Archivio per Diritto

Hic sunt leopoldi

Posted in Masters of Universe with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 28 ottobre 2014 by Sendivogius

ZEE Cast by Alexiuss - Longing

«Avere un nemico è importante non solo per definire la nostra identità, ma anche per procurarci un ostacolo rispetto al quale misurare il nostro sistema di valori e mostrare, nell’affrontarlo, il valore nostro

 Umberto Eco
“Costruire il nemico”
(15/05/2008)

Giulio Andreotti Il Divo Giulio, che della materia se ne intendeva, era solito dire il potere logora chi non ce l’ha. E possiamo soltanto immaginare i tormenti del Giovane Renzi, fintanto che non ha potuto ottenere l’agognato giocattolo e ritagliarsi un corona di carta stagnola.
RenzusconiArrogante, indisponente, sferzante.. il Bambino Matteo mostra finalmente il suo vero volto, senza più finzioni. Adesso che ha ultimato la muta e raggiunto la maggior età, manovra saldamente il bastone del potere, rivelandosi per ciò che in fondo è sempre stato… Un capriccioso caudillo peronista col gusto del comando e ambizioni sconfinate, che per puntellare un potere personalistico quanto mai precario ha bisogno di inventare ogni giorno dei nemici, contro i quali convogliare le proprie inadeguatezze. E pazienza se li sceglie tutti a “sinistra”, con alleanze spostate interamente a “destra”, mostrando un furore ideologico che va ben oltre la Thatcher, ed esibendo un disprezzo sconosciuto persino all’Amicone di Arcore nei suoi tempi migliori.
Gianni e Pinotto (EDOARDO BARALDI)Per intenderci, è quello che, ad eccezione del padronato di Confindustria con cui la sintonia invece è totale, non tratta con le parti sociali (che al massimo possono essere convocate per prendere ordini dai suoi tirapiedi senza delega), perché prima devono farsi eleggere in parlamento. Esattamente come ha fatto Matteo Renzi e la sua cricca di speculatori.
E questo perché le leggi si fanno in parlamento, non nei tavoli per le trattative.
Peccato che poi, ridotto il Senato ad un simulacro di non eletti, il Parlamento rimanga più che altro aperto pro forma, dal momento che al suo interno tra voti di fiducia, deleghe in bianco al governo, e contingentamento dei tempi di discussione in aula tramite l’abuso della “ghigliottina” (più pratico mettere bavagli che tagliar teste), ormai non si parla né si discute più di nulla. In compenso, si ubbidisce a tutto ciò che un Presidente del Consiglio, rigorosamente non eletto, impone in ‘agenda’ (la sua), ricorrendo ai servigi di una corte di nominati in null’altro scelti se non per fedeltà e dipendenza diretta con le sorti del Capo, a cui sono indissolubilmente legati.
Alla “Leopolda”, più che una stella è nato un ducetto. Di quelli piccoli piccoli, come i borghesi dei quali si circonda, per puntellare il culto della sua egocrazia personalistica.
The-Walking-Dead-Companion-TV-Show-Series-AnnouncedEd è morto un partito, imbarazzante come le sue iniziali in richiamo della bestemmia che è stato, per lasciare il posto al “partito della nazione”, a vocazione più egemonica che maggioritaria; coi suoi ras e le sue squadre di chierichetti d’assalto, transumati dalle stalle della provincia fiorentina alla greppia del potere romano, confermando un vecchio aforisma:

“Nessun partito politico è di sinistra dopo che ha assunto il potere.”
Guido Morselli
“Diario”
Adelphi (1988)

In quanto ai partiti della nazione, che nei casi più deleteri hanno l’inclinazione a degenerare in “partiti unici”, i precedenti non mancano e non sono dei migliori…
BalillaSinceramente non se ne sentiva la mancanza. Ma agli italiani piacciono. Che si tratti di una camicia nera, un distintivo cloisonne appuntato sul bavero, un tavolo prenotato negli scantinati della stazione di Firenze… li fa sentire importanti, alimenta in loro la presunzione di appartenere alla “razza padrona”. O quantomeno dona l’illusione di farsela amica, che poi sistemiamo tutto la famiglia!
Non esiste corte senza servi, né padrone senza cortigiani. E il machiavellismo del piccolo principe fiornentino non fa eccezione.
Il partito della nazione vive di assoluti e aspira alla totalità. Di riflesso, non ama la diversità; semmai la tollera, fintanto che è funzionale a mantenere l’illusione della pluralità al suo interno, purché le voci critiche siano anche impotenti e pronte ad allinearsi all’occorrenza.
I corpi sociali e le rappresentanze intermedie sono superflue. Se indipendenti, costituiscono un problema. E vengono vissute come un inutile impaccio, quando non speculari alla rappresentazione del potere ed alla costruzione del consenso nel e per il “partito” che si è fatto “nazione”; o meglio: a puntello del comitato d’affari che ne dirige il corso.
A maggior ragione, per tastare il polso della nazione basta un Capo, meglio se carismatico, che come gli antichi re taumaturghi instaura un rapporto diretto coi suoi sudditi, tramite il tocco salvifico della sua autorità.
renzi-berlusconi - opera di EDOARDO BARALDIOvviamente tutto il suo potere discende dal “popolo”, che non potendo essere consultato nella sua interezza può esprimersi solo attraverso il lavacro catartico delle elezioni, strutturate alla stregua di un plebiscito. Le votazioni sono concepite come ordalia elettorale a giustificazione trascendente di un esercizio personalizzato del potere, sempre più svincolato rispetto al primato della legge, o alla stessa architettura costituzionale da distruggere tassello dopo tassello con furia iconoclasta.
art 138In assenza di un consenso totale, ci si accontenta della maggioranza relativa, mistificata in investitura assoluta: 11 milioni di voti alle elezioni europee (Water Veltroni ne prese 13 milioni alle “politiche”. E perse), su una nazione di 60 milioni di abitanti, possono bastare.
In fondo, si tratta di un passaggio di consegne: la “sovranità del popolo” viene ceduta per delega (basta una crocetta su una scheda) a legittimazione di un potere esclusivo, accentrato nelle mani del nuovo sovrano, che lo esercita nelle forme che ritiene opportune, in deroga alle norme stesse e nella pretesa delle sue prerogative regali.
Spacciata per modernità al passo coi tempi di un mondo globalizzato, è in realtà una formula di potere antichissima; nelle sue varianti la si è chiamata oclocrazia, cesarismo (la definizione più appropriata), bonapartismo… ma tutte discendono da una medesima matrice: il feudalesimo.
Lo si può digitalizzare strusciando le dita unte sul display di un i-phone, cinguettando banalità via twitter e aggiornando il profilo facebook con la velocità di una connessione wi-fi, ma il risultato non cambia.
SELFIE-MAN (1)Col superamento dello “spirito delle leggi”, viene meno la divisione dei poteri e dunque dello “stato di diritto”. Semplicemente ci troviamo di fronte ad ‘altro’. Ma in fondo parliamo di Montesquieu: uno che per scrivere usava una piuma d’oca, attingendo l’inchiostro da un calamaio, facendosi luce con una candela di sego. E se si doveva fare un selfie, al massimo chiamava un ritrattista specializzato in bozzetti a carboncino su foglio di pergamena!
Altro che gettone telefonico e rullini fotografici!!

Homepage

Annunci

REPETUNDAE

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 6 giugno 2014 by Sendivogius

Rome HBO

«Lo sa come ci si fa strada qui? Brillando per genio o per capacità di corruzione. Bisogna penetrare in questa massa di uomini come una palla da cannone o insinuarvisi come la peste. L’onestà non serve a niente. Ci si piega al potere del genio, lo si odia, si cerca di calunniarlo perché prende senza condividere; ma ci si piega se persiste. In poche parole, lo si adora quando non si è potuto seppellirlo nel fango. La corruzione domina, il talento è raro. La corruzione è quindi l’arma della mediocrità che abbonda, e ovunque ne sentirà la punta acuminata.»

  Honoré de Balzac
“Papà Goriot”
(1834)

Scempio Si fa presto a parlare di “questione morale”. Con buona pace di Enrico Berlinguer, la corruzione non costituisce una anomalia strutturale in seno alle istituzioni democratiche, con l’occupazione dello Stato da parte dei partiti governativi. O, quanto meno, così non è più…
Se un tempo ormai remoto erano i ‘partiti’ a condizionare le cosiddette “realtà produttive”, nell’autofinanziamento delle proprie correnti interne e nel consolidamento delle rispettive cosche elettorali, oggi è il mondo degli affari e dell’imprenditoria ad usare la ‘politica’ come un tram per aggirare leggi e vincoli normativi, in nome di un turbo-capitalismo restituito alla sua naturale vocazione predatoria. La denuncia berlingueriana presupponeva, a suo modo, l’esistenza di un “primato della politica”, per quanto distorto e corrotto nella degenerazione dei partiti intesi come sistema di potere e di controllo, incistato sulle camarille clientelari di potentati locali per la gestione del consenso su scala nazionale, con forme organizzate di finanziamento illecito.
Mose 2Attualmente, il ‘referente politico’ appare più che altro come uno spudorato scroccone che si mette a disposizione, in posizione del tutto subalterna, lucrando prebende e favori da spendere a proprio uso e consumo esclusivo. Sottratto alla dimensione squallidamente parassitaria dei suoi protagonisti, a livello politico (e partitico), il vantaggio è minimo se non inesistente. Tant’è che oggi il fenomeno criminogeno ha una struttura sistemica assolutamente radicata nei poteri stessi dello Stato, inteso come tutore organizzato di interessi particolarissimi per consolidati intrecci criminali.
mose 3Dinanzi all’affondamento della Laguna, travolta dalla marea montante degli scandali; di fronte all’immensa greppia costruita attorno all’Expo milanese, alle rapine finanziarie che hanno coinvolto non da ultimi i vertici della Banca Carige, è difficile infatti parlare (solo) di corruzione dei partiti politici, intesi “come macchine di potere e di clientela”, quando il marcio si estende all’intero apparato istituzionale della macchina statale, sedimentata sotto gli strati di melma di una corruzione endemica, che si alimenta di funzionari pubblici, magistrati contabili, imprenditori, procacciatori d’affari e intermediatori, imprenditori, banchieri che perseguono un unico fine: arricchirsi. E farlo a spese pubbliche, usando le proprie cariche come leva di potere finalizzata al profitto personale (a tal punto da mettere in conto persino le spese per la carta igenica!).
MoseTutto è funzionale alla crapula: istituzionalizzata, depenalizzata, tollerata.. nella prosecuzione degli ‘affari’ con altri mezzi (illeciti), sull’onda lunga della cleptocrazia berlusconiana. Tanto da rasentare la norma, mentre l’eccezione è proprio l’aspetto (im)propriamente ‘morale’, che risulta comunque flessibile, asimmetrico, relativizzato a seconda dell’uso strumentale che se ne fa, nella furia iconoclasta e massimamente effimera del fustigatore di turno, tra i fumi di ritorno della peggior demagogia populista.
GiarrussoPer gusto estremo del paradosso, e tendendo ben presenti le doverose distinzioni, Si potrebbe quasi dire che la corruzione sia il metro di misura delle civiltà complesse…
Il livello di malversazioni, dei pubblici ladrocini e corruttele diffuse, nella sua strutturazione fisiologia in un sistema di corruzione collaudato, quanto persistente nella sua immanenza quasi metafisica fusa con l’apparato amministrativo, la realtà italiana ha forse pochi uguali nell’ambito delle democrazia europee, tanto da costituire il paradigma del nostro declino, ma presenta sconcertanti analogie con la tarda Respublica romana
CatoInsita nella realtà politica del mondo antico, la corruzione è strutturale all’economia di rapina che ne contraddistingue l’amministrazione statale e gli ambiti ‘produttivi’, caratterizzati dal saccheggio indiscriminato e lo sfruttamento selvaggio della manodopera, insieme all’incapacità di distinguere il patrimonio privato dall’appropriazione indebita dei beni comuni.
Spartacus Se ogni carica pubblica costituiva infatti un’occasione di illecito arricchimento, era pratica consolidata dei funzionari della repubblica (elettivi) compensare le spese della campagna elettorale, con una congrua cresta a carico dell’erario, che nella fattispecie si esplicava in un ladrocinio istituzionalizzato.
senatoPer porre un freno alle malversazioni ed alle rapine dei funzionari romani ai danni delle popolazioni amministrate, di malavoglia e sotto la spinta dei provinciali derubati, intorno alla metà del II° secolo a.C., la Respublica finì con l’istituire una serie di tribunali permanenti (quaestiones perpetuae), con lo specifico scopo di perseguire i reati di corruzione. E ne esistevano tanti quante erano le fattispecie di reato ascrivibili alle pubbliche funzioni.
Ad esempio, la quaestio de ambitu sanzionava gli illeciti inerenti la gestione della propaganda elettorale: dalla compravendita dei voti al ricorso ai brogli, che erano una pratica comune e universalmente diffusa nelle campagne elettorali.
La quaestio de peculato, come suggerisce il nome stesso, si occupava dei reati di peculato: dall’appropriazione illecita, alla concussione, alle frodi fiscali.
Rome (HBO)Le numerose Leges de pecuniis repetundis (per la restituzione del maltolto), che istituivano la quaestio repetundae, non si configuravano tanto come un provvedimento dettato dalla volontà di ripristinare la legalità violata e la repressione del crimen repetundarum, ma rientravano nell’ordinaria lotta politica, che a Roma opponeva la fazione degli Optimates a quella dei Populares, e costituivano un mero strumento di pressione per la conquista del potere.
Rome - SenatoSolitamente, era il mezzo con cui il ceto emergente dei populares cercava di scardinare lo strapotere della vecchia aristocrazia senatoria (optimates) dalla quale provenivano in massima parte i governatori provinciali ed i più importanti funzionari pubblici, avocando a sé la gestione dei procedimenti penali per corruzione, con processi che difficilmente addivenivano ad una sentenza definitiva, ma quasi sempre si concludevano con la fuga del reo in volontario esilio, per sfuggire alla condanna. E conseguente allontanamento (provvisorio) dall’agone politico.
Che poi il giudizio delle corti fosse affidato alla classe degli equites (“cavalieri”): avidi mercanti senza scrupoli, ai quali veniva pure data in appalto la riscossione delle imposte che erano soliti ricaricare illegalmente, trasformando l’esazione in una estorsione, era aspetto assolutamente irrilevante.
publicaniIl crimen repetundarum poteva essere “coactum”, ovvero tramite intimidazione e violenza, “conciliatum”, ovvero attuato tramite lusinghe e promesse; “avorsum”, l’appropriazione indebita di fondi destinati all’erario.
E in questo la legge romana non era molto dissimile all’attuale giurisprudenza che distingue la concussione per induzione da quella per costrizione. Se non fosse che l’originale latino era di gran lunga più severo nell’erogazione delle pene, più rapido nelle procedure di giudizio, e persino meglio strutturato dal punto di vista giuridico.
Tra i grandi ‘moralisti’ dell’epoca vale invece la pena di ricordare l’integerrimo Catone che, come advocatus e patronus dei provinciali iberici venuti a Roma (siamo nel 171 a.C.) per denunciare le ruberie del governatore locale, fece di tutto per insabbiare il processo affinché non venissero chiamati a rispondere in giudizio i nobiles ac potentes.

Fama erat prohibere a patronis nobiles ac potentes compellare

Tito Livio
(XLIII, 2)

Senatus E soprattutto Marco Tullio Cicerone che si costruì una reputazione come implacabile accusatore del governatore siciliano Verre, salvo divenire poi uno dei più fanatici difensori dell’oligarchia senatoria (e delle sue ruberie), dopo esserne entrato a far parte per cooptazione.
Ad ogni modo, il processo per la restituzione della pecunia capta fu il primo procedimento penalmente strutturato contro i fenomeni di pubblica corruzione e le pratiche di concussione. Funzionò? No, altrimenti non staremmo qui a parlare dei medesimi problemi, sotto altra forma per identica sostanza, dopo quasi duemila anni.

MATTEO RENZI

P.S. Il Bambino Matteo, il cui recente successo elettorale deve avergli conferito l’inopinata convinzione di essere diventato Augusto imperatore, con l’ennesimo slancio pallonaro che lo contraddistingue ha annunciato indignato:

«Fosse per me i politici corrotti li condannerei per alto tradimento. Chi viene condannato per queste cose non dovrebbe tornare a occuparsi della cosa pubblica, ecco il perchè della mia proposta di ‘Daspo istituzionale’

  (05/06/14)

Sarà per questo che con quelli già condannati in via definitiva, con sentenza passata in giudicato e interdetti dai pubblici uffici, ci fa le “riforme” (a partire da quella della Giustizia) e ci riscrive insieme pure la Carta costituzionale!
Cetto La QualunqueProbabilmente, tra i provvedimenti urgenti sarebbe assai più utile la stesura di un vero ddl anti-corruzione che preveda, tra le molte cose, il ripristino del falso in bilancio, norme più stringenti sulla concussione, insieme ad una legislazione più severa contro il riciclaggio di capitali illeciti, oltre all’allungamento dei tempi di prescrizione per i processi.
Certo è un po’ difficile mettere in agenda simili priorità, specialmente quando ad affiancare l’evanescente guardasigilli Orlando ci sono due nomi che costituiscono una garanzia (per lo statista ai servizi sociali):
Enrico Costa Enrico Costa, viceministro alla Giustizia nel Governo Renzi; già relatore per conto del Governo Berlusconi (il pregiudicato interdetto e a processo per sfruttamento della prostituzione minorile) del Lodo Alfano, che bloccava i processi giudiziari nei confronti delle quattro più alte cariche dello Stato. Lodo regolarmente firmato dal Presidente Napolitano e quindi abrogato dalla Corte Costituzionale per manifesta incostituzionalità. Ma all’avvocato Costa si deve anche la stesura del “legittimo impedimento” che prevedeva la sospensione dei processi giudiziari a carico dell’allora Presidente del Consiglio (Silvio Berlusconi) e ministri, fintanto che avessero mantenuto la carica elettiva. Tra le iniziative legislative dell’onorevole Costa vale la pena ricordare anche l’istituzione del “processo breve”, l’introduzione della responsabilità civile dei magistrati, la rivisitazione al ribasso dei tempi di prescrizione della Legge ex-Cirielli, la sottoscrizione della cosiddetta Legge Bavaglio contro la libertà di informazione, e la partecipazione a quasi tutte le leggi ad personam che hanno nei fatti paralizzato la giustizia penale in Italia.
Cosimo Ferri   Cosimo Ferri, sottosegretario alla Giustizia prima con Letta (nipote) e poi (in nome del cambiamento) riconfermato da Renzi. Il sottosegretario Ferri è il tipico magistrato politicizzato che piace al Papi (e non solo). È il grande regista sotterraneo della guerra interna scatenata dal viceprocuratore Alfredo Robledo contro i magistrati della Procura di Miliano. Mai indagato, il suo nome compare però nelle intercettazioni ambientali sull’inchiesta legata alla vicenda P3 ed alle pressioni esercitate sull’Agcom di Innocenzi [QUI], per bloccare le trasmissioni che parlavano dell’inchiesta sui fondi neri Mediaset.
A chiudere la trattativa in gran bellezza, basti ricordare che Angelino Alfano (quello dell’omonimo Lodo) è vicepremier nel Governo Renzi.

Matteo Renzi pupazzo

  PER ULTERIORI LETTURE:

Altan QUI, dove si parla di Andrea Orlando non ancora ministro, e ancor meno turbato, quando parlava di rivedere l’obbligatorietà dell’azione penale, perché anche all’opposizione il PD rimane un “partito serio e responsabile”.

QUI, dove si parla di mostri giuridici, leggi in deroga e poteri speciali e Grandi Opere e maga-appalti sui viali dorati dell’emergenza perenne.

QUI, dove si accenna al “Consorzio Venezia Nuova” di Giovanni Mazzacurati, ai primi arresti, ad ai sospettabilissimi amici di una disciolta Fondazione…
Matteo stai sereno!

Homepage

Il Tribunale del Popolo

Posted in A volte ritornano, Masters of Universe with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 23 Mag 2014 by Sendivogius

Cthulhu's constitution

Rimestare nelle parole del noto “capo politico”, alla vana ricerca di una qualche coerenza logica nei conati rabbiosi che va vomitando in giro per le piazze, equivale a filtrare i liquami di una latrina, pensando di poterne ricavare qualcosa di commestibile.
Crazies_1-sheetmech_121509.indd  Tanto che nell’impossibilità di cogliere un’idea pressoché minima nei rigurgiti acidi di tormenti gastrici, è molto più facile scorgere le analogie totalitaristeggianti, tra l’accozzaglia dei richiami più infelici, contenuti nelle inferenze cognitive del metapensiero ensifero.
28 days later Nella condensazione gassosa di reflussi intestinali, col suo universo caotico di suggestioni, deliri e provocazioni, nei quali si articola la neo-lingua e che alimenta le frustrazioni malate dei nuovi Enragés digitali, spazio e decenza si annullano in un vuoto pneumatico che non conosce Ducettofondo né limite alcuno. Ci si interroga piuttosto su quale sia il livello di intorpidimento delle coscienze, la soglia di tolleranza civile di una società imbelle ed inetta, dinanzi ad una parodia macchiettistica, oltre Hitler, che ama esibirsi in pose ducesche, con effetto farsesco da cialtrone qual’è, nell’immanenza del buffone travestito da dittatore. E ci si chiede cos’altro debba defecare ancora il vaporoso merdone dai capelli cotonati, mentre discetta tranquillamente di prigioni politiche per i nemici della setta, con tanto di modellino carcerario al seguito, Inquisitiopromettendo processi speciali e “tribunali del popolo”, stilando senza sosta liste di proscrizione, per destare un qualche minimo sussulto in una democrazia profondamente malata. E lo fa, come se fosse la cosa più normale del mondo. Per la bisogna, è pronta anche la scelta X Massull’ubicazione del nuovo campo di concentramento: la Fortezza di Lerici, antica prigione medioevale per la ricostituita inquisizione pentastellata, e già sede delle flottiglie repubblichine della Decima Mas.
rogo (1)  Generalmente, i “tribunali del popolo” stanno al Diritto come la merda sta alla cioccolata. Allo stesso modo, ogni volta che una banda di psicopatici rabbiosi si riempie le fauci di “popolo”, ne bestemmia anche il nome; finendo in genere per sputare fuori brandelli sanguinolenti di una società dilaniata, nella preservazione proprio di quello stesso “regime” che tanto si vorrebbe ‘abbattere’.
infectionIn Italia, l’ultimo politico di rilievo ad essere rinchiuso in una “prigione popolare” e venire processato da un “tribunale del popolo” è stato Aldo Moro. E non è andata proprio benissimo…

Aldo Moro  «Aldo Moro, che oggi deve rispondere davanti ad un Tribunale del Popolo, è perfettamente consapevole di essere il più alto gerarca di questo regime, di essere il responsabile al più alto livello delle politiche antiproletarie che l’egemonia imperialista ha imposto nel nostro paese, della repressione delle forze produttive, delle condizioni di sfruttamento dei lavoratori, dell’emarginazione e miseria di intere fasce di proletariato, della disoccupazione, della controrivoluzione armata scatenata dalla DC; e sa che su tutto questo il proletariato non ha dubbi, che si è chiarito le idee guardando lui e il suo partito nei trent’anni in cui è al potere, e che il tribunale del Popolo saprà tenerlo in debito conto

 Brigate Rosse
Comunicato n.3
(29/03/1978)

Tuttavia, per le tipologie di riferimento care agli ensiferi, un modello particolarmente riuscito di tribunale popolare è stato il Volksgerichtshof, le cui fortune vanno sicuramente oltre Hitler anche se l’ambito di ispirazione ideale è sempre quello.
Volksgerichtshof  (1)Con la singolare proposta declamata dall’aspirante e panzuto führer a 5 stelle, il caro vecchio Volksgerichtshof condivide la rapidità di giudizio e la discrezionalità probatoria in ambito di istruttoria; l’inappellabilità delle sentenze; la colpevolezza fino a prova contraria; collegi giudicanti tutti interni al partito/movimento.

Volksgerichtshof

Marco TravaglioMa al contrario del progetto pentastellato, seppur ridotto ad un vuoto simulacro formale, nonostante tutto, il Volkgerichtshof contemplava la parvenza di un collegio difensivo. Cosa che invece è del tutto esclusa dal diritto riformato a cogestione ensifera, secondo il nuovo corso di procedura penale a firma Grillo-Travaglio, dove la sentenza è funzionale alla condanna e mai viceversa.

“Ci saranno le liste, le prove e i testimoni di accusa come in processo. Per ogni persona ci sarà un cittadino che articolerà i capi di accusa.”

Quello che mancherà è invece il basilare diritto alla difesa. Trattasi infatti di un intollerabile residuato castale, sostituito in compenso da un’inflazione di aspiranti carnefici.

“Alla fine gli iscritti certificati al M5S potranno votare per la colpevolezza o l’innocenza”

Praticamente, abbiamo in un sol mazzo giudice, giuria, e carnefice, come nelle migliori distopie totalitarie.

“Il processo durerà il tempo necessario, almeno un anno. Le liste saranno rese pubbliche quanto prima e l’ordine in cui saranno processati gli inquilini del castello sarà deciso in Rete.”

Franz KafkaIn questo caso, più ancora che “oltre Hitler”, siamo oltre Kafka nella commistione romanzata di un’allucinazione collettiva per un delirio condiviso. Il Processo si fonde con Il Castello; seguendo i bordi della follia, il surrealismo di kafkiano si fonde con Borges nella Biblioteca di Babele, mentre nelle cupe segrete del castello risuona inquietante il brusio di innumerevoli voci infantili: il popolo certificato con utenza autorizzata, chiamato ad esercitare la ‘giustizia’ (intesa come esecuzione pubblica) in nome e per conto del barbuto vendicatore a marchio registrato.
28Nel mondo malato di Gaia, tutto si riduce al capriccio dispotico del “capo politico”, che si fa uno e 100%, e che ovviamente ha sempre ragione…

Franz Kafka by Sasan  «Uno dei principi che regolano il lavoro della amministrazione è che non si deve mai contemplare la possibilità di uno sbaglio. Questo principio è giustificato dalla perfetta organizzazione dell’insieme, ed è necessario per ottenere la massima rapidità nel disbrigo delle pratiche […] Tutto è servizio di controllo. Certo non è fatto per scoprire errori nel senso grossolano della parola perchè errori non se ne commettono, e anche se ciò per eccezione accade…. chi può dire alla fin fine che sia un errore?»

  Franz Kafka
  “Il Castello”
  Mondadori (1979)

Ovviamente, se la difesa è interdetta, i testimoni sono tutti interni al moVimento e a carico dell’accusa, nel superamento delle più elementari nozioni alla base dello Stato di diritto.
Non male come parabola discendente, per il Paese che ha dato i natali a Cesare Beccaria!

Cesare Beccaria  «Egli è un punto considerabile in ogni buona legislazione il determinare esattamente la credibilità dei testimoni e le prove del reato.
[…] La credibilità dunque deve sminuirsi a proporzione dell’odio, o dell’amicizia, o delle strette relazioni che passano tra lui e il reo. Piú d’un testimonio è necessario, perché fintanto che uno asserisce e l’altro nega niente v’è di certo e prevale il diritto che ciascuno ha d’essere creduto innocente. La credibilità di un testimonio diviene tanto sensibilmente minore quanto piú cresce l’atrocità di un delitto o l’inverisimiglianza delle circostanze; tali sono per esempio la magia e le azioni gratuitamente crudeli. Egli è piú probabile che piú uomini mentiscano nella prima accusa, perché è piú facile che si combini in piú uomini o l’illusione dell’ignoranza o l’odio persecutore di quello che un uomo eserciti una potestà che Dio o non ha dato, o ha tolto ad ogni essere creato

  Cesare Beccaria
“Dei delitti e delle pene” (1764)

rogo ereticiMa in fin dei conti, l’idea del “processo popolare”, ancorché in ‘rete’, per il ludibrio di un’orda di boia virtuali ed il profitto della premiata ditta KKKCaseleggio & Co. con migliaia di click a ritorno pubblicitario, è in fondo l’ennesima variante (in versione pulita) del linciaggio: nascosto nell’anonimato del webbé, chiunque può indossare il suo immacolato cappuccio bianco e procedere al rito di purificazione.

Lawrence Beitler Lynching (Indiana, 1930)07/08/1930. Indiana (USA). Linciaggio di Thomas Shipp e Abram Smith, nella cittadina di Marion (foto di Lawrence Beitler).

Nella migliore delle ipotesi, è gogna elevata a sublime strumento di governo, mentre si rifà il filo alle mannaie.
Inquisizione - GoyaNessuna giustizia, nessuna ansia legalitaria, ma solo il furore forcaiolo di chi ha bisogno di teste mozzate da issare su una picca e poi correre per le strade, innalzando il suo macabro trofeo in un’orgia di sangue, per l’appagamento degli istinti animali della Setta. E se proprio non si trova colpa, la si inventa.

teste tagliate

«Ogni pena che non derivi dall’assoluta necessità, dice il grande Montesquieu, è tirannica; proposizione che si può rendere piú generale cosí: ogni atto di autorità di uomo a uomo che non derivi dall’assoluta necessità è tirannico.
[…] La prima conseguenza di questi principii è che le sole leggi possono decretar le pene su i delitti, e quest’autorità non può risedere che presso il legislatore, che rappresenta tutta la società unita per un contratto sociale

 Cesare Beccaria
“Dei delitti e delle pene” (1764)
Cap.II; “Diritto di punire”

Mimì e Cocò  Da Beccaria e Pietro Verri siamo passati ad energumeno che si crede Robespierre e travestito da Mastro Titta gioca con le figurine nel suo castello degli orrori in cartapesta, insieme al suo femmineo pennivendolo di fiducia coi piedi infilati nelle scarpe di Hébert.

Homepage

RIFORMATORIO

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 9 aprile 2014 by Sendivogius

Deviation'98 by Mike Deodato jr

Tempo addietro (era il 28/05/13), mentre si accingeva a patteggiare col Dipartimento di Giustizia statunitense la modica cifra di tredici miliardi di dollari, per aver provocato con le sue speculazioni finanziarie la più grave recessione ad impatto globale come non si vedeva dal 1929, l’ispirato management della JP Morgan Bank si preoccupava di stabilire in un accorato rapporto quali fossero le vere cause della crisi sociale ed economica in atto, con un occhio di riguardo alla realtà europea.
Con formidabile acume, gli analisti della “London Branch” individuarono nelle costituzioni anti-fasciste e nell’assetto parlamentare delle istituzioni democratiche la vera causa di tutti i problemi.
Ovviamente, le attività speculative della JP Morgan Chase ed il suo ruolo nella crisi europea, per tacere della raffica di multe da cui la banca di investimenti è stata investita per la violazione sistematica di ogni possibile legge sull’antiriciclaggio e sulla regolazione della transazioni, non costituiscono certo argomento di valutazione strategica.
Il lungimirante rapporto, tutto dedicato agli aggiustamenti necessari (secondo JP Morgan) nell’Area Euro, dedicano un occhio di riguardo alla condizione italiana, tanto da costituire un “test chiave” nella politica di svolta…

“The key test in the coming year [ovvero il 2014] will be in Italy, where the new government clearly has an opportunity to engage in meaningful political reform. But, in terms of the idea of a journey, the process of political reform has barely begun.”

E se ne comprende anche il perché, visto che tra il 2012 ed il 2013 la banca di investimenti ci ha infatti rimesso una decina di miliardi di dollari, mentre cercava in tutti i modi di determinare il default dell’Italia (peraltro in insospettabile compagnia).
Trovate le cause (Costituzione e parlamenti forti), bisognava dunque trovare la soluzione, che prontamente la banca individua in una impellente riforma del “burocrazia” (leggi: “revisione costituzionale”) e soprattutto nella “riforma della giustizia”.

“It is also about changing the bureaucracy and the judicial system”

Come pronosticato, il 2014 è arrivato: l’Italia ha un nuovo premier e con esso una nuova stagione riformista, all’insegna di un blairismo italianizzato con un tuffo nell’Arno. Il Tony Blair originale nel frattempo è diventato consulente della JP Morgan Chase, in qualità di senior advisor.
Doppia disgraziaCon l’irruenza di un Berlusconi ringiovanito (dopo essersi subito preoccupato, come primo atto, di riportare in vita l’originale) e la naturale propensione alla discussione che lo contraddistingue (“fatevene una ragione!”), insieme alla sua cucciolata di giovani democristiani in fuga dall’oratorio, il Bambino Matteo ha finalmente individuato gli scabrosi problemi che paralizzano il Paese, aprendo una sorta di fronte tutto personale contro:
Sindacati e massimamente contro la CGIL, che proprio si ostina a non apprezzare la nuova “riforma del lavoro” che istituzionalizza il precariato a vita.
Soprintendenze per i beni architettonici e paesaggistici; colpevoli di cercare di tutelare quello che ancora resta del nostro patrimonio artistico, e contro le quali Renzi ebbe un lungo contenzioso durante il suo mandato di sindaco (evidentemente il ragazzo è rancoroso e non dimentica).
Assemblee elettive; perché nominare i rappresentanti è molto meglio che farli eleggere. Per ora si comincia con Senato e Province, che non è “riduzione dei costi della politica” (per quelli bastava contenere emolumenti e diarie) ma riduzione del pluralismo, tramite l’eliminazione della rappresentatività elettorale.
Costituzionalisti; ma solo quelli che osano sollevare critiche sulla “riforma costituzionale” e che ovviamente sono tutti “vecchi”, “ka$ta”, “conservatori”, e ovviamente attaccati ai “privilegi”. Che è poi un metodo fascista per non entrare mai nel merito della critica, denigrando l’interlocutore e sfuggendo alla confutazione. Non per niente, le espressioni care alla retorica mussoliniana quando ci si riferiva al Senato era “gerontocomio” e “camera dei vecchioni”. Questo perché Matteo Renzi ha giurato sulla Costituzione, che sta facendo a pezzi con colpi di decreto e voti di fiducia, procedendo come un buldozer. Non per niente, come ama dire, mica “ho giurato su Zagrebelsky e Rodotà”: due notori delinquenti sovversivi. Infatti le riforme è molto meglio farle col Papi di Arcore, condannato all’interdizione dai pubblici uffici ed elevato a “padre costituente della Terza Repubblica” (che visti gli auspici sarà una merda peggiore delle prime due messe assieme).
SilvioneSembrava impossibile, ma finalmente anche la destra italiana ha trovato un vero leader dinamico ed europeo: Matteo Renzi.
Il Bambino MatteoPer il momento a giudicare dalle bozze in circolazione sull’impianto della riforma del Senato, il Bambino Matteo si accinge a superare la SavoiaCostituzione repubblicana per ritornare sostanzialmente allo “Statuto Albertino”, col suo Senato nominativo (e rigorosamente non elettivo) di membri designati dal Capo dello Stato (il Re) e informalmente dal Governo. Rigorosamente senza indennità. A tanto ci con-Duce il nuovo che avanza, con in cantiere il rilancio della figura del premier benedetto da nuovi e più cogenti poteri, con funzioni di governo adattate alle esigenze dei tempi…

“I ministri sono alle dipendenze del capo del Governo o Primo Ministro, il quale ne coordina e ne dirige l’azione. Il Primo Ministro è responsabile soltanto verso il Re. In tal modo il potere esecutivo ha l’autorità e la stabilità necessarie al governo di una grande nazione: esso non è più soggetto alle mutevoli volontà del Parlamento.”

L’illuminante esemplificazione è tratta da ilduce.net, a sottolineare la straordinaria modernità della ‘nuova’ riforma costituzionale in corso.
Trattasi di quello che un tempo, in riferimento ai sistemi monarchici, veniva chiamato governo costituzionale, nel senso che il potere esecutivo è rimesso nelle mani del sovrano che ne esercita le funzioni in presenza di uno Statuto, in contrapposizione ai governi parlamentari che rimettono la centralità dell’azione politica al potere legislativo.
Il giurista di mussolini Il 19/12/1925, Alfredo Rocco (apprezzatissimo da quel faro -spento- di democrazia che fu Montanelli!), insigne giurista e guardasigilli del Governo Mussolini a cui si deve la riforma del codice penale, in merito alle nuove attribuzioni e prerogative del Presidente del Consiglio, durante il varo di quelle che passeranno alla storia come le leggi fascistissime, ebbe a rassicurare i senatori più scettici:

«Questo disegno di legge non consacra il governo parlamentare nel senso stretto e tradizionale della parola, il governo cioè in cui la sovranità sia tutta quanta concentrata nella Camera elettiva, ma neanche il governo costituzionale puro, in cui il potere esecutivo sia tutto nelle mani del capo dello Stato, che l’esercita direttamente, con l’aiuto di ministri da lui liberamente scelti, salvo il controllo della Camera; e meno che mai un governo assoluto, in cui il sovrano concentra in sé tutti i poteri e li esercita senza controlli di sorta. Io non sono amico delle definizioni e credo pericolosissimo darne in questa materia. Non definirò pertanto il regime che uscirà dalla nuova legislazione fascista. È un tipo di governo creato dal nostro spirito, dalle nostre esigenze, dalla nostra pratica. Altri paesi l’imiteranno forse, perché la decadenza del regime parlamentare, come puro dominio della Camera elettiva, è un fenomeno generale in Europa

Alfredo Rocco: Scritti e discorsi politici (Vol.III). La formazione dello Stato fascista (1925-1934)”

Certo poi le cose presero ben altra piega… ma vuoi mettere!?! Le intenzioni erano così nobili.
Gaetano MoscaIn tale circostanza, con lucidità preveggente, un campione della conservazione come Gaetano Mosca, cogliendo appieno lo stravolgimento dell’intera architettura istituzionale che la “riforma” comportava, in riferimento al ruolo del Presidente del Consiglio e del Capo dello Stato (il Re), ebbe ad obiettare in aula:

«Finora il governo monarchico rappresentativo si è svolto in Europa secondo due tipi diversi; quello cosiddetto parlamentare e quello costituzionale.
Quale è la differenza capitale, fondamentale tra queste due forme? Nel governo parlamentare il gabinetto è collettivamente responsabile davanti al Parlamento e davanti al re, e, una volta perduta la fiducia del Parlamento, in generale, suole presentare le sue dimissioni.

Parlamento

Nel governo costituzionale invece basta che il capo del potere esecutivo abbia la fiducia del sovrano: se il capo del governo propone una legge e il Parlamento la respinge, la proposta non diventa legge, ma egli resta al governo lo stesso fino a quando gode la fiducia del capo dello Stato.
Ora, se oggi ci si dicesse chiaramente che al governo parlamentare viene surrogato il governo costituzionale, ammetto che si potrebbe discutere seriamente la proposta. Ma invece è detto espressamente nella relazione che accompagna il disegno di legge, che il capo del governo non corrisponde all’antico cancelliere germanico e che non resta perciò al potere finché piaccia al re di farcelo restare. Ed è detto pure che il capo dello Stato lo manterrà al potere finché quel complesso di forze economiche politiche e morali che lo hanno portato al governo non lo abbandonerà. Ora fino a quando questo complesso di forze economiche politiche e morali che sosteneva il gabinetto, e che qualche volta lo disfaceva, si manifestava coi voti del Parlamento, la cosa era chiara. Ma se questo complesso di forze non è più rappresentato dal Parlamento, allora si domanda da chi è rappresentato?
In fondo non si vuole accordare al re la libera scelta del suo governo e non si vuole che questa scelta sia influenzata dai voti del Parlamento. Tutto questo sarebbe un rebus indecifrabile se non si sapesse leggere attraverso le righe della relazione e del disegno di legge

Altri tempi… oppure no?!?

Homepage

Tanto rumore per nulla

Posted in A volte ritornano, Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 26 gennaio 2014 by Sendivogius

PERIODI - Remolo 2010

Ogni stagione riformatrice ha i suoi padri costituenti; ogni popolo ha i rappresentanti che si merita: in democrazia, fino a prova contraria, se li elegge da sé.
A scorrere la storia dell’Italia unitaria sembra di assistere ad unica interminabile crisi, prolungata nel tempo, intervallata da brevi intervalli e improvvise vampate, salvo assopirsi nella quiete delle paludi istituzionalizzate, frollando nelle sabbie mobili di un sostanziale immobilismo che viene chiamato “stabilità”.
Ciclicamente, per risolvere le ricadute di una crisi perenne, ci si illude che la soluzione risieda nella stesura di una nuova legge elettorale, come se questa potesse per magica intercessione supplire alle carenze di una classe dirigente inesistente e di una società non meno incivile dei suoi eletti, dando ad intendere che il problema siano i criteri di selezione e non l’infima qualità della materia umana a disposizione. In questa prospettiva, non c’è riforma elettorale che tenga.
A tal proposito, sarà ‘educativo’ notare come circa un secolo fa, mentre il Paese era alle prese con la sua ennesima crisi sistemica che si concluderà con l’avvento del fascismo (ad ogni problema concreto, gli italiani scelgono sempre la soluzione peggiore), la classe politica di allora si concentrò nella stesura di un diverso sistema di voto, sotto l’impulso fortissimo degli emergenti movimenti popolari di massa.
Nell’estate del 1919, dopo due anni e passa di tergiversazioni e continui rinvii, viene promulgata la nuova legge elettorale. Trovato l’accordo in Parlamento, bastano nove giorni per redigere e approvare il testo.
La legge elettorale italiana del 1919 prevedeva l’introduzione della rappresentanza proporzionale e dello scrutinio di lista, in sostituzione del sistema maggioritario su collegi uninominali fino ad allora in vigore. Per stabilire la distribuzione dei seggi veniva introdotto il cosiddetto “Metodo D’Hondt”, dal nome del costituzionalista belga Viktor D’Hondt, e venivano introdotte le preferenze multiple nel voto di lista.
È curioso notare che un sistema elettorale iper-proporzionalista e frammentario, che aveva in massima parte lo scopo di spezzare il monopolio politico della vecchia oligarchia del notabilato liberale incistato sul voto clientelare, fu massimamente sostenuta dall’allora premier Francesco Saverio Nitti, quale miglior sostegno al suo traballante governo.

F.S.Nitti«Fu Nitti a promuovere la riforma della legge elettorale politica nell’opinione pubblica, nei partiti e nel Parlamento. Il Presidente del Consiglio in persona, con i suoi reiterati interventi nelle istituzioni parlamentari e nelle riunioni politiche da lui convocate per mandare avanti il disegno di legge, divenne il garante dell’introduzione della proporzionale. Nitti pensava che dalla legge sarebbe nata poi una garanzia di stabilità per il suo governo, scommettendo sull’appoggio sia dei socialisti riformisti turatiani che dei popolari sturziani

  Serge Noiret
La legge elettorale del 1918-1919”
Meridiana, 1997

Ovviamente si sbagliava. E meno di un triennio dopo, con l’inaugurazione del nuovo corso politico, la legge elettorale veniva già considerata come superata e quindi sostituita con un nuovo sistema…

«L’accordo sulla proporzionale, che coinvolse molte forze politiche anche reticenti, come i giolittiani, fu tuttavia rimesso progressivamente in causa durante gli anni successivi e questo fino all’introduzione di una legge fondamentalmente diversa, come quella voluta da molti liberali, da alcuni cattolici e dai fascisti tra il 1922 e il 1923

In pratica si trattava della famigerata Legge Acerbo che, garantendo la vittoria del “listone”, spianò la strada all’instaurazione del regime fascista.
Manifesto dei Fasci Italiani di Combattimento pubblicato su Il Popolo d'Italia del 6 giugno 1919È interessante leggere le motivazioni che portarono alla stesura della legge del 1919. Per la bisogna, riportiamo l’analisi tracciata dal prof. Noiret nel 1997; a patto però di non perdere di vista il calendario, tanto da scambiare date e tempi e luoghi.
Il testo integrale lo trovate [QUI].

batman«La società civile post-unitaria si sentiva estranea non solo alla sfera politico-amministrativa gravante attorno ai ministeri romani ma anche ai governi ed alla classe politica nazionale e non partecipava se non episodicamente alle grandi scelte del paese. Molti hanno additato le restrittive leggi elettorali censitarie e capacitarie in uso fino al 1912 come una delle cause maggiori di questa estraneità, di questa incomprensione tra politica e società civile.
[…] Per la maggior parte della popolazione, il diritto al voto era comunemente un mezzo per ricevere o fare favori, per acquisire un credito: sulla scia dell’Ottocento si continuava a votare per ottenere qualche cosa come premio o remunerazione del voto e non perché si esercitasse un dovere civico che presumeva la partecipazione dei cittadini ad una scelta di politica e di programmi. Ancora una volta, nell’atto del voto si evidenziava la grande distanza, culturale e politica, tra la maggioranza della popolazione e lo Stato-Nazione, una distanza favorita dalle tipologie di stampo personalistico delle campagne elettorali uninominali.»

In quanto alle motivazioni che portarono la classe politica alla stesura della nuova legge elettorale, esse non andavano oltre i calcoli di bottega e le ambizioni personali, al soddisfacimento delle quali la legge era funzionale. 

two face«[…] In altri termini essi, riflettendo sui possibili benefici di alcuni particolari tecnici della legge, sviluppavano al contempo proprie strategie politiche. Ogni esponente della classe politica si attendeva qualche cosa dalla legge e spingeva verso una decisione vagliando l’impatto di tale o talaltro meccanismo sulla sua potenziale quota di potere parlamentare, influenzando così la struttura della legge.
[…] Le attese di cambiamento della forma di governo, con la quale si pensava di correggere le disfunzioni croniche del sistema politico dell’Italia liberale, erano legate al ruolo che alcuni intendevano dare, nel nuovo sistema politico, ai partiti strutturati e ai programmi elettorali che essi avrebbero proposto a tutta la Nazione. Si guardava alle organizzazioni di partito e alla proporzionale, che ne avrebbe favorito la crescita, come alla panacea che avrebbe fatto uscire l’Italia dalla corruzione politica e dalle disfunzioni patologiche del suo sistema di governo, colto senza maggioranze parlamentari chiare e definite all’alba di un sistema politico di massa.
Questa eredità negativa affondava le sue radici nel “connubio” che la riforma elettorale del 1882, malgrado le aspettative della Sinistra, non aveva saputo correggere. La proporzionale diventava così la soluzione per combattere il trasformismo che tutti ormai criticavano. Proprio come oggi la malattia del sistema politico è individuata nella cosiddetta partitocrazia e nella “colonizzazione” delle istituzioni da parte dei partiti politici, così nel 1919 il male da combattere era costituito dalla ristrettezza di rappresentanza del sistema uninominale e dalla mancanza dei partiti stessi. E mentre oggi si cerca col sistema uninominale di correggere i mali inflitti al sistema politico da quarant’anni di proporzionale, allora si riteneva che la soluzione sarebbe stata proprio l’istituzione di un sistema partitico, il solo capace di rompere la paralisi che soggiogava le volontà riformatrici di gran parte del paese tramite essa. Contro la società politica degli individui, ci si proponeva di favorire l’associazionismo politico in tutte le sue forme: nella società di massa nuove istituzioni rappresentative, essenzialmente partitiche, dovevano collegare i cittadini con i Governi

Serge Noiret
”La legge elettorale del 1918-1919”
Meridiana,1997

Oggi, a problematiche quasi invariate, si ritiene che la soluzione risieda nel suo esatto contrario per un medesimo prodotto. Peccato infatti che, pur invertendo l’ordine degli addendi, la somma non cambi.

Homepage

LA PALUDE

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 5 dicembre 2013 by Sendivogius

Dagobah

Non esaltare i più capaci
fa sì che il popolo non contenda,
non pregiare i beni che con difficoltà s’ottengono
fa sì che il popolo non diventi ladro,
non ostentare ciò che può desiderarsi
fa sì che il cuore del popolo non si turbi.
Per questo il governo del santo
svuota il cuore al popolo
e ne riempie il ventre,
ne infiacchisce il volere
e ne rafforza le ossa
sempre fa sì che non abbia scienza né brama
e che colui che sa non osi agire.
Poiché egli pratica il non agire
nulla v’è che non sia governato.”

 Lao Tzu – Tao Te Ching
 “Tenere tranquillo il popolo”

Lao Tsu La leggenda narra che tra il concepimento ed il parto del saggio Lao Tzu siano intercorsi non meno di otto anni, al termine dei quali il filosofo pensò bene di nascere già vecchio da un’ascella della madre.
I ‘saggi’ della Consulta hanno invece impiegato la bellezza del medesimo tempo, per partorire un giudizio di legittimità sulla famigerata legge elettorale, meglio conosciuta comeporcellum in omaggio al suo porcino relatore, scegliendo ben altro sfintere in più bassi e imbarazzanti pertugi per rilasciare così sofferta decisione. Non v’è dubbio che, se solo avessero potuto, avrebbero impiegato almeno altri 80 anni prima di addivenire a scomoda sentenza.
Dopo lungo tergiversare, il travagliato parto ha generato un monstrum giuridico che, di fatto, sposta le lancette dell’orologio a prima del 1992 ai bei tempi del CAF (Craxi-Andreotti-Forlani); stravolge l’impianto maggioritario della legge e ripristina un sistema proporzionale puro, condannando l’Italia alla palude dell’eterno compromesso al ribasso ed alla paralisi istituzionale, nell’impossibilità di costituire maggioranze certe. È un risultato che va oltre ogni più rosea aspettativa dei gruppuscoli centristi e neo-democristiani, che con un peso elettorale irrilevante si troveranno a condizionare ogni azione di governo, sancendo di fatto il passaggio dalla “dittatura della maggioranza” a quella della minoranza (anche la più infima).
yodaIn pratica, la Corte costituzionale ha bocciato parte dell’attuale legge elettorale, constatandone l’illegittimità (premio di maggioranza abnorme e liste bloccate). Al contempo (e per ovvie ragioni!) ha negato ogni effetto retroattivo della sua decisione, per un motivo semplicissimo e che naturalmente sfugge all’intelligenza ensifera dei pentastellati: dichiarare nulla l’intera norma, a partire dalla sua promulgazione, vorrebbe dire dichiarare illegittimo non solo l’attuale parlamento (inviso quanto si vuole ma democraticamente eletto), ma pure tutte le precedenti legislature degli ultimi otto anni. Questo vorrebbe dire che tutte le leggi, le normative, le ratifiche, le nomine in ambito pubblico e istituzionale effettuate in tale lasso di tempo risulterebbero NULLE. Parliamo dell’azzeramento di tutti (o quasi) gli organi di giustizia amministrativa e dello Stato: dai vertici delle Forze Armate alla Pubblica Sicurezza; dal Consiglio di Stato alla Corte Costituzionale; dal CSM alla Corte dei Conti, passando per le autorità indipendenti di controllo.
Cosa che creerebbe un vulnus legislativo e costituzionale, senza precedenti dai tempi forse della caduta dell’Impero romano d’Occidente.
TaifalesContemporaneamente però la Consulta sembra voler rigettare ogni “reviviscenza” normativa, ovvero il ritorno alla legge elettorale maggioritaria precedente (il c.d. mattarellum), conservando invece l’impianto proporzionalista e assolutamente paralizzante dell’attuale legge, data la composizione elettorale, lasciando l’iniziativa di ogni modifica o integrazione alle Camere attuali, peraltro incapaci di legiferare alcunché e comunque menomate dalla decisione della Consulta che di fatto mina implicitamente la loro legittimità.
Che il “porcellum” fosse inficiato fin dal principio da evidenti vizi di costituzionalità era cosa nota e risaputa, insieme alla scandalosa anomalia delle modalità che portarono alla sua indecente stesura, tanto da non richiedere tempi biblici per averne conferma.
Goffamente, la Corte costituzionale ne ha ritardato il più possibile la bocciatura, nella vana speranza che il parlamento provvedesse da sé a risolvere la questione, affidando la risoluzione ad un politicume impresentabile che del problema era origine e causa integrante.
Succede, quando si affida la stesura delle leggi dello Stato ad un leghista semianalfabeta del varesotto, con diploma da odontotecnico, che favoleggia la secessione di fantomatiche padanie e si diletta in riti celtico-pagani.
Ciampo La continua dilazione della Suprema Corte era necessaria soprattutto per non smerdare l’operato di un Presidente della Repubblica assolutamente inadeguato ed enormemente sopravvalutato. Parliamo di quel Carlo Azeglio Ciampi che, a poche settimane dalle elezioni politiche del 2006 e in totale sfregio dei risultati referendari, approvò senza colpo ferire la modifica della legge elettorale, promulgando un pateracchio palesemente incostituzionale e appositamente confezionato, per mutilare la vittoria dell’allora centrosinistra di Romano Prodi bloccandone l’esecutivo.

La nuova legge elettorale, subito definita a scanso di equivoci una “porcata” dal suo degno autore, costituiva in fondo l’ultima di una lunga serie di leges ad personam, frettolosamente approvate dal presidente Ciampi, senza battere il cespuglioso ciglio, come del resto era già avvenuto per tutti gli altri obbrobri legislativi presentati nel corso del suo nefasto settennato,
Forse, Carlo A. Ciampi non è stato il presidente peggiore, ma di certo resta il più pavido di tutta la storia repubblicana, che con la sua ignavia ha contribuito a puntellare l’anomalia berlusconiana, approvando qualsiasi porcata (lodi, prescrizioni brevi, il-legittimi impedimenti con suspicioni annesse..) gli sia stata sventolata sotto il suo istituzionale naso, insensibile all’olfatto e permeabile all’indecenza.
ScalfariOvviamente, il divinizzato Ciampi, non poteva non diventare il mito di quell’Eugenio Scalfari, che ha fatto del NAPO II la divinità ispiratrice dei suoi sermoni domenicali.
Sperare che il Parlamento in carica sia in grado di poter approntare una nuova legge elettorale, sciogliendo il nodo dell’attuale paralisi, è una vana e pia illusione. Il proporzionale puro, che scaturisce dalla decisione della Consulta, garantisce un potere di ricatto e di veto, praticamente illimitato, a qualsiasi Razzi in circolazione e qualunque insignificante formazione politica bivacchi tra Camera e Senato. Difficile credere che una pletora di mestieranti della politica possa bonificare l’imminente palude parlamentare, in cui si accingono a sguazzare ad libitum. Inutile Napoconfidare nel dilaniato partito bestemmia, che per non compromettere una “governabilità” impossibile ha depennato il provvedimento dalle urgenze in agenda: questa è gente che invece di modificare una legge costruita appositamente contro Prodi ed il suo centrosinistra, ha preferito trombare il proprio leader storico per costituire un governo di “larghe intese” con chi quella legge impose, tenendosi integra la “porcata”.
Non resta che attaccarci al TAO…

Laozi

Il Tao in eterno non agisce
e nulla v’è che non sia fatto.
Se principi e sovrani fossero capaci d’attenervisi,
le creature da sé si trasformerebbero.
Quelli che per trasformarle bramassero operare
io li acquieterei con la semplicità di quel che non ha nome
anch’esse non avrebbero brame,
quando non han brame stanno quiete
e il mondo da sé s’assesta.

 Lao Tzu – Tao Te Ching
 “Esercitare il governo”

Homepage

La terribile “Personalità Giuridica”

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 21 Mag 2013 by Sendivogius

Hokuto no Ken - Jagger

Istituzione fondamentale del Diritto privato, contemplata da oltre 2.000 anni nel Diritto romano, la “persona giuridica” è più antica della Divina Scuola di Hokuto e assai meno letale…
Fist of the North Star - KenshiroNon presuppone perversioni particolari, né inclinazioni psicotiche. Non prevede comportamenti devianti contrari alla morale ed al buoncostume. Non richiede cure mediche, né trattamenti clinici.
Spiegata in maniera molto semplice [QUI], affinché (si spera) persino gli ensiferi possano intendere:

Le persone giuridiche sono organizzazioni collettive, considerate come soggetti distinti dalle persone fisiche che le compongono ed esse stesse soggetti di diritto, dotate di capacità giuridica e titolari di diritti e doveri. Sono persone giuridiche le associazioni riconosciute, le fondazioni, i comitati riconosciuti, le società di capitali e gli enti pubblici.”

Detto in altri termini, con maggior pedanteria, direttamente dall’Enciclopedia Treccani:

La persona giuridica è quell’organismo unitario, caratterizzato da una pluralità di individui o da un complesso di beni, al quale viene riconosciuta dal diritto capacità di agire in vista di scopi leciti e determinati. Gli elementi costitutivi (o presupposti materiali) per l’esistenza della persona giuridica sono: una pluralità di persone, un patrimonio autonomo, uno scopo lecito e determinato per la realizzazione di interessi scientifici, artistici, commerciali, di beneficenza, ma i primi due elementi non concorrono necessariamente o comunque non si presentano ugualmente importanti: la pluralità di persone può in alcuni tipi di persone giuridiche presentarsi non in primo piano o mancare del tutto, mentre è essenziale in altri tipi di persone giuridiche (come le associazioni). La presenza di questi elementi normalmente deve desumersi dall’atto costitutivo della persona giuridica, nel quale trova manifestazione la volontà di coloro che gettano le basi dell’ente e dallo statuto della medesima.

Ma nella categoria possono essere annoverate pure tutte le “organizzazioni di persone”, che perseguano interessi pubblici ed abbiano una certa autonomia patrimoniale.
Attualmente i partiti politici (come anche i sindacati) non possiedono una personalità giuridica. Sono enti di fatto. E questo, specialmente in riferimento alla loro ingente disponibilità finanziaria ed immobiliare, insieme alla rilevanza della loro incisività decisionale e gestionale, è un male con effetti concreti sulla democrazia di un Paese e sullo stesso bilanciamento di potere.
chessboard wordpressIl problema era chiarissimo fin dagli albori della Repubblica italiana, tanto che i “padri costituenti”, e massimamente il prof. Costantino Mortati, tentarono invano di inserire nella Carta costituzionale l’obbligo della personalità giuridica per le organizzazioni partitiche, nella stesura dell’Art. 49 della Costituzione. La funzionalità esplicita era quella di limitare lo strapotere dei partiti e dei loro apparati burocratici, costringendoli ad una maggiore democrazia interna.
Ovviamente non se ne fece nulla. Ed il problema permase, trascinandosi intatto fino ad oggi… Per chi volesse approfondire l’argomento in ambito giuridico, suggeriamo un ottimo articolo sul tema: La personalità giuridica del partito politico in Italia di Luca Tentoni.
Oggi si fa un gran parlare di “partitocrazia”, ma pochi sanno che il termine (vecchio di oltre mezzo secolo) ha una precisa connotazione polemica, legata al tema della “persona giuridica”, da sempre fuggita come la peste dai partiti. In una pubblicazione del lontano 1952, un altro costituzionalista, il prof Giuseppe Maranini, a cui si deve l’invenzione del fortunato termine, chiosò sull’argomento:

La forma di governo creata dalla nostra Costituzione così come da altre costituzioni continentali, approda ad una forma esplicita di partitocrazia, e non di governo parlamentare. La nostra Costituzione vieta ogni mandato imperativo, che leghi il rappresentante alla volontà degli elettori; ma allo stesso tempo la Costituzione e le leggi elettorali creano i presupposti di un ben più temibile mandato imperativo, il quale subordina gli eletti ai loro veri committenti, i quali non sono più gli elettori bensì le direzioni dei partiti. Il Parlamento controlla il Governo ma le direzioni di partito controllano il Parlamento e, attraverso il Parlamento, il Governo; se poi direzione di partito e governo s’identificano, il controllato diventa controllore, con evidente eversione di ogni schema di governo parlamentare

Ai fini del finanziamento e della gestione dei fondi, l’attribuzione della personalità giuridica costringerebbe poi i partiti politici a rendicontare i propri bilanci attraverso un consolidamento certificato, con elencazione dettagliata e certificata delle spese, delle entrate, degli eventuali investimenti, degli importi e dei finanziatori privati (chiunque essi siano). Cosa che oggi non avviene ed è rimessa alla discrezionalità dei “tesorieri”, che non devono rendere conto a nessuno.
Prima dei vari Lusi e Fiorito e Belsito… la questione dei finanziamenti (e della personalità giuridica) era stata posta in termini accorati già da don Luigi Sturzo, fondatore del Partito Popolare nel 1919 e padre nobile della DC, che fu tra i primi a proporre una legge per introdurre una disciplina in materia tanto delicata (Atto Senato n.124). Il 16/09/1958, l’anziano sacerdote nominato senatore a vita ammonisce:

«Se si parla di moralizzare la vita pubblica, il primo e il più importante provvedimento deve essere quello di togliere la grave accusa diretta ai partiti e ai candidati dell’uso indebito del denaro per la propaganda elettorale. Il problema è più largo di quel che non sia la spesa elettorale; noi abbiamo oramai una struttura partitica le cui spese aumentano di anno in anno in maniera tale da superare ogni immaginazione. Tali somme possono venire da fonti impure; non sono mai libere e spontanee di soci e di simpatizzanti. Non sarò io a dire le vie per il finanziamento dei partiti perché la mia esperienza del 1919-1924 non ha nulla di simile con l’esperienza del 1945-1958. Che i finanziamenti siano dati da stranieri, da industriali italiani, ovvero, ancora peggio, da enti pubblici, senza iscrizione specifica nei registri di entrata e uscita, o derivino da percentuali in affari ben combinati (e non sempre puliti), è il segreto che ne rende sospetta la fonte, anche se non siano state violate le leggi morali e neppure quelle che regolano l’amministrazione pubblica. Il dubbio sui finanziamenti dei partiti si riverbera su quelli dei candidati; e con molta maggiore evidenza se si tratta di persone notoriamente di modesta fortuna, professionisti di provincia, giovani che ancora debbono trovare una sistemazione familiare conveniente, impiegati e così di seguito. Alla fine delle elezioni abbiamo sentito notizie sbalorditive, che fanno variare da dieci a duecento milioni le spese di campagna di singoli candidati.
[…] C’è chi accusa l’apparato dei partiti, il quale, discriminando i candidati della stessa lista, ne determina l’accaparramento di voti a favore degli uni con danno degli altri. Non mancano indizi circa il patrocinio politico che enti statali e privati si assicurano in parlamento favorendo l’elezione di chi possa sostenere e difendere i propri interessi, impegnando a tale scopo somme non lievi nella battaglia delle preferenze. Quando entrate e spese sono circondate dal segreto della loro provenienza e della loro destinazione, la corruzione diviene impunita; manca la sanzione morale della pubblica opinione; manca quella legale del magistrato; si diffonde nel paese il senso di sfiducia nel sistema parlamentare. Ecco i motivi fondamentali che rendono urgenti i provvedimenti da me proposti circa i finanziamenti e le spese dei partiti nel loro funzionamento normale»

Coerentemente alla denuncia non ci fu seguito, mentre le cose degenereranno come sappiamo… Di partiti politici e persona giuridica si torna a parlare insistentemente dopo gli scandali di Tangentopoli. Dal 1997 in poi approdano in Parlamento varie proposte, senza che se ne faccia mai nulla.
È superfluo dire che la personalità giuridica per i partiti politici è esplicitamente prevista e richiesta dalle normative europee e, nella fattispecie, dal Trattato di Nizza del 26/01/2001, a disciplina delle fonti di finanziamento dei partiti, con la deposizione di:

“uno statuto che, oltre alla struttura organizzativa del partito, dimostri il rispetto da parte del partito dei principi di libertà, e di democrazia, i diritti dell’uomo e le libertà fondamentali. È inoltre richiesto il possesso della personalità giuridica e la pubblicazione annuale di un rendiconto nel quale siano dichiarate le entrate e le uscite e le donazioni ricevute.”

Non si capisce dunque (o forse si capisce benissimo) contro cosa vada tuonando il Capo politico del M5S, che minaccia sfracelli qualora il suo MoVimento sia costretto a costituirsi in “persona giuridica”, ovvero: presentare e registrare un vero statuto a norma di legge; eleggere organi collegiali di rappresentanza; costituire un collegio sindacale; attribuire una sede legale del M5S che non sia il blog personale di Beppe Grillo. E soprattutto nominare un presidente che non sia il nipote di Grillo, insieme ad organi (elettivi) di garanzia e controllo interno che non siano il fantomatico “Staff” della Casaleggio Associati, limitando lo strapotere del “capo politico” ed ogni sua discrezionalità decisionale. 
EquivocandoCosa ancor più terribile, il nuovo disegno di legge in esame (il famigerato ddl Zanda-Finocchiaro) prevede di far consolidare i bilanci da un collegio esterno e certificato di revisori contabili. Il tutto in nome dell’invocata (a parole) e sempre elusa “trasparenza”.
zerospeseNessuno obbliga il MoVimento a “trasformarsi in partito”, che al contrario può essere club, associazione, circolo sportivo, loggia massonica, o setta religiosa, ma DEVE avere personalità giuridica, specialmente se vuole maneggiare i quattrini di quel finanziamento pubblico che pubblicamente aborre ma privatamente percepisce. La norma, qualora fosse approvata (e visti i precedenti crediamo di no), riguarda tutti. A cominciare proprio dai partiti politici.
Sappiamo che è un concetto difficile da comprendere, specialmente per gli amici a 5 stelle che hanno serie difficoltà con gli articoli della Costituzione ed i regolamenti parlamentari. Non parliamo poi della presentazione delle proposte di legge [QUI]!
Beppe Grillo Nonostante i continui latrati del loro Capo (e padrone), i pentastellati non sono ragazzi cattivi… Sono solo un po’ duri di comprendonio: sulle cose ci arrivano sempre in ritardo; tempo di smaltire livori e arroganza. In fondo è già successo in passato [QUI]… È che ragionare, informarsi, STUDIARE, costa fatica e richiede umiltà. Perciò è molto meglio inventarsi complotti e gridare alla cospirazione.

Homepage

Le XII Tavole della Legge

Posted in Muro del Pianto with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 11 Mag 2013 by Sendivogius

12-tavole

Nuntio vobis gaudium magnum. Habemus leges!
Finalmente il M5S ha presentato i suoi primi disegnini di legge…
Dodici è infatti il numero totale delle proposte depositate in Senato ed in Parlamento dal MoVimento uno e trino, convinto di essere unico: “Noi” siamo le Parti Sociali, l’Opposizione, il Popolo, nell’esclusività totalizzante (e totalitaria) di chi, in quanto diverso dagli “altri”, si crogiola tra i fumi di un microcosmo perfetto riservato agli eletti della setta dei puri e del loro profeta.
Questa è Gente che lavora: con i suoi 12 disegni di legge il sedicente Primo Partito d’Italia è ultimo in assoluto per attività legislativa, superato persino dal “gruppo misto” (43 ddl) e dal Südtiroler Volkspartei con le sue 52 proposte di legge. Non male per un partito (ops! MoVimento!) che vuole il 100% ed ha una produttività legislativa prossima allo 0%, ma pretendeva di rimettere tutti i poteri all’attività parlamentare e quindi governare in assenza di un esecutivo.
Totale dei DDL presentati alle Camere in data 12-04-2013 (fonte 'Giornalettismo')La discrepanza è talmente evidente, che iniziano ad accorgersene persino [QUI] dalla parti del Père Duchesne di Marco Travaglio: il nuovo Hébert del grillismo militante, a metà del guado tra gli Exagérés del populismo forcaiolo e gli Enragés pentastellati, nel chiassoso teatrino della rivoluzione a 5 stelle.
A dire il vero, ci eravamo ripromessi di non indugiare oltre sul Vate stellato ed i suoi replicanti digitali, ma una simile spremuta di meningi in così istituzionale sede, merita un minimo di attenzione affinché tanto ardore rivoluzionario non vada disperso invano…
DDL presentati al SenatoE dunque vediamoli un po’ più da vicino questi fantastici 12 in gestazione al Senato e di certo destinati a diventare famosi come le XII Tavole dell’antico diritto romano:

S. 8
Sen. Casson Felice, Sen. Filippi Marco
Norme a tutela dei lavoratori, dei cittadini e dell’ambiente dall’amianto, nonché delega al Governo per l’adozione di un testo unico in materia di amianto
15 marzo 2013: Presentato al Senato
Da assegnare alle commissioni

S. 269
Sen. Tomaselli Salvatore, Sen. Latorre Nicola
Abrogazione dell’articolo 35 del decreto legge 22 giugno 2012, n. 83, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 2012, n. 134 in materia di ricerca ed estrazione di idrocarburi
22 marzo 2013: Presentato al Senato
Da assegnare alle commissioni

S. 270
Sen. Tomaselli Salvatore ed altri.
Disposizioni per la salvaguardia dell’ambiente e della biodiversità del Mare Adriatico
22 marzo 2013: Presentato al Senato
Da assegnare alle commissioni

S. 391
Sen. Montevecchi Michela ed altri.
Nuove disposizioni per il contrasto dell’omofobia e della transfobia
5 aprile 2013: Presentato al Senato
Da assegnare alle commissioni

S. 392
Sen. Airola Alberto ed altri.
Norme in materia di modificazione dell’attribuzione di sesso
5 aprile 2013: Presentato al Senato
Da assegnare alle commissioni

S. 393
Sen. Orellana Luis Alberto ed altri.
Modifiche al codice civile in materia di eguaglianza nell’accesso al matrimonio in favore delle coppie formate da persone dello stesso sesso
5 aprile 2013: Presentato al Senato
Da assegnare alle commissioni

S. 431
Sen. Morra Nicola
Modifiche all’articolo 416-ter del codice penale in materia di scambio elettorale politico-mafioso
10 aprile 2013: Presentato al Senato
15 aprile 2013: Ritirato

S. 451
Sen. Blundo Rosetta Enza ed altri.
Modifica all’articolo 6, comma 17, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, in materia di ricerca ed estrazione di idrocarburi
10 aprile 2013: Presentato al Senato
Da assegnare alle commissioni

S. 452
Sen. Crimi Vito Claudio ed altri.
Riforma della disciplina per le elezioni della Camera e del Senato, concernente i criteri di candidabilità ed i casi di revoca e decadenza del mandato nonché l’espressione del voto di preferenza da parte degli elettori
10 aprile 2013: Presentato al Senato
Da assegnare alle commissioni

S. 453
Sen. Crimi Vito Claudio ed altri.
Disposizioni volte alla abolizione del finanziamento pubblico all’editoria
10 aprile 2013: Presentato al Senato
Da assegnare alle commissioni

S. 454
Sen. Crimi Vito Claudio ed altri.
Abrogazione della legge 3 febbraio 1963, n.69, e successive modificazioni, sull’ordinamento della professione di giornalista
10 aprile 2013: Presentato al Senato
Da assegnare alle commissioni

S. 455
Sen. Molinari Francesco, Sen. Morra Nicola
Disposizioni concernenti il divieto di propaganda elettorale per le persone appartenenti ad associazioni mafiose e sottoposte alla misura di prevenzione della sorveglianza speciale di pubblica sicurezza
10 aprile 2013: Presentato al Senato
Da assegnare alle commissioni

Lex In attesa di avere il 100%, qualcuno deve aver spiegato agli onorevoli “cittadini” che nel frattempo qualche leggina devono pur presentarla in parlamento. Peccato che il risultato non sia dei migliori…
Come degli scolaretti svogliati ma furbissimi, sembra infatti che gli ensiferi si siano limitati a scopiazzare i compiti altrui, secondo la specialità che più gli riesce meglio: spacciare per proprio ciò che viene fatto da altri.
Ad essere indulgenti, si potrebbe dire che i “cittadini” abbiano peccato di ingenuità e approssimazione… Nella peggiore delle ipotesi, si può parlare apertamente di plagio. La quasi totalità delle leggi presentate al Senato sono infatti dei doppioni già in discussione alle Camere, su proposta del centrosinistra, e soprattutto dell’Italia dei Valori, nel corso della precedente legislatura.
La riproposizione è talmente sfacciata che i “5 Stelle” non si sono nemmeno preoccupati di cambiare i titoli dei ddl, con l’eccezionale risultato di intasare i lavori parlamentari creando un ingorgo legislativo con leggi doppione, perfettamente sovrapponibili tra loro, con l’unico risultato di dilatare i tempi di approvazione di provvedimenti già in esame presso le commissioni.
Se la maggioranza parlamentare è quello che è (un’immonda latrina di governo), lo stato della principale forza di opposizione è tragico nel suo livello di minchioneria difficilmente raggiungibile da altri cialtroni di più lungo corso!
Diamo uno sguardo in dettaglio:

1Atto Senato n.8
Norme a tutela dei lavoratori, dei cittadini e dell’ambiente dall’amianto, nonché delega al Governo per l’adozione di un testo unico in materia di amianto

Presentato al Senato in data 15/03/13, il disegno di legge porta la firma congiunta dei senatori Casson e Marco Filippi.
Peccato però che il primo firmatario, l’ex magistrato Felice Casson, sia un senatore del PD, così come l’atto scaturisce da un’esplicita iniziativa del Partito Democratico, come è facilmente desumibile dall’appartenenza parlamentare dei senatori che hanno controfirmato la relazione del testo [QUI], ad eccezione per l’appunto di Marco Filippi (M5S) che sembra più che altro un “imbucato” per un testo certamente non suo e abusivamente attribuito ai pentastellati.
Tuttavia, vale la pena rilevare come il ddl Casson-Filippi sia in realtà la riproposizione aggiornata (e migliorata) di una precedente proposta di legge, presentata il 23/02/2011 dalla sen. Patrizia Bugnano (IdV) su iniziativa del gruppo IdV al Senato e attualmente in esame di commissione.
Nella fattispecie, si tratta dell’Atto n.2573: Disposizioni a favore dei lavoratori e dei cittadini esposti all’amianto e dei loro familiari”. Il testo integrale lo trovate QUI e, se siete pignoli come noi, noterete come molti articoli siano equipollenti.

2Atto Senato n.391
Nuove disposizioni per il contrasto dell’omofobia e della transfobia

Presentato al Senato in data 05/04/13, il disegno di legge a firma della senatrice Michela Montevecchi è in realtà la riproposta del DDL C.2802 del 14/10/09 (Norme per la tutela delle vittime di reati per motivi di omofobia e transfobia), su proposta di Antonello Soro (PD) e respinto nel 2011 per presunti vizi di incostituzionalità.
Ma, come si può vedere QUI, gli interessamenti in materia sono tutt’altro che rari e meno che mai una prerogativa ad esclusiva 5 stelle.

3Atto Senato n.392
Norme in materia di modificazione dell’attribuzione di sesso

Problema di scottante attualità, largamente sentito dagli italiani, su presentazione del sen. Alberto Airola (05/04/13), costituisce una novità assoluta per il nostro ordinamento legislativo, che invero non se n’era mai occupato prima [QUI], finché il lungimirante cittadino Airola non ha scoperto il problema.

4Atto Senato n.393
Modifiche al codice civile in materia di eguaglianza nell’accesso al matrimonio in favore delle coppie formate da persone dello stesso sesso

Su proposta del sen. Orellana, è un altro plagio conclamato ai danni della IdV.
Nella fattispecie, si tratta del ddl C.5338, presentato da Antonio Di Pietro in data 03/07/12 e assegnato alla Commissione Giustizia in data 19/09/2012. Il titolo del ddl?
Modifiche al codice civile in materia di eguaglianza nell’accesso al matrimonio in favore delle coppie formate da persone dello stesso sesso
Peraltro, SEL ha presentato una proposta identica alla Camera dei deputati.

5Atto Senato n.431
Modifiche all’articolo 416-ter del codice penale in materia di scambio elettorale politico-mafioso

Presentato dal senatore-cittadino Nicola Morra il 10 Aprile è stato immediatamente ritirato neanche una settimana (15/04/13) dopo la sua presentazione. E non perché le intenzioni fossero sbagliate… A pensar male, il tapino deve essersi accorto che in Senato era già in esame il medesimo provvedimento da almeno due anni:

Modifiche agli articoli 416-bis e 416-ter del codice penale in materia di associazioni di tipo mafioso e di scambio elettorale politico-mafioso

Si tratta dell’Atto S.2199 del 20/05/10, a firma del senatore Luigi Li Gotti (IdV).
A scanso di equivoci, e con largo anticipo sui pentastellati, anche SEL aveva già presentato alla Camere una proposta di legge anticorruzione con la modifica art.416-ter del Codice Penale.

6Atto Senato n.269
Abrogazione dell’articolo 35 del decreto legge 22 giugno 2012, n. 83, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 2012, n. 134 in materia di ricerca ed estrazione di idrocarburi

Presentato in data 22/03/2013 dal sen. Tomaselli (PD), congiuntamente al controverso senatore Nicola Latorre (PD) al quale il Vate furioso non ha mancato di lanciare i suoi strali.
Provvedimento pentastellato, ma presentato da due senatori del PD… Errore di attribuzione?
Ad ogni modo, trattasi di altra legge fotocopia, risalente all’Agosto dello scorso anno (il ddl S.3437). Questo è il titolo:

“Abrogazione dell’articolo 35 del decreto-legge 22 giugno 2012, n. 83, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 2012, n. 134, in materia di ricerca ed estrazione di idrocarburi”

7Atto Senato n.451
Modifica all’articolo 6, comma 17, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, in materia di ricerca ed estrazione di idrocarburi

Su presentazione della senatrice Enza R. Blundo (10/04/13), è uno dei nostri provvedimenti preferiti…
Come si può leggere chiaramente sul sito del Ministero dello Sviluppo economico [QUI], l’articolo in questione della legge in riferimento NON esiste più. Infatti, il comma 17 dell’Art.6 è stato sostituito interamente dall’articolo 35, comma 1 del Decreto Legge 22 giugno 2012, n. 83 convertito con modificazioni dalla Legge 7 agosto 2012, n. 134.
E infatti gli ensiferi, non pienamente consapevoli della contraddizione, si sono dovuti far prestare gli esperti giuridici del PD al Senato per riformulare un nuovo ddl con la giusta richiesta di abrogazione. Per inciso, si tratta dell’atto Atto S.269 (di cui sopra).

8Atto Senato n.452
Riforma della disciplina per le elezioni della Camera e del Senato, concernente i criteri di candidabilità ed i casi di revoca e decadenza del mandato nonché l’espressione del voto di preferenza da parte degli elettori
  (10/04/13)

Qui entriamo nel magico mondo fatato dell’incantevole Crimi che, insieme al resto degli ensiferi al gran completo, si balocca coi cavalli di battaglia del movimento…
Si tratta della revisione aggiornata della famosa “legge di iniziativa popolare”, presentata a suo tempo da Beppe Grillo nel dicembre del 2007 e, a dispetto delle fanfaronate del tribuno, trasposta in ddl (S.1936), quindi presa in esame dalla commissione delegata [QUI].
Sorvoliamo invece sul fatto che l’attuale proposta del M5S contenga profili un tantino incostituzionali (a partire dal limite dei due mandati parlamentari), che il prof. Rodotà potrebbe spiegare loro molto bene…

9Atto Senato n.453
Disposizioni volte alla abolizione del finanziamento pubblico all’editoria
(10/04/13)

A Ciccio Crimi, probabilmente sfugge come i contributi diretti all’editoria su finanziamento pubblico siano stati, di fatto, già aboliti. A percepire i finanziamenti pubblici, sono le testate di partito, le pubblicazioni delle minoranze linguistiche, e (ovviamente!) i giornali ecclesiastici che succhiano la quasi totalità dei 90 milioni di euro (tale è la cifra complessiva) a disposizione.
Nella fattispecie, si tratta del decreto-legge n.201 del 06/12/11 (il cosiddetto “Salva Italia”), convertito nella Legge n.214 del 22/12/11. Il provvedimento, stringato ma eloquente, è contenuto nel comma 3 dell’art.29 (“Acquisizione di beni e servizi attraverso il ricorso alla centrale di committenza nazionale e interventi per l’editoria”):

Allo scopo di contribuire all’obiettivo del pareggio di bilancio entro la fine dell’anno 2013, il sistema di contribuzione diretta di cui alla legge 7 agosto 1990, n. 250, cessa alla data del 31 dicembre 2014, con riferimento alla gestione 2013.

Per tutti gli altri quotidiani (come “Il Fatto”) restano invece una serie di agevolazioni fiscali (su IVA e carta) che sono praticamente in vigore ovunque esista la libertà di stampa, universalmente riconosciute in tutte le democrazia occidentali. Concetto molto difficile da capire per chi non riconosce altro organo di informazione oltre al blog del Profeta; parla di chiudere le reti RAI; aborre il confronto ed i media… Oppure, come candidamente confessa lo stesso Crimi (che del ddl è firmatario), “i giornalisti mi stanno sul cazzo”, a parte quelli graditi a Casaleggio e Grillo. S’intende! Messora docet.

10Atto Senato n.454
Abrogazione della legge 3 febbraio 1963, n.69, e successive modificazioni, sull’ordinamento della professione di giornalista
(10/04/13)

Chissà come abbiamo fatto finora, prima che Ciccio-Crimi ed il resto dell’allegra brigata si ponessero il problema?!?
Sono vent’anni ed oltre che si prova ad abolire il famigerato (ed inutile!) Ordine dei Giornalisti, almeno a partire dal dimenticato referendum promosso dal Partito Radicale nel 1997 (che non raggiunse il quorum). Né sono mancate le iniziative legislative negli ultimi anni [QUI].
Ma certo ora che sono arrivati The Others cambia tutto!
Perciò auguri e buona fortuna.

11Atto Senato n.455
Disposizioni concernenti il divieto di propaganda elettorale per le persone appartenenti ad associazioni mafiose e sottoposte alla misura di prevenzione della sorveglianza speciale di pubblica sicurezza

Disegno di legge presentato dai cittadini-senatori Molinari e Morra.
Peccato che in assenza di riferimenti specifici (magari di articoli da modificare), la normativa esista già: Legge n.175 del 13/10/2010 in merito alle “Disposizioni concernenti il divieto di svolgimento di propaganda elettorale per le persone sottoposte a misure di prevenzione”.

«La legge 175/2010 ha introdotto fattispecie di ineleggibilità connesse alla violazione del divieto di svolgimento di attività di propaganda elettorale previste dalla legge 4 aprile 1956, n. 212 (affissione di stampati, giornali murali o manifesti di propaganda, propaganda elettorale luminosa o figurativa, lancio di volantini) per le persone sottoposte a misure di prevenzione: in caso di violazione di tale divieto da parte del sottoposto alla misura o da parte del candidato – che, conoscendo la condizione di sottoposto in via definitiva alla misura della sorveglianza speciale di pubblica sicurezza, richiede al medesimo di svolgere attività di propaganda elettorale e se ne avvale concretamente – la condanna che ne consegue comporta l’interdizione dai pubblici uffici alla quale consegue l’ineleggibilità del condannato per la stessa durata della pena detentiva. La sospensione condizionale della pena non ha effetto ai fini dell’interdizione dai pubblici uffici (La misura di prevenzione della sorveglianza speciale già prevista dalla L. 575/1965 è ora disciplinata dal D.Lgs. 159/2011.)»

Nel dubbio, i senatori pentastellati possono scaricare gratuitamente il manuale elettorale per le elezioni politiche, con la disciplina in materia [QUI] e decidere cosa vogliono esattamente cambiare.
Ad ipotesi, si presuppone siano gli stessi punti contemplati nel ddl S.452 (e dunque un’altra legge clone).

12Ci sarebbe anche il ddl n 270, inerente Disposizioni per la salvaguardia dell’ambiente e della biodiversità del mare Adriatico. Ma il disegno di legge è stato presentato dal senatore Salvatore Tomaselli (PD) e non si capisce dunque perché l’atto venga ascritto al gruppo del M5S.

XII Tavole

Stesso discorso vale per gli altri provvedimenti apocrifi in materia sanitaria, attribuiti ai pentastellati, ma tutti firmati su presentazione del sen. Ignazio Marino (PD). Un discorso completamente a parte vale invece per il disegno di legge n.578 sull’annoso problema dellasensibilità chimica multipla” (MCS), presentato e poi ritirato e ora (pare) nuovamente ripresentato dal senatore cinque stelle Bartolomeo Pepe. In pratica, si tratta di un copia-incolla assolutamente identico all’originale proposta presentata nel 2010 da Elio Lannutti (IdV), contemplante “disposizioni” su una malattia che NON esiste. E d’altra parte la “sensibilità chimica multipla” è una vecchia fissazione trasversale che viene sistematicamente ripresentata a scadenze regolari, a dimostrazione (se ce n’era bisogno) dell’incredibile massa di citrulli che alberga in entrambe le Camere [QUI].

Il Giorno della Fuffa E questo sarebbe il meglio che la sedicente “opposizione” doc è riuscita a proporre fino ad ora… FUFFA!
D’altronde, i “cittadini” della confraternita ensifera sono in ben altre faccende affaccendati. Infatti, sembrano essere molto più interessati all’occupazione militare delle poltrone nelle commissioni di garanzia e litigarsi le diarie parlamentari col loro capo politico: il predicatore miliardario delle decrescita felice, che vorrebbe gli indennizzi dei pentastellati da gestire tutti per sé in un suo fondo fiduciario, con la disinteressata supervisione di Gianroberto Casaleggio. E’ la variante 2.0 del vecchio esproprio proletario: date a Grillo ciò che è di Cesare.

Homepage

Lo Spirito dei Tempi

Posted in Masters of Universe, Ossessioni Securitarie with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 22 luglio 2011 by Sendivogius

In questi giorni, ricorre il decimo anniversario dei fatti di Genova: stesso premier, stessi ministri, stessi personaggi, stessa opposizione inconsistente di oggi. Si aggiungano, all’epoca, i contributi di un sopravvalutatissimo Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, più pavido che assente, il quale coi suoi silenzi e con le sue rapidissime firme legislative, accompagnate (si dice) da costante “irritazione” (che, se mai ci fu, rimase sempre privata), rese possibile il consolidamento dell’eccezione berlusconiana.
Gli eventi inauditi, che contraddistinsero il mattatoio genovese del Luglio 2001, costituiscono a tutt’oggi un buco nero della democrazia. A suo tempo, ne avevamo accennato QUI.
Soprattutto, rappresentano un black-out nello Stato di diritto, reso possibile dall’acquiescenza istituzionale e dalla sospensione delle garanzie costituzionali (che infatti si vogliono riscrivere), tramite i consueti meccanismi di una omertà di Stato che, dalla strategia della tensione alle stragi di mafia, sembra caratterizzare la storia politica dell’Italia repubblicana.
Si potrebbe persino ipotizzare che il G-8 del 2001 sia stato, a suo modo, il preludio di una nuova strutturazione del “potere” accentrato su base autoritaria per una conduzione individuale e supra legem del medesimo, che sacrifica il principio di legalità in favore del principio di necessità, più funzionale a nuove legislazioni speciali e all’accorpamento di funzioni straordinarie, slegate da vincoli e controlli…
In tale ottica, l’intervento repressivo di matrice poliziesca si potrebbe persino interpretare come un prova muscolare, per saggiare le eventuali resistenze al nuovo assetto incipiente. Certo è che trovò esecutori fanaticamente zelanti e oppositori remissivi del tutto impreparati; tant’è che le violenze di Genova contribuirono ad intimidire le istanze alternative e sopprimere le contestazioni ai nuovi assetti macroeconomici e geopolitici, imposti dai “Grandi” del pianeta.
C’è tuttavia da obiettare che ciò implicherebbe una intelligenza politica troppo sofisticata ed una pianificazione strategica troppo elevata, con ogni probabilità, fuori dalla portata degli organizzatori e degli esecutori materiali delle brutalità, perpetrate però con gusto e reiterate con sadico divertimento, a dispetto di una catastrofica gestione tattica, dai cosiddetti “tutori dell’ordine” evidentemente entusiasti di poter dare una lezione ai ‘rossi’ e forti delle più alte coperture nella certezza dell’impunità.
 Diciamo che gli accadimenti di Genova sono stati una sorpresa anche per noi: che la fascistizzazione delle forze di polizia fosse una realtà compiuta, era un fatto fin troppo evidente (il filtro funzione bene fin dai tempi di Scelba e Taviani); che però, oltre all’impreparazione, fosse così numerosa la presenza in organico di potenziali psicotici, in effetti ci ha stupito.
A giudicare dalle cronache degli ultimi anni, sembra che le cose non siano cambiate. Anzi!
Lo testimoniano le vicende inerenti la tragica fine di Aldrovandi, Rasman, Bianzino, Sandri, Cucchi.. tanto per citare i casi più gravi dove c’è scappato il morto per “tragica fatalità”. Ma abbondano gli episodi minori.
E se la maggior parte dell’organico in servizio è costituito sicuramente da persone degnissime, di eccezionale umanità e di rara sensibilità democratica, servitori indefessi dello Stato, che rischiano la vita per mille euro al mese etc. è pure vero che qualche piccolo problema nell’ambito della selezione e della formazione del personale operativo deve essersi pur verificata…


Fortunatamente, sull’annosa questione la vigilanza dei vertici è massima, né conosce indugi di sorta o reticenze interessate.

Per questo non ci stanchiamo mai di citare la lettera che l’attuale Capo della Polizia scrisse piccato al quotidiano La Repubblica onde ribadire il suo ruolo di controllore e garante responsabile, nell’evidenza dei fatti:

Caro Direttore,
Leggo che Repubblica si aspettava (anche) dai vertici della Polizia segnali di fedeltà alla Costituzione. Il vertice della Polizia è uno solo. Sono io. Credo perciò di doverle una pacata spiegazione. Metterei intanto da parte il richiamo alla fedeltà alla Costituzione che è assai suggestivo mediaticamente, ma anche questione troppo seria per essere messa in discussione dalla vicenda che trattiamo. Oltre 150 anni di storia, i nostri morti e il lavoro diuturno per il bene dei cittadini di migliaia di persone sottopagate onorano la Costituzione ogni giorno. Non credo perciò che nessuno abbia bisogno di essere rassicurato sulla fedeltà alla Costituzione delle forze di polizia.
Credo invece, e sono d’accordo con Repubblica, che il Paese abbia bisogno di spiegazioni su quel che realmente accadde a Genova. L’Istituzione, attraverso di me, si muove e si muoverà a tal fine senza alcuna riserva, non attraverso proclami via stampa, ma nelle sedi istituzionali e costituzionali.
Si muove, e si muoverà, inoltre, con i fatti. Dall’inizio del mio mandato, ad esempio, mi sto adoperando per approfondire, e anche correggere, tutte le modalità di intervento “in piazza” anche avviando la costituzione della prima scuola di polizia per la tutela dell’ordine pubblico che sarà inaugurata il prossimo 3 dicembre. Abbiamo ai vertici dei reparti, investigativi e operativi in genere, persone pulite. Dal luglio dello scorso anno, io sono il loro garante e mi assumo, come ho già fatto, la responsabilità per gli errori che possano commettere.
Caro direttore, sto scrivendo l’ultimo capitolo della mia storia professionale e non lo macchierò certo per reticenza, per viltà o per convenienza.

 Antonio Manganelli
 (16 novembre 2008)

Si sa poi che le intenzioni non collimano sempre con le azioni…
Sono passati quasi 3 anni dalla lettera e ben 10 dai fatti contestati. A Roma, ci si chiederebbe se il gatto non gli abbia mangiato la lingua.
Nel frattempo i principali protagonisti nella conduzione dell’ordine pubblico, ai tempi del famigerato G8 di Genova, hanno fatto carriera:
Il prefetto Giovanni (Gianni) De Gennaro, che all’epoca del G-8 era Capo della Polizia, il 17/06/2010 si è visto condannare in appello per istigazione alla falsa testimonianza nelle indagini inerenti ai fatti del G8 di Genova e in particolare per il feroce pestaggio alla scuola Diaz.
Attualmente, dirige il DIS (Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza) che vigila per conto della Presidenza del Consiglio sulle attività dei servizi segreti militari e civili.
Francesco Gratteri, che durante il G8 era capo dello SCO, è stato condannato in appello a 4 anni di reclusione e a cinque anni di interdizione dai pubblici uffici. Per il momento, è a capo della Direzione Anticrimine Centrale, dopo aver gestito l´Antiterrorismo ed essere stato questore di Bari.
Giovanni Luperi, ex numero due dell´Ucigos, condannato in appello a 4 anni di reclusione e a cinque anni di interdizione dai pubblici uffici, è diventato capo del Dipartimento analisi dell’AISI (Agenzia Informazioni e Sicurezza Interna), l´ex SISDE.
Gilberto Caldarozzi, terzo imputato eccellente per l´assalto alla scuola Diaz (e per questo condannato in appello a 3 anni e otto mesi), era diventato il numero uno dello SCO ed è poi stato promosso dirigente superiore “per meriti straordinari”, legati alla cattura di Provenzano.
Vincenzo Canterini, ex comandante del I°Reparto Mobile della Celere di Roma, unità sospettata di essere autrice delle violenze più gravi, è stato condannato in appello a 5 anni. Nel frattempo, è diventato questore e rappresenta l´Italia come ufficiale di collegamento dell’Interpol a Bucarest.
Spartaco Mortola, nel 2001 capo della Digos genovese, condannato a 3 anni e otto mesi, è diventato vice-questore vicario a Torino.
Altri due dirigenti della Polizia, Il vice-questore Pietro Troiani, all’epoca responsabile della logistica ed il suo assistente Michele Burgio, sono stati condannati a tre anni e nove mesi in appello. Entrambi sono accusati di aver introdotto le famose bottiglie molotov all’interno della scuola Diaz onde poterne poi millantare la scoperta e giustificare l’irruzione.
Anche Michelangelo Fournier, che parlò di “macelleria messicana” ma che fu accusato di essere tra i più determinati protagonisti del blitz, è diventato un alto funzionario della Direzione Centrale Antidroga.
Mai imputato invece il responsabile delle pubbliche relazioni, Roberto Sgalla, che alla Diaz parlò di «ferite pregresse» dei ragazzi massacrati lungo i corridoi della scuola. Il dott. Sgalla, dopo aver ricevuto il premio “Comunicazione pubblica” dal Salone europeo della comunicazione di Bologna, è diventato capo della polizia Stradale.


Nella fattispecie, le accuse rivolte agli alti funzionari coinvolti contemplano anche falsa testimonianza, verbali contraffatti, lesioni gravissime, arresti illegali…
Se queste sono le imputazioni attribuite ai capi che impartiscono gli ordini, poi non si può di converso biasimare la condotta della “truppa”.
 Comunque, tutto è bene quel che finisce bene, dal momento che le condanne non avranno probabilmente alcun effetto, visto che sono destinate a cadere quanto prima in prescrizione.
Cofidiamo pertanto che S.E. il dott. Manganelli possa essere sicuro “garante” per gli eventuali errori futuri, poiché in merito a quelli recentemente passati, nonostante i buoni propositi espressi a parole, la sbandierata “collaborazione” non è che si sia tanto vista… o quantomeno deve essere sfuggita all’attenzione dei più!
Del resto, il contributo della stessa magistratura è stato assai lodevole, visto i tempi biblici di giudizio, grazie allo smarrimento del tutto casuale di qualche centinaio di fascicoli che molto ha contribuito al proscioglimento di parte degli inquisiti [QUI] ed alla prossima prescrizione degli altri.
Giustizia è fatta!

Homepage

L’Onda Anomala

Posted in A volte ritornano with tags , , , , , , , , , , , , , , , , on 8 febbraio 2009 by Sendivogius

 

IL REUCCIO FURIOSO

 

darth-water È un fiume in piena il Silvio Furioso, allergico ai limiti, che tracima gli argini, stralcia ogni regola, e nella sua ira funesta tutto travolge, in una marea montante di fango e di merda dalla quale nulla si salva. Non la magistratura, nemico irriducibile da colpire ed umiliare. Non il Parlamento, ridotto ad anticamera di lusso per cortigiani; muto boudoir riservato alle esibizioni liturgiche del sovrano. Non il Presidente della Repubblica, tornato ad essere uno dell’altra parte, il ‘comunista’: la categoria indeterminata ed onnicomprensiva che isola nel ghetto dell’assoluto disprezzo e della non-cittadinanza chiunque, non allineandosi alle scelte del Re, non sottoscrivendo il suo conformismo manicheo, osa ancora esternare il proprio dissenso. Né si salva la Costituzione, in quanto superata, filo-sovietica, soprattutto indisponibile alle ambizioni autocratiche del reuccio, e per questo vissuta come impaccio.

Nella sua corsa verso un potere assoluto e illimitato, il Silvio ferito vive il richiamo al rispetto degli equilibri istituzionali come un’offesa personale, un’intollerabile provocazione alla sua autorità non discutibile né condizionabile.

Abbiamo già parlato dell’abuso nell’utilizzo della decretazione d’urgenza e delle involuzioni democratiche che sono alla base de Lo Stato di Polizia. In riferimento alla crisi che travolse la Repubblica di Weimar, riportiamo a complemento un brano che ben rende sui rischi legati all’eccesso di decreti:

I decreti erano destinati solo a situazioni straordinarie, ma Ebert, che fu il primo presidente della Repubblica, ricorse molto spesso a questo strumento, utilizzandolo in non meno di 136 occasioni diverse. (…) Non esisteva, in pratica, alcuna tutela contro l’abuso dell’articolo 48 [che, nella nuova Costituzione, disciplinava il ricorso alla decretazione d’urgenza], in quanto il presidente poteva sempre valersi del potere di sciogliere il Reichstag  [il Parlamento tedesco], se esso avesse respinto un suo decreto. Inoltre i decreti potevano essere utilizzati in qualsiasi momento per creare un fatto compiuto o una situazione in cui l’unica opzione possibile per il Reichstag era l’approvazione (i decreti potevano essere usati per intimidire e imbavagliare le voci contrarie al governo in carica). È indubbio che alcune occasioni non concessero spazio ad alternative diverse dal metodo dei decreti. L’art. 48 tuttavia non conteneva alcuna disposizione che consentisse poi al Parlamento di riappropriarsi del potere legislativo.

(…) L’uso eccessivo, e talvolta l’abuso, della decretazione finì per ampliarne l’applicazione fino a trasformarla in una potenziale minaccia per le istituzioni democratiche”.

Richard J Evans, “La Nascita del Terzo Reich”.

A. Mondadori; Milano 2005.

 

È la “Notte dei Cristalli” della nostra democrazia, la più buia, la più difficile: la violazione sistematica di ogni regola civile; la devastazione indiscriminata del diritto, stralciato per il privilegio di pochi e per la gloria di un unico padrone.

Con l’attacco brutale alla Costituzione repubblicana ed al suo garante, le ultime parvenze legalitarie cadono insieme alla maschera della finzione democratica, mostrando la vera natura eversiva del bolso ducetto, passato dai consigli aziendali al consiglio dei ministri. Ne rivela il disegno egemonico, il progetto autoritario a lungo coltivato già sotto i cappucci della Loggia P2, che ritorna nell’attuazione dei famigerati piani di “Rinascita”. Di recente, il venerabile maestro Licio Gelli ha profetizzato: “La democrazia è una sigaretta che sta finendo”.  

Una Democrazia progressivamente svuotata delle sue più elementari peculiarità, sempre più sospinta verso un pozzo nero, inghiottita in una oscura voragine senza fondo.

La Repubblica degradata in possedimento personale a gestione padronale; un magico reame chiamato Impunità, con la sua ubbidiente ‘Corte dei Miracoli’, dove re Silvio l’Intoccabile possa baloccarsi, a piacimento, tra tette e veline, culi e tronisti, in un nuovo mondo plasmato a propria immagine e somiglianza.

Venditore di suggestioni nell’immaginario mitopoietico delle plebi raccolte in adorazione, il Cavaliere Nero irrompe con “inaudita violenza” nel dramma individuale della famiglia Englaro. Con dichiarazioni oscene, che quasi evocano gli innominabili appetiti del satiro brianzolo, ne trasfigura l’essenza: Mi dicono che ha un bell’aspetto, funzioni attive, il ciclo mestruale… Potrebbe anche generare un figlio”. Ne espropria il dolore denigrando i sentimenti di un padre, per appropriarsi del corpo della povera Eluana ridotto a reliquia di una crociata pagana, per la conquista del potere come fenomeno non reversibile e metamorfosi sistemica. Speculare è il connubio interessato con l’assolutismo clericale, nello scardinamento delle ultime resistenze e nella delegittimazione del pensiero critico, per il controllo delle coscienze, per il monopolio della Morale circoscritta negli angusti recinti del dogma.

Silvio il Santo diventa alfiere delle croce e servo del Papa Re, a rinsaldare l’antica alleanza tra il Fascio e l’Altare, a proprio sostegno. Offre la sponda alle incredibili ingerenze vaticane per spingere ben oltre le sue possibilità l’affondo contro la Presidenza della Repubblica, per denigrare le Istituzioni democratiche tramite un attacco congiunto. Bigamo e corruttore, Silvio il Devoto per la sua incoronazione, benedetta in XVI°, porta in dote l’Italia. L’Italia che torna ad essere una propaggine vaticana, il protettorato ecumenico di una ierocrazia assistita nel suo mantenimento parassitario.