Archivio per Giuseppe Tomasi di Lampedusa

Forconi d’Italia

Posted in A volte ritornano with tags , , , , , , , , , , , on 23 gennaio 2012 by Sendivogius

Sostanzialmente ignorato dai ‘grandi’ media, il cosiddetto “Movimento dei Forconi” (ultimo prodotto del ribellismo siciliano) ha subito scatenato i facili entusiasmi di un noto comico in pensione e prestato alla politica, insieme ad una confusa pletora di aspettative in ambito locale, che ne esaltano la dirompente carica anti-sistema e niente più.
Il braccio operativo si fa chiamare “Forza d’Urto”… A noi ricorda il titolo di un imbarazzante action-movie con Brian Bosworth (ex giocatore di football) che si infiltra in una banda di bikers anarco-nazisti. E non ci meraviglia il fatto che il nuovo movimento sicano (che ama definirsi ‘apolitico’) abbia scelto come referenti locali i fascisti di FN, trovando a Nord il prevedibile sostegno degli invasati padão della Lega. D’altra parte l’anti-meridionalismo leghista raggiunge l’apice quando bisogna salvare i camorristi dalla galera o certificare i nobili natali di prostitute marocchine, in ossequio al Papi della patria.
A noi che siciliani non siamo, sinceramente riesce difficile comprendere le ragioni della ‘rivolta’… Peraltro non siamo gli unici [QUI].
E certo, lungi dall’essere nazionalisti, proprio non ci è piaciuto il rogo del tricolore!
D’altra parte, non abbiamo ben capito contro chi esattamente abbia a protestare questa cospicua fetta di abitanti di una Regione a statuto speciale, pessimamente amministrata, con una amplissima autonomia fiscale che si regge però sulle rimesse del governo centrale e che sperpera indegnamente, senza dover rendere conto di alcunché. Parliamo di una regione che ha una classe politica infima, che ha esportato fino al Parlamento nazionale fino ai più alti scranni di governo, e che pervicacemente vota da 60 anni in elezioni plebiscitarie, facendo spesso la fortuna di individui abominevoli tra i peggiori politicanti della storia unitaria.
 Non certo il ‘movimento’ sembra protestare contro il governatore Lombardo, o i voraci inquilini del Palazzo dei Normanni, o la pletora di clientele para-mafiose che soffocano il tessuto economico locale e umiliano la società civile siciliana, il cui coraggio non ha eguali in nessun’altra regione d’Italia.
E se la nostra critica può risultare indigesta ad alcuni, vale la pena citare ancora una volta il famosissimo apologo del Principe di Salina, che nonostante gli anni non invecchia mai:

«In Sicilia non importa far male o bene; il peccato che noi non perdoniamo mai è semplicemente quello di ‘fare’. Siamo vecchi, vecchissimi. Sono venticinque secoli almeno che portiamo sulle spalle il peso di magnifiche civiltà eterogenee tutte venute da fuori, tutte venute da fuori già complete e perfezionate, nessuna germogliata da noi stessi, nessuna a cui abbiamo dato il ‘la’; noi siamo dei bianchi quanto lo è lei, Chevalley, e quanto la regina d’Inghilterra; eppure da duemila cinquecento anni siamo colonia. Non lo dico per lagnarmi: è in gran parte colpa nostra; ma siamo stanchi e svuotati lo stesso.
[…] Il sonno, caro Chevalley, il sonno è ciò che i Siciliani vogliono, ed essi odieranno sempre chi li vorrà svegliare, sia pure per portar loro i più bei regali; e, sia detto fra noi, ho i miei forti dubbi che il nuovo regno abbia molti regali per noi nel bagagliaio. Tutte le manifestazioni siciliane sono manifestazioni oniriche, anche le più violente: la nostra sensualità è desiderio di oblio, le schioppettate e le coltellate nostre, desiderio di morte; desiderio di immobilità voluttuosa, cioè ancora di morte, la nostra pigrizia, i nostri sorbetti di scorsonera o di cannella; il nostro aspetto meditativo è quello del nulla che voglia scrutare gli enigmi del nirvana. Da ciò proviene il prepotere da noi di certe persone, di coloro che sono semi-desti; da ciò il famoso ritardo di un secolo delle manifestazioni artistiche ed intellettuali siciliane: le novità ci attraggono soltanto quando le sentiamo defunte, incapaci di dar luogo a correnti vitali; da ciò l’incredibile fenomeno della formazione attuale, contemporanea a noi, di miti che sarebbero venerabili se fossero antichi sul serio, ma che non sono altro che sinistri tentativi di rituffarsi in un passato che ci attrae appunto perché è morto.
[…] Lei è un gentiluomo, Chevalley, e stimo una fortuna averlo conosciuto; Lei ha ragione in tutto; si è sbagliato soltanto quando ha detto: ‘i Siciliani vorranno migliorare.’ Le racconterò un aneddoto personale. Due o tre giorni prima che Garibaldi entrasse a Palermo mi furono presentati alcuni ufficiali di marina inglesi, in servizio su quelle navi che stavano in rada per rendersi conto degli avvenimenti. Essi avevano appreso, non so come, che io posseggo una casa alla Marina, di fronte al mare, con sul tetto una terrazza dalla quale si scorge la cerchia dei monti intorno alla città; mi chiesero di visitare la casa, di venire a guardare quel panorama nel quale si diceva che i Garibaldini si aggiravano e del quale, dalle loro navi non si erano fatti una idea chiara. Vennero a casa, li accompagnai lassù in cima; erano dei giovanottoni ingenui malgrado i loro scopettoni rossastri. Rimasero estasiati dal panorama, della irruenza della luce; confessarono però che erano stati pietrificati osservando lo squallore, la vetustà, il sudiciume delle strade di accesso. Non spiegai loro che una cosa era derivata dall’altra, come ho tentato di fare a lei. Uno di loro, poi, mi chiese che cosa veramente venissero a fare, qui in Sicilia, quei volontari italiani. ‘They are coming to teach us good manners’ risposi ‘but wont succeed, because we are gods.’ ‘Vengono per insegnarci le buone creanze ma non lo potranno fare, perché noi siamo dèi.’ Credo che non comprendessero, ma risero e se ne andarono. Così rispondo anche a Lei; caro Chevalley: i Siciliani non vorranno mai migliorare per la semplice ragione che credono di essere perfetti: la loro vanità è più forte della loro miseria; ogni intromissione di estranei sia per origine sia anche, se si tratti di Siciliani, per indipendenza di spirito, sconvolge il loro vaneggiare di raggiunta compiutezza, rischia di turbare la loro compiaciuta attesa del nulla; calpestati da una decina di popoli differenti essi credono di avere un passato imperiale che dà loro diritto a funerali sontuosi. Crede davvero Lei, Chevalley, di essere il primo a sperare di incanalare la Sicilia nel flusso della storia universale? Chissà quanti imani mussulmani, quanti cavalieri di re Ruggero, quanti scribi degli Svevi, quanti baroni angioini, quanti legisti del Cattolico hanno concepito la stessa bella follia; e quanti viceré spagnoli, quanti funzionari riformatori di Carlo III; e chi sa più chi siano stati? La Sicilia ha voluto dormire, a dispetto delle loro invocazioni; perché avrebbe dovuto ascoltarli se è ricca, se è saggia, se è onesta, se è da tutti ammirata e invidiata, se è perfetta, in una parola?
Adesso anche da noi si va dicendo in ossequio a quanto hanno scritto Proudhon e un ebreuccio tedesco del quale non ricordo il nome, che la colpa del cattivo stato delle cose, qui ed altrove, è il feudalesimo; mia cioè, per così dire. Sarà. Ma il feudalesimo c’è stato dappertutto, le invasioni straniere pure. Non credo che i suoi antenati, Chevalley, o gli squires inglesi o i signori francesi governassero meglio dei Salina. I risultati intanto sono diversi. La ragione della diversità deve ritrovarsi in quel senso di superiorità che barbaglia in ogni occhio siciliano, che noi stessi chiamiamo fierezza, che in realtà è cecità. Per ora, per molto tempo, non c’è niente da fare. Compiango; ma, in via politica, non posso porgere un dito. Me lo morderebbero. Questi sono discorsi che non si possono fare ai Siciliani; ed io stesso, del resto, se queste cose le avesse dette lei, me ne sarei avuto a male.»

  Giuseppe Tomasi di Lampedusa
  “Il Gattopardo”
  Feltrinelli Editore; Milano 1958.
  (pagg. 125-127)

A noi personalmente la rivolta dei forconi ricorda sapori antichi, nel solco di vecchi movimenti protestatari, che ogni tanto si scollano dalla loro originaria crosta reazionaria per consumarsi in fretta con effimere fiammate. In fondo, ci siamo già passati… In Italia abbiamo avuto il Fronte dell’Uomo Qualunque, che guarda caso aveva in Sicilia uno dei suoi maggiori bacini elettorali. Certe rivendicazioni, astratte quanto rumorose, nella loro carica corporativa estesa all’intero ambito nazionale, ricordano invece l’alter-ego francese, condensato nelle insofferenze populiste del poujadismo di ritorno, per una destra sempre alla ricerca del suo Georges Boulanger.

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