Archivio per Filosofia

L’uomo che sapeva tutto

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , on 20 febbraio 2016 by Sendivogius

eco

Se fosse possibile racchiudere tutta la conoscenza in una coppa, Umberto Eco sarebbe stato il Santo Graal, con la vastità enciclopedica di un’erudizione che trascendeva lo scibile nella totalità della sua dimensione umanistica, per farsi corpo vivo di una narrazione fluida e poliedrica; con incursioni culturali e sperimentazioni sempre nuove, nel dinamismo costante di una ricerca che sapeva proiettarsi fuori dai paludati schemi accademici, per sperimentare forme interpretative ogni volta originali, senza mai porsi limiti di sorta in questa sua introspezione del reale. Intellettuale puro, non è esistito ambito in cui il Professore alessandrino non abbia lasciato il segno col suo contributo fondamentale, dalle tecniche del linguaggio all’investigazione storica, dalla Semiotica alla Scolastica, dall’estetica medioevale alla cultura popolare di massa, e una passione per i fumetti… in un profluvio di pubblicazioni capaci di coniugare il più serio rigore metodologico agli argomenti ed ai contesti solo in apparenza più frivoli, con l’irriverenza eterodossa di colui che coltivava il gusto del paradosso attraverso gli irrituali di un’ironia dalle venature satiriche ora grottesche, per arrivare a valutazioni serissime e mai prevedibili nelle conclusioni niente affatto scontate. Non vi è studio, ricerca sociale, o analisi politica, che in qualche modo non si richiami all’opera di Umberto Eco ed al suo eccezionale contributo, quale miglior interprete della confusione del tempo presente.
Umberto Eco - Opere (1)Umberto Eco - Opere (2)Umberto Eco - Opere (3)Umberto Eco - Opere (4)Umberto Eco - Opere (17)Umberto Eco - Opere (10)Umberto Eco - Opere (26)Umberto Eco - Opere (14)Umberto Eco - Opere (5)Umberto Eco - Opere (6)Umberto Eco - Opere (7)Umberto Eco - Opere (9)Umberto Eco - Opere (8)Umberto Eco - Opere (11)Umberto Eco - Opere (12)Umberto Eco - Opere (13)Umberto Eco - Opere (15)Umberto Eco - Opere (16)Umberto Eco - Opere (18)Umberto Eco - Opere (19)Umberto Eco - Opere (25)Umberto Eco - Opere (20)Umberto Eco - Opere (22)Umberto Eco - Opere (23)Umberto Eco - Opere (24)imagesSoprattutto, il Professore era uno dei pochissimi scrittori contemporanei dei quali valeva davvero la pena leggere i romanzi: capolavori letterari forse tra i più venduti e di rimando pure tra i meno letti dal grande pubblico. Né si era fatto problemi ad infrangere i dettami commerciali di un mondo editoriale, dove invece le trame stereotipate si ripetono tutte uguali con personaggi serializzati nella stucchevolezza di una prosa minimale.
In un florilegio di storie ad incastro, cammei e citazioni colte, richiami eruditi e rimandi fantastici, sapeva costruire con pazienza ed ironia un perfetto gioco di specchi capace di incantare il lettore più esigente nel fascino sublime delle sue invenzioni, giocando coi cliché e facendosi gran beffe delle ossessioni di quella sindrome complottista che agita i sogni inquieti dell’Ur-fascismo nelle sue mutevoli declinazioni.
Umberto EcoAd 80 anni belli e compiuti, e sublimemente portati, Umberto Eco aveva ancora la forza di mettersi in gioco con nuovi progetti culturali ed incursioni nel mondo dei mass media, mostrando una peculiare attenzione all’universo delle nuove tecnologie con le loro appendici ‘social’, dal “fenomeno twitter” con la sua “natura leggermente onanistica“, alla “invasione degli imbecilli” ai quali i social media hanno dato lo stesso diritto di parola (e di credibilità) di un Premio Nobel.
Lapalissiana constatazione di una realtà di fatto, che è stata subito accolta dagli strepiti dei diretti interessati, le “legioni di imbecilli” digitali, che confermandosi per ciò che appaiono, ne hanno subito fatto l’oggetto masturbatorio di isterismi collettivi dalla piccata indignazione, a riprova che ancora una volta il vecchio Professore aveva perfettamente colto nel segno.
Umberto EcoSenza l’acume satirico e la sua straordinaria cultura, con la morte di Umberto Eco, il mondo sarà un posto più vuoto. E sicuramente più ignorante!
Scomparso l’uomo, resta la leggenda.

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Oriente e Occidente (II)

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 25 agosto 2015 by Sendivogius

Raffaello Sanzio - 'Scuola di Atene'

«Anis si era dunque ribattezzato “Rushdie” in onore di Ibn AverroesRushd, colui che in Occidente è noto come Averroè, il filosofo arabo-spagnolo di Cordoba del XII secolo che era diventato il “qadi”, o giudice, di Siviglia, traduttore e commentatore celebrato delle opere di Aristotele. Suo figlio portò quel nome per due decenni prima di rendersi conto che il padre, un vero studioso dell’islam a cui però mancava completamente la fede religiosa, lo aveva scelto perché di Ibn Rushd ammirava le argomentazioni razionalistiche all’avanguardia nei confronti degli islamici che, ai suoi tempi, tendevano a interpretare le scritture in modo strettamente letterale.
teologo-arabo[…] Dalla tomba, suo padre gli aveva consegnato un vessillo sotto il quale era pronto a lottare, il vessillo di Ibn Rushd, ossia dell’intelletto, dell’argomentazione, dell’analisi e del progresso, per la libertà della filosofia e dell’insegnamento dai ceppi della teologia, per la ragione umana contro la cieca fede, la sottomissione, l’accettazione prona e l’immobilismo. Nessuno vuole andare in guerra, ma se ti ci trovi in mezzo, che almeno sia una guerra giusta, per le cose più importanti che ci sono al mondo, e allora potresti anche chiamarti “Rushdie”, se dovessi andare a combatterla, e collocarti laddove ti ha messo tuo padre, nel solco della tradizione del grande aristotelico, Averroè, Abuˉ ’l-Walˉıd Muhammad ibn Ahmad ibn Rushd.
Abuˉ ’l-Walˉıd Muhammad ibn Ahmad ibn Rushd[…] Anis era un senza Dio, il che è ancora considerato una condizione scioccante negli Stati Uniti, sebbene sia tutt’altro che eccezionale in Europa, e completamente incomprensibile nella maggior parte del resto del mondo, dove la sola idea di “non credere” è difficile persino da formulare. Ma era esattamente ciò che era: un ateo che però sapeva molto di Dio e ci pensava spesso. Le origini dell’islam lo affascinavano poiché erano le uniche a essere storicamente documentate tra le grandi religioni del mondo, e perché il Profeta non era una leggenda glorificata da “evangelisti” che avevano scritto cento o più anni dopo la vita e la morte dell’uomo reale, né un piatto riscaldato da quell’eccezionale proselitista che era stato san Paolo per un facile consumo globale, ma piuttosto un uomo dalla vita ampiamente certificata, di cui si conoscevano bene le condizioni economiche e di censo, vissuto in un’epoca di profondi cambiamenti sociali, un orfano diventato mercante Al-Qurandi successo dalle tendenze mistiche, che un giorno, sul monte Hira vicino alla Mecca, aveva visto l’arcangelo Gabriele stagliarsi all’orizzonte riempiendo la volta celeste e istruendolo su come “recitare” e pertanto creare a poco a poco il testo della “Recitazione salmodiata”, al-Qur’an, il Corano.
Anis aveva tramandato al figlio la convinzione che la nascita dell’islam fosse affascinante proprio perché si era verificata “dentro la storia”, e che, in quanto tale, non poteva che essere stata influenzata dagli eventi, dalle pressioni e dalle idee circolanti al tempo della sua creazione; e che storicizzare l’accaduto, cercare di capire come una grande idea potesse essere modellata da quelle diverse forze, era di fatto l’unico approccio possibile all’argomento; e che si poteva considerare Maometto un autentico mistico – così come si può accettare che Giovanna GABRIEL - Far from Graced’Arco abbia realmente sentito delle voci o che la Rivelazione di san Giovanni riporti effettivamente l’esperienza “reale” di un’anima tormentata – senza necessariamente stimare come vero che, se qualcuno fosse stato accanto a lui quel giorno sul monte Hira, avrebbe assistito a sua volta all’apparizione dell’arcangelo.
La rivelazione doveva essere intesa come un evento interiore, individuale, non come una realtà oggettiva, e la parola rivelata andava indagata come ogni altro testo, usando tutti gli strumenti critici a disposizione, letterari, storici, psicologici, linguistici e sociologici. In breve, il testo doveva essere considerato come un artefatto umano e, in quanto tale, preda della fallibilità e dell’imperfezione degli uomini.
Il critico americano Randall Jarrell, con una frase diventata famosa, ha definito il romanzo come “un lungo scritto con qualcosa di sbagliato dentro”. Ecco, Anis Rushdie pensava di sapere cosa ci fosse di sbagliato nel Corano: alcuni passaggi sembravano sconnessi.
MaomettoSecondo la tradizione, Maometto, che era forse analfabeta, quando scese dalla montagna cominciò a recitare e chiunque appartenesse alla sua più stretta cerchia e gli fosse vicino in quel momento trascrisse le sue parole su quanto aveva sottomano: pergamena, pietra, pelle, foglie, e talvolta, si dice, persino ossa. Questi brani furono conservati in un forziere custodito nella sua abitazione fino alla sua morte, quando i compagni si riunirono per stabilire la corretta sequenza della rivelazione, ed è alla loro risolutezza che dobbiamo il testo del Corano diventato canonico. Per poterlo considerare “perfetto”, il lettore è chiamato a credere che: a) l’arcangelo abbia riferito la Parola di Dio senza alcuna imprecisione, il che è del tutto ammissibile dal momento che si presume che gli arcangeli siano immuni da refusi; b) il Profeta, o, come preferiva chiamarsi, il Messaggero, si sia ricordato le parole dell’arcangelo con assoluta precisione; c) le frettolose trascrizioni dei compagni, buttate giù nel corso di una rivelazione durata ventitré anni, siano parimenti esenti da errori; d) quando essi si riunirono per disporre il testo nella sua forma definitiva, la loro memoria collettiva della corretta sequenza fosse a sua volta perfetta.
Quraysh Anis Rushdie era riluttante a contestare le proposizioni a), b) e c). La d), invece, gli risultava più difficile da digerire, perché, come facilmente si accorge chiunque legga il Corano, parecchie sure, o capitoli, contengono profonde discontinuità, cosicché un argomento è lasciato cadere d’un tratto, senza preavviso apparente, per poi magari essere ripreso inaspettatamente più avanti, all’interno di una sura che fino a quel momento riguardava tutt’altro. Anis coltivò a lungo il desiderio di ricomporre quelle discontinuità per poter così giungere a un testo che fosse più chiaro e più facile da leggere. Non si trattava di un piano segreto o nascosto, tutt’altro, ne discuteva apertamente con gli amici anche a cena. Non c’era nessun brivido in quell’impresa, nessuna sensazione che essa potesse costituire un pericolo. Forse i tempi erano diversi, e un’idea del genere poteva essere sostenuta senza temere ritorsioni; o forse le persone al corrente erano davvero meritevoli di fiducia; o semplicemente Anis era soltanto un eccentrico inoffensivo. Fatto sta che quello studioso revisionista crebbe i suoi figli in un’atmosfera di indagine libera e aperta, senza divieti, senza tabù. Tutto, persino le sacre scritture, poteva essere vagliato e, almeno potenzialmente, migliorato

Salman RushdieSalman Rushdie
Joseph Anton
Mondadori, 2012

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Dictionnaire Philosophique

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 13 gennaio 2015 by Sendivogius

post-apocalypse

Evocato quasi sempre sproposito dai personaggi più improbabili, François Marie Arouet (in arte Voltaire) meriterebbe più rispetto, invece di essere utilizzato come il feticcio prediletto di ogni cretino dall’ingegno limitato, che per legittimare le proprie scemenze, nell’illusione di fornire ad esse una qualche parvenza di rispettabilità, invoca a nume tutelare il nome del filosofo di cui peraltro non ha mai letto nulla nemmeno per sbaglio, ignorando tutto del suo pensiero. Altrimenti saprebbe che aveva pochissime simpatie per gli ebrei; che si faceva gran beffe di religioni ed ecclesiastici; che considerava il cristianesimo come il più fanatico e intollerante dei culti, mentre diceva un gran bene del “Gran Turco” (il Sultano ottomano) e dei “maomettani” in generale.
caccaNell’epoca degli aforismi spicci (senza che mai venga riportato il testo di provenienza) e delle battute a caratteri limitati, tutta la produzione di Voltaire viene condensata in una stucchevole frasetta ad usum idiotae, che peraltro l’Autore del Trattato sulla tolleranza (dove si parla di religione, intesa come “superstizione”) non pronunciò MAI. E probabilmente mai nemmeno pensò.
Voltaire, un cazzo!La maternità dell’abusata ‘citazione’ appartiene in realtà alla signora Evelyn Beatrice Hall, mentre Voltaire era morto e sepolto da circa 130 anni.
Il successo postumo dell’aprocrifo, oltre ad una mistificazione del pensiero illuminista, rappresenta a tutt’oggi un fenomeno tanto più grave, perché costituisce la forma più ricorrente di una idiozia assolutamente trasversale.
Infatti, la vita umana è un bene troppo prezioso per essere blandamente sacrificata a beneficio della prima testa di glande, che sfiata le sue imbarazzanti banalità nella sua presuntiva pretesa di dire boiate in libertà. Perché (sit venia verbo) Voltaire era ‘tollerante’, ma mica coglione!
Matteo SalviniTanto per capire di chi parliamo, riportiamo qualche citazione spiccia, ripresa dal suo Dizionario filosofico e che si addice alla situazione presente. Sì, l’avevamo già utilizzato in passato ma – come gli ‘antichi’ sanno – repetita iuvant.

TOLLERANZA
Costantino  «Costantino cominciò col promulgare un editto che permetteva tutte le religioni, e finì col perseguitarle. Prima di lui si era combattuto contro i cristiani solo perché cominciavano a costituire un partito nello Stato. I romani permettevano tutti i culti, perfino quelli degli ebrei e degli egiziani, per i quali provavano tanto disprezzo. Perché Roma li tollerava? Perché né gli egiziani, né gli stessi giudei, cercavano di distruggere l’antica religione dell’Impero; non correvano per le terre e per i mari a far proseliti: pensavano solo a far quattrini. Mentre è incontestabile che i cristiani volevano che la loro fosse la religione dominante. Gli ebrei non volevano che la statua di Giove stesse a Gerusalemme; ma i cristiani non volevano ch’essa stesse in Campidoglio. San Tommaso ha il coraggio di confessare che, se i cristiani non detronizzarono gli imperatori, fu solo perché non ci riuscirono. Convinti che tutta la terra dovesse essere cristiana, erano, dunque, necessariamente nemici di tutta la terra, finché questa non fosse convertita.
Rogo di un valdeseErano inoltre nemici gli uni degli altri su tutti i punti controversi della loro religione. Bisogna, anzitutto, considerare Gesù Cristo come Dio? Coloro che lo negano vengono anatemizzati sotto il nome di ebioniti, i quali a loro volta anatemizzano gli adoratori di Gesù.
Gesù palestratoAlcuni vogliono che tutti i beni siano in comune, come si sostiene che lo fossero al tempo degli apostoli? I loro avversari li chiamano nicolaiti, e li accusano dei più infami delitti. Altri tendono a una devozione mistica?
Vengono chiamati “gnostici” e ci si scaglia contro di loro con furore. Marcione disputa sulla Trinità? Lo si tratta da idolatra.
Tertulliano, Prassea, Origene, Novato, Novaziano, Sabellio, Donato, sono tutti perseguitati dai loro fratelli, prima di Costantino; e appena questi ha fatto trionfare la religione cristiana, gli atanasiani e gli stessi eusebiani si massacrano a vicenda; e, da allora sino ad oggi, la Chiesa cristiana s’è inondata di sangue.
Rogo inquisizioneIl popolo ebreo era, lo ammetto, un popolo assai barbaro. Scannava senza pietà tutti gli abitanti di uno sventurato piccolo paese, sul quale non aveva più diritti di quanti ne abbia oggi su Parigi e su Londra. Tuttavia, quando Naaman guarì dalla lebbra per essersi immerso sette volte nel Giordano; quando, per testimoniare la sua gratitudine a Eliseo, che gli aveva insegnato quel segreto, gli disse che avrebbe adorato per riconoscenza il Dio degli ebrei, riservandosi però la libertà di adorare anche il Dio del suo re e ne chiese il permesso a Eliseo, il profeta non esitò a concederglielo. Gli ebrei adoravano il loro Dio, ma non si meravigliavano del fatto che ogni popolo adorasse il proprio.
Trovavano giusto che Chemosh avesse concesso un certo distretto ai moabiti, purché Dio ne concedesse uno anche a loro. Giacobbe non esitò a sposare le figlie di un idolatra. Labano aveva il suo Dio, come Giacobbe aveva il suo. Ecco degli esempi di tolleranza presso il popolo più intollerante e crudele dell’antichità: noi lo abbiamo imitato nei suoi assurdi furori, e non nella sua indulgenza.
È chiaro che chiunque perseguiti un uomo, suo fratello, perché questi non è della sua opinione, è un mostro.
Questo è indiscutibile. Ma il governo, i magistrati, i principi, come si comporteranno con coloro che professano un culto diverso dal loro? Se sono stranieri potenti, è certo che un principe farà alleanza con loro. Il cristianissimo Francesco I, si alleerà con i musulmani contro Carlo V re cristianissimo. Francesco I darà denaro ai luterani di Germania per sostenerli nella loro rivolta contro l’imperatore, ma comincerà, secondo l’uso, col far bruciare i luterani che sono nel suo regno: li finanzia in Sassonia per ragioni politiche; li brucia, per le stesse ragioni, a Parigi. E cosa succederà? Le persecuzioni fanno proseliti; e ben presto la Francia sarà piena di nuovi protestanti. Dapprima, essi si lasceranno impiccare; poi impiccheranno a loro volta. Ci saranno guerre civili, poi verrà la notte di san Bartolomeo; e questo angolo del mondo sarà peggio di tutto quanto gli antichi e i moderni dissero dell’inferno

Francois Dubois - Notte di San Bartolomeo (Parigi 24 Agosto 1572)FANATISMO
«Il fanatismo sta alla superstizione come il delirio alla febbre, come le furie alla collera. Chi ha delle estasi, delle visioni, chi scambia i sogni per la realtà, e le immaginazioni per profezie, è un entusiasta; chi sostiene la propria follia con l’omicidio è un fanatico.
[…] Il più disgustoso esempio di fanatismo è quello dei borghesi di Parigi che, la notte di san Bartolomeo, corsero ad assassinare, sgozzare, buttar giù dalle finestre, fare a pezzi i loro concittadini che non andavano a messa.
notte_san_bartolomeo[…] Una volta che il fanatismo ha incancrenito il cervello, la malattia è quasi incurabile. Ho visto certi epilettici che, parlando dei miracoli di san Paride, a poco a poco, loro malgrado, prendevano fuoco; gli occhi si infiammavano, le loro membra tremavano, il furore sfigurava loro il viso, e avrebbero ammazzato chiunque li avesse contraddetti.
Isl'AmicoA questa malattia epidemica non c’è altro rimedio che lo spirito filosofico, il quale, man mano diffondendosi, addolcirà finalmente i costumi degli uomini, prevenendo gli accessi del male: perché, non appena questo male fa dei progressi, bisogna correr via, e aspettare che l’aria si sia purificata. Le leggi e la religione non bastano contro questa peste degli animi; la religione, invece di essere per loro un alimento salutare, si tramuta in veleno nei cervelli infetti.
SlayThoseInsultIslamQuesti miserabili hanno continuamente fitto in capo l’esempio di Aod, che assassina re Eglon; di Giuditta, che taglia la testa di Oloferne, dopo aver giaciuto con lui; di Samuele, che fa a pezzi re Agag. Non vedono che questi esempi, rispettabili nell’antichità, sono abominevoli oggi; essi attingono il loro furore nella stessa religione che lo condanna.
Isl'Amici a Londra (1)Le leggi sono ancora impotenti contro questi accessi di furore; è come se leggeste un decreto del consiglio a un frenetico. Quella gente è persuasa che lo spirito santo che li pervade stia al di sopra delle leggi, e che il loro fanatismo sia la sola legge cui debbano ubbidire.
francia-islam-shariaChe cosa rispondere a un uomo il quale vi dice che preferisce ubbidire a Dio che agli uomini e che, di conseguenza, e sicuro di meritare il cielo sgozzandovi?
Isl'Amici a LondraDi solito sono le canaglie a guidare i fanatici e a mettere loro in mano il pugnale; somigliano a quel Vecchio della Montagna che faceva, si dice, gustare le gioie del paradiso a certi imbecilli, e prometteva loro un’eternità di quei piaceri di cui avevano avuto un assaggio, a condizione che andassero ad assassinare tutti coloro che egli avesse indicato.
Hasan ibn Al-Sabbâh[…] Se la nostra santa religione è stata tanto spesso corrotta da questo furore infernale, bisogna prendersela con la pazzia degli uomini

Voltaire sui 10 franchi

Questo è Voltaire; quello vero!
Diffidate delle imitazioni.

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MASS-ATTACK!

Posted in A volte ritornano, Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 6 marzo 2014 by Sendivogius

LUKAS

In un’epoca all’apparenza complicata come la nostra, dove (tra società liquida, post-democrazia, tecnocrazia, mediocrazia, iper-democrazia…) i neologismi si sprecano, per spiegare ciò che nella sua polverizzazione semantica sfugge ad una catalogazione certa, in abbondanza di interpretazioni, forse è il caso di (ri)dare la parola ad un Autore che ‘complicato’ lo fu davvero. Non foss’altro perché nella poliedricità del suo pensiero, le etichettature gli vanno sicuramente strette, con tutta la banale semplificazione che ciò sempre comporta. Il riferimento è allo spagnolo José Ortega y Gasset: sincero liberaldemocratico ed icona del pensiero conservatore; ostensore del primato della ‘tecnica’, ma raffinato umanista e filosofo (che di competenza scientifica non ne aveva alcuna). Elitista e vagheggiante propugnatore di una nuova aristocrazia dello spirito, è un individualista convinto, ma impermeabile ad ogni forma di discriminazione. Intriso di idealismo tedesco, spazia dal razionalismo scientifico alla metafisica (senza dimenticare Cartesio), passando per lo storicismo, per approdare ad una originale sintesi sincretica tra esistenzialismo e vitalismo nietzschiano. Ammiratore del liberalismo anglosassone e avverso ad ogni dispotismo (specialmente se di matrice ‘statalista’), si ispira quanto mai alle opere di un fiero reazionario (ma non razzista) come Oswald Spengler, con la sua statolatria autoritaria, ed alla filosofia dell’ermetico Martin Heidegger, con le sue simpatie naziste ed il sedimentato antisemitismo.
Ortega y GassetIn sommi capi, secondo Ortega y Gasset, per avere una visione quanto più organica possibile della realtà, è necessario mettere insieme e collegare le diverse prospettive individuali, onde delineare i contorni di uno schema concettuale unitario, tanto più completo quanto più ampia è la sommatoria delle diverse prospettive e tutte degne di interesse.
Con ampio anticipo, quello che il filosofo iberico paventa è un’iperdemocrazia ostaggio della superficialità umorale delle masse, consegnate nell’anonimato della loro mediocrità (e ignoranza) alla manipolazione emotiva attraverso stimoli indotti, nella costante riduzione dei problemi ad una estrema semplificazione su base puramente emotiva. E in questo individua subito il vero protagonista dell’età contemporanea…

«C’è un fatto che, bene o male che sia, è il più importante nella vita pubblica europea dell’ora presente. Questo fatto è l’avvento delle masse al pieno potere sociale. E siccome le masse, per definizione, non devono né possono dirigere la propria esistenza, e tanto meno governare la società, vuol dire che l’Europa soffre attualmente la più grave crisi che tocchi di sperimentare a popoli, nazioni, culture. Questa crisi s’è verificata più d’una volta nella storia. La sua fisionomia e le sue conseguenze sono note. Se ne conosce anche il nome. Si chiama la ribellione delle masse

  José Ortega y Gasset
La ribellione delle masse
Il Mulino (1962)

È quella “massa”, intesa come folla anonima e frenetica, che spesso e volentieri viene impropriamente chiamata “popolo” quando invece è plebe, coi suoi istinti elementari e pulsioni primarie. Popolo e plebe sono Grilloi due termini che sovente vengono confusi, nell’incapacità di distinguerne l’intrinseca differenza. E il “popolo” diventa il feticcio ideologico pronto uso, per ogni lestofante che voglia ammantarsi dell’aurea messianica del condottiero di folle, adibite a strumento coreografico e di pressione per i propri personalismi.

«Il concetto di moltitudine è quantitativo e visivo. Traduciamolo, senza alterarlo, nella terminologia sociologica. Allora troviamo l’idea della massa sociale. La società è sempre una unità dinamica di due fattori: minoranze e masse. Le minoranze sono individui o gruppi d’individui particolarmente qualificati. La massa è l’insieme di persone non particolarmente qualificate. Non s’intenda, però, per masse soltanto, né principalmente, “le masse operaie”. Massa è l’uomo medio.»

Nell’impazzimento generale del tempo presente, tra rigurgiti populisti e neo-fascismo di ritorno, tra nuove elite tecnocratiche e oligarchie timocratiche, dove la figura dominante è tornata ad essere il Capo (“politico” o meno che sia) in tutta la sua immanenza tribunizia e decisionista, sia essa la salma inceronata del papi nazionale, o il profilo ridanciano di un Renzi, o il muso barbuto di un Grillo che tra purghe interne e atti di sottomissione grugnisce qualcosa a proposito di “iperdemocrazia e partecipazione diretta” (certificata dal fantomatico Staff), nella sua profondità preveggente, il pensiero di Ortega y Gasset riconquista una freschezza ed una attualità insospettabili.

«Oggi assistiamo al trionfo d’una iperdemocrazia in cui la massa opera direttamente senza legge, per mezzo di pressioni materiali, imponendo le sue aspirazioni e i suoi gusti. È falso interpretare le nuove situazioni come se la massa si fosse stancata della politica e ne devolvesse l’esercizio a persone «speciali». Tutto il contrario. Questo era quello che accadeva nel passato, questo era la democrazia liberale. La massa presumeva che, in ultima analisi, con tutti i loro difetti e le loro magagne, le minoranze dei politici s’intendevano degli affari pubblici un po’ più di essa.
Adesso, invece, la massa ritiene d’avere il diritto d’imporre e dar vigore di legge ai suoi luoghi comuni da caffè [oggi diremmo “da bar” n.d.r.]. Io dubito che ci siano state altre epoche della Storia in cui la moltitudine giungesse; a governare così direttamente come nel nostro tempo. Per questo parlo d’iperdemocrazia.»

Ortega y Gasset parla di “ribellione delle masse” ad ogni forma di coinvolgimento realmente analitico e responsabilizzazione individuale, che vada oltre i colori cangianti degli umori che si agitano sulla superficie delle società massificate.
Mars AttacksNe contesta la pretesa universalistica nelle sue assolutizzazioni ideologiche; la sua aspirazione all’unanimità, che poi è insofferenza verso ogni forma di dissenso o comportamento discrepante dalla volontà della maggioranza. Soprattutto non tollera l’uso che della volgarità le masse (ed i suoi demiurghi) fanno, elevandola a titolo di merito di una semplificazione estrema, rivendicando una sorta di genuinità primigenea nell’arroganza tipica di chi fa dell’esibizione della propria ignoranza un vanto…

«Se gl’individui che affollano la massa si ritenessero particolarmente dotati, avremmo non più che un caso d’errore personale, non già un sovvertimento sociologico. Il fatto caratteristico del momento è che l’anima volgare, riconoscendosi volgare, ha l’audacia d’affermare il diritto della volgarità e lo impone dovunque.
La massa travolge tutto ciò che è differente, singolare, individuale, qualificato e selezionato. Chi non sia come “tutto il mondo”, chi non pensi come “tutto il mondo” corre il rischio di essere eliminato. Ed è chiaro che questo “tutto il mondo” non è “tutto il mondo”. “Tutto il mondo” era normalmente l’unità complessa di massa e minoranze discrepanti, speciali.
Adesso “tutto il mondo” è soltanto la massa.»

Ne denuncia il primitivismo e la presunzione di chi, pretendendo di sostituirsi agli ordinamenti vigenti, non è minimamente in grado di garantirne il funzionamento o costruire una valida alternativa…

“L’uomo-massa attuale è, effettivamente, un primitivo, che dalle quinte è scivolato sul palcoscenico della civiltà.”

Ed è curioso che le sue osservazioni sugli eccessi della iperdemocrazia giungano in un periodo in cui l’intera Europa è sconquassata dall’avvento dei totalitarismi, cogliendo nella contraddizione l’intima connessione tra le degenerazioni di una gigionesca ipertrofia democratica, che finisce per essere una parodia della stessa nella distorsione delle forme partecipative, e la sua intrinseca negazione in senso autoritario…

«Noi viviamo sotto il brutale impero delle masse. Esattamente: già abbiamo chiamato due volte “brutale” quest’impero, già abbiamo pagato il nostro tributo al dio dei luoghi comuni; e adesso, con il biglietto alla mano, possiamo allegramente entrare nel tema, osservare di dentro lo spettacolo.»

In questo Ortega y Gasset, con la sua diffidenza verso l’avvento di masse amorfe dalla matrice unidimensionale e facilmente influenzabili, ripercorre il solco già tracciato da autori come Georges Sorel o Gustave Le Bon, ma anche Sigmund Freud e Robert Musil.
GROSZ - MetropolisNella sua opera più famosa, La Ribellione delle masse, che poi è una raccolta di articoli pubblicati nell’arco del 1929 in piena depressione economica e durante la crisi della Repubblica di Weimar, come una serie di nodi irrisolti, estrapolati dal loro specifico contesto storico e sociale, si potrebbero quasi riconoscere le analogie con la situazione attuale (dall’Europa alla crisi della rappresentanza democratica), tanto numerose sono le affinità a tal punto da non riuscire sempre a distinguere con sicurezza passato e presente.
Nell’ambito prospettico da lui stesso enunciato in merito all’analisi sociale, quella di Ortega y Gasset costituisce dunque una prospettiva di pensiero dal notevolissimo spessore, che merita di essere riproposta come una sorta di variante parodistica ai cicli vichiani. Oppure, per fare il verso a Friedrich Nietzsche (che influenzò non poco il pensiero del filosofo spagnolo), come un ennesimo richiamo alle suggestioni dell’eterno ritorno

Grosz«Nel nostro tempo domina l’uomo-massa; è lui che decide. E non si dica che questo era quello che accadeva già all’epoca della democrazia del suffragio universale. Nel suffragio universale non decidono le masse; ma la loro funzione è consistita nell’aderire alla decisione dell’una o dell’altra minoranza. Ciascuna di queste presentava il suo “programma” vocabolo eccellente. I programmi erano, in realtà, programmi di vita collettiva. In essi si invitava la massa ad accettare un progetto di decisione.
Oggi avviene una cosa assai differente. Se si osserva la vita pubblica dei paesi dove il trionfo delle masse s’è spinto innanzi sono i paesi mediterranei sorprende di notare che in essi sì vive politicamente giorno per giorno. Il fenomeno è oltremodo strano. Il Potere pubblico si trova nelle mani di un rappresentante di masse. E queste sono tanto potenti, che hanno annullato ogni possibile opposizione. Sono padrone del Potere pubblico in forma tanto incontrastabile e assoluta, che sarebbe difficile trovare nella Storia situazioni di governo tanto prepotenti come queste. E tuttavia, il Potere pubblico, il Governo, vive alla giornata; non si presenta come un avvenire franco, non significa un chiaro annunzio del futuro, non appare come l’inizio di qualcosa il cui sviluppo o evoluzione risulti opinabile. Insomma, vive senza programma di vita, senza progetti. Non sa dove va, perché, a rigore, non avanza, non guarda a un cammino prefisso, a una traiettoria segnata in anticipo. Quando questo Potere pubblico cerca di giustificarsi, non allude per nulla al futuro, ma, al contrario, si reclude nel presente e dice con perfetta sincerità: «Sono un modo anormale di governo che è imposto dalle circostanze». Cioè dall’urgenza del presente, non per calcolo del futuro. Da qui il fatto che la sua estrinsecazione si riduca a schivare il conflitto di ogni ora; non a risolverlo, ma ad eluderlo provvisoriamente, impiegando tutti i mezzi, qualunque essi siano, a costo anche di accumulare con il loro ricorso maggiori conflitti sul prossimo avvenire. Così è stato sempre il Potere pubblico, quando lo esercitarono direttamente le masse: onnipotente ed effimero. L’uomo-massa è l’uomo la cui vita manca di programma e corre alla deriva. Per questo non costruisce mai, sebbene le sue possibilità, i suoi poteri, siano enormi.»

È passato quasi un secolo dalla sua stesura originale, ma sembra il ritratto sputato dell’Italia contemporanea con le sue pastoie burocratiche e governi di “larghe intese”.
Con singolare preveggenza, l’elitarismo aristocratico e nostalgico di Ortega y Gasset, la cui visione idealizzata delle elite liberali ottocentesche non è del tutto scevra da spunti più che reazionari, nel denunciare il livellamento dal basso, tiene conto anche della tipologia dominante dell’anti-politico, ritratto nel suo narcisismo auto-referenziale e nell’insipienza della sua mediocrità elevata ad elemento dominante del suo agitarsi ‘movimentista’.

Silvione lo Zozzone«L’uomo-massa si sente perfetto. Un individuo di selezione, per sentisi perfetto, ha bisogno di essere particolarmente vanitoso, e la pretesa nella sua perfezione non è essenzialmente legata alla sua natura, non è genuina, ma gli deriva dalla sua vanità, e perfino lui stesso serba un carattere fittizio, immaginario e problematico. Per ciò il vanitoso ha bisogno degli altri, cerca in loro la conferma dell’idea che vuole nutrire di se stesso. Sicché nemmeno in questo caso morboso, neppure se “accecato” dalla vanità, l’uomo selezionato riesce a sentirsi veramente completo. Invece, all’uomo mediocre dei nostri giorni, il nuovo Adamo, non capita affatto di dubitare della sua plenitudine.
La propria fiducia in sé è, al pari di Adamo, paradisiaca. L’ermetismo formatosi nella sua anima gl’impedisce d’intuire quella che sarebbe la prima condizione per scoprire la propria insufficienza: paragonarsi ad altri individui. Paragonarsi significherebbe uscire un istante da se stesso e trasferirsi nell’ambito del prossimo. Però l’anima mediocre è incapace di trasmigrazioni – attività suprema.
Noi c’incontriamo, allora, con la stessa differenza che eternamente esiste fra l’ignaro e il perspicace. Quest’ultimo si sorprende sempre a un pelo d’essere ignaro; perciò fa uno sforzo per sfuggire all’imminente ignoranza, e in questo sforzo risiede l’intelligenza. L’ignaro, invece, non si sospetta neanche: si ritiene avvedutissimo, e da qui l’invidiabile tranquillità con cui l’ignaro s’abbandona e si conferma nel suo torpore.
Il MerdoneCome quegl’insetti che non si sa come estrarre dal nido dove abitano, non c’è neanche il modo di sloggiare l’ignaro dalla sua insipienza, di portarlo un po’ più in là della sua cecità e obbligarlo a mettere a fuoco la sua torbida visione abituale con altri punti di vista più sottili. L’ignaro lo è a vita e senza respiro. Per questo diceva Anatole France che un imbecille è più funesto d’un malvagio: perché il malvagio qualche volta si riposa, l’imbecille mai.
Ma non si tratta che l’uomo-massa sia ignaro. Al contrario, l’attuale è più pronto, possiede maggiore capacità intellettiva di qualunque altro di altre epoche. Però questa capacità non gli serve a nulla; a rigore, la vaga sensazione di possederla gli serve soltanto per chiudersi di più in se stesso e non usarla. Una volta, per sempre egli consacra dentro la propria coscienza l’assortimento di luoghi comuni, pregiudizi, parvenze d’idee, o, semplicemente, vocaboli vacui che il caso ha ammucchiato nel suo intimo, e, con una audacia che si spiega soltanto con l’ingenuità, li imporrà dovunque.
Questo è ciò che nel primo capitolo indicavamo come caratteristica della nostra epoca: non già che l’uomo volgare creda d’essere eccellente e non volgare, ma è ch’egli stesso proclami e imponga il diritto della volgarità, o la volgarità come un diritto.»

  José Ortega y Gasset
La ribellione delle masse
Il Mulino (1962)

È quasi inquietante notare come la descrizione fenomenologica di Ortega y Gasset sembri calzare alla perfezione sulle deprimenti macchiette nostrane che, lungi dal costituire un unicum nazionale, costituiscono piuttosto un ideal-tipo predominante nei periodi di crisi in tutta la sua funesta evanescenza.

«L’uomo medio si trova con “idee” dentro di sé, però manca della funzione di pensare. Non sospetta neppure qual è l’elemento sottilissimo in cui le idee possono vivere. Vuole opinare, però non vuole accettare le condizioni e i presupposti dello stesso pensare. Da qui procede che le sue idee non siano effettivamente se non appetiti rivestiti di parole […] L’uomo-pirlacchionemassa si sentirebbe perduto se accettasse la discussione, e d’istinto ripudia l’obbligo di rispettare questa istanza suprema che si trova al di fuori di lui. Perciò il “nuovo” è in Europa “finirla con le discussioni”, e si detesta ogni forma di convivenza che per se stessa implichi rispetto di norme oggettive, dalla semplice conversazione fino al Parlamento, passando per il territorio della stessa scienza. Questo vuol dire che si rinunzia alla convivenza della cultura, che è una convivenza al riparo di norme, e si retrocede a una convivenza barbara.
[…] Bisogna ricordare che in ogni tempo, allorché la massa, per questo o quel motivo, ha agito nella vita pubblica, lo ha fatto in forma di “azione diretta”. È stato sempre, invero, il modo di operare naturale alle masse. […] Ogni convivenza umana va precipitando sotto questo nuovo regime in cui si sopprimono le istanze indirette. Nella pratica sociale si sopprime la «buona educazione». La letteratura, come “azione diretta”, si affida all’insulto.
Parla con me[…] Civiltà vuol dire, anzitutto, volontà di convivenza. Si è incivile e barbaro nella misura con cui ciascuno non senta il rapporto reciproco con gli altri. La “barbarie” è soprattutto tendenza alla dissociazione. E così tutte le epoche barbare hanno costituito sempre una dissipazione umana, un pullulare di gruppi minimi e tra loro separati e ostili.
[…] La massa non desidera la convivenza con ciò che non s’identifica con essa. Odia a morte ciò che non è essa stessa.
Orellana sfiduciato[…] Ci sono istituzioni morte, valori e stime che sono pure Matteo Renzisopravvivenza e ormai prive di significato, soluzioni indebitamente complicate, norme che hanno rivelato la loro insufficienza. Tutti questi elementi dell’azione indiretta, della civiltà, richiedono un’epoca di slancio semplificatore. L’abito di gala e lo sparato romantici sollecitano una vendetta per mezzo dell’attuale déshabillé e dello stare “in maniche di camicia”

  José Ortega y Gasset
“La ribellione delle masse”
Il Mulino (1962)

Sembra quasi di ritrovarsi allo specchio, seppur ritrovato in soffitta tra i cimeli di famiglia…
Mala tempora currunt sed peiora parantur.

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