Archivio per Francesco Crispi

TRANSFORMER ITALIA

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Hellraiser - Cubo di Le Marchand

Con l’asciuttezza che ne distingue la prosa e le analisi, gli storici anglosassoni definiscono il Trasformismo, come una pratica di governo per la formazione di coalizioni centriste a maggioranza variabile e mutualità di intenti nella loro fumosità ideologica.

Storia d'Italia «Il trasformismo è uno dei modi in cui può funzionare il sistema parlamentare, e questo tipo di permanente coalizione centrista tendeva indubbiamente a dare alla lotta politica un carattere meno polemico e più moderato. Ma di quando in quando anche taluni liberali erano costretti a riconoscere che…. l’assenza di aperte controversie aveva un effetto paralizzante e negativo.
[…] Il trasformismo venne attaccato e accusato di essere una degenerazione della prassi del compromesso…. che nascondeva l’assenza di convinzioni profonde.
[…] Depretis, Crispi, e lo stesso Giolitti ricorsero tutti uno dopo l’altro allo stesso metodo, e ciò con lo scopo preciso di impedire che potesse formarsi un’opposizione organizzata, in quanto in circostanze di emergenza il Presidente del Consiglio era così sempre in grado di allargare la schiera dei suoi sostenitori, grazie a una “combinazione” con alcuni dei dissidenti potenziali. Quest’assenza di una opposizione ben articolata ebbe talvolta effetti quanto mai negativi nella vita costituzionale italiana, come ad esempio la rapida successione di ministeri che ne risultava, dato che quella che sembrava una solida maggioranza si volatilizzava da un giorno all’altro

  Denis Mack Smith
 “Storia d’Italia
  Laterza, 1987.

Agostino DepretisStoricamente, il metodo si afferma nella seconda metà del XIX° secolo con l’insediamento del gabinetto governativo di Agostino Depretis, quando la contrapposizione, del tutto fittizia, in seno al blocco liberale nel Parlamento tra l’ala conservatrice (“Destra”) e quella progressista (“Sinistra”), si risolse con una serie omogenea di esecutivi di compromesso, fondati sullo scambio clientelare e la gestione condivisa del potere su base personalistica.

«Una volta al governo la Sinistra, che era salita al potere soltanto grazie all’aiuto di gruppi dissidenti della Destra, trovò che le riforme erano più difficili da attuare che da predicare. Il discorso inaugurale della Corona nel novembre del 1876 accennò una volta ancora al maggiore decentramento amministrativo, ma si trattava soltanto di parole. Depretis si sforzò in ogni modo di far apparire il suo ministero più progressista di quello precedente, ma in pratica non poté far molto di più che promettere di studiare possibili riforme future e di usare metodi meno autoritari nell’applicazione della legge. Neppure quest’ultima promessa fu mantenuta

  Denis Mack Smith
  “Storia d’Italia
  Laterza, 1987.

Ed è piuttosto illuminante ricordare come Agostino Depretis illustrò il nuovo corso ai propri elettori, in uno dei suoi celebri discorsi nel suo feudo elettorale di Stradella…

«I partiti politici non si debbono fossilizzare né cristallizzare. Ed eccovi quel che io diceva in questo stesso luogo l’8 Ottobre 1876:
[…] Io spero che le mie parole potranno facilitare quella concordia, quella faconda trasformazione dei partiti, quella unificazione delle parti liberali della Camera, che varranno a costituire quella tanto invocata e salda maggioranza, la quale ai nomi storici tante volte abusati e forse improvvidamente scelti dalla topografia dell’aula parlamentare, sostituisca per proprio segnacolo un’idea comprensiva, popolare, vecchia come il moto, come il moto sempre nuova, il progresso.”
Noi siamo, o signori, io aggiungeva, un Ministero di progressisti.
E lo siamo ancora, e se qualcheduno vuole entrare nelle nostre file, se vuole accettare il mio modesto programma, se vuole trasformarsi e diventare progressista, come posso io respingerlo?»

 Agostino Depretis
(08/10/1882)

Cronache marziane Istituito sotto i migliori auspici, il gabinetto Depretis fece del “trasformismo” una filosofia di governo, destinata ad avere successo e contribuendo non poco a sedimentare quella palude istituzionale, che spalancò le porte al fascismo in violenta polemica con le sabbie (im)mobili del “parlamentarismo” ed in aperta rottura con un sistema sostanzialmente sclerotizzato nella propria referenzialità.
Depretis, nel suo galleggiamento ministeriale, reseconfuse le questioni di principio e impossibile ogni chiarezza di pensiero, guardandosi bene:

«...dal formulare una politica ben definita che avrebbe potuto essere respinta da un voto contrario del parlamento e preferiva degli espedienti che potevano essere sconfessati in qualsiasi momento, semplicemente abbandonando al suo destino un ministro impopolare e rimaneggiando il ministero

  Denis Mack Smith
 “Storia d’Italia
 Laterza, 1987.

Concepito come una possibile soluzione alle pastoie del parlamentarismo italiano, con la rissosità congenita di una società profondamente frazionata, il “trasformismo” si è ben presto rivelato come parte integrante del problema.

«Nacque allora la formula definita del “trasformismo” che, presumibilmente concepita come strumento utile a garantire quella che oggi definiremmo “governabilità”, si risolse in un elemento di corruzione spicciola, di cooptazione interessata.
[…] La formula Depretis, peraltro, non poggiava soltanto su questa logica miserevole. La sostennero anche uomini come Marco Minghetti, conservatore, il quale, pur auspicando un sistema bipartitico, imperniato su una dialettica di contrapposte posizioni, riteneva preminente in quel momento assicurare all’Italia un governo stabile e – per avversione tanto all’estrema destra clericale, quanto alla sinistra radicale – avvicinò a Depretis molti deputati di orientamento conservatore. Anche questo elemento, come è ovvio, contribuì a stemperare gli originari propositi riformatori della Sinistra.
Alla morte di Agostino Depretis (1887) divenne presidente del Consiglio Francesco Crispi che, pur dichiarandosi in teoria nemico del trasformismo, fece largo ricorso a quel metodo. Se ne servì negli anni successivi anche Giolitti, ogni volta che in parlamento stava per formarsi un’opposizione organizzata

  Sergio Turone
 “Corrotti e corruttori
 Laterza, 1984

HELLBLAZERIn tempi più recenti, il sostanziale immobilismo, la cooptazione clientelare delle camarille locali, una corruzione endemica funzionale alla strutturazione del consenso, sono confluite nel cosiddetto “consociativismo” che è stata una variante moderna dell’originale trasformismo in evoluzione.
Date le sue peculiarità, non è un mistero come la pratica trasformistica, soprattutto nella sua componente consociativa, abbia costituito un aspetto constante del sistema politico italiano, alla base dell’egemonia democristiana nell’immanenza della sua longevità al potere. Lungi dall’essersi esaurito, oggi il fenomeno sembra più radicato che mai, incistato com’è tra il personalismo emergente dei nuovi caudillos populisti e la ricerca di un unanimismo totalizzante nella ridefinizione degli assetti di potere in atto…

«Il venir meno di ogni discriminante ideologica e programmatica fra i due maggiori schieramenti in campo (ossia la fine di quel sia pur imperfetto modello bipolare che aveva caratterizzato la scena parlamentare italiana nel primo ventennio postunitario) ebbe come effetti un visibile degrado del dibattito politico all’interno della ‘grande maggioranza’ costituzionale e il trasferimento delle funzioni proprie dell’opposizione a forze non pienamente legittimate (l’estrema radicale, repubblicana e poi socialista) oppure a gruppi eterogenei o marginali, pronti peraltro a rientrare alla prima occasione nel gioco delle combinazioni ministeriali.
[…] Il trasformismo non nasceva da una connaturata inclinazione al compromesso dei politici italiani, ma era il portato della debolezza originaria dello Stato unitario, della fragilità delle istituzioni e della cronica esiguità delle loro basi di consenso. Non era il prodotto di un carattere nazionale, ma la risposta, forse sbagliata, a un problema reale

  Giovanni Sabbatucci
 “Enciclopedia delle scienze sociali
 (1998)

Oggi, ci si illude di superare il bipolarismo imperfetto, previa rottamazione della Costituzione repubblicana e revisione del principio maggioritario.
Le cosiddette “riforme”, più strumentali che strutturali, brandite come una clava dalla anomala maggioranza di governo nel solco di più laide intese, costituiscono il tassello evidente di un’anomalia costituzionale ancor prima che istituzionale, con un esecutivo che interviene pesantemente nel gioco parlamentare, facendosi promotore ancor più che garante di una revisione costituzionale da portare avanti a tempi contingentati e tappe forzate. E lo fa preordinando la ‘sua’ riforma, denigrando le voci critiche in seno alle istituzioni repubblicane, rimuovendo dalle commissioni i senatori non allineati (fatto senza precedenti). Impone quindi la propria “bozza” ad un Parlamento ed un Senato, ancorché supini, che subiscono l’iniziativa di un premier mai eletto in un esecutivo presidenziale, tenuto a Carl Schmittbattesimo palatino. Nel superamento dei vecchi schemi politici e di partito, il governo si attribuisce competenze che spettano alle Camere ed agisce esso stesso come un partito (della nazione), accentrando su di se i poteri e istituzionalizzando l’eccezione in virtù di un presunto principio di necessità. Vizio antico ma sempre presente.
L’iniziativa governativa più che integrare l’azione parlamentare, ne determina l’indirizzo e la sovrasta nella sua ipertrofia decisionale. Viste le finalità recondite, circa l’attivismo promozionale (e propagandistico) del governo, viene in mente una vecchia polemica gramsciana riconquistata ad insospettabile attualità:

Gramsci«Il governo ha infatti operato come un “partito”, si è posto al di sopra dei partiti non per armonizzarne gli interessi e l’attività nei quadri permanenti della vita e degli interessi statali nazionali, ma per disgregarli, per staccarli dalle grandi masse e avere “una forza di senza-partito legati al governo con vincoli paternalistici di tipo bonapartistico-cesareo”: cosí occorre analizzare le cosí dette ‘dittature’ di Depretis, Crispi, Giolitti e il fenomeno parlamentare del trasformismo

  Antonio Gramsci
 “Passato e Presente. Agitazione e propaganda
 Quaderno III (§119); Anno 1930.

JOHN McCORMICKAttualmente, il trasformismo centrista di matrice neo-consociativa sembra convivere con le impennate demagogiche di un populismo di ritorno, dal quale trae giustificazione e legittimazione quale necessario argine di contenimento, mentre la componente cesaristica ne diventa strumento indispensabile di governo, in qualità di catalizzatore del consenso personalizzato a dimensione di “leader”. Per disinnescare la carica eversiva della minaccia populista, il “cesarismo” ne assume in parte le istanze; le converte in alchimie di governo consacrate alla preservazione della ‘stabilità’ tramite l’adozione su polarità alternata e contraria di un populismo reazionario, ammantato da un’onnipervasività plebiscitaria, riadattando il sistema alle necessità congenite del leader ed al consolidamento della sua posizione di potere. Si tratta di iniezioni controllate, con inoculazione del veleno a piccole dosi in funzione immunizzante. La pratica si chiama “mitridatismo”. E peccato che le tossine così somministrate a lungo andare finiscano col distruggere l’organismo che s’intendeva preservare.
Per quanto mutevoli possano essere le sue forme, il Cesarismo continua ad essere declinato nella forma prevalente dell’istrione, che a quanto pare resta il figuro più amato dagli italiani, incentrando la sua preminenza sui legami emozionali.

Wien - Kunsthistorisches Museum - Gaius Julius Caesar«L’organizzazione politica del cesarismo si afferma sempre a seguito di un processo di deistituzionalizzazione delle organizzazioni e delle procedure politiche preesistenti. In altri termini, parleremo di cesarismo se, e solo se, la leadership individuale nasce sulle ceneri di un’organizzazione politica istituzionalizzata che è stata colpita da un processo di decadenza e di disorganizzazione.
Il cesarismo è un regime di transizione, intrinsecamente instabile. Sorge per fronteggiare uno stato di disorganizzazione e di crisi acute della comunità politica ed è destinato a lasciare il posto a forme diverse e più stabili di organizzazione del potere.
[…] Un regime politico di transizione, che sorge in risposta alla decadenza di istituzioni politiche preesistenti ed è fondato su un rapporto diretto – ove la componente emozionale (così come è descritta, ad esempio, da Freud) è preminente – fra un leader e gli appartenenti alla comunità politica, veicolato da tecniche plebiscitarie di organizzazione del consenso.
[…] Per usare termini schmittiani potremmo dire che il cesarismo è il regime dello “stato d’eccezione” in cui però l’assunzione di pieni poteri da parte del leader si sposa con un consenso plebiscitario, o semiplebiscitario, della comunità politica (delle sue componenti maggioritarie). In questa prospettiva si può spiegare facilmente anche la scarsa attenzione che la scienza politica presta ai fenomeni cesaristici. Trattandosi di regimi di transizione, i regimi cesaristici hanno una vita effimera. Essi sorgono in risposta a una crisi e si trasformano più o meno rapidamente in regimi diversi

 Angelo Panebianco
Enciclopedia delle scienze sociali
(1991)

Semmai, il problema della transizione risiede nella durata, che qui in Italia si esplica in parentesi prolungate da non prendere mai alla leggera…
Il vecchio che tornaPerché al di là dei toni trionfalistici, l’unanimismo plebiscitario, la piaggeria cortigiana ed i facili entusiasmi, l’attuale governo garantito dai “senza-partito” vincolati al premier da un legame “bonapartistico-cesarista” e dalle più alte Grillinoprotezioni dell’ermo Colle, costituisce nella sostanza una parentesi di transizione, volta ad essere superata in fretta non appena sarà chiaro il trucco delle tre carte al volgere della fine dei giochi, sbollita l’enfasi delle contro-riforme artificialmente pompata da un apparato mediatico più che compiacente. Un “regime cesaristico” si afferma sul disfacimento dei partiti e prosperano traendo alimento dal populismo che inevitabilmente si sprigiona dalla loro decomposizione, con ben pochi vantaggi per lo sviluppo civile e di una società pienamente democratica.

«Man mano che i vecchi partiti da fiorentissimi sono diventati secchissimi (non parlo, com’è ovvio di quelli già defunti sotto le macerie di Tangentopoli), sono riemersi i caratteri di una società civile tradizionalmente avulsa dai meccanismi dell’associazionismo intermedio, mentre si è creata una voragine nel luogo del primitivo insediamento, un vuoto che può essere colmato d’un tratto da qualsiasi predicazione, poco importa se proveniente da demagoghi improvvisati, da corporazioni che invadono il campo della politica, o da partiti d’opinione, che sappia catturare il voto “emotivo”

  Mario Patrono
Maggioritario in erba – Legge elettorale e sistema politico nell’Italia che (non) cambia
Edizioni CEDAM
  Padova, 1999

In questa sua opera ‘minore’ di agevolissima lettura, Mario Patrono, costituzionalista di orientamento socialista ed esperto in Diritto pubblico comparato, coglieva con un ventennio d’anticipo i limiti intrinseci del maggioritario e le implicazioni sul sistema politico italiano, che col senno di poi si sono rivelate in buona parte esatte. A suo tempo il prof. Patrono, con tutte le riserve del caso, aveva posto la propria attenzione sulla “zoppìa del maggioritario in azione, sottolineando i limiti e le speranze già all’alba della sua adozione:

«..visto come il toccasana per guarire d’incanto il sistema politico italiano da tutti i mali che lo affliggevano: la corta durata dei governi, la fragilità della loro azione, la presenza di troppi partiti, la mancanza di ricambio al potere, la degenerazione della politica stessa, il maggioritario – alla prova dei fatti – sembra aver peggiorato piuttosto che migliorato lo stato delle cose, aggiungendo malanni nuovi a quelli preesistenti

Mario Patrono
 “Maggioritario in erba
(1995)

Considerati i soggetti politici attualmente in lizza secondo un’ottica tripartita, il parlamentarismo proporzionalista svolgerebbe una funzione ‘analgesica’, che per esempio un giurista del calibro di Hans Kelsen definiva di per se stessa “sedativa” nei sistemi conflittuali ad alta temperatura. E la stesura di una nuova legge elettorale è forse utile in tal senso, come migliore antidoto a prossime ed eventuali involuzioni nell’ambito dell’offerta politica, segnando una linea di demarcazione tra il rilancio della Politica ed il “commissariamento della Democrazia”, destinata ad essere strozzata dalla garrotta dei “governi tecnici”.

«Quale potrà essere l’esito finale di questo scontro tra chi vuole davvero il maggioritario, e perciò si adopera per valorizzarlo, e chi maneggia invece per affogarlo nella pozza di un sistema piegato ad avere tre poli in luogo dei “classici” di due, non è dato al momento sapere. Da una parte, a favore del bipolarismo gioca il terrore retrospettivo delle condizioni di un tempo, che l’inchiesta giudiziaria “Mani pulite” si vorrebbe aver chiuso per sempre. Ragiono nei termini di un riscatto morale dalla corruzione, e mi riferisco al dato inoppugnabile che il sistema elettorale maggioritario vi si oppone assai meglio della proporzionale, che al contrario la fomenta….
Ma è proprio qui che si nasconde la questione a cui è legata la possibilità dell’Italia di diventare una democrazia “funzionante”. È davvero il capitalismo italiano in grado, lo è davvero la società italiana di fare a meno della corruzione pur conservando la pace sociale e mantenere intatto il livello di benessere, al Nord come al Sud? Se la risposta è ‘no’, mille interessi leciti e illeciti, grandi e piccoli non tarderanno a far rivivere il passato. E la “Seconda Repubblica” rimarrà scritta nel libro dei sogni.
[…] Resta che le difficoltà e i pericoli di questa fase della vita politica si rivelano con chiarezza, non appena si guardi alla somma di incongruenze che vi albergano:
– un maggioritario in erba, parziale e indigesto per difetto di cultura;
– un bipolarismo precario che funziona male e che sono in molti, nel loro intimo, a non volere;
– una situazione politica confusa, fluida, miscelata, con maggioranze scarse;
una società che – dopo tanto discutere se fosse preferibile “rappresentarla” o piuttosto “governarla” – appare, per colmo di paradosso, né “rappresentata” né “governata”

  Mario Patrono
 “Maggioritario in erba
 (1995)

Pig and his girl by EastMonkey Alla prova dei fatti, possiamo dire che la risposta è stata ‘no’.
E la cosiddetta Terza Repubblica non è che si preannunci tanto meglio delle precedenti. Anzi!
In riferimento invece ai ‘governi tecnici’ (Ciampi e Amato), che hanno preceduto l’insediamento ventennale della pornocrazia berlusconiana, quanto di ‘meglio’ ha saputo incarnare lo spirito della “Seconda Repubblica”, così si esprimeva il prof. Patrono paventandone i rischi e le conseguenze future:

«Inoltre, e questo è forse il danno maggiore, si assiste ad una semiparalisi delle dinamiche istituzionali, che si manifesta con la presenza di un governo “tecnico”, che tiene il cartellone già da parecchi mesi. Il che sta provocando due conseguenze, l’una più grave dell’altra: un tentativo di nascondere dietro le contraddizioni in termini di una (presunta ma impensabile) “neutralità della politica” il fenomeno ben più allarmante di un oscuramento della politica, e ciò accade quando appunto la politica avrebbe dovuto ricevere dal maggioritario un rilancio in grande stile; ed un processo di commissariamento della democrazia, effetto e sintomo nel profondo della crisi che ha investito i partiti e le grandi organizzazioni sindacali, che fa dipendere le grandi scelte politiche da una cerchia di oligarchi senza investitura popolare: un processo che rischia, alla lunga, di aggravare il distacco tra i cittadini e il potere, nel momento stesso in cui il maggioritario è considerato dai suoi fautori (insieme al referendum e dopo di esso) il modo più genuino, immediato, ed anche più attraente di far partecipare il popolo, la “gente” alla vita politica.
OLIGARCHIAPer scrupolo osservo che questa fase…. rappresenta una miccia accesa sotto l’insieme delle libertà repubblicane: se non riusciamo a lasciarcela dietro alle spalle in tutta fretta, il rischio di un logoramento dello stesso contratto sociale diventa inevitabile

Mario Patrono
Maggioritario in erba – Legge elettorale e sistema politico nell’Italia che (non) cambia
Edizioni CEDAM
Padova, 1999

Praticamente, a decenni di distanza, siamo ritornati al bivio di partenza con una situazione sociale e culturale persino peggiore, e ancor più logorata, della matrice originaria…

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Relazioni di ricorrenza

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 1 marzo 2011 by Sendivogius

Deve essere davvero lo spirito dei tempi, uno zeitgeist cupo e desolante, se l’Italia è costretta a celebrare il 150° della sua unificazione tra flatulenze secessioniste e panzane federaliste, tra revanchismi borbonici e reazione sanfedista, alternate alla retorica ufficiale di circostanza, con i suoi stanchi rituali cerimoniali sempre più svuotati di senso.
Tra i miti assolutori “degli italiani brava gente”, le processioni pagane di santi, madonne e atei devoti, insieme a qualche mega-appalto patriottico a stuzzicare l’appetito dei soliti noti, si avviano ad esaurimento i festeggiamenti (ancor prima di cominciare) del peggior compleanno per una Italietta sempre più guelfa, rigurgitata in nuovo temporalismo pontificio e raggrumata attorno all’Unto della Provvidenza coi suoi inviti ossessivi al bunga-bunga.
Ed è una pessima coincidenza, dopo un decennio dall’inizio di una ‘missione’ nella quale ormai non crede più nessuno, dover accogliere le spoglie dell’ennesimo caduto nel pantano afgano, in concomitanza con un’altra guerra dimenticata, che proprio 115 anni fa raggiungeva il suo epilogo nella catastrofica Battaglia di Adua del 01/03/1896…  

Era il tempo in cui l’Italia esportava la civiltà sulla punta delle baionette, in nome di una più alta missione umanitaria e di sviluppo, favorendo le condizioni per nuovi investimenti economici riassumibili nella formula: oppressione e buoni affari.
Sono eventi storici lontani, dai quali è difficilissimo trarre analogie con la realtà attuale!
La disfatta di Adua, nell’ambito delle Guerre Abissine, risponde ad un’antica specialità tutta italiana nell’infognarsi in conflitti inutili e senza sbocco, onde compiacere l’ingombrante alleato di turno, per mera piaggeria diplomatica, o appagare velleità da “grande potenza”.
Si tratta di quelle ricorrenze, che i maestri di cerimonia non ricordano mai volentieri e sulle quali solitamente glissano. Eppure costituiscono episodi evocativi dell’identità di un Paese e della sua pseudo ‘classe dirigente’. Questo perché la Storia d’Italia è innanzitutto una storia di guerre, di restaurazioni e governi autoritari, mediocri politicanti e corruzione endemica, tra l’indifferenza di una plebe bovina beatamente assopita sul proprio status servile.

UN POSTO AL SOLE
 Il giorno quindici del mese di Novembre dell’anno 1869 secondo l’era degli europei, un distinto signore bianco, in abiti di lino, acquista per un pugno di talleri una piccola baia a ridosso del deserto della Dancalia, la Terra del Diavolo, per stabilire uno scalo commerciale in uno dei posti più inospitali del pianeta. Pertanto, su incarico della “Compagnia navale Rubattino”, già specializzata in missioni patriottiche come lo sbarco dei Mille (giusto qualche anno prima), il sig. Giuseppe Sapeto, missionario dell’Ordine di S.Lazzaro, rileva dal clan dei ben-Ahmad il porticciolo di Assab, agli attuali confini tra l’Eritrea e Gibuti.
Nel 1882, la proprietà viene ceduta al Regno d’Italia ed è destinata a diventare il primo possedimento italiano d’oltremare. Lo scalo di Assab è in realtà un grumo polveroso di capanne arroventate dal sole, con un livello record di umidità, e circondato dalle tribù ostili degli Afar, ma al governo italiano sembra un affarone da raddoppiare…
Nell’ultimo ventennio del XIX°sec. il Sudan orientale, all’epoca invaso dall’Egitto, è percorso dalla grande rivolta dei Dervisci, che non sono gli innocui ‘dervisci danzanti’ cari all’iconografia turca ma spietati tagliagole del deserto, esaltati dal verbo jihadista di Muhammad Ahmad che gli insorti chiamano al-Mahdi (Il Profeta). Gli inglesi imparano presto a loro spese la pericolosità dei guerrieri sudanesi, che spazzano via una dopo l’altra le deboli difese anglo-egiziane, fino alla conquista di Khartum e la morte di Charles George Gordon (Gordon pascià) neo-governatore del Sudan.
Per gli amanti del cinema, l’intera vicenda è raccontata nell’ottimo film agiografico del 1966, “Khartoum”, con Charlton Heston nei panni dell’eroico imperialista bianco; mentre, in tempi più recenti, per i palati meno raffinati, va sicuramente ricordato il film di Shekhar Kapur, con un Heath Ledger agli esordi (e ancora vivo): “Le quattro piume” (2002), tratto dall’omonimo romanzo di A.W.Mason (1902).

 Nel Febbraio 1885, approfittando del conflitto sudanese, le truppe italiane sbarcano nel porto di Massaua, presidiato da una piccola guarnigione egiziana che colta alla sprovvista subito si arrende. L’occupazione della regione circostante  da parte dell’Italia non colmava però un vuoto di potere: ai vari sultani locali, si aggiungevano le rivendicazioni di ben tre governi: turco (ufficialmente la zona era ancora parte dell’Impero Ottomano); egiziano ed etiopico.

«Su tutto vegliava l’influenza della Gran Bretagna, che ovviamente era tutt’altro che super partes. Londra aveva negoziato o imposto nel 1884 un regolamento diplomatico, noto come Trattato di Hewett dal nome del funzionario inglese che lo formulò, riconoscendo all’Etiopia una specie di sovranità nella regione del Mar Rosso. Lo sbarco italiano a Massaua poté avvenire proprio perché la Gran Bretagna diede, più o meno di buon grado, il suo assenso, forse non immaginando che l’Italia, alleato improprio in quel momento nella spartizione dell’Africa Orientale per sottrarre quanto più territorio possibile alle mire espansionistiche di Francia e Germania, rivali ben più temibili, si sarebbe spinta fino ad impiegare le armi.»

«L’Eritrea fu creata con questo nome il 1° Gennaio 1890. Oltre che dalla compiacenza di Londra, le operazioni italiane furono facilitate dalle incursioni delle truppe mahadiste che arrivarono fino a Gondar, costringendo l’imperatore etiopico sulla difensiva.
[…] L’Eritrea nacque composita, ripetendo, in piccolo, la stessa pluralità dell’impero a cui in passato quelle terre, più o meno precariamente, erano appartenute. La denominazione di Eritrea, (fu) ideata da Ferdinando Martini riprendendo il nome greco e latino del Mar Rosso, (che) per certi versi rispecchiava l’identità di un popolo che nella versione locale era chiamato Bahri [gente del mare per distinguerla dalle popolazioni dell’altipiano].»

 Giampaolo Calchi Novati
 Da Assab alla Colonia Eritrea:
 formazione di una nazione o invenzione di un territorio?
 Roma 1994

Il testo è stato estrapolato da una relazione presentata ad un convegno del ‘Centro italiano per gli studi storico-geografici’ e riportata nel volume:  “Colonie africane e cultura italiana fra ‘800 e 900”, a cura di Claudio Cerretti; C.I.S.U. – Roma 1995.

Con l’occupazione di Massaua, l’Italia si affaccia da buon’ultima nel panorama delle potenze coloniali, accontentandosi degli scarti ancora disponibili sul tavolo dei grandi Imperi. E con la lungimiranza che ci è solita, si decide di andare a rompere le scatole all’unico territorio dell’Africa subsahariana con un minimo di organizzazione statale, governanti riconosciuti (e di religione cristiana in un arcipelago islamico), un forte esercito tribale di guerrieri organizzati e discretamente armati, almeno secondo gli standard africani dell’epoca.

Tuttavia, per i colonialisti contagiati dalle febbri allucinatorie del maldafrica, quella striscia sterile di terra rovente costituisce il miraggio di un Eden ritrovato, che si nutre di liriche appassionate e di struggenti peana che esaltano lo splendore esotico di luoghi benedetti dalla prosperità:

«Le eleganti piante, alte due volte la statura di un uomo, coll’ampio fogliame compongono gallerie ombrose sulle quali la luce filtra giallognola e verdiccia con effetti fantastici. Giganteschi grappoli di frutti pendono gravi fino a terra, fiori carnosi stragrandi si curvano al suolo gocciolando umori vischiosi. La terra, pregna d’umidità, morbida e attaccaticcia, rimane impressa di orme profonde, che si riempiono d’acqua, ed esala effluvi intensi e grassi, quasi a sprigionare l’esuberanza di feracità che custodiva da secoli nel suo grembo.»

 Renato Paoli. Nella Colonia Eritrea, Studi e Viaggi. Milano 1908

La maggior parte delle elegie sono all’insegna di un trasporto sensuale pervaso da una carica erotica che rasenta la fisicità carnale, da parte di chi l’Africa vorrebbe fotterla non solo metaforicamente, magari con la scusa di descrivere la danza delle baiadere sudanesi:

«La danzatrice lascia sfuggire grida appassionate a cui rispondono esclamazioni appassionate delle accompagnatrici […] Dei fremiti nervosi le agitano tutta la persona, il petto tondeggiante e abbondante le si solleva e si fa ansimante: la passione ha vinto.
[…] Con alcuni passi striscianti, la lasciva si avanza verso quello degli spettatori che ha scelto come oggetto della sua artistica passione, poi si arretra, poi si avanza ancora, resiste un’ultima volta e finalmente tutta palpitante, la bella Venere si abbandona nelle braccia dello spettatore, il cui eccitamento ha raggiunto il sommo orgasmo.»

 Gugliemo Godio.Vita africana. Ricordi di un viaggio in Sudan Orientale. Edizioni Vallardi; Milano 1885

Più realisticamente, il vercellese Augusto Franzoj, che nel Corno d’Africa ci va davvero e non compone auliche patacche, a consumo dei gonzi che sognano in Italia, così descrive la cittadina eritrea nelle sue “Aure africane”:

«Massaua è il più sgradito paese del Mar Rosso. Ai tempi di Mosè questo mare era il prediletto da Dio. Ma ora Dio l’ha proprio dimenticato. Tutte le sette piaghe d’Egitto sono venute a lasciare qui ciascuna una buona parte delle sue miserie.
A Massaua, specialmente per me, nuovo giunto dalle Alpi, la vita è insopportabile. Sebbene non si sia ancora in pieno estate – il termometro all’ombra s’arrampica già fino al 40° grado! Più tardi probabilmente darà la scalata al sole. L’afa intanto è opprimente. E’ fuoco quello che si respira. L’acqua che si beve – anziché dare refrigerio al corpo, vi apporta un incredibile malore poiché è caldissima, amara e salata; ed a noi, non avvezzi, dà il vomito. Aggiungasi a questa delizia le mosche, le zanzare, le formiche, le cimici con un’infinità di animaluzzi sconosciuti, microscopici che saltano, volano o strisciano ma che mordono tutti maledettamente senza lasciare un minuto di tregua […] Si cerca l’ombra ma invano. Dove non giungono i raggi del sole, ne arriva il riverbero che ci arroventa ugualmente il viso.
Attorno a Massaua non si scorge che mare e deserto – giacché essa è un’isola che solo fu unita al continente per mezzo d’una diga lunga 1200 metri.
Non il più piccolo filo d’erba nasce sotto questo cielo che pare maledetto. Non una pianta, non un arbusto cresce su quest’isola vulcanica che il governo egiziano con raffinatezza di crudeltà destina in esilio a coloro di cui vuole sbarazzarsi.
[…] Dall’alto del nostro terrazzo vediamo tutta Massaua, le cui misere capanne fatte di stuoie e di rami, a gruppi circondano le poche case in muratura bassa e pesante che sole esistano qui.»

Una voce quasi isolata, perché ciò che conta, e va per la maggiore, sono le trasfigurazioni esotiche nella prosa ispirata degli aedi della propaganda ufficiale: gli alfieri prezzolati di un giornalismo d’accatto che in Italia, salvo rare eccezioni, non ha mai saputo alzare il capo dalla mangiatoia dei loro interessati finanziatori.

ESPORTATORI DI CIVILTÀ
 Ansioso di valorizzare questo ‘paradiso’ in terra africana, il Regno d’Italia non lesina mezzi né sforzi con un’intraprendenza ben tollerata dai britannici, che vedono nelle truppe italiane e nelle loro mire espansionistiche un utile diversivo per tenere impegnati i dervisci del Sudan.
E inizialmente, nonostante l’Eccidio di Dogali (1887), la strategia sembra funzionare. Con la conquista di Asmara (1889), gli italiani assolvono alla loro funzione di contenimento (dal 1891 al 1895), respingono in dervisci ad Agorbat ed occupano la città ribelle di Cassala in territorio sudanese.

 «Massaua era stata solo l’inizio. Dalla costa ci si spinse verso il ciglione dell’Altopiano, dove sorge Asmara. Da Asmara si pensò ora al Sudan, allora in rivolta e apparentemente sfuggito di mano agli inglesi, ora all’Etiopia: ma fu quest’ultima la via intrapresa.
Si pensò di far facile leva sulle divisioni regionali e addirittura a girarle a proprio vantaggio, talora incautamente (come nel caso dell’aiuto dato al giovane ras scioano Menelik, aiutato a proclamarsi Negus ma poi rivelatosi un campione della difesa dell’autonomia anticoloniale dell’Etiopia, anche se a prezzo dell’abbandono dell’Eritrea).
Ma non ci si fermò; non si capì a fondo che Addis Abeba, Menelik, gli etiopici potevano tollerare una presenza italiana sulla costa o sull’altipiano sino al Mareb ma non potevano italiana nel Tigrè, dal quale in passato erano venuti principi ed imperatori o addirittura assistere inermi ad un’avanzata ancora più a sud.
In una parola, l’Italia si lasciò prendere dall’entusiasmo per le prime vittorie e sopravvalutò il successo del suo primo insediamento, sottovalutando sprezzantemente la forza etiopica.»

 Nicola Labanca
 “Un Colonialismo in ritardo”
 (Marzo 1996) 

Le operazioni vengono coordinate dalla reggenza militare della nuova colonia: il tenente generale Oreste Baratieri ed il suo vice Giuseppe Arimondi (ancora colonnello). L’esplorazione del territorio ed i rilievi geografici sono invece di pertinenza della “Società geografica italiana”, un istituto glorioso che vanta fior di studiosi. Nei confronti degli autoctoni, i resoconti etnografici mancano di ogni empatia che, se mai c’è stata, è destinata a scomparire presto sotto gli effluvi di un colonialismo straccione, ma non per questo meno borioso.
Sulla natura dell’occupazione e sulla missione civilizzatrice del colonialismo italiano sussistono pochi dubbi:

«Atteniamoci dunque una buona volta alla realtà; lasciamo in disparte le allucinazioni, gli entusiasmi, i racconti dei poeti, e conveniamo che per quei popoli, due solamente possono essere i fattori di civiltà: il cannone e le vere, estese, efficaci conquiste commerciali»

 G.Bianchi. “In Abissinia. Alla terra dei Galla”. Treves; Milano 1886

A quanto pare, Gustavo Bianchi, esploratore della “Società geografica italiana”, è uno con le idee chiare, immune ai lirismi che alimentano i quadretti bucolici in patria.
Coerentemente, finirà fatto a pezzi dalle tribù degli Oromo, durante una delle sue spedizioni scientifiche verso l’interno dell’Abissinia.

Ancora più esplicito è Ferdinando Martini, geografo e primo governatore non militare dell’Eritrea, della quale ha coniato il nome stesso:

«Chi dice s’ha da incivilire l’Etiopia dice una bugia o una sciocchezza. Bisogna sostituire razza a razza: o questo o niente […] All’opera nostra l’indigeno è un impiccio: bisogna rincorrerlo, aiutarlo a sparire, come altrove le Pelli Rosse, con tutti i mezzi che la civiltà, odiata da tutti per istinto, fornisce: il cannone intermittente e l’acquavite diuturna. I colonizzatori sentimentali si facciano coraggio: fata trahunt, noi abbiamo cominciato, le generazioni a venire seguiranno a spopolare l’Africa dei suoi abitatori fino al penultimo. L’ultimo no: lo addestreremo in collegio a lodarci in musica, dell’avere, distruggendo i negri, trovato finalmente il modo di abolire la tratta.»

 Ferdinando Martini. “Nell’Africa italiana. Impressioni e ricordi”. Treves; Milano 1895

Stranamente, le popolazioni etiopiche dell’Abissinia non sono dello stesso parere e, chissà perché, oppongono una strenua resistenza alla penetrazione italiana ed ai suoi corpi armati di spedizione, irriducibilmente ostili ai benefici di tanta civilizzazione.
A tal proposito, la firma del Trattato di Uccialli (1889) costituisce uno di quei capolavori insuperati della nostra diplomazia, e ancora oggi rimane tra le pietre miliari di certi ‘trattati bilaterali di amicizia’

 Il Ras Maconnen, cugino di Menelik e vicerè della regione dell’Harraz, venne invitato in Italia dopo la firma del Trattato di Uccialli. La delegazione etiope sbarcò a Napoli e sulle prime non venne ricevuta bene dalla folla, memore del massacro di Dogali del 1887, dove una colonna dell’esercito italiano era stata annientata da Ras Alula. Maconnen non aveva preso parte a quella battaglia, ma l’opinione pubblica non era in grado di fare sottili distizioni fra i vari Ras. Le autorità italiane, preoccupate di rendere più solido il trattato con l’Etiopia, soffocarono prontamente l’incidente.
Ras Macconnen venne condotto in visita alle acciaierie di Terni, dove si fabbricavano le paratie delle corazzate, e poi su a Milano, per l’ esatezza nella zona dell’ attuale aeroporto di Malpensa. Qui in campo nebbioso, lo fecero assistere alle manovre di 30 squadroni di cavalleria. Infine venne accompagnato a Roma, dal Re in persona, e la delegazione trovò ad attenderla un imponente schieramento militare. si voleva chiaramente impressionare il giovane Ras con un esibizione di potenza. […] Ma l’esotismo del Ras e i suoi discorsi avevano finito per attirare le simpatie dell’opinione pubblica. La delegazione etiope si presentò con mantelli ricamati d’oro e d’ argento, spade e scudi tempestati di pietre preziose. Maconnen portava un turbante decorato con ottocento piume dorate. E aveva con se ricchissimi doni per il Re. tra i quali una decina di zanne d’elefante. Di fronte a tanto splendore, gli italiani restarono senza fiato. il Re Umberto stesso, stando alle cronache, si ritrovò imbarazzato ed impacciato. Maconnen ne approfittò, ottenendo un prestito di 10 milioni (destinanto a spese militari) e ordinando 4 milioni di cartucce! In seguito, più volte nel corso della guerra, gli italiani cercarono di mettere Maconnen contro Menelik, ma lui restò sempre fedele al suo sovrano, rivelando formidabili attitudini sia militari che diplomatiche.

 Gianfranco Manfredi
 (Aprile 2008)

Con i fondi generosamente concessi dal governo italiano, il buon Makonnen fa incetta di armi, soprattutto di nuovissimi fucili Vetterli-Vitali per non deludere le aziende produttrici italiane. Quindi le collauderà pochi anni dopo contro gli stessi italiani, e con ottimi risultati, prima nella battaglia dell’Amba Alagi (07/12/1895), poi nella conquista del forte di Macallé (Gennaio 1896), e infine ad Adua.

UN UOMO DEL FARE
 Anno 1895. Al governo c’è Francesco Crispi, ex repubblicano e garibaldino della prima ora; uomo di spregiudicato cinismo e dalle ambizioni smisurate, come la storia italiana ne ha conosciuti tanti. Crispi  è quello che ha convertito i latifondisti siciliani alla causa unitaria, guidando l’assalto dei picciotti a Palermo, a sostegno della (resistibile) avanzata dei Mille, prima di convertirsi alla causa dei ‘moderati’ più oltranzisti.
Per descrivere il personaggio viene persino coniato un nuovo neologismo: megalomane.
Il gabinetto Crispi rappresenta il primo, vero, governo autoritario con venature dittatoriali, dietro la facciata della finzione democratica di un Parlamento esautorato da ogni potere.
Invece, per rinsaldare il proprio di potere, minato dagli scandali bancari e dalle vicende boccaccesche della sua vita privata, Crispi preme sul povero generale e governatore Baratieri (altro reduce dei Mille di Garibaldi) per una vittoriosa offensiva contro l’impero etiopico, da sventolare a personale uso politico. Con un profluvio di telegrammi schizoidi, Crispi invita il generale all’attacco raccomandando però cautela.

 
 Oreste Baratieri, trentino, esponente della Destra storica, militare di professione, colonialista convinto, pubblicista africanista è tenuto in gran conto come geografo dai suoi contemporanei, come dimostra il suo ruolo di rilievo nella “Società geografica italiana”. Infatti, per la sua avanzata militare usa mappe completamente sballate, non solo nelle distanze e nella disposizione dei vari monti che costellano l’altipiano etiopico, ma persino nella definizione dei punti cardinali (l’Ovest al posto dell’Est).

«In Africa la guerra coloniale, dopo i primi successi che avevano suscitato entusiasmi, andava a rilento. Le truppe del generale Baratieri conobbero anzi qualche umiliante sconfitta. Anche nelle fila dell’ampio ma eterogeneo schieramento parlamentare che sosteneva il governo cominciarono a levarsi voci critiche, segni di malumore. Per eliminare quel fastidio, Crispi ricorse al già collaudato sistema di richiedere al re una proroga della sessione parlamentare, mettendo in quarantena il parlamento.
Ma stavolta lo stratagemma autoritario non poteva reggere a lungo. Crispi inviò al generale Baratieri un brusco messaggio di esortazione a darsi da fare per risolvere vittoriosamente la guerra. Timoroso di essere sostituito, Baratieri forzò la situazione per obbedire a Crispi e portò le truppe italiane alla clamorosa sconfitta di Adua.
Crollava in quel disastro militare il sogno di grande potenza cullato dalla borghesia italiana. Un’opinione pubblica delusa – che aveva perdonato a Crispi il saccheggio di pubblico denaro ed era stata indulgente sui suoi deplorevoli comportamenti umani (persino, caso eccezionale, sulle sue corna) – non gli perdonò l’umiliazione di Adua. L’improvvisa frustrazione originata nel ceto medio italiano da quell’episodio inatteso fu probabilmente una di quelle ragioni che, a livello psicologico, spianarono la strada alle esasperazioni scioviniste in cui vent’anni dopo avrebbe trovato humus favorevole il fascismo.»

 Sergio Turone. “Corrotti e Corruttori”. Laterza, Bari 1984.

Movimenti delle brigate italiane in marcia verso Adua 

La mappa con la posizione ravvicinata (ed errata) delle colline

La mappa originale e totalmente inesatta fornita dal Comando ufficiale

Basandosi su una topografia inesatta e alcuni schizzi geografici tracciati a mano su un pezzo di carta, Baratieri divide la sua armata in quattro colonne, comandate dai generali Matteo Albertone, Giuseppe Arimondi, Vittorio Dabormida, Giuseppe Ellena che muove affiancato da Baratieri, divisi su tutto: nella marcia come nelle reciproche rivalità. Le colonne si muovono separatamente, seguendo coordinate sbagliate, si attestano su posizioni troppo distanti l’una dall’altra, e vengono attaccate singolarmente dagli abissini che a decine di migliaia sciamano sui reparti sparpagliati tra le colline intorno ad Adua.

Il generale Albertone mette il turbo ai suoi 4.000 uomini, pensando forse di partecipare ad una maratona, e stacca completamente le altre colonne di rinforzo, rimanendo coi fianchi scoperti e completamente isolato sull’Enda Chidane Meret, finché non viene investito da un assalto frontale di 30.000 guerrieri, che travolgono i suoi ascari dopo una valorosissima resistenza.
Il generale Dabormida viene sorpreso dall’attacco mentre fa colazione. Nel tentativo di soccorrere la brigata di Albertone, si infila in un vallone e viene massacrato insieme ai suoi soldati, sui quali si abbatte dall’alto una pioggia di piombo e zagaglie.
Il generale Arimondi resiste disperatamente con la sola copertura delle sue artiglierie fra il colle Rabbi Arienni ed il Monte Rajo. Nessuno dal comando di Baratieri si preoccupa di informarlo sul destino delle altre brigate, né di predisporre un qualche piano di ripiegamento con un minimo di copertura. Annientate le brigate Dabormida e Albertone, le armate del Negus travolgono gli uomini di Arimondi su ogni lato.
I generali Ellena e Baratieri, che pure guidano la riserva e sono attestati non troppo lontani dal Monte Rajo, dormono sette sonni da piedi e si rendono troppo tardi conto della catastrofe. Spezzettano ulteriormente i loro reparti in singole compagnie spedite a tappare le falle dello schieramento, ritrovandosi loro stessi accerchiati sul Rajo e riuscendo a stento a salvare la pelle.

Naturalmente, dinanzi alla sconfitta di Adua, non mancano le tesi complottiste… La vulgata assolutoria vuole che ci siano stati consiglieri militari francesi e strateghi russi (il fantomatico conte Leontieff) a guidare gli scioani del Negus Menelik II e a coordinare le manovre dei cavalieri Galla, inondati di armi modernissime (manco fosse il Giappone della Restaurazione Meiji) da sedicenti mercanti armeni, tali Sarkis e Terzian, e niente popò di meno che Arthur Rimbaud..!

Spesso la realtà è molto più semplice, specialmente se si considerano quali fulmini di guerra abbiano sempre rivestito gli alti comandi del Regio Esercito.
Ma noi, afflitti dalla Sindrome di Calimero, preferiamo giocare al solito vittimismo. E ci balocchiamo compiaciuti con le menate eroiche, costruite appositamente negli uffici della propaganda di guerra, a consolazione degli impettiti imbecilli che si commuovono giocando ai soldatini sulla poltrona di casa, convinti che una guerra sia la variante disordinata di una parata militare… e non uniformi lerce, latrine infette, rancio infame, tanfo di merda e sudore.

E così c’è chi, in attesa di nuove ed eroiche gesta, si consola con gli episodi edificanti:

C’è il tenente colonnello Merini, che pur ferito a morte, continua a spronare il suo battaglione di Alpini nel furore della battaglia.

Il sergente Pannocchia che muore aggrappato al suo pezzo d’artiglieria, trasformato in una sorta di feticcio erotico in anticipo sul cyberpunk, dal quale il povero sottufficiale mai e giammai vorrebbe separarsi, in pieno amplesso, pur invitato al distacco da un serafico ufficiale agghindato a parata che si aggira tra mucchi di cadaveri.

E il tenente Sacconi, con la divisa immacolata e perfettamente stirata, rigido e statico come un manichino, che in evidente paralisi cerca di brandire il suo fucile contro l’orda nera.

 Quello che mancano sono le fotografie reali della battaglia. Immagini vere. Questo perché in ogni tempo e luogo i soldati si mandano a calci verso il macello; disprezzati da vivi, si celabrano da morti giacché il rispetto è dovuto prima alla divisa e poi all’uomo.

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