Archivio per Giustizia e Libertà

LA LOTTA PER LA LIBERTÀ

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , on 11 aprile 2011 by Sendivogius

Nel magma convulso di letture disordinate capita di imbattersi nelle pagine di “Socialismo liberale”, opera cardine di Carlo Rosselli: eretico socialista, antifascista militante, e fondatore dei comitati resistenti di ‘Giustizia e Libertà’.
Senza soffermarci sugli aspetti teorici del revisionismo in polemica anti-marxista, non si può fare a meno di constatare, nella conferma di un eterno presente, come l’Italia sia un Paese sostanzialmente immobile, paralizzato nei suoi vizi sedimentati sotto uno spesso strato di mediocrità dal retaggio atavico.
Si ha la sensazione di trovarsi di fronte ad una entità incompiuta, perennemente in bilico nel suo abulico non essere, scosso da facili entusiasmi estemporanei e dai riti furbeschi di un esasperante conformismo sensibile alle seduzioni autoritarie.
È desolante constatare come negli ultimi 80 anni di storia unitaria (dalla pubblicazione del libro) non sia cambiato assolutamente nulla e notare come certe considerazioni conservino intatte tutta la loro attualità.
Inoltre, fatti i dovuti distinguo, è interessante confermare come la disamina che Carlo Rosselli fa del fascismo mussoliniano sia perfettamente sovrapponibile all’attuale berlusconismo, in una ideale comunanza identitaria nel solco della continuità genetica, come se la storia fosse ridotta ad una scadente riproduzione degli originali… «Il problema italiano è, essenzialmente, problema di libertà. Ma problema di libertà nel suo significato integrale: cioè di autonomia spirituale, di emancipazione della coscienza, nella sfera individuale; e di organizzazione della libertà nella sfera sociale, cioè nella costruzione dello Stato e nei rapporti tra i gruppi e le classi. Senza uomini liberi, nessuna possibilità di Stato libero. Senza coscienze emancipate, nessuna possibilità di emancipazione di classi.

[…] L’educazione cattolica – pagana nel culto e dogmatica nella sostanza – e la lunga serie dei paterni governi hanno esentato per secoli gli italiani dal pensare in persona prima. La miseria ha fatto il resto. Ancor oggi l’italiano medio abbandona alla Chiesa la sua autonomia spirituale; ed ora si vede costretto ad abbandonare allo Stato, elevato al rango di fine, anche la sua dignità di uomo, degradato a semplice mezzo.
Disposto alla servitú nel dominio della coscienza, lo si forza ora alla servitú nel dominio sociale e politico. Logica conclusione di un processo di passive rinunzie.
Il dolce far niente degli italiani – leggenda insultante nell’ordine materiale – ha purtroppo qualche fondamento nell’ordine morale. Gli italiani sono pigri moralmente, c’è in loro un fondo di scetticismo e di machiavellismo di basso rango che li induce a contaminare, irridendoli, tutti i valori, e a trasformare in commedia le piú cupe tragedie. Abituati a ragionare per intermediari nei grandi problemi della coscienza – un vero appalto spirituale – è naturale che si rassegnino facilmente all’appalto anche nei grandi problemi della vita politica. L’intervento del Deus ex machina, del duce, del domatore – si chiami esso papa, re, Mussolini – risponde sovente ad una loro necessità psicologica. Da questo punto di vista il governo mussoliniano è tutt’altro che rivoluzionario. Si riallaccia alla tradizione e procede sulla linea del minimo sforzo. Il fascismo è, contro tutte le apparenze, il piú passivo risultato della storia italiana. Gigantesco rigurgito di secoli e abbietto fenomeno di adattamento e di rinunzia. Mussolini trionfò per la quasi universale diserzione, attraverso una lunga rete di sapienti compromessi. Solo alcune ristrette minoranze di proletari e di intellettuali ebbero l’ardire di affrontarlo con radicale intransigenza sin dagli inizi.

[…] La nostra storia non offre sinora nessuna vera rivoluzione di popolo. In tutte le epoche della sua storia il popolo italiano ha sprigionato dal suo seno punte altissime, solitarie, inaccessibili; minoranze eroiche, ferrei caratteri; ma non ha saputo mai realizzare se stesso. L’Italia fu la grande assente nelle lotte di religione, lievito massimo del liberalismo, atto di nascita dell’uomo moderno. Il cattolicesimo italico, ammorbato dalla corte romana e dalla passiva unanimità, rimase estraneo anche al processo di purificazione che seguí la Riforma. Il cattolicesimo in terra di monopolio non ha nulla a che fare col cattolico in terra di concorrenza. Per secoli vivemmo, nel mondo della politica, di luce riflessa e stanche e frastagliate ci arrivarono le grandi ondate della vita europea.
La stessa lotta per l’indipendenza fu opera di una minoranza, non passione di popolo. Solo alcuni centri urbani del settentrione parteciparono attivamente alla rivolta contro lo straniero. Nel centro e nel meridione i Savoia, passato il primo periodo di entusiasmo, equivalsero al Lorena e al Borbone.
La burocrazia piemontese avvolse nelle sue spire ordinate ma soffocatrici tutta quanta l’Italia, spegnendo gli estremi aneliti di autonomia. Il trionfo della corrente monarchica e diplomatica valse, come in Germania, a separare violentemente il mito unitario da quello libertario. Mazzini e Cattaneo furono i grandi battuti del Risorgimento. La stessa libertà politica, che verrà lentamente col passare dei decenni, sarà figlia di transazioni e taciti accomodamenti. La conquista della libertà non è legata in Italia a nessun moto di masse capace di adempiere ruolo mitico e ammonitore. La massa fu assente. Il proletariato non si conquistò le sue specifiche libertà di organizzazione, sciopero, voto, a prezzo di prolungati sforzi e sacrifici. Il suo tirocinio, attorno al ’900, fu troppo breve; e il suffragio universale apparve, e fu, calcolata elargizione paternalista. La regola secondo cui non si ama e non si difende se non ciò per cui molto si è lottato e sacrificato, ha avuto la sua riprova piú tipica nella esperienza fascista. L’edificio liberale crollò come cosa morta al suo primo urto e le classi lavoratrici assistettero inerti alla negazione di valori estranei ancora alla loro coscienza.

[…] Il fascismo va innestato sul sottosuolo italico, e allora si vede che esso esprime vizi profondi, debolezze latenti, miserie ahimè del nostro popolo, di tutto il nostro popolo.
Non bisogna credere che Mussolini abbia trionfato solo per la forza bruta. La forza bruta, da sola, non trionfa mai. Ha trionfato perché ha toccato sapientemente certi tasti ai quali la psicologia media degli italiani era straordinariamente sensibile. Il fascismo è stato in certo senso l’autobiografia di una nazione che rinuncia alla lotta politica, che ha il culto dell’unanimità, che rifugge dall’eresia, che sogna il trionfo della facilità, della fiducia, dell’entusiasmo.
Lottare contro il fascismo non significa dunque solo lottare contro una feroce e cieca reazione di classe, ma lottare contro un certo tipo di mentalità, di sensibilità, di tradizione italiana che sono proprie, purtroppo, inconsapevolmente proprie, di larghe correnti di popolo. Perciò la lotta è difficile e non può consistere in un semplice problema di meccanico rovesciamento del regime. È innanzitutto problema di educazione morale e politica nostra e altrui, dei nostri avversari soprattutto, in ogni caso di tutti gli italiani, indipendentemente da ogni divisione di classe.»

Carlo Rosselli
Socialismo Liberale
(CAP VII – La lotta per la libertà)
Einaudi; Torino, 1997

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LA SCELTA

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 14 marzo 2011 by Sendivogius

In Italia, ormai una manifestazione non si nega più a nessuno…
Si è incapaci di organizzare una mobilitazione ad oltranza, con presidi permanenti sul territorio. Non si riesce a strutturare uno straccio di movimento di base, a partecipazione attiva (senza la solita gerarchia di leaderini e capetti), con una sua identità propositiva e riconosciuta. E che sappia imporre la sua presenza come interlocutore credibile. Non si è nemmeno in grado di creare una rete condivisa di informazione orizzontale e liquida, alternativa al vituperato duopolio Rai-Mediaset presso il quale però si implora la concessione di spazi degni di una riserva indiana, aperta alle scorrerie del generale Custer e delle sue giubbe blu.
Tutto si riduce all’ennesimo, estemporaneo, corteo di protesta (che ormai non impressiona più nessuno): passeggiata collettiva per le vie del centro, in una sorta di transumanza organizzata; bandiere e striscioni che garriscono al vento nella loro vacua inoffensività; i soliti (imbarazzanti) carnasciali e qualche vecchio slogan ammuffito, ripescato nel frasario dell’inconcludente nonno sessantottino, da chi pretende di fare la “rivoluzione” col permesso della Polizia e si squaglia alla prima carica. In pratica, sembra di assistere ad una pluralità di individualità separate che si incontrano unicamente per contarsi e rassicurarsi, in una sorta di training autogeno di gruppo, per una sottospecie di piagnisteo collettivo, mentre l’Italia scivola verso il nuovo fascismo nella gaia inconsistenza delle proteste. Uno stupro non si impedisce, pigolando un “basta!” senza che nessuno muova un dito, aspettando.. non so.. l’intervento divino.
Dinanzi allo stupro reiterato della Costituzione repubblicana, dei valori fondamentali di laicità e giustizia, delle stesse regole democratiche implicite nella separazione dei poteri, cosa pensano di fare in concreto gli italiani (e le italiane) che ancora conoscono il senso della pubblica indignazione?!?

TU COSA SEI DISPOSTO A PERDERE?
Nella vita si fanno delle scelte e se ne paga un prezzo, accettando i rischi impliciti nella difesa dei propri ideali (se li si possiende). A volte basta un atto di testimonianza per lasciare almeno un esempio…
Qualcuno ha detto che “le parole sono pietre”; in realtà, non costano nulla. E, quando abbondano, sono innocue. Il valore di un uomo non andrebbe mai misurato esclusivamente sulla qualità delle sue parole, ma sulla sostanza delle sue azioni. Si dovrebbe considerare l’essenza dell’atto, specialmente quando questo scaturisce dall’impellenza della situazione cogente, schiacciato dall’incontrastabile forza degli eventi.
È l’inderogabilità della scelta, l’impossibilità (e il rifiuto) di scendere a compromessi, che determina l’uomo e ne esalta l’individualità nella ‘splendida solitudine’ della sua coerenza. È la grandezza interiore di chi è disposto a perdere tutto, pur di non smarrire sé stesso.
Nella nostra Penisola, nonostante le tante belle parole, a trionfare sono sempre stati gli opportunismi di circostanza, imbellettati da ottime motivazioni (alibi), per una elite intellettuale che al coraggio ha sempre preferito la piaggeria o il conformismo sonnacchioso del quieto vivere, salvo vantare i propri meriti, del tutto presunti, a tempesta finita, beandosi degli effluvi della retorica patria.

L’Italia non è nuova alle “riforme epocali”, meglio se per decreto-legge su insindacabile iniziativa governativa nelle aule sorde e buie di un parlamento addomesticato, tra professionisti della politica e miracolati possibilmente a libro paga del miglior offerente.
Da questo punto di vista, gli anni a cavallo tra il 1920 ed il 1930 hanno rappresentato la stagione riformatrice per eccellenza, il cui punto focale non poteva non investire l’insegnamento e la libera docenza opportunamente riformata a misura di regime…

Pertanto, su iniziativa del Governo, il 28/08/1931 viene promulgato il regio decreto n.1227 con “Disposizioni urgenti sull’Istruzione superiore”. All’art.18, il decreto-legge prevede un apposito giuramento di fedeltà al quale i docenti universitari si devono conformare e sottostare, se non vogliono perdere la cattedra ed essere allontanati dall’insegnamento, onde evitare che qualche sconsiderato possa “inculcare principi diversi” e in contrasto con i desiderata del potere. Come se ‘Insegnamento’ fosse sinonimo di ‘indottrinamento’.
Lo Stato.. la Patria.. si fondono in un tutt’uno col Governo ed il suo Presidente del Consiglio. Ogni ipotesi di distinguo (e dissenso) è di fatto cancellata:

«Giuro di essere fedele al Re, ai suoi reali successori e al Regime Fascista, di osservare lealmente lo Statuto e le altre leggi dello Stato, di osservare l’ufficio di insegnante e adempiere tutti i doveri accademici col proposito di formare cittadini operosi, probi e devoti alla Patria e al Regime Fascista. Giuro che non appartengo né apparterrò ad associazioni o partiti, la cui attività non si concili coi doveri del mio ufficio

Ovvero, è “dovere d’ufficio” essere fedeli al Regime.
Messi alle strette, sui 1251 docenti italiani, coloro che si rifiutano di aderire al giuramento raggiungono la pazzesca cifra di 16 cattedratici. In pratica uno ogni cento professori, che pure non avevano perso occasione di criticare nella loro maggioranza proprio quel “regime” al quale ora andavano giurando fedeltà, come tanti cagnolini obbedienti.

Nessun professore di storia contemporanea, nessun professore di italiano, nessuno di coloro che in passato s’erano vantati di essere socialisti aveva sacrificato lo stipendio alle convinzioni così baldanzosamente esibite in tempi di bonaccia.”

Denuncia Gaetano Salvemini dal suo esilio londinese, ma è una voce isolata. La gran parte dei cosiddetti intellettuali d’opposizione si uniformarono in massa all’aut aut governativo, accampando naturalmente nobilissime ragioni a giustificazione di una scelta simbolica che in realtà contemplava ben poche scusanti. A maggior ragione che i ‘giuramenti’ (qualunque sia la loro natura) sono una cosa seria, che implica la sfera dell’Onore personale: o si rispetta la parola data o, semplicemente, la si nega.

Giurarono tutti, dai cattolici ai comunisti, dai monarchici ai repubblicani, dai socialisti ai liberali, a partire dai più intransigenti (a parole)…

«Sbaglia chi cercasse tra gli irriducibili dei “pericolosi sovversivi”. Gli accademici più a sinistra seguirono il consiglio di Togliatti, che invitò i compagni professori a prestare giuramento. Mantenendo la cattedra, avrebbero potuto svolgere “un’opera estremamente utile per il partito e per la causa dell’antifascismo” (così Concetto Marchesi motivò a Musatti la sua scelta di firmare). Anche Benedetto Croce, stella polare dell’antifascismo, incoraggiò professori come Guido Calogero e Luigi Einaudi a rimanere all’università, “per continuare il filo dell’insegnamento secondo l’idea di libertà”. Ci si mise anche il papa, Pio XI, che su idea di padre Gemelli elaborò un escamotage per i docenti cattolici: giurate, ma con riserva interiore

Simonetta Fiori
“I professori che dissero NO al duce”
La Repubblica (16/04/2000)

Fu così che il meglio della cultura antifascista giurò in massa la sua fedeltà a quel regime, che pure molti “intellettuali” dicevano di detestare. Lo fecero per viltà, per opportunismo, o perché davvero persuasi di poter in tal modo continuare la battaglia dall’interno, senza cedere terreno nell’ambito accademico, come nel caso di Piero Calamandrei.

«Così, quasi tutti i professori potevano giurare senza troppi tormenti interiori: sia quelli che lo approvavano, sia quelli che lo ritenevano solo un proforma burocratico, e anche quelli che lo ritenevano un obbrobrio ma che potevano avvalersi di una giustificazione superiore e morale che li autorizzava a chinare il capo senza perdere l’onore. Rimanevano fuori pochi personaggi, per i quali firmare un simile documento rimaneva un’onta ingiustificabile al proprio senso civico.»

Rudi Mathematici
N°136 – Maggio 2010

Tuttavia, al di là delle giustificazioni ufficiali, nella maggioranza dei casi a prevalere fu l’interesse personale, il terrore di rimanere disoccupati, e la perdita di status sociale legato all’incarico prestigioso in ambito universitario.
D’altra parte il rifiuto di prestare giuramento comportava conseguenze tanto pesanti, quanto più era esplicito il coraggio dei renitenti: “perdita della cattedra, una pensione al minimo, persecuzioni, divieti, una vigilanza stretta e oppressiva” da parte degli organi di polizia e la denigrazione dei giornali di regime.

«Affollata la tipologia dei “disgustati”, come Alfredo Galletti, che nell’atto del forzato giuramento esibisce teatralmente il guanto ben calzato nella mano, poi scaglia la penna sul tavolo, con schizzi d’inchiostro ovunque. O come Francesco Lemmi, allievo di Pasquale Villari, che rivolto agli scherani del duce tuona: “Firmo perché padre di famiglia!”. Non mancano gli inventivi nell’arte della scappatoia, come Vittorio Emanuele Orlando, ex presidente del Consiglio, il quale scelse la pacifica soluzione di andarsene in pensione. […] Da Cambridge l’economista Piero Sraffa comunicò al ministro dell’Educazione Nazionale le sue dimissioni da ordinario di Economia politica a Cagliari (aveva vinto la cattedra al King’s College): era il primo novembre del 1931. In quei giorni partivano le lettere con l’invito a presentarsi in Rettorato per il giuramento.»

[Simonetta Fiori]

C’è invece chi piagnucola al pensiero che non sarebbe stato più in grado di pagare gli studi ai figli (Adolfo Amodeo); chi per attaccamento alla cattedra, nel caso del filosofo Giuseppe Rensi; e chi come Carlo Arturo Jemolo “teme la povertà più della guerra”, finendo col perdere su entrambe i fronti. Il professor Jemolo, insigne giurista e vicino al movimento azionista, fu uno dei molti docenti di religione ebraica che cedettero alle pressioni e controfirmarono il giuramento, ignorando che cedere dinanzi alle sopraffazioni dell’oggi presuppone nuove e peggiori violenze domani…
Alessandro Levi, socialista, docente di filosofia del diritto, insieme a suo cugino Tullio Levi Civita, matematico e fisico illustre, decidono di giurare ma “con riserva”, scrivendo ai rettori dei rispettivi atenei che “in alcun modo avrebbero modificato l’indirizzo del proprio insegnamento”.
Il prof. Giuseppe Levi, istologo e anatomista, proveniente da una ricca famiglia triestina (e quindi non afflitto da preoccupazioni di natura economica), viene convinto a restare dagli studenti e soprattutto dagli interessati assistenti, che in caso di dimissioni del professore avrebbero vista pregiudicata la loro carriera.

“E gli studenti, felici di vederlo rimanere, lo ringraziarono con un uragano di applausi”

Tempo sette anni e il 05/09/1938 sarebbe arrivato un nuovo decreto-legge (Regio Decreto n.1390) con i nuovi “Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista”, che privava dell’insegnamento e allontanava dalla vita pubblica, alla stregua di paria sociali, tutti gli insegnanti e gli “individui di razza ebraica”. Le aule universitarie rimasero mute e non una sola voce in ambito accademico si levò in alto più di tanto, a difendere i colleghi epurati e denunciare l’intollerabile pulizia etnica in atto nella società italiana, con buona pace di quegli antifascisti che pure avevano giurato fedeltà per continuare la lotta.

IL CORAGGIO DEGLI UOMINI LIBERI
A maggior ragione, più grande è il valore di quei 16, diversissimi tra loro, che soli ebbero il coraggio di dire NO, con la disarmante compostezza di chi compie un gesto assolutamente naturale e conforme alla propria indole. Paradossalmente, nel trionfo dell’ipocrisia istituzionalizzata, saranno i loro nomi ad essere dimenticati (e prontamente scomparire) nell’Italia Liberata e subito riconsegnata agli opportunismi ed ai conformismi delle sue viltà e piccole meschinerie.
Sarà il caso di ricordare un pezzo di quell’Italia minore che non si piega, restituendo un briciolo di dignità a questo Paese:

Mario Carrara, medico e docente di Antropologia Criminale all’Università di Torino, tra i fondatori della medicina legale. Vicino agli ambienti di “Giustizia e Libertà”, il prof. Carrara viene arrestato nell’Ottobre del 1936 e rinchiuso nelle Carceri Nuove di Torino (a 70 anni) dove muore l’anno successivo.

Aldo Capitini, filosofo, teorico della non-violenza, socialista liberale. Capitini è stato uomo dalla straordinaria umanità, accomunata da una rara fermezza di principi come se ne trovano pochi.

Ernesto Buonaiuti, teologo e storico del Cristianesimo, ha frequentato il seminario insieme al futuro papa Giovanni XXIII. Bonaiuti è uno studioso eccezionale, autore di opere fondamentali sul misticismo cristiano, sullo gnosticismo, sul Cristianesimo delle origini e la sua strutturazione in seno all’amministrazione romana tardo-imperiale. Nel 1925, Ernesto Buonaiuti viene scomunicato dai vertici ecclesiastici e ridotto allo stato laicale per la sua vicinanza al movimento modernista. Nel 1931 viene allontanato anche dall’insegnamento accademico, per il suo mancato giuramento di fedeltà. Anche nel dopoguerra, il prof. Bonaiuti venne escluso per sempre dall’insegnamento in virtù dell’adozione in blocco dei Patti Lateranensi, compreso il divieto di assegnazione di cattedre statali a sacerdoti scomunicati, da parte della nuova Repubblica italiana.

Giuseppe Antonio Borghese, professore di Estetica, scrittore, critico letterario, giornalista, vicino al movimento di “Giustizia e Libertà”, profondamente disgustato dalla politica italiana, nel Luglio del 1931 si ritira in una sorta di volontario esilio negli Stati Uniti dove (nel 1939) sposa in seconde nozze la figlia del grande scrittore Thomas Mann.
È straordinaria le secca sobrietà con cui G.A.Borghese motiva il suo No al giuramento fascista in una lettera al Rettore dell’Università di Milano (18/10/1934):

Prego la S.V. di voler prendere nota che io non ho prestato, né mi propongo di prestare, il giuramento fascista prescritto ai professori universitari

Antonio De Viti De Marco, proveniente da un’antica famiglia aristocratica pugliese, di simpatie liberal-democratiche, docente di Scienza delle Finanze ed economista di fama internazionale, rifiuta ogni compromesso col regime, persino un seggio come senatore offerto da un compiacente Mussolini. Abbandonato da tutti, l’orgoglioso marchese si ritira a vita privata continuando i suoi studi economici, e “l’Italia fece a meno di quell’uomo, come se di uomini come quello ne avesse da sprecare” ebbe a dire Gaetano Salvemini.

Francesco Ruffini, giurista, storico, docente di Diritto ecclesiastico all’università di Torino, teorico della libertà religiosa e della laicità dello Stato, liberale e senatore del Regno, aveva già subito un’aggressione squadrista nel 1928 (a 65 anni). Insieme a lui si dimette anche suo figlio Edoardo, giovane ordinario di ‘Storia del diritto’ presso l’Università di Perugia.

Lionello Venturi, saggista e storico dell’arte di fama mondiale, dopo il 1931 si trasferisce a Parigi dove continua con successo la sua carriera accademica e aderisce a “Giustizia e Libertà”.

Errico Presutti, professore di Diritto amministrativo e di Diritto costituzionale a Napoli, già sindaco della città partenopea (1917) e deputato liberale. Rimosso dall’università, gli venne proibito anche l’esercizio della pratica forense in qualità di avvocato.

Bartolo Nigrisoli, docente di Chirurgia clinica all’Università di Bologna e primario chirurgo all’Ospedale di Ravenna, che alle continue sollecitazioni del rettore risponde quasi seccato:  “Giuramento simile io non mi sento di farlo, e non lo faccio”, perdendo la cattedra all’università, ma non la propria dignità.

Fabio Luzzatto, giurista originario di Udine, massone democratico, firmatario (insieme a Nigrisoli) del “Manifesto degli intellettuali antifascisti” di Benedetto Croce.

Piero Martinetti, professore di Filosofia teoretica all’Università di Torino, di estrazione cattolica ma non confessionale è un laico estraneo al tradizionalismo cristiano ed ai condizionamenti politici. È uno studioso di metafisica per nulla interessato alla politica del suo tempo. Nonostante tutto, il suo rifiuto al fascismo è netto e incondizionato.
Nel 1935 finirà comunque in carcere per una settimana, sospettato di una presunta affiliazione con attivisti anarchici.

Giorgio Errera, docente di Chimica all’università di Pavia, di origini ebraiche, liberale crociano e irriducibilmente anti-fascista. Nel 1923 il filosofo Giovanni Gentile (che insieme a Balbino Giuliano ha introdotto l’obbligo politico del giuramento di fedeltà), in veste di Ministro fascista per l’Educazione propone il prof. Errera alla nomina di Rettore. Giorgio Errera rigettò la promozione, motivando così il rifiuto:

l’ambiente liberale nel quale sono nato e cresciuto fa sì che, per quanto riconosca i grandi meriti dell’attuale governo, non sia del tutto d’accordo né coi principi che lo informano, né coi metodi seguiti.”

Nel 1925 fu l’unico professore della Facoltà di Scienze dell’Università di Pavia a firmare il “Manifesto degli intellettuali antifascisti” redatto da Benedetto Croce.
Dopo la sua mancata adesione al regime, il prof. Errera ormai 70enne venne mandato in pensione.

Giorgio Levi Della Vida, saggista e giornalista, grande esperto in lingue orientali, ebreo ed islamista, liberaldemocratico vicino a Giovanni Amendola, anti-fascista convinto viene preso di mira dagli squadristi fin dal 1922. Partecipa alla stesura dell’Enciclopedia Treccani e cura l’archivio della sezione araba nella Biblioteca Vaticana.
Dopo la cacciata dalle università e la promulgazione delle leggi razziali del 1939, espatria negli USA.

Gaetano De Santis, romano, docente di Storia antica a La Sapienza di Roma, filologo e saggista, è stato membro dell’Accademia delle Scienze di Torino, e curatore dell’Enciclopedia Treccani.

Vito Volterra, nato in una famiglia poverissima, ma dotato di un talento straordinario, è matematico, fisico, tra i fondatori dell’analisi funzionale. Liberale, è nominato senatore per meriti scientifici. Il prof. Volterra, tra i vari incarichi accademici, diventa presidente dell’Accademia dei Lincei e quindi presidente dell’Accademia Nazionale delle Scienze.
Il 18 Novembre 1931 tutti i professori dell’Università di Roma vengono convocati dal rettore per prestare il giuramento di fedeltà. Vito Volterra non si presenta e liquida la buffonata in poche righe, perdendo tutte le sue cariche:

“Sono note le mie idee politiche per quanto risultino esclusivamente dalla mia condotta nell’ambito parlamentare, la quale è tuttavia insindacabile in forza all’Art. 51 dello Statuto fondamentale del Regno. La S.V. Ill.ma comprenderà quindi come io non possa in coscienza aderire all’invito da Lei rivoltomi con lettera 18 corrente relativa al giuramento dei professori.”

Tornando al ‘dilemma’ iniziale, conclusa la passeggiatina rassicurante con l’ennesima manifestazione autorizzata, rigorosamente incolonnata, e naturalmente  ‘gioiosa’, e doverosamente ‘pacifica’ (e sostanzialmente inutile nella sua prevedibilità stereotipata), gli insegnanti.. gli studenti.. i lavoratori.. precari e cassintegrati… disoccupati e licenziati.. e tutti quei cittadini consapevoli, che non si rassegnano al ruolo di suddito, a cosa intendono rinunciare, in nome e a difesa della propria Libertà individuale e sociale? In che modo pensano di fare davvero argine all’autoritarismo plebiscitario in atto?

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