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TRANSFORMER ITALIA

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 10 luglio 2014 by Sendivogius

Hellraiser - Cubo di Le Marchand

Con l’asciuttezza che ne distingue la prosa e le analisi, gli storici anglosassoni definiscono il Trasformismo, come una pratica di governo per la formazione di coalizioni centriste a maggioranza variabile e mutualità di intenti nella loro fumosità ideologica.

Storia d'Italia «Il trasformismo è uno dei modi in cui può funzionare il sistema parlamentare, e questo tipo di permanente coalizione centrista tendeva indubbiamente a dare alla lotta politica un carattere meno polemico e più moderato. Ma di quando in quando anche taluni liberali erano costretti a riconoscere che…. l’assenza di aperte controversie aveva un effetto paralizzante e negativo.
[…] Il trasformismo venne attaccato e accusato di essere una degenerazione della prassi del compromesso…. che nascondeva l’assenza di convinzioni profonde.
[…] Depretis, Crispi, e lo stesso Giolitti ricorsero tutti uno dopo l’altro allo stesso metodo, e ciò con lo scopo preciso di impedire che potesse formarsi un’opposizione organizzata, in quanto in circostanze di emergenza il Presidente del Consiglio era così sempre in grado di allargare la schiera dei suoi sostenitori, grazie a una “combinazione” con alcuni dei dissidenti potenziali. Quest’assenza di una opposizione ben articolata ebbe talvolta effetti quanto mai negativi nella vita costituzionale italiana, come ad esempio la rapida successione di ministeri che ne risultava, dato che quella che sembrava una solida maggioranza si volatilizzava da un giorno all’altro

  Denis Mack Smith
 “Storia d’Italia
  Laterza, 1987.

Agostino DepretisStoricamente, il metodo si afferma nella seconda metà del XIX° secolo con l’insediamento del gabinetto governativo di Agostino Depretis, quando la contrapposizione, del tutto fittizia, in seno al blocco liberale nel Parlamento tra l’ala conservatrice (“Destra”) e quella progressista (“Sinistra”), si risolse con una serie omogenea di esecutivi di compromesso, fondati sullo scambio clientelare e la gestione condivisa del potere su base personalistica.

«Una volta al governo la Sinistra, che era salita al potere soltanto grazie all’aiuto di gruppi dissidenti della Destra, trovò che le riforme erano più difficili da attuare che da predicare. Il discorso inaugurale della Corona nel novembre del 1876 accennò una volta ancora al maggiore decentramento amministrativo, ma si trattava soltanto di parole. Depretis si sforzò in ogni modo di far apparire il suo ministero più progressista di quello precedente, ma in pratica non poté far molto di più che promettere di studiare possibili riforme future e di usare metodi meno autoritari nell’applicazione della legge. Neppure quest’ultima promessa fu mantenuta

  Denis Mack Smith
  “Storia d’Italia
  Laterza, 1987.

Ed è piuttosto illuminante ricordare come Agostino Depretis illustrò il nuovo corso ai propri elettori, in uno dei suoi celebri discorsi nel suo feudo elettorale di Stradella…

«I partiti politici non si debbono fossilizzare né cristallizzare. Ed eccovi quel che io diceva in questo stesso luogo l’8 Ottobre 1876:
[…] Io spero che le mie parole potranno facilitare quella concordia, quella faconda trasformazione dei partiti, quella unificazione delle parti liberali della Camera, che varranno a costituire quella tanto invocata e salda maggioranza, la quale ai nomi storici tante volte abusati e forse improvvidamente scelti dalla topografia dell’aula parlamentare, sostituisca per proprio segnacolo un’idea comprensiva, popolare, vecchia come il moto, come il moto sempre nuova, il progresso.”
Noi siamo, o signori, io aggiungeva, un Ministero di progressisti.
E lo siamo ancora, e se qualcheduno vuole entrare nelle nostre file, se vuole accettare il mio modesto programma, se vuole trasformarsi e diventare progressista, come posso io respingerlo?»

 Agostino Depretis
(08/10/1882)

Cronache marziane Istituito sotto i migliori auspici, il gabinetto Depretis fece del “trasformismo” una filosofia di governo, destinata ad avere successo e contribuendo non poco a sedimentare quella palude istituzionale, che spalancò le porte al fascismo in violenta polemica con le sabbie (im)mobili del “parlamentarismo” ed in aperta rottura con un sistema sostanzialmente sclerotizzato nella propria referenzialità.
Depretis, nel suo galleggiamento ministeriale, reseconfuse le questioni di principio e impossibile ogni chiarezza di pensiero, guardandosi bene:

«...dal formulare una politica ben definita che avrebbe potuto essere respinta da un voto contrario del parlamento e preferiva degli espedienti che potevano essere sconfessati in qualsiasi momento, semplicemente abbandonando al suo destino un ministro impopolare e rimaneggiando il ministero

  Denis Mack Smith
 “Storia d’Italia
 Laterza, 1987.

Concepito come una possibile soluzione alle pastoie del parlamentarismo italiano, con la rissosità congenita di una società profondamente frazionata, il “trasformismo” si è ben presto rivelato come parte integrante del problema.

«Nacque allora la formula definita del “trasformismo” che, presumibilmente concepita come strumento utile a garantire quella che oggi definiremmo “governabilità”, si risolse in un elemento di corruzione spicciola, di cooptazione interessata.
[…] La formula Depretis, peraltro, non poggiava soltanto su questa logica miserevole. La sostennero anche uomini come Marco Minghetti, conservatore, il quale, pur auspicando un sistema bipartitico, imperniato su una dialettica di contrapposte posizioni, riteneva preminente in quel momento assicurare all’Italia un governo stabile e – per avversione tanto all’estrema destra clericale, quanto alla sinistra radicale – avvicinò a Depretis molti deputati di orientamento conservatore. Anche questo elemento, come è ovvio, contribuì a stemperare gli originari propositi riformatori della Sinistra.
Alla morte di Agostino Depretis (1887) divenne presidente del Consiglio Francesco Crispi che, pur dichiarandosi in teoria nemico del trasformismo, fece largo ricorso a quel metodo. Se ne servì negli anni successivi anche Giolitti, ogni volta che in parlamento stava per formarsi un’opposizione organizzata

  Sergio Turone
 “Corrotti e corruttori
 Laterza, 1984

HELLBLAZERIn tempi più recenti, il sostanziale immobilismo, la cooptazione clientelare delle camarille locali, una corruzione endemica funzionale alla strutturazione del consenso, sono confluite nel cosiddetto “consociativismo” che è stata una variante moderna dell’originale trasformismo in evoluzione.
Date le sue peculiarità, non è un mistero come la pratica trasformistica, soprattutto nella sua componente consociativa, abbia costituito un aspetto constante del sistema politico italiano, alla base dell’egemonia democristiana nell’immanenza della sua longevità al potere. Lungi dall’essersi esaurito, oggi il fenomeno sembra più radicato che mai, incistato com’è tra il personalismo emergente dei nuovi caudillos populisti e la ricerca di un unanimismo totalizzante nella ridefinizione degli assetti di potere in atto…

«Il venir meno di ogni discriminante ideologica e programmatica fra i due maggiori schieramenti in campo (ossia la fine di quel sia pur imperfetto modello bipolare che aveva caratterizzato la scena parlamentare italiana nel primo ventennio postunitario) ebbe come effetti un visibile degrado del dibattito politico all’interno della ‘grande maggioranza’ costituzionale e il trasferimento delle funzioni proprie dell’opposizione a forze non pienamente legittimate (l’estrema radicale, repubblicana e poi socialista) oppure a gruppi eterogenei o marginali, pronti peraltro a rientrare alla prima occasione nel gioco delle combinazioni ministeriali.
[…] Il trasformismo non nasceva da una connaturata inclinazione al compromesso dei politici italiani, ma era il portato della debolezza originaria dello Stato unitario, della fragilità delle istituzioni e della cronica esiguità delle loro basi di consenso. Non era il prodotto di un carattere nazionale, ma la risposta, forse sbagliata, a un problema reale

  Giovanni Sabbatucci
 “Enciclopedia delle scienze sociali
 (1998)

Oggi, ci si illude di superare il bipolarismo imperfetto, previa rottamazione della Costituzione repubblicana e revisione del principio maggioritario.
Le cosiddette “riforme”, più strumentali che strutturali, brandite come una clava dalla anomala maggioranza di governo nel solco di più laide intese, costituiscono il tassello evidente di un’anomalia costituzionale ancor prima che istituzionale, con un esecutivo che interviene pesantemente nel gioco parlamentare, facendosi promotore ancor più che garante di una revisione costituzionale da portare avanti a tempi contingentati e tappe forzate. E lo fa preordinando la ‘sua’ riforma, denigrando le voci critiche in seno alle istituzioni repubblicane, rimuovendo dalle commissioni i senatori non allineati (fatto senza precedenti). Impone quindi la propria “bozza” ad un Parlamento ed un Senato, ancorché supini, che subiscono l’iniziativa di un premier mai eletto in un esecutivo presidenziale, tenuto a Carl Schmittbattesimo palatino. Nel superamento dei vecchi schemi politici e di partito, il governo si attribuisce competenze che spettano alle Camere ed agisce esso stesso come un partito (della nazione), accentrando su di se i poteri e istituzionalizzando l’eccezione in virtù di un presunto principio di necessità. Vizio antico ma sempre presente.
L’iniziativa governativa più che integrare l’azione parlamentare, ne determina l’indirizzo e la sovrasta nella sua ipertrofia decisionale. Viste le finalità recondite, circa l’attivismo promozionale (e propagandistico) del governo, viene in mente una vecchia polemica gramsciana riconquistata ad insospettabile attualità:

Gramsci«Il governo ha infatti operato come un “partito”, si è posto al di sopra dei partiti non per armonizzarne gli interessi e l’attività nei quadri permanenti della vita e degli interessi statali nazionali, ma per disgregarli, per staccarli dalle grandi masse e avere “una forza di senza-partito legati al governo con vincoli paternalistici di tipo bonapartistico-cesareo”: cosí occorre analizzare le cosí dette ‘dittature’ di Depretis, Crispi, Giolitti e il fenomeno parlamentare del trasformismo

  Antonio Gramsci
 “Passato e Presente. Agitazione e propaganda
 Quaderno III (§119); Anno 1930.

JOHN McCORMICKAttualmente, il trasformismo centrista di matrice neo-consociativa sembra convivere con le impennate demagogiche di un populismo di ritorno, dal quale trae giustificazione e legittimazione quale necessario argine di contenimento, mentre la componente cesaristica ne diventa strumento indispensabile di governo, in qualità di catalizzatore del consenso personalizzato a dimensione di “leader”. Per disinnescare la carica eversiva della minaccia populista, il “cesarismo” ne assume in parte le istanze; le converte in alchimie di governo consacrate alla preservazione della ‘stabilità’ tramite l’adozione su polarità alternata e contraria di un populismo reazionario, ammantato da un’onnipervasività plebiscitaria, riadattando il sistema alle necessità congenite del leader ed al consolidamento della sua posizione di potere. Si tratta di iniezioni controllate, con inoculazione del veleno a piccole dosi in funzione immunizzante. La pratica si chiama “mitridatismo”. E peccato che le tossine così somministrate a lungo andare finiscano col distruggere l’organismo che s’intendeva preservare.
Per quanto mutevoli possano essere le sue forme, il Cesarismo continua ad essere declinato nella forma prevalente dell’istrione, che a quanto pare resta il figuro più amato dagli italiani, incentrando la sua preminenza sui legami emozionali.

Wien - Kunsthistorisches Museum - Gaius Julius Caesar«L’organizzazione politica del cesarismo si afferma sempre a seguito di un processo di deistituzionalizzazione delle organizzazioni e delle procedure politiche preesistenti. In altri termini, parleremo di cesarismo se, e solo se, la leadership individuale nasce sulle ceneri di un’organizzazione politica istituzionalizzata che è stata colpita da un processo di decadenza e di disorganizzazione.
Il cesarismo è un regime di transizione, intrinsecamente instabile. Sorge per fronteggiare uno stato di disorganizzazione e di crisi acute della comunità politica ed è destinato a lasciare il posto a forme diverse e più stabili di organizzazione del potere.
[…] Un regime politico di transizione, che sorge in risposta alla decadenza di istituzioni politiche preesistenti ed è fondato su un rapporto diretto – ove la componente emozionale (così come è descritta, ad esempio, da Freud) è preminente – fra un leader e gli appartenenti alla comunità politica, veicolato da tecniche plebiscitarie di organizzazione del consenso.
[…] Per usare termini schmittiani potremmo dire che il cesarismo è il regime dello “stato d’eccezione” in cui però l’assunzione di pieni poteri da parte del leader si sposa con un consenso plebiscitario, o semiplebiscitario, della comunità politica (delle sue componenti maggioritarie). In questa prospettiva si può spiegare facilmente anche la scarsa attenzione che la scienza politica presta ai fenomeni cesaristici. Trattandosi di regimi di transizione, i regimi cesaristici hanno una vita effimera. Essi sorgono in risposta a una crisi e si trasformano più o meno rapidamente in regimi diversi

 Angelo Panebianco
Enciclopedia delle scienze sociali
(1991)

Semmai, il problema della transizione risiede nella durata, che qui in Italia si esplica in parentesi prolungate da non prendere mai alla leggera…
Il vecchio che tornaPerché al di là dei toni trionfalistici, l’unanimismo plebiscitario, la piaggeria cortigiana ed i facili entusiasmi, l’attuale governo garantito dai “senza-partito” vincolati al premier da un legame “bonapartistico-cesarista” e dalle più alte Grillinoprotezioni dell’ermo Colle, costituisce nella sostanza una parentesi di transizione, volta ad essere superata in fretta non appena sarà chiaro il trucco delle tre carte al volgere della fine dei giochi, sbollita l’enfasi delle contro-riforme artificialmente pompata da un apparato mediatico più che compiacente. Un “regime cesaristico” si afferma sul disfacimento dei partiti e prosperano traendo alimento dal populismo che inevitabilmente si sprigiona dalla loro decomposizione, con ben pochi vantaggi per lo sviluppo civile e di una società pienamente democratica.

«Man mano che i vecchi partiti da fiorentissimi sono diventati secchissimi (non parlo, com’è ovvio di quelli già defunti sotto le macerie di Tangentopoli), sono riemersi i caratteri di una società civile tradizionalmente avulsa dai meccanismi dell’associazionismo intermedio, mentre si è creata una voragine nel luogo del primitivo insediamento, un vuoto che può essere colmato d’un tratto da qualsiasi predicazione, poco importa se proveniente da demagoghi improvvisati, da corporazioni che invadono il campo della politica, o da partiti d’opinione, che sappia catturare il voto “emotivo”

  Mario Patrono
Maggioritario in erba – Legge elettorale e sistema politico nell’Italia che (non) cambia
Edizioni CEDAM
  Padova, 1999

In questa sua opera ‘minore’ di agevolissima lettura, Mario Patrono, costituzionalista di orientamento socialista ed esperto in Diritto pubblico comparato, coglieva con un ventennio d’anticipo i limiti intrinseci del maggioritario e le implicazioni sul sistema politico italiano, che col senno di poi si sono rivelate in buona parte esatte. A suo tempo il prof. Patrono, con tutte le riserve del caso, aveva posto la propria attenzione sulla “zoppìa del maggioritario in azione, sottolineando i limiti e le speranze già all’alba della sua adozione:

«..visto come il toccasana per guarire d’incanto il sistema politico italiano da tutti i mali che lo affliggevano: la corta durata dei governi, la fragilità della loro azione, la presenza di troppi partiti, la mancanza di ricambio al potere, la degenerazione della politica stessa, il maggioritario – alla prova dei fatti – sembra aver peggiorato piuttosto che migliorato lo stato delle cose, aggiungendo malanni nuovi a quelli preesistenti

Mario Patrono
 “Maggioritario in erba
(1995)

Considerati i soggetti politici attualmente in lizza secondo un’ottica tripartita, il parlamentarismo proporzionalista svolgerebbe una funzione ‘analgesica’, che per esempio un giurista del calibro di Hans Kelsen definiva di per se stessa “sedativa” nei sistemi conflittuali ad alta temperatura. E la stesura di una nuova legge elettorale è forse utile in tal senso, come migliore antidoto a prossime ed eventuali involuzioni nell’ambito dell’offerta politica, segnando una linea di demarcazione tra il rilancio della Politica ed il “commissariamento della Democrazia”, destinata ad essere strozzata dalla garrotta dei “governi tecnici”.

«Quale potrà essere l’esito finale di questo scontro tra chi vuole davvero il maggioritario, e perciò si adopera per valorizzarlo, e chi maneggia invece per affogarlo nella pozza di un sistema piegato ad avere tre poli in luogo dei “classici” di due, non è dato al momento sapere. Da una parte, a favore del bipolarismo gioca il terrore retrospettivo delle condizioni di un tempo, che l’inchiesta giudiziaria “Mani pulite” si vorrebbe aver chiuso per sempre. Ragiono nei termini di un riscatto morale dalla corruzione, e mi riferisco al dato inoppugnabile che il sistema elettorale maggioritario vi si oppone assai meglio della proporzionale, che al contrario la fomenta….
Ma è proprio qui che si nasconde la questione a cui è legata la possibilità dell’Italia di diventare una democrazia “funzionante”. È davvero il capitalismo italiano in grado, lo è davvero la società italiana di fare a meno della corruzione pur conservando la pace sociale e mantenere intatto il livello di benessere, al Nord come al Sud? Se la risposta è ‘no’, mille interessi leciti e illeciti, grandi e piccoli non tarderanno a far rivivere il passato. E la “Seconda Repubblica” rimarrà scritta nel libro dei sogni.
[…] Resta che le difficoltà e i pericoli di questa fase della vita politica si rivelano con chiarezza, non appena si guardi alla somma di incongruenze che vi albergano:
– un maggioritario in erba, parziale e indigesto per difetto di cultura;
– un bipolarismo precario che funziona male e che sono in molti, nel loro intimo, a non volere;
– una situazione politica confusa, fluida, miscelata, con maggioranze scarse;
una società che – dopo tanto discutere se fosse preferibile “rappresentarla” o piuttosto “governarla” – appare, per colmo di paradosso, né “rappresentata” né “governata”

  Mario Patrono
 “Maggioritario in erba
 (1995)

Pig and his girl by EastMonkey Alla prova dei fatti, possiamo dire che la risposta è stata ‘no’.
E la cosiddetta Terza Repubblica non è che si preannunci tanto meglio delle precedenti. Anzi!
In riferimento invece ai ‘governi tecnici’ (Ciampi e Amato), che hanno preceduto l’insediamento ventennale della pornocrazia berlusconiana, quanto di ‘meglio’ ha saputo incarnare lo spirito della “Seconda Repubblica”, così si esprimeva il prof. Patrono paventandone i rischi e le conseguenze future:

«Inoltre, e questo è forse il danno maggiore, si assiste ad una semiparalisi delle dinamiche istituzionali, che si manifesta con la presenza di un governo “tecnico”, che tiene il cartellone già da parecchi mesi. Il che sta provocando due conseguenze, l’una più grave dell’altra: un tentativo di nascondere dietro le contraddizioni in termini di una (presunta ma impensabile) “neutralità della politica” il fenomeno ben più allarmante di un oscuramento della politica, e ciò accade quando appunto la politica avrebbe dovuto ricevere dal maggioritario un rilancio in grande stile; ed un processo di commissariamento della democrazia, effetto e sintomo nel profondo della crisi che ha investito i partiti e le grandi organizzazioni sindacali, che fa dipendere le grandi scelte politiche da una cerchia di oligarchi senza investitura popolare: un processo che rischia, alla lunga, di aggravare il distacco tra i cittadini e il potere, nel momento stesso in cui il maggioritario è considerato dai suoi fautori (insieme al referendum e dopo di esso) il modo più genuino, immediato, ed anche più attraente di far partecipare il popolo, la “gente” alla vita politica.
OLIGARCHIAPer scrupolo osservo che questa fase…. rappresenta una miccia accesa sotto l’insieme delle libertà repubblicane: se non riusciamo a lasciarcela dietro alle spalle in tutta fretta, il rischio di un logoramento dello stesso contratto sociale diventa inevitabile

Mario Patrono
Maggioritario in erba – Legge elettorale e sistema politico nell’Italia che (non) cambia
Edizioni CEDAM
Padova, 1999

Praticamente, a decenni di distanza, siamo ritornati al bivio di partenza con una situazione sociale e culturale persino peggiore, e ancor più logorata, della matrice originaria…

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Sic transit infamia mundi

Posted in A volte ritornano, Kulturkampf with tags , , , , , , , , on 17 dicembre 2011 by Sendivogius

Secondo l’Unto (dal cerone) il prof. Mario Monti sarebbe “disperato”, tanto forti sono i ricatti delle lobbies (che nel berlusconismo hanno trovato la loro sponda migliore) e stringenti i regolamenti costituzionali a fondamento della normale dialettica democratica. Per essere più convincente, il vecchio satiro cita a man bassa Mussolini e si paragona direttamente al duce, arrivando a definire il fascismo come una “democrazia minore”. Evidentemente è il modello ideale a lui più congeniale. Ormai non finge neanche più, in un processo di identificazione pressoché totale.
Se c’è una cosa che, nonostante tutti i limiti, l’esecutivo Monti non fa rimpiangere è l’eclisse di questa compagine neo-fascista di affaristi senza scrupoli che, per mero opportunismo, piaggeria e viltà, commentatori ‘moderati’ ed ipocriti di ogni risma si sono ostinati per anni a chiamare “centro-destra”. Al contrario, per noi, la differenza tra conservatorismo cristiano-liberale e fascismo è sempre stata chiarissima.
E certo è incolmabile l’abisso che lo separa, per compostezza, educazione e decenza, dalle vestali violate del berlusconismo militante, che rivendicano la “centralità del Parlamento” dopo essersene fatti beffe per decenni, cercando di instaurare una sorta di cesarismo democratico tra decretazione d’urgenza ed eccezioni ad personam.
 È stridente il contrasto tra i modi compiti di distinti professionisti borghesi e la cagnara rabbiosa degli energumeni padani, improvvisamente privati delle golose prebende e delle comode poltrone romane. Forse, come si chiede la patetica deputata leghista, il prof. Monti non ha mai visto un operaio… ma sicuramente sa distinguere una cretina travestita, che per i suoi numeri da avanspettacolo percepisce 12.000 euro al mese.
Dopo anni di beate illusioni e di pagliacciate ininterrotte, la festa è finita. Il 2012 presenterà un conto amarissimo agli italiani: la vera apocalisse alle porte è la recessione, col rischio stagflazione e una disoccupazione reale al 30%. Questa è l’eredità che il ducetto brianzolo ed i suoi gerarchi lasciano al Paese.
Noi, senza essere degli esperti in materia economica e politica, denunciavamo i rischi su queste pagine da almeno due anni, a dimostrazione che non ci voleva certo un genio di intuizione. Ma tant’è…
Sembrano trascorsi anni; invece non è passato nemmeno un mese dalle dimissioni del Signor B. travolto dagli scandali, incapace di gestire la crisi economica (dopo averne negato pervicacemente l’esistenza), non prima di aver portato l’Italia sull’orlo della bancarotta, dopo averne devastato le finanze e la credibilità internazionale. La strategia è chiara: dimettersi un istante prima del collasso; lasciare ad altri la gestione della crisi e il ricorso a manovre impopolari, ma ponendo una seria ipoteca sull’azione del Governo Monti (che dovrà metterci la faccia, ma non dovrà toccare gli interessi dell’Unto), condizionandolo dall’esterno. Quindi imputerà ai “tecnici” (e poi ai kommunisti, potete starne certi) l’onere dei provvedimenti lacrime e sangue; imputerà ad altri la responsabilità dei sacrifici e l’eventuale fallimento, ma si attribuirà tutti i meriti in caso di successo. E in sordina garantirà la fiducia al governo in carica, fintanto che i sondaggi lo daranno perdente alle elezioni. Il tempo è un buon alleato, e l’Unto può sempre contare sulla memoria corta degli italiani, da imbonire in campagna elettorale con qualche altra demagogica promessa. Pare infatti che per l’incartapecorito Cavaliere il problema non siano le panzane con le quali ha ammorbato l’Italia per 30 anni e la straordinaria incompetenza amministrativa, ma il nome dato al suo partito-azienda (PdL), che secondo i parametri di marketing non avrebbe più abbastanza appeal elettorale.

In attesa di una improbabile ‘Resurrezione’ pasquale, è tempo di porre la lapide sul sepolcro del berlusconismo: variante pubblicitario-televisiva del fascismo. Se l’allucinato Pornocrate non fosse troppo intento a sfogliare i diari-patacca di Mussolini che, tra una sveltina e una marchetta, il picciotto Marcello Dell’Utri (l’Amico degli Amici), gli lascia da leggere sul comodino del lettone di Putin, potrebbe scoprire come l’epitaffio per la sua parabola discendente sia già stata scritto in tempi non sospetti… Nel 1976 un vecchio storico britannico, analizzando la politica mussoliniana, ne vergò il fallimento come “la conclusione logica del fascismo”, senza sapere quanto questa facesse rima con “berlusconismo”:

«..egli era universalmente riconosciuto come il più grande capo nazionale dei tempi moderni e gli italiani erano fortunati a poter avvantaggiarsi del suo giudizio e della sua saggezza, ogniqualvolta il significato degli sviluppi contemporanei apparisse incerto.
[…] Secondo i fascisti, i regimi liberaldemocratici, a causa dei loro ordinamenti parlamentari, erano incapaci di prendere decisioni rapide e risolute.
[…] Gli intellettuali fascisti condannarono unanimemente la corruzione e la generale arretratezza della vita inglese. Egualmente ne condannarono l’individualismo, l’internazionalismo, e anche l’anticlericalismo. Gli italiani invece, si disse, accettavano i più solidi valori della religione e del patriottismo. […] Alcuni arrivarono a rivendicare il riconoscimento del “primato universale” dell’Italia strumento di Dio, si disse, nella fondazione dell’ordine mondiale di domani.
[…] Come tanti altri aspetti del fascismo, questo sogno di futura prosperità fu inventato più per generare fiducia ed entusiasmo che per stimolare la gente a fare effettivamente qualcosa. Né si pensò di attuare nel presente sacrifici non indispensabili, quando la vittoria avrebbe procurato guadagni tanto cospicui e così a buon mercato.
[…] Forse M. sapeva che si sarebbe conservato al potere fintanto che fosse in grado di offrire l’illusione di “panem et circenses”.
[…] Per dirla in altro modo, si giudicò che le risorse fossero impiegate più utilmente nell’alimentare la gigantesca industria della propaganda, la quale si adoperava a convincere il cittadino qualunque che tutto andava per il meglio.
[…] Per chi poteva permettersi di frequentare ristoranti, comprare generi di lusso, villeggiare in alberghi o mangiare all’elegante Golf Club della capitale, non era troppo difficile soddisfare i propri interessi.
Le opere pubbliche sono un elemento essenziale della messinscena sotto qualsiasi dittatura, e Mussolini le amava non solo perché creavano posti di lavoro, ma soprattutto perché procuravano titoli vistosi sui giornali. […] In cima alle priorità stavano le autostrade, e anche i canali navigabili, benché per generale ammissione il volume del traffico non li giustificasse. […] Il programma comprendeva l’edificazione di prigioni, di un grande osservatorio, di diversi ponti sul Tevere, nonché stanziamenti per l’edilizia popolare che non avevano precedenti. Naturalmente, tutto ciò comportava l’impiego di materiali scarsi e aveva pesanti effetti inflazionistici. Furono avviati i lavori per parecchi canali, e si dette il via ai rilevamenti per un tunnel sotterraneo sotto lo Stretto di Messina: l’ordine di Mussolini fu di continuare anche se mancavano fondi e non c’era alcuna prospettiva di portare a termine l’opera.
[…] La cosa importante era di impressionare la gente, e probabilmente con le sole parole, che non costano nulla. Con l’aumento della spesa governativa, la corruzione dei funzionari sembrava esser cresciuta; o perlomeno era meno facile occultarla. […] L’assenza della critica pubblica faceva sì che bustarelle e concussioni prosperassero molto di più di quanto succedesse in altri paesi dove la stampa era libera di indagare. Mussolini sembra del resto aver accettato, se non addirittura salutato con favore, il proliferare degli intrallazzi tra i suoi tirapiedi, perché gli consentiva di mantenerli, mediante la minaccia del ricatto, in uno stato di soggezione assoluta.
[…] E tuttavia Mussolini sembra aver conservato in misura considerevole la sua popolarità personale. La cosa si spiega col fatto che al pubblico era stato insegnato a riverire lui solo e ad imputare tutti gli errori ai suoi complici. In questo senso, la sua ossessiva concentrazione sulle tecniche della propaganda può dirsi un successo.
[…] Gli 890 scrittori e giornalisti che nel 1942 figuravano a libro paga del Ministero della Cultura popolare, a cui si aggiungevano quelli impiegati dal ministero degli Esteri e da altri dicasteri, pubblicarono diligentemente un articolo dopo l’altro, in cui sempre si dimostrava che la vittoria e la prosperità erano dietro l’angolo. Col passare del tempo, dovettero rendersi conto che si trattava di un compito difficile, e forse sterile, giacché, come qualcuno degli stessi fascisti fu costretto ad ammettere, retorica e inverosimiglianza arrivavano nei giornali e nei notiziari radiofonici ad un punto tale da far loro perdere qualsiasi capacità persuasiva.
[…] A mano a mano che i problemi si fecero più complicati e ardui da maneggiare, Mussolini andò progressivamente isolandosi nelle sue private illusioni. […] La folta gerarchia fascista, a livello sia locale che nazionale, sapeva che per sua stessa mediocrità poteva esisteste soltanto all’ombra di quest’uomo e che senza di lui non sarebbe stata nulla. Per i gerarchi era dunque indispensabile alimentare il grande mito del duce come colui che aveva sempre ragione, era lungimirante, onnisciente, e posto al di là di ogni possibile critica. Ma ora rischiavano di venir spazzati via insieme a quello stesso mito che avevano contribuito con tutte le loro energie, e nel proprio stesso interesse, a perpetuare. Sempre più numerosi si fecero coloro che lo criticavano in privato, gettando dubbi sulle sue condizioni mentali e accusandolo di portare il paese alla rovina.
[…] Nel suo isolamento, Mussolini perse progressivamente il contatto con la vita reale e cominciò a paragonarsi non più soltanto a Napoleone, ma a Gesù Cristo.
[…] Sino all’ultimo momento, Mussolini continuò a credere che la propaganda fosse l’arma essenziale e che il suo compito di comandante supremo fosse innanzitutto di creare e mantenere in piedi il mito della sua propria infallibilità e, in secondo luogo, rivestire di panni plausibilmente realistici le numerose altre illusioni che aveva giudicato opportuno alimentare. S’era abituato a vivere in un mondo di fantasia, dove non contavano i fatti, ma le parole…. Era un mondo in cui per un pubblicista di genio era facile prendere in giro i più, in cui le decisioni potevano venir rovesciate da un giorno all’altro senza che nessuno se ne desse per inteso e anzi se ne accorgesse, e dove in ogni caso le decisioni erano prese per fare scena e non per essere messe in atto. Era un mondo sostanzialmente privo di serietà, dove soli contavano la propaganda e le dichiarazioni pubbliche; ed è difficile evitare la conclusione che proprio questo fosse il messaggio centrale e la vera anima del fascismo italiano. Non essendoci ragioni per pensare che gli italiani siano più creduli di qualsiasi altro popolo, bisogna ammettere che come illusionista la prestazioni di Mussolini fu quella di un autentico virtuoso. Ma fu questo virtuosismo più di ogni altra cosa a portare l’Italia alla disfatta

 Denis Mack Smith
Le guerre del duce
Mondadori, 1992.

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