Archivio per Governo Renzi

La bona sòla

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 6 maggio 2015 by Sendivogius

Unistall by Alessandra Daniele

Era il 01/04/15, quando il piccolo principe di Rignano in gita a Londra, durante uno dei suoi soliti tour promozionali, incontrò il suo omologo britannico: quel David Cameron con cui condivide ciccia e fuffa, a dimostrazione di quanto determinati didimi vadano sempre a coppia. Come un Pesce d’Aprile andato a male, il lezzo dell’abboccamento ha avuto un ritorno lungo a tanfo crescente…
Britain's Prime Minister David Cameron  greets his Italian counterpart Matteo Renzi as he arrives at Number 10 Downing Street in LondonSostanzialmente, il bulletto rignanese, tra una fanfaronata e l’altra, aveva bisogno di rimpinguare la cartelletta di governo Carlo Verdone alias Enzo in 'Un sacco bello' (1980)con qualche altra “riforma epocale” per gonfiare, con abbondanza di ovatta nei pantaloni, il pacco delle “misure impressionanti” da esibire al cospetto dei suoi tutori brussellesi, nelle consuete ispezioni ginecologiche per conto Ué.
In assenza di idee proprie, il bimbetto pesca prodotti preconfezionati altrove e ovunque gli sia possibile, da ripassare poi in salsa italica. Perché uno vale l’altro; l’importante è riempire la ciotola da dare in pasto ai salivanti corifei di regime. Al massimo, il ducetto fiorentino ci mette sopra il faccione e tutta la propria arroganza, con la stronzaggine intrinseca di un Masterchef alle prese con le sue cucine da incubo. Pertanto, a condimento del pastone indigesto, che costituisce il piatto forte dell’annuncite di governo, non poteva certo mancare l’imprescindibile “riforma dell’istruzione”: quella #buona-scuola, che altro non è se non una sbavata scopiazzatura in peggio del sistema scolastico anglosassone, rivisto in senso iper-classista e condensato in un accentramento autoritario di tutti i poteri decisionali, come impone la variante nazionale della “meritocrazia” declinata in tempi di post-democrazia.
Democracy no signalAlla scuola come impresa, amministrata da un preside manager, abbiamo dunque la figura del “preside allenatore” che decide l’indirizzo didattico, seleziona professori e personale scolastico (i bidelli), vagliando curricula e decidendo le assunzioni. Ne decide altresì gli eventuali premi e le promozioni ad personam (o meglio, ad clientes), ovviando così al mancato rinnovo contrattuale. Ma il preside, convertito in amministratore delegato, agisce con soldi pubblici ed a suo insindacabile giudizio, in quello che in determinate realtà locali rischia di diventare il più grande sistema clientelare su base familistica che mai si sia visto prima a memoria di Istruzione.
Soprattutto, si svuotano di competenze i Provveditorati, che diverrebbero così “enti inutili” da tagliare in ossequio alle alchimie contabili della spending review (un altro scalpo da agitare in Europa), e si grava il “dirigente scolastico” (che Allenatore nel pallonespesso ‘presiede’ cinque e più istituti, senza avere il dono dell’ubiquità) di un numero abnorme di funzioni, col rischio concreto di mandare l’allenatore nel pallone, il quale si ritroverebbe a rispondere direttamente al ministero, ovvero al Governo che avrebbe il controllo diretto della scelta formativa, con l’istituzione di veri e propri ghetti per gli insegnanti (ed i presidi) indesiderati.
Si tagliano i fondi alla scuola pubblica, ma si stornano contributi statali per milioni di euro a quella privata, che per non incorrere in spiacevoli vizi di costituzionalità (tipo l’Art.33 e l’Art.34), viene denominata “paritaria”. In compenso, si apre il finanziamento (lo school bonus) ai soggetti privati, che per il ‘disturbo’ verranno ampiamente risarciti con sgravi fiscali del 65% sul credito d’imposta. I “privati” finanzieranno i laboratori scolastici, l’acquisto di forniture didattiche, e presumibilmente la manutenzione degli immobili. Ed è fin troppo facile immaginare come tali “erogazioni liberali” saranno vincolate da impliciti condizionamenti, onde ottenere il finanziamento influenzando la conduzione scolastica. Così come già si può intuire come le contribuzioni saranno assolutamente selettive, a discapito degli The Principal - una classe violentaistituti scolastici più periferici, quelli meno ‘blasonati’; oppure inseriti all’interno di difficili realtà locali, che diverranno poco appetibili per il “mercato” e quindi trasformati in discariche sociali per studenti ‘difficili’ o famiglie disagiate, con redditi insufficienti per integrare l’iscrizione obbligatoria con un proprio “contributo volontario”, in aggiunta alla tassa di iscrizione che ogni istituto già applica a propria discrezione.
Ovviamente, al contrario del modello inglese, tutto il materiale concernente l’attività didattica, dai libri, ai quaderni, ai tablet (il cui acquisto è imposto a molti studenti dalla ‘direzione’, per sembrare più “moderni”), resterà a totale carico delle famiglie degli studenti.
Per rendere più digeribile l’immondo pastone, in puro stile democristiano, è prevista un’infornata di massa (sbandierata più a parole che nei fatti) di nuovi assunti, meglio se in concomitanza elettorale (ci sono le elezioni regionali e molti docenti precari sono campani), senza tenere in alcun conto graduatorie di anzianità, corsi di specializzazioni (le SSIS), e abilitati per concorso… sempre per quella storia della “meritocrazia”. Dopo il bastone, c’è sempre la carota Agnese Renzicaramellata, che fa della compravendita dei diritti un surrogato clientelare del consenso, nell’infame convinzione padronale che tutti abbiano un prezzo e che anche la dignità sia in vendita,
speculando sul bisogno sospeso delle persone e sulla loro disperazione. In compenso, si garantisce un posto fisso alla sora Agnese.

La scuola come impresa (in feroce concorrenza tra istituti), il preside come manager, la famiglia come cliente, e lo studente come lavoratore, giacché per gli utenti finali sono previsti “tirocini formativi” con un’impressionante monte ore lavorativo, da spendere (rigorosamente a gratis) nelle aziende (da cui dipenderanno i finanziamenti privati) ed in catena di montaggio. Con la scusa dell’avviamento al lavoro in età scolare, si reintroduce (obbligatoriamente) il lavoro minorile su un modello di sfruttamento paraservile che si pensava finalmente debellato.
ragazzine in fabbricaPerché la nuova scuola, più pessima che buona, si configura in realtà come un perverso esperimento di darwinismo sociale, volto alla formazione degli schiavi di domani, docilmente addestrati alla sottomissione (ed alla produzione industriale), dove la formazione culturale e l’educazione ad una cittadinanza piena e consapevole vengono considerati “anacronistici”, inutili, e soprattutto non complementari al “lavoro” (che per giunta non c’è). Non male per un paese che vanta impressionanti tassi di analfabetismo di ritorno. I genitori licenziati ed i figli in fabbrica.
LandscapeOvviamente il progetto passerà, meglio se con voto di fiducia, e nonostante la solita pantomima delle 50 sfumature di sì diluite nel grigiore inconcludente della minoranza piddì. “Perché ce lo chiede l’Europa” (sic naturaliter) e perché così vuole la deriva autoritaria di matrice neo-mercantilista, secondo l’irresistibile volontà dei suoi esecutori: i volenterosi carnefici del credo liberista.
ECCO-A-VOI-IL-NEOLIBERISMOUn cittadino che pensa è un cittadino che reagisce. Soprattutto, un cittadino consapevole, in possesso di tutti gli strumenti cognitivi per formarsi una libera opinione, è una minaccia costante al nuovo ordine che avanza. Per questo sono previste contromisure come la #buonascuola da condensare in un tweet.

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Re di Fuffa

Posted in Masters of Universe, Stupor Mundi with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 29 settembre 2014 by Sendivogius

poker cards

«Con Propaganda si intende l’intera gamma di attività il cui contenuto è l’informazione o il divertimento e il cui scopo è in questo caso:
a) distrarre l’attenzione dai sacrifici attuali.
b) giustificarli in termini di garantita felicità futura.
Ciò può implicare o no la presentazione del mondo esterno come un mondo la cui situazione è ancora peggiore, ma presenterà senz’altro come di gran lunga inferiore il livello di vita passato.
Uno scopo altrettanto importante della propaganda sarà quello di convincere le masse che l’attuale leadership è il più efficiente veicolo di modernizzazione; ciò può essere ottenuto in termini razionali avvalendosi di immagini statistiche, o in termini irrazionali che presentano la leadership come superumana.
Con Repressione si intende l’intera gamma delle attività politiche della polizia miranti a:
a) Sopprimere l’attività politica individuale, mediante la sorveglianza e l’imprigionamento.
b) Intimidire le masse con l’esibizione della forza.
c) Impedire la circolazione di informazioni rivali, controllando i mezzi di comunicazione di massa e inibendo la discussione pubblica.»

   Edward N. Luttwak
   “Tecnica del Colpo di Stato”
   Longanesi, 1969.

Bandiera di Hong KongPraticamente, è la differenza fondamentale che intercorre tra l’Italia ed il governatorato cinese di Hong Kong, La diversità consiste nel fatto che, mentre la prima ha fatto dell’uso della “propaganda” una felice applicazione di governo, la Cina deve ricorrere alla “repressione” perché, nonostante tutto, una coscienza democratica esiste ancora, laggiù ad Hong Kong, dove in sostanza si protesta per potersi scegliere i propri rappresentanti in libere elezioni, mentre da noi si festeggia la cancellazione del Senato elettivo e dei consigli provinciali (e non delle Province) con l’insediamento di ‘candidati’ nominati dal nuovo partito unico. Strano si voti ancora per il Parlamento.
DC FOREVERIn un mondo impazzito che funziona alla rovescia, l’ironia della storia a volte sa essere beffarda… Capita così che uno degli ex portaborse di Francesco Rutelli, un bolso democristiano col puzzo di sagrestia ancora addosso, nemmeno quarantenne e che da oltre 20 anni campa quasi esclusivamente di “politica” (quella peggiore, consumata negli apparati di partito), venga a spiegare cosa sia di ‘sinistra’ e cosa invece no.
Peccato che dalla guerra alla magistratura, allo scontro senza quartiere contro i sindacati, o meglio contro la CGIL (additata a causa primaria di ogni male e tra poco anche della crisi economica); dall’astio per i “professoroni” all’insofferenza per le regole; dall’abolizione dell’Articolo 18 alla cancellazione dello Statuto del Lavoratori; dalle privatizzazioni selvagge alla depenalizzazione dei reati fiscali… tale idea della ‘sinistra’ sembri una copia carbone della peggiore destra post-berlusconiana, con la quale peraltro governa felicemente e condivide tutto, tanto è ad essa complementare.
Patetica è invece la cosiddetta “Minoranza PD”, vomitevole nella sua ignavia parolaia fatta di ‘tesi’ e mai di ‘antitesi’, alla disperata ricerca di una sintesi impossibile, che dopo essersi allevata in casa un aspirante dittatorello da 80 euro con la sua banda di chierichetti assatanati, adesso si fa meraviglia per essere diventata una costola del berlusconismo di ritorno. Per giunta, dopo la svendita, è pure a rischio sfratto.
Matteo RenziE si capisce perché quel comitato elettorale permanente a servizio esclusivo del Capo, e che si fa chiamare con l’acronimo di una bestemmia, abbia chiuso i suoi giornali d’area, ancor più inutili quando si può contare sulla solida sponda di quotidiani d’eccezione, fedelmente schierati e a costo zero. Parliamo di formidabili baluardi come Il FoglioLiberoIl Giornale (servo di due padroni)… che alternano il consueto fascismo islamofobo, il maccartismo anti-tasse, e le dispense a puntate sulla vita illustrata del duce, con editoriali apologetici sul miglior leader che la destra italiana abbia mai avuto: Matteo Renzi, per l’entusiasmo incontenibile di una Alessandro Sallusti in amore, o di un estasiato Giuliano Ferrara che forse ha ritrovato il simulacro del suo nuovo Craxi.
Le grandi iniziative editoriali di 'Libero'Il dramma vero comincia quando il Mister 41% a colpi di 80 euro, come i peggiori ras democristiani del voto di scambio, dall’alto di un provincialismo desolante ed un’ignoranza devastante (proporzionale solo alla presunzione del personaggio), si cimenta in questioni che non conosce minimamente, se non per sentito dire, discettando di “lavoro” e “occupazione”. Parole quanto Adessomai vuote, se messe in bocca ad uno che non ha mai lavorato un solo giorno in vita sua, a meno che non si voglia davvero prendere sul serio l’assunzione farlocca come “dirigente”, nell’aziendina in fallimento del papà bancarottiere, specializzata nella distribuzione de “La Nazione” e “Il Giornale” per la provincia fiorentina.
Dopo la “Riforma Fornero”, che di fatto ha abolito l’Articolo 18, senza che la “minoranza piddì”, allora maggioranza, avesse nulla da ridire, il reintegro del lavoratore ingiustamente licenziato è previsto solo in caso di conclamata discriminazione.
Discriminazione che potrà essere esercitata senza più alcuna preoccupazione di natura legale, per motivi politici, razziali, religiosi, sindacali, antipatia personale, o mero clientelismo familista
Renzi AdessoMa per lo strafottente Signor Cretinetti transumato da Palazzo Pitti a Palazzo Chigi, gli “imprenditori”, che sarebbe più consono chiamare PADRONI,devono poter licenziareperchéterrorizzatidalla semplice idea di dover riassumere qualcuno cacciato via, senza giusta causa, perché poco gradito alla direzione, per motivi che nulla c’entrano con la “produttività”.
Robot6Sfugge pertanto la correlazione esistente tra la totale libertà (!?) di licenziamento e la stabilizzazione dei lavoratori “precari” che, in quanto licenziabili in qualunque momento e per qualsiasi (non) ragione, continueranno a restare tali ad vitam.
Licenziato Eutelia Non si comprende la relazione tra l’estendere la tutela della maternità, con l’estensione delle prestazioni sociali a tutte le lavoratrici madri, e la cancellazione dell’Art.18 che le salvaguarda del licenziamento discriminatorio.
Né si capisce come dalla cancellazione di un diritto possano scaturire più diritti e garanzie maggiori, per tutti coloro che oggi ne sono sprovvisti.
OmniaÈ l’Articolo 18 che impedisce la stabilizzazione dei precari e l’estensione delle tutele? O la riduzione dei contratti atipici? O l’introduzione di un sussidio universale e maggiori tutele salariali? O una nuova politica della formazione professionale e rientro lavorativo?
TeleperformanceNell’immediato si istituisce il licenziamento per tutti, libero, assoluto, indiscriminato… Gli effetti sul ritorno occupazionale sono tutti da dimostrare. E da spiegare.
Autogrill Per quanto riguarda la riforma degli “ammortizzatori sociali” e le “integrazioni al reddito”, che certo non crescerà se ad ogni scatto di carriera o aumento salariale posso cacciare via, senza troppe spiegazioni, il lavoratore diventato troppo costoso e troppo ‘vecchio’, si possono aspettare tempi migliori. Al momento si ignora tutto, dall’entità, alle modalità di erogazione, al reperimento delle coperture. Ma per queste ultime è facile indovinare… Ci pensa il prof. Yoram Gutgeld, l’inventore della trovata degli 80 euro e primo consigliere economico nel consiglio di guerra di Telemaco. Brutalmente, la linea del professore israeliano può essere condensata così: privatizzare tutto, vendere tutto il vendibile nell’ambito del patrimonio pubblico, tagliare le tasse (ma anche taglio delle detrazioni). Assomiglia a Reagan, ma si legge Renzi.
Festa RenzianaCome tutti i fanfaroni dotati di un ego sconfinato, confonde la pratica con la propaganda in un’overdose mediatica da sovraesposizione auto-esaltatoria su ogni mezzo di comunicazione esistente, per un orgia declamatoria che non conosce confini, né riposo, né imbarazzo.
Ma diventa impudente quando parla di congiura dei “poteri forti” mentre si accompagna a impotenti deboli come Sergio Marchionne, coi vari banchieri, squaletti della speculazione finanziaria, e padroni delle ferriere, confluiti nello stagno del renzismo.
Marchionne e RenziTra l’altro, da profondo conoscitore del mondo del lavoro quale è, non perde occasione per blaterare qualcosa a proposito di milioni di Co.Co.Co. che per inciso sono gli unici contratti atipici a non esistere più nelle imprese private, essendo stati aboliti dalla cosiddetta “Legge Biagi”, ma mantenuti unicamente nella Pubblica Amministrazione. Non si capisce cosa impedisca al premier decisionista di eliminarli una volta per tutte e sostituirli magari con contratti a tempo determinato, insieme a tutte le garanzie del caso.
EatonMeraviglioso è poi quando parla del sindacato, unica impresa che sta sopra i 15 dipendenti e non lo applica. I sindacati, esattamente come i partiti politici, sono “enti di fatto”; Si può discutere a lungo su questa anomalia DOAgiuridica. Ma diventa inutile quando hai a che fare con un piazzista da televendita, intento a rifilare i suoi bidoni ad una platea di cheerleaders in orgasmo. E certo non si può pretendere da un azzerbinato Fabio Fazio, ridotto a scendiletto del premier, quello scatto di reni che manca ad un intero paese che, se proprio deve, intervista i ‘potenti’ in ginocchio ed evita sempre di porre le domande giuste.
fazio-e-renzi-defaultNella prevalenza degli annunci sui fatti, tramite la distorsione permanente della realtà ridisegnata per le esigenze di marketing, la correlazione logica tra premessa e valutazione è del tutto ininfluente. L’arte della propaganda si basa sulle suggestioni ed ha bisogno di immagini ad effetto, per imprimersi nella mente ed innestarsi come cortocircuiti logici sul percorso del pensiero analitico.
Come ben sa il Lettore che abbia avuto la pazienza di seguirci finora, il problema è che il pensiero si nutre di complessità; la propaganda vive di semplificazioni.
Manipolazione e ripetizione, nella reiterazione di paralogismi ad alto contenuto mediatico, sono alla base del suo successo, attraverso un condizionamento studiato dell’immaginario collettivo su archetipi condivisi.
Sostanzialmente, per riuscire al meglio, la propaganda richiede due requisiti fondamentali: una predisposizione naturale alla menzogna e una gran faccia da culo.
Per sua fortuna, proprio come il mentore di Arcore, il Telemaco in camicia bianca dispone in abbondanza di entrambe.

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La Marianna la va in campagna

Posted in Masters of Universe with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 15 giugno 2014 by Sendivogius

Auray (environs) - Cortège de trois noces réunies (1908)

Se c’è una cosa di cui bisogna dare atto a Matteo Renzi, è l’aver conferito una dimensione fisica all’eterea Marianna Madia: la maddalena dolente, sottratta al limbo delle diafane presenze che come bandierine votive si agitano tra gli spifferi delle correnti di partito, in cerca di stabile collocazione tra l’inconsistenza della loro inconcludenza.
Insieme a Maria Elena Boschi, la madonnina dell’imprescindibile “bozza”, passata dalle processioni della Beata Vergine direttamente alle riforme costituzionali per intercessione del divo Matteo, l’algida Madia costituisce l’altra statuina parlante, nel presepe vivente di entità ectoplasmatiche elevate a proiezione olografica di Governo.
Maria Elena BoschiNell’altra metà del cielo, raccolti in adorazione dinanzi alla Natività del Bambino Matteo, si distinguono per zelo e coerenza le greggi addomesticate dei Giovani Giovani Turchi (quelli veri)Turchi (o almeno quel che ne resta): gli imbarazzanti polli da batteria, provenienti dagli allevamenti dell’interrata FGCI. Finalmente, sembrano aver trovato il loro pastore, dopo aver sgambettato a lungo nel serraglio delle odalische ribelli, in cerca di una stella cometa capace di guidarli verso la prima poltrona disponibile e a prova di rottamazione.

Orfini e Fassina

Specializzati in affermazioni di principio con smentita incorporata, sono ‘idioti’ meno che utili ma buoni per tutte le stagioni. Non per niente, ogni pinocchietto ha la sua fatina turchina, anche se si chiama Matteo.
Mamma li Turchi!Nella grande rappresentazione governativa, ognuno ha il suo copione da recitare, ruolo istituzionale da interpretare, con riforma dedicata da firmare in calce…
Maria Elena Boschi Alla ministra Boschi, la raffazzonatissima “riforma del Senato”, secondo una bozza pasticciata e incompleta, ma rigorosamente blindata nel dogma dell’immodificabilità.
Andrea Orlando Al ministro Orlando, la prossima “riforma della Giustizia”, da concordare con corrotti e concussori e massimamente con l’Interdetto munito di diritto di veto, dopo la riesumazione dal sarcofago di cerone in cui lo si credeva finalmente tumulato.
Marianna Madia Alla ministra Madia, la “riforma della Pubblica Amministrazione”: aria fritta opportunamente riscaldata, già in circolazione da qualche lustro insieme ad altri pletorici omologhi (ricordate le tre “I”?!? Internet-Industria-Impresa?). Come il Jobs Act, la copia rivista e corretta dello “Statuto dei Lavori” di Maurizio Sacconi, si tratta di un plagio aggiornato dell’altrettanto strombazzata “Riforma Brunetta” (il nano dei tornelli). E, in assenza di decreti attuativi, destinata a rimanere lettera morta come le precedenti.
D’altra parte, per conoscere l’Autrice dell’ennesima riforma epocale, basta leggere la biografia al vetriolo che il prof. Odifreddi racchiuse in un suo perfido cammeo:

«Alle elezioni del 2008, Walter Veltroni usa le prerogative del porcellum per candidare capolista alla Camera per il Pd nella XV circoscrizione del Lazio la sconosciuta ventisettenne Marianna Madia. Alla conferenza stampa di presentazione, agli attoniti giornalisti la signorina dichiara gigionescamente di “portare in dote la propria inesperienza”.
In realtà è una raccomandata di ferro, con un pedigree lungo come il catalogo del Don Giovanni. E’ pronipote di Titta Madia, deputato del Regno con Mussolini, e della Repubblica con Almirante. E’ figlia di un amico di Veltroni, giornalista Rai e attore. E’ fidanzata del figlio di Giorgio Napolitano. E’ stagista al centro studi Arel di Enrico Letta. La sua candidatura è dunque espressione del più antico e squallido nepotismo, mascherato da novità giovanilista e femminista. E fa scandalo per il favoritismo, come dovrebbe.
Matteo RenziIn parlamento la Madia brilla come una delle 22 stelle del Pd che non partecipano, con assenze ingiustificate, al voto sullo scudo fiscale proposto da Berlusconi, che passa per 20 voti: dunque, è direttamente responsabile per la mancata caduta del governo, che aveva posto la fiducia sul decreto legge. Di nuovo fa scandalo, questa volta per l’assenteismo. La sua scusa: stava andando in Brasile per una visita medica, come una qualunque figlia di papà. Invece di essere cacciata a pedate, viene ripresentata col porcellum anche alle elezioni del 2013. Ma poi arriva il grande Rottamatore, e la sua sorte dovrebbe essere segnata. Invece, entra nella segreteria del partito dopo l’elezione a segretario di Renzi, e ora viene addirittura catapultata da lui nel suo governo: ministra della Semplificazione, ovviamente, visto che più semplice la vita per lei non avrebbe potuto essere. Altro che rottamazione: l’era Renzi inizia all’insegna del riciclo dei rottami, nella miglior tradizione democristiana. La riciclata ora rispolvererà l’argomento che aveva già usato fin dalla sua prima discesa paracadutata in campo: “Non preoccupatevi di come sono arrivata qui, giudicatemi per cosa farò”. Ottimo argomento, lo stesso usato dal riciclatore che dice: “Non preoccupatevi di come ho ottenuto i miei capitali, giudicatemi per come li investo”. Se qualcuno ancora sperava di liberarsi dai rottami e dai riciclatori, è servito. L’Italia, nel frattempo, continui ad arrangiarsi

  Piergiorgio Odifreddi
  (22/02/2014)

Nel grande patchwork renziano di stampo moroteo, le competenze non contano. La differenza la fa infatti l’età. La tenera Marianna ed i suoi colleghi all’esecutivo sono più che altro il distintivo cloisonné da apporre ai pacchetti di “riforme” (rigorosamente confezionate da altri), con la loro faccina rassicurante e pulita che fa tanto novità. Perché questo è il requisito di maggior successo nel Paese più reazionario d’Europa, ma costantemente malato di nuovismo: gli potete ammansire manichiniqualsiasi intruglio politico, purché servito a tavola da una corte di giovani mannequin tirati a lucido per l’occasione. E la ricetta è sempre valida a prescindere dalle stagioni e dagli ingredienti. L’infatuazione elettorale viene poi da sé, insieme alla carica congenita di opportunismo e di conformismo, che da sempre contraddistingue gli abitanti della Penisola. Questo è il Paese che è corso in massa ad indossare la camicia nera dopo la vittoria elettorale di Mussolini nel 1924 (vent’anni dopo erano tutti antifascisti); che s’è risvegliato berlusconiano dopo le elezioni del 2001; e che oggi si scopre interamente renziano.
Epperò, se bastasse solo l’età anagrafica a fare la differenza, allora non avremmo all’opposizione una setta di fanatici imbecilli, Giuseppe D'Ambrosioraggrumati attorno alle latrine digitali del Vate® ligure. Nella pratica, questi desolanti babbei sono il miglior alleato possibile dell’attuale governo in carica, e principale sponsor di ogni Laida Intesa presente e futura. Se non ci fossero i nazi-dementi dell’asilo a 5 stelle, bisognerebbe inventarli. La loro minchioneria iperuranica, il complottismo psicotico, il messianismo allucinatorio, il primitivismo irrazionale, l’integralismo rabbioso di un fanatismo in salsa apocalittica, nel discount del dissenso, mercificato, serializzato, ridotto a slogan e obbedienza cieca al capo… sono la giustificazione a qualsiasi cosa, pur di tener lontano simile canea invasata da ogni possibile centro di potere, nella costruzione di un doveroso cordone di contenimento sanitario. Tanto che persino la resurrezione del Pornonano finisce col sembrare funzionale al contenimento dell’orda.

La Horde

«Non è molto diverso da una vecchia manifestazione del Pdl, tutto è studiato secondo le tecniche del marketing, con la differenza che quella era una narrazione dei tempi dell’abbondanza, questa è la narrazione per i tempi di crisi, ma sono due lati dello stesso sfascio culturale. Qui il prodotto non è l’ammirazione, il sogno di successo, ma quello di rivalsa, di onestà e verità come panacea per ogni male. E ovviamente i disonesti sono sempre e solo gli altri. Il Movimento 5 stelle non è il fascismo in senso stretto, è qualcosa di molto più raffinato e innovativo, pur inglobando ampi elementi della tradizione più reazionaria, primo fra tutti il mito infrangibile del capo.
[…] Il M5s non è un partito di militanti, è un partito di voti, l’adunata è la pezza che si mette sulla mancanza di radicamento nel territorio.
Il Movimento 5 stelle con la retorica “è colpa degli altri” è anche il maggior impedimento sulla strada della presa di coscienza dei problemi del Paese e arriva cinicamente nel momento storico in cui ce n’era più bisogno.
[…] Ogni volta che Grillo dice noi abbiamo impedito la violenza, bisognerebbe ricordarsi che più che la violenza, Grillo ha impedito le legittime manifestazioni popolari di dissenso contro l’austerity che si sono avute negli altri paesi. Ha sterilizzato, impacchettato, mercificato e immobilizzato il dissenso, eliminando ogni opposizione reale alle politiche economiche che hanno aggravato la crisi.
[…] Il Movimento 5 stelle in fondo è questo: due anziani che parlano ai giovani rifilandogli la loro versione “villa arzilla” della rete, una commistione terribile di marketing e tv commerciale degli anni ’80, con il narcisismo e l’odio del peggior web.»

Quit the Doner
Nel discount del dissenso
(24/05/2014)

La Setta dei Pentastellati

Per parte nostra, seriamente parlando, il successo di Matteo Renzi si misura anche e soprattutto nella diversità del messaggio veicolato, con l’immagine di un’Italia possibile, costruita sulla voglia di normalità di gran parte degli italiani e speranza, Il delfino del Grulloin contrasto con una distopia totalitaria dilaniata da deliri cospirazionisti, rese dei conti, guerre civili e orge forcaiole.
Peccato però che poi il Bambino Matteo non sappia distinguere la differenza che intercorre tra l’autorevolezza di un leader e l’autoritarismo del Capo, che scambia il partito come una proiezione personale di sua proprietà e vive il dissenso interno come una forma di lesa maestà alla sua incoronazione. Certo non l’aiuta una certa arroganza intrinseca al personaggio e soprattutto le schiere plaudenti di convertiti, che scalpitano per saltare sul carro del vincente di turno, e nell’attesa si esibiscono in sconcertanti claque.
Ecco, non è un bel vedere l’assemblea nazionale di un partito, luogo di confronto per eccellenza, ridotta ad una convention autopromozionale, in simil Publitalia, con i non-ortodossi silenziati e quindi scherniti, la gigantografia del 40,8% magari da brandire come una clava contro gli oppositori interni al PD; come se il risultato fosse eterno e come se i 2/3 degli italiani non se ne fossero rimasti a casa invece di andare a votare, evidentemente non troppo entusiasti dell’offerta elettorale.
AnsaEcco! Se non un po’ di falsa modestia, che non guasta mai.. almeno un minimo di scaramanzia, e di prudenza, invece di chicchiriare tutto impettito come un galletto all’ingrasso, che non teme lo spiedo solo perché ancora non lo conosce. Che in Italia si fa presto a credersi dei, ma ci si dimentica facilmente con quale gusto compiaciuto gli italiani si divertano ad assistere alla caduta degli idoli, urinando poi sui cocci in sfregio al perdente.

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REPETUNDAE

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 6 giugno 2014 by Sendivogius

Rome HBO

«Lo sa come ci si fa strada qui? Brillando per genio o per capacità di corruzione. Bisogna penetrare in questa massa di uomini come una palla da cannone o insinuarvisi come la peste. L’onestà non serve a niente. Ci si piega al potere del genio, lo si odia, si cerca di calunniarlo perché prende senza condividere; ma ci si piega se persiste. In poche parole, lo si adora quando non si è potuto seppellirlo nel fango. La corruzione domina, il talento è raro. La corruzione è quindi l’arma della mediocrità che abbonda, e ovunque ne sentirà la punta acuminata.»

  Honoré de Balzac
“Papà Goriot”
(1834)

Scempio Si fa presto a parlare di “questione morale”. Con buona pace di Enrico Berlinguer, la corruzione non costituisce una anomalia strutturale in seno alle istituzioni democratiche, con l’occupazione dello Stato da parte dei partiti governativi. O, quanto meno, così non è più…
Se un tempo ormai remoto erano i ‘partiti’ a condizionare le cosiddette “realtà produttive”, nell’autofinanziamento delle proprie correnti interne e nel consolidamento delle rispettive cosche elettorali, oggi è il mondo degli affari e dell’imprenditoria ad usare la ‘politica’ come un tram per aggirare leggi e vincoli normativi, in nome di un turbo-capitalismo restituito alla sua naturale vocazione predatoria. La denuncia berlingueriana presupponeva, a suo modo, l’esistenza di un “primato della politica”, per quanto distorto e corrotto nella degenerazione dei partiti intesi come sistema di potere e di controllo, incistato sulle camarille clientelari di potentati locali per la gestione del consenso su scala nazionale, con forme organizzate di finanziamento illecito.
Mose 2Attualmente, il ‘referente politico’ appare più che altro come uno spudorato scroccone che si mette a disposizione, in posizione del tutto subalterna, lucrando prebende e favori da spendere a proprio uso e consumo esclusivo. Sottratto alla dimensione squallidamente parassitaria dei suoi protagonisti, a livello politico (e partitico), il vantaggio è minimo se non inesistente. Tant’è che oggi il fenomeno criminogeno ha una struttura sistemica assolutamente radicata nei poteri stessi dello Stato, inteso come tutore organizzato di interessi particolarissimi per consolidati intrecci criminali.
mose 3Dinanzi all’affondamento della Laguna, travolta dalla marea montante degli scandali; di fronte all’immensa greppia costruita attorno all’Expo milanese, alle rapine finanziarie che hanno coinvolto non da ultimi i vertici della Banca Carige, è difficile infatti parlare (solo) di corruzione dei partiti politici, intesi “come macchine di potere e di clientela”, quando il marcio si estende all’intero apparato istituzionale della macchina statale, sedimentata sotto gli strati di melma di una corruzione endemica, che si alimenta di funzionari pubblici, magistrati contabili, imprenditori, procacciatori d’affari e intermediatori, imprenditori, banchieri che perseguono un unico fine: arricchirsi. E farlo a spese pubbliche, usando le proprie cariche come leva di potere finalizzata al profitto personale (a tal punto da mettere in conto persino le spese per la carta igenica!).
MoseTutto è funzionale alla crapula: istituzionalizzata, depenalizzata, tollerata.. nella prosecuzione degli ‘affari’ con altri mezzi (illeciti), sull’onda lunga della cleptocrazia berlusconiana. Tanto da rasentare la norma, mentre l’eccezione è proprio l’aspetto (im)propriamente ‘morale’, che risulta comunque flessibile, asimmetrico, relativizzato a seconda dell’uso strumentale che se ne fa, nella furia iconoclasta e massimamente effimera del fustigatore di turno, tra i fumi di ritorno della peggior demagogia populista.
GiarrussoPer gusto estremo del paradosso, e tendendo ben presenti le doverose distinzioni, Si potrebbe quasi dire che la corruzione sia il metro di misura delle civiltà complesse…
Il livello di malversazioni, dei pubblici ladrocini e corruttele diffuse, nella sua strutturazione fisiologia in un sistema di corruzione collaudato, quanto persistente nella sua immanenza quasi metafisica fusa con l’apparato amministrativo, la realtà italiana ha forse pochi uguali nell’ambito delle democrazia europee, tanto da costituire il paradigma del nostro declino, ma presenta sconcertanti analogie con la tarda Respublica romana
CatoInsita nella realtà politica del mondo antico, la corruzione è strutturale all’economia di rapina che ne contraddistingue l’amministrazione statale e gli ambiti ‘produttivi’, caratterizzati dal saccheggio indiscriminato e lo sfruttamento selvaggio della manodopera, insieme all’incapacità di distinguere il patrimonio privato dall’appropriazione indebita dei beni comuni.
Spartacus Se ogni carica pubblica costituiva infatti un’occasione di illecito arricchimento, era pratica consolidata dei funzionari della repubblica (elettivi) compensare le spese della campagna elettorale, con una congrua cresta a carico dell’erario, che nella fattispecie si esplicava in un ladrocinio istituzionalizzato.
senatoPer porre un freno alle malversazioni ed alle rapine dei funzionari romani ai danni delle popolazioni amministrate, di malavoglia e sotto la spinta dei provinciali derubati, intorno alla metà del II° secolo a.C., la Respublica finì con l’istituire una serie di tribunali permanenti (quaestiones perpetuae), con lo specifico scopo di perseguire i reati di corruzione. E ne esistevano tanti quante erano le fattispecie di reato ascrivibili alle pubbliche funzioni.
Ad esempio, la quaestio de ambitu sanzionava gli illeciti inerenti la gestione della propaganda elettorale: dalla compravendita dei voti al ricorso ai brogli, che erano una pratica comune e universalmente diffusa nelle campagne elettorali.
La quaestio de peculato, come suggerisce il nome stesso, si occupava dei reati di peculato: dall’appropriazione illecita, alla concussione, alle frodi fiscali.
Rome (HBO)Le numerose Leges de pecuniis repetundis (per la restituzione del maltolto), che istituivano la quaestio repetundae, non si configuravano tanto come un provvedimento dettato dalla volontà di ripristinare la legalità violata e la repressione del crimen repetundarum, ma rientravano nell’ordinaria lotta politica, che a Roma opponeva la fazione degli Optimates a quella dei Populares, e costituivano un mero strumento di pressione per la conquista del potere.
Rome - SenatoSolitamente, era il mezzo con cui il ceto emergente dei populares cercava di scardinare lo strapotere della vecchia aristocrazia senatoria (optimates) dalla quale provenivano in massima parte i governatori provinciali ed i più importanti funzionari pubblici, avocando a sé la gestione dei procedimenti penali per corruzione, con processi che difficilmente addivenivano ad una sentenza definitiva, ma quasi sempre si concludevano con la fuga del reo in volontario esilio, per sfuggire alla condanna. E conseguente allontanamento (provvisorio) dall’agone politico.
Che poi il giudizio delle corti fosse affidato alla classe degli equites (“cavalieri”): avidi mercanti senza scrupoli, ai quali veniva pure data in appalto la riscossione delle imposte che erano soliti ricaricare illegalmente, trasformando l’esazione in una estorsione, era aspetto assolutamente irrilevante.
publicaniIl crimen repetundarum poteva essere “coactum”, ovvero tramite intimidazione e violenza, “conciliatum”, ovvero attuato tramite lusinghe e promesse; “avorsum”, l’appropriazione indebita di fondi destinati all’erario.
E in questo la legge romana non era molto dissimile all’attuale giurisprudenza che distingue la concussione per induzione da quella per costrizione. Se non fosse che l’originale latino era di gran lunga più severo nell’erogazione delle pene, più rapido nelle procedure di giudizio, e persino meglio strutturato dal punto di vista giuridico.
Tra i grandi ‘moralisti’ dell’epoca vale invece la pena di ricordare l’integerrimo Catone che, come advocatus e patronus dei provinciali iberici venuti a Roma (siamo nel 171 a.C.) per denunciare le ruberie del governatore locale, fece di tutto per insabbiare il processo affinché non venissero chiamati a rispondere in giudizio i nobiles ac potentes.

Fama erat prohibere a patronis nobiles ac potentes compellare

Tito Livio
(XLIII, 2)

Senatus E soprattutto Marco Tullio Cicerone che si costruì una reputazione come implacabile accusatore del governatore siciliano Verre, salvo divenire poi uno dei più fanatici difensori dell’oligarchia senatoria (e delle sue ruberie), dopo esserne entrato a far parte per cooptazione.
Ad ogni modo, il processo per la restituzione della pecunia capta fu il primo procedimento penalmente strutturato contro i fenomeni di pubblica corruzione e le pratiche di concussione. Funzionò? No, altrimenti non staremmo qui a parlare dei medesimi problemi, sotto altra forma per identica sostanza, dopo quasi duemila anni.

MATTEO RENZI

P.S. Il Bambino Matteo, il cui recente successo elettorale deve avergli conferito l’inopinata convinzione di essere diventato Augusto imperatore, con l’ennesimo slancio pallonaro che lo contraddistingue ha annunciato indignato:

«Fosse per me i politici corrotti li condannerei per alto tradimento. Chi viene condannato per queste cose non dovrebbe tornare a occuparsi della cosa pubblica, ecco il perchè della mia proposta di ‘Daspo istituzionale’

  (05/06/14)

Sarà per questo che con quelli già condannati in via definitiva, con sentenza passata in giudicato e interdetti dai pubblici uffici, ci fa le “riforme” (a partire da quella della Giustizia) e ci riscrive insieme pure la Carta costituzionale!
Cetto La QualunqueProbabilmente, tra i provvedimenti urgenti sarebbe assai più utile la stesura di un vero ddl anti-corruzione che preveda, tra le molte cose, il ripristino del falso in bilancio, norme più stringenti sulla concussione, insieme ad una legislazione più severa contro il riciclaggio di capitali illeciti, oltre all’allungamento dei tempi di prescrizione per i processi.
Certo è un po’ difficile mettere in agenda simili priorità, specialmente quando ad affiancare l’evanescente guardasigilli Orlando ci sono due nomi che costituiscono una garanzia (per lo statista ai servizi sociali):
Enrico Costa Enrico Costa, viceministro alla Giustizia nel Governo Renzi; già relatore per conto del Governo Berlusconi (il pregiudicato interdetto e a processo per sfruttamento della prostituzione minorile) del Lodo Alfano, che bloccava i processi giudiziari nei confronti delle quattro più alte cariche dello Stato. Lodo regolarmente firmato dal Presidente Napolitano e quindi abrogato dalla Corte Costituzionale per manifesta incostituzionalità. Ma all’avvocato Costa si deve anche la stesura del “legittimo impedimento” che prevedeva la sospensione dei processi giudiziari a carico dell’allora Presidente del Consiglio (Silvio Berlusconi) e ministri, fintanto che avessero mantenuto la carica elettiva. Tra le iniziative legislative dell’onorevole Costa vale la pena ricordare anche l’istituzione del “processo breve”, l’introduzione della responsabilità civile dei magistrati, la rivisitazione al ribasso dei tempi di prescrizione della Legge ex-Cirielli, la sottoscrizione della cosiddetta Legge Bavaglio contro la libertà di informazione, e la partecipazione a quasi tutte le leggi ad personam che hanno nei fatti paralizzato la giustizia penale in Italia.
Cosimo Ferri   Cosimo Ferri, sottosegretario alla Giustizia prima con Letta (nipote) e poi (in nome del cambiamento) riconfermato da Renzi. Il sottosegretario Ferri è il tipico magistrato politicizzato che piace al Papi (e non solo). È il grande regista sotterraneo della guerra interna scatenata dal viceprocuratore Alfredo Robledo contro i magistrati della Procura di Miliano. Mai indagato, il suo nome compare però nelle intercettazioni ambientali sull’inchiesta legata alla vicenda P3 ed alle pressioni esercitate sull’Agcom di Innocenzi [QUI], per bloccare le trasmissioni che parlavano dell’inchiesta sui fondi neri Mediaset.
A chiudere la trattativa in gran bellezza, basti ricordare che Angelino Alfano (quello dell’omonimo Lodo) è vicepremier nel Governo Renzi.

Matteo Renzi pupazzo

  PER ULTERIORI LETTURE:

Altan QUI, dove si parla di Andrea Orlando non ancora ministro, e ancor meno turbato, quando parlava di rivedere l’obbligatorietà dell’azione penale, perché anche all’opposizione il PD rimane un “partito serio e responsabile”.

QUI, dove si parla di mostri giuridici, leggi in deroga e poteri speciali e Grandi Opere e maga-appalti sui viali dorati dell’emergenza perenne.

QUI, dove si accenna al “Consorzio Venezia Nuova” di Giovanni Mazzacurati, ai primi arresti, ad ai sospettabilissimi amici di una disciolta Fondazione…
Matteo stai sereno!

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