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MASS-ATTACK!

Posted in A volte ritornano, Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 6 marzo 2014 by Sendivogius

LUKAS

In un’epoca all’apparenza complicata come la nostra, dove (tra società liquida, post-democrazia, tecnocrazia, mediocrazia, iper-democrazia…) i neologismi si sprecano, per spiegare ciò che nella sua polverizzazione semantica sfugge ad una catalogazione certa, in abbondanza di interpretazioni, forse è il caso di (ri)dare la parola ad un Autore che ‘complicato’ lo fu davvero. Non foss’altro perché nella poliedricità del suo pensiero, le etichettature gli vanno sicuramente strette, con tutta la banale semplificazione che ciò sempre comporta. Il riferimento è allo spagnolo José Ortega y Gasset: sincero liberaldemocratico ed icona del pensiero conservatore; ostensore del primato della ‘tecnica’, ma raffinato umanista e filosofo (che di competenza scientifica non ne aveva alcuna). Elitista e vagheggiante propugnatore di una nuova aristocrazia dello spirito, è un individualista convinto, ma impermeabile ad ogni forma di discriminazione. Intriso di idealismo tedesco, spazia dal razionalismo scientifico alla metafisica (senza dimenticare Cartesio), passando per lo storicismo, per approdare ad una originale sintesi sincretica tra esistenzialismo e vitalismo nietzschiano. Ammiratore del liberalismo anglosassone e avverso ad ogni dispotismo (specialmente se di matrice ‘statalista’), si ispira quanto mai alle opere di un fiero reazionario (ma non razzista) come Oswald Spengler, con la sua statolatria autoritaria, ed alla filosofia dell’ermetico Martin Heidegger, con le sue simpatie naziste ed il sedimentato antisemitismo.
Ortega y GassetIn sommi capi, secondo Ortega y Gasset, per avere una visione quanto più organica possibile della realtà, è necessario mettere insieme e collegare le diverse prospettive individuali, onde delineare i contorni di uno schema concettuale unitario, tanto più completo quanto più ampia è la sommatoria delle diverse prospettive e tutte degne di interesse.
Con ampio anticipo, quello che il filosofo iberico paventa è un’iperdemocrazia ostaggio della superficialità umorale delle masse, consegnate nell’anonimato della loro mediocrità (e ignoranza) alla manipolazione emotiva attraverso stimoli indotti, nella costante riduzione dei problemi ad una estrema semplificazione su base puramente emotiva. E in questo individua subito il vero protagonista dell’età contemporanea…

«C’è un fatto che, bene o male che sia, è il più importante nella vita pubblica europea dell’ora presente. Questo fatto è l’avvento delle masse al pieno potere sociale. E siccome le masse, per definizione, non devono né possono dirigere la propria esistenza, e tanto meno governare la società, vuol dire che l’Europa soffre attualmente la più grave crisi che tocchi di sperimentare a popoli, nazioni, culture. Questa crisi s’è verificata più d’una volta nella storia. La sua fisionomia e le sue conseguenze sono note. Se ne conosce anche il nome. Si chiama la ribellione delle masse

  José Ortega y Gasset
La ribellione delle masse
Il Mulino (1962)

È quella “massa”, intesa come folla anonima e frenetica, che spesso e volentieri viene impropriamente chiamata “popolo” quando invece è plebe, coi suoi istinti elementari e pulsioni primarie. Popolo e plebe sono Grilloi due termini che sovente vengono confusi, nell’incapacità di distinguerne l’intrinseca differenza. E il “popolo” diventa il feticcio ideologico pronto uso, per ogni lestofante che voglia ammantarsi dell’aurea messianica del condottiero di folle, adibite a strumento coreografico e di pressione per i propri personalismi.

«Il concetto di moltitudine è quantitativo e visivo. Traduciamolo, senza alterarlo, nella terminologia sociologica. Allora troviamo l’idea della massa sociale. La società è sempre una unità dinamica di due fattori: minoranze e masse. Le minoranze sono individui o gruppi d’individui particolarmente qualificati. La massa è l’insieme di persone non particolarmente qualificate. Non s’intenda, però, per masse soltanto, né principalmente, “le masse operaie”. Massa è l’uomo medio.»

Nell’impazzimento generale del tempo presente, tra rigurgiti populisti e neo-fascismo di ritorno, tra nuove elite tecnocratiche e oligarchie timocratiche, dove la figura dominante è tornata ad essere il Capo (“politico” o meno che sia) in tutta la sua immanenza tribunizia e decisionista, sia essa la salma inceronata del papi nazionale, o il profilo ridanciano di un Renzi, o il muso barbuto di un Grillo che tra purghe interne e atti di sottomissione grugnisce qualcosa a proposito di “iperdemocrazia e partecipazione diretta” (certificata dal fantomatico Staff), nella sua profondità preveggente, il pensiero di Ortega y Gasset riconquista una freschezza ed una attualità insospettabili.

«Oggi assistiamo al trionfo d’una iperdemocrazia in cui la massa opera direttamente senza legge, per mezzo di pressioni materiali, imponendo le sue aspirazioni e i suoi gusti. È falso interpretare le nuove situazioni come se la massa si fosse stancata della politica e ne devolvesse l’esercizio a persone «speciali». Tutto il contrario. Questo era quello che accadeva nel passato, questo era la democrazia liberale. La massa presumeva che, in ultima analisi, con tutti i loro difetti e le loro magagne, le minoranze dei politici s’intendevano degli affari pubblici un po’ più di essa.
Adesso, invece, la massa ritiene d’avere il diritto d’imporre e dar vigore di legge ai suoi luoghi comuni da caffè [oggi diremmo “da bar” n.d.r.]. Io dubito che ci siano state altre epoche della Storia in cui la moltitudine giungesse; a governare così direttamente come nel nostro tempo. Per questo parlo d’iperdemocrazia.»

Ortega y Gasset parla di “ribellione delle masse” ad ogni forma di coinvolgimento realmente analitico e responsabilizzazione individuale, che vada oltre i colori cangianti degli umori che si agitano sulla superficie delle società massificate.
Mars AttacksNe contesta la pretesa universalistica nelle sue assolutizzazioni ideologiche; la sua aspirazione all’unanimità, che poi è insofferenza verso ogni forma di dissenso o comportamento discrepante dalla volontà della maggioranza. Soprattutto non tollera l’uso che della volgarità le masse (ed i suoi demiurghi) fanno, elevandola a titolo di merito di una semplificazione estrema, rivendicando una sorta di genuinità primigenea nell’arroganza tipica di chi fa dell’esibizione della propria ignoranza un vanto…

«Se gl’individui che affollano la massa si ritenessero particolarmente dotati, avremmo non più che un caso d’errore personale, non già un sovvertimento sociologico. Il fatto caratteristico del momento è che l’anima volgare, riconoscendosi volgare, ha l’audacia d’affermare il diritto della volgarità e lo impone dovunque.
La massa travolge tutto ciò che è differente, singolare, individuale, qualificato e selezionato. Chi non sia come “tutto il mondo”, chi non pensi come “tutto il mondo” corre il rischio di essere eliminato. Ed è chiaro che questo “tutto il mondo” non è “tutto il mondo”. “Tutto il mondo” era normalmente l’unità complessa di massa e minoranze discrepanti, speciali.
Adesso “tutto il mondo” è soltanto la massa.»

Ne denuncia il primitivismo e la presunzione di chi, pretendendo di sostituirsi agli ordinamenti vigenti, non è minimamente in grado di garantirne il funzionamento o costruire una valida alternativa…

“L’uomo-massa attuale è, effettivamente, un primitivo, che dalle quinte è scivolato sul palcoscenico della civiltà.”

Ed è curioso che le sue osservazioni sugli eccessi della iperdemocrazia giungano in un periodo in cui l’intera Europa è sconquassata dall’avvento dei totalitarismi, cogliendo nella contraddizione l’intima connessione tra le degenerazioni di una gigionesca ipertrofia democratica, che finisce per essere una parodia della stessa nella distorsione delle forme partecipative, e la sua intrinseca negazione in senso autoritario…

«Noi viviamo sotto il brutale impero delle masse. Esattamente: già abbiamo chiamato due volte “brutale” quest’impero, già abbiamo pagato il nostro tributo al dio dei luoghi comuni; e adesso, con il biglietto alla mano, possiamo allegramente entrare nel tema, osservare di dentro lo spettacolo.»

In questo Ortega y Gasset, con la sua diffidenza verso l’avvento di masse amorfe dalla matrice unidimensionale e facilmente influenzabili, ripercorre il solco già tracciato da autori come Georges Sorel o Gustave Le Bon, ma anche Sigmund Freud e Robert Musil.
GROSZ - MetropolisNella sua opera più famosa, La Ribellione delle masse, che poi è una raccolta di articoli pubblicati nell’arco del 1929 in piena depressione economica e durante la crisi della Repubblica di Weimar, come una serie di nodi irrisolti, estrapolati dal loro specifico contesto storico e sociale, si potrebbero quasi riconoscere le analogie con la situazione attuale (dall’Europa alla crisi della rappresentanza democratica), tanto numerose sono le affinità a tal punto da non riuscire sempre a distinguere con sicurezza passato e presente.
Nell’ambito prospettico da lui stesso enunciato in merito all’analisi sociale, quella di Ortega y Gasset costituisce dunque una prospettiva di pensiero dal notevolissimo spessore, che merita di essere riproposta come una sorta di variante parodistica ai cicli vichiani. Oppure, per fare il verso a Friedrich Nietzsche (che influenzò non poco il pensiero del filosofo spagnolo), come un ennesimo richiamo alle suggestioni dell’eterno ritorno

Grosz«Nel nostro tempo domina l’uomo-massa; è lui che decide. E non si dica che questo era quello che accadeva già all’epoca della democrazia del suffragio universale. Nel suffragio universale non decidono le masse; ma la loro funzione è consistita nell’aderire alla decisione dell’una o dell’altra minoranza. Ciascuna di queste presentava il suo “programma” vocabolo eccellente. I programmi erano, in realtà, programmi di vita collettiva. In essi si invitava la massa ad accettare un progetto di decisione.
Oggi avviene una cosa assai differente. Se si osserva la vita pubblica dei paesi dove il trionfo delle masse s’è spinto innanzi sono i paesi mediterranei sorprende di notare che in essi sì vive politicamente giorno per giorno. Il fenomeno è oltremodo strano. Il Potere pubblico si trova nelle mani di un rappresentante di masse. E queste sono tanto potenti, che hanno annullato ogni possibile opposizione. Sono padrone del Potere pubblico in forma tanto incontrastabile e assoluta, che sarebbe difficile trovare nella Storia situazioni di governo tanto prepotenti come queste. E tuttavia, il Potere pubblico, il Governo, vive alla giornata; non si presenta come un avvenire franco, non significa un chiaro annunzio del futuro, non appare come l’inizio di qualcosa il cui sviluppo o evoluzione risulti opinabile. Insomma, vive senza programma di vita, senza progetti. Non sa dove va, perché, a rigore, non avanza, non guarda a un cammino prefisso, a una traiettoria segnata in anticipo. Quando questo Potere pubblico cerca di giustificarsi, non allude per nulla al futuro, ma, al contrario, si reclude nel presente e dice con perfetta sincerità: «Sono un modo anormale di governo che è imposto dalle circostanze». Cioè dall’urgenza del presente, non per calcolo del futuro. Da qui il fatto che la sua estrinsecazione si riduca a schivare il conflitto di ogni ora; non a risolverlo, ma ad eluderlo provvisoriamente, impiegando tutti i mezzi, qualunque essi siano, a costo anche di accumulare con il loro ricorso maggiori conflitti sul prossimo avvenire. Così è stato sempre il Potere pubblico, quando lo esercitarono direttamente le masse: onnipotente ed effimero. L’uomo-massa è l’uomo la cui vita manca di programma e corre alla deriva. Per questo non costruisce mai, sebbene le sue possibilità, i suoi poteri, siano enormi.»

È passato quasi un secolo dalla sua stesura originale, ma sembra il ritratto sputato dell’Italia contemporanea con le sue pastoie burocratiche e governi di “larghe intese”.
Con singolare preveggenza, l’elitarismo aristocratico e nostalgico di Ortega y Gasset, la cui visione idealizzata delle elite liberali ottocentesche non è del tutto scevra da spunti più che reazionari, nel denunciare il livellamento dal basso, tiene conto anche della tipologia dominante dell’anti-politico, ritratto nel suo narcisismo auto-referenziale e nell’insipienza della sua mediocrità elevata ad elemento dominante del suo agitarsi ‘movimentista’.

Silvione lo Zozzone«L’uomo-massa si sente perfetto. Un individuo di selezione, per sentisi perfetto, ha bisogno di essere particolarmente vanitoso, e la pretesa nella sua perfezione non è essenzialmente legata alla sua natura, non è genuina, ma gli deriva dalla sua vanità, e perfino lui stesso serba un carattere fittizio, immaginario e problematico. Per ciò il vanitoso ha bisogno degli altri, cerca in loro la conferma dell’idea che vuole nutrire di se stesso. Sicché nemmeno in questo caso morboso, neppure se “accecato” dalla vanità, l’uomo selezionato riesce a sentirsi veramente completo. Invece, all’uomo mediocre dei nostri giorni, il nuovo Adamo, non capita affatto di dubitare della sua plenitudine.
La propria fiducia in sé è, al pari di Adamo, paradisiaca. L’ermetismo formatosi nella sua anima gl’impedisce d’intuire quella che sarebbe la prima condizione per scoprire la propria insufficienza: paragonarsi ad altri individui. Paragonarsi significherebbe uscire un istante da se stesso e trasferirsi nell’ambito del prossimo. Però l’anima mediocre è incapace di trasmigrazioni – attività suprema.
Noi c’incontriamo, allora, con la stessa differenza che eternamente esiste fra l’ignaro e il perspicace. Quest’ultimo si sorprende sempre a un pelo d’essere ignaro; perciò fa uno sforzo per sfuggire all’imminente ignoranza, e in questo sforzo risiede l’intelligenza. L’ignaro, invece, non si sospetta neanche: si ritiene avvedutissimo, e da qui l’invidiabile tranquillità con cui l’ignaro s’abbandona e si conferma nel suo torpore.
Il MerdoneCome quegl’insetti che non si sa come estrarre dal nido dove abitano, non c’è neanche il modo di sloggiare l’ignaro dalla sua insipienza, di portarlo un po’ più in là della sua cecità e obbligarlo a mettere a fuoco la sua torbida visione abituale con altri punti di vista più sottili. L’ignaro lo è a vita e senza respiro. Per questo diceva Anatole France che un imbecille è più funesto d’un malvagio: perché il malvagio qualche volta si riposa, l’imbecille mai.
Ma non si tratta che l’uomo-massa sia ignaro. Al contrario, l’attuale è più pronto, possiede maggiore capacità intellettiva di qualunque altro di altre epoche. Però questa capacità non gli serve a nulla; a rigore, la vaga sensazione di possederla gli serve soltanto per chiudersi di più in se stesso e non usarla. Una volta, per sempre egli consacra dentro la propria coscienza l’assortimento di luoghi comuni, pregiudizi, parvenze d’idee, o, semplicemente, vocaboli vacui che il caso ha ammucchiato nel suo intimo, e, con una audacia che si spiega soltanto con l’ingenuità, li imporrà dovunque.
Questo è ciò che nel primo capitolo indicavamo come caratteristica della nostra epoca: non già che l’uomo volgare creda d’essere eccellente e non volgare, ma è ch’egli stesso proclami e imponga il diritto della volgarità, o la volgarità come un diritto.»

  José Ortega y Gasset
La ribellione delle masse
Il Mulino (1962)

È quasi inquietante notare come la descrizione fenomenologica di Ortega y Gasset sembri calzare alla perfezione sulle deprimenti macchiette nostrane che, lungi dal costituire un unicum nazionale, costituiscono piuttosto un ideal-tipo predominante nei periodi di crisi in tutta la sua funesta evanescenza.

«L’uomo medio si trova con “idee” dentro di sé, però manca della funzione di pensare. Non sospetta neppure qual è l’elemento sottilissimo in cui le idee possono vivere. Vuole opinare, però non vuole accettare le condizioni e i presupposti dello stesso pensare. Da qui procede che le sue idee non siano effettivamente se non appetiti rivestiti di parole […] L’uomo-pirlacchionemassa si sentirebbe perduto se accettasse la discussione, e d’istinto ripudia l’obbligo di rispettare questa istanza suprema che si trova al di fuori di lui. Perciò il “nuovo” è in Europa “finirla con le discussioni”, e si detesta ogni forma di convivenza che per se stessa implichi rispetto di norme oggettive, dalla semplice conversazione fino al Parlamento, passando per il territorio della stessa scienza. Questo vuol dire che si rinunzia alla convivenza della cultura, che è una convivenza al riparo di norme, e si retrocede a una convivenza barbara.
[…] Bisogna ricordare che in ogni tempo, allorché la massa, per questo o quel motivo, ha agito nella vita pubblica, lo ha fatto in forma di “azione diretta”. È stato sempre, invero, il modo di operare naturale alle masse. […] Ogni convivenza umana va precipitando sotto questo nuovo regime in cui si sopprimono le istanze indirette. Nella pratica sociale si sopprime la «buona educazione». La letteratura, come “azione diretta”, si affida all’insulto.
Parla con me[…] Civiltà vuol dire, anzitutto, volontà di convivenza. Si è incivile e barbaro nella misura con cui ciascuno non senta il rapporto reciproco con gli altri. La “barbarie” è soprattutto tendenza alla dissociazione. E così tutte le epoche barbare hanno costituito sempre una dissipazione umana, un pullulare di gruppi minimi e tra loro separati e ostili.
[…] La massa non desidera la convivenza con ciò che non s’identifica con essa. Odia a morte ciò che non è essa stessa.
Orellana sfiduciato[…] Ci sono istituzioni morte, valori e stime che sono pure Matteo Renzisopravvivenza e ormai prive di significato, soluzioni indebitamente complicate, norme che hanno rivelato la loro insufficienza. Tutti questi elementi dell’azione indiretta, della civiltà, richiedono un’epoca di slancio semplificatore. L’abito di gala e lo sparato romantici sollecitano una vendetta per mezzo dell’attuale déshabillé e dello stare “in maniche di camicia”

  José Ortega y Gasset
“La ribellione delle masse”
Il Mulino (1962)

Sembra quasi di ritrovarsi allo specchio, seppur ritrovato in soffitta tra i cimeli di famiglia…
Mala tempora currunt sed peiora parantur.

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MONTI SILENCE

Posted in Masters of Universe with tags , , , , , , , , , , , , , , , , on 4 gennaio 2013 by Sendivogius

Hitman 2007Se le parole sono importanti, il prof. Monti dimostra di farne un pessimo uso…
Del resto, sembra molto più a suo agio coi numeri e con le formulette in inglese (seed capital, project bounds, fiscal compact, due diligence..), buone per impressionare i salottini europei delle lobby riunite a banchetto.
L’Hitman della finanza globalizzata, il Goldman dell’onnipotenza bancaria, il miglior sicario dell’ultraliberismo d’assalto, suggerisce (ordina) di “silenziare” ogni voce critica al Verbo incarnato nei testi ecumenici della Sacra Agenda.
Hitman - Blood MoneyOra, se c’è qualcuno che dovrebbe avere la decenza di silenziarsi, questo è proprio il prof. Mario Monti: premier ‘tecnico’ di un governo uscente di non-eletti che, nonostante una maggioranza parlamentare e trasversale del 90%, ha impostato l’intera azione dell’esecutivo sul ricorso abnorme alla decretazione d’urgenza. E di fatto ha silenziato il Parlamento, cassandone l’attività con la bellezza di 52 voti di fiducia.
Non ci sono precedenti nella storia dell’Italia repubblicana!
Attualmente è presidente del consiglio, ancorché dimissionario; improvvidamente nominato senatore a vita, senza mai essere stato legittimato da un solo voto democratico in tutta la sua carriera. Come aspirante premier, è il principale sponsor di sé medesimo, senza però candidarsi. Pretende di succedere a sé stesso con poteri assoluti, senza nemmeno la briga di farsi eleggere.
Dopo l’Unto del Signore, abbiamo Iddio stesso!
E tra i requisiti divini, si contende con la mummia di Arcore il dono dell’onnipresenza mediatica imponendo ad una Paese, che ha condotto per mano alla stagflazione con pervicace determinazione, il suo deprimente faccione sfatto, in tutto il suo grigiore penitenziale, possibilmente durante le festività natalizie, per rendere ancor più gramo un inizio 2013 che si preannuncia pessimo.
Goffo e impacciato in ogni manifestazione che presupponga una qualche forma di interazione umana col suo prossimo, l’apostolo dell’eterna quaresima venuto ad annunciare la salvazione per Agendam, a vederlo armeggiare con le cuffie mentre prova ad articolare i clangori metallici su Radio Anch’io, più che altro presenta un’inquietante somiglianza con Bub: lo zombie addomesticato, già visto in “Day of the Dead” di G.Romero

Liberthalia - Mario Monti e lo zombie BubHAL 9000Come un computer impazzito, è l’emulo bionico di Hal 9000: il superprocessore che si reputa perfetto ma poi sbaglia le coordinate di calcolo; si ribella ai suoi creatori, che osano correggerlo; cerca di eliminarli e non riuscendo nel tentativo, subdolamente, si raccomanda a loro per garantirsi la sopravvivenza. Alla stessa stregua di HAL9000, il biodroide tecnico si considera insostituibile, prima ancora che infallibile. Ma, al contrario dell’originale, non si riesce a trovare l’interruttore per spegnere la macchina infernale.
Sembra il protagonista meccanico di un remake di serie zeta: 2013 Odissea verso il Centro. Ovvero, trattasi del più grande ingorgo di economisti falliti, spudorate facce da culo, rottami vetero-democristiani, intriganti porporati coi loro fedeli chierichetti brizzolati, come non si vedevano dai tempi dell’implosione della vecchia 1962-2012 - Sempre la solita vecchia merdaBalena Bianca, spiaggiata sulle coste transgeniche della corruzione istituzionalizzata e delle commistioni paramafiose. Più che altro, è un riciclaggio di rottami dorotei, con l’innesto di rampanti professorini neo-quarantenni, reclutati negli atenei privati e nei think tank ultra-liberisti a finanziamento padronale, per la rianimazione dell’homunculus democristiano.
Largamente minoritario, su vuole sopravvivere, il Montismo ha bisogno di un Hitman - Silent Assassincorpo estraneo da infettare, che lo ospiti suo malgrado e al quale poter impartire ordini. Si reputa una ‘risorsa’, ma funziona come un organismo parassitario. L’importante è silenziare preventivamente gli eventuali anticorpi…

Liberthalia - MONTI-BUB Ogni volta che una di queste larve della reazione clericale (rigorosamente over 65) ciancia di “giovani generazioni”, un brivido gelido ci percorre la schiena e d’istinto la mano non corre a cercare la rivoltella, ma a stringere i didimi in improbabili riti propiziatori per scongiurare il pericolo incombente!

 È quasi “educativo” constatare che tra i vessilliferi del ‘cambiamento’, coagulati attorno all’Agenda del Professore, ci sia un cospicuo pattuglione di onorevoli che a suo tempo spergiurarono su “Ruby nipote di Mubarak”, capitanti dall’intramontabile Pier Ferdinando Casini: più che un uomo una tenia intestinale, pronta ad occupare il colon di chiunque sia disposto ad ospitarlo, mantenendolo a sbafo nel lucro dei consensi elettorali altrui.
Se il Berlusconismo è la malattia infantile del Montismo, quest’ultimo ne è la versione “sobria”; la metabolizzazione post-prandiale a digestione lenta, depurata dall’elemento più fascistoide.
È il circolo ufficiali che elucubra formidabili piani di battaglia, sorseggiando cognac. E manda i soldati al macello in offensive catastrofiche, mentre i signori generali seguono le operazioni col binocolo al sicuro nelle retrovie, biasimando la scarsa tempra delle truppe.
Orizzonti di GloriaÈ il ritorno al tradizionalismo confessionale, ai rituali austeri del conformismo alto-borghese, purgato dalle sconcezze da caserma e dall’arroganza plebea dei nuovi arricchiti, ai quali antepone il primato dell’aristocrazia di censo e di rango nelle forme di un nuovo Elitismo tecnocratico.
Per spiegare il fenomeno Monti nella sua insanabile alterità, rispetto al normale funzionamento di un sistema democratico, bisogna ricorrere direttamente a Mosca e Pareto!
Ne avevamo già parlato in passato [QUI]… Sarà il caso di riportare nuovamente l’estratto di un’ottima analisi che a suo tempo il prof. Claudio Martinelli dedicò al pensiero di Gaetano Mosca, passando in disamina la Teorica dei governi e del governo parlamentare (1884):

“La scelta di un deputato non dipende affatto dalla libera manifestazione di una preferenza elettorale da parte del singolo elettore, ma dalla capacità organizzativa con cui una forza politica o un comitato elettorale sono in grado di imporsi sul mercato del voto. E inutile farsi illusioni sulla sovranità politica dell’elettore: la sua libertà di scelta è limitata al ristretto campo di gioco preparato da minoranze organizzate che selezionano le candidature non sulla base di criteri attenti alla maggiore capacità rappresentativa dell’eligendo, bensì in ragione delle garanzie che egli offre riguardo al consolidamento del potere in capo alla minoranza stessa che lo ha proposto. Vi è un celebre brano, apparentemente paradossale, che rende perfettamente il pensiero di Mosca su questo punto: «Chiunque abbia assistito ad un’elezione sa benissimo che non sono gli elettori che eleggono il deputato, ma ordinariamente è il deputato che si fa eleggere dagli elettori: se questa dizione non piacesse, potremmo surrogarla con l’altra che sono i suoi amici che lo fanno eleggere. Ad ogni modo questo è sicuro che una candidatura è sempre l’opera di un gruppo di persone riunite per un intento comune, di una minoranza organizzata che, come sempre, fatalmente e necessariamente si impone alle maggioranze disorganizzate
Ora, poiché tutta la catena ascendente del sistema è fondata su di un’illusione utopica che non tiene conto del ruolo decisivo di alcune costanti delle classi politiche in tutti i regimi politici, la bontà dell’intera costruzione democratica non può che risultare inficiata e soffrire di irrimediabili difetti. Da una parte, il Governo sara impegnato in una continua ed estenuante opera di mediazione tra le forze parlamentari che lo sorreggono. I componenti del Governo, per rispondere a queste sollecitazioni e mantenersi in carica sono portati a cedere al favoritismo e all’arbitrio, a tutto vantaggio dei gruppi sociali più influenti e a scapito di coloro che non possono contare sui necessari appoggi e protezioni. E sottolinea che queste storture non dipendono dal grado di moralità personale di chi occupa una determinata carica, come quella di ministro, bensì dal modo in cui è congegnato il sistema politico. Dall’altra parte, se il Governo, gestendo sapientemente questi equilibri, riesce a dotarsi di una solida stabilità, inevitabilmente riesce a concentrare nelle proprie mani una notevole quantità di potere (definito addirittura come un indeterminato e mostruoso accumulo di poteri), dando vita ad uno sbilanciamento a cui il sistema tenta di porre rimedio con la possibilità per il Parlamento di determinare la fine della vita del Governo, magari con un solo voto di maggioranza: una misura che giudica troppo drastica e arbitraria (tanto da paragonare il voto di sfiducia come freno all’onnipotenza dell’Esecutivo al regicidio contro quella del Sovrano: rimedi peggiori dei mali che intendono combattere).”

Claudio Martinelli
 “L’Organizzazione del potere nel pensiero di Gaetano Mosca”
Giornale di storia costituzionale (n.17 – Anno 2009)

A perderci, in ogni caso, è la Democrazia estromessa ai margini estremi del pensiero unico economico.

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