Archivio per Gustave Flaubert

La Guerra dei Cretini

Posted in Kulturkampf, Masters of Universe with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 6 ottobre 2013 by Sendivogius

Tricolore (da Giornalettismo)Trilogy: “un cialtrone è per sempre”
Van der Kuul

Gustave Flaubert, che della categoria se ne intendeva tanto da dedicargli un “dizionario dei luoghi comuni”, riteneva che un perfetto cretino avesse in sé tutte le prerogative per essere felice. Pertanto, se uno spiccato egoismo ed una buona salute erano assolutamente importanti, l’imbecillità costituiva il requisito fondamentale. Certo, l’autore di “Madame Bovary” nella sua smielata lettera a Louise Colet (06/08/1846), parlando di stupidità, aveva ben altri pensieri per la testa…
Tuttavia l’idiota, nella sua inarrestabile discesa tra gli abissi dell’umana cretineria, trascende il tempo e travalica i limiti, attraverso il libero deflusso di parole e comportamenti reiterati in un crescendo ossessivo, trasformato in fenomeno prevalente del nostro tempo, nell’imperturbabilità della sua normalità priva di senso
Nei casi patologicamente rilevanti della dissonanza cognitiva, il cretino declina nella psicopatia; si prende maledettamente sul serio, nei toni come nei contenuti, smarrendo il senso delle proporzioni e finanche della logica. Delira. E nell’ossessione ripetuta rasenta la follia, facendo la faccia feroce per dissimulare l’impotenza…

RottweilerSiamo in guerra e ormai non è più un modo di dire. E’ necessario schierarsi. Riconoscere gli amici dai nemici e prepararsi ai materassi. E’ una lunga marcia quella che ci aspetta. Hanno troppi interessi, troppi scheletri, troppi collegamenti con la criminalità organizzata, con le lobby più o meno occulte per uscire di scena. […] Nessun compromesso…. Faremo dei nodi ai fazzoletti. Noi non dimenticheremo.

 Beppe Grillo
 (06/10/13)

Davanti a simili perle di saggezza riVoluzionaria, Ennio Flaiano avrebbe senz’altro scorto il genio incompreso di un cretino illuminato da lampi di imbecillità.
Nazi Zombie BattlegroundUn provocatore professionista come Lenny Bruce diceva che la satira è tragedia più tempo. Smarrita la satira tra le flatulenze di un sonno senza ragione, ci troviamo più che altro dinanzi alla tragedia di vecchi ridicoli, con troppo tempo libero a disposizione e pessimamente impegnato.
Sempre più truce, livoroso, rigonfio di rancori gastrici mai digeriti, questa parodia bellica del Gabibbo assomiglia sempre più ad un villain (o un villano?) da fumetto pulp, mentre si trascina ancor più stancamente sulla scena con le sue scariche di anatemi a rilascio regolare. Come parlare sporco e influenzare la genteE lo fa senza mai raggiungere, per dire, l’irriverenza dissacrante o il nichilismo caustico che pure Lenny Bruce non perse mai, nemmeno negli eccessi che lo condussero all’autodistruzione.
D’altronde, la caratura del personaggio è inconfondibile:

«Il matto lo riconosci subito. È uno stupido che non conosce i trucchi. Lo stupido la sua tesi cerca di dimostrarla, ha una logica sbilenca ma ce l’ha. Il matto invece non si preoccupa di avere una logica. Procede per cortocircuiti. Tutto per lui dimostra tutto. Il matto ha un’idea fissa, e tutto quel che trova gli va bene per confermarla. Il matto lo riconosci dalla libertà che si prende nei confronti del dovere di prova, dalla disponibilità a trovare illuminanzioni.»

 Umberto Eco
Il pendolo di Foucault
Bompiani, 1988.

Col picchiatello, col vecchio zio un po’ tocco, però il Guy Fawkes dei carruggi ha ben poco da spartire… È piuttosto il classico pazzoide allucinato, che di tanto in tanto si ha la sventura di incontrare in metropolitana e nelle bettole di quart’ordine. Se lo conosci, lo eviti.
southpark-fat-gamer-guy-fawkes-maskBagattoEppur tuttavia in questa sfilata tragicomica di maschere tristi, all’ombra del berlusconismo morente, depotenziata dalla carica eversiva del Bagatto brianzolo, nella loro presunzione autoreferenziale, il duumvirato Grillo-Casaleggio ricorda Bouvard e Pecuchet. Tanto per tornare a Flaubert.
Li accomuna l’indefessa minchioneria d’antan di altre celebri coppie comiche: Gianni e Pinotto; Stanlio e Ollio…

Bouvard e Pecuchet

Bouvard e Pecuchet sono “due fulgidi imbecilli, tragici e sinistri nella loro idiozia”:

«i due si dedicano con entusiasmo da neofiti allo studio e alla pratica delle più disparate discipline e tecniche. L’ambizione faustiana, la passione per ogni nuova branca dello scibile umano è in loro animata dalla speranza di attingere a verità assolute che guidino il comportamento e mettano ordine nel caos. Ma la loro fiducia nell’autorità dei testi è sistematicamente sottoposta alla critica inflessibile del principio di non-contraddizione, che li espone a una delusione dopo l’altra»

 “Bouvard e Pécuchet, o dell’idiozia del mondo

D’altro canto, la stupidità non discinta dall’idiozia politica costituisce da sempre un tema ricorrente di interminabili riflessioni, tanto risulta radicato e florido il fenomeno, declinato in tutte le sue infinite sfaccettature…
Robert Musil, drammaturgo ed antifascista austriaco, sul tema della stupidità e delle sue implicazioni dedicò una delle sue conferenze più famose:

Robert Musil«Evidentemente in situazioni ordinate sono bandite espressioni smodate e indisciplinate. E come prima si parlava della vanità di popoli e partiti che sopravvalutano il proprio stato di illuminazione, ora bisogna aggiungere che, quando si sfoga – proprio come il megalomane che sogna a occhi aperti – la maggioranza si crede non solo l’unica saggia ma anche l’unica virtuosa, coraggiosa, nobile, invincibile, pia e bella. Il mondo ha la peculiare tendenza per cui, quando gli uomini si trovano in tanti, si permettono tutto ciò che è proibito al singolo.
I privilegi del Noi ingigantito danno l’impressione che il crescente incivilimento e addomesticamento del singolo vada compensato dal parallelo imbarbarimento degli stati, delle nazioni e delle loro leghe ideologiche. Chiaramente si manifesta un disturbo dell’equilibrio affettivo che in sostanza precede la contrapposizione tra Io e Noi e ogni valutazione morale. Ma tutto ciò, dobbiamo chiederci, è ancora stupidità o ha con la stupidità una qualche connessione?
[…] La stupidità autentica è un po’ dura di comprendonio, come si dice. È povera di idee e parole, nonché maldestra nell’usarne. Preferisce le cose comuni, che continuamente ripetute le si imprimono bene in testa. Se afferra qualcosa, non se la fa scappare. Non analizza né sottilizza. Sue sono niente di meno che le rosee guance della vita! È vero che pensa in modo vago e basta una nuova esperienza a far tacere il suo pensiero, ma è anche vero che preferisce ciò che si può sperimentare con i sensi o contare sulle dita. In una parola, è la cara “limpida stupidità” che, se non fosse a volte così credulona, confusionaria e addirittura incorreggibile testona, da portare alla disperazione, sarebbe addirittura graziosa.
[…] In stridente contrasto con la stupidità autentica sta quella pretenziosa. Non è tanto mancanza di intelligenza, quanto il suo venir meno, quando si impegna in prestazioni che non sono alla sua portata. Può avere tutte le peggiori qualità dell’intelletto debole, con in più quelle derivanti da un’indole non equilibrata, immatura e incostante, in breve malsana.»

 Robert Musil
“Discorso sulla Stupidità”
(Vienna, 11/03/1937)

Evidentemente, in piena epoca di totalitarismi, a Musil non sfuggivano le implicazioni della stupidità dilatata a fenomeno politico di massa.
In tempi più recenti, molto più prosaicamente, Quim Monzò, lo sferzante autore catalano di “1000 Cretini” (tanto per rimanere in tema), in una intervista rilasciata proprio a Il Giornale, così ha definito la questione:

«La stupidità è la qualità che gli stronzi hanno di infastidire e irritare quelli che non sono stupidi come loro. La dimostrano facendo le cose quando è chiaro che farle è una cretinata. O le fanno con una totale mancanza di discrezione. O con una faticosa presunzione».
 (24/01/2013)

Comunque vada, resta la nostra irritante compagna di ogni epoca.

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Potere al Popolo

Posted in A volte ritornano, Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 16 marzo 2013 by Sendivogius

Asura's Wrath - by Klem Kanthesis

«Sul trono, s’era seduto un proletario dalla barba nera, con la camicia sbottonata sul petto e l’aria ilare e stupita d’un fantoccio. Altri s’accalcavano sulla pedana per mettersi al suo posto.
“Ecco il grande mito – disse Hussonnet – il popolo sovrano!”
Il trono, sollevato a forza di braccia, attraversò ondeggiando tutta la sala.
“Perdinci, guarda come beccheggia il vascello dello Stato, sballottato su un mare in tempesta… Che danza frenetica!”
Fu trascinato fino alla finestra e da lì, in mezzo ad una selva di fichi, scaraventato fuori.
“Povero vecchio Stato!” Commentò Hussonnet seguendone il tonfo in giardino, dove subito fu raccolto, portato a spasso fino alla Bastiglia, dato alle fiamme.
Esplose allora una gioia frenetica, come se al posto lasciato vuoto dal trono fosse comparso un avvenire di felicità senza limiti; e il popolo, meno per vendicarsi che per un’affermazione di possesso, si diede a frantumare specchi, lacerare i tendaggi, fare a pezzi i lampadari, i candelabri, i tavoli, le sedie, gli sgabelli, tutta la mobilia; persino le collezioni di disegni, i fiori ricamati. Ottenuta la vittoria, bisognava pur divertirsi!
(…) Poi il furore si fece cupo. Una curiosità oscena spingeva la gente a frugare nei salottini, negli spogliatoi, in tutti gli angoli, ad aprire tutti i cassetti. Avanzi di galera affondavano il braccio nelle lenzuola delle principesse, ci si rotolavano sopra per consolarsi di non averle tra le grinfie. Altri, dai visi ancora più sinistri, vagavano in silenzio alla ricerca di qualcosa da rubare, ma c’era ancora troppa gente attorno.
(…) In anticamera, una puttana era dritta sopra un mucchio di panni in posa di statua della Libertà; immobile, con gli occhi spalancati, faceva paura.
Fuori non fecero in tempo a far tre passi che s’imbatterono in un plotone di guardie municipali in bassa uniforme, i quali togliendosi il berretto salutarono il popolo con un profondo inchino.
(…) Il palazzo traboccava di gente. Nel cortile avevano dato fuoco a sette cataste; attraverso le finestre volavano giù pianoforti, cassettoni, orologi a pendolo. Dalle pompe antincendio l’acqua schizzava fino ai tetti; alcuni figuri si industriavano di tagliarne i tubi a colpi di sciabola. Federico voleva indurre uno studente a intervenire; lo studente non capì; sembrava, d’altronde, un perfetto imbecille. Tutt’intorno, lungo le due gallerie, la plebaglia s’era impadronita delle cantine e s’abbandonava ad una ebbrezza immonda. Il vino scorreva a ruscelli, ci si sguazzava coi piedi. I crapuloni vociavano confusamente, mentre s’abbeveravano vacillando dai cocci di bottiglia.
“Andiamocene via,” – disse Hussonnet – “il tuo popolo mi disgusta”.
“Che importa?” – disse Federico – “Io lo trovo sublime, il popolo”.»

 Gustave Flaubert
 “L’educazione sentimentale”
Garzanti, 1966

Servir-le-peuple Che cos’è il Popolo?
Parola vaga, presuppone un concetto astratto in forma estensiva. Nella sua forma ibrida, si carica delle valenze che gruppi di singoli o circoli culturali (nel senso antropologico del termine e più o meno intellettualizzati) attribuiscono ad una espressione di per se neutra.
Deprivato di ogni componente critica o particolarismo al suo interno, e quindi esaltato come un conglomerato sociale sostanzialmente omogeneo, nella negazione di ogni componente ‘classista’ al suo interno, il “Popolo” si presenta soprattutto come una massa amorfa che si attiva per stimolo, su istinti quasi sempre incontrollati. Preso nel suo complesso senza complessità, è un’entità manipolabile tramite il ricorso reiterato a suggestioni di massa, che risponde a pulsioni ancestrali sapientemente solleticate. Perché, come ebbe a scrivere Umberto Eco in un suo articolo in tempi non sospetti (Marzo 2005): il popolo profondo, diffidente verso ogni critica e riforma delle tradizioni, è brodo di coltura di tutte le derive poujadistiche che si alimentano degli istinti incontrollati dell’elettorato meno criticamente educato.
Nelle sue degenerazioni peggiori, si nutre di esclusività, assolutizza il consenso, e nell’ansia di conformismo elide le differenze soffocando il dissenso, inteso come minaccia alla sua presunta coesione interna (che poi è fedeltà incondizionata ai vertici).
State pur certi che ogni tiranno, demagogo, despota o cialtrone, dirà sempre di agire in nome e per conto del popolo, quale eccezionale interprete della sua volontà. E troverà milioni di imbecilli pronti a seguirlo.
Permetteteci dunque qualche piccola ‘provocazione’…
Quasi sempre evocato a sproposito, quasi mai sovrano, il ricorso all’elemento popolare risulta più strumentale che sostanziale. È il “Potere” a legittimare l’esercizio di se medesimo in nome del “Popolo”; assai difficilmente si verifica il contrario. Non è un caso che i regimi dispotici o totalitari abbiano sempre privilegiato il richiamo ideale al “popolo”… Per antonomasia, sono ‘popolari’ le repubbliche cinese e nord-coreana.
DAUMCom’è noto, per la propaganda nazista il termine “popolo” (volk) aveva Adolf Hitlerun’importanza fondamentale, costituendo un binomio inscindibile con il suo Capo naturale in un entroterra precostituito (“Ein Volk, ein Reich, ein Führer”), il cui cardine risiedeva per l’appunto nella comunità di popolo (Volksgemeinschaft) dove le differenze si elidono nel principio di ubbidienza e fedeltà.
Mussolini sul triciclo E un rapporto tutto speciale con il popolo aveva Benito Mussolini, che dalle pagine del suo principale organo di informazione, Il Popolo d’Italia, lo blandisce e lo esalta (mentre nell’intimo lo disprezza), venendone ricambiato con entusiasmo.

«In realtà il “popolo” come espressione di una sola volontà ed eguali sentimenti, forza quasi naturale che incarna la morale e la storia, non esiste. Esistono i cittadini che hanno idee diverse e il regime democratico consiste nello stabilire che governa chi ottiene consensi dalla maggioranza dei cittadini. Non dal popolo, da una maggioranza che talora può essere dovuta non al computo delle cifre ma alla distribuzione dei voti in un sistema elettorale.
Gli eletti rappresentano i cittadini, proporzionalmente, in parlamento. Ma il paese non è fatto del solo parlamento. Ci sono un’infinità di “corpi intermedi”, che vanno dai poteri industriali all’esercito, dagli ordini professionali alla stampa e via dicendo, e nella maggioranza dei casi si tratta di persone che agiscono in base a concorso.
people(…) Appellarsi invece al “popolo” significa costruire un figmento: siccome il popolo in quanto tale non esiste, il populista è colui che si crea un’immagine virtuale della volontà popolare. Mussolini lo faceva radunando cento o duecentomila persone in Piazza Venezia che lo acclamavano e che, come attori, svolgevano la parte del popolo. Altri possono creare l’immagine del consenso popolare giocando sui sondaggi, o semplicemente evocando il fantasma di un “popolo”. Così facendo il populista identifica i propri progetti con la volontà del popolo e poi, se ci riesce (e sovente ci riesce) trasforma in quel popolo che lui ha inventato una buona porzione di cittadini, affascinati da una immagine virtuale nella quale finiscono per identificarsi.
Questi sono i rischi del populismo, che abbiamo riconosciuto e paventato quando si manifestava in altri paesi, ma che curiosamente non avventiamo appieno quando inizia a imporsi a casa nostra.»

 Umberto Eco
(Nov. 2003)

Nella sua apparente inclusività totalizzante, “popolo” è spesso un concetto esclusivo che ha bisogno di esibire la propria alterità contro terzi, ribadendo nell’uso dei suoi ostensori una supposta superiorità etica e morale…

Mussolini Mussolini amava appellarsi agli italiani, chiamandoli: Popolo di poeti, di artisti, di eroi, di santi, di navigatori, di trasmigratori. Con ogni evidenza, ignorava che la definizione poteva essere benissimo applicata, e a pieno titolo, anche alla più sperduta delle popolazioni polinesiane.

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13colonies Quando, intorno al 1775, le Tredici Colonie si sollevarono contro il dominio britannico, intenzionati com’erano a non pagare le tasse, un eterogeneo gruppo di immigrati olandesi e inglesi, pionieri provenienti dal Galles e dalla Scozia, coloni tedeschi della Pennsylvania (che non spiccicavano una parola della lingua di Shakespeare) si scoprirono improvvisamente essere “Popolo americano”; ovvero piccoli possidenti, mercanti di città e aristocratici farmers di campagna, che pretendevano di esprimere l’universalità delle istanze degli abitanti delle Colonie.
Erano “americani” non più di quanto non lo fossero le tribù Irochesi (che in America già ci vivevano da qualche migliaio di anni). E non meno di un francese del Quebec e della Louisiana, dei coloni ispano-messicani del Texas e l’Arizona, o un russo dell’Alaska.
Ed è lecito supporre che quando Thomas Jefferson declamava le libertà fondamentali dell’uomo non pensasse minimamente che queste fossero estensibili agli schiavi neri delle sue piantagioni. Evidentemente, gli africani non rientravano nel concetto di ‘popolo’.

Bane-fanart-batman-risesEssendo sostanzialmente il portatore passivo di istanze eterodirette, il “Popolo” spesso non è coerente né ponderato nelle sue azioni…
Mujik russo Il popolo russo, intriso com’è di misticismo e fatalismo atavico, amava lo Zar.
Ciò non impedirà a Nicola II di essere condannato a morte da un “Tribunale del popolo”, quindi fucilato con tutta la famiglia imperiale. Alla mattanza non sfugge la servitù domestica (che pure è composta a pieno titolo da figli del popolo): se l’ultimo zar viene freddato con un colpo alla fronte, per abbattere le cameriere i soldati usano le baionette.
Patrol_of_the_October_revolutionI Sanculotti di Dario Fo È popolo la folla di sanculotti scatenati che nel 1792, aizzati dai demagoghi di turno (che di lì a poco avrebbero perso letteralmente la testa), prendono d’assalto le prigioni di Parigi trucidando i prigionieri. E nel furore contro la “casta” dell’epoca, monsiuer le Peuple non trova niente di meglio che infierire sulla principessa di Lamballe, che viene praticamente macellata… Le cronache dell’epoca narrano di come un citoyen revolutionnaire si esibisse in parata con un paio di vistosi quanto posticci mustacchi, escissi dalle parti intime della sventurata signora. Ma si sa che i cronachisti amano le iperboli.
Stendardo sanfedistaSono “popolari” le selvagge milizie sanfediste del cardinale Ruffo che dalla Calabria risalgono la Penisola saccheggiando, stuprando e squartando, al grido di “Viva Maria!”.
I Lazzaroni napoletani massacrano i giacobiniE sempre dal ‘popolo’ provengono i brassardiers che nel marzo 1871 si dedicano con zelo sanguinario allo sterminio dei comunardi parigini, che del popolo pensavano di difendere i diritti in nome dell’eguaglianza e dell’emancipazione sociale.
18 Marzo 1871 - il massacro dei comunardiEd è proprio questo il punto: nell’ansia (tipicamente reazionaria) di rimuovere ogni aspirazione progressista, rivendicazione sociale, con le sue contraddizioni di classe, nell’assenza di differenze e di critica propositiva, ci si rifugia nella favoletta consolatoria della comunità nazionale, assediata dal nemico esterno e dai subdoli approfittatori che minacciano la concordia ordinum del popolo, incosciente perché senza Coscienza, riunito nella sua totalità contro i fantomatici “privilegi della casta” che è sempre altro rispetto a chi la vota.
Nella sua accezione onnicomprensiva, svuotata di senso concreto, la parola ‘popolo’ è aperta a tutte le declinazioni comprese le più improbabili: popolo del web… popolo di facebook… popolo delle partite iva… fino al parossistico “popolo delle libertà”, dove il termine ‘popolo’ è più che altro speculare a ‘gente’, quale presupposto palingenetico (gente che ama la gente).
In questo, il populismo è quanto mai funzionale alle ansie della gente che si crede popolo: offre soluzioni semplici a problemi complessi; è rassicurante nella sua facile accessibilità; è illusoriamente coinvolgente… Tocca corde radicate nel profondo dell’animo di una certa Italia e le fa vibrare, scatenando pulsioni sopite ma mai superate. Certamente più trasversali di quanto non si creda o si sia disposti ad ammettere.
Scusateci se scomodiamo un’altra volta Eco, attingendo dalle sue analisi. L’estratto selezionato serve a rendere l’idea ed è tratta da un’antologia di articoli pubblicati tra il 2000 ed il 2005 in: A passo di gambero; guerre calde e populismo mediatico. L’articolo in questione risale all’Aprile 2001; è dedicato al “modello propagandistico e nelle strategie e tattiche di lotta politica” dell’allora Polo delle Libertà, e analizza come in questo siano ravvisabili certi influssi riscontrabili nei gruppi extra-parlamentari del ’68.
Mutatis Mutandis, potrebbe benissimo essere riapplicato alla situazione attuale, per spiegare certe peculiarità strategiche del M5S e sul perché la sua attrattiva elettorale sia stata trasversale, attingendo consensi elettorali anche a sinistra:

«Del modello sessantottesco si ritrovano nel Polo molti elementi. Anzitutto, l’identificazione di un nemico molto più sottile degli Stati Uniti, come le multinazionali o la Trilaterale, denunciandone il complotto permanente. In secondo luogo il non concedere mai nulla all’avversario, demonizzarlo sempre, qualsiasi fossero le sue proposte, e quindi rifiutare il dialogo e il confronto (rifiutando ogni intervista di giornalisti costitutivamente servi del potere). Di qui la scelta di un Aventino permanente e dell’extra-parlamentarsimo. Questo rifiutarsi a qualsiasi compromesso era motivato dalla convinzione, reiterata a ogni momento, che la vittoria rivoluzionaria fosse imminente.
(…) La marcia verso la conquista del potere veniva sostenuta attraverso l’immagine trionfale di un volto carismatico, fosse esso quello del Che o della triade Lenin, Stalin, Mao Tse-Tung.
Beppe Grillo rappresentato come Lenin, il Che, Pancho VillaTutte queste potrebbero sembrare soltanto analogie, dovute al fatto che i comportamenti propagandistici si assomigliano tutti un poco, ma giova ricordare quanti transfughi e del vetero-comunismo e del ’68 siano confluiti nel Polo.
(…) Prestare orecchio a un rapporto con le masse appare particolarmente intelligente dal momento che nella geografia politica attuale il vero partito di massa è il Polo, che ha saputo individuare nel disfacimento sociologico delle masse pensate dal marxismo classico, le nuove masse, che non sono più caratterizzate dal censo bensì da una generica appartenenza comune all’universo dei valori massmediatici, e quindi non più sensibili al richiamo ideologico, bensì a un richiamo populista.
Il Polo si rivolge, attraverso la Lega, alla piccola borghesia poujadista del Nord; attraverso AN alle masse emarginate del Sud che da cinquant’anni votano per monarchici e neo-fascisti; e attraverso Forza Italia alla stessa classe lavoratrice di un tempo, che in gran parte ascende a livello di piccola borghesia, e di questa ha i timori per la minaccia che per i propri privilegi costituiscono i nuovi ‘lumpen’, e avanza le richiesta a cui può rispondere un partito che fa proprie le parole d’ordine di ogni movimento populista: la lotta contro la criminalità, la diminuzione della pressione fiscale, la difesa dal prepotere statale e dalla Capitale fonte di ogni male e corruzione, la severità ed il disprezzo verso ogni comportamento deviante.»

Fondamentale per la riuscita del modello è l’attesa messianica di una distribuzione di beni e opportunità, secondo le aspettative di simpatizzanti e sostenitori, insieme all’abilità di saper cogliere determinate richieste…

«Quando si individuano nel proprio elettorato queste pulsioni profonde si è partito di massa e di ogni classico partito di massa si adottano parole d’ordine e tecniche d’assalto. E forse uno dei peccati originale della sinistra, oggi, è nel non saper accettare in pieno l’idea che il vero elettorato di un partito che si vuole riformista non è più fatto di masse popolari bensì di ceti emergenti e di professionisti del terziario.
(…) In realtà, le tecniche vetero-comuniste e sessantottesche vengono messe al servizio di un programma che può andare bene anche a molti strati della Confindustria, come in altri tempi è andato bene il programma corporativista. In ogni caso, avanti o popolo

 Umberto Eco
(Aprile 2001)

Come giustamente è stato osservato da critici acuti:

«Il fascismo è nato, esiste ed è continuamente reinventato e riutilizzato dai padroni proprio per offrire ai ceti medi proletarizzati un «falso evento» dopo l’altro, un falso bersaglio dopo l’altro, una finta rivoluzione dopo l’altra. Questo non succederebbe se la classe capitalistica considerasse i ceti medi per natura conservatori. Sa bene che, quando si proletarizzano e si impoveriscono, potrebbero «fare blocco» con gli operai e in generale coi lavoratori subordinati. Per impedire quest’alleanza, viene ogni volta scatenata una multiforme offensiva ideologica e propagandistica: ad esempio, si dice al piccolo borghese che il suo nemico sono i proletari «garantiti» e i sindacati, e al contempo, con il frame della «sicurezza», gli si dice che deve temere l’immigrato. Ma questo non basta, perché è un discorso tutto difensivo, ce ne vuole anche uno offensivo, «massimalista», pseudo-rivoluzionario. Oggi quel discorso è quello contro la «Ka$ta», e il suo massimo spacciatore è Grillo, che è un portatore – forse nemmeno del tutto consapevole – di un’ennesima variante di fascismo.
(…) Il paragone tra grillismo e fascismo è scivoloso, rischioso e difficile da maneggiare, ma inevitabile. Perché è la storia di questo paese, è la storia del difficile e controverso rapporto tra rabbia giusta e rancore distruttivo, tra rivoluzione e reazione.»

 Wu Ming
“Consigli per riconoscere la destra
 sotto qualunque maschera”

wuming L’attuale suggestione movimentista in realtà ricorre ad un archetipo antico e già collaudato con successo, che risponde ad un meccanismo strutturato su tre fasi: vittimismo; complottismo; provocazione.

«Il vittimismo è tecnica fondamentale. Ci sono stati anche esempi simpatici di vittimismo sistematico, come quello di Pannella che è riuscito per decenni ad occupare le prime posizioni nei media, dicendo che tacevano sistematicamente sulle sue iniziative. Ma il vittimismo è anche tipico di ogni populismo. Mussolini ha provocato con l’attacco all’Etiopia le sanzioni e poi ha giocato propagandisticamente sul complotto internazionale contro il nostro paese.
(…) Ogni prevaricazione deve essere giustificata dalla denuncia di una ingiustizia nei tuoi confronti. In definitiva, il vittimismo è una delle tante forme con cui un regime sostiene la coesione del proprio fronte interno (…) Ogni esaltazione populistica e nazionalistica presuppone la coltivazione di uno stato di continua frustrazione.
Non solo, il poter lamentare quotidianamente il complotto altrui permette di apparire sui media ogni giorno a denunciare l’avversario. Questa è tecnica antichissima, nota anche ai bambini: tu dai uno spintone al tuo compagno di banco, lui ti tira una pallina di carta e tu ti lamenti col maestro.
Un altro elemento di questa strategia è che, per creare provocazioni a catena, non devi parlare solo tu, bensì lasciare mano libera ai più dissennati dei tuoi collaboratori. Non serve passargli ordini, se li hai scelti bene partiranno per contro proprio, se non altro per emulare il capo. E più dissennate saranno le provocazioni meglio sarà. (…) La tecnica consiste nel lanciare la provocazione, smentirla il giorno dopo (“mi avete frainteso”) e lanciarne immediatamente un’altra

 Umberto Eco
 Micromega (Sett.2003)

Abbasso il popolo… Viva il Popolo!

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