Archivio per DS

ROMAGEDDON (III) – Panem et Cichorium

Posted in Roma mon amour with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 11 marzo 2016 by Sendivogius

The PriestAppassionanti come una pantegana agonizzante all’imbocco di un tombino, utili come un herpes genitale, si conclude finalmente la farsa indegna delle primarie all’italiana. O per meglio dire, si macera nei suoi stessi liquami questa loro variante improvvisata ad cazzum dell’originale USA, subito riadattata alle solide tradizioni italiche, divenendo lo specchio di vizi antichissimi: clientelismo elettorale, compravendita del voto di scambio, e galvanizzazione del notabilato locale, con la riesumazione degli antichi cacicchi democristiani resuscitati nei cimiteri viventi del partito bestemmia, con tanto di “party raiding” annesso ed espanso all’ibrido nostrano. Walter VeltroniImportate a suo tempo da Water l’Amerikano (a Roma), quello che non ha mai superato l’infantile complesso di identificazione con l’oggetto mitologico dei suoi scimmiottamenti, le ‘primaries’ de Noantri servivano soprattutto a far sentire politicamente partecipi, e socialmente aggregati, una massa di boccaloni intruppati dietro ad un seggio improvvisato per giocare alle elezioni per finta, nell’illusione di scegliersi il proprio candidato versando un piccolo obolo.
the-following-featuredPoi è arrivata la buffonata on line della Casaleggio Associati: un modo perfetto per incrementare i clic della congrega e fornire un intrattenimento esclusivo per i selezionatissimi followers della setta digitale.
-silvio-berlusconi-sundayE ovviamente, da buon ultimo, in un contorno ceronato di pompette e pompXXX (vabbé! Ci siamo capiti), non poteva mancare il Pornonano (o quel che ne rimane) col suo candidato unico su modello plebiscitario.
SalviniIl problema invece non si pone minimamente per quello sbavante cinghialotto della pedemontana che si fa chiamare Matteo Salvini: emblematico caso mediatico di parassita in conto pubblico, dalla ciarliera inutilità ambulante, col suo codazzo di fobici psicopatici a mano armata. Ma qui siamo nell’ambito degli argomenti intoccabili, non foss’altro perché trattare delle deiezioni salviniane è un po’ come strizzare la diarrea sperando che diventi solida, nell’invariabilità di sostanza.
n-SALVINI-RETWEET-large570In tempi di aspiranti reucci e ducetti d’accatto con le fregole decisioniste, che si agitano nel pentolone vuoto di vacue promesse e propaganda all’ingrosso, il rituale farlocco delle primarie serve innanzitutto per simulare una qualche investitura ‘democratica’ ai proconsoli su nomina del Capo, con città da occupare prima ancora che amministrare, e galvanizzare truppe sempre più raccogliticce. Non è un caso che nei gazebo semivuoti, i candidati ‘scelti’ provengano tutti dalla corte del Piccolo Principe fiorentino, nella totale sicurezza della loro designazione, senza sorprese (brogli inclusi) proprio come da copione.
Il caso Roma parla da sé. Tra i moltissimi problemi oggettivi, la città ne aveva uno massimamente soggettivo…
Ma te prego!Nella rete di alleanze trasversali, intrecci di interessi privati e consorterie politiche, l’organigramma renziano passa attraverso l’occupazione fisica del potere, cominciando dalle grandi città, dove il radicamento sociale della sua corte di provincia è minimo. Roma costituisce il pezzo pregiato della scacchiera; il controllo della Capitale è il passepartout fondamentale per accedere alle profane stanze della Curia vaticana ed ai salotti che contano, dove si muove quel generone capitolino che al chiuso dei propri circoli sportivi già sogna la grande greppia delle olimpiadi. È ovvio che al netto delle criticità, con tutti i suoi limiti (e non erano pochi), un alieno incontrollabile come Ignazio Marino era, prima ancora che un problema, un intralcio da eliminare quanto prima. Come rimuovere un sindaco sgradito, per sostituirlo con un proprio ubbidiente replicante?!? Be’ innanzitutto si soffoca un’amministrazione comunale, negandogli i trasferimenti dovuti e lesinandogli al minimo i fondi per la conduzione ordinaria, salvo poi gridare alla paralisi istituzionale di una gestione inefficiente e organizzare campagne a tambur battente sul “degrado” (che gli appassionati di questo sottogenere pulp li troverete sempre). Poi si tira dentro ad uno scandalo inesistente un sindaco logorato e scientificamente screditato da una campagna mediatica ostile, tanto per essere certi di stroncarne ogni velleità di resistenza ed infamarne la persona. Quindi si procede al commissariamento del sindaco legittimo, ma non prima di una character assassination pompata a livello virale sui giornaletti amici, peraltro in ottima compagnia con fascisti e grillini. E se proprio il sindaco non si vuole dimettere, si formalizzano privatamente le dimissioni della giunta dal notaio con un atto che non ha precedenti.
renzi bilancioD’altronde, il Pittibullo di Pontassieve voleva un suo fedelissimo da mettere alla guida della Capitale. Detto-Fatto. E siccome tutti i pianeti ruotano attorno al Re Sole, niente devo oscurare l’astro nascente del Bambino Matteo che evidentemente non aveva a disposizione niente di meglio che un Roberto Giachetti, da candidare a sindaco della città. Lo stesso che fino al Dicembre del 2015 ha spergiurato di non volersi mai e poi mai candidare, in ossequio al valore della coerenza che segna la rispettabilità della politica italiana.
RobertoGiachettiEsperto in cambio multiplo di casacche, il Robertino nazionale ha praticamente attraversato mezzo arco istituzionale: Partito Radicale, Verdi, Margherita, PD… sempre irrilevante come i suoi scioperi della fame per le cause più improbabili: la calendarizzazione della legge sul conflitto di interessi; lo svolgimento dell’assemblea costituente del partito; per la legge elettorale… e così via digiunando, secondo i rigori della dieta “radicale” da cui proviene.
L’esperienza lui la racconta così:

«Nel 2002 ho affiancato Marco Pannella nello sciopero della sete per sollecitare il Parlamento a ripristinare il plenum della Corte Costituzionale attraverso l’elezione dei due giudici mancanti; o quando nel 2004 ho digiunato per un mese per ottenere la calendarizzazione, a distanza di anni, del ddl Frattini sul conflitto di interessi (a dispetto delle promesse elettorali che lo volevano risolto in 100 giorni), o quando ancora mi sono battuto contro la paralisi di quattro mesi in cui si è trovato il Parlamento, ancora una volta, nell’elezione di due membri della Consulta.
Giachetti in sciopero della fameNel 2007 la prospettiva del Partito democratico inteso come forza progressista a vocazione maggioritaria che nascesse sulle ceneri dei due grandi partiti della Prima Repubblica e che, al contempo, li superasse con la creazione di una realtà politica nuova, moderna, riformista e slegata dalle vecchie ideologie mi ha affascinato da subito. Al punto da impegnarmi in prima persona, di fronte agli ostacoli e ai ritardi che hanno accompagnato questa esperienza prima che vedesse la luce, intraprendendo uno sciopero della fame per sollecitare gli organi dirigenti del Pd ad indicare una data certa per l’Assemblea Costituente (e nel 2008 con l’obiettivo di ottenere una formale deliberazione della data per lo svolgimento delle primarie a Roma)

Fedele al principio del capo, facile agli innamoramenti ad personam piuttosto che agli ideali; è l’arlecchino indisponente alla costante ricerca di un padrone da servire. Per questo sfoglia tutto il cucuzzaro disponibile, senza mai spostarsi dall’alveo romano: c’è l’immancabile Marco Pannella (il feticcio da cui tutto ha avuto inizio), poi l’infatuazione passeggera per Walter Veltroni, salvo trasferirsi con armi e bagagli alla corte del renzismo militante. Ma è con Francesco Rutelli (ex radicale pure lui), in arte Er Cicoria e già Piacione, che Roberto Giachetti spicca il grande balzo verso la ribalta nazionale, facendo la sua fortuna con la fusione fredda tra ex Margherita e DS (i più che defunti Democratici di Sinistra), caso più unico che raro in cui un partito con numeri da prefisso telefonico riesce a fagocitare il partito più grande, incistando i suoi troppi generali senza truppe in ogni poltrona disponibile e stravolgendo completamente la natura del gruppo maggioritario, risplasmandolo a propria immagine e somiglianza. In natura si hanno pochi esempi per spiegare una simile trasformazione: i virus ed il cancro.
rutelli Cooptato al governo insieme a tutto il resto dei Cicoria-Boys e gli infiniti petali della Margherita, tra ex radicali folgorati sulla via di Damasco e camaleonti democristiani, Roberto Giachetti mette solide radici per la sua carriera come capo-gabinetto del Rutelli Sindaco, durante il pernicioso Giubileo del 2000 che ha portato alla ribalta altri incredibili fenomeni come l’inarrivabile Guido Bertolaso, salvo mettere in giro la leggenda che sarebbe sgradito alle gerarchie d’Oltretevere.
margheritaQuando non è troppo impegnato a reggere il drappo regale dei suoi capi-bastone, il nostro promettente Robertino scambia il cazzeggio organizzato per impegno politico, seguendo il principio dello “stare in mezzo alla gente”:

«Nel luglio del 2008, anche per tastare l’umore della gente sulla prospettiva politica verso cui ci si avviava, ho messo insieme a un gruppo di ragazzi l’iniziativa “Salite a bordo” e siamo saliti su un pulmino che ha attraversato l’Italia più nascosta, quella dei borghi e dei paesi di mille anime, e dopo un viaggio di due mesi è nata l’Associazione CarpeDem, un progetto mirato alla creazione di una rete di scambio di opinioni ed idee sulla politica e sulla società, con l’occhio rivolto al Partito Democratico e con l’obiettivo di dare un contributo diverso ed innovativo ai modi e alle forme della partecipazione.
Roberto GiachettiE’ stato quello un periodo intenso ed impegnativo (anche perché fare avanti e indietro con Roma per stare in Aula ad organizzare un gruppo di più di 200 persone lo è necessariamente!) ma resta fra i più belli della mia esperienza politica e soprattutto umana. Sono felice di averlo fatto, lo rifarei domani, so di averlo fatto “sdoppiandomi” con il mio parallelo ruolo in Aula ma credo onestamente di non aver trascurato nulla dei miei impegni parlamentari e di questo sono contento.
Nel 2008, sulla scorta delle tante persone conosciute per quella strada e per non disperdere questo straordinario patrimonio umano e civico, come Associazione ho lanciato un corso di formazione sui generis, giocato sul titolo Formazione in corso, una sorta di formazione “al contrario” e al contempo il primo format televisivo del Pd, in cui questi giovani hanno avuto la possibilità di confrontarsi con i principali protagonisti dei vari settori della società in maniera paritetica, gestendo direttamente le varie giornate attraverso domande dirette e senza filtri, realizzando schede video con dati e statistiche, elaborando e producendo documenti in piena autonomia. In parallelo ho promosso e “sponsorizzato” una lista di giovanissimi alle comunali di Roma nel 2008 con il relativo format tv Fammisentirelavoce.
[…] E proprio sulla scorta di questo impegno totalizzante sui banchi di Montecitorio mi è venuta l’idea di raccontare in modo rapido e sintetico l’attività settimanale in Aula, attraverso un canale YouTube dedicato, con brevi resoconti trasformatisi in una sorta di rubrica chiamata “Pillole da Montecitorio”. Contestualmente ho iniziato a sperimentare e ad apprezzare la funzione dei social networks, in particolare facebook e twitter grazie ai quali posso interagire e confrontarmi sui temi piu diversi, non soltanto quelli legati all’attività politica e parlamentare

Per il resto, è lecito temere che quest’uomo nella vita non abbia mai fatto un beato cazzo, nella condizione privilegiata di chi non ha mai dovuto lavorare e nell’assoluta assenza di una qualsivoglia competenza degna di una qualche menzione.
renzi-lavoroDue cose colpiscono nella splendida narrazione dell’onorevole candidato Giachetti: “le 200 persone da organizzare”, si riferisce alla sua attività di vicepresidente (dimissionato) della Camera, ed i 9.250 miserabili euri raccolti finora dai suoi sostenitori per la campagna elettorale da aspirante sindaco.
Una candidatura che buca. Come una bolla di sapone.

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Aurea Mediocritas

Posted in Muro del Pianto with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 31 gennaio 2009 by Sendivogius

 

L’Opposizione ‘responsabile’

 wveltroni

 Come l’antica Gallia descritta da Cesare, nel Parlamento italiano anche l’opposizione è divisa in partes tres: assopita al centro, abbiamo l’eterea e favoreggiante UDC; di incerta collocazione ai lati, si trovano invece la tribunizia IdV e l’alternativo PD.

Che cos’è il PD? “È un grande partito democratico e riformista”

Segnatevi la risposta. Perché sarà questa, e questa soltanto, l’unica domanda alla quale l’intera dirigenza del partito vi risponderà all’unisono, in un sol coro e di comune accordo.

‘Democratico’ e ‘Riformista’. Non avrete altra definizione, all’infuori della sola consentita dalla vulgata ufficiale. Dunque, con una simile identità doc così rigidamente certificata, possiamo escludere ciò che è da quanto, nel dubbio, ufficialmente non è.

Prendiamo in considerazione ciò che è dato per certo:

Democratico non vuol dire niente. Ci mancherebbe pure che un partito che aspira a cariche di governo in una democrazia parlamentare si dichiari apertamente anti-democratico (oddìo! In Italia tutto è possibile). È un po’ come dire che il Vaticano si definisce cattolico.

Riformista… Craxi lo era. Anche Silvio Berlusconi è sicuramente un ‘riformista’: nessuno ha mai fatto così tante ‘riforme’ dai tempi del cavalier Benito Mussolini. Dobbiamo per questo condividerle tutte e, in quanto tale, riconoscere al loro riformismo un valore positivo a prescindere dalla sostanza?

Per quanto invece riguarda l’incerto…

Il Partito Democratico non è socialdemocratico, non ‘di sinistra’ (il Pd è oltre), meno che mai ‘socialista’ (Vade Retro!). Infatti non s’è ancora ben capito insieme a quale gruppo parlamentare siederà all’interno del Parlamento europeo.

È ‘non confessionale’ e, in teoria, anche ‘laico’. Purché non gli si chieda di prendere una posizione netta e specifica su:

– Divorzio breve e Diritti di convivenza;

– Ricerca sulle cellule staminali;

– Procreazione assistita;

– Contraccezione e reperibilità della cosiddetta pillola del giorno dopo;

– Nonché sull’interruzione di gravidanza.

Perché se è facile parlare di libertà di scelta, il discorso cambia quando si tratta di mettere in pratica tale libertà, con il 90% di anestesisti, infermieri e medici si dichiarano obiettori di coscienza. La Sanità è l’ultima frontiera della partitocrazia: terreno di scontro politico e di scambio; di lottizzazione selvaggia e di appalti interessati delle forniture. La sanità lombarda è interamente infiltrata dagli integralisti di CL. In tutta Italia, primari e manager delle ASL vengono designati per appartenenza politica. Chi non si allinea (e non ha tessera) non fa carriera. Visto il vento che tira, se obietti è meglio. Per te. E così i consultori rifiutano quasi sistematicamente la prescrizione del Norlevo, un farmaco anticoncezionale (e non anti-abortivo), per motivi di coscienza. Perché senno Gesù piange.

E soprattutto non chiedete al Partito Democratico di esprimersi unitariamente:

– sui privilegi fiscali concessi alla Chiesa, sul finanziamento delle scuole confessionali,

– sull’abolizione dell’ICI per le attività commerciali gestite da enti religiosi,

– sull’attribuzione dell’8 per mille,

– sull’accollo a carico dello Stato degli insegnanti di religione…

Il Partito Democratico è dalla parte dei Sindacati, ma anche della Confindustria. Appoggia le posizioni di Cisl e Uil, ma anche della Cgil. Sta con la popolazione civile di Gaza, ma anche con Tsahal che la bombarda.

Il PD è un partito plurale, aperto a tutte le opinioni e su nessuna fermo… Aspettando Godot, in perenne attesa dell’elettore moderato che non arriva mai, mentre frana alla sua sinistra.

Ma questo non ditelo ai troppi generali, che guidano le disorientate truppe del PD allo sbando. Lasciate che il tenero Walter faccia ancora l’Americano a Roma. Lasciatelo giocare al piccolo chirurgo mentre tenta di rianimare la sua creatura, assemblata con innesti sperimentali: un corpo transgenico in crisi di rigetto.

Nel PD convivono a forza una pluralità di anime diverse senza un’identità condivisa. Come era facile intuire, la “fusione a freddo” tra DS e Margherita si è rivelata una mera sommatoria di numeri (sempre più esigui) e di apparati ingessati nel loro autismo referenziale, scossi da una improvvida sovrapposizione di ruoli e da contraddizioni insanabili. Ad una reale carta di valori condivisi si è preferito una faticosa politica di compromessi per bilanciare gli equilibri contrastanti, attraverso un’asettica opera di ingegneria politica pianificata a tavolino. Con scarso esito bisogna aggiungere, dato che da subito le diversità culturali sono implose, trasformando le rivalità interne in una serie di devastanti lotte intestine che ne stanno lacerando il tessuto interno. Un partito senza più radici sociali, senza storia perché senza un passato condiviso, senza ideali perchè privo di valori definiti che siano comunemente accettati e riconosciuti come tali, è un partito senza futuro. Nel Partito Democratico è ormai in corso una lotta di sopravvivenza, all’ombra di un cupio dissolvi che sconcerta e disgusta. Uno scontro che corrode le labili fondamenta in una emorragia di voti, fino al verminaio napoletano che, come una fogna scoperchiata, rischia di risucchiare tra i liquami ciò che resta del PD campano.

Non chiedete a Walter Veltroni una presa di posizione netta, perché questo significherebbe scontentare qualcuno… E Walter è uomo che aborre il conflitto in ogni sua forma, tanto insopportabile è la tensione che suscita in lui. Perché un agnello resta tale anche se travestito da leone. È nella sua natura.

Non pretendete da lui una linea definita. Non ci sono confini invalicabili: tutto è negoziabile, discutibile, allargabile…

È il “Modello Roma”: Inclusione tramite Cooptazione. Il superamento del dissenso attraverso la gestione compartecipata del potere. Un sistema cosolidato dove istanze e divergenze critiche rimbalzano sui muri di gomma di un’apparente accondiscendenza, affondano nella melassa buonista e lì soffocano sotto la patina caramellata di ipocrisie zuccherose.

Un modello che si è rivelato fallimentare su scala nazionale, come nella stessa Capitale.

Ma non si può dire, perché il buon Walter mica ha capito di aver perso le elezioni e persiste nel metodo, illudendosi forse che ciò possa supplire al sostanziale vuoto programmatico ed al collasso strutturale della sua creazione.

Il Partito democratico assomiglia sempre più ad un regno feudale. Un centro direzionale debole, se non addirittura impotente. Sostanzialmente autoreferenziale, ma incapace di intervenire alla sua periferia. Un regno devastato dalla Guerra dei Baroni scatenata al suo interno dai singoli vassalli, preoccupati unicamente di consolidare i propri feudi politici, al fine di assicurarsi una rendita personale ritagliata a misura di clientela.

Una delusione palpabile, amara, e sempre più diffusa tra coloro che pure avevano creduto (non certo chi scrive) al ‘grande progetto riformista’. Impietoso è il ritratto che del PD traccia Antonello Caporale, una delle penne più brillanti de La Repubblica (il quotidiano che più di ogni altro aveva appoggiato la ‘svolta’ veltroniana):

   “Cosa dire del Partito Democratico? Una formazione politica nemmeno nata e già parsa stecchita. Notabili in ogni luogo d’Italia, gruppi di potere contrapposti, legati da un solido astio, guidati da una disistima che avanza pubblicamente. Ognuno per sé. Qui la Margherita, lì i diessini. E a pioggia, innumerevoli sottocorrenti e capibastone. Ciascuno con la sua lingua ed i suoi interessi, le proprie relazioni e le proprie fondazioni.

Non un’idea, non un disegno politico che si scorga e nemmeno una classe dirigente che abbia la minima voglia di rifondarsi. Cambia lo spettacolo, ma è sempre la stessa compagnia di teatro a metterlo in scena. La vita scorre alla giornata, ciascuno col suo mucchietto di potere residuo, intento a difenderlo ad oltranza. Illuminante e in qualche modo penosa la via che, per esempio, Antonio Bassolino ha scelto per custodire quel po’ di potere ancora in suo possesso. Deriso dall’Italia, crocifisso e persino ripudiato dai suoi compagni per le responsabilità connesse alla dissennata gestione dei rifiuti, ha deciso di accucciarsi all’ombra di Silvio Berlusconi. Farsi trasportare dal suo fiume verso il traguardo finale: ancora una volta un seggio. Quello, oggi si dice, di parlamentare europeo. E tutti gli altri? Cosa fanno gli altri, dove sono, cosa dicono? Boh! Il partito democratico ha così tante voci che si ha netta la percezione della sua incapacità di muoversi verso una qualunque posizione unitaria. Ritorno al nucleare? Chi dice sì e chi di no. Eutanasia? Giusta morte? Chi dice sì e chi di no. Dialogo sulle riforme? Chi dice sì e chi di no. Politica della fermezza o spinta dell’integrazione degli immigrati? Nelle città d’Italia i sindaci del PD bastonano gli extracomunitari, nel Parlamento i rappresentati del PD li difendono.

(…) Non esiste una questione dove l’opposizione opponga un comune sentire. Non è giustizialista ne dialogante. Né sembra di sinistra e nemmeno compiutamente riformista. Non clericale ma ancora lontana dall’essere pienamente e convintamente laica. Moderata? E cosa significa essere moderati?

Cos’è la moderazione oggi? Una delle connotazioni peculiari della mediocrità è la sorprendente capacità di adattamento. Il mediocre non ha particolari istanze ideologiche a cui aderire, non si immette in alcuna grande narrazione. Non ha slanci dottrinali. È un camaleonte pronto ad indossare il costume che meglio si adatti alla scena.

La parola chiave, moderazione, è trasmessa sempre più spesso, anzi nascosta nel termine ‘riformista’. Nessuna opinione netta, piuttosto massima flessibilità. Anthony Giddens teorizzava magistralmente la necessità di un nuovo corso storico, la terza via, l’alternativa possibile; il moderato invece dispone di un ben più ampio ventaglio di possibilità. In esso il pensiero debole, il sistema filosofico legato alla postmodernità, raggiunge livelli parossistici degenerando nell’assoluta liquidità di posizioni. La pluralità è assurta a dogma. Il moderato si adatta al mutamento incessante delle condizioni; il suo è un pensiero essenzialmente morbido. È in questo humus che nasce il sublime concetto di cerchiobottismo. Un colpetto al cerchio e uno alla botte. Senza inimicarsi alcuno, restando in un’aurea posizione intermedia. Moderazione significa totale disponibilità ad abbeverarsi dall’una e dall’altra fonte, senza remore, senza pregiudizi. Il moderato sveste una casacca per indossarne un’altra senza pudori di sorta. Nessun tabù, solo realpolitik.

   [Antonello Caporale. “MEDIOCRI I potenti dell’Italia immobile(pagg.58-60). Baldini Castoldi Dalai editore. Milano, 2008]