pubblico; profitti interamente privati e depurati da oneri.
Augusto Ugarte PinochetUn altro punto di forza risiede nella riforma pensionistica, che ricalca fedelmente quella promossa sotto la dittatura cilena del generale Pinochet dal ministro José Piñera. Ispirata alle politiche neo-liberiste dei Chicago Boys, la Riforma Piñera è sostanzialmente identica al suo omologo italiano, la Riforma Fornero, che insieme alla famosa Agenda Monti molto sembra attingere dal vecchio “Progetto Cile” (Proyecto Chile), riscritto nel 1990 e aggiornato al 2010, dal golpista Piñera frettolosamente riciclato in democrazia.
Tornando in Argentina, il prosciugamento degli investimenti pubblici, non compensati da quelli privati, insieme al crollo dei redditi, si traduce in una drastica riduzione della domanda aggregata con una crisi economica senza precedenti, accompagnata ad una esplosione delle disuguaglianze sociali ed una ripresa del debito pubblico, una volta esaurita l’onda corta delle “liberalizzazioni”.
Nel 2001 Domingo Cavallo, il notevole ministro dell’economia, viene ripescato nel governo del presidente Fernando de la Rúa. La crisi economica si evolve presto in crisi finanziaria col crollo del sistema bancario, la fuga di capitali, e la corsa agli sportelli di credito da parte dei correntisti per ritirare gli ultimi spiccioli dalle banche. Cavallo non ha niente di meglio che imporre il blocco dei prelievi ed il limite all’uso del contante, provocando una rivolta su scala nazionale e sfuggendo per poco al linciaggio. Ciò non impedirà allo straordinario Cavallo di accreditarsi come grande economista e di far parte del cosiddetto Gruppo dei Trenta, peraltro in buona compagnia visto che in questa organizzazione di banchieri centrali e finanziari internazionali fa parte anche Mario Draghi. E non senza polemiche [QUI].
Nel Novembre 2001 con la fuga di De la Rua ed un triennio di cure da Cavallo, il notevole ministro dell’economia lascia un paese stremato da tre anni di recessione e sprofondato nella depressione economica con un tessuto sociale in pezzi.
I redditi medi degli argentini sono precipitati ai livelli del 1976 (con un arretramento trentennale).
Sempre nel 2001, nonostante i tagli selvaggi e le privatizzazioni radicali, il debito pubblico argentino passa dagli 8.000 milioni di dollari a circa 160.000 milioni. Nello stesso periodo, l’Argentina ha rimborsato intorno ai 200.000 milioni di dollari, vale a dire circa 25 volte quello che doveva nel marzo del 1976. Questo perché gran parte dei prestiti e dei capitali affluiti con le privatizzazioni sono stati utilizzati per rifinanziare debiti e titoli scaduti e impegnati come garanzia per i creditori esteri, mentre il gettito fiscale viene usato per ripagare gli interessi sul debito, per l’80% detenuto da istituti finanziari internazionali.
Questa è l’eredità di Cavallo e delle agende neo-liberiste.

Com’è ovvio, attualmente il principale problema dell’Argentina è il governo di sinistra dei Kirchner, non certo le politiche della destra liberista (e golpista) che hanno portato il Paese allo sfascio e che anzi ‘qualcuno’ vorrebbe esportare in Italia, magari col partito serio e riformista a tenergli il moccolo per “senso di responsabilità”.
Licoreria Francisco Monti y HermanosDel resto, Mario Monti conosce bene l’Argentina, dal momento che la sua famiglia storicamente in tale paese ha vissuto e prosperato… Il papà Giovanni è nato a Luijan nel 1888, dove nonno Abramo aveva fondato un’omonima distilleria, per la produzione locale di birra e liquori, salvo rientrare in Italia nel 1907. A proposito, è curioso notare come l’uomo che aborre il posto fisso e predica il ricambio sociale, provenga da una dinastia di funzionari di banca giunti alla quarta generazione nella trasmissione ereditaria del mestiere. Manco nel feudalesimo!
Father & Son - Abramo e Giovanni MontiMa Monti sembra conoscere ancor meglio le potenzialità sudamericane… Non per niente sembra accompagnarsi a personaggi come Ugo Di Martino, che parrebbe essere il referente delle cosche calabresi in America Latina [QUI], esperto in brogli elettorali e voto di scambio.
È il nuovo che avanza. E non promette niente di buono.

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La Caduta dei Nani

Posted in A volte ritornano, Masters of Universe with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 13 giugno 2012 by Sendivogius

OK, abbiamo scherzato!
Forse è giunto il momento di ripensare l’Europa; ridimensionare le ambizioni e mettere da parte ogni velleità; prendere coscienza che abbiamo affidato la soluzione di problemi epocali ad una impotente tribù di boriosi nani allo sbaraglio.
Forse è il caso di rassegnarsi all’idea che l’Europa non sia altro che l’espressione geografica di una mera sommatoria di litigiosi ex Stati combattenti, ognuno gelosamente aggrappato al proprio particulare, nella nostalgia dei fasti del passato, condannati ad un presente inglorioso e ad un futuro di assoluta irrilevanza proteso verso un inarrestabile declino.
La Non-Unione europea sembra infatti procedere come un treno piombato furiosamente lanciato verso un binario morto, al traino della locomotiva tedesca che evidentemente si reputa immune alla catastrofe imminente, nell’ostinata riproposizione di politiche macroeconomiche finora rivelatesi fallimentari. E non è una consolazione sapere che la Germania, la quale sta guidando con convinzione l’intero convoglio verso il baratro, sarà alla lunga il paese che pagherà le conseguenze peggiori di una crisi che finirà inevitabilmente per travolgere anche lei: la preda più ambita e più ghiotta dei mercati finanziari, che non hanno anima né coscienza… Semplicemente investono là dove maggiore è l’incremento dei dividendi azionari, da distribuire agli investitori dei loro fondi speculativi, legati al private equity.
Questi ultimi due anni terribili avrebbero dovuto insegnare ai custodi dell’ortodossia monetarista che nessuno è immune al contagio e che, una volta innescato l’effetto domino, le conseguenze sono irreversibili, in una unione monetaria dove le economie sono strettamente interconnesse. Non sarà certo lo spirito luterano del rigore teutonico a salvare i tedeschi dalla morsa speculativa sui debiti sovrani.
A tal proposito è straordinario come la Germania di frau Merkel, evidentemente immemore delle lezioni della Storia, stia prescrivendo al resto dell’Europa le stesse condizioni insostenibili che a suo tempo vennero imposte alla Repubblica di Weimar, determinandone l’inevitabile collasso e finendo col precipitare il resto del continente nell’abisso…
La diabolica perseveranza con la quale Berlino e Francoforte si ostinano ad imporre salassi forzati a pazienti anemici, e già spossati dai prelievi, assomiglia quasi ad una vendetta postuma. Ben poco possono le timide e riottose iniezioni di liquidità, peraltro somministrate in extremis e con mille recriminazioni, quando gli hedge funds, scatenati dall’odore del sangue, possono movimentare capitali superiori ai 4 trilioni di dollari in manovre speculative, usando una tastiera da pc.
Difficile fermare il contagio senza un vaccino che debelli il virus [QUI]. Al massimo si può circoscrivere con fatica il focolaio di infezione, fino all’esplodere della nuova epidemia.

Dalle parti di casa nostra, nell’ingrata opera di profilassi e messa in sicurezza, è evidente il fallimento dell’arrogante gabinetto bocconiano, sotto protezione presidenziale, che da sette mesi ormai cincischia nell’inconcludenza al governo dell’Italia. Naturalmente parliamo del prof. Mario Monti: un tipico esponente dei “poteri deboli”; la scimmietta ammaestrata del presidente Napolitano (e guai a chi gliela tocca!).

Ad eccezione dell’invasata Elsa Fornero, alla disperata ricerca di un esorcista, è invece il caso di dimenticare il contorno di algidi professoroni, dei quali null’altro si ricorderà all’infuori della spocchia accademica e dei provvedimenti degni di un ragioniere particolarmente mediocre… Gente talmente ‘esperta’ che ha serie difficoltà a tirar di conto in evidente guerra coi numeri e, a quanto pare, piuttosto a suo agio con la menzogna ad uso politico. Il caso degli “esodati” è paradigmatico.

Mutato nomine, de te fabula narratur
 Per uno strano ricorso della Storia, le analogie con la grande depressione economica degli anni ’30, e soprattutto con la situazione della Germania weimeriana, sono emblematiche…
Tenendo conto delle debite differenze, per certi aspetti la prassi rigorista del prof. Mario Monti e la sua linea programmatica (ammesso ne abbia davvero una) a noi ricorda quella adottata a suo tempo dal cancelliere tedesco Heinrich Brüning.
Certe somiglianze risultano quasi inquietanti…
Nato il 26/11/1885, Heinrich Brüning fu il penultimo cancelliere (se si esclude l’effimero gabinetto del gen. Kurt von Schleicher) della Repubblica di Weimar, dal 1930 al 1932, in un periodo difficilissimo della storia tedesca, giunta al culmine di una crisi reiterata che spalancò le porte al nazismo.
Cattolicissimo, Brüning proviene dalle fila del partito cattolico, il Zentrum (il Centro). Monarchico convinto, appartiene all’ala conservatrice del partito, per conto del quale si occupa di questioni sindacali, guadagnandosi una rapida fama di esperto in politiche economiche. Nel 1924 viene eletto in parlamento (Reichstag).
Come formazione universitaria, Brüning studia Storia e Scienze Politiche a Strasburgo, ma si specializza in Economia politica, frequenta i corsi della London School of Economics, conseguendo il dottorato all’Università di Bonn nel 1915. Durante la Grande Guerra si arruola come volontario, prestando servizio come ufficiale della riserva. Viene assegnato alle postazioni di mitragliatrici mobili; ferito in combattimento si conquista i galloni da tenente e la Croce di ferro al valor militare.
Il 28 Marzo del 1930 , il presidente della Repubblica, l’ultra-ottuagenario Paul Hindenburg lo chiama al governo del Reich per costituire un governo di coalizione, in seguito all’ennesima crisi politica della Repubblica, confidando nelle competenze economiche del leader centrista per affrontare la gravissima recessione che attanaglia il paese.

«Heinrich Brüning si era costruito una buona fama come esperto di questioni finanziarie e fiscali ed era ovvio che nel 1930 si sentisse il bisogno di affidare il timone ad un politico che sapesse districarsi in questi settori, di solito molto specialistici. Ma dopo quell’anno lo spazio di manovra in questi campi si restrinse con grande rapidità anche per le disastrose valutazioni politiche del cancelliere. Infine, neanche i suoi paladini più devoti avrebbero mai sostenuto che Brüning fosse un leader dotato di carisma e capacità di coinvolgere le folle: semplice nell’aspetto, riservato e impenetrabile, incline a prendere decisioni senza consultare nessuno, privo di doti oratorie, non era un uomo capace di conquistare un sostegno di massa presso un elettorato atterrito di fronte al caos economico

  Richard J.Evans
La Nascita del Terzo Reich  [pag.283]
 Mondadori editore – Milano 2005.

In sintesi, gli interventi di natura economica del cancelliere Brüning si basano su una rigorosa applicazione di politiche deflattive, in un periodo in cui la terrificante iperinflazione degli anni precedenti (1923-24) era comunque rientrata e le esportazioni tedesche cominciavano a flettere in un generale ristagno recessivo dell’economia.
Ad ogni modo, Heinrich Brüning fonda la sua azione di governo su una inflessibile politica rigorista, volta al pareggio di bilancio ed al contenimento del debito, tramite il costante ricorso alla decretazione d’urgenza con l’adozione di decreti straordinari, che esautorano progressivamente il parlamento dalle sue funzioni politiche…

«Il Parlamento non era più il luogo delle decisioni politiche. Ancor prima delle elezioni del settembre 1930, Brüning aveva retto il paese, passando sopra il capo dell’assemblea legislativa scissa in fazioni, grazie ai poteri eccezionali conferiti al presidente del Reich secondo l’articolo 48 della Costituzione di Weimar e dal momento che le vie per la formazione di una normale maggioranza parlamentare risultavano impraticabili, egli si avvalse quasi esclusivamente di tali prerogative presidenziali, ai fini di una prassi di governo semi-dittatoriale al di fuori del controllo camerale. La storiografia non ignora certo che in tal modo Brüning si fece precursore di Hitler, nel senso che accantonò il procedimento democratico senza promuovere un’alternativa in senso duraturo. D’altra parte, chi pretendeva di vedere già in questo “la morte della Repubblica di Weimar” dovrebbe tener presente che questo trapasso di poteri era possibile soltanto perché rispondeva alla tendenza di quasi tutti i partiti alla fuga dalla responsabilità politica. Sussiste tuttora la propensione da parte degli storici a rendere responsabili della svolta autoritaria della situazione le masse “apolitiche”, ma, ovunque facessero la loro comparsa “strutture statali autoritaristiche”, ciò avveniva per la frettolosa rassegnazione con cui i partiti, dalla sinistra alla destra, nel momento in cui si scaricavano le responsabilità sull’Ersatzkaiser (imperatore sostitutivo) presidenziale, in tal modo tentando di non apparire coinvolti nelle decisioni chiaramente impopolari che dovevano esser prese.
[…] Il disgusto per lo stato partitico, che in pratica aveva cessato di esser tale, fu ulteriormente accentuato dalla manifesta incapacità del governo di registrare successi sia all’interno che all’esterno. La politica di rigido risparmio, perseguita da Brüning col massimo rigore e in misura addirittura autolesionistica, non valse a superare le difficoltà economiche né a risollevare la crisi produttiva, con la conseguenza che l’enorme esercito dei senza lavoro non ne fu minimamente ridotto

  Jaochim Fest
 “HITLER. Una biografia  [Pag.428-429]
Garzanti Libri – Milano 2005

Brüning riduce gli stipendi governativi, ma soprattutto applica drastici tagli alla spesa pubblica in un momento di grandissima crisi sociale: riduce fortemente i sussidi di disoccupazione e ne limita la durata di erogazione.
Comprime i salari e motiva la decisione dicendo che ciò favorisce la competitività delle imprese.
Taglia le pensioni, aumentando al contempo la pressione fiscale con l’introduzione di nuove imposte indirette.
A livello politico, aumenta la stretta della censura sulla libera stampa e limita fortemente i diritti associativi e le libertà individuali, tanto che alcuni storici, come Herbert Hömig, sono giunti addirittura a sostenere che la sua tanto criticata politica economica durante la crisi era stata concepita per indebolire sindacati e socialdemocratici.
E nonostante tutto i provvedimenti del premier tecnico si rivelano tanto insufficienti quanto inadeguati.
C’è da dire che a complicare ulteriormente la situazione, subentra anche la crisi degli istituti di credito coi rischi impliciti di un crollo del sistema bancario, nonostante la creazione di un fondo di garanzia per i depositi.

«Nel Febbraio del 1932 il numero dei disoccupati superò i 6 milioni; pur con l’ottusità dell’esperto il quale è convinto di saperla più lunga dell’uomo politico con le sue basse propensioni al compromesso, Brüning continuò imperterrito la sua strada.
[…] Ma i suoi concittadini non ne condividevano né il rigore né le speranza…. detestavano i continui decreti speciali accompagnati da formali appelli al sacrificio: il governo, tale il rimprovero che da moltissime parti gli veniva rivolto, si accontentava di gestire la crisi anziché superarla. Se la politica di spietato risparmio di Brüning presentava il fianco alle critiche dal punto di vista economico, ancor meno valida essa si rivelò sul piano politico, denunciando la propria impotenza, e ciò perché il cancelliere [il premier] nella sua tecnicistica freddezza, era incapace di quei toni patetici suscettibili di indurre al sacrificio e di fare, del sangue, del sudore e delle lacrime, un numero a sensazione accolto da fragorosi applausi. Nessuno è disposto a rassegnarsi facilmente al fatto che la miseria in fin dei conti è null’altro che miseria; e il crescente rifiuto opposto alla repubblica affondava radici anche nell’incapacità di fornire una spiegazione dello stato di crisi, di dare un senso ai sacrifici di continuo richiesti

  Jaochim Fest
HITLER. Una biografia  [Pag.454-455]
Garzanti Libri – Milano 2005

Il fallimento delle politiche rigoriste di Heinrich Brüning, insieme alla catastrofica gestione della recessione economica, spianeranno la strada ai nazionalsocialisti di Adolf Hitler: fino a pochi anni prima un’oscura formazione di estrema destra, che in pochissimo tempo passa da una manciata di  consensi (il 3% nel 1928) a percentuali con due cifre (dal 18,3% del 1930 al 33% del 1932), grazie ad una capillare propaganda populista contro la “vecchia politica”, raccogliendo il voto degli scontenti, dei delusi, gli arrabbiati, gli strati popolari, e soprattutto i giovani.
Insomma, a voler forzare la mano, i precedenti storici per la crisi attuale non sono dei più confortanti. C’è di che stare allegri…

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