Archivio per Geopolitica

FACCE DA CULO

Posted in Risiko! with tags , , , , , , , , , , , , on 8 aprile 2017 by Sendivogius

E insieme ad ogni tragedia, immancabile arriva la farsa!
 Dopo che The Donald, ovvero il pupazzo presidenziale facente feci in carica, ha ordinato il suo bel raid missilistico sulla Siria, perché la notte prima ha dormito col culo scoperto e s’è svegliato con la luna storta, davvero non ha prezzo vedere le facce da SA del neo-nazismo nazionalpopulista, intruppati dietro il supercafone cotonato alla Casa Bianca, mentre pigolano tutto il loro sconcerto e la ‘delusione’, misurando ora le distanze da questa grottesca parodia di Flavio Briatore, che tanto ne aveva eccitato le polluzioni fascistoidi e che adesso guardano frignanti al ‘compagno’ Putin, una volta vomitata la sbornia trumpista.
In una di quelle turgide esibizioni imperiali con cui l’Amerikani celebrano se stessi, The Donald mostra i muscoli; facendo peraltro una figura miserrima sul piano militare, visto che solo 1/3 dei 60 razzi sparati ad cazzum è andato effettivamente a segno sul bersaglio, in una di quelle smargiassate tipiche del personaggio che galvanizza i tagliagole salafiti e di fatto allontana la conclusione della guerra in Siria, fornendo una sponda inaspettata (ma non imprevedibile) a quelle forze che alimentano il terrorismo islamico internazionale. Complimentoni!
Soprattutto, l’attacco a sorpresa ha ricompattato mezza Europa nel consueto ruolo di sudditanza che gli stati clienti di solito tengono nei confronti del loro vero padrone. A livello nostrano, il sempre più imbarazzante Governo Gentiloni è andato pigolando qualcosa su una reazione nell’ordine: “proporzionata” e “motivata” che “favorisce il processo di pace” (!). Sono gli stessi cacadubbi che, in eccesso di prudenza, nel caso della strage di Stoccolma con l’ennesimo camion lanciato sulla folla inerme, parlano di “presunto atto terroristico” non necessariamente riconducibile ad una “matrice islamica”. No, infatti si stratta di un incidente stradale con un camion impropriamente adibito al trasporto esplosivi. E l’autista poverino era in cura per problemi psichici.
Per fortuna, nel caso siriano, Trump ha messo d’accordo tutti, ricompattando persino l’opposizione ‘democratica’ con gli orgasmi da bombardamento di Kerry e di quella Hilary Clinton, aspirante presidente in quanto donna (e nulla più), che s’agitava da mesi per un intervento armato contro chi i terroristi li combatte per davvero.

«Ora che bombarda ed uccide come tutti gli altri presidenti USA, Trump torna per bene per UE e NATO.
Trump ha fatto il suo esordio da bombardiere, adeguandosi così alla tradizione dei presidenti USA nessuno dei quali si è mai sottratto alla necessità imperiale di lanciare ordigni ed uccidere.
Che sparare missili per vendetta sul gas sia un atto non solo criminale, ma stupido, non passa neppure per l’anticamera del cervello del regime occidentale che da decenni si è arrogato il diritto ed il potere di giustiziere mondiale. Anzi grazie a questo atto il “diverso” Trump torna a pieno titolo nel rispetto e nella considerazione della élite europea e nordamericana. Clinton, Bush, Obama non avrebbero saputo fare di meglio.
I governi UE e NATO tirano un sospiro di sollievo, alla fine Trump non è la Brexit, è solo uno dei tanti modi di mascherarsi che ha il palazzo economico finanziario e militare. Peggio per gli sprovveduti che ci hanno creduto. Trump è solo culturalmente un po’ più fascista e razzista dei predecessori, ma alla fine quando si tratta di difendere gli interessi dell’impero si normalizza. Bentornato tra noi, dicono governi occidentali e stampa, finanza e industria militare, in fondo non avevamo dubbi. Come può un miliardario evasore fiscale non difendere il suo ed il potere delle élites di cui solo ambisce di far parte?
Oggi si apre un nuovo capitolo della guerra mondiale a pezzi, pezzi che diventano sempre più attaccati fra loro. Un capitolo che stupisce per la velocità con cui una notizia priva di alcuna dimostrazione, l’esercito di Assad avrebbe usato i gas, è diventata la fonte di legittimazione del lancio dei missili. Tranquillizzo gli ipocriti, sono contro Assad, come lo ero verso Gheddafi, Saddam, Milosevic. Ma sono atterrito dalle guerre scatenate dal potere occidentale sulla base delle proprie fake news. Ho ancora in mente l’immagine del segretario di stato degli USA Colin Powell, che all’ONU nel 2003 mentiva sapendo di mentire mentre mostrava la fiala con la falsa prova degli inesistenti gas di Saddam. Grazie a quella falsa prova Bush, la UE e la NATO scatenarono la seconda guerra in Iraq e grazie ad essa ora abbiamo l’ISIS

Giorgio Cremaschi
(07/04/17)

 Mr President ha deciso insindacabilmente che i cattivoni dell’esercito regolare siriano abbiano fatto uso di armi chimiche, ed in assenza di qualunque riscontro o verifica sul campo ha deciso di bombardare i responsabili fino a prova contraria. Sai com’è?!? C’è l’assoluta certezza del governo israeliano, che mira alla dissoluzione della Siria con la sua polverizzazione in microentità, divise in uno stato di anarchia militare permanente (divide et impera), più facili da contrastare e più pratiche da controllare, se si pensa di creare una zona cuscinetto sotto occupazione a ridosso della frontiera israeliana, con la creazione di una “fascia di sicurezza”. Non sarebbe certo una novità, visto che si tratta della stessa strategia che Tel Aviv utilizza da almeno 30 anni in Libano. In quanto ai bombardamenti mirati con armi proibite, magari al fosforo bianco, dalle parti di Tsahal sono indubbiamente degli esperti…

E l’attacco alla Siria lo chiedeva da tempo anche l’Arabia Saudita, quel fulgido baluardo di laicità e libertà civili, che Daesh (o come diavolo lo si vuole chiamare) l’ha creato e finanziato (e protetto). E ovviamente la Turchia neo-ottomana del sultano Erdogan, che un giorno sì e l’altro pure minaccia l’Europa, usando l’immigrazione di massa come arma non convenzionale. Ovviamente non è il caso di ricordare come l’unico attacco chimico finora certificato in Siria, riconduca a pesanti responsabilità turche [QUI], che vista l’impunità (quella sì, reale) non hanno fatto altro che riproporre il medesimo giochetto con immutato cinismo, cercando una leva più favorevole con la nuova amministrazione USA. E non per niente Idlib è provincia siriana a ridosso del territorio turco. Dove credete sennò che affluiscano armi, rifornimenti (e combattenti) in una città completamente assediata, se non dall’unico lato di un confine non presidiato?!?
Ci sono poi la Gran Bretagna e la Francia, quest’ultima davvero convinta di ricostruirsi un’influenza coloniale nei suoi ex protettorati in Medio Oriente, dopo l’immane casino creato in Libia per un paio di concessioni petrolifere.

E soprattutto c’è la sedicente ONG dei fantomatici “Caschi Bianchi”, che spergiurano sulle responsabilità dell’attacco. Presunto fino a prova contraria, perché al di fuori della loro parola non ci sono altre evidenze…

I "caschi bianchi" di Idlib festegiano coi qaedisti di Al-Nusra

«Per mesi i media occidentali hanno riempito gli schermi con le loro immagini, mentre salvavano vittime della guerra, diffondendo le loro dichiarazioni come la Verità Assoluta e facendone degli eroi senza macchia.

Statistiche: stessa bambina ad usum fotografi, tre “soccorritori”, salvata tre volte in tre giorni diversi.

Peccato che nessuno dica che i Caschi Bianchi, o meglio White Helmets, sia un’organizzazione con sede in Turchia fondata da James Le Mesurier, un ex ufficiale inglese tutt’ora in stretti rapporti con l’Intelligence britannico. Né dica che i Caschi Bianchi siano sovvenzionati (largamente) dal Governo inglese (12,5 ml di sterline nel 2016, ma erano 32 nel 2013, e questi sono solo fondi “ufficiali”), da società dell’onnipresente Soros (13 ml di dollari) e dagli Stati Uniti tramite l’Agenzia per lo sviluppo internazionale (23 ml di dollari), oltre che da diversi Paesi occidentali grazie alle pressioni di Usa ed Inghilterra. Come pure, nessuno ha mai trovato singolare che i Caschi Bianchi operino esclusivamente nei territori controllati da Al-Nusra (ovvero Al-Qaeda) e perfino dell’Isis. D’altronde, uno dei suoi capi, Mosab Obeidat, è noto per aver svolto il ruolo di mediatore per rifornire i “ribelli” di armi e munizioni (i rapporti parlano di un “affare” da 2,2 ml di dollari).
Con simili premesse, è singolare che i Caschi Bianchi siano considerati una delle fonti più attendibili per ogni tipo di accusa lanciata contro il Governo siriano e i suoi alleati. E di accuse ne hanno lanciate un’infinità, sempre a senso unico, sempre più “drammatiche”, scagliate nella speranza che la reazione delle opinioni pubbliche occidentali, perché per esse erano confezionate, fermassero l’offensiva di Damasco che stava sgretolando i terroristi.
Eppure, le denunce che i Caschi Bianchi non siano un organismo indipendente ma fornisca servizi medici e supporto ai terroristi, oltre a mettere in atto una sistematica campagna di disinformazione contro il Governo siriano, sono tante.
[…] In realtà, la saga dei Caschi Bianchi non deve stupire e non è affatto l’unica; insieme c’è il sedicente “Osservatorio siriano per i diritti umani”, da sempre voce dei “ribelli”, con sede a Londra e diretto da Rami Abdel Rahman che vive a Coventry, vicino agli ambienti (ed ai finanziamenti) dei Servizi britannici. E ancora, c’è l’infinita serie di appelli che hanno inondato i social da Aleppo; profili farlocchi che raccontavano d’essere comuni cittadini che invocavano l’intervento dell’Occidente, salvo scoprirsi dopo uomini legati ai “ribelli”.
Per tutte vale la storia di Bilal Abdel Kareem, un giornalista accreditato fra i terroristi di Aleppo Est, conosciuto per aver intervistato i capi di Al-Nusra; una personalità assai in vista fra i “ribelli” che si spacciava per espressione della “società civile”

Siria, Caschi Bianchi e menzogne
(24/12/2016)

Con ogni evidenza, l’instabilità della Siria e la recrudescenza terroristica conviene a molti…

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Orange is a new Revolution

Posted in Risiko! with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 12 ottobre 2015 by Sendivogius

A Clockwork Orange by EvaHolder

C’era una volta un Presidente che (bontà sua!) credeva davvero le rivoluzioni nascessero su internet e si sviluppassero a colpi di tweet (o negli account di finti blogger dissidenti), per correre libere su verdi praterie di dollari fruscianti e sbocciare un po’ come i fiori, dai quali di volta in volta prendono il nome (tulipani, rose, gelsomini..). Peccato che poi il bouquet floreale sia destinato ad appassire in fretta, per lasciare il posto a ben altro…
clockwork_orange_by_splattedlotusTuttavia, almeno nella fase preliminare, basta scegliersi un colore (di preferenza l’arancione); confezionarsi in casa i movimenti, meglio se assemblati in serie presso la Pickle Factory di Langley; esportare il prodotto in un accattivante Strategia del colpo di statoinvolucro di velluto e allegare il Manuale universale di istruzioni pronto uso. Creati i “rivoluzionari digitali” da esportazione in franchising, una volta sul posto il lavoro viene generalmente appaltato in conto terzi specializzati nel settore.
Et voilà! Le coup d’etat c’est servi. Rapido, possibilmente indolore, sostanzialmente pulito.
yulia tymoshenkoCerto, non sempre tutte le ciambelle riescono col buco. E spesso bisogna accontentarsi di quello che offre il mercato locale, per assemblare produzioni non del tutto riuscite con pezzi scadenti…
Nazisti ucraini del Battaglione Azov

Nazisti liberati dell’Ucraina democratica

Ma in fondo i demiurghi non ci si sono mai preoccupati troppo della natura del referente finale, fintanto questi si è rivelato uno zelante esecutore delle loro direttive…
Il Cile di Pinochet

Cile 1973. Insediamento dell’amico Pinochet

Altre volte invece il risultato va persino contro le peggiori aspettative, per esiti catastrofici.
Ribelle moderato nella Siria liberata

Ribelle moderato nella Siria liberata

Succede; specialmente quando si gioca agli apprendisti stregoni con le rivoluzioni a primavera.
Soldati cileniPer fortuna, a presentare la mercanzia sotto la luce migliore, provvederanno i riflettori dei media reclutati per l’occasione, con servizi ritagliati su misura del travestimento, tramite la fabbricazione del consenso. Meglio se si tratta di “fondazioni no-profit” e ONG “indipendenti”, nell’illusione di non dare troppo nell’occhio se non fosse per l’indirizzo di riferimento: la USAID, il National Endowment for Democracy, l’International Republican Institute, il National Democratic Institute for International Affairs… Perché a ben vedere tutte le rivoluzioni (e massimamente l’iride colorata di quelle vellutate) portano a Washington…
Gli sponsor di vellutoDel mazzo fa parte anche la Freedom House, in Italia particolarmente nota per le pagelline sulla libertà di stampa che vengono fatte rimbalzare con furiosissimo sdegno dai vari giornalini anti-casta, trasmissioni-denuncia, e siti di “controinformazione alternativa”, senza che nessuno si interroghi mai su chi stila certe (improbabili) classifiche.

«Freedom House, la cui fondazione risale agli inizi degli Anni ’40, ha avuto collegamenti con la “World Anticommunist League”, Resistance International, con organismi del governo degli Stati Uniti come “Radio free Europe” e la CIA, ed ha a lungo servito come braccio di propaganda virtuale del governo e dell’ala destra internazionale…….
[Negli Anni ‘80] Ha speso notevoli risorse per criticare i media per l’insufficiente sostegno alla politica estera degli Stati Uniti e per le critiche troppo dure ai loro stati clienti. In questo ambito, la sua pubblicazione più significativa è stata “Big Story” di Peter Braestrup, in cui si sostiene che la presentazione negativa che i media hanno dato dell’offensiva del Tet ha contribuito a far perdere agli USA la guerra in Vietnam. L’opera è una parodia dell’opera di studio, ma la sua premessa è molto più interessante: che i mass media non solo devono sostenere ogni avventura del governo nazionale all’estero, ma devono farlo con entusiasmo giacché tali imprese sono nobili a prescindere

Edward S. Herman & Noam Chomsky
La Fabbrica del Consenso
(1988)

Nell’ambito della moderna Teoria dei Giochi, le rivoluzioni colorate, ed i loro cloni mediorientali pessimamente abortiti, costituiscono il miglior modo per rompere a gratis i coglioni alla Russia, col minimo dispendio di risorse applicato ad un’economia di forze nel perseguimento della strategia del massimo. E in tal modo ricordare chi è chi comanda agli altri bulli del cortile, con un occhio attento al resto del mondo; più come training autogeno per convinzione indotta su ruolo presunto, che per condizione effettiva alla riprova dei fatti.
clockwork-orangeA suo modo, nella variante odierna, l’intrapresa costituisce la via mercatista al trozkismo, inteso come espansione Tecnica del colpo di statorivoluzionaria permanente. Soprattutto, è un modo perfetto per proseguire la guerra (fredda) con altri mezzi, continuando l’opera di accerchiamento del vecchio nemico ex sovietico ed erodere dall’interno quelle che da sempre vengono considerate le sue storiche sfere di influenza, pensando che la cosa non abbia conseguenze, salvo poi strepitare contro la brutalità dell’orso russo, quando questi reagisce stuzzicato nella sua stessa tana.
Mao Mao Tse Tung, che sull’argomento ne sapeva qualcosa, sosteneva che le rivoluzioni non fossero affatto un pranzo di gala (meglio se tenuto tra gli attaché militari in qualche ambasciata), né un’opera letteraria (da seguire a puntate su qualche reportage di propaganda), non un disegno o un ricamo (di chirurgica esecuzione), e nemmeno una cosa elegante da fare con dolcezza e cortesia, ma come al contrario fossero sempre un atto di violenza.
E quindi dovrebbero sempre essere maneggiate con una certa cautela.

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IMPERIUM

Posted in Risiko! with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 10 ottobre 2015 by Sendivogius

Imperium PSP wall by DeviantSith

Ai circoli straussiani d’Oltreoceano, che in parte animano ancora i think-tank della destra neo-con (quelli che hanno masticato poco e male i classici greco-latini, in una frettolosa rilettura rivisitata ad usum imperii), piace sollazzarsi all’idea di una superpotenza americana, dilatata a dimensione globale nelle sue ambizioni imperiali, mentre rifulge in splendida solitudine alla luce del proprio destino manifesto. Per questo Donald Kagan - La Guerra del Peloponnesosi immaginano ora come una nuova Atene periclea, fondata sull’esclusivismo di una democrazia mercantile in armi; adesso invece come gli eredi ideali di Sparta oppure (a scelta) dell’antica Roma, nel lacerante dubbio su come conciliare la concentrazione cesaristica dei poteri con lo stato minimo di un individualismo estremo, nell’immanenza di un impero che non c’è.
300È il paradosso di una ex colonia dalle tendenze isolazioniste, che in massima parte rifugge da ogni Edward Luttwak - La grande strategia dell'impero romanomentalità imperialista la quale per esistere dovrebbe presupporre l’esistenza di una astrazione intellettuale su fondamenti ideologici. E ciò sarebbe quanto di più lontano possibile da quello strano miscuglio di pragmatismo, armi libere, e millenarismo evangelico, a cui si uniforma la gran parte dei cittadini statunitensi, che spesso e volentieri si muovono per stimoli ad induzione su sollecitazione esterna, convinti però che il resto del mondo non aspiri ad altro che essere plasmato a loro immagine e somiglianza.
Il PunitorePoi, va da sé che per le faccende pratiche di ordine eminentemente strategico i teorici del primato americano continuino ad essere ispirati da una visione geopolitica perennemente in bilico tra l’heartland di Mackinder ed il rimland di Spykman.
heartland_rimlandOvviamente, in tale prospettiva, resta irrinunciabile l’interpretazione atmahan2talassocratica dell’ammiraglio Thayer Mahan, che meglio si presta alle analogie (destinate ad esaurirsi in fretta) con l’Impero Britannico. E più di ogni altra rivela quali sono le vere ossessioni della politica estera statunitense: l’Asia e soprattutto la Cina, contro cui Washington fantastica da almeno venti anni le prossime guerre venture.
HeartlandA dispetto di quanto si possa credere, lo scacchiere mediorientale, che resta un rebus caotico di difficile risoluzione e di impossibile comprensione per un mondo sostanzialmente alieno, non ha mai costituito una vera priorità nell’ambito degli interessi USA, incentrati più che altro sulle forniture di petrolio (affidate all’autocrazia medioevale dell’intrigante ‘alleato’ saudita) e la difesa ad oltranza di Israele (da cui ci si è fatti moderate_rape_beheadings_kerrytroppo a lungo dettare l’agenda politica). L’elemento prevalente è l’improvvisazione e, al di là dei piani strategici e le simulazioni di battaglia, l’incapacità di immaginare il dopoguerra nelle proiezioni future. Figuriamoci la capacità di gestire le transizioni! Da ciò scaturisce tutta una serie di errori madornali dagli effetti catastrofici, che vanno dall’iper-interventismo dell’Era Bush, all’indecisione cronica di un’Amministrazione Obama nell’abulia catatonica che ne contraddistingue l’immobilismo.
Kunduz-map-airstrikesIn compenso, dalle parti di Washington piace dispensare certificati etici, patenti di legittimità democratica e lezioni di umanitarismo spicciolo, tra la pianificazione di un attacco intelligente ed un bombardamento chirurgico, mentre si entra con la grazia di un elefante in cristalleria nelle sfere di influenza altrui e sgomitare come un ubriaco in un campo minato,  facendosi una precipua ragione delle proprie intromissioni.
Moderate RebelsQuello che francamente irrita di più in una certa rappresentazione neo-imperiale non è l’aspirazione egemonica con le sue velleità di potenza, ma la presunzione morale nella pretesa di essere l’incarnazione del “bene assoluto”, incistato su una base manichea non priva di risvolti fondamentalistici George Washingtonche contraddistinguono l’identità di una nazione nata (per dirla con le parole di George Washington) nel solco dei “dettami morali e religiosi”. Il ché presuppone una contrapposizione perenne con il “male”, con l’identificazione costante di un Nemico che abbia una funzione unificante per un paese a identità multiple e in quanto tale costituisce un elemento imprescindibile di coesione nazionale. Di conseguenza, una simile costruzione sistemica si nutre di figure archetipe ed assoluti teorici, tramite semplificazioni estreme e valutazioni “etiche” applicate su scala di misura, senza che una simile visione assoluta ancor prima che totalizzante venga mai increspata dall’ombra di un dubbio o da un minimo di decenza, in un profluvio retorico di patriottume prêt-à-porter per autocelebrazioni da parata.

«La democrazia [americana] è innanzitutto una forza spirituale, costruita su basi spirituali, sulla sua fede in Dio e sull’osservanza di principi morali. Fino ad ora, soltanto la chiesa è stata fornita di simili basi. I nostri padri fondatori conoscevano questa verità e noi non dovremo mai dimenticarla se non a nostro rischio e pericolo

Harry Truman
Public Papers of the President of the United States: H.S. Truman, 1951
U.S. Gov.1966 (pag.1063)

Per inciso, Truman è il presidente che decise la nuclearizzazione di Hiroshima e Nagasaki… Sono gli inconvenienti che possono occorrere, quando ci si crede detentori unici della “legge morale” per divina intercessione.

I grandi imperi del passato avevano quanto meno il merito di non nascondere le loro velleità egemoniche sotto uno spesso strato di ipocrisia, tramite la manipolazione costante dei fatti e delle opinioni. E rivendicavano l’esercizio della violenza come momento cogente del proprio potere, che non doveva essere necessariamente presentato come equanime.
Di solito, la propaganda di stato, che esisteva anche allora e non lesinava l’appello strumentale al “popolo” (per quanto il meccanismo fosse assai meno oliato e non funzionasse per l’orientamento dei flussi di massa), non aveva particolari remore nel mostrare le intenzioni recondite di un potere ritratto nell’essenza della sua natura, riassumendo il tutto in un concetto semplice: “chi è più forte fa quello che è in suo potere e chi è più debole cede” tramite quello che si può definire un ‘diritto naturale’ alla prevaricazione.
Guera dacicaLe migliori esemplificazioni del messaggio si possono ritrovare nelle Historiae di Tacito, che più di ogni altro riesce a tracciare il ritratto dell’imperialismo, colto nella sua più intrinseca essenza…

«Non sono maestro di belle parole e con le armi ho attestato il valore del popolo romano; ma poiché siete tanto sensibili alle parole e valutate il bene e il male non per quello che sono, ma ascoltando le chiacchiere dei sediziosi, ho deciso di dirvi poche parole, parole che sarà più utile per voi aver ascoltato, ora che la guerra è conclusa, che non per me aver pronunciato. Comandanti e imperatori romani sono entrati nella vostra terra e in quella degli altri Galli non per sete di conquista, ma perché implorati dai vostri padri, stremati quasi a morte dai loro conflitti interni.
[…] Sempre nelle Gallie ci sono state tirannidi e guerre, finché non avete accettato le nostre leggi. Noi, benché tante volte provocati, vi abbiamo imposto, col diritto della vittoria, solo il necessario per garantire la pace; infatti, la pace tra i popoli è impensabile senza le armi e le armi non si possono avere senza mantenimento degli eserciti né il mantenimento degli eserciti senza tributi. Per il resto vi abbiamo reso partecipi di tutto

  (Historiae. IV,73-74)

Le parole sono quelle del generale Quinto Petilio Ceriale (secondo la libera trasposizione di Tacito), che in prospettiva aveva mille ottimi motivi per esaltare l’imperium romanorum attraverso l’apologesi di una missione imperiale, che non conosce l’usura del tempo e potrebbe benissimo valere per i suoi omologhi attuali.
Venere di MiloPrecedenti ancor più antichi si trovano invece nelle Storie di Tucidide (V, 84-116) che con asettica freddezza riporta le ragioni (in anticipo sulla realpolitik) con cui la democratica Atene giustificò la conquista di Melos, l’isoletta delle Cicladi che i contemporanei ricordano unicamente per la “Venere di Milo” ignorandone la provenienza, durante la Guerra Peloponnesiaca (431-404 a.C.)…

«La retorica tende a ottenere consenso e pertanto non può che fiorire in società libere e democratiche. Se io posso imporre qualcosa con la forza, non ho bisogno di richiedere il consenso: rapinatori, stupratori, saccheggiatori di città, kapò di Auschwitz non hanno mai avuto bisogno di usare tecniche retoriche. Ma esiste anche una retorica della prevaricazione. Sovente chi prevarica vuole in qualche modo legittimare il proprio gesto e persino ottenere consenso da parte di chi soffre quell’abuso di potere. Uno degli esempi classici di pseudo-retorica della prevaricazione ci è dato dalla favola del lupo e dell’agnello di Fedro.
Lupus et Agnus[…] Però lo stesso Tucidide ci offre un’altra e estrema figura della retorica della prevaricazione, la quale non consiste più nel trovare pretesti e casus belli, ma direttamente nell’affermare la necessità e l’inevitabilità della prevaricazione. Nel corso del loro conflitto con Sparta gli Ateniesi fanno una spedizione contro l’isola di Melo, colonia spartana che era rimasta neutrale. Gli Ateniesi mandano una delegazione ai Meli avvertendoli che non li distruggeranno se essi si sottometteranno. Dicono che non tenteranno di dimostrare che è giusto per loro esercitare la loro egemonia perché hanno sconfitto i Persiani (eppure negandolo lo sostengono), ma invitano i Meli a sottomettersi perché i principi di giustizia sono tenuti in considerazione solo quando un’eguale forza vincola le parti, altrimenti “i potenti fanno quanto è possibile e i deboli si adeguano”. I Meli chiedono se non potrebbero restare fuori dal conflitto senza allearsi con nessuno, ma gli Ateniesi ribattono: “No, la vostra amicizia sarebbe prova di una nostra debolezza, mentre il vostro odio lo è della nostra forza”. In altri termini: scusate tanto, ma ci conviene più sottomettervi che lasciarvi vivere, così saremo temuti da tutti.
MelosI Meli dicono che confidano negli dèi, ma gli Ateniesi rispondono che tanto l’uomo che la divinità, dovunque hanno potere, lo esercitano, per un insopprimibile impulso della natura. I Meli resistono, per orgoglio e senso della giustizia, l’isola viene conquistata, gli Ateniesi uccidono tutti i maschi adulti e rendono schiavi i fanciulli e le donne.
E’ lecito sospettare che Tucidide, pur rappresentando con onestà intellettuale il conflitto tra giustizia e forza, alla fine convenisse che il realismo politico stesse dalla parte degli Ateniesi. In ogni caso ha messo in scena l’unica vera retorica della prevaricazione, che non cerca giustificazioni fuori di sé. Gli Ateniesi semplicemente fanno un elogio della forza. Persuadono i Meli che la forza non ha bisogno di appoggiarsi alla persuasione.
La storia non sarà altro che una lunga, fedele e puntigliosa imitazione di questo modello, anche se non tutti i prevaricatori avranno il coraggio e la lucidità dei buoni Ateniesi

Umberto Eco
(20/05/2004)

Essendo società a prova di consenso, Roma e Sparta (e Atene) non avevano di questi problemi, per giustificare il proprio operato in una diversa concezione di humanitas.
Guerre dacicheE infatti, tanto i Romani quanto i Greci, che pure ‘inventarono’ la civiltà occidentale, gettando i semi del suo futuro sviluppo, e che per primi elaborarono il concetto estensivo di “Libertà” (Libertas/Ελευθερία) prima che il termine venisse trasformato in un brand ad uso politico o marchio registrato in esclusiva USA, non concepirono mai l’idea di qualcosa lontanamente simile alle ingerenze umanitarie, esportazioni democratiche, ad altre apodittiche invenzioni lessicali che invece costituiscono la misura della nostra modernità. E perciò tornano sempre buone per impastoiare un’opinione pubblica, addomesticata con iniezioni costanti di propaganda in un corollario di manipolazioni mediatiche con le quali nutrirne l’immaginario.

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SEPTEMBER-PROGRAMM

Posted in Kulturkampf, Masters of Universe with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 13 luglio 2015 by Sendivogius

Germany wallpaper by Vortigauntdpr

Nel 1961, con la pubblicazione del suo Assalto al potere mondiale, lo storico Fritz Fischer sollevava un putiferio negli ambienti accademici tedeschi, mettendo in discussione uno dei totem nazionali, che vuole la Germania come una vittima delle circostanze, nella declinazione di ogni responsabilità per costante auto-assoluzione, sottolineando invece l’esistenza di un filo conduttore che accomunerebbe la politica estera ed economica del Reich guglielmino con lo stato nazionalsocialista, il quale nella sua eccezionalità pure agì in sostanziale continuità ereditandone molte delle linee guida.
GermanysaimsinthefirstworldwarSecondo l’analisi di Fischer, al principio del XX secolo il Reich perseguiva con lucidità il consolidamento di una posizione egemonica a livello continentale, tramite la creazione di una grande sfera di influenza su scala globalizzata, col suo “power-core” in una Mittleuropa sotto la diretta direzione tedesca, ed al contempo con la costituzione di una serie di stati-vassalli a sovranità limitata, posti sotto il controllo germanico. E ciò sarebbe dovuto avvenire, attraverso la costituzione di una specifica area economica di scambio, a garanzia delle industrie tedesche ed a vantaggio esclusivo della propria bilancia commerciale.
Cover Contro rivoluzioniLa supremazia teutonica, garantita dalla preponderanza dell’elemento militare, sarebbe stata ulteriormente puntellata da una serie di annessioni ai propri confini, con la creazione di una cintura di stati-cuscinetto nell’Europa Orientale e l’annessione di ampie porzioni di territorio francese e belga ad Occidente.
Bundesarchiv_Bild_183-R52907,_Mannschaft_mit_Gasmasken_am_Fla-MGIl progetto di natura geopolitica a trazione economica avrebbe contato sul convinto appoggio della cancelleria imperiale e dei principali gruppi finanziari ed industriali del paese, potendo altresì contare sulla sponda di gran parte del mondo intellettuale tedesco. Lo scoppio della prima guerra mondiale sarebbe stato dunque solo la diretta conseguenza di una simile impostazione, costituendo a suo modo una “opportunità” per la realizzazione di un tale progetto.
Theobald von Bethmann-HollwegNel 1914, dopo l’offensiva della Marna, gli obiettivi di guerra tedeschi vengono condensati e ricapitolati in un controverso documento conosciuto come il “Programma di Settembre” (Septemberprogramm). Il capitolato, che costituiva una sorta di “lista della spesa” con le pretese e la raccolta di proposte informali, da parte dei vari gruppi di potere che si muovevano all’ombra dell’apparato politico-industriale e militare tedesco, raggiunge la sua stesura definitiva il 9 Settembre del 1914 (da lì il nome), ad opera del cancelliere Theobald von Bethmann-Hollweg. A compilare la stesura del programma provvede però Kurt Riezler, segretario generale del cancelliere.
septemberprogramA livello strettamente economico, una peculiarità piuttosto curiosa del piano consisteva nella creazione di una grande unione doganale, con la creazione di un’area di ‘libero’ scambio. Si tratta della “Mitteleuropäischer Wirtschaftsverband” (associazione economica mitteleuropea), che avrebbe dovuto comprendere la Francia, il Benelux (Belgio, Olanda e Lussumburgo), , l’Austria, l’Ungheria, l’Italia, i paesi Nazisti in Ucrainascandinavi (Danimarca, Svezia, Norvegia) ed i futuri stati cuscinetto dell’Europa Orientale: dai paesi baltici (Lituania, Lettonia, Estonia), passando per la Polonia e l’Ucraina, in funzione anti-russa.
In particolare, Kurt Riezler ipotizzava la creazione di una confederazione di stati, concepita come una società per azioni nelle quali l’azionista di maggioranza sarebbe stata la Germania, in grado di condizionare e determinare col suo peso egemonico le scelte e le condizioni di tutti gli altri.
NeinSilhouetteBLUEglassLo scopo di questa sorta di unione economica europea allo stato embrionale era quello di stabilizzare il dominio economico tedesco sull’Europa centrale. I partecipanti all’unione mittleuropea, nominalmente uguali sarebbero stati in realtà subordinati agli interessi tedeschi.
manifesto-propaganda-tedesco Nel caso della Francia era prevista poi l’annessione dei distretti minerari di Brey e della Lotaringia, la totale chiusura degli scambi commerciali con la Gran Bretagna e la trasformazione del territorio francese in un immenso mercato per le merci e gli investimenti tedeschi. Il Belgio sarebbe stato ridotto ad un protettorato tedesco, da tenere sotto occupazione militare.
È interessante notare come alcuni dei propositi contenuti all’interno del sedicente “programma” costituiscano una variabile costante della politica germanica: dalla creazione di una unione doganale per lo smercio delle proprie manifatture, alla creazione di un’area egemonica a trazione tedesca su base mitteleuropea, che abbia il suo punto di forza nell’area Baltica, puntando sul sostegno di Lituania ed Estonia per sottrarre l’Ucraina dalla sfera di influenza russa. In pratica è esattamente quanto sta accadendo oggi, col conflitto ucraino che oppone Berlino (e Washington) a Mosca per interposti contendenti.
Ucraina democraticaPertanto, Fritz Fischer individuava nelle aspirazioni egemoniche dell’espansionismo teutonico le cause che condussero l’Europa alla catastrofe della “Grande Guerra”, suscitando la stizzita reazione dei conservatori. Soprattutto, riaccendeva l’attenzione sull’anomalia tedesca, che nella sua specificità corre lungo le vie tortuose del “Sonderweg”, che in passato sono confluite in quel cocktail venefico ad alta gradazione tossica di intransigenza luterana ed ipocrisia moralista, autoritarismo prussiano ed elitismo reazionario, nazionalismo estremo e darwinismo sociale, che sono alle origini dello stato tedesco ed alla base di uno sviluppo patologico, di cui il nazismo non sarebbe che una “variante”; a tal punto da costituire un risultato storico inevitabile riflesso nei difetti unici del “carattere nazionale tedesco”, secondo l’analisi alquanto impietosa di certa storiografia britannica.
WW-I soldiersC’è da dire che il progetto economico di una Mitteleuropäischer Wirtschaftsverband non viene abbandonato con la fine della guerra, ma viene fatto proprio dai nazisti che riprendono l’idea conferendogli una dimensione prevalentemente economica, attraverso la costituzione di una “comunità europea” (Europäische Wirtschaftsgemeinschaft) d’impronta tedesca, attraverso l’istituzione di una moneta unica e la creazione di un grande spazio economico (Großwirtschaftsraums), da costruire sotto la guida della GEWG (Società per la programmazione economica europea).
Second_world_war_europe_1941-1942Nel Luglio del 1940, Walther Funk, ministro dell’Economia e presidente della Reichsbank, presenta il suo progetto per la “riorganizzazione economica dell’Europa”, meglio conosciuto come Piano Funk, finché nel Settembre del 1942 le fatiche di Funk confluiranno in un articolato documento dal titolo assai evocativo: “Comunità economica europea” (Europäische Wirtschaftsgemeinschaft). Alla stesura oltre allo stesso Walther Funk, partecipano: Gustav Koenigs, segretario di Stato; Philipp Beisiegel, ministro del Lavoro; Heinrich Hunke, presidente della Camera di commercio e industria di Berlino… Ma ci sono anche esponenti del mondo economico tedesco come Anton Reithinger, direttore del dipartimento economico della IG Farben, e Bernhard Benning, direttore del Reichs-Kredit-Gesellschaft.
Tedeschi ad AteneIn quanto circoscritti ad un periodo oscuro della storia recente, alla luce delle vicende del tempo presente, ci sarebbe da chiedersi quanto il “percorso solitario” dei popoli tedeschi verso la cosiddetta integrazione europea, sempre in bilico tra Est ed Ovest, pulsioni isolazioniste e sindrome da accerchiamento, sia davvero compiuto. E quanto il ritrovato orgoglio nazionale che sembra degenerato in una nuova arroganza totalitaria, che ha nell’ordoliberismo tedesco il suo punto di forza, sia del tutto scevro da pretese di superiorità culturale ed etnica, mentre pretende di dare lezioni di etica ad un intero continente.
NEU_GE2_01La differenza che intercorre tra una Germania europea ad un’Europa tedesca risiede nell’allucinante abnormità dello sciagurato caso ellenico, con l’imposizione di una serie di diktat che lungi dall’assomigliare ad una “trattativa” si configurano piuttosto come un ultimatum, fissato in 72 ore, finalizzato più che altro all’annientamento della Grecia a scopo intimidatorio, concepito come una sorta di atto di guerra attraverso la “conventrizzazione” di un intero paese per la sua capitolazione incondizionata.

Massacro di Distomo

L’ultimatum dell’Austria-Ungheria alla Serbia, che determinò lo scoppio della prima guerra mondiale, si reggeva su condizioni lungamente più sostenibili e meno umilianti di quelle che la Germania ‘democratica’ sta imponendo alla Grecia nell’ignavia del resto d’Europa, a vergogna perenne di una “Unione” utilizzata come arma di distruzione di massa e che ha interamente smarrito le ragioni del suo essere.

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SYRIANA (I)

Posted in Kulturkampf, Risiko! with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 4 ottobre 2014 by Sendivogius

Hellblazer - Constantine - PandemoniumIn merito alla strategia di contenimento da attuare contro il sedicente “califfato” dell’ISIS, è difficile dire cosa sia preferibile (o peggiore) tra l’esibizione muscolare della macchina bellica statunitense alla sua ennesima potenza, tramite un precipitoso interventismo militare a scopo punitivo; oppure l’inconcludente irrisolutezza per eccesso di prudenza di una presidenza indecisa su tutto, in assenza di prospettive definite.
Tagliagole dell'ISIS  D’altronde, dopo i catastrofici precedenti del passato, ed il caos della situazione presente, non si può certo biasimare il cauto Barack Obama per la sua riluttanza ad infilarsi a piedi nudi nel ginepraio mediorientale, per giunta in prossimità con le Midterm Elections (e con sondaggi per lui tutt’altro che confortanti).

I resti di James Foley

I resti di James Foley

Del resto, nessun Mr President avrebbe potuto restare inerte dinanzi all’esecuzione a freddo di cittadini statunitensi, macellati in pubblico ed esibiti come trofeo, con tanto di trasmissione in mondovisione.
Il problema risiede semmai nelle modalità di azione e di coinvolgimento sul campo. E, ad essere sinceri, finora la coalizione dei nuovi “volenterosi”, messa in piedi a difficoltà, con estenuanti trattative e diplomazie sotterranee, non è andata oltre l’impegno formale, più di facciata che di sostanza, con l’apporto riluttante di ingombranti alleati divisi su tutto.

Puericoltura nel Califfato dell'ISISPuericoltura nel Califfato dell’ISIS

Di fatto, i raids aerei in Siria sono tanto più inutili quanto inefficaci, dal momento che non esiste alcuna pianificazione o strategia condivisa con le formazioni combattenti operanti sul territorio (e sull’argomento dovremo tornare con una trattazione a parte…), in assenza di una qualunque logistica degna di questo nome, e senza che intercorrano scambi di informazioni nel terrore di dover dare l’impressione di una qualche collaborazione col regime del dittaroe siriano Bashar al-Assad.
Bashar al-AssadAl di là di un pletorico dispiegamento di cacciabombardieri, per altro sotto-utilizzati contro bersagli totalmente marginali se non addirittura risibili, la coalizione nei fatti non c’è, mancando di tutti i requisiti fondamentali per potersi definire tale: coordinamento tattico, organizzazione strategica, collegamenti logistici e comunicazione, con una totale assenza di controllo del territorio e della presenza di truppe operative di supporto, là dove più forte è la pressione delle milizie dell’IS.

ALERT

Il simpatico “emiro” canadese Abu Abdul Rahman al-Iraqi coi suoi giocattoli

A maggior ragione che delle forze combattenti del cosiddetto “Califfato”, ad eccezione delle efferatezze e della brutalità dei suoi capi-banda, si conosce ben poco: non l’esatta consistenza numerica, non l’effettivo potenziale bellico a disposizione, non gli scenari di battaglia. È difficile infatti credere che 15.000-20.000 psicopatici omicidi possano controllare con successo un fronte di guerra di oltre 1000 km². E la sensazione dominante è che siano stati altamente sottovalutati.
ISIS-truck-convoy-Anbar-ProvinceDalle poche informazioni disponibili, si ha più che altro l’impressione di una forza elastica, che possiede il suo punto di potenza sull’altissima mobilità delle proprie truppe, capaci di creare diversivi strategici, con attacchi su più obiettivi secondari, per disorientare i comandi avversari e concentrare poi l’offensiva su un preciso saliente di guerra, scatenando con successo offensive mirate su più direttrici d’attacco. E lo fa, tramite un dispiego minimo di mezzi pesanti e l’efficace utilizzo di artiglieria leggera, con improvvisate batterie mobili montate su pick-up riadattati per la guerra nel deserto. Con assalti mordi e fuggi, sortite ed incursioni, e ricongiungimenti improvvisi di unità autonome con rapidi movimenti sul terreno, l’ISIS sembra applicare la più classica ed antica, tra le tattiche di combattimento beduine.

isis

Non serve essere un Rommel per capire come attacchi mirati e bombardamenti a distanza siano assolutamente inutili, contro uno schieramento tanto flessibile; oltre all’assurdo economico di sprecare missili per centinaia di migliaia di dollari, contro un minivan adibito al trasporto delle munizioni di riserva.
raidI limiti della strategia obamiana diventano evidenti in tutta la loro inefficacia, volgendo lo sguardo alla scelta dei partner strategici sul terreno di guerra, che dovrebbero supplire all’assenza di una forza davvero reattiva e propria di una efficiente fanteria meccanizzata.

ALERT

Soldati iracheni sulla via di Kirkuk

Certamente non è il caso del vaporoso e demoralizzato esercito iracheno, falcidiato dalle disfatte e dalle diserzioni, sconquassato dalle divisioni tribali al suo interno, nonché totalmente inaffidabile. Ma nell’ottica strategica di Washington, Zbigniew Brzezinskidove ancora forte è l’impronta di un Zbigniew Brzezinski (che peraltro ha platealmente sconfessato la strategia presidenziale in Siria) con la guerra per procura, utilizzando milizie ausiliarie, reclutate ed addestrate tra i combattenti locali, proprio l’esercito regolare di Baghdad dovrebbe costituire la principale forza di intervento sul campo. L’inconveniente non da poco consiste nel fatto che le armate di Baghdad oramai esistono solo sulla carta: le sue brigate sono sotto organico e totalmente inadatte al combattimento, come i fatti hanno ampiamente dimostrato, per giunta comandate da generali inetti quanto intriganti.
Esecuzioni dell'ISISSicuramente più efficienti sono i combattenti peshmerga, per giunta logorati da anni di guerra, dell’autoproclamata “Regione autonoma del Kurdistan iracheno”, entità semi-indipendente ritagliata nelle montagne a nord dell’Iraq, nel distretto di Mosul, al confine con l’Iran. All’atto pratico si tratta di un’enclave tribale, dominata dal PDK (partito democratico del Kurdistan) di Masud Barzani, e divisa al suo interno dalla storica rivalità col progressista UPK (Unione Patriottica del Kurdistan) del socialista Jalal Talabani, con cui è in rotta da sempre. Entrambi sono visti col fumo negli occhi dal governo di Baghdad, a sua volta diviso tra sciiti e sunniti, che considerano la “Regione Autonoma” curda come una usurpazione della sovranità nazionale.

Kurdish pop star Helly Luv poses in front of Kurdish Peshmerga troops at a base in DohukLa popstar curda Helly Luv in posa con la milizia di Dohuk

Ovvio che le autorità centrali centellino al massimo sostegno economico ed aiuti militari, in attesa della resa finale dei conti. Per contro, le squadracce dell’ISIS devono essere state implicitamente viste da Baghdad come un utile strumento, per svolgere il lavoro sporco che Baghdad non è in forza di realizzare. È non è un caso che nessun supporto sia mai arrivato durante l’attacco a Mossul, abbandonata al suo destino come gli Yazidi del Sinjar o le comunità cristiane della Chiesa assiro-caldea.
June 12 - Terrorists Stealing Control of IraqQuando, su pressione degli statunitensi, il governo centrale si è finalmente deciso, con ampio ritardo, ad inviare un risicato contingente della Brigata ‘Skorpio’, unità speciali della polizia militare (indiziata di gravi abusi ai danni della popolazione civile), per difendere la fondamentale diga di Mossul, invece di combattere contro i miliziani dell’Isis, i ‘rinforzi’ hanno trascorso la gran parte del tempo a contrapporsi coi guerriglieri curdi, boicottandone le controffensive e arrivando sul punto di spararsi addosso tra di loro. Approfittando delle divisioni tra il catastrofico governo settario dello sciita al-Maliki costretto alle dimissioni, milizie sunnite, ed autonimisti curdi, nella regione di confine di Mosul si sono progressivamente insinuati Pasdaranuomini e mezzi dall’Iran, che invece non lesina combattenti ed aiuti militari, contribuendo a rendere ancora più ingarbugliata la situazione nel nord del Kurdistan iracheno, in un groviglio di alleanze e di interessi geopolitici in continua evoluzione. Tant’è, che a tutt’oggi la più efficace difesa contro le orde dell’ISIS nella regione risultano essere i battaglioni scelti della Brigata Al-Quds (tra cui la famigerata “Unità 400”), ovvero i pasdaran iraniani della “Guardia rivoluzionaria”.
Brigata navale iraniana dei Guardiani della RivoluzioneParadossalmente, le forze in campo davvero operative sul teatro di guerra siro-iracheno, e finora le uniche che combattano davvero con una qualche determinazione le orde dell’Isis, sono proprio quelle di cui gli USA farebbero Truppe iranianevolentieri a meno, nell’impossibilità di sancire alleanze strategiche a geometria variabile senza rompere il fronte (ancor più infido) degli storici ‘alleati’ sunniti, ovverosia: le monarchie assolute del Golfo arabico, che l’Isis hanno sostenuto, finanziato e armato, in chiave anti-sciita, condividendo almeno in parte il medesimo fondamentalismo salafita di ispirazione wahabita.
ISIS in IrakL’unica armata moderna davvero in grado di contrastare con successo l’ISIS sul suo stesso terreno è forse l’esercito turco, che però non ha alcuna intenzione di lasciarsi trascinare in un conflitto che avvantaggerebbe due Bashar Assaddei suoi nemici storici: i Curdi e la Siria di Bashar al-Assad. Dopo il respingimento della sua ammissione nella UE, il governo di Ankara è ormai proiettato ad Oriente in una deriva neo-ottomana, cercando di TAF - Esercito turcoritagliarsi un ruolo come potenza regionale e trescando segretamente tanto con le formazioni jihadiste della “resistenza” siriana, tanto con le fazioni siriane dell’IS, mantenendo una sostanziale ambiguità di fondo. Nell’immediato sta a guardare, in attesa di cogliere il momento propizio per intervenire nell’area contesa.
RojavaSul confine turco-siriano, nella totale indifferenza della “coalizione” anti-califfo, resistono nel più disperato isolamento i curdi della confederazione del Rojava, da non confondersi coi peshmerga del PDK. People's Protection Units FlagSono i miliziani delle unità di difesa popolare (YPG) quelli che hanno organizzato un ponte di soccorso, spezzando l’assedio di cristiani e yazidi accerchiati sul Monte Sinjar, permettendone la salvezza, mentre i peshmerga titubavano nelle loro ridotte attorno a Mosul in attesa di aiuti occidentali mai arrivati. E sempre l’YPG ha costituito un’enclave di protezione per le popolazioni civile, in contrapposizione tanto al regime siriano di Damasco quanto alle bande sanguinarie dell’ISIS, senza distinzione etniche o religiose. Ma figuriamoci! Si tratta di una confederazione anarco-comunista a trazione PKK.

Raid USAF

E dunque indegna di qualsiasi protezione e sostegno da parte dei raid aerei, blindo YGPche infatti a contro tutto sono diretti, tranne dove gli assembramenti delle squadracce del Califfato sono più consistenti e le loro offensive più virulente. Ed è ovvio che non saranno i trattori trasformati in improvvisati ‘tanko’ corazzati in lamiere saldate, o improbabili autoblindo (più che altro lenti bersagli mobili) a respingere l’assalto dei salafiti.
TankoLa presa della città di Kobane, stretta d’assedio dai mujaheddin ceceni Kobaneconfluiti nell’ISIS sta lì a dimostrare tutta la pletorica inutilità dei “volenterosi” di O’Banana che nella migliore delle ipotesi sbagliano clamorosamente bersaglio e nella peggiore giocano una partita che nulla ha a che vedere con la causa ‘umanitaria’, contro la barbarie del terrorismo islamico fattosi ‘Stato’.

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FALSE FLAG

Posted in Kulturkampf, Risiko! with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 9 settembre 2014 by Sendivogius

false-flag

Appurato il delitto, non cercate il colpevole. Trovate piuttosto un cattivo ideale, uno di quei villain da guerra fredda che sarebbe piaciuto a Ian Fleming per una storia dell’Agente 007, e attribuitegli ogni crimine possibile. Non importa se vero o presunto, plausibile o meno, giacché questo è un aspetto completamente secondario ai fini della trama, che ricerca personaggi tutto stereotipi e propaganda.
19 - The Legend of Koizumi - VLADIMIR PUTIN (1)Ciò che conta sono gli effetti speciali, coi quali impressionare il pubblico, guidandolo per mano ed aiutarlo a dimenticare in fretta i fatti nell’assenza di riscontri. Cucinato a puntino il pastone, al momento giusto lo si può servire opportunamente riscaldato a masse inappetenti.
Fu così che a meno di due mesi dall’abbattimento del Boeing 777 della Malaysia Airlines, sui cieli della regione separatista del Donbass in Ucraina, il ‘Consiglio di Sicurezza olandese’ (Dutch Safety Board) pubblicò nell’indifferenza generale il suo Rapporto Preliminare sulle sorti dello sfortunatissimo volo Mh17.
Si tratta di 34 paginette scarse, redatte con la collaborazione degli ‘esperti’ di ben dieci paesi diversi ed una mezza dozzina di agenzie specializzate. Pagine nelle quali praticamente non è contenuto nulla che non vada oltre l’evidenza; persino più approssimativa di quanto non sia rilevabile ad occhio nudo. In compenso, l’indagine investigativa si contraddistingue per non investigare alcunché, insieme alla carica di reticenza e di vaghezza analitica, al cui confronto le indagini successive all’abbattimento del DC9 Itavia ad Ustica nel 1980 sembrano un modello di efficienza.
Dc9 ItaviaTanto che il rapportino manca praticamente di tutto: contenuto delle scatole nere, analisi balistica, dettaglio dei tracciati radar, testimonianze degli operatori di volo, evidenze satellitari, analisi dettagliata dei reparti recuperati, referti autoptici…
L’unica certezza che sembra emergere dai ‘preliminari’ è l’avvenuta esplosione in volo dell’aereo. E nell’ansia di non dire ed all’occorrenza offuscare, nonostante le precauzioni, il Rapporto si lascia pure scappare una considerazione non perfettamente allineata con la vulgata ufficiale, che vuole il boeing abbattuto da un missile terra-aria Buk M1/SA-11.

Batteria missilistica antiarea BUK M1

E che soprattutto omette di spiegare di preciso come il velivolo possa essere stato perforato nella parte superiore della carlinga da numerosi oggetti ad alta velocità, provenienti dall’esterno (anche se è facilmente ipotizzabile un effetto Shrapnel da deflagrazione).

Fori sulla carlinga dell'aereo (1)«Damage observed on the forward fuselage and cockpit section of the aircraft appears to indicate that there were impacts from a large number of high-energy objects from outside the aircraft.»

Possibilmente per mezzo di Batterie ‘Buk’, che però nessuno ha mai visto davvero all’opera. Cosa quanto mai curiosa, in una regione costantemente monitorata dai satelliti militari di mezzo mondo e massimamente dell’Amico americano, che della responsabilità russa nella strage possiede la certezza metafisica e dunque non necessita di alcuna dimostrazione empirica. Ma del resto il governo dell’Ucraina è uno specialista nel denunciare con cadenza giornaliera attacchi di massa, da parte di colonne fantasma di blindati  russi, che a migliaia oltrepasserebbero il confine, invisibili a radar e satelliti-spia, combattendo fantomatiche battaglie col glorioso esercito di Kiev che ovviamente ne esce sempre vincitore.
Perciò è meglio non approfondire certe “evidenze”, altrimenti bisognerebbe spiegare come il foro di entrata del missile, all’altezza della cabina di pilotaggio, non sembri compatibile con l’ogiva di una testata SA-11
Comparazione armamenti balisticiE bisognerebbe altresì dipanare ogni dubbio circa le tracce lasciate dall’impatto esterno di un gran numero di oggetti ad alta energia, che al di là dell’ambigua scelta semantica, ricordano più che altro i fori in entrata di proiettili da 30mm.
Fori sulla carlinga dell'aereo (2)È un po’ difficile, a meno che non si vogliano sovvertire le leggi dell’aerodinamica, che una mitragliatrice pesante possa colpire da terra una bersaglio in movimento a circa 33.000 piedi di altezza (oltre 10 km)…
fori da 30 mm Molto più semplice invece se questa viene montata su un aereo dell’aviazione da guerra, come nel caso dei MiG-25 e MiG29, che tra le loro dotazioni in armamenti standard annoverano la GSh-301: mitragliatrice a nastro per uso aeronautico, per l’appunto armata con munizioni a frammentazione calibro 30.
fori sulla carlinga del volo MH17Figuriamoci se si potrebbe mai prendere in considerazione, tra le opzioni investigative, l’impossibile ipotesi che il volo malese Mh17 possa essere stato abbattuto da un missile aria-aria sparato da un caccia-intercettore e crivellato di colpi dal cannoncino di bordo, all’altezza della cabina di pilotaggio.

MH17 - Fori di entrata nella carlinga ad altezza piloti

Così, giusto per il gusto di escludere con dovizia di prove e fuori da ogni dubbio, un’opzione tanto scandalosa di cui si parla di rado (per esempio QUI).
Probabile traiettoria del missileAnche perché il tal caso si porrebbe un elementare quesito: cui prodest?
Di certo non ai combattenti “filorussi” del Donbass. E certamente non a Mosca.
Possibile traiettoria aerea dell'abbattimentoSicuramente avrebbe fatto comodo al governo di Kiev, che in tal modo avrebbe distolto l’attenzione dai crimini di guerra, la sistematica violazione delle tregue d’armi, ed i bombardamenti aerei indiscriminati ed i cannoneggiamenti a casaccio con artiglieria campale contro le popolazioni civili di Donetsk e Sloviansk, o il massacro di Odessa, ottenendo quella simpatia internazionale e quel sostegno militare che finora non ha avuto.
Ala scheggiata da traiettoria missileAvrebbe giovato all’amministrazione statunitense di O’Banana, desiderosa quanto mai di rintuzzare e contenere la ritrovata intraprendenza russa e la riconquista del suo antico ruolo ‘imperiale’ nello scacchiere internazionale, secondo una visione geopolitica della quale avevamo di recente accennato QUI.
prism7Evidentemente, gli strateghi di Washington credevano davvero che un ubriacone obnubilato dall’alcol come Boris Eltsin e la sua corte famelica di ladri, in un paese ridotto alla fame e trasformato nel primo esempio realizzato di stato gestito direttamente dalle organizzazioni mafiose, potesse essere un esempio di “democrazia” compiuta in una situazione destinata a perdurare nel tempo.
Come invece l’Europa si sia lasciata trascinare in una nuova guerra fredda contro uno dei suoi principali partner commerciali, col quale vanta esportazioni ed interessi economici per svariate decine di miliardi di euro e dal quale è totalmente dipendente per le sue forniture di gas, è un altro ‘mistero’ che i burocrati della UE dovrebbero spiegare ai propri cittadini.
Soldati dell'esercito ucrainoAltresì dovrebbero spiegarci come un governo golpista di oligarchi, nato da un colpo di stato, pesantemente infiltrato da gruppi di estrema destra, che scalpita per entrare nella NATO e trascinare il resto del continente in una guerra catastrofica contro la Russia, sia diventata una solida democrazia con tutti i requisiti (nessuno!) per entrare nell’Unione europea. E sarebbe interessante sapere come tali principi democratici si concilino, con l’accoglienza accordata dal governo di Kiev ai neo-nazisti di mezza Europa accorsi ad arruolarsi tra i paramilitari del Battaglione Azov.
Nazisti ucrainiOvviamente, perché la Russia è un’autocrazia ultra-nazionalista, dominata da un pugno di oligarchi provenienti dalla nomenklatura post-sovietica. Per fortuna l’Ucraina è esattamente il contrario: una banda di oligarchi (ex sovietici), al comando di uno stato autoritario che si alimenta del suo sciovinismo.

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UNITED BOMBER

Posted in Masters of Universe, Risiko! with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 6 settembre 2013 by Sendivogius

Hellblazer - Pandemonium

Qualcuno di voi si ricorda del sig. Iyad Allawi?
Fondatore della Intesa Nazionale Irachena, sedicente capo dell’opposizione democratica in esilio, è stato l’inutile idiota pescato dalla CIA e sponsorizzato dal Dipartimento di Stato statunitense, per rappresentare quella solida democrazia che è l’Iraq pacificato dal dopo-invasione.
Peraltro si trattava di un uomo di paglia di seconda scelta, giacché inizialmente tutte le preferenze erano state accordate a tale Ahmed Chalabi ed al suo fantomatico Congresso Nazionale Iracheno (INC), la cui influenza e radicamento nella realtà irachena era tale quanto un pinguino può essere rappresentativo della fauna sub-sahariana.
Ahmed Chalabi Accreditatissimo presso l’amministrazione Bush, viene presentato come un eroe della democrazia (secondo il modello petrolifero-coloniale dei neocon) e definito contro ogni sprezzo del ridicolo il “George Washington dell’Iraq”, aggiungendo la farsa alla tragedia. Chalabi è in realtà un noto bancarottiere, truffatore internazionale, nonché mitomane conclamato, doppiogiochista e sospetto spione al soldo degli ayatollah iraniani, senza alcun seguito politico o legame con l’opposizione anti-saddamita in Iraq. Al contempo, l’INC è una protuberanza personale del furbo avventuriero levantino, che la usa per rastrellare (e mettersi in tasca) le decine di milioni di dollari destinati alla ricostruzione nel dopoguerra iracheno. Verrà subito nominato Ministro del Petrolio dai “Liberatori”, nel nuovo Iraq trasformato in colonia da estrazione.
IraqiFreedom-XD’altronde, Ahmed Chalabi è stato anche colui che ha prodotto le prove ‘inoppugnabili’ sui legami del regime laico ed ultra-nazionalista dei baathisti di Bagdhad con gli integralisti transnazionali di Al-Quaeda. Più facile che un cobra e una mangusta convivano insieme nella stessa tana. Altresì, sempre Chalabi è la fonte ‘incontrovertibile’ che a suo tempo fornì le Colin Powellcartucce esplosive alla famosa “smoking gun”, creando la strampalata favoletta sui laboratori mobili per la produzione delle “armi di distruzione di massa”, montati dagli iracheni su tir in movimento, ed esposta al Consiglio di sicurezza dell’ONU con dovizia di particolari (05/02/93) da un Colin Powell senza alcuna ombra di imbarazzo.
Adesso, con dieci anni di distanza e di guerre infinite che dallo scacchiere mediorientale si trascinano senza soluzione di causa tra gli altipiani dell’Afghanistan e le valli dello Swat pakistano, la nuova amministrazione USA si prepara a trascinare nell’ennesimo conflitto una nazione che, con ogni evidenza, non riesce proprio a stare lontano dalla guerra.
Obiettivo di turno è la Siria dello stralunato Bashar al-Assad, nella convinzione che per alleviare le sofferenze della popolazione civile non ci sia niente di meglio che innaffiarla con una pioggia di bombe.
if you don't come to democracySe le motivazioni e le manovre che nel 2003 portarono alla seconda Guerra del Golfo furono oggetto di critiche serrate, l’operazione condotta all’epoca dall’amministrazione Bush rischia di apparire addirittura un capolavoro politico e diplomatico, a paragone della raffazzonatissima strategia messa frettolosamente in piedi da O’Banana e dai bravi ragazzi del suo groupthink, dopo i conclamati successi in Libia ed Egitto.
Il mio amico GheddafiIl contestatissimo Bush jr, in flagrante violazione delle disposizioni ONU, riuscì comunque a mettere insieme una “coalizione di volenterosi” con una cinquantina di paesi compiacenti.
O'BananaIl presidente “Hope & Change”, premio Nobel alle intenzioni per la pace, e attuale commander in chief della nazione più guerrafondaia del pianeta si accinge ad attaccare la Siria, ovviamente senza mandato ONU, con l’apporto delle due principali ex potenze coloniali della regione: una recalcitrante Gran Bretagna e la fanfaronesca Francia del ‘socialista’ Hollande.
Inoltre, l’intervento militare è fortissimamente caldeggiato da noti baluardi democratici, oltremodo famosi per la difesa dei diritti umani, come quel campione della laicità e della libertà religiosa che è l’Arabia Saudita. All’atto pratico, i diretti beneficiari dell’attacco saranno i simpatici tagliagole barbuti delle formazioni salafite: gli affidabili “ribelli” che combattono per l’instaurazione della sharia e si dedicano alla caccia delle minoranze (a partire dai cristiani) in tutti i territori ‘liberati’, che finora ci hanno deliziato col solito corollario di decapitazioni, mutilazione dei prigionieri, e (davvero ci mancavano!) atti di cannibalismo immortalati nei loro filmini amatoriali orgogliosamente caricati su internet.
L’America dei neocon, traumatizzata dagli attentati del 9/11, pensò comunque di dover fornire le “prove” a legittimazione del proprio intervento armato, spendendosi nella pantomima dei mobile production facilities for WMD all’ONU.
O’Banana ed il suo staff invece si guardano bene dal presentare, e tanto meno dall’esporre pubblicamente, le indiscutibili informazioni sull’uso indiscriminato di armi chimiche da parte del famigerato regime siriano. In tal modo non si corre il rischio di venire smentiti, o di fare incresciose figure come quella fatta all’epoca dallo zelante Colin Powell.
Nel 2013 come nel 2003, il referente naturale dell’amministrazione USA è un evanescente “Consiglio” dell’opposizione in esilio, di cui non si sa assolutamente nulla e di cui si ignorano totalmente gli interlocutori e le reali influenze.
democracy coming soonSarà meglio invece sorvolare sulle ipocrite giustificazioni all’ennesima “guerra umanitaria”. La motivazione ufficiale con la quale O’Banana sta cercando di ammansire un’opinione pubblica sempre più scettica, in soldoni, è: “in Siria è stata violata la linea rossa con l’uso delle armi chimiche”. A dire il vero, finora l’uso conclamato dei gas asfissianti è stato attribuito con una certa soglia di sicurezza ai sedicenti “ribelli”, che in Afghanistan ed in Iraq vengono chiamati “terroristi” ma che in Siria tornano utili come i talebani nella guerra contro i sovietici. La cosiddetta “linea rossa” era già stata violata a maggio, senza che l’amministrazione USA si sia impensierita troppo: non era il sanguinario regime di Assad ad aver premuto il bottone e dunque tanto valeva fare finta di nulla. Del resto, era già avvenuto nel 2009, quando Tsahal non si faceva certo remore ad usare il fosforo bianco su Gaza (la città più densamente affollata al mondo); tra gli obiettivi, la scuola dove aveva sede l’agenzia ONU per i rifugiati ed il principale ospedale della città. All’epoca gli USA intervennero eccome, con assoluta prontezza, per mettere il veto ad ogni risoluzione di condanna per i crimini di guerra perpetrati dal comando militare israeliano.
D’altra parte, armi chimiche sono state utilizzate dallo USArmy durante la cosiddetta battaglia di Falluja. Proiettili all’uranio impoverito (il miglior modo per liberarsi delle scorie radioattive) sono stati sparacchiati senza riserva un po’ ovunque: dalla Bosnia al Kosovo, e per tutto l’Iraq.
Su quali presupposti etici, il Paese che detiene il più grande arsenale di armi chimiche e batteriologiche del pianeta; l’unico che abbia mai usato la bomba atomica, nuclearizzando un paio di città; lo stesso che ha scaricato tonnellate di Napalm sui villaggi vietnamiti, inondando le campagne con il famigerato Agente Orange… si permetta di ergersi a giudice morale è cosa ben curiosa. In quanto a crimini di guerra, la più grande democrazia del mondo li ha perpetrati praticamente tutti, nella più assoluta impunità.
VietnamI tentennamenti di Obama, che si è infilato da solo in un cul-de-sac coi controfiocchi, sono stati sprezzantemente liquidati da un certo Bill Clinton come “vigliaccheria”. È certo prova di grande coraggio invece lanciare missili dal largo delle coste siriane, in acque internazionali, mentre si sta al sicuro a migliaia di chilometri dal teatro delle operazioni. Mr Clinton è lo stesso presidente (“democratico”) che nel 1998 i missili li lanciò su un deposito di medicinali in Sudan, scambiato per una fabbrica di armi chimiche, a dimostrazione di una politica particolarmente intelligente e coraggiosa.
Attualmente il problema si chiama Iran, divenuto senza colpo ferire una macropotenza regionale, dopo la scomparsa dei suoi principali nemici alle frontiere: l’Iraq di Saddam Hussein ad ovest ed il regime feudale dei talebani in Afghanistan, per provvidenziale intervento USA su entrambe i fronti di guerra. Abbattere il regime degli Assad in Siria, priverebbe Teheran di un prezioso alleato e ne ridimensionerebbe l’influenza nella regione, rassicurando i falchi della destra israeliana.
Insomma, parlare a nuora (Siria) affinché suocera (Iran) intenda . In fondo è da oltre un decennio che al Pentagono si studia una possibile guerra con gli eredi di Serse… Oramai non se ne fa mistero neppure nell’industria dell’intrattenimento: da film come “300” a videogame come “Battlefield”.
Battlefield 3La scomparsa di uno dei pochi stati laici del Medio Oriente, con la creazione dell’ennesima ierocrazia di ispirazione wahabita, dove scorrazzano indisturbati gruppi di jihadisti armati fino ai denti che premono contro il fragilissimo Libano, e si incuneano nel bel mezzo di Stati amici come la Giordania ed Israele, con l’Egitto ridotto ad una polveriera pronta ad esplodere, denota invece una lungimiranza fuori dal comune. Straordinaria se si pensa che per ottenere l’eccezionale risultato, si vanno a pestare i piedi pure a superpotenze come la Russia e la Cina, irrompendo a suon di bombe in un paese da sempre sotto la loro influenza geopolitica.
Ma oramai Mr President mica può perdere la faccia. E dunque comincino i fuochi d’artificio!

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Non disturbate il genocida

Posted in Risiko! with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 23 febbraio 2011 by Sendivogius

Dell’insana passione che il Nano delle Libertà sembra coltivare per i dittatori avevamo già parlato [QUI e ancora QUI]…
Del resto, il personaggio non è nuovo all’intreccio di amicizie pericolose. Pertanto, l’allucinato despota libico non costituisce certo un’eccezione, ma una regola diffusa nel solco inodore degli ‘affari’. Coerentemente, dinanzi ad una spietata repressione militare, almeno inizialmente, il campione brianzolo delle libertà non ha nulla da eccepire. E certo non intende per così poco disturbare l’amico Gheddafi, salvo virare coi consueti giri di valzer nel momento in cui le cataste di cadaveri intasano gli obitori e l’appoggio incondizionato al dittatore diventa difficilmente sostenibile. Specialmente se bombarda con l’aviazione le proprie città in rivolta.

Intendiamoci: dietro la facciata del biasimo ufficiale, tutti hanno fatto affari con Gheddafi ma nessuno aveva mai raggiunto i livelli di supina accondiscendenza, esibiti dallo statista di Arcore in pubbliche (e imbarazzanti) pagliacciate.
Anche il papa re aveva il suo boia, ma non per questo lo invitava nelle cerimonie ufficiali, tributandogli i massimi onori, con atto di sottomissione…
Questa diplomazia del focolare, che trova nell’imbalsamato Frattini The Mummy (ex maestro di sci per i rampolli della real casa) la sua massima espressione, ha pensato bene di assecondare i capricci di un personaggio assolutamente inaffidabile. Ci si è legati mani e piedi alle sorti di una delle più spietate dittature nordafricane, sposando in pieno le sorti di un despota sanguinario, responsabile di alcuni dei più odiosi eccidi terroristici che mai abbiano sconvolto l’Europa.
Senza curarsi troppo dei possibili risvolti futuri, il governo italiano si è piegato al giogo di una politica ricattatoria e ambigua, che sembra contraddistinguere le relazioni libiche. In tale contesto, gli interessi nazionali dell’Italia soggiacciono a quelli privati di pochi gruppi industriali legati all’apparato governativo, che per inciso presentano non poche analogie con le élite del potere descritte da Wright Mills.
Tuttavia, mai l’Italia aveva raggiunto un simile livello di irrilevanza internazionale, cancellata dalle agende estere che contano, e quindi restituita al suo ruolo di colonia americana, per di più relegata ai margini delle province dell’Impero.
In proposito i cablogrammi di wikileaks, tra le molte ovvietà, ci consegnano l’immagine di un paese da operetta, privo di qualsiasi visione strategica indipendente e di ampio respiro; senza una vera politica estera; completamente appiattito sui revanchismi mercantilistici e personali del piccolo monarca italico, ansioso di compiacere l’alleato statunitense oltre le stesse aspettative di Washington.
L’Italia detiene, per questioni storiche e geografiche, un ruolo di primo piano nello scacchiere del Mediterraneo. Un’accorta pianificazione geopolitica avrebbe richiesto la preparazione di un accurato piano di intermediazione sotterranea per una successione indolore, specialmente nel caso di un regime quarantennale come quello libico. La contingenza delle circostanze avrebbe dovuto suggerire lo studio di opzioni alternative, con l’apertura di nuovi canali di contatto con nuove figure maggiormente credibili, e soprattutto presentabili. Si sarebbe dovuta sondare la disponibilità dei gruppi tribali più influenti e stabilire una cooptazione dei clan più rappresentativi di una società beduina, imbrigliata nelle forme primitive di uno Stato padronale incardinato interamente sulla famiglia Gheddafi a tal punto da rischiare di scomparire con essa.
 In fin dei conti, in Libia la prima forma embrionale di uno stato pre-moderno prende forma durante le reggenze barbaresche del XVI secolo. A tal proposito, pessima era la fama dei pirati tripolini, tra tutti gli stati corsari della Barberia. Alle taifas guerriere dei mercanti-corsari subentra (nel 1912) l’amministrazione coloniale italiana che impianta gli innesti di uno Stato repressivo e discriminatorio, le cui strutture vengono sostanzialmente ereditate da Gheddafi nella sua palingenesi islamo-nazionalista dopo il golpe militare del 1969, senza mai mettere delle vere radici sociali e condivise. 
La possibile dissoluzione dello Stato libico creerebbe un pericoloso vuoto di potere, capace di destabilizzare l’intera area con effetti dirompenti:

a) L’esercito nazionale spezzettato in funzione delle solidarietà tribali e frazionato in fazioni contrapposte.
b) La regione Cirenaica di fatto indipendente, ma priva di risorse reali; magari rifornita di armi dall’Egitto intenzionato a diventare una micro-potenza regionale, contando sulla frammentazione libica.
c) La contrapposizione tra le province orientali e la Tripolitania, sempre più nel caos, col rais ed i suoi fedelissimi asserragliati nella capitale.
d) Le regioni sahariane dell’interno abbandonate a loro stesse, con presidi militari isolati e tagliati fuori dalle principali linee di rifornimento e vettovogliamento.
e) Squadracce disperate di mercenari allo sbando, senza via di fuga, e per questo resi folli dal terrore del linciaggio.
f) Lo squagliamento progressivo dell’intero apparato statale, magari sostituito da signorie armate, con l’apertura dell’immenso territorio libico ad ogni genere di traffico illecito.
g) Nel mezzo, masse di profughi che rimbalzano dai confini dell’Egitto a quelli della Tunisia (senza dimenticare la turbolenta Algeria), rischiando di travolgere il fragilissimo equilibrio dei due traballanti vicini sconquassati dalle rivolte e dalla crisi economica.

Dinanzi a simili prospettive, è vergognosa l’inconsistenza politica dell’Unione Europea, rattrappita dai suoi piccoli egoismi nazionali, dalle meschinerie ipocrite di cancellerie pesantemente compromesse coi regimi dei rais nordafricani, e per di più in drammatica crisi di credibilità presso il proprio elettorato. Al sostanziale fallimento delle strutture comunitarie, alla pletorica inutilità di organismi come Frontex, si aggiunge la totale l’assenza di un piano comune d’intervento di una UE che non perde occasione per dimostrare la sua perniciosa inutilità. È evidente infatti che alla sedicente “Unione” null’altro preme al di fuori del libero scambio delle merci, della sostanziale demolizione di ogni solidarietà sociale e welfare, ad esclusivo vantaggio del capitale finanziario e delle grandi banche d’affari.
Non merita commenti l’ONU che, con abbondante ritardo, si riunisce in consiglio per deplorare la repressione e invitando il colonnello Gheddafi al rispetto dei “diritti civili”, dando così prova di rara idiozia e pilatesco declino di ogni coinvolgimento.
È ovvio che, vista la totale assenza della comunità internazionale, il peso enorme della crisi libica ricadrà quasi interamente sulle spalle dell’Italia e dei Paesi nell’immediato più coinvolti (Malta!), che si ritroveranno a gestire l’emergenza in totale solitudine, in attesa di un possibile e (a questo punto) auspicabile intervento USA.

Vista l’inesistenza di referenti credibili, a maggior ragione l’Italia si sarebbe dovuta attivare autonomamente (e per tempo), rivendicando il suo ruolo di intermediatore fondamentale nel bacino mediterraneo. Invece, assistiamo ad un politica miope e priva di lungimiranza, contraddistinta dall’assoluta assenza di qualsiasi reale strategia d’intervento, da parte di un governo nel panico e che ora è costretto a correre ai ripari senza sapere bene dove mettere le mani. Il timore più grande sembra circoscritto in prevalenza verso l’ondata migratoria che, probabilmente, sarà assai più contenuta rispetto alle dimensioni “epocali”, paventate dal ministerume berlusconiano.
 La crisi dei regimi nordafricani, travolti da un dirompente effetto domino, sembra aver colto completamente impreparate la nostra diplomazia e la nostra intelligence, nel sostanziale disinteresse del governo in tutt’altro affaccendato, occupato com’è a garantire l’impunità del libidinoso rais nostrano che ora pensa si risolvere la crisi con un paio di telefonate.

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WAR GAMES (Part 3) – Imperial Rules

Posted in Risiko! with tags , , , , , , , on 16 ottobre 2008 by Sendivogius

 

“PNAC :

 I Neo-Con e la Guerra

 

Lo sforzo più notevole di questo interessante “gruppo di lavoro” è la produzione di un rapporto tecnico-militare, conosciuto come “Rebuilding America’s Defences: Strategies, Forces And Resources For A New Century” (“Ricostruire le difese dell’America: strategie, forze e risorse per un nuovo secolo”). Il “Piano”, redatto nel Settembre 2000, è innanzitutto un manifesto programmatico e politico, drammaticamente attuale quanto profetico. Destinato a rimanere nell’anonimo limbo degli addetti ai lavori, ma ben inserito nei meccanismi di potere di coloro che contano, il “Piano” sarebbe restato oscuro ai più se un giornalista, Neil Mackay, non si fosse messo a frugare nella pattumiera intellettuale dei cosiddetti think tank della Nuova Destra. Infatti, il programma elaborato dai teorici del PNAC è una potenziale polveriera; ad accendere la miccia di questa miscela esplosiva ci pensa il settimanale Sunday Herald, evidentemente impermeabile al principio del “sopire-troncare”, tanto in voga presso i media italiani e non solo. E così, il 15 settembre del 2002, sul periodico scozzese compare un articolo firmato da Mackay, che lancia la questione.

Nelle intenzioni dei suoi autori, il “Rebuilding Defences” doveva essere un dettagliato resoconto di difesa strategica, destinato a rimanere riservato. Tuttavia, ad una prima lettura, lungi dal ritrovare nel testo il cinico pragmatismo di un Von Clausewitz, o l’esattezza tattica di un Sun Tzu, i contenuti sembrano oscillare tra una partita a Risiko ed una sceneggiatura demenziale per “Guerre Stellari”. A tratti, è un’opera di fede sulla mistica missione redentrice degli Stati Uniti d’America, oppure l’arrogante dichiarazione d’intenti dell’ennesima lobby politico militare, in cerca del suo posto al sole. Da questo punto di vista, il Rapporto è un piccolo saggio monotematico sugli appetiti di un insaziabile moloc, che fomenta le ambizioni imperiali della Nuova Destra Repubblicana. Troppo poco per colmare il vuoto desolante di un “progetto”, animato unicamente dall’estasi guerriera di un manipolo di pretoriani repubblicani, in pieno delirio di americana onnipotenza.

Nel Rapporto vengono ripresi vecchi temi cari ai suoi ideatori: il costosissimo (ed inutile) “Scudo Stellare”; emergono concetti nuovi, ed oggi drammaticamente attuali, come l’enduring war per pudore ribattezzato “Enduring Freedom” dai pubblicitari di Bush (strano accostamento guerra-libertà). Si ribadisce la convinzione che il Sud America non sia una costellazione di Stati sovrani, ma il “giardino di casa” dove intervenire a proprio piacimento. Non manca poi l’attenzione al bilancio complessivo ed ai costi che comporta una difesa avanzata, schierata in profondità su scala globale: le spese di un simile armamentario dovrebbero essere bilanciate ed accollate in parte alle stesse nazioni, che ospitano truppe USA sul loro territorio. Truppe sempre più simili ad una forza d’occupazione, se “il rafforzamento delle attuali installazioni d’oltremare, può anche essere visto come presupposto per una estesa struttura di controllo”. La struttura di forza dovrebbe essere alleggerita al suo interno e quindi diventare maggiormente reattiva, con l’introduzione di duttili brigate di pronto impiego, più idonee ad interventi rapidi in zone critiche. Paradossalmente, queste nuove formazioni miste assomigliano alle “demi-brigade” di Napoleone o, se preferite, alle “coorti equitate” dell’Impero Romano.

In quanto alla ridistribuzione delle forze, il “punto focale della competizione strategica” viene spostato dall’Europa all’Estremo Oriente, con particolare attenzione al Sud-Est asiatico (e più in generale nel Sud del mondo). Questa attenzione verso l’Asia Orientale è importante e non va tralasciata: si tratta di una tematica alla quale Wolfowitz e Libby sono particolarmente sensibili. Sotto Reagan, per tre anni Wolfowitz fu ambasciatore in Indonesia e successivamente, in qualità di assistente del Dipartimento di Stato, per un altro triennio si è occupato dei rapporti politici in Asia Orientale e nella regione del Pacifico in generale. In tale veste, ha gestito nelle Filippine la transizione tra la dittatura di Marcos (proconsole americano) e la democrazia, curando in seguito le relazioni USA con Giappone e Cina. Proprio la Cina è percepita nel Rapporto, insieme ad Iran e Corea del Nord, come uno dei principali avversari da contrastare nell’immediato futuro. Lo scacchiere asiatico è infatti una antica fissazione della geopolitica americana e crediamo sia interessante indugiare brevemente su Alfred T. Mahan, ufficiale di marina, che sul finire del XIX° secolo analizzò i fattori, a suo dire, alla base del potere marittimo. Il riferimento a Thayer Mahan non è casuale, dal momento che i promotori del “Piano” lo citano esplicitamente nel loro Rapporto. Nel 1900, col suo “The problem of Asia and its effect upon International Politics”, M. T. Mahan postulò che l’egemonia mondiale delle potenze marittime potesse essere mantenuta tramite “il controllo di una serie di punti d’appoggio attorno al continente eurasiatico”. Trent’anni dopo, un altro americano, N. J. Spykman, individua nel Rimland (anello interno), intesa come fascia marginale tra l’area marittima esterna e le regioni interne euro-asiatiche, il centro degli interessi strategici americani. Guarda caso, il Rimland coincide con l’Europa continentale e soprattutto con l’Asia Orientale. La dottrina di Spykman, fortemente interventista, ha condizionato per decenni la politica estera statunitense; a proposito, l’opera di Spykman ha un titolo evocativo: “America’s Strategy in World Politics”.

Come si può vedere, i precedenti non mancano.

Assolutamente originale è invece la negazione di ogni autorità e ruolo delle Nazioni Unite. L’idea che l’ONU sia un fastidioso intralcio, quando non addirittura una minaccia che progetta l’invasione degli USA (!), è una fissazione patologica che si credeva confinata presso gli strati più reazionari e gretti della provincia rurale americana. Vedere una simile convinzione assurgere a tesi ufficiale, lascia quantomeno perplessi.

Al contrario, la sistematica violazione, o mancata sottoscrizione di accordi internazionali in nome della “legge del più forte” e dei “vitali interessi americani”, rientra nella dottrina Thornburgh. Tale dottrina ha comportato da parte USA la mancata ratifica del Trattato di Kyoto, del Trattato CTBT per la messa al bando dei test nucleari, e la violazione del Trattato ABM sulla riduzione delle testate balistiche. Richard Thornburgh è stato due volte governatore della Pennsylvania e procuratore generale degli Usa dal 1988 al 1991; fra le sue tante iniziative, ha proposto con insistenza forme di controllo più rigide su internet ed una severa limitazione degli accessi in rete. Inutile dire che anche questa ipotesi rientra nelle iniziative promosse nel Rapporto. Se ne deduce che anche lo sviluppo di armi batteriologiche in grado di “inquadrare come bersaglio genotipi specifici” è perfettamente legittimo e altresì “un utile strumento politico”, se ad usarle sono poi le Forze Armate USA. In caso contrario si tratta di una mostruosità terroristica da combattere senza indugi.

Sul Rapporto stilato dai teorici del PNAC è stato scritto e detto molto da voci ben più autorevoli di questa, pertanto non sarà qui il caso di ripetersi. Citato (spesso a sproposito) dalle fonti più disparate, il Rapporto è entrato nell’immaginario collettivo della cultura “antagonista” e nelle revisioni critiche del modello liberista ed egemonico, alla base della moderna globalizzazione. Tuttavia, è difficile immaginare in che modo sistemi come il THAAD, con le sue batterie di missili spaziali, sensori a infrarossi, laser perforanti ed altre fantascientifiche amenità, avrebbero potuto bloccare i terroristi dell’11 Settembre. A fronte di tanto esibita quanto inutile potenza bellica, è incredibile credere che una decina di fanatici psicopatici, armati di taglierino ed al seguito di uno sceicco pazzo, abbiano potuto sgominare nel ristretto spazio di un aereo i superbi esemplari di questa indomita razza guerriera, tirata su a cheeseburger e propaganda, coi micidiali esiti che tutti conosciamo.

 

3. ULTIMA PARTE

The End ?