Archivio per Finanza

SCUSA PAPÀ!!

Posted in Business is Business with tags , , , , , , , , , , , , on 12 dicembre 2015 by Sendivogius

goldpig680

In una di quelle felicissime esternazioni che segnano tutta la caratura del personaggio oramai impallato nell’irreversibilità dei suoi contorcimenti, Pierluigi Bersani, lo “Spompo” separato in casa ma fedele alla “ditta”, proprio non si capacita sul perché mai qualcuno dovrebbe mettere in dubbio la permanenza al Madonna Boschigoverno di santa Maria Elena Boschi, la Madonnina di Laterina, o ancor peggio chiederne le dimissioni (da Ministro, non da Madonna!). Molto più grave è stato infatti l’orologio regalato al figlio di Lupi e l’IMU elusa sulla casa-palestra di Josefa Idem.
Invece, ravvisare un qualsivoglia “conflitto di interessi” nelle relazioni pericolose di sottogoverno che hanno intrecciato i destini della Famiglia Boschi a quelli (infausti) della Banca popolare dell’Etruria e del Lazio è operazione quanto mai azzardata. Se poi sia Maria Elena Boschi‘opportuno’ o meno che Nostra Madonna dei Boschi continui ad essere ministro delle riforme, sarà il caso di precisare che le “opportunità” si prendono e non si lasciano. In fin dei conti, l’algida ministra, ogniqualvolta l’Esecutivo si riuniva in notturna per confezionare (in 20 minuti!) i suoi decreti ad bancam, si premuniva di uscire dalla stanza per rientrare subito dopo a provvedimento ottenuto. Proprio come un Berlusconi qualsiasi, con le sue leggi ad personam promulgate ovviamente a propria insaputa. Era questa una di quelle “questioni morali” con cui tanto ce la menò allora quella roba strana che si fa chiamare “centrosinistra”, salvo lasciare intonse le norme incriminate una volta conseguito il potere (che null’altro sembra interessargli).
Mutatis mutandis (e cambiate le mutande), nel daltonismo delle percezioni politiche, certi colori cambiano a seconda degli interessi di chi gestisce l’intero pacchetto.
DC - Forza Italia Che le “banche popolari” fossero una specie di bancomat pronto cash della vecchia Democrazia Cristiana, non è mai stato un mistero per nessuno. La Banca Etruria non faceva certo eccezione. Ricettacolo per notabili democristiani di stretta osservanza fanfanianatrait d’union tra massoneria bianca e banchieri di dio, l’istituto di credito aretino s’era già distinto negli Anni ‘80 per una serie di transazioni sospette e strani suicidi, oltre ad essere stata la banca di fiducia del Venerabile Maestro, Licio Gelli, che vi depositava le quote d’iscrizione degli affiliati alla sua Loggia P2, tramite il cosiddetto “Conto Primavera” (dal Maggio 1977 al Febbraio del 1981).
francobollo_fanfani_2008Che poi nei decenni successivi la Banca popolare dell’Etruria si sia esposta per milioni di euro, finanziando le iniziative più strampalate (non ultima l’esposizione per 200 milioni di euro della Privilege Yard S.p.A di Civitavecchia per la costruzione di yacht fantasma), sembra rientrare nella prassi ordinaria delle operazioni di finanza allegra con la quale la banca toscana andava cumulando perdite gigantesche in spensierata leggerezza, salvo poi scaricare i costi sugli ignari correntisti ai quali andava rifilando le proprie “obbligazioni subordinate”. Ovvero, detto in modo assai improprio, si tratta di una specie di cambiale con cui le banche cedono crediti in sofferenza e debiti non garantiti agli investitori, in cambio di un alto tasso di interesse connaturato al rischio di recupero del capitale, con l’aggravante che il sottoscrittore partecipa in solido alle perdite, che eventualmente concorre a ripianare, ed è l’ultimo dei creditori a venire rimborsato in caso di fallimento del debitore (se in cassa avanza ancora qualcosa). Sono prodotti finanziari assai complicati e ad altissimo rischio, che per questo venivano piazzati ad una pletora di ignari correntisti ai limiti dell’analfabetismo, facendo leva sul rapporto fiduciario instaurato col piccolo risparmiatore convertito in “investitore” (con modalità che assomigliano all’ennesima riproposizione dello “Schema di Ponzi”). Prima infatti c’erano da sbloccare i pagamenti e rimborsare i clienti “più sofferenti”, tra i quali vale la pena ricordare galantuomini noti alle cronache giudiziarie come Francesco Bellavista Caltagirone ed il Clan dei Landi già famosi per il crack di Eutelia.
Samuele Landi - Amministratore di EUTELIAA gestire gli “incagli” (ritardi nei pagamenti, protesti, piani di Emanuele Boschirientro..) per conto della banca è Emanuele Boschi (fratello per caso di Maria Elena) che è stato program & cost manager per conto della “Etruria” fino all’Agosto del 2015, dopo avervi fatto il suo ingresso nel 2007 come “process analyst”. E si tratta della stessa banca (le coincidenze della vita!) dove papà Boschi è consigliere d’amministrazione e membro del comitato esecutivo. Prima infatti il nostro Emanuele aveva maturato significative esperienze come “assistant office” nella Confcooperative di Arezzo, la confederazione delle cooperative Pierluigi Boschidi ispirazione cattolica, presieduta da papà Pierluigi Boschi che tra un incarico e l’altro riesce a districarsi in 14 diversi consigli di amministrazione, evidentemente munito del dono dell’ubiquità:

Presidente de La Treggiaia s.r.l. (società agricola)
Presidente della Valdarno Superiore (società cooperativa agricola)
Presidente del Frantoio sociale Sette Ponti (società cooperativa)
Presidente de L’orcio s.r.l.
Vice-Presidente Montecucco s.r.l. (società agricola)
Consigliere del Consorzio di tutela dei vini con denominazione d’origine Valdarno di Sopra
Consigliere della società Immobiliare Casabianca s.r.l.
Consigliere Frantoio di Ricasoli (società agricola cooperativa)
Consigliere della Ciuffenna (società agricola cooperativa)
Consigliere de L’Olivo (società cooperativa)
Consigliere di Zootecnica del Pratomagno (società cooperativa)
Amministratore di Progetto Toscana s.r.l.
Amministratore della Società Le Logge s.r.l.
Amministratore della Società Pestello s.r.l.

Organico alla politica e profondo conoscitore del mondo del lavoro, Pierluigi Boschi (che si presuppone nella vita abbia sempre fatto il “dirigente” dall’età di 15 anni) esordisce nella ColdirettiColdiretti (altro storico feudo democristiano), per poi divenire Consigliere del Consorzio Agrario di Arezzo dal 1978 al 1986, e Presidente della Confcooperative di Arezzo dal 2004 al 2010, muovendosi il meno possibile dalla natia Laterina (10/09/1948) dove tra l’alto ha sposato il vicesindaco (democristiano ça va sans dire!), prima di passare con armi e bagagli nei ranghi del partito bestemmia insieme a tutta la famiglia.
greppiaTanto per non farsi mancare nulla, il 03/04/2011 entra pure nel CdA di Banca Etruria e nel Maggio 2014 ne diventa il vicepresidente, mantenendo la carica fino alle dimissioni forzate in seguito al commissariamento della banca.
Tra maldestri tentativi di ricapitalizzazione, fusioni andate a male, nel 2012 l’istituto di credito iscrive a bilancio sofferenze bancarie per un miliardo e mezzo di euro. Nell’Aprile del 2013 il valore delle azioni crolla 0,93 centesimi l’una. Valevano quasi quattro euro appena un anno prima.
BANCA_ETRURIA_QUOTAZIONI_2011-14Una conduzione non proprio immacolata determina tra il 2012 ed il 2013 una serie di ispezioni da parte della Banca d’Italia che commina all’istituto aretino una multa da 2,5 milioni di euro per violazioni delle disposizioni sulla governance, carenze nell’organizzazione, nei controlli interni e nella gestione nel controllo del credito e omesse e inesatte segnalazioni alla vigilanza.
Banca EtruriaNel 2013, la magistratura apre un’inchiesta per false comunicazioni sociali in danno dei soci o dei creditori, ostacolo all’esercizio delle funzioni delle autorità pubbliche di vigilanza e di falso in prospetto, mentre i vertici della banca raccomandavano agli sportellisti (i volenterosi carnefici) di vendere titoli spazzatura a sprovveduti correntisti da raggirare. La posizione della CONSOB, che per inciso sarebbe l’organismo di vigilanza maggiormente delegato al controllo, a tutt’oggi non risulta pervenuta. Il resto è storia recente.
Con chi credete si sia scusata il ministro Maria Elena Boschi, incidentalmente figlia del vicepresidente e sorella del manager alla programmazione di così straordinaria gestione bancaria, mentre il resto della banda di governo si sbrodola addosso negli stanchi rituali celebrativi della Leopolda?!?

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KAIDAN

Posted in Business is Business, Masters of Universe with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 8 luglio 2015 by Sendivogius

kwaidan

I kwaidan sono i racconti dell’orrore della tradizione folkloristica giapponese, con la consueta galleria di apparizioni spettrali, infestazioni demoniache e creature sovrannaturali, che raggiungono il loro culmine nella Hyakki Yagyō: la “parata notturna dei cento demoni”, la quale ha un curioso omologo nella Caccia infernale della mitologia europea.
kwaidan-hoichi-battlehymn2Strettamente collegati al regno dei morti, sono i personaggi di un mondo parallelo che si sovrappone ed interagisce con la realtà dei comuni mortali, i quali ne subiscono l’influenza e sottostanno ai capricci di entità aliene, che avocano a sé la dimensione umana in un crescendo di terrori notturni. Gli antichi lo chiamavano “timor panico”, ma nell’ambito delle psicopatologie il fenomeno è meglio conosciuto come “derealizzazione”, che poi è perdita del senso di realtà nella mancanza di empatia ed ansia crescente. Se rapportato allo stato catatonico delle istituzioni europee, quanto mai contratte in tutta la loro pletorica alienazione dogmatica, la galleria fantasmagorica di figure fantastiche, che si agitano all’interno di un simile baraccone burocratico nella camera oscura della post-democrazia, assomiglia più che altro al tunnel degli orrori di un luna park impazzito.
tunnel darkTra i fenomeni da baraccone che agitano le notti insonni dei consigli europei, ovvero quei comitati di recupero crediti che hanno fatto dello strozzinaggio intimidatorio una pratica collaudata di governo e di ricatto costante, varrà la pena porre una accenno minimalista ad alcuni degli ectoplasmi in parata…

Hyōsube Martin Schulz, candidato ufficiale del socialdemocratici europei alla presidenza della Commissione europea, è quello che durante la campagna elettorale andava blaterando qualcosa a proposito di un’altra Europa possibile che fosse “più giusta, equa e democratica”, in risposta a quella “delle banche, dei mercati finanziari senza controllo”. Poi, messa all’incasso la rielezione coi voti dei gonzi che ancora ci credono, ha subito cambiato idea: promosso a zerbino personale di quegli stessi “mercati”, si è acconciato a governare con frau Merkel ed herr Schäuble, diventando non solo un convinto assertore di quella “austerity” che tanto andava contestando, ma anche uno dei più intransigenti punitori di quella Grecia, che ha osato disubbidire nella rivendicazione di una propria autonomia decisionale.
È lo stesso che ora va concionando senza ritegno alcuno di “aiuti umanitari” ad un Paese che non è a corto di derrate alimentari, ma sta affrontando una crisi di liquidità con la mancanza di banconote che quegli stessi beni di consumo servono ad acquistare, dopo quattro anni di “cure” disastrose.
È il moderno approccio tedesco all’antico concetto di lager: non è la privazione della libertà con la negazione dei bisogni a costituire il problema, ma un corretto apporto proteico nell’alimentazione della manodopera schiavizzata.

Shirime – Eyeball Butt Jean-Claude Juncker, scialbo burocrate democristiano e indimenticato premier del Lussemburgo, costretto alle dimissioni anticipate per un incredibile scandalo di schedature di massa, con la costituzione di una sorta di polizia segreta parallela, insieme ad una serie di malversazioni e irregolarità fiscali consumate all’ombra dell’austero primo ministro. Per questo l’ottimo Juncker è stato nominato all’unanimità presidente della Commissione UE, potendo contare sul sostegno fondamentale degli ancor più incredibili “socialisti europei”.
Del presidente Juncker, si ricordano le formidabili battute e le scherzose paternali al premier greco Tsipras, ancora troppo inesperto (e che evidentemente ha tanto da imparare da un simile ‘maestro’); nonché come lui, un “vecchio democristiano”, abbia dovuto convincere un comunista a tassare gli armatori greci… Ovverosia, gli stessi armatori che esportano illecitamente i capitali sottratti al fisco ellenico, grazie al formidabile ausilio delle stimatissime società anonime di diritto lussemburghese esperte in riciclaggio e delle ancor più apprezzate Anstalt, che costituiscono una peculiarità assoluta del nobile Principato del Liechtenstein, senza che Juncker e compagnia brutta se ne siano mai data la benché minima preoccupazione.

Tesso by gegebo Wolfgang Schäuble, arcigno plenipotenziario tedesco alle Finanze, gran sacerdote del Rigore e inflessibile custode dei conti. Spirito luterano applicato ai flussi di cassa, per Schäuble l’ottemperamento dei debiti (altrui) è una questione morale, consacrata all’intransigenza dei pagamenti.
Democristiano dalle pulsioni reazionarie, è in politica da quasi mezzo secolo per eredità di famiglia; fautore dei “valori tradizionali” e liberista in economia, crede nell’etica del capitalismo che evidentemente non è in contrasto con l’accettare finanziamenti in nero da un noto trafficante d’armi internazionale. Nella ritrovata supremazia della Germania all’interno dell’Europa, utilizza la moneta unica (realizzata a immagine e somiglianza del marco) un po’ come il Reich utilizzava le panzerdivisionen. Va da sé che le reni della piccola Grecia devono essere spezzate, giacché la cosa costituisce innanzitutto una “questione di principio”.

Rokurokubi Angela Merkel, l’intoccabile cancelliera di ferro, meglio conosciuta in Italia come la “culona inchiavabile” per gentile intercessione berlusconiana. È la signora dei “nein”, famosa per la tipica flessibilità germanica e per il pessimo vizio di considerare gli altri premier europei non come partner strategici ma come gauleiter personali, convinta com’è di detenere una specie di diritto imperiale nel potersi scegliere i propri interlocutori e, se il caso, rimuovere senza indugio quelli sgraditi. Per questo gestisce e si intromette nelle questioni interne agli stati sovrani, come si trattasse di affari da politica coloniale. Lo schiaffo greco è qualcosa che non aveva previsto. E dunque richiede ritorsioni immediate, tanto per ricordare al resto del pollaio europeo chi è il padrone. Ha il pregio formidabile di aver riportato la germanofobia in Europa, a livelli popolari che non si vedevano dal 1914. Alla testa dei conservatori consacrati al turbocapitalismo finanziario, ha disintegrato il sentimento europeista largamente diffuso nel sentire comune in una palude di risentimenti, egoismi, e diffidenze reciproche, trasformando il sogno dell’integrazione europea in un incubo.

oda_bekuwa-taro Matteo Renzi, è l’ultimo di una lunga serie di inutili idioti. Per l’esattezza è un Cazzaro oramai a corto di battute e con le quotazioni pericolosamente in ribasso, per un’Italia oramai entrata in overdose da fuffa. Per qualche tempo, ha costituito lo zuccherino presto esaurito, per rendere più sopportabili i traumi della cura da cavallo che ha stroncato l’intero sistema economico e produttivo italiano, trasformandolo da secondo competitore commerciale in Europa (dopo la Germania), in un mercato di ripiego per la vendita di merci tedesche e soprattutto per l’accollamento dei crediti scoperti ai quali le banche di Berlino non intendono rinunciare, dopo il salvataggio del sedicente fondo salva-stati.
The Triple Occupation of Greece (by Germany, Italy and Bulgaria)Renzi è quello che ha proposito del caso greco andava concionando qualcosa a proposito di “baby-pensionati” greci in un paese, l’Italia, con “pensionati d’oro” dagli assegni mensili superiori ai 90.000 euro. E con la faccia di tolla che contraddistingue il personaggio blatera di intollerabile “evasione fiscale greca”, che vista in percentuale è solo di poco superiore a quella italiana ma di gran lunga inferiore in rapporto alle somme evase illegalmente, per fronteggiare le quali è stata predisposta la più imponente “sanatoria” di tutti i tempi. La chiamano voluntary disclosure per meglio farsi intendere dai ladri di tutti i continenti. E probabilmente rientra nelle “riforme impressionanti” che tanto eccitano i “mercati”.
Condannato all’assoluta irrilevanza, ignorato nei vertici internazionali, ma disposto a svendere un intero paese per una fotografia insieme ai “grandi” o un invito a fanfaroneggiare liberamente in qualche università, il fin troppo ridanciano Bullo di Pontassieve è il grande sconfitto del referendum greco da cui esce squalificato personalmente e umanamente, dopo la squallida serie di colpi bassi, scorrettezze e machiavellismi della peggior specie, che accompagnano le esibizioni narcisistiche di questo squallido intrigante di provincia, che passa il suo tempo tra “gufi”, “selfie” e “tiki-taka”.

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Sospeso il golpe bianco in Grecia, respinto con coraggio dal popolo ellenico, nel tentativo fallito (per ora..) di instaurare un governo fantoccio a sovranità limitata su mandato fiduciario, è interessante notare l’ondata di isteria collettiva che ha attraversato le oligarchie timocratiche, incistate nel betrüger in der euro familiecorpaccione metastatico della UE, insieme allo schiumoso livore e alla rabbia repressa con cui è stato accolto il referendum che col suo NO ha sancito il rifiuto della Grecia di essere trasformata in una specie di succursale Necromonger, tramite quello che a tutti gli effetti si configura come un esperimento allargato di ingegneria sociale.
Quando ciò avviene, si chiama “governo tecnico”; da sempre considerato maggiormente responsivo agli ukase delle tecnostrutture monetariste, che dominano l’Unione mercantilista impropriamente chiamata ‘europea’, e ovunque accompagnate dai volenterosi carnefici politicamente ammucchiati nella formula pervasiva delle “Larghe Intese”: variante continentale delle Große Koalition tedesche, riunite sotto il mantra ossessivo e ipnotico delle “riforme”, a dimostrazione di quanto fosse ben poco economica e molto ideologica la sedicente “trattativa” condotta a colpi di ultimatum…

Che cosa s’intende per riforma? Lo strano caso della Grecia e dell’Europa

Usuraio «Il termine, riforma, è oggi diventato centrale nel tiro alla fune tra la Grecia e i suoi creditori. Un nuovo sollievo dal debito potrebbe essere possibile, ma solo se i greci acconsentiranno a “riforme”. Ma a quali riforme e a qual fine? La stampa ha fatto circolare il termine, riforma, nel contesto greco come se ci fosse un vasto accordo sul suo significato.
Le specifiche riforme pretese dai creditori della Grecia oggi sono una miscela speciale. Mirano a ridurre lo stato; in questo senso sono “orientate al mercato”. Tuttavia sono la cosa più lontana dalla promozione del decentramento e della diversità. Al contrario, operano per distruggere le istituzioni locali e per imporre un unico modello di politica in tutta Europa, con la Grecia non come fanalino di coda, bensì all’avanguardia. In quest’altro senso le proposte sono totalitarie, anche se il padre filosofico è Friedrich von Hayek, l’antenato politico, per dirla brutalmente, è Stalin.
usura di statoLa versione dell’Europa moderna dello stalinismo di mercato, per quanto riguarda la Grecia, ha tre punte. La prima riguarda le pensioni, la seconda i mercati del lavoro e la terza le privatizzazioni. Poi c’è una questione onnicomprensiva di imposte, austerità e sostenibilità del debito cui possiamo tornare più avanti.
Per quanto riguarda le pensioni i creditori chiedono che circa l’un per cento del PIL sia tagliato “quest’anno” dalle pensioni, in un paese in cui quasi la metà delle pensioni corrisponde somme inferiori alla soglia della povertà. La specifica richiesta taglierebbe circa 120 euro a pensioni al livello di 350 euro, o meno, al mese. Il governo replica che anche se il sistema previdenziale necessita di essere riformato – l’attuale età di pensionamento anticipato è insostenibile – tale riforma può essere attuata solo gradualmente e parallelamente all’introduzione di un efficace piano di assicurazione contro la disoccupazione.
borsaQuanto ai mercati del lavoro i creditori hanno già imposto la quasi completa eliminazione della contrattazione collettiva e la riduzione dei salari minimi. Il governo fa notare che l’effetto è di rendere informale il mercato del lavoro, in modo tale che il lavoro non sia registrato e i contributi previdenziali non siano versati, il che a sua volta mina il sistema previdenziale. La proposta greca consiste nell’ideare un nuovo sistema di contrattazione collettiva che soddisfi i parametri dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro.
Quanto alle privatizzazioni i creditori hanno richiesto la vendita di aeroporti, porti marittimi e aziende dell’elettricità, tra altre attività, e che tutto ciò sia fatto rapidamente. Qui l’obiezione greca non è contro l’amministrazione privata o straniera di determinate attività bensì piuttosto contro la loro svendita, o senza condizioni o senza mantenere una partecipazione al capitale. Così nella privatizzazione in corso del porto del Pireo a favore della società cinese Cosco, il governo ha insistito su un piano d’investimento e su diritti dei lavoratori. (Completando la svolta post-moderna del linguaggio, qui un governo di sinistra in un paese capitalista impone diritti sindacali a un’impresa multinazionale di un paese comunista).
CinaPassando alle imposte, i creditori hanno richiesto un forte aumento dell’imposta sul valore aggiunto (IVA), che ha già un’aliquota massima del 23 per cento. Tra altre cose l’onere ricadrebbe sui farmaci (e perciò sugli anziani) e sulle aliquote speciali godute dalle isole greche (circa il 10 per cento del paese, per popolazione), dove è incentrato il turismo e dove i costi sono in ogni caso maggiori. Il governo fa notare che gli aumenti dell’imposta sul turismo danneggiano la competitività e che l’effetto complessivo dell’aumento del carico fiscale consisterà nel ridurre l’attività, aggravando il problema del debito. Ciò che serve, invece, è far pagare le imposte; ridurre l’evasione dell’IVA potrebbe, molto presto, consentire una riduzione delle aliquote.
Quella che manca nelle richieste dei creditori è, beh, la “riforma”. Tagli alle pensioni e aumenti dell’IVA non sono riforme; non aggiungono nulla all’attività economica o alla competitività. Le privatizzazioni a prezzi di realizzo possono determinare monopoli privati predatori come sa chiunque viva in America Latina o in Texas. La liberalizzazione del mercato del lavoro ha la natura di un esperimento immorale, l’imposizione della sofferenza come terapia, qualcosa che è confermato dai documenti interni del FMI sin dal 2010. Nessuno può suggerire che i tagli ai salari possono portare la Grecia a un’efficace competizione per il lavoro in merci scambiate con la Germania o con l’Asia. Invece, ciò che avverrà e che chiunque disponga di competenze concorrenziali se ne andrà.
cravattaroLa riforma, in qualsiasi senso reale, è un processo che richiede tempo, pazienza, pianificazione, e denaro. La riforma previdenziale e dell’assicurazione sociale, moderni diritti del lavoro, privatizzazioni razionali ed efficace incasso delle imposte sono riforme. Lo stesso sono le misure relative all’amministrazione pubblica, al sistema giudiziario, al funzionamento del fisco, all’integrità statistica e su altre questioni, che sono concordate in linea di principio e che i greci metterebbero in atto prontamente se i creditori lo permettessero, ma per motivi negoziali non lo fanno. Lo stesso sarebbe un programma d’investimenti che sottolinei i servizi avanzati che la Grecia è ben adatta a fornire, tra cui l’assistenza sanitaria, quella agli anziani, l’istruzione superiore, la ricerca e le arti. E’ necessario riconoscere che la Grecia non può avere successo essendo uguale ad altri paesi; deve essere diversa, un paese con piccoli negozi, piccoli alberghi, elevata cultura e spiagge pubbliche. Una ristrutturazione del debito che riporterebbe la Grecia ai mercati (e, sì, può essere fatto e i greci hanno una proposta per farlo) sarebbe anche, secondo ogni calcolo ragionevole, una riforma.
strozzinoL’evidente oggetto del programma dei creditori perciò non è una riforma. E’ il raddoppio dell’incasso del debito in presenza di un disastro. Tagli alle pensioni, tagli ai salari, aumenti delle imposte e svendite sono offerti sulla base del pensiero magico che l’economia riprenderà ‘nonostante’ il fardello di imposte più elevate, di minor potere d’acquisto e di rimpatrio esterno di profitti da privatizzazioni. La magia è già stata messa alla prova per cinque anni, senza successo nel caso greco. E’ per questo che, invece di riprendersi come predetto dopo il salvataggio del 2010, la Grecia ha sofferto la perdita di più del 25 per cento del suo reddito, senza alcuna fine in vista. E’ per questo che il fardello del debito è passato dal 100 per cento del PIL al 180 per cento, misurato in termini di valori nominali. Ma ammettere questo fallimento, nel caso della Grecia, comprometterebbe l’intero progetto politico europeo e l’autorità di quelli che lo gestiscono.
imagesCosì il confronto greco resta in stallo. In realtà non è nemmeno uno stallo, visto che i greci sono sotto pressione estrema. O cedono alle posizioni dei creditori o potranno ritrovarsi con le banche chiuse e costretti a uscire dall’euro, con conseguenze altamente dirompenti almeno nel breve periodo. I creditori lo sanno. Perciò continuano a costringere i greci contro un muro, non modificando mai le proprie posizioni e contemporaneamente lamentando che la parte greca non si dà abbastanza da fare. E mentre i greci cedono terreno, centimetro per centimetro, i creditori non fanno che chiedere di più

James K. Galbraith
(23/06/2015)

L'amico di famiglia La differenza sostanziale che intercorre tra uno strozzino ed un onesto creditore, consiste nel fatto che quest’ultimo è spesso una persona ragionevole, disponibile a rivedere e rinegoziare le modalità di pagamento, per mettere il proprio debitore nelle condizioni di poter restituire il denaro ricevuto in prestito, evidentemente dilazionando le rate e rivedendo gli interessi. E in questo agisce per sua stessa convenienza. Specialmente quando nell’immediato il pagatore non dispone delle risorse necessarie per rifondere il debito. Lo strozzino invece più che al recupero del capitale investito mira all’acquisizione degli interessi, incrementati esponenzialmente dall’insolvenza del debitore. Per lo strozzino, la condizione ottimale è che questi sia messo nelle condizioni di non poter pagare, in modo da impossessarsi di ogni suo bene, andando ben oltre l’entità del debito originario. Lo scopo infatti non è l’estinzione del debito, ma la sua insostenibilità. Va da sé che il vero vantaggio dell’investimento risiede nella rovina del debitore. Che poi la UE si presti alle linee guida di un’economia criminale è un altro discorso…

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Il Genio della Fuffa

Posted in Muro del Pianto with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 17 ottobre 2014 by Sendivogius

Manneken Pis by Oona

Dopo lunga e attenta valutazione, il Bambino d’Oro del governo più amato dalla destra italiana e dai padroni di Confindustria ha finalmente scoperto con ampio ritardo il principio dei vasi comunicanti: se uno si svuota, l’altro si riempie.
Partita di giroSe poi a riempirsi sono le tasche dei soliti noti, attraverso una immensa partita di giro, con corollario aggiunto di provvedimenti dal sapore squisitamente demagogico, l’intera operazione si qualifica per ciò che realmente è…
Renzi il Paraculo  Perché risulta assai facile “ridurre le tasse”, togliendole soprattutto a chi le ha sempre eluse, spostando il carico fiscale dallo Stato agli enti locali, con buona pace di chi poi è chiamato a risponderne sul territorio; incidendo sulla qualità delle prestazioni e dei servizi sociali, che hanno un costo e che inevitabilmente risentono di un minor gettito di spesa.
A Roma c’è un detto, volgare ma efficace: “fare il frocio col culo degli altri”.
È in pratica quanto va facendo il governo centrale, che delega l’onere dei tagli a totale carico delle regioni, bullandosi pubblicamente della riduzione delle imposte (dirette) e declinando ogni ogni responsabilità sulle conseguenze, che una manovra così confezionata inevitabilmente avrà in assenza di coperture garantite.
Matteo Renzi pupazzoPer il lavoro, sporchissimo, Telemaco ha a disposizione una squadra di economisti allevati di preferenza nel vivaio bocconiano, una mezza dozzina di riserve in panchina, e un solo centravanti di sfondamento, Yoram Gutgeld, che decide per tutti all’insaputa dell’intero ‘cucuzzaro’ in spremuta permanente (lo chiamano brain storming).
Yoram Gutgeld Il prof. Gutgeld è il super-esperto targato McKinsey & Company, la società famosa per le ottime consulenze gestionali, a suo tempo fornite alla Enron (chiusa per bancarotta fraudolenta, in uno dei più grandi scandali finanziari della storia USA), alla Swissair (la compagnia di bandiera svizzera liquidata per fallimento), alla General Motors (condotta sull’orlo del tracollo), e la compagnia telefonica AT&T (che sconsigliò di investire nella telefonia mobile, giudicata con rara lungimiranza un “mercato di nicchia”).
mobile-phonesMa alla fin fine la c.d. Legge di Stabilità imposta dal Bambino Matteo, e che accorpa in sol blocco la vecchia “finanziaria” e “manovre correttive” (chiamate “aggiustamenti”), si inserisce nel solco tutto democristiano delle più classiche alchimie di dorotea memoria:

Forza Italia «..drastiche restrizioni alla spesa pubblica e ai bilanci comunali e provinciali…. invece promettendo, in modo caotico e irresponsabile, incentivi e finanziamenti non corrispondenti ad alcuna organica valutazione delle necessità dello sviluppo regionale…. in una intollerabile ridda di demagogiche promesse.
[…] Si deve allora pensare che sia prevalso finora un orientamento di pratica subordinazione o almeno di insufficiente resistenza alla linea moderata e conservatrice della Democrazia Cristiana…. sia bloccata ogni dialettica democratica e siano schiacciate sotto il peso del listone andreottiano-doroteo

Sono le parole con cui l’Unità (defunta) salutava la conferenza regionale del primo Governo Moro nel lontano Maggio del 1964, ma possono benissimo valere anche per l’oggi.
FuffaIndorata la pillola e agitato il manganello, ovviamente non manca la carota; meglio se grattugiata a piccoli bocconcini, per palati di bocca buona…
80 euriSi conferma la marchetta tutta elettorale degli strombazzati 80 euri (con un disavanzo di quasi 10 miliardi di euro), riservata ai lavoratori dipendenti sotto i 1.500 euro mensili e convertita in detrazione fiscale, ma dalla quale resteranno esclusi i pensionati, i lavoratori parasubordinati, e gli impiegati (a reddito fisso) della Pubblica Amministrazione. Quindi i 2/3 degli italiani a più basse entrate.
Renzi televenditaIl trasferimento del TFR in busta paga (fortunatamente su base volontaria), oltre a privare i lavoratori di una fondamentale integrazione al reddito per la fine del rapporto di lavoro, verrà sottoposto a imposizione ordinaria, mentre ora gode di una tassazione separata e agevolata.
manoSe la bozza finanziaria dovesse essere confermata, l’accredito in busta paga del TFR verrebbe assoggettato a tassazione ordinaria e non imponibile ai fini previdenziali e quindi sommato all’imponibile IRPEF, con un notevole aggravio fiscale per i redditi al di sopra dei 15.000 euro (lordi) all’anno. Questo vuol dire che sommando il tfr alla variabile dello stipendio e degli eventuali straordinari, il lavoratore incorre nel serio rischio di passare ad uno scaglione di reddito più alto, oltrepassando la fascia ridotta e vedendosi applicare un’aliquota maggiorata ai fini fiscali. Ne riceverebbe un danno triplicato, col risultato di non avere più il trattamento di fine rapporto al momento della pensione o della cessazione del contratto di lavoro, pagare un’aliquota piena che può arrivare fino al 38% del proprio imponibile, e perdere in tal modo tanto l’eventuale bonus degli 80 euro quanto le detrazioni fiscali riservate ai redditi più bassi.
In pratica, al netto dei benefici presunti nella capacità di spesa, meno soldi e più tasse in busta paga. Più che di una partita di giro, si tratta di una truffa bella e buona, consumata a tutto svantaggio degli idolatrati ceti medi.
Middle ClassLungi dal costituire un vantaggio per il Fisco, l’operazione non è nemmeno indolore ed ha costi scandalosi, qualora andasse in porto secondo gli auspici governativi…
In pratica, è previsto un “tetto di garanzia” di 100 milioni di euro, a totale carico pubblico e cioè dei contribuenti.
bank Ad anticipare la somma, saranno gli istituti di credito privato che aderiranno alla convenzione e che, su certificazione dell’INPS (l’ente previdenziale pubblico) da parte dell’azienda interessata, provvederanno al pagamento. Ovverosia, l’impresa dispone le quote di TFR nella busta paga del dipendente che ne faccia richiesta, ma i soldi ce li mette per intero la banca (che si fa pagare gli interessi del credito: il 2,25%), alla stregua di un normale finanziamento. In caso di mancata restituzione della somma da parte degli imprenditori, il saldo verrà interamente accollato alle casse dell’INPS che risponderà in solido del finanziamento, con una contro-garanzia dello Stato che si sostituisce al creditore (l’azienda) insolvente, con un ulteriore aggravio sulla spesa pubblica ma a fini privati. Un capolavoro!

Il Sirenetto (by Edoardo Baraldi)«Tolgo l’Articolo 18, i contributi e la componente lavoro dall’Irap.
Cosa vuoi di più? Per chi vuole assumere verranno meno tutti gli alibi!»

Matteo Renzi
(15/10/2014)

Una frase quella degli “alibi” già troppe volte sentita in passato…
Per le imprese che assumono sono altresì previsti ulteriori agevolazioni fiscali per un costo (iniziale) di due miliardi di euro. Il provvedimento, più volte utilizzato in passato, ha finora dato risultati minimi in termini occupazionali, per costi massimi in materia di spesa.
In pratica, si abolisce in blocco tutta la normativa che proibisce i licenziamenti senza giustificato motivo, si riduce l’indennità del lavoratore licenziato (senza giusta causa) da 20 a 12 mensilità, si lascia sostanzialmente invariata la selva dei contratti atipici e parasubordinati (una cinquantina di tipologie), si solleva l’imprenditore, ovvero il padrone, dal pagamento degli oneri contributivi per tre anni.
Ovviamente, il versamento dei contributi (all’INPS), fondamentali per il calcolo della pensione e per l’erogazione dei sussidi di disoccupazione, è a totale carico pubblico dello Stato.
00-greedy-capitalist-pig-15-09-12Dal momento che con l’abolizione di ogni residuo dell’Art.18 si introduce la totale libertà di licenziamento, in forme sconosciute tanto in Germania quanto in Gran Bretagna, non ha alcun senso di parlare di contratti a tempo indeterminato, col risultato che l’azienda, intascate le detrazioni, potrà tranquillamente licenziare i lavoratori allo scadere dei tre anni, conseguendo il massimo beneficio a costo zero. Al momento, dinanzi all’ipotesi più che plausibile non sono previste contro-partite o clausole di salvaguardia da parte del Governo, il cui modello economico di riferimento è probabilmente la Serbia.
Fiat SerbiaI lavoratori licenzianti però potranno contare su un miliardo e mezzo di euro in “ammortizzatori sociali”, assolutamente insufficienti a fronteggiare il disagio economico persino degli attuali disoccupati.
Prendi tutto e non dare nullaA questo si aggiunga il taglio dell’IRAP, sulla componente lavoro, per la bellezza di 5 miliardi di euro, a tutto beneficio dei grandi gruppi industriali. E peccato che l’IRAP (imposta regionale sulle attività produttive) costituisca una delle principali entrate nei bilanci regionali, che destinano il 90% del gettito così ottenuto al finanziamento della Sanità ed il rimanente per i servizi sociali.
Come le singole realtà locali potranno continuare a mantenere ospedali, scuole, trasporti, manutenzione pubblica, beni culturali.. e per giunta senza ricorre a nuove imposte, è un mistero che il bullo fiorentino si guarda bene dallo spiegare tra un twitter ed un selfie.
Il Bullo FiorentinoÈ ovvio che nella Confindustria abbiano le lacrime agli occhi per la commozione: non avrebbero potuto ottenere di più nemmeno da una Margaret Thatcher rediviva!
E sempre a proposito di ‘regalie’, i provvedimenti per il recupero dell’evasione fiscale, con un gettito aleatorio e tutto da dimostrare di circa 4 miliardi di euro, è in realtà l’ennesima sanatoria nascosta a beneficio dei ladri. Si abbassano ulteriormente le sanzioni minime che saranno inferiori ad 1/8 della cifra evasa.
Però, nei 36 miliardi (e oltre) della manovra, sono previsti 500 milioni di aiuti alle famiglie più bisognose e con minori a carico: le detrazioni sono previste fino al terzo anno di età dei figli. Poi ci si può anche arrangiare.
homelessBriciole verranno stanziate anche per il fondamentale rilancio dell’innovazione e della ricerca scientifica: 300 milioni di euro, con trasferimento dei crediti d’imposta.
Per l’ammodernamento della macchina giudiziaria e digitalizzazione informatica delle pratiche documentali: 250 milioni.
In compenso, non poteva mancare il classico provvedimento clientelare, con l’ennesima infornata di massa che in passato tanto hanno giovato al sistema scolastico, e l’assunzione in blocco di 150.000 precari della scuola; rigorosamente senza concorso pubblico, con buona pace delle graduatorie, dello stato di servizio, e di chi per anni ha seguito corsi di specializzazione presso SSIS sobbarcandosi tutti gli oneri e le spese.
La signora Agnese sarà contenta.
Insomma, dalla Fuffa alla Truffa, fintanto che gli italiani vorranno stare al bluff.

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Il Piano Funk

Posted in Business is Business, Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 15 ottobre 2014 by Sendivogius

MIMIC

«Le discussioni sulla struttura e sull’organizzazione dell’economia tedesca ed europea dopo la guerra, compresi gli effetti che la guerra avrà sull’economia mondiale, negli ultimi tempi stanno riempiendo le colonne della stampa tedesca e straniera, in misura crescente.
Tanto gli uomini d’affari che gli analisti stanno dando una particolare attenzione a questi problemi, mentre alcune idee e piani più o meno fantastici hanno causato una notevole confusione.
Anche il grande filosofo Hegel è stato tirato in ballo, come fonte di prova a sostegno di certe opinioni. Abbondano le frasi fatte di tutti i tipi, tra le quali la più abusata è che l’Europa deve diventare uno spazio economico più grande.
Qualunque sia la verità contenuta in questa affermazione, prima di tutto si deve ammettere che questa Grande Europa attualmente non esiste, che questa deve prima essere creata e che all’interno della sua area ci sono ancora molte frizioni.
In queste circostanze, sento il dovere di fare una affermazione chiara e obiettiva che condurrà la discussione fuori dal regno della fantasia e della speculazioni, verso il mondo della realtà e dei fatti.
[…] Mi limiterò dunque ad indicare semplicemente i mezzi che possono essere utilizzati per raggiungere il nostro obiettivo. Principalmente, la nuova economia europea deve crescere in modo organico.
[…] Il nuovo ordine economico in Europa si svilupperà al di fuori delle circostanze esistenti, in special modo finché esisteranno le condizioni naturali per una stretta cooperazione economica tra la Germania e gli altri paesi europei.
germania_europa[…] La questione del futuro assetto generale dell’Europa deve perciò rispondere a quanto segue: dopo la conclusione vittoriosa della guerra, applicheremo tali metodi nella politica economica, che ci hanno permesso di conseguire i nostri grandi successi economici prima della guerra e soprattutto in tempo di guerra, al contempo escludiamo di consentire ancora una volta l’azione di forze non controllate che hanno coinvolto l’economia tedesca in grandissime difficoltà.
Siamo convinti che i nostri metodi si riveleranno di gran utilità non solo per la grande economia tedesca, ma anche per tutte le economie europee che per loro natura si troveranno ad essere in stretti rapporti commerciali con la Germania.
Per quanto riguarda la questione inerente le basi di una nuova moneta, che è stata recentemente oggetto di un dibattito particolarmente vivace, dovrebbe essere detto quanto segue:
La valuta è sempre secondaria alla politica economica generale. Quando l’economia è malata non ci può essere una moneta stabile. In una sana economia europea, con una divisione razionale del lavoro tra le economie dei paesi europei, la domanda di valuta si risolverà da sé, perché sarà solo un problema tecnico di gestione monetaria. In ciò risiede la ragione per cui il marco tedesco avrà un ruolo dominante. L’enorme incremento della potenza del Grande Stato Tedesco, porterà inevitabilmente nella sua scia la stabilizzazione del marco.
L’area valutaria del marco, che sarà liberata dall’assorbimento del debito esterno non saldato e dalle pratiche del cambio monetario, deve essere incrementata.
Partendo dai metodi di negoziazione bilaterale già applicati ci sarà un ulteriore sviluppo in direzione di uno scambio commerciale multilaterale e dell’aggiustamento delle bilance commerciali dei singoli paesi, così che i singoli paesi possono impegnarsi in relazioni commerciali regolamentate tra di loro, tramite una compensazione tra importazioni ed esportazioni.
Naturalmente non ci saranno problemi ad abolire il controllo dei cambi e di compensazione obbligatoria tutto in una volta. Né costituisce un problema una certa quota di libero scambio in valuta estera contro una unione monetaria europea, ma il prossimo passo sarà quello di sviluppare una ulteriore tecnica di compensazione, in modo tale che i pagamenti possano essere attivati agevolmente tra i paesi collegati tramite il Clearing House.
The House Of Spikes by JonasDeRoA maggior ragione che i presupposti per un tale sviluppo esistono già per quasi tutti i paesi, adeguatamente predisposti per l’inclusione in un centro di compensazione (clearing) europeo, che abbia una qualche forma di controllo sugli scambi esteri.
I prerequisiti per un soddisfacente funzionamento del sistema di compensazione tra esportazioni ed importazioni risiede nel fatto che la disposizione dovrebbe prevedere tassi di cambio fissi per tutti i pagamenti, che i tassi dovrebbero rimanere stabili per un lungo periodo di tempo, e che gli importi assegnati per la compensazione devono sempre essere pagati immediatamente.
Il pagamento di trasferimenti scoperti, non garantiti dal clearing, pone un problema monetario interno ai singoli paesi. Il timore ovunque prevalente che possano esserci bilanci scoperti, tuttavia, sparirà; la ripresa economica generale, che dove essere messa al primo posto dopo la guerra, causerà un incremento della circolazione monetaria anche in quei paesi che finora hanno aderito ad una politica economica delle banche centrali, basata sul sistema aureo e le operazioni automatiche del gold-standard e, in secondo luogo, col dovuto controllo del governo sulla bilancia dei pagamenti, il problema dei saldi di compensazione scomparirà gradualmente.

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Il livello dei prezzi dovrà essere adeguato a quello della Germania. Ma una unione monetaria porterà a un graduale livellamento dello standard di vita, che anche per il futuro non sarà e non dovrà essere la stesso per tutti i paesi collegati al sistema di clearing europeo, poiché i presupposti economici e sociali per esso mancano, e sarebbe assurdo regolare l’economia europea su questa base nel prossimo futuro. In Europa, ogni paese dovrebbe sviluppare e ampliare le proprie forze economiche e ogni paese dovrebbe essere in grado di operare con qualsiasi altro, ma i principi ed i metodi che disciplinano questo commercio devono essere, generalmente parlando, gli stessi.
Questo ha il vantaggio che le misure di controllo economico e di vincolo sotto una valuta ed un sistema di pagamenti in comune possono essere ridotte in larga misura; perché questi controlli e regole dettagliate, proprie di un sistema burocratico che può ostacolare notevolmente le transazioni individuali, non sarà più necessario.

[…] Daremo una particolare importanza al commercio dei nostri prodotti industriali di alta qualità, in cambio di materie prime sui mercati mondiali. Ma qui è necessaria una premessa. Dobbiamo verificare se sussiste un approvvigionamento sufficiente nell’area economica europea di tutti quei beni che rendono quest’area economicamente indipendente da tutte le altre. Quindi dobbiamo garantire la sua libertà economica.

hands[…] In sintesi:

1. Attraverso la conclusione di accordi economici a lungo termine con i paesi europei, sarà possibile assegnare un posto per il mercato tedesco nella pianificazione della produzione di lungo periodo di questi paesi, che saranno considerati alla stregua di uno sbocco commerciale a salvaguardia delle esportazioni, per le merci tedesche sui mercati europei.

2. Attraverso la creazione di uno stabile sistema di cambio, dovrà essere garantito un sistema uniforme dei pagamenti per il proseguimento degli scambi commerciali tra i singoli paesi. Così facendo, ci collegheremo agli accordi di pagamento esistenti che saranno ampliati per includere un maggiore volume commerciale sulla base di tassi di cambio fissi.
Attraverso uno scambio di esperienze nel campo dell’industria e dell’agricoltura, l’incremento della produzione di generi alimentari e l’accaparramento di materie prime deve essere il nostro scopo, mentre in Europa deve essere portata a termine una divisione economica razionale del lavoro….

3. Tra le nazioni europee deve essere stimolato un forte senso di comunità economica, attraverso la collaborazione in tutte le sfere economiche e politiche (moneta, credito, produzione, commercio, etc.). Il consolidamento economico dei paesi europei dovrebbe migliorare la loro posizione negoziale nelle relazioni con gli altri soggetti economici in una economia globale.
Questa Europa unita non si sottometterà a termini politici ed economici, che siano dettati da un qualsiasi organismo extra-europeo.
Sarà il commercio sulla base dell’uguaglianza economica a determinarne in qualsiasi momento la consapevolezza del suo peso negli affari economici.

reichsmark[…] Alla Grande Germania deve essere assicurato il massimo della sicurezza economica e per il popolo tedesco il massimo consumo di beni per incrementare il livello di benessere della nazione. L’economia europea deve essere adattata per rispondere a questo obiettivo. Lo sviluppo procederà a tappe differenti per i diversi paesi

 Walther Funk
 “La riorganizzazione economica dell’Europa”
(25 Luglio 1940)

Walther FunkPer la cronaca, il previdente Walther Funk è stato editorialista ed analista finanziario, governatore della Banca Centrale tedesca (all’epoca si chiamava Reichsbank), plenipotenziario per la pianificazione economica (Wirtschaftsbeauftragter), ministro dell’Economia… e fervente nazista.
Il cosiddetto “Piano Funk” rientrava nell’ambito delle analisi previsionali di pianificazione economica, che costituivano parte organica dell’azione di governo dei funzionari delegati agli Affari economici, in un sistema sostanzialmente accentrato come il Reich nazionalsocialista. E non contiene niente di così eclatante: un po’ di keynesismo militare (mutuato da Hjalmar Schacht), molto bilateralismo commerciale su trattati separati e impostato sul primato delle esportazioni, a fronte di un’autosufficienza autarchica all’interno del sistema economico tedesco; ingenti trasferimenti di valuta pregiata a saldo della compensazione sugli scambi commerciali; superamento del gold-standard.
The Motivator - Nazi Super ScienceIl suo “Piano” è curioso, perché è il primo documento organico di politica ‘economica’ a parlare apertamente di “area economica europea” e mercato condiviso a livello continentale, introduzione di una moneta unica (che abbia a modello il marco) e tassi di cambio fissi (per favorire le esportazioni W.Funktedesche). Il Piano Funk è altresì interessante, perché la nuova area commerciale e valutaria è funzionale a garantire il saldo in attivo della bilancia commerciale della Germania, favorendone le esportazioni su scala continentale. Serve inoltre ad assicurare il primato dell’economia tedesca, che diventa il sistema drenante delle risorse europee, tramite la stipula e l’osservanza ferrea di trattati inderogabili, in virtù della nota flessibilità che contraddistingue i connazionali di Hegel.
C’è anche un abbozzo embrionale alla ben nota retorica dei “compiti a casa”, da svolgere con diligenza se si vuole sperare di ottenere qualche briciola in Commissione:

“Il consolidamento economico dei paesi europei dovrebbe migliorare la loro posizione negoziale nelle relazioni con gli altri soggetti economici in una economia globale.”

E si può notare come la politica egemonica di Berlino, depurata delle sue componenti razziali e militariste, non sia poi troppo diversa dagli obiettivi economici, coi quali sostanzialmente viene esplicata sullo scacchiere europeo, sempre più ridotto ad una macroarea valutaria a penetrazione commerciale tedesca, con ben poche contropartite per i suoi partner subordinati all’espiazione del Debito.

Leggendo il Piano Funk, c’è da chiedersi se ci fosse qualcosa di inconcepibilmente ‘giusto’ nel nazionalsocialismo, oppure troppi elementi profondamente sbagliati nella struttura dell’attuale “Unione Europea”, così come è stata finora concepita.

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De finibus bonorum et malorum

Posted in Business is Business with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 26 agosto 2014 by Sendivogius

Panlora's Donnie Darko Rabbit

In attesa del prossimo vertice della UE, che per certo sarà “storico”… “epocale”… “determinante”… secondo la scoppiettante salva di iperboli, che di solito accompagnano i giri di valzer europei e che di consueto vengono utilizzati per coprire la voragine della loro inconsistenza, una cosa sembra abbastanza chiara: la cosiddetta ‘Unione Europea’ (omaggio alle intenzioni nella contraddizione della pratica) appare sempre più come un guscio vuoto, priva di un animus fondativo che non sia mero esercizio contabile in tempi di post-mercantilismo. E questo al di là delle fumose dichiarazioni d’intenti ad usum populi, peraltro in piena crisi di rigetto nella sua disillusione per un’istituzione percepita sempre più come estranea ed invasiva, con la sua tecnocrazia oligarchica, consacrata alle divinità profane di un ‘mercato’ ormai cannibalizzato dai morsi di una crisi finanziaria, mai davvero affrontata se non con cataplasmi tardivi. In proposito, è interessante notare come la BCE si muova sul filo del rasoio, ottemperando a tutti i passaggi fondamentali per incappare come da manuale nella più classica trappola della liquidità.
Scacco al Re Del tutto sprovvista di una qualsivoglia visione strategica, la sedicente “unione” manca praticamente di quanto è più necessario per potersi definire tale: non ha una politica immigratoria, rimessa com’è all’improvvisazione dei singoli stati; non ha una politica estera condivisa (non è capace neanche di tutelare gli interessi economici continentali, figuriamoci la gestione delle emergenze umanitarie!); né una politica di difesa, al di fuori del coordinamento NATO. Nonostante sia alla base della sua costituzione, la UE non possiede una vera politica economica e finanche nemmeno il tanto decantato “mercato comune integrato”, a meno che non si voglia considerare tale il modello neo-camerale di ispirazione teutonica in un’Europa sempre più simile ad una sorta di Lebensraum, per incrementare la bilancia commerciale del nuovo reich germanico. Ed il surplus delle partite correnti sta lì a testimoniarlo, in barba ai sacralizzati “trattati” interpretabili (e violabili) a discrezione e senza timore di sanzioni che evidentemente, quando riguardano Berlino, sono sempre derogabili…
merkelSono gli inconvenienti nei quali si incorre quando si pretende di costituire un’entità (con)federale attorno ad una moneta (creata in laboratorio) e non viceversa, pensando di compensare tale carenza con la costruzione di un’area valutaria ottimale (optimum currency area), fortemente integrata a livello economico e commerciale. In riferimento all’eurozona, è superfluo dire che l’area è assai meno ‘integrata’ di quanto non si vuole ammettere e tutt’altro che ‘ottimale’, incapace com’è di fronteggiare i cosiddetti “choc asimmetrici”.
elite-daily-european-crisis1A dodici anni dall’immissione in circolazione dell’euro, è un fatto che l’Europa stia entrando nel suo ottavo anno di recessione e langua a tutt’oggi nella più grave depressione economica (peggiore persino di quella del 1929) della sua storia, senza che si intravedano concrete prospettive di ripresa. Se l’obiettivo della moneta unica era quello di favorire i processi di integrazione ed unificazione europea, si può dire senza falsi pudori che ha miseramente fallito nel suo scopo: mai gli stati europei sono stati tanti divisi nella reciproca diffidenza, negli egoismi nazionali, e nella totale assenza di coesione e solidarietà tra di loro, dalla fine della seconda guerra mondiale.
Tiounine-Guardian-2Succede, quando si imposta un matrimonio unicamente sui soldi, combinando le nozze nell’interesse dei pochi e tirando di conto sulla dote da versare.
Biglietto consorzialeA contrario di quanto vanno affermando gli stucchevoli filmini (per influenzare non per informare), che il nuovo Min.Cul.Pop per la propaganda manda in onda col nome di Cantiere Europa, l’esperimento monetario Orounitario era già stato tentato in passato con modalità totalmente diverse (il parametro fondamentale era il gold standard), rivelandosi ogni volta un fallimento. È stato il Unione monetaria Latinacaso dell’Unione Monetaria Latina, che nell’ignoranza dei più rimase in vigore per oltre 60 anni (dal 1865 al 1927), e delle ancor meno conosciute “Unione monetaria scandinava” (1872-1914) e quella austro-germanica. Quest’ultima, stipulata a Vienna il 24/01/1857 nell’ambito della Deutscher Bund, includeva gli statarelli dello Zollverein germanico, il Regno di Prussia, l’Impero Austriaco ed il Principato del Liechtenstein, con l’introduzione di un rigido sistema di cambi fissi e, sul modello del tallero, l’adozione di una moneta comune da affiancare alle valute nazionali: il Vereinstaler, o anche Vereinsmünze.
Preußischer Vereinstaler von 1866Tali accordi monetari (perché di questo e nient’altro si trattava) rimasero in piedi, più per gli oneri legati alla loro liquidazione che non per la loro effettiva efficacia, alla stregua di contratti con clausole di rescissione non convenienti. A dimostrazione che nessun processo è “irreversibile”, se non nella crisi che ne decreta la fine.

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RIFORMATORIO

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 9 aprile 2014 by Sendivogius

Deviation'98 by Mike Deodato jr

Tempo addietro (era il 28/05/13), mentre si accingeva a patteggiare col Dipartimento di Giustizia statunitense la modica cifra di tredici miliardi di dollari, per aver provocato con le sue speculazioni finanziarie la più grave recessione ad impatto globale come non si vedeva dal 1929, l’ispirato management della JP Morgan Bank si preoccupava di stabilire in un accorato rapporto quali fossero le vere cause della crisi sociale ed economica in atto, con un occhio di riguardo alla realtà europea.
Con formidabile acume, gli analisti della “London Branch” individuarono nelle costituzioni anti-fasciste e nell’assetto parlamentare delle istituzioni democratiche la vera causa di tutti i problemi.
Ovviamente, le attività speculative della JP Morgan Chase ed il suo ruolo nella crisi europea, per tacere della raffica di multe da cui la banca di investimenti è stata investita per la violazione sistematica di ogni possibile legge sull’antiriciclaggio e sulla regolazione della transazioni, non costituiscono certo argomento di valutazione strategica.
Il lungimirante rapporto, tutto dedicato agli aggiustamenti necessari (secondo JP Morgan) nell’Area Euro, dedicano un occhio di riguardo alla condizione italiana, tanto da costituire un “test chiave” nella politica di svolta…

“The key test in the coming year [ovvero il 2014] will be in Italy, where the new government clearly has an opportunity to engage in meaningful political reform. But, in terms of the idea of a journey, the process of political reform has barely begun.”

E se ne comprende anche il perché, visto che tra il 2012 ed il 2013 la banca di investimenti ci ha infatti rimesso una decina di miliardi di dollari, mentre cercava in tutti i modi di determinare il default dell’Italia (peraltro in insospettabile compagnia).
Trovate le cause (Costituzione e parlamenti forti), bisognava dunque trovare la soluzione, che prontamente la banca individua in una impellente riforma del “burocrazia” (leggi: “revisione costituzionale”) e soprattutto nella “riforma della giustizia”.

“It is also about changing the bureaucracy and the judicial system”

Come pronosticato, il 2014 è arrivato: l’Italia ha un nuovo premier e con esso una nuova stagione riformista, all’insegna di un blairismo italianizzato con un tuffo nell’Arno. Il Tony Blair originale nel frattempo è diventato consulente della JP Morgan Chase, in qualità di senior advisor.
Doppia disgraziaCon l’irruenza di un Berlusconi ringiovanito (dopo essersi subito preoccupato, come primo atto, di riportare in vita l’originale) e la naturale propensione alla discussione che lo contraddistingue (“fatevene una ragione!”), insieme alla sua cucciolata di giovani democristiani in fuga dall’oratorio, il Bambino Matteo ha finalmente individuato gli scabrosi problemi che paralizzano il Paese, aprendo una sorta di fronte tutto personale contro:
Sindacati e massimamente contro la CGIL, che proprio si ostina a non apprezzare la nuova “riforma del lavoro” che istituzionalizza il precariato a vita.
Soprintendenze per i beni architettonici e paesaggistici; colpevoli di cercare di tutelare quello che ancora resta del nostro patrimonio artistico, e contro le quali Renzi ebbe un lungo contenzioso durante il suo mandato di sindaco (evidentemente il ragazzo è rancoroso e non dimentica).
Assemblee elettive; perché nominare i rappresentanti è molto meglio che farli eleggere. Per ora si comincia con Senato e Province, che non è “riduzione dei costi della politica” (per quelli bastava contenere emolumenti e diarie) ma riduzione del pluralismo, tramite l’eliminazione della rappresentatività elettorale.
Costituzionalisti; ma solo quelli che osano sollevare critiche sulla “riforma costituzionale” e che ovviamente sono tutti “vecchi”, “ka$ta”, “conservatori”, e ovviamente attaccati ai “privilegi”. Che è poi un metodo fascista per non entrare mai nel merito della critica, denigrando l’interlocutore e sfuggendo alla confutazione. Non per niente, le espressioni care alla retorica mussoliniana quando ci si riferiva al Senato era “gerontocomio” e “camera dei vecchioni”. Questo perché Matteo Renzi ha giurato sulla Costituzione, che sta facendo a pezzi con colpi di decreto e voti di fiducia, procedendo come un buldozer. Non per niente, come ama dire, mica “ho giurato su Zagrebelsky e Rodotà”: due notori delinquenti sovversivi. Infatti le riforme è molto meglio farle col Papi di Arcore, condannato all’interdizione dai pubblici uffici ed elevato a “padre costituente della Terza Repubblica” (che visti gli auspici sarà una merda peggiore delle prime due messe assieme).
SilvioneSembrava impossibile, ma finalmente anche la destra italiana ha trovato un vero leader dinamico ed europeo: Matteo Renzi.
Il Bambino MatteoPer il momento a giudicare dalle bozze in circolazione sull’impianto della riforma del Senato, il Bambino Matteo si accinge a superare la SavoiaCostituzione repubblicana per ritornare sostanzialmente allo “Statuto Albertino”, col suo Senato nominativo (e rigorosamente non elettivo) di membri designati dal Capo dello Stato (il Re) e informalmente dal Governo. Rigorosamente senza indennità. A tanto ci con-Duce il nuovo che avanza, con in cantiere il rilancio della figura del premier benedetto da nuovi e più cogenti poteri, con funzioni di governo adattate alle esigenze dei tempi…

“I ministri sono alle dipendenze del capo del Governo o Primo Ministro, il quale ne coordina e ne dirige l’azione. Il Primo Ministro è responsabile soltanto verso il Re. In tal modo il potere esecutivo ha l’autorità e la stabilità necessarie al governo di una grande nazione: esso non è più soggetto alle mutevoli volontà del Parlamento.”

L’illuminante esemplificazione è tratta da ilduce.net, a sottolineare la straordinaria modernità della ‘nuova’ riforma costituzionale in corso.
Trattasi di quello che un tempo, in riferimento ai sistemi monarchici, veniva chiamato governo costituzionale, nel senso che il potere esecutivo è rimesso nelle mani del sovrano che ne esercita le funzioni in presenza di uno Statuto, in contrapposizione ai governi parlamentari che rimettono la centralità dell’azione politica al potere legislativo.
Il giurista di mussolini Il 19/12/1925, Alfredo Rocco (apprezzatissimo da quel faro -spento- di democrazia che fu Montanelli!), insigne giurista e guardasigilli del Governo Mussolini a cui si deve la riforma del codice penale, in merito alle nuove attribuzioni e prerogative del Presidente del Consiglio, durante il varo di quelle che passeranno alla storia come le leggi fascistissime, ebbe a rassicurare i senatori più scettici:

«Questo disegno di legge non consacra il governo parlamentare nel senso stretto e tradizionale della parola, il governo cioè in cui la sovranità sia tutta quanta concentrata nella Camera elettiva, ma neanche il governo costituzionale puro, in cui il potere esecutivo sia tutto nelle mani del capo dello Stato, che l’esercita direttamente, con l’aiuto di ministri da lui liberamente scelti, salvo il controllo della Camera; e meno che mai un governo assoluto, in cui il sovrano concentra in sé tutti i poteri e li esercita senza controlli di sorta. Io non sono amico delle definizioni e credo pericolosissimo darne in questa materia. Non definirò pertanto il regime che uscirà dalla nuova legislazione fascista. È un tipo di governo creato dal nostro spirito, dalle nostre esigenze, dalla nostra pratica. Altri paesi l’imiteranno forse, perché la decadenza del regime parlamentare, come puro dominio della Camera elettiva, è un fenomeno generale in Europa

Alfredo Rocco: Scritti e discorsi politici (Vol.III). La formazione dello Stato fascista (1925-1934)”

Certo poi le cose presero ben altra piega… ma vuoi mettere!?! Le intenzioni erano così nobili.
Gaetano MoscaIn tale circostanza, con lucidità preveggente, un campione della conservazione come Gaetano Mosca, cogliendo appieno lo stravolgimento dell’intera architettura istituzionale che la “riforma” comportava, in riferimento al ruolo del Presidente del Consiglio e del Capo dello Stato (il Re), ebbe ad obiettare in aula:

«Finora il governo monarchico rappresentativo si è svolto in Europa secondo due tipi diversi; quello cosiddetto parlamentare e quello costituzionale.
Quale è la differenza capitale, fondamentale tra queste due forme? Nel governo parlamentare il gabinetto è collettivamente responsabile davanti al Parlamento e davanti al re, e, una volta perduta la fiducia del Parlamento, in generale, suole presentare le sue dimissioni.

Parlamento

Nel governo costituzionale invece basta che il capo del potere esecutivo abbia la fiducia del sovrano: se il capo del governo propone una legge e il Parlamento la respinge, la proposta non diventa legge, ma egli resta al governo lo stesso fino a quando gode la fiducia del capo dello Stato.
Ora, se oggi ci si dicesse chiaramente che al governo parlamentare viene surrogato il governo costituzionale, ammetto che si potrebbe discutere seriamente la proposta. Ma invece è detto espressamente nella relazione che accompagna il disegno di legge, che il capo del governo non corrisponde all’antico cancelliere germanico e che non resta perciò al potere finché piaccia al re di farcelo restare. Ed è detto pure che il capo dello Stato lo manterrà al potere finché quel complesso di forze economiche politiche e morali che lo hanno portato al governo non lo abbandonerà. Ora fino a quando questo complesso di forze economiche politiche e morali che sosteneva il gabinetto, e che qualche volta lo disfaceva, si manifestava coi voti del Parlamento, la cosa era chiara. Ma se questo complesso di forze non è più rappresentato dal Parlamento, allora si domanda da chi è rappresentato?
In fondo non si vuole accordare al re la libera scelta del suo governo e non si vuole che questa scelta sia influenzata dai voti del Parlamento. Tutto questo sarebbe un rebus indecifrabile se non si sapesse leggere attraverso le righe della relazione e del disegno di legge

Altri tempi… oppure no?!?

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Argentina mi amor

Posted in Business is Business, Kulturkampf, Masters of Universe with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 7 febbraio 2013 by Sendivogius

Zio Tibbia

A noi il presidente del consiglio Mario Monti, tuttora premier ‘tecnico’ (poiché, seppur dimissionario, è ancora in carica e piena attività) di un governo mai eletto, sfiduciato e privo di maggioranza, che lungi dal limitarsi all’amministrazione corrente continua imperterrito a legiferare per decreto, e con un parlamento pressoché assente perché in campagna elettorale, senza che su una simile anomalia costituzionale il sommo Garante abbia nulla da ‘monitare‘, ha sempre ricordato per rigidità rigorista e strategie economiche Heinrich Brüning, cancelliere tedesco dal 1930 al 1932. Della preoccupante analogia, avevamo già parlato in dettaglio QUI.
Carlos Saul Menem (Retrato Oficial 1989)Ora, scopriamo invece (QUI ma anche QUI) che il vero modello della politica montiana è in realtà l’Argentina del presidente Carlos Menem: sconcertante emulo berlusconiano del populismo sudamericano, invischiato in traffici illeciti e plurinquisito, principale responsabile del crollo economico dell’Argentina e della vendita dissennata ai privati delle maggiori industrie produttrici nazionali, insieme al suo ministro delle finanze Domingo Cavallo. Quest’ultimo divenne famoso per la rocambolesca fuga in elicottero, assediato da una folla di migliaia di argentini inferociti e ridotti sul lastrico dalle sue catastrofiche ricette ultra-liberiste.

LA STAMPA - Monti e Menem

In una rara intervista pubblicata su La Stampa del 13/08/1994 era già racchiuso in tutta la sua attuale freschezza il Monti-pensiero, giunto fino ad oggi imperturbabile ed immutato…
Fiducia messianica nel potere auto-regolatore della “finanza”; primato assoluto e sacrale dei “mercati” che non sono una creazione umana, ma emanazione divina a cui piegare le leggi degli uomini e consacrare la vita dei popoli.
Dalla scelta cinica a “scelta civica”, c’è quasi un richiamo straussiano alla “nobile menzogna”: un’elite di sapienti che finge di conformarsi ai voleri delle moltitudini ignare; ne asseconda le illusioni per indirizzarne le credenze e con l’inganno carpirne il consenso, per rimettere tutto il potere nella disponibilità assoluta di pochi “eletti”.

I Racconti della Cripta

A proposito del primo Governo Berlusconi, incalzato dall’intervistatore, il banchiere prestato alla propaganda chiosa serafico:

«Il governo, alla sua nascita, aveva di fronte a sé due strade. Quella thatcheriana della politica aspra e dura, annunciata prima e poi seguita. E quella del consapevole “tradimento” delle promesse elettorali del presidente argentino Menem: eletto su una piattaforma peronista, ha poi capito che era nell’interesse del Paese fare una politica diversa, l’ha spiegato agli argentini, ha avuto in Cavallo un notevole ministro dell’economia e credo che oggi i suoi concittadini siano grati del “tradimento”»

Domingo Cavallo Domingo Felipe Cavallo, oriundo italiano della provincia piemontese (Buriasco), è un banchiere prestato alla politica. Ça va sans dire!
Nel 1991, in qualità di ministro dell’economia, Cavallo fa approvare uno speciale piano di convertibilità che fissa la parità di cambio tra il peso argentino ed il dollaro statunitense, con il preciso scopo di ridurre l’altissimo tasso di inflazione del paese sudamericano, in una prospettiva monetarista. Il piano di convertibilità presenta però un inconveniente di natura pratica: la perdita di sovranità monetaria e l’impossibilità di ricorrere a svalutazioni competitive, mentre le sorti di una valuta debole come il pesos argentino vengono legate alle fluttuazioni di una moneta forte come il dollaro, tramite il cambio fisso, con l’impossibilità da parte del governo centrale di controllarne le oscillazioni e di orientarne le dinamiche macroeconomiche.
Per stare in piedi, un simile piano è sostenibile solo attraverso politiche fortemente liberiste, incentrate su un’austerità ad oltranza, tramite la riduzione costante del debito e saldo di bilancio proiettato ben oltre l’avanzo primario. Se si vuole mantenere l’agganciamento alla moneta forte, la ricetta rigorista implica altresì l’accettazione di parametri rigidi e speciali “agende” appositamente confezionatr dal FMI e dalla Banca Mondiale, con la supervisione interessata di organismi privati. Per dirla col prof. Mario Monti, l’intera politica economica di uno Stato sovrano è ispirata e rimessa alle autorevoli opinioni espresse nei mercati e nei bollettini delle principali banche d’investimento, tutte analisi che hanno un gran peso nel determinare i comportamenti degli operatori del mercato.
Impropriamente, è quanto avvenuto in Italia (e non solo) con il passaggio dalla lira all’euro, tramite l’adozione di parametri transnazionali e non negoziabili.
Per garantire la stabilità monetaria ed il mantenimento del cambio fisso, senza ripercussioni sull’andamento monetario, il piano di stabilità voluto dal ministro Cavallo ed imposto dal presidente Menem prevede una massiccia serie di privatizzazioni, con la totale dismissione del patrimonio pubblico ed il taglio radicale della spesa sociale. In pochi anni, vengono (s)vendute sul mercato tutte le risorse pubbliche e nazionali, con valutazioni (al ribasso) affidate alle principali banche d’investimento private, tra le quali si distingue la statunitense Merrill Lynch, specializzata in finanza strutturata.
Grazie all’improvvisa liquidità affluita dalla privatizzazioni selvagge, nell’arco del triennio 1991-1994, l’economia argentina conosce un aleatorio quanto illusorio incremento del PIL, con un effimero rilancio degli investimenti produttivi e con la ripresa dell’industria automobilistica (che coincide con gli investimenti FIAT).
Sul piano sociale, le politiche economiche attuate dal duo Menem-Cavallo si concretizzano attraverso uno smantellamento progressivo delle tutele contrattuali ed occupazionali, con la compressione dei sindacati, la liberalizzazione dei contratti ed una sostanziale contrazione dei salari per rendere “più competitive le imprese sui mercati” “incrementare la produttività”. Nella pratica ciò si traduce in condizioni di lavoro peggiori e salari più bassi. La liquidazione del settore pubblico ed il taglio radicale dei servizi provoca sul medio periodo un aumento costante della disoccupazione che raddoppia in pochi anni, in parallelo con l’impoverimento della classe media. 
Tra le privatizzazioni più interessanti, c’è il caso della vendita della compagnia aerea di bandiera, ovvero le Aerolìneas Argentinas. Si tratta di uno dei primi esempi conclamati di bad company: la società viene regalata a prezzi stracciati ai privati, mentre tutti i debiti vengono accollati allo Stato che si fa carico delle passività. Ma il sistema viene universalizzato all’intero piano di dismissioni: risanamento e debiti rimessi al pubblico; profitti interamente privati e depurati da oneri.
Augusto Ugarte PinochetUn altro punto di forza risiede nella riforma pensionistica, che ricalca fedelmente quella promossa sotto la dittatura cilena del generale Pinochet dal ministro José Piñera. Ispirata alle politiche neo-liberiste dei Chicago Boys, la Riforma Piñera è sostanzialmente identica al suo omologo italiano, la Riforma Fornero, che insieme alla famosa Agenda Monti molto sembra attingere dal vecchio “Progetto Cile” (Proyecto Chile), riscritto nel 1990 e aggiornato al 2010, dal golpista Piñera frettolosamente riciclato in democrazia.
Tornando in Argentina, il prosciugamento degli investimenti pubblici, non compensati da quelli privati, insieme al crollo dei redditi, si traduce in una drastica riduzione della domanda aggregata con una crisi economica senza precedenti, accompagnata ad una esplosione delle disuguaglianze sociali ed una ripresa del debito pubblico, una volta esaurita l’onda corta delle “liberalizzazioni”.
Nel 2001 Domingo Cavallo, il notevole ministro dell’economia, viene ripescato nel governo del presidente Fernando de la Rúa. La crisi economica si evolve presto in crisi finanziaria col crollo del sistema bancario, la fuga di capitali, e la corsa agli sportelli di credito da parte dei correntisti per ritirare gli ultimi spiccioli dalle banche. Cavallo non ha niente di meglio che imporre il blocco dei prelievi ed il limite all’uso del contante, provocando una rivolta su scala nazionale e sfuggendo per poco al linciaggio. Ciò non impedirà allo straordinario Cavallo di accreditarsi come grande economista e di far parte del cosiddetto Gruppo dei Trenta, peraltro in buona compagnia visto che in questa organizzazione di banchieri centrali e finanziari internazionali fa parte anche Mario Draghi. E non senza polemiche [QUI].
Nel Novembre 2001 con la fuga di De la Rua ed un triennio di cure da Cavallo, il notevole ministro dell’economia lascia un paese stremato da tre anni di recessione e sprofondato nella depressione economica con un tessuto sociale in pezzi.
I redditi medi degli argentini sono precipitati ai livelli del 1976 (con un arretramento trentennale).
Sempre nel 2001, nonostante i tagli selvaggi e le privatizzazioni radicali, il debito pubblico argentino passa dagli 8.000 milioni di dollari a circa 160.000 milioni. Nello stesso periodo, l’Argentina ha rimborsato intorno ai 200.000 milioni di dollari, vale a dire circa 25 volte quello che doveva nel marzo del 1976. Questo perché gran parte dei prestiti e dei capitali affluiti con le privatizzazioni sono stati utilizzati per rifinanziare debiti e titoli scaduti e impegnati come garanzia per i creditori esteri, mentre il gettito fiscale viene usato per ripagare gli interessi sul debito, per l’80% detenuto da istituti finanziari internazionali.
Questa è l’eredità di Cavallo e delle agende neo-liberiste.

Com’è ovvio, attualmente il principale problema dell’Argentina è il governo di sinistra dei Kirchner, non certo le politiche della destra liberista (e golpista) che hanno portato il Paese allo sfascio e che anzi ‘qualcuno’ vorrebbe esportare in Italia, magari col partito serio e riformista a tenergli il moccolo per “senso di responsabilità”.
Licoreria Francisco Monti y HermanosDel resto, Mario Monti conosce bene l’Argentina, dal momento che la sua famiglia storicamente in tale paese ha vissuto e prosperato… Il papà Giovanni è nato a Luijan nel 1888, dove nonno Abramo aveva fondato un’omonima distilleria, per la produzione locale di birra e liquori, salvo rientrare in Italia nel 1907. A proposito, è curioso notare come l’uomo che aborre il posto fisso e predica il ricambio sociale, provenga da una dinastia di funzionari di banca giunti alla quarta generazione nella trasmissione ereditaria del mestiere. Manco nel feudalesimo!
Father & Son - Abramo e Giovanni MontiMa Monti sembra conoscere ancor meglio le potenzialità sudamericane… Non per niente sembra accompagnarsi a personaggi come Ugo Di Martino, che parrebbe essere il referente delle cosche calabresi in America Latina [QUI], esperto in brogli elettorali e voto di scambio.
È il nuovo che avanza. E non promette niente di buono.

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