Archivio per Demagogia

Un borghese piccolo piccolo

Posted in Muro del Pianto with tags , , , , , on 12 ottobre 2018 by Sendivogius

Se a noi non toccasse di rivivere la farsa declinata in pantomima orwelliana e avviluppata in un chorizo fascio-peronista, ci sarebbe di che sorridere dinanzi a questa commedia dell’assurdo; se non fosse che alla fine dei giochi il conto (salatissimo) lo pagheremo noi tutti. E intanto ci tocca assistere alla tragedia di uomini ridicoli che giocano alla riVoluzione, trattandosi più che altro di cazzari a dimensione ‘social’ in lotta continua contro il principio di realtà, evidentemente incompatibile coi limiti della loro arena digitale di twittatori professionisti dalle aspirazioni totalitarie, tanta è la sete di potere.
Ad essere melodrammatici, si potrebbe persino parlare di fascismo 2.0… salvo rendersi subito conto che il termine sarebbe alquanto improprio, se rimesso alla coppia di didimi che hanno costruito la propria fortuna promettendo la cuccagna nel Paese di Bengodi, ma che intanto sono costretti a dividersi una poltrona per due in un governo bicefalo.
 Da una parte, abbiamo l’aspirante duce barbuto che si esibisce con stellette di latta e finte uniformi da travestito securitario. Troppo poco per farne un caudillo. Uno che non avendo fatto mai nulla nella vita, non perde occasione per ricordare di essere “un papà”. Evidentemente, fottere è l’unica cosa che gli è sempre riuscita bene.
 E poi c’è l’altro, che sembra uscito da un presepe napoletano; rivestito a festa per l’occasione, con l’abitino della prima comunione stirato di fresco ed il ghigno scolpito di un nano da giardino, mentre sventola il ditino inquisitorio e si riempie la bocca della parola “popolo” (qualunque cosa esso voglia significare) ogni due congiuntivi coniugati a cazzo.
Grassoccio e sudaticcio l’uno, impomatato e segaligno l’altro. Entrambi così impresentabili da aver bisogno di nascondersi dietro ad un pupazzo laccato, coi capelli riverniciati in nero di seppia: l’utile idiota, chiamato a garantire un’intesa fondata su promesse impossibili.
In realtà si tratta di uomini ordinari, poveri di studi e di cultura, privi di ogni competenza, ma dalla presunzione sconfinata che tracima nell’arroganza; borghesi piccoli piccoli dal fanatismo dottrinario, unito ad una buona dose di fideismo messianico che si alimenta di suggestioni e di paure (poco importa se fondate o meno), perché ha costantemente bisogno di nemici per creare la coesione di cui manca, in un impasto di stereotipi e di grettezze provinciali, che superano nel luogocomunismo l’assenza di ogni impianto ideologico o semplicemente ideale. La mania del complotto ne misura la dimensione paranoica. Manicheismo giacobino e avventurismo bonapartitista sono la stura delle loro fantasticherie, nell’illusione autarchica dell’Italietta sovranista.
Prima o poi, il giocattolo si romperà. E non sarà per niente facile rimettere assieme i cocci.

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(115) Cazzata o Stronzata?

Posted in Zì Baldone with tags , , , , , , , , , , , , , , on 30 settembre 2018 by Sendivogius

Classifica SETTEMBRE 2018”

Non che non ci avesse provato pure l’Unto… quello originale, non la caricatura catramata!
A suo tempo, circa duemila anni fa, un altro cazzaro di successo aveva moltiplicato i pani ed i pesci… trasmutato l’acqua in vino… Persino resuscitare i morti gli era sembrato più facile… ma di eliminare la povertà proprio non c’era stato verso.
Alla fine, dove non era riuscito neanche Gesù Cristo, ha potuto Giggino ‘O Sarracino, stabilendo l’abolizione della povertà per decreto. E non sappiamo se siano previste severe sanzioni, per i trasgressori che dovessero ostinarsi a restare poveri; certo per boicottare la benemerita opera del Governo del Popolo. Da oggi dunque è stabilito a norma di legge che la povertà non esiste più. E se lo annuncia Giggino, l’Evita affacciata al balcone insieme allo stato maggiore del Popolo Sovrano, se ne può star pur certi.
Poi vabbé! Le parole, come la scelta dei simboli, sarebbero anche importanti… E pare che al “governo del cambiamento” non gli riesca proprio di affrancarsi da questa parodia del ventennio mussoliniano: con quello che gira in felpa declamando i motti del duce malanima (molti nemici, molto onorenoi tireremo drittome ne frego!) e quest’altro affacciato al balcone, con la claque autoconvocata dei meravigliosi pupazzi a 5 stelle (non esattamente la folla dei grandi eventi), per l’occasione adunati in notturna sotto al balconcino di Palazzo Chigi (quello di Piazza Venezia non era disponibile), in una di quelle carnevalate destinate a fare storia attraverso la sgangherata sceneggiata fascio-peronista.
Bene, ora che è stata abolita la povertà (ed alzi la mano chi negli ultimi dieci anni ha trovato un posto di lavoro rivolgendosi ai “centri per l’impiego”), adesso che tutti avranno garantito un “reddito di cittadinanza” (todos caballeros!) comodamente a domicilio, ci sarebbe pure quell’annosa questione sul reperimento dei fondi e delle coperture (roba da congiura dei tecnocrati), in attesa di saccheggiare la Cassa Depositi e Prestiti, come è probabile che avverrà in assenza di liquidità…
In genere, durante le “rivoluzioni”, benché questa ne sia solo una farsa, quando non si hanno i soldi per finanziare la spesa corrente al netto delle promesse mirabolanti, di solito li si inventa. O più semplicemente li si stampa. A questo serve la “sovranità monetaria” rimessa nelle mani dei cialtroni, peggio ancora se pescati tra falliti e casi umani.

Nel 1789 l’allora governo del popolo della Francia rivoluzionaria, non potendo finanziare il proprio debito coi prestiti esteri ed avendo un disperato bisogno di rimpinguare le casse dello Stato, ricorse alla massiccia emissione di buoni del tesoro che ben presto assunsero la forma di moneta cartacea a corso forzoso, per gli scambi correnti su valore nominale. Li chiamarono assegnati ed ebbero effetti catastrofici sull’economia francese. Quando le emissioni superarono di gran lunga le garanzie sui prestiti, il governo rivoluzionario trovò più semplice chiudere la Borsa e la pubblicazione dei tassi di cambio, piuttosto che sospendere l’emissione di nuovi bigliettoni senza valore.
 Nel 1913, i rivoluzionari messicani si finanziarono iniziando a stampare a dismisura banconote senza alcuna copertura legale su valore fiduciario, per far fronte alle esigenze amministrative e non incorrere nei rigori del credito internazionale. L’idea ebbe così tanto successo che Pancho Villa per rifornirsi di liquidità arriva a stampare un milione di banconote al giorno, le “lenzuola di Villa” (las sabanas de Villa), tanto che nel 1915 circolano oltre 400 milioni di pesos in biglietti di piccolo taglio. In pratica, durante la rivoluzione costituzionalista, ogni regione stampava la sua cartamoneta (la moneda revolucionaria) che il popolino inondato da tanta abbondanza chiama dinero villista, o anche “bilimbique” perché ai peones ricordava i buoni acquisto che un certo William Weeks (da lì la deformazione del nome) pagava ai minatori della Cananea Company al posto dei salari.
E fu così che tutti ebbero più banconote nelle tasche e meno denaro reale da spendere. Oggi ci sarebbe l’euro ed il giochino non è tanto riproponibile. Ma dalla moneta unica si può sempre uscire… Perché qui siamo un bel passo oltre le vecchie “svalutazioni competitive” e l’assistenzialismo clientelare di stampo democristiano, nel Bengodi ritrovato della munifica Manovra del Popolo

  Hit Parade del mese:

01. ABOLITA LA POVERTÀ

[25 Set.] «Con la pensione di cittadinanza e il reddito di cittadinanza che introdurremo in questa legge di bilancio avremo abolito la povertà.»
(Luigi Di Maio, l’Elemosiniere)

02. MORANDI A 5 STELLE

[21 Set.] «L’obiettivo non è solo quello di rifare bene e velocemente il ponte Morandi, ma di renderlo un luogo vivibile, un luogo di incontro in cui le persone si ritrovano, in cui le persone possono vivere, possono giocate, possono mangiare.»
(Danilo Toninelli, sempre più concentrato)

03. NEMICI DEL POPOLO

[30 Set.] «PD e Forza Italia nemici dell’Italia. Fanno terrorismo mediatico. Vogliono far schizzare lo spread sperando in un colpo di stato finanziario.»
(Luigi Di Maio, il Popolo incarnato)

04. LA DITTATURA DEI VACCINI

[05 Set.] «Vaccinazioni coatte. Ecco il nuovo programma biopolitico voluto dall’aristocrazia finanziaria turbocapitalistica. La quale tratta i popoli precarizzati alla stregua di armenti senza dignità, con patrizio disprezzo e metodi sempre più totalitari»
(Diego Fusaro, il Turbocazzaro)

05. POLVEROSI LIBRI

[09 Set.] «Sono figlio della contestazione globale, erano tempi in cui ci si opponeva. Ho un padre insegnante e un fratello professore, quindi ho sempre respirato scuola e per questo sono preparatissimo. Non mi sono diplomato per ribellione. Quello che c’è da sapere non si impara sui polverosi libri»
(Mario Pittoni, il leghista presidente della commissione istruzione al Senato)

06. MODERNITAS

[11 Set.] «Voglio introdurre in Italia il ‘convenant marriage’ americano, una forma di matrimonio indissolubile»
(Simone Pillon, Torquemada leghista)

07. MA ANCHE NO!

[29 Set.] «Ancora una volta siamo noi a dover salvare il paese che amiamo»
(Silvio Berlusconi, il morto che parla)

08. CONTRIZIONI

[20 Set.] «Sono sei mesi che faccio autocritica»
(Matteo Renzi, il Modestissimo)

09. INCUBI

[29 Set.] «Non dobbiamo salvaguardare l’occupazione, ma i sogni delle persone»
(Davide Casaleggio, il Milton Friedman de noantri)

10. TI HA FATTO MALE, PICCOLO?!?

[24 Sett.] «Asia Argento mi ha violentato»
(Jimmy Bennett, il Violato)

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Il Genio della Fuffa

Posted in Muro del Pianto with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 17 ottobre 2014 by Sendivogius

Manneken Pis by Oona

Dopo lunga e attenta valutazione, il Bambino d’Oro del governo più amato dalla destra italiana e dai padroni di Confindustria ha finalmente scoperto con ampio ritardo il principio dei vasi comunicanti: se uno si svuota, l’altro si riempie.
Partita di giroSe poi a riempirsi sono le tasche dei soliti noti, attraverso una immensa partita di giro, con corollario aggiunto di provvedimenti dal sapore squisitamente demagogico, l’intera operazione si qualifica per ciò che realmente è…
Renzi il Paraculo  Perché risulta assai facile “ridurre le tasse”, togliendole soprattutto a chi le ha sempre eluse, spostando il carico fiscale dallo Stato agli enti locali, con buona pace di chi poi è chiamato a risponderne sul territorio; incidendo sulla qualità delle prestazioni e dei servizi sociali, che hanno un costo e che inevitabilmente risentono di un minor gettito di spesa.
A Roma c’è un detto, volgare ma efficace: “fare il frocio col culo degli altri”.
È in pratica quanto va facendo il governo centrale, che delega l’onere dei tagli a totale carico delle regioni, bullandosi pubblicamente della riduzione delle imposte (dirette) e declinando ogni ogni responsabilità sulle conseguenze, che una manovra così confezionata inevitabilmente avrà in assenza di coperture garantite.
Matteo Renzi pupazzoPer il lavoro, sporchissimo, Telemaco ha a disposizione una squadra di economisti allevati di preferenza nel vivaio bocconiano, una mezza dozzina di riserve in panchina, e un solo centravanti di sfondamento, Yoram Gutgeld, che decide per tutti all’insaputa dell’intero ‘cucuzzaro’ in spremuta permanente (lo chiamano brain storming).
Yoram Gutgeld Il prof. Gutgeld è il super-esperto targato McKinsey & Company, la società famosa per le ottime consulenze gestionali, a suo tempo fornite alla Enron (chiusa per bancarotta fraudolenta, in uno dei più grandi scandali finanziari della storia USA), alla Swissair (la compagnia di bandiera svizzera liquidata per fallimento), alla General Motors (condotta sull’orlo del tracollo), e la compagnia telefonica AT&T (che sconsigliò di investire nella telefonia mobile, giudicata con rara lungimiranza un “mercato di nicchia”).
mobile-phonesMa alla fin fine la c.d. Legge di Stabilità imposta dal Bambino Matteo, e che accorpa in sol blocco la vecchia “finanziaria” e “manovre correttive” (chiamate “aggiustamenti”), si inserisce nel solco tutto democristiano delle più classiche alchimie di dorotea memoria:

Forza Italia «..drastiche restrizioni alla spesa pubblica e ai bilanci comunali e provinciali…. invece promettendo, in modo caotico e irresponsabile, incentivi e finanziamenti non corrispondenti ad alcuna organica valutazione delle necessità dello sviluppo regionale…. in una intollerabile ridda di demagogiche promesse.
[…] Si deve allora pensare che sia prevalso finora un orientamento di pratica subordinazione o almeno di insufficiente resistenza alla linea moderata e conservatrice della Democrazia Cristiana…. sia bloccata ogni dialettica democratica e siano schiacciate sotto il peso del listone andreottiano-doroteo

Sono le parole con cui l’Unità (defunta) salutava la conferenza regionale del primo Governo Moro nel lontano Maggio del 1964, ma possono benissimo valere anche per l’oggi.
FuffaIndorata la pillola e agitato il manganello, ovviamente non manca la carota; meglio se grattugiata a piccoli bocconcini, per palati di bocca buona…
80 euriSi conferma la marchetta tutta elettorale degli strombazzati 80 euri (con un disavanzo di quasi 10 miliardi di euro), riservata ai lavoratori dipendenti sotto i 1.500 euro mensili e convertita in detrazione fiscale, ma dalla quale resteranno esclusi i pensionati, i lavoratori parasubordinati, e gli impiegati (a reddito fisso) della Pubblica Amministrazione. Quindi i 2/3 degli italiani a più basse entrate.
Renzi televenditaIl trasferimento del TFR in busta paga (fortunatamente su base volontaria), oltre a privare i lavoratori di una fondamentale integrazione al reddito per la fine del rapporto di lavoro, verrà sottoposto a imposizione ordinaria, mentre ora gode di una tassazione separata e agevolata.
manoSe la bozza finanziaria dovesse essere confermata, l’accredito in busta paga del TFR verrebbe assoggettato a tassazione ordinaria e non imponibile ai fini previdenziali e quindi sommato all’imponibile IRPEF, con un notevole aggravio fiscale per i redditi al di sopra dei 15.000 euro (lordi) all’anno. Questo vuol dire che sommando il tfr alla variabile dello stipendio e degli eventuali straordinari, il lavoratore incorre nel serio rischio di passare ad uno scaglione di reddito più alto, oltrepassando la fascia ridotta e vedendosi applicare un’aliquota maggiorata ai fini fiscali. Ne riceverebbe un danno triplicato, col risultato di non avere più il trattamento di fine rapporto al momento della pensione o della cessazione del contratto di lavoro, pagare un’aliquota piena che può arrivare fino al 38% del proprio imponibile, e perdere in tal modo tanto l’eventuale bonus degli 80 euro quanto le detrazioni fiscali riservate ai redditi più bassi.
In pratica, al netto dei benefici presunti nella capacità di spesa, meno soldi e più tasse in busta paga. Più che di una partita di giro, si tratta di una truffa bella e buona, consumata a tutto svantaggio degli idolatrati ceti medi.
Middle ClassLungi dal costituire un vantaggio per il Fisco, l’operazione non è nemmeno indolore ed ha costi scandalosi, qualora andasse in porto secondo gli auspici governativi…
In pratica, è previsto un “tetto di garanzia” di 100 milioni di euro, a totale carico pubblico e cioè dei contribuenti.
bank Ad anticipare la somma, saranno gli istituti di credito privato che aderiranno alla convenzione e che, su certificazione dell’INPS (l’ente previdenziale pubblico) da parte dell’azienda interessata, provvederanno al pagamento. Ovverosia, l’impresa dispone le quote di TFR nella busta paga del dipendente che ne faccia richiesta, ma i soldi ce li mette per intero la banca (che si fa pagare gli interessi del credito: il 2,25%), alla stregua di un normale finanziamento. In caso di mancata restituzione della somma da parte degli imprenditori, il saldo verrà interamente accollato alle casse dell’INPS che risponderà in solido del finanziamento, con una contro-garanzia dello Stato che si sostituisce al creditore (l’azienda) insolvente, con un ulteriore aggravio sulla spesa pubblica ma a fini privati. Un capolavoro!

Il Sirenetto (by Edoardo Baraldi)«Tolgo l’Articolo 18, i contributi e la componente lavoro dall’Irap.
Cosa vuoi di più? Per chi vuole assumere verranno meno tutti gli alibi!»

Matteo Renzi
(15/10/2014)

Una frase quella degli “alibi” già troppe volte sentita in passato…
Per le imprese che assumono sono altresì previsti ulteriori agevolazioni fiscali per un costo (iniziale) di due miliardi di euro. Il provvedimento, più volte utilizzato in passato, ha finora dato risultati minimi in termini occupazionali, per costi massimi in materia di spesa.
In pratica, si abolisce in blocco tutta la normativa che proibisce i licenziamenti senza giustificato motivo, si riduce l’indennità del lavoratore licenziato (senza giusta causa) da 20 a 12 mensilità, si lascia sostanzialmente invariata la selva dei contratti atipici e parasubordinati (una cinquantina di tipologie), si solleva l’imprenditore, ovvero il padrone, dal pagamento degli oneri contributivi per tre anni.
Ovviamente, il versamento dei contributi (all’INPS), fondamentali per il calcolo della pensione e per l’erogazione dei sussidi di disoccupazione, è a totale carico pubblico dello Stato.
00-greedy-capitalist-pig-15-09-12Dal momento che con l’abolizione di ogni residuo dell’Art.18 si introduce la totale libertà di licenziamento, in forme sconosciute tanto in Germania quanto in Gran Bretagna, non ha alcun senso di parlare di contratti a tempo indeterminato, col risultato che l’azienda, intascate le detrazioni, potrà tranquillamente licenziare i lavoratori allo scadere dei tre anni, conseguendo il massimo beneficio a costo zero. Al momento, dinanzi all’ipotesi più che plausibile non sono previste contro-partite o clausole di salvaguardia da parte del Governo, il cui modello economico di riferimento è probabilmente la Serbia.
Fiat SerbiaI lavoratori licenzianti però potranno contare su un miliardo e mezzo di euro in “ammortizzatori sociali”, assolutamente insufficienti a fronteggiare il disagio economico persino degli attuali disoccupati.
Prendi tutto e non dare nullaA questo si aggiunga il taglio dell’IRAP, sulla componente lavoro, per la bellezza di 5 miliardi di euro, a tutto beneficio dei grandi gruppi industriali. E peccato che l’IRAP (imposta regionale sulle attività produttive) costituisca una delle principali entrate nei bilanci regionali, che destinano il 90% del gettito così ottenuto al finanziamento della Sanità ed il rimanente per i servizi sociali.
Come le singole realtà locali potranno continuare a mantenere ospedali, scuole, trasporti, manutenzione pubblica, beni culturali.. e per giunta senza ricorre a nuove imposte, è un mistero che il bullo fiorentino si guarda bene dallo spiegare tra un twitter ed un selfie.
Il Bullo FiorentinoÈ ovvio che nella Confindustria abbiano le lacrime agli occhi per la commozione: non avrebbero potuto ottenere di più nemmeno da una Margaret Thatcher rediviva!
E sempre a proposito di ‘regalie’, i provvedimenti per il recupero dell’evasione fiscale, con un gettito aleatorio e tutto da dimostrare di circa 4 miliardi di euro, è in realtà l’ennesima sanatoria nascosta a beneficio dei ladri. Si abbassano ulteriormente le sanzioni minime che saranno inferiori ad 1/8 della cifra evasa.
Però, nei 36 miliardi (e oltre) della manovra, sono previsti 500 milioni di aiuti alle famiglie più bisognose e con minori a carico: le detrazioni sono previste fino al terzo anno di età dei figli. Poi ci si può anche arrangiare.
homelessBriciole verranno stanziate anche per il fondamentale rilancio dell’innovazione e della ricerca scientifica: 300 milioni di euro, con trasferimento dei crediti d’imposta.
Per l’ammodernamento della macchina giudiziaria e digitalizzazione informatica delle pratiche documentali: 250 milioni.
In compenso, non poteva mancare il classico provvedimento clientelare, con l’ennesima infornata di massa che in passato tanto hanno giovato al sistema scolastico, e l’assunzione in blocco di 150.000 precari della scuola; rigorosamente senza concorso pubblico, con buona pace delle graduatorie, dello stato di servizio, e di chi per anni ha seguito corsi di specializzazione presso SSIS sobbarcandosi tutti gli oneri e le spese.
La signora Agnese sarà contenta.
Insomma, dalla Fuffa alla Truffa, fintanto che gli italiani vorranno stare al bluff.

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TRANSFORMER ITALIA

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Hellraiser - Cubo di Le Marchand

Con l’asciuttezza che ne distingue la prosa e le analisi, gli storici anglosassoni definiscono il Trasformismo, come una pratica di governo per la formazione di coalizioni centriste a maggioranza variabile e mutualità di intenti nella loro fumosità ideologica.

Storia d'Italia «Il trasformismo è uno dei modi in cui può funzionare il sistema parlamentare, e questo tipo di permanente coalizione centrista tendeva indubbiamente a dare alla lotta politica un carattere meno polemico e più moderato. Ma di quando in quando anche taluni liberali erano costretti a riconoscere che…. l’assenza di aperte controversie aveva un effetto paralizzante e negativo.
[…] Il trasformismo venne attaccato e accusato di essere una degenerazione della prassi del compromesso…. che nascondeva l’assenza di convinzioni profonde.
[…] Depretis, Crispi, e lo stesso Giolitti ricorsero tutti uno dopo l’altro allo stesso metodo, e ciò con lo scopo preciso di impedire che potesse formarsi un’opposizione organizzata, in quanto in circostanze di emergenza il Presidente del Consiglio era così sempre in grado di allargare la schiera dei suoi sostenitori, grazie a una “combinazione” con alcuni dei dissidenti potenziali. Quest’assenza di una opposizione ben articolata ebbe talvolta effetti quanto mai negativi nella vita costituzionale italiana, come ad esempio la rapida successione di ministeri che ne risultava, dato che quella che sembrava una solida maggioranza si volatilizzava da un giorno all’altro

  Denis Mack Smith
 “Storia d’Italia
  Laterza, 1987.

Agostino DepretisStoricamente, il metodo si afferma nella seconda metà del XIX° secolo con l’insediamento del gabinetto governativo di Agostino Depretis, quando la contrapposizione, del tutto fittizia, in seno al blocco liberale nel Parlamento tra l’ala conservatrice (“Destra”) e quella progressista (“Sinistra”), si risolse con una serie omogenea di esecutivi di compromesso, fondati sullo scambio clientelare e la gestione condivisa del potere su base personalistica.

«Una volta al governo la Sinistra, che era salita al potere soltanto grazie all’aiuto di gruppi dissidenti della Destra, trovò che le riforme erano più difficili da attuare che da predicare. Il discorso inaugurale della Corona nel novembre del 1876 accennò una volta ancora al maggiore decentramento amministrativo, ma si trattava soltanto di parole. Depretis si sforzò in ogni modo di far apparire il suo ministero più progressista di quello precedente, ma in pratica non poté far molto di più che promettere di studiare possibili riforme future e di usare metodi meno autoritari nell’applicazione della legge. Neppure quest’ultima promessa fu mantenuta

  Denis Mack Smith
  “Storia d’Italia
  Laterza, 1987.

Ed è piuttosto illuminante ricordare come Agostino Depretis illustrò il nuovo corso ai propri elettori, in uno dei suoi celebri discorsi nel suo feudo elettorale di Stradella…

«I partiti politici non si debbono fossilizzare né cristallizzare. Ed eccovi quel che io diceva in questo stesso luogo l’8 Ottobre 1876:
[…] Io spero che le mie parole potranno facilitare quella concordia, quella faconda trasformazione dei partiti, quella unificazione delle parti liberali della Camera, che varranno a costituire quella tanto invocata e salda maggioranza, la quale ai nomi storici tante volte abusati e forse improvvidamente scelti dalla topografia dell’aula parlamentare, sostituisca per proprio segnacolo un’idea comprensiva, popolare, vecchia come il moto, come il moto sempre nuova, il progresso.”
Noi siamo, o signori, io aggiungeva, un Ministero di progressisti.
E lo siamo ancora, e se qualcheduno vuole entrare nelle nostre file, se vuole accettare il mio modesto programma, se vuole trasformarsi e diventare progressista, come posso io respingerlo?»

 Agostino Depretis
(08/10/1882)

Cronache marziane Istituito sotto i migliori auspici, il gabinetto Depretis fece del “trasformismo” una filosofia di governo, destinata ad avere successo e contribuendo non poco a sedimentare quella palude istituzionale, che spalancò le porte al fascismo in violenta polemica con le sabbie (im)mobili del “parlamentarismo” ed in aperta rottura con un sistema sostanzialmente sclerotizzato nella propria referenzialità.
Depretis, nel suo galleggiamento ministeriale, reseconfuse le questioni di principio e impossibile ogni chiarezza di pensiero, guardandosi bene:

«...dal formulare una politica ben definita che avrebbe potuto essere respinta da un voto contrario del parlamento e preferiva degli espedienti che potevano essere sconfessati in qualsiasi momento, semplicemente abbandonando al suo destino un ministro impopolare e rimaneggiando il ministero

  Denis Mack Smith
 “Storia d’Italia
 Laterza, 1987.

Concepito come una possibile soluzione alle pastoie del parlamentarismo italiano, con la rissosità congenita di una società profondamente frazionata, il “trasformismo” si è ben presto rivelato come parte integrante del problema.

«Nacque allora la formula definita del “trasformismo” che, presumibilmente concepita come strumento utile a garantire quella che oggi definiremmo “governabilità”, si risolse in un elemento di corruzione spicciola, di cooptazione interessata.
[…] La formula Depretis, peraltro, non poggiava soltanto su questa logica miserevole. La sostennero anche uomini come Marco Minghetti, conservatore, il quale, pur auspicando un sistema bipartitico, imperniato su una dialettica di contrapposte posizioni, riteneva preminente in quel momento assicurare all’Italia un governo stabile e – per avversione tanto all’estrema destra clericale, quanto alla sinistra radicale – avvicinò a Depretis molti deputati di orientamento conservatore. Anche questo elemento, come è ovvio, contribuì a stemperare gli originari propositi riformatori della Sinistra.
Alla morte di Agostino Depretis (1887) divenne presidente del Consiglio Francesco Crispi che, pur dichiarandosi in teoria nemico del trasformismo, fece largo ricorso a quel metodo. Se ne servì negli anni successivi anche Giolitti, ogni volta che in parlamento stava per formarsi un’opposizione organizzata

  Sergio Turone
 “Corrotti e corruttori
 Laterza, 1984

HELLBLAZERIn tempi più recenti, il sostanziale immobilismo, la cooptazione clientelare delle camarille locali, una corruzione endemica funzionale alla strutturazione del consenso, sono confluite nel cosiddetto “consociativismo” che è stata una variante moderna dell’originale trasformismo in evoluzione.
Date le sue peculiarità, non è un mistero come la pratica trasformistica, soprattutto nella sua componente consociativa, abbia costituito un aspetto constante del sistema politico italiano, alla base dell’egemonia democristiana nell’immanenza della sua longevità al potere. Lungi dall’essersi esaurito, oggi il fenomeno sembra più radicato che mai, incistato com’è tra il personalismo emergente dei nuovi caudillos populisti e la ricerca di un unanimismo totalizzante nella ridefinizione degli assetti di potere in atto…

«Il venir meno di ogni discriminante ideologica e programmatica fra i due maggiori schieramenti in campo (ossia la fine di quel sia pur imperfetto modello bipolare che aveva caratterizzato la scena parlamentare italiana nel primo ventennio postunitario) ebbe come effetti un visibile degrado del dibattito politico all’interno della ‘grande maggioranza’ costituzionale e il trasferimento delle funzioni proprie dell’opposizione a forze non pienamente legittimate (l’estrema radicale, repubblicana e poi socialista) oppure a gruppi eterogenei o marginali, pronti peraltro a rientrare alla prima occasione nel gioco delle combinazioni ministeriali.
[…] Il trasformismo non nasceva da una connaturata inclinazione al compromesso dei politici italiani, ma era il portato della debolezza originaria dello Stato unitario, della fragilità delle istituzioni e della cronica esiguità delle loro basi di consenso. Non era il prodotto di un carattere nazionale, ma la risposta, forse sbagliata, a un problema reale

  Giovanni Sabbatucci
 “Enciclopedia delle scienze sociali
 (1998)

Oggi, ci si illude di superare il bipolarismo imperfetto, previa rottamazione della Costituzione repubblicana e revisione del principio maggioritario.
Le cosiddette “riforme”, più strumentali che strutturali, brandite come una clava dalla anomala maggioranza di governo nel solco di più laide intese, costituiscono il tassello evidente di un’anomalia costituzionale ancor prima che istituzionale, con un esecutivo che interviene pesantemente nel gioco parlamentare, facendosi promotore ancor più che garante di una revisione costituzionale da portare avanti a tempi contingentati e tappe forzate. E lo fa preordinando la ‘sua’ riforma, denigrando le voci critiche in seno alle istituzioni repubblicane, rimuovendo dalle commissioni i senatori non allineati (fatto senza precedenti). Impone quindi la propria “bozza” ad un Parlamento ed un Senato, ancorché supini, che subiscono l’iniziativa di un premier mai eletto in un esecutivo presidenziale, tenuto a Carl Schmittbattesimo palatino. Nel superamento dei vecchi schemi politici e di partito, il governo si attribuisce competenze che spettano alle Camere ed agisce esso stesso come un partito (della nazione), accentrando su di se i poteri e istituzionalizzando l’eccezione in virtù di un presunto principio di necessità. Vizio antico ma sempre presente.
L’iniziativa governativa più che integrare l’azione parlamentare, ne determina l’indirizzo e la sovrasta nella sua ipertrofia decisionale. Viste le finalità recondite, circa l’attivismo promozionale (e propagandistico) del governo, viene in mente una vecchia polemica gramsciana riconquistata ad insospettabile attualità:

Gramsci«Il governo ha infatti operato come un “partito”, si è posto al di sopra dei partiti non per armonizzarne gli interessi e l’attività nei quadri permanenti della vita e degli interessi statali nazionali, ma per disgregarli, per staccarli dalle grandi masse e avere “una forza di senza-partito legati al governo con vincoli paternalistici di tipo bonapartistico-cesareo”: cosí occorre analizzare le cosí dette ‘dittature’ di Depretis, Crispi, Giolitti e il fenomeno parlamentare del trasformismo

  Antonio Gramsci
 “Passato e Presente. Agitazione e propaganda
 Quaderno III (§119); Anno 1930.

JOHN McCORMICKAttualmente, il trasformismo centrista di matrice neo-consociativa sembra convivere con le impennate demagogiche di un populismo di ritorno, dal quale trae giustificazione e legittimazione quale necessario argine di contenimento, mentre la componente cesaristica ne diventa strumento indispensabile di governo, in qualità di catalizzatore del consenso personalizzato a dimensione di “leader”. Per disinnescare la carica eversiva della minaccia populista, il “cesarismo” ne assume in parte le istanze; le converte in alchimie di governo consacrate alla preservazione della ‘stabilità’ tramite l’adozione su polarità alternata e contraria di un populismo reazionario, ammantato da un’onnipervasività plebiscitaria, riadattando il sistema alle necessità congenite del leader ed al consolidamento della sua posizione di potere. Si tratta di iniezioni controllate, con inoculazione del veleno a piccole dosi in funzione immunizzante. La pratica si chiama “mitridatismo”. E peccato che le tossine così somministrate a lungo andare finiscano col distruggere l’organismo che s’intendeva preservare.
Per quanto mutevoli possano essere le sue forme, il Cesarismo continua ad essere declinato nella forma prevalente dell’istrione, che a quanto pare resta il figuro più amato dagli italiani, incentrando la sua preminenza sui legami emozionali.

Wien - Kunsthistorisches Museum - Gaius Julius Caesar«L’organizzazione politica del cesarismo si afferma sempre a seguito di un processo di deistituzionalizzazione delle organizzazioni e delle procedure politiche preesistenti. In altri termini, parleremo di cesarismo se, e solo se, la leadership individuale nasce sulle ceneri di un’organizzazione politica istituzionalizzata che è stata colpita da un processo di decadenza e di disorganizzazione.
Il cesarismo è un regime di transizione, intrinsecamente instabile. Sorge per fronteggiare uno stato di disorganizzazione e di crisi acute della comunità politica ed è destinato a lasciare il posto a forme diverse e più stabili di organizzazione del potere.
[…] Un regime politico di transizione, che sorge in risposta alla decadenza di istituzioni politiche preesistenti ed è fondato su un rapporto diretto – ove la componente emozionale (così come è descritta, ad esempio, da Freud) è preminente – fra un leader e gli appartenenti alla comunità politica, veicolato da tecniche plebiscitarie di organizzazione del consenso.
[…] Per usare termini schmittiani potremmo dire che il cesarismo è il regime dello “stato d’eccezione” in cui però l’assunzione di pieni poteri da parte del leader si sposa con un consenso plebiscitario, o semiplebiscitario, della comunità politica (delle sue componenti maggioritarie). In questa prospettiva si può spiegare facilmente anche la scarsa attenzione che la scienza politica presta ai fenomeni cesaristici. Trattandosi di regimi di transizione, i regimi cesaristici hanno una vita effimera. Essi sorgono in risposta a una crisi e si trasformano più o meno rapidamente in regimi diversi

 Angelo Panebianco
Enciclopedia delle scienze sociali
(1991)

Semmai, il problema della transizione risiede nella durata, che qui in Italia si esplica in parentesi prolungate da non prendere mai alla leggera…
Il vecchio che tornaPerché al di là dei toni trionfalistici, l’unanimismo plebiscitario, la piaggeria cortigiana ed i facili entusiasmi, l’attuale governo garantito dai “senza-partito” vincolati al premier da un legame “bonapartistico-cesarista” e dalle più alte Grillinoprotezioni dell’ermo Colle, costituisce nella sostanza una parentesi di transizione, volta ad essere superata in fretta non appena sarà chiaro il trucco delle tre carte al volgere della fine dei giochi, sbollita l’enfasi delle contro-riforme artificialmente pompata da un apparato mediatico più che compiacente. Un “regime cesaristico” si afferma sul disfacimento dei partiti e prosperano traendo alimento dal populismo che inevitabilmente si sprigiona dalla loro decomposizione, con ben pochi vantaggi per lo sviluppo civile e di una società pienamente democratica.

«Man mano che i vecchi partiti da fiorentissimi sono diventati secchissimi (non parlo, com’è ovvio di quelli già defunti sotto le macerie di Tangentopoli), sono riemersi i caratteri di una società civile tradizionalmente avulsa dai meccanismi dell’associazionismo intermedio, mentre si è creata una voragine nel luogo del primitivo insediamento, un vuoto che può essere colmato d’un tratto da qualsiasi predicazione, poco importa se proveniente da demagoghi improvvisati, da corporazioni che invadono il campo della politica, o da partiti d’opinione, che sappia catturare il voto “emotivo”

  Mario Patrono
Maggioritario in erba – Legge elettorale e sistema politico nell’Italia che (non) cambia
Edizioni CEDAM
  Padova, 1999

In questa sua opera ‘minore’ di agevolissima lettura, Mario Patrono, costituzionalista di orientamento socialista ed esperto in Diritto pubblico comparato, coglieva con un ventennio d’anticipo i limiti intrinseci del maggioritario e le implicazioni sul sistema politico italiano, che col senno di poi si sono rivelate in buona parte esatte. A suo tempo il prof. Patrono, con tutte le riserve del caso, aveva posto la propria attenzione sulla “zoppìa del maggioritario in azione, sottolineando i limiti e le speranze già all’alba della sua adozione:

«..visto come il toccasana per guarire d’incanto il sistema politico italiano da tutti i mali che lo affliggevano: la corta durata dei governi, la fragilità della loro azione, la presenza di troppi partiti, la mancanza di ricambio al potere, la degenerazione della politica stessa, il maggioritario – alla prova dei fatti – sembra aver peggiorato piuttosto che migliorato lo stato delle cose, aggiungendo malanni nuovi a quelli preesistenti

Mario Patrono
 “Maggioritario in erba
(1995)

Considerati i soggetti politici attualmente in lizza secondo un’ottica tripartita, il parlamentarismo proporzionalista svolgerebbe una funzione ‘analgesica’, che per esempio un giurista del calibro di Hans Kelsen definiva di per se stessa “sedativa” nei sistemi conflittuali ad alta temperatura. E la stesura di una nuova legge elettorale è forse utile in tal senso, come migliore antidoto a prossime ed eventuali involuzioni nell’ambito dell’offerta politica, segnando una linea di demarcazione tra il rilancio della Politica ed il “commissariamento della Democrazia”, destinata ad essere strozzata dalla garrotta dei “governi tecnici”.

«Quale potrà essere l’esito finale di questo scontro tra chi vuole davvero il maggioritario, e perciò si adopera per valorizzarlo, e chi maneggia invece per affogarlo nella pozza di un sistema piegato ad avere tre poli in luogo dei “classici” di due, non è dato al momento sapere. Da una parte, a favore del bipolarismo gioca il terrore retrospettivo delle condizioni di un tempo, che l’inchiesta giudiziaria “Mani pulite” si vorrebbe aver chiuso per sempre. Ragiono nei termini di un riscatto morale dalla corruzione, e mi riferisco al dato inoppugnabile che il sistema elettorale maggioritario vi si oppone assai meglio della proporzionale, che al contrario la fomenta….
Ma è proprio qui che si nasconde la questione a cui è legata la possibilità dell’Italia di diventare una democrazia “funzionante”. È davvero il capitalismo italiano in grado, lo è davvero la società italiana di fare a meno della corruzione pur conservando la pace sociale e mantenere intatto il livello di benessere, al Nord come al Sud? Se la risposta è ‘no’, mille interessi leciti e illeciti, grandi e piccoli non tarderanno a far rivivere il passato. E la “Seconda Repubblica” rimarrà scritta nel libro dei sogni.
[…] Resta che le difficoltà e i pericoli di questa fase della vita politica si rivelano con chiarezza, non appena si guardi alla somma di incongruenze che vi albergano:
– un maggioritario in erba, parziale e indigesto per difetto di cultura;
– un bipolarismo precario che funziona male e che sono in molti, nel loro intimo, a non volere;
– una situazione politica confusa, fluida, miscelata, con maggioranze scarse;
una società che – dopo tanto discutere se fosse preferibile “rappresentarla” o piuttosto “governarla” – appare, per colmo di paradosso, né “rappresentata” né “governata”

  Mario Patrono
 “Maggioritario in erba
 (1995)

Pig and his girl by EastMonkey Alla prova dei fatti, possiamo dire che la risposta è stata ‘no’.
E la cosiddetta Terza Repubblica non è che si preannunci tanto meglio delle precedenti. Anzi!
In riferimento invece ai ‘governi tecnici’ (Ciampi e Amato), che hanno preceduto l’insediamento ventennale della pornocrazia berlusconiana, quanto di ‘meglio’ ha saputo incarnare lo spirito della “Seconda Repubblica”, così si esprimeva il prof. Patrono paventandone i rischi e le conseguenze future:

«Inoltre, e questo è forse il danno maggiore, si assiste ad una semiparalisi delle dinamiche istituzionali, che si manifesta con la presenza di un governo “tecnico”, che tiene il cartellone già da parecchi mesi. Il che sta provocando due conseguenze, l’una più grave dell’altra: un tentativo di nascondere dietro le contraddizioni in termini di una (presunta ma impensabile) “neutralità della politica” il fenomeno ben più allarmante di un oscuramento della politica, e ciò accade quando appunto la politica avrebbe dovuto ricevere dal maggioritario un rilancio in grande stile; ed un processo di commissariamento della democrazia, effetto e sintomo nel profondo della crisi che ha investito i partiti e le grandi organizzazioni sindacali, che fa dipendere le grandi scelte politiche da una cerchia di oligarchi senza investitura popolare: un processo che rischia, alla lunga, di aggravare il distacco tra i cittadini e il potere, nel momento stesso in cui il maggioritario è considerato dai suoi fautori (insieme al referendum e dopo di esso) il modo più genuino, immediato, ed anche più attraente di far partecipare il popolo, la “gente” alla vita politica.
OLIGARCHIAPer scrupolo osservo che questa fase…. rappresenta una miccia accesa sotto l’insieme delle libertà repubblicane: se non riusciamo a lasciarcela dietro alle spalle in tutta fretta, il rischio di un logoramento dello stesso contratto sociale diventa inevitabile

Mario Patrono
Maggioritario in erba – Legge elettorale e sistema politico nell’Italia che (non) cambia
Edizioni CEDAM
Padova, 1999

Praticamente, a decenni di distanza, siamo ritornati al bivio di partenza con una situazione sociale e culturale persino peggiore, e ancor più logorata, della matrice originaria…

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La Dignità del Lavoro

Posted in Business is Business with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , on 12 maggio 2014 by Sendivogius

Zolfataro nelle miniere dell'agrigentino (Anni '50)

Zolfataro nelle miniere dell’agrigentino (Anni ’50)

Lavorare stanca. Per questo, quando l’occupazione crolla e l’economia langue, la massima preoccupazione è smantellare le ultime impalcature che stabilizzano coloro che un lavoro ancora ce l’hanno, compensando lo scambio con qualche donativo, graziosamente elargito dal gabinetto rivoluzionario di salute pubblica attualmente al governo.
Vecchio cazzone Per tutti gli altri, sono previsti incentivi crescenti alla fiera dell’incanto elettorale dove, in un’escalation incontrollata di castronerie a getto continuo, vince il cialtrone che più grossa la spara: dalle dentiere gratis per tutti (vecchio cavallo di battaglia del Pornonano tra i suoi coetanei), al veterinario garantito per accalappiare il voto canaro.
Cane panato - Specialità della casaPerché una cazzata tira l’altra ed in campagna elettorale una promessa non si nega a nessuno, che il pagliaccio ride e il pubblico si diverte.
Sul fronte del lavoro, la battaglia è persa da tempo. Perché se c’è chi cerca disperatamente di salvaguardare il proprio impiego o conquistarne uno, è anche vero che esiste una nutrita pletora di gggente la cui principale occupazione è lamentare l’assenza di lavoro, pregando però di non trovarlo mai. Infatti è molto meglio eccitare la propria fantasia, baloccandosi all’idea di mille euro al mese, al grido di “reddito di cittadinanza” (ad importo variabile secondo la sparata di turno) che poi, così come concepito dai suoi chiassosi ostensori, altro non è se non una variante moderna delle antiche leggi frumentarie. Presupposto teorico giusto, applicazione pratica all’insegna della peggior demagogia.
coerenza di grilloSe lo specialista in materia è sicuramente il noto strillone barbuto con la permanente in testa e con la coerenza di una vecchia baldracca che discetti di fedeltà coniugale, la pretesa è piuttosto radicata in coloro che non hanno mai lavorato e non hanno alcuna intenzione di cominciare, fintanto troveranno chi li mantiene. E infatti, come non perde occasione di latrare il tribuno delle apocalisse prossime venture (e sempre rinviate):

Dobbiamo prepararci a milioni di disoccupati. Se non ci prepariamo con un reddito di cittadinanza, avremo una guerra civile in questo Paese. E le giovani generazioni non devono più starci sotto il ricatto del lavoro.”

  (Bari, 06/05/2014)

Perché il nocciolo del problema è proprio il Lavoro, ovvero l’idea di dover lavorare per vivere (un ricatto!) e non la mancanza del medesimo o la difesa della dignità del lavoratore.
Concetti sconosciuti e soprattutto incomprensibili per un rentier miliardario che blatera dei soldi degli altri e incassa le royalties dai diritti di copyright, con la sua platea di parassiti al guinzaglio e in attesa della pappa miracolosa nel Bengodi dei citrulli 5 stelle.
Ci sarebbe infatti da chiedere, perché mai uno dovrebbe alzarsi la mattina prima dell’alba, imbottigliarsi nel traffico, chiudersi una decina di ore in fabbrica o in ufficio, per un migliaio di euro al mese, quando può ricevere la stessa cifra restando comodamente a casa e dormendo fino a mezzogiorno. E perché mai il resto del Paese dovrebbe continuare a lavorare e pagare le tasse, per mantenere a sbafo una simile massa di indisponenti nullafacenti.
I tre porcelliniAl confronto, gli 80 euri mensili millantati dal Bambino Matteo sono quanto di più serio e credibile si sia mai visto negli ultimi 30 anni. Infatti ricordano le vecchie regalie democristiane a puntello clientelare per la costruzione del consenso. La distribuzione, estesa a pioggia, strizza l’occhio ai ceti medi a reddito fisso che costituiscono il bacino elettorale di riferimento. Riguarderà (se ci sarà) la maggior parte dei lavoratori dipendenti, ma non tutti. Infatti ne sono esclusi i più poveri: quelli che guadagnano meno di 8.000 euro all’anno; ovverosia “precari”, “atipici” e “parasubordinati” che però potranno godere delle gioie della flessibilità a scadenza indeterminata, grazie all’imposizione del Jobs Act scritto sotto la dettatura dei giuslavoristi bocconiani di confindustria..
Il provvedimento difetta in coperture, ma ciò vale bene una messa in cambio del suffragio. A maggior ragione che, dall’altra parte, il Capo politico il problema delle compensazioni non se lo pone proprio.

Beppe Grillo a mare

Probabilmente inciderà poco o per nulla sul rilancio dei consumi, se per reperire le risorse della restitutio poi si aumenteranno per l’ennesima volta le accise sugli idrocarburi o si smantellarà ulteriormente la Sanità pubblica e prestazioni sociali, derogando al privato servizi indispensabili a costo di mercato.
Certo sarebbe stato più incisivo usare i fondi per intervenire sull’IRES e l’IRAP delle imprese in difficoltà, o premiando le aziende più virtuose che investono e rinnovano, piuttosto che delocalizzare e ricattare le proprie maestranze, in un dumping tutto al ribasso, pretendendo di pagare salari da 2 euro netti all’ora, come nel caso della scandalosa Electrolux.
Il Bambino Matteo  Sarebbe forse stato utile impiegare le risorse per porre un qualche rimedio alla catastrofe sociale degli “esodati”, opportunamente cancellati dal palinsesto informativo per non imbarazzare il nuovo “governo del fare” col suo ennesimo uomo della provvidenza.
Avrebbero potuto in parte alleviare l’emergenza abitativa, con misure mirate al calmieraggio dei canoni di locazione ed al reperimento alloggi…
Sono tutte misure che, a prescindere dalla loro utilità o meno, mancano però di un apprezzabile (e fondamentale) utilizzo politico a ritorno elettorale, non possono essere sbandierate su un foglio (meglio se a Porta a Porta), né immortalate con un semplice tweet.

cedolino

Non prevedono un apposito spazio, opportunamente evidenziato, in busta paga; non hanno una valenza apparentemente universale, nella loro erogazione ad cazzum. E muovono presuntivamente sulla convinzione (quantomai fondata) che gli italiani siano nella loro maggioranza un popolo di accattoni. O altro.

Non pensare al dinosauro
di Alessandra Daniele
(11/05/2014)

  ‘Noi siamo la speranza” – Matteo Renzi

godzilla«Il trailer del nuovo remake di Godzilla è interessante: si concentra su Bryan Cranston, e sui plotoni di eroiche redshirt pronte a sacrificarsi nell’ovviamente inutile ma nobile tentativo di salvare altre redshirt dall’ennesima apocalisse CGI. Il lucertolone mutante si intravede soltanto di sguincio, avvolto da cortine di nebbia, in pochi fotogrammi pseudo realistici stile found footage alla Cloverfield. Sembra quasi che gli autori si vergognino d’aver girato l’ennesimo Godzilla, e stiano cercando di vendercelo come un disaster movie serioso e documentaristico di forte impegno ecologista, con un intenso Bryan Cranston come protagonista assoluto. In realtà, sappiamo tutti benissimo di che film si tratti, e chi ne sia il vero protagonista. Lo dice il titolo stesso: Godzilla.
Un maldestro tentativo di mascheramento simile è in atto anche nella politica italiana. Il dinosauro nella stanza è l’inciucio permanente, le larghe intese a spese degli italiani, le stesse dei governi Monti e Letta. Sotto la cortina di fuffa della retorica nuovista renziana, niente è davvero cambiato.
Sono assolutamente identici il disprezzo per i diritti dei lavoratori, il classismo paternalista, l’idolatria per il mercato e l’astio per lo stato sociale, l’arrogante e denigratoria insofferenza per il dissenso, la ricattatoria propaganda truffaldina sul ”bene del paese”.
L’agenda Monti-BCE. Stavolta però si pretende di vendercela come l’Era dell’Acquario, cercando di nascondere il dinosauro mutante dietro il faccione di Metheo Renzi, il Berlusconi on speed, e i suoi petulanti slogan da motivatore di call center.
L’unica nota positiva del governo Renzi è che abbia finora mancato quasi tutte le scadenze del suo calendario cazzaro. C’è da augurarsi che continui a farlo, vista la carica reazionaria delle sue cosiddette riforme, mirate all’aumento rovinoso della precarietà del lavoro, e alla drastica riduzione della rappresentanza democratica.
Ed è facile immaginare a cosa miri l’annunciata riforma della Giustizia concordata col partito di Scajola, Berlusconi e Dell’Utri.
La sola promessa quasi mantenuta, e ossessivamente strombazzata da Renzi e dall’assordante onnipresente corte dei suoi queruli sicofanti, è il bonus elettorale di 80 € coi quali secondo loro si dovrebbe riuscire a rimediare da mangiare per due settimane. A meno che non abbia già razziato tutto Pina Picierno.
In realtà il bonus finirà divorato dagli aumenti delle tasse, ma convenientemente dopo le elezioni.
‘Noi siamo la speranza” dice Renzi del suo governo. Monicelli aveva proprio ragione: la speranza è una trappola inventata dai padroni.»

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Il Re della Giungla

Posted in A volte ritornano with tags , , , , , , , , , , , , , , , on 15 aprile 2014 by Sendivogius

Le avventure di Tarzan

Cercare di penetrare il pensiero di Grillo è come effettuare una rettoscopia a mani nude e pensare di riuscire a trarne qualcosa di buono. Perché solo un avanzo di fogna di tal fatta, per giunta applaudito dalla platea pagante delle sue scimmie urlatrici, poteva parafrasare le parole di Primo Levi e ridurre una tragedia umana e personale a strumento propagandistico. Completamente incapace di percepirne il senso, ne stravolge il messaggio, senza cogliere minimamente l’abnormità della manipolazione, funzionale alle sue squallide mitologie distopiche da psicopatico gravemente dissociato dalla realtà e, soprattutto, da ogni forma di decenza.

Nessuno è più pericoloso di un uomo privo di idee, il giorno che ne troverà una gli darà alla testa come il vino ad un astemio.”

  Gilbert Keith Chesterton
Eretici” (1905)

Tutto è stuprato e ricondotto all’appagamento del narcisismo ipertrofico del Deretano del MoVimento: il contenitore costruito a propria misura, del quale amplifica i peti alla stregua di un megafono, mentre stacca i biglietti e conta i soldi vendendo spettacoli per comizi.

Pertanto, escluso qualsiasi spessore di una qualche rilevanza ‘politica’, ogni categorizzazione patologica del personaggio e della sua canea al guinzaglio sarebbe superflua… Ci troviamo infatti dinanzi all’imbecille supremo, che trascende tutte le leggi della stupidità. È tesi, antitesi, e sintesi del cretino totale; un Fruttero ed un Lucentini non basterebbero per descrivere la prevalenza di un simile fenomeno da discarica, prima ancora che da baraccone.
Convinto com’è di essere il centro dell’universo, non si accorge di costituirne piuttosto un’escrescenza emorroidale, dimenticata nella più infima ed oscura periferia del cosmo.
Come altri istrioni prestati all’antipolitica prima di lui…

“..ha l’istinto del condottiero di ventura, la pregiudiziale che gli uomini devono seguire lui, il gusto per l’unanimità cortigiana. La sua politica verso i partiti ha la teatralità di tutti i deboli e ignora che i grandi statisti hanno sempre saputo dominare le differenze della realtà senza sopprimerle.
[…] Infatti per i nostri connazionali non i fatti contano ma l’enfasi di una dimostrazione ben riuscita in piazza e la voce grossa del fanatismo presuntuoso.

  Piero Gobetti
(30/10/1923)

braccino sempre teso Ovviamente, coerenza, linearità di pensiero e realismo critico, sono totalmente ininfluenti e tutto sommato inutili nel vuoto propositivo e nell’inconsistenza programmatica di una setta di perdigiorno reclutati nei bar (gente che ha superato il 30esimo anno con un c/v in bianco), laureati in fuffologia applicata o fuori corso da un paio di decadi, e dai quali provengono gli “attivisti” miracolati in parlamento con una ventina di voti on line ed auto-votati all’irrilevanza politica, che vegetano e strepitano nell’adorazione di “Beppe”. Come verità di fede, sono pronti a sostenere tutto ed il contrario di tutto, a seconda di come scroscia il Vate® la mattina sul Sacro Blog.
Il successo di una simile accozzaglia di contraddizioni senza senso è la dimostrazione provata di quanto Chesterton andava affermando sugli istinti dell’uomo comune…

“Non è che la gente che smette di credere alla politica non crede più a niente, crede a qualsiasi cosa”

In fondo, si tratta dei soliti avanzi di cetomediume arrabbiato, piccoli borghesi terrorizzati dalla prospettiva di sembrare poveri, ed i loro lagnosi rampolli dalle ambizioni frustrate ed il forcone di cartone…
Sono i degni eredi di quel popolo delle scimmie di cui già parlava Antonio Gramsci, in concomitanza con la crisi del parlamentarismo, e che andranno a gonfiare le fila del fascismo incipiente:

«La piccola borghesia si incrosta nell’istituto parlamentare: da organismo di controllo della borghesia capitalistica sulla Corona e sull’amministrazione pubblica, il Parlamento diviene una bottega di chiacchiere e di scandali, diviene un mezzo al parassitismo. Corrotto fino alle midolla, asservito completamente al potere governativo, il Parlamento perde ogni prestigio presso le masse popolari. Le masse popolari si persuadono che l’unico strumento di controllo e di opposizione agli arbitrii del potere amministrativo è l’azione diretta, è la pressione dall’esterno.
[…] Questa nuova tattica si attua nei modi e nelle forme consentiti a una classe di chiacchieroni, di scettici, di corrotti…. con tutti i loro riflessi giornalistici, oratori, teatrali, piazzaioli durante la guerra, è come la proiezione nella realtà di una novella della giungla del Kipling: la novella del Bandar-Log, del popolo delle scimmie, il quale crede di essere superiore a tutti gli altri popoli della giungla, di possedere tutta l’intelligenza, tutta l’intuizione storica, tutto lo spirito rivoluzionario, tutta la sapienza di governo, ecc., ecc. Era avvenuto questo: la piccola borghesia, che si era asservita al potere governativo attraverso la corruzione parlamentare, muta la forma della sua prestazione d’opera, diventa antiparlamentare e cerca di corrompere la piazza.
[…] Ma ha anche dimostrato di essere fondamentalmente incapace a svolgere un qualsiasi compito storico: il popolo delle scimmie riempie la cronaca, non crea storia, lascia traccia nel giornale, non offre materiali per scrivere libri

  Antonio Gramsci
“Il Popolo delle Scimmie”
(02/01/1921)

Perché, passano i secoli, ma la giungla è vasta e sempre piena di Tarzan brizzolati con le loro tribù di macachi ammaestrati.

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I Professionisti dell’Anti-Ka$ta

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 6 aprile 2014 by Sendivogius

BANE

Se c’è una professione di sicuro successo che sembra non conoscere alcuna forma di crisi, questo è il professionismo anti-casta, assolutamente preponderante nella sua dimensione tutta mediatica. La categoria conta alcuni specialisti di comprovata esperienza nel settore e diversi milioni di aspiranti tali, con tutto l’esibizionismo narcisista del castigatore virtuale, particolarmente attivi sulla piazza autistica dei cosiddetti social-network.
Nella sua autoreferenzialità circoscritta all’invettiva iconoclastica, tale sentimento cresce esponenzialmente con l’aggravarsi delle regressioni che, prima ancora che economiche, sono di natura sociale.
Di preferenza, costituisce il sottoprodotto infetto di un populismo dilagante, speculare ad un qualunquismo di ritorno e quantomai collegato al substrato fascistoide da cui l’italiano medio è intrinsecamente corrotto.
Rizzo e StellaCampioni indiscussi del genere letterario sono sicuramente la premiata ditta Rizzo-Stella, che sui misfatti della “casta” (l’invenzione lessicale è loro) hanno costruito le proprie fortune professionali, inaugurando un filone editoriale di successo. Curioso che entrambi siano editorialisti di punta del “Corriere della Sera”, il quotidiano governativo per antonomasia che delle esecrate “caste” politiche ha sempre abbracciato la difesa a prescindere. Sorvoliamo sul fatto che certe denunce, lungi dall’essere disinteressate, siano spesso e volentieri funzionali ad una determinata ideologia ordoliberista...
Professionisti dell'AnticastaA prescindere, il piazzismo anti-casta rende bene, con un ottimo ritorno di vendite e di visibilità, soprattutto per i presenzialisti da salotto televisivo. Un esperto di marketing come l’imprenditore Umberto Cairo ne ha fatto l’asse portante del palinsesto de La 7, che si fonda su un’overdose catodica di programmi d’infotainment, trainati dal tg nazionalpopolare di Enrico Mentana. La coppia Travaglio-Santoro, che del genere sono i precursori e gli indiscussi maestri, sanno bene come dosare gli ingredienti di un’indignazione permanente, da far lievitare a portata di Auditel ed introiti pubblicitari. Gli effetti speciali, il coup de théâtre, tra interviste esclusive e “docufiction” ad effetto, ne costituiscono l’armamentario al servizio della scenografia, alimentando la farsa manichea che così tanta presa esercita sugli appassionati della serialità anticasta, concentrata nel semplicismo analitico delle sue mitologie catartiche:

«..un mondo (ideale) in cui ad una società civile pura e immacolata si contrappone una casta politica furbetta e maneggiona. Questa convinzione giacobina è una sonora leggenda anzi la politica è l’esatto specchio della società che rappresenta, nel bene e nel male. In rari casi della storia è stata un po’ migliore ma quasi mai peggiore. Per dire: nel 1994, agli albori della seconda repubblica post tangentopoli, ci fu già una grande infornata di società civile nei palazzi della politica, al grido di vade retro politica corrotta. Beh, il risultato, venti anni dopo, non è certo stato dei migliori
[…] Il voler fare di tutta l’erba un fascio solo perché la mistica dell’anti-casta oggi si porta bene in società, non solo comico, ma alla fine diventa stucchevole. E probabilmente pericoloso.»

Quando l’ossessione della casta rasenta il comico…
Marco Alfieri
(10/05/2013)

Lungi dal fornire soluzioni serie e concrete, il sentimento “anti-casta” finisce col tradursi in sterile revanchismo protestatario, che spesso e volentieri degenera nell’invettiva becera e nulla più. Rifugge il pensiero complesso e si nutre di irrazionalismo. È collettore di livori, che nella loro destrutturazione logica forniscono la stura alle ambizioni di demagoghi, in cerca di facili consensi. Soprattutto, presuppone un rassicurante senso di auto-assoluzione che proietta le causa del problema sempre altrove, lontano da ogni assunzione di responsabilità che non sia un mero riduzionismo (a)teorico; meglio se fondato sulla preponderanza di luoghi comuni elevati a metro di giudizio. Ciò non solo allontana le soluzioni possibili, ma opera come una forma di distorsione cognitiva, dove l’elemento irrazionale prevale sulla logica. Va da sé che, se sapientemente incanalato da demiurghi senza scrupoli, il sentimento anticasta è esso stesso una forma di controllo. E dunque di “potere”.

«Dal 2006, più o meno, l’Italia fa i conti non tanto col luogo comune per cui “sono tutti uguali” – quello c’era da prima e ci sarà sempre, come molti luoghi comuni – bensì con quel luogo comune esteso a qualsiasi settore umano che somigli, anche da lontano, al “potere”, e promosso a opinione maggioritaria, argomento politico, linea editoriale, proposta commerciale, persino programma di governo. Con effetti disastrosi, su tutti uno fondamentale e colpevole: la perpetuazione degli stessi vizi e delle stesse mediocrità che gli anti-casta in buona fede, diciamo, vorrebbero combattere.
[…] Prendiamo la politica, “la casta” per antonomasia. Solo chi ha un’idea distorta della realtà può pensare di difendere una classe dirigente che, seppure con vari e diversi livelli di colpa, è oggi una delle meno credibili e preparate d’Europa.
[…] In un Paese normale, specie se dopo dieci anni di crescita zero e nel mezzo della più grave crisi economica dalla Seconda guerra mondiale, sentimenti del genere produrrebbero cambiamenti politici di portata storica: nei partiti, negli enti locali, nei governi, a tutti i livelli. Alcuni in meglio e alcuni in peggio, ma questo vale sempre. In Italia qualcosa è accaduto, ma ancora poco e da troppo poco tempo. C’entra “la casta”, certo, e la sua straordinaria rendita di posizione politica, economica e mediatica. Ma c’entrano, per un pezzo più che significativo, anche uno squadrone di Guglielmo Giannini al cubo, campioni di demagogia, bravi a spararla grossa, che da anni incassano – politicamente, economicamente – i dividendi della mediocrità politica della casta, preservandola. Sono i professionisti dell’anti-casta.
Sacco di merda Beppe Grillo ne è l’esponente più sboccato, quello che unisce il massimo dell’incontinenza verbale col massimo della demagogia, il massimo delle balle col massimo del complottismo, vendendoci sopra DVD, libri e biglietti per i suoi comizi/spettacoli. Antonio Di Pietro, la Lega, Silvio Berlusconi e il variegato fronte antiberlusconiano ne sono stati, da posizioni diversissime, i più significativi Gabibbointerpreti politici. Striscia la Notizia e Le Iene quelli televisivi, gli ultimi soprattutto di recente. Dietro di loro crescono e prosperano una valanga di politici, scrittori, giornalisti, conduttori televisivi, opinionisti e blogger che cercano e trovano spazi di affermazione con analoghe strategie.
Sono professionisti dell’anti-casta per ragioni sia di metodo sia di merito. Nel metodo, perché cercano e ottengono applausi a forza di sparate e “provocazioni”. Perché associano con frequenza i loro avversari ai regimi e ai peggiori dittatori del Novecento. Perché gli è capitato di chiedere le dimissioni di governi regolarmente eletti sulla base del successo popolare di una manifestazione di piazza. Perché sono manichei, perché semplificano, brigano, cercano scorciatoie, producono denunce e appelli a nastro. Perché replicano, insomma, lo stile comunicativo di chi contestano. Nel merito, perché sono spesso imprecisi, faciloni, ingannevoli, a volte in buona fede, spesso in cattiva fede. Perché maneggiano pericolosamente la dietrologia: per fare un esempio, dicevano che il governo Prodi non sarebbe mai caduto prima di una certa data perché i parlamentari avrebbero voluto prima maturare la pensione – Beppe Grillo ci fece addirittura un conto alla rovescia sul suo blog – eppure il governo Prodi cadde prima di quella certa data. Perché dicono bugie, in nome del fine che giustifica i mezzi. Perché propagandano idee clamorosamente sballate e dannose.
Lo scorso 18 ottobre [18/10/11] un sondaggio mostrato durante Ballarò illustrava quale dovesse essere secondo gli italiani “l’intervento prioritario contro la crisi”. Eravamo in pieno panico da spread, gli ultimi giorni del governo Berlusconi. Ce n’erano di cose su cui dividersi: spendere per rilanciare i consumi o tagliare la spesa per ridurre le tasse? Alzare o no l’età pensionabile? Privatizzare o nazionalizzare? Nessuna di queste ipotesi risultò in testa al sondaggio di Ballarò. Ottenne invece il 61 per cento dei voti, la maggioranza assoluta, questa proposta: “la riduzione del numero dei parlamentari”. Un altro 10 per cento sostenne che la cosa da fare subito per uscire dalla crisi fosse “abolire le province”. Misure simbolicamente importanti ma che non avrebbero impatti immediati sull’economia – se li avessero sarebbero probabilmente recessivi, almeno nel breve periodo – e che non scalfirebbero nemmeno il mastodontico debito pubblico italiano. È brutto da dire, ma in tutto sono un 71 per cento di italiani che non aveva idea di che cosa si stesse parlando

  Francesco Costa
“I professionisti dell’anticasta”
Il Sole 24 Ore – 27/06/2012

Lungi dal risolvere la questione originale, oramai del tutto posta ai margini della discussione, anni di retorica anti-casta e manipolazione mediatica…

«..hanno formato un’opinione pubblica immatura, lagnosa, superficiale, disinformata, che ragiona per luoghi comuni e frasi fatte. E che quindi nella maggior parte dei casi non può che scegliersi una classe dirigente egoista, localista, populista, appiattita verso il basso, che non rende conto di niente in particolare perché nessuno gli chiede conto di niente in particolare, dato che “sono tutti uguali”. I politici lo hanno capito e ci marciano, infatti da tempo non promettono più di essere eccezionali ma di essere “gente come noi”. Rassicurano, invece che scuotere. Seguono, invece che guidare.
La “casta” dei politici italiani, con tutte le sue grandi e pompose storture, non è piovuta dal cielo, né oggi rimane al suo posto grazie a superpoteri invincibili o paranormali. È stata votata, e poi ri-votata, e poi votata ancora. Dagli stessi che se ne lamentano, il più delle volte. E questo perché “la casta” dei politici è l’espressione ultima di un Paese che è interamente strutturato in modo castale. Si pensi alla nostra scarsissima mobilità sociale, per esempio, oppure allo scandaloso apartheid a cui sono relegati i lavoratori precari. Agli stipendi che si muovono solo e soltanto sulla base dell’anzianità, oppure all’arcaica e corporativa regolamentazione delle professioni. Caste, vere.»

 Francesco Costa
 “I professionisti dell’anticasta”
 Il Sole 24 Ore – 27/06/2012

È aspetto questo che sembra totalmente avulso da ogni altra considerazione che non sia circoscritto alla mera contabilità da scontrino alla bouvette di Montecitorio, in una democrazia minimale che si nutre di suggestioni e rigurgiti autoritari che scambia per “decisionismo”.

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Good Luck & Good Night

Posted in Masters of Universe with tags , , , , , , , , , , , , , , , on 12 marzo 2014 by Sendivogius

The Red Moon PreachersMarco Tullio Cicerone, che ora ottimo retore e pessimo politico, considerava l’arte oratoria come la capacità di padroneggiare il potere della parola e con essa dominare l’immaginario del pubblico, determinandone le emozioni a proprio piacimento e vantaggio.
Consapevole che demagogia, finzione e mimica, ne costituiscono i corollari fondamentali, l’intrigante avvocato di Arpino arrivò a prendere lezioni di recitazione da attori teatrali, per allenare la favella e affinare la propria abilità. Sicché, con la modestia che lo contraddistingueva, al culmine della sua carriera, Cicerone si considerava l’oratore perfetto e sintesi vivente dell’arte in questione, tanto da perderci la testa…
Ovviamente, l’ars dicendi, lungi dall’estinguersi con la dipartita del vanaglorioso ciociaro, nel tempo si evolve, muta pelle, si arricchisce di nuovi strumenti che ne esaltano la potenza e ne estendono la portata oltre le anguste piazze del foro o i palchi estemporanei dei comizi… In epoca contemporanea, per dire, ci sarebbe da chiedersi cosa sarebbero stati un Hitler, un Churchill o un Roosevelt, senza il potere onnipervasivo della radio.

«L’uomo politico è anzitutto “oratore”. L’oratore è l’artista della parola. L’uomo politico non è soltanto questo: egli è l’attore della parola. Oratore è colui che domina il pubblico; oratore politico colui che si serve della propria arte per dominare il pubblico.»

  Camillo Berneri
“Della demagogia oratoria”
(Almanacco libertario, 1935)

Attualmente, convogliata nei circuiti mediali del grande circo televisivo, con le sue cacofonie indistinte di urlatori catodici, telepredicatori e apocalittici da salotto, l’antica arte ha perso fronzoli ed allori, per tracimare nel “facilismo retorico” che sempre si accompagna alla facondia tribunizia di politicastri con aspirazioni da presunto ‘statista’ e ben più mediocri ambizioni.
CatilinaIn fondo, l’Italia è sempre stata patria di inesauribili cazzari, per un paese inguaribilmente malato di ‘ducismo’: quello paternalistico e arraffone dei Re Travicello. Dagli imbonitori da fiera ai giggioni da avanspettacolo, ha sempre contrapposto soluzioni minime a grandi problemi, nella prevalenza del cialtrone travestito da decisionista di successo. Per questo siamo passati da un fenomeno fuori competizione alla sua copia ringiovanita e ancora crinita, in perfetta sintonia di amorosi sensi, per un’overdose di proclami, annunci, promesse, nella fanfaronesca faciloneria del Bambino Matteo, perso tra le esplosioni pirotecniche ed i crepitii dei suoi fuochi d’artificio, e quanto mai ansioso di sembrare ‘grande’ nella piccineria dei suoi semplicismi.
Perché lo strombazzante neo-premier Renzi riscuote tanto successo di pubblico e di critica presso una stampa più prona che pronta?

«Perché è prestante, perché ha eloquenza fascinatrice e resistente, ma soprattutto perché la sua psicologia somiglia sinceramente a quella del popolo: ottimista, semplicista, facilona, ricca più d’immagini che di idee, e di forme più che di cose»

Il fenomeno d’arresto e d’involuzione;
l’ottimismo ferriano e le sue conseguenze
Critica Sociale (1908)

Sono le parole di Giovanni Zibordi, socialista riformista di inizio ‘900, che ovviamente non si riferiva al Giamburrasca fiorentino ma allo scoppiettante Enrico Ferri che da socialista rivoluzionario si riciclò fascista.
Del resto, Anna Kuliscioff aveva già liquidato il personaggio con poche sferzanti parole:

«Il gran cialtrone non ha né cultura solida né ingegno. È un vanesio, che non vive che dell’approvazione pubblica, se gli manca questa non è più niente»

Evidentemente il genius ferriano è destinato a rivivere dilatato su scala nazionale, in sembianze fiorentine, mentre il Rottamatore (o “Riciclatore” di impresentabili?) si accinge a smantellare il Senato così come ci si disfa di un paio di scarpe rotte, sacrificando l’antichissima istituzione ai furori qualunquisti del momento. E per di più lo fa mentre si appresta a varare una legge elettorale che mortifica i più elementari criteri di rappresentanza democratica, dopo aver boicottato la parità di genere e riesumato la salma del Pornonano, improvvidamente elevato a compagno di merende (costituzionali).
E siccome nel grande villaggio di Borgo Citrullo non ci facciamo mancare proprio nulla, ci si è concessi pure la parentesi delirante del grullismo militante, insufflato dai rutti etilici di uno psicopatico barbuto che si crede il “dio” di una religione privata, mentre la sua setta si consuma in purghe staliniane e atti di contrizione interna, con l’inquisizione degli apostati del moVimento proprietario a marchio registrato.
moebiusNell’estetica plastificata del suo riduzionismo minimalista, il verbo si è fatto carne (e sangue.. e merda!), per essere consegnato agli appetiti della massa, quantificata in consistenza elettorale, e da questa consumata agevolmente, nell’ansia di piacere e di piacersi e più in fretta spendere i crediti di un consenso effimero, fondato sull’effetto temporaneo… sul coup de théâtre in teatrini politici a conduzione variabile per identico copione, col quale si celebrano i fasti dell’approssimazione. È il trionfo dello slogan, meglio se calzato d’infilata con sparate crescenti di colpi caricati a salve, dove il rumore ed il fumo delle cannonate in bianco copre la vacua inconsistenza del nulla.

«Se la grandezza dell’oratore fosse tutta nei gesti, nella voce, nel giuoco delle sue espressioni, l’ars oratoria non sarebbe che una branca dell’arte teatrale.
L’eloquenza di Mussolini è ricca di immagini, e le immagini sono nei discorsi ciò che gli aggettivi sono negli scritti. Più il pensiero è solido e l’espressione potente ed immediata, meno aggettivi ed immagini si incontrano nel discorso, che non è altro che prosa parlata. Il grande oratore è il Molière della parola, colui che crea i suoi discorsi e li pronuncia con arte, mentre l’oratore comune tesse con bei gesti e belle frasi, e con una sua mimica, un velo ricco di riflessi che però si ridurrà ad uno straccio quando non ci sarà più il suo tessitore ad agitarlo.
Dell’eloquenza di Mussolini come di quella di Gladstone non resterà che un’eco rumorosa. La vera eloquenza è quella della fonte perenne; quella del tribuno è una voce che muore appena tace: come quella del cantante.
Mussolini è dunque un grande tribuno. Gustave Le Bon ha detto: “Conoscere l’arte d’impressionare la immaginazione delle folle, significa conoscere l’arte di governare”. Ciò è vero psicologicamente, ma è falso storicamente poiché i grandi tribuni han saputo portare le folle all’esaltazione, condurle ove essi volevano condurle, ma il potere conquistato con la sola parola è sempre stato un pallone presto sgonfiatosi sull’abisso.»

 Camillo Berneri
 “Della demagogia oratoria”
(Almanacco libertario, 1935)

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DISTRAZIONI DI MASSA

Posted in Muro del Pianto with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 10 novembre 2013 by Sendivogius

Jean-Léon Gérôme - Phryne svelata (1861)

È desolante constatare, se ancora ce ne fosse bisogno, come i deserti delle democrazie mediatiche siano costantemente abbacinati dagli abbagli di non-notizie, centrifugate nella poltiglia indistinta di una generalizzazione piagata dalla massima approssimazione… L’importante è impressionare, scuotere l’attenzione nel sensazionalismo dell’attimo; giammai approfondire e razionalmente ponderare.
E fu così che in un brutto giorno d’autunno l’italiota medio, dal fondo del suo salottino misero-borghese, scoprì l’esistenza delle baby-prostitute e delle porno-lolite che arrotondano la paghetta avita con ben più consistenti marchette mercenarie. Piaga antica come l’umanità e universalmente diffusa, della prostituzione minorile parlava ampiamente (per dire) anche il Satyricon di Petronio: testo che nei licei seri ancora si legge, o si traduce direttamente dal latino.
In Giappone, vengono chiamate Enkou shōjo e la pratica si accompagna spesso allo squallido fenomeno conosciuto col nome di Enjo kōsai
Dalle nostre parti, ne ha scritto diffusamente Alberto Moravia in uno dei suoi romanzi più duri: La vita interiore, guarda caso ambientato negli ambienti pariolini della Roma bene.
Il Porco In tempi più recenti, il pubblico meretricio delle prostitute bambine, consumato nell’indifferenza generale lungo i viali metropolitani, si è trasferito direttamente nelle dimore imperiali del Papi della Patria ed eletto a pratica ordinaria, tra gare di burlesque e cene eleganti con la partecipazione straordinaria della nipote marocchina dell’egiziano Moubarak.
Ovviamente, a destare scandalo è un fattaccio di cronaca cittadina da usare come stura per un allarmismo ipocrita, dietro il quale si cela però una morbosità malsana, per alimentare le paranoie di genitori già patologicamente iperansiogeni, divorati dai sensi di colpa di peter pan assenti.

Fabio Fabbi - Mercato delle schiave

Le altre non-notizie del momento sono tutte all’insegna del medesimo squallore, applicato al deprimente grigiore politico del tempo presente: la non-decadenza del Pornonano; le non-dimissioni del Guardasigilli; le non-proposte di un non-partito, che si rianima a colpi di fake e tra le esibizioni di rutto libero del “capo politico”, per camuffare un’incompetenza imbarazzante…
E in tal senso, l’ennesima boutade pentastellata circa il sedicente “reddito di cittadinanza” è già sfrecciata via come una cometa in disfacimento, per ricadere subito nel dimenticatoio dell’idiozia, ridotta qual’è a buffonata mediatica, dissolvendosi nei fumi della sua pretenziosa inconsistenza tra declamazioni trionfali ed effimeri scoppi di mortaretti.
È un avvicendarsi di imbonitori e venditori sul palco della ribalta, al grande incanto delle proposte irrealizzabili: dal presidente operaio e un milione di posti di lavoro, a mille euro per tutti! Anzi no: 600… 800… 400… è un asta al ribasso, ora al rilancio!
Superato il dramma, resta la farsa.
Tutto si sussegue alla stregua dei trucchi da baraccone di un prestigiatore impazzito, che dal suo cilindro magico non fa altro che tirare fuori, coniglietti, tortorelle e mazzi di fiori a getto continuo, tentando invano di impressionare un pubblico sempre più annoiato e distratto.
Camillo BerneriIn tempi di agonia politica, l’agone appartiene agli attori travestiti da tribuni ed ai venditori camuffati da moralisti… Un vecchio vizio tipicamente italiano, che anarchici preveggenti come Camillo Berneri conoscevamo bene e sapevano riconoscere dietro le pratiche della “demagogia oratoria”:

«A forza di seminare sciocchezze a piene manciate, a forza di provocare diarree di entusiasmo senza pensiero, a forza di lanciare delle trovate da ciarlatani invece che delle idee nette e ferme, siamo giunti al fascismo. E non abbiamo ancora imparato che pochissimo, nonostante che la lezione sia stata disgustevole di olio di ricino, dura di manganello, lacrimante sangue e sghignazzante con tutti i denti, come la morte sghignazza. Oh, che ci vuole agli Italiani per stomacarli?
[…] Il predicatore, sia tonsurato sia ateo, sia fascista sia giacobino, è facondo sempre ma non mai eloquente. La facondia permette di parlare a lungo ed elegantemente senza esporre idee che non siano dei luoghi comuni.
[…] Il facondo senza eloquenza è il tribuno volgare. Prato ondante al vento della parola, la folla accoglie il fondiccio di torbidumi ideologici, si compiace delle cascatelle di metafora più o meno barocche, si meraviglia della fluidità dell’eloquio, si lascia impaniare dalle civetterie del gesto e dei toni. Ma finito il discorso-spettacolo, non rimane, nei cervelli, che qualche vaga immagine fumosa
di tutti quei razzi e di tutte quelle girandole. Alla domanda dell’assente: “Che cosa ha detto?” non vi è altra risposta: “Ha parlato bene”, che altra risposta non è possibile

 Camillo Berneri
da L’Adunata dei Refrattari
(28/03/1936)

Domani è un altro giorno, con un nuovo palinsesto da riempire…

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DÉJÀ VU

Posted in A volte ritornano, Stupor Mundi with tags , , , , , , , , on 17 ottobre 2012 by Sendivogius

La storia italiana assomiglia sempre più ad una scenografia pulp di creativi a corto di idee…
La trama è sempre quella: un assortito gruppo di pirla viene imprigionato (rigorosamente a sua insaputa) in un eterno loop temporale, ripetendo sempre le stesse azioni reiterate fino allo sfinimento.
I più fantasiosi sono convinti di vivere in una realtà virtuale, sotto il controllo occulto di entità segrete e onnipotenti, che chiamano con un nome diverso a seconda delle paranoie individuali e la mania del momento: Superiori sconosciuti… Illuminati… neo-Templari… Rettiliani… Sinarchia… Priorato di Sion… Bilderberg… Trilateral… Ultimamente, si è aggiunta all’elenco anche la ‘misteriosissima’ Chamber of Commerce in Italia..!
Intrappolati in questo presunto universo parallelo, degli inconsapevoli cazzoni scalciano come un grillo, cercando di arrivare al bandolo della matassa senza mai capirci un granché. Solitamente, si confidano sempre con le persone sbagliate, peggiorando ulteriormente la situazione; salvo poi affidarsi fideisticamente ad un messia, pronto a stupirli con effetti speciali e trucchi da baraccone circense, nell’illusione che la realtà possa essere diversa da quella in cui sono confinati e le responsabilità sempre di qualcun altro (la “casta”).
I want to believe! Tutti copioni già visti in TV, per la ruminazione lenta ma efficace di un popolo di alienati: “X-files”… “Il tredicesimo piano”… “Dark City”… “Matrix”… “Lost”

In alternativa, c’è la variante tradizionalista particolarmente apprezzata tra i prostatici in camicia nera e vecchie nostalgiche delle televendite. Trincerati dietro il recinto del loro piccolo mondo antico, vivono nella migliore delle realtà possibili che sarebbe perfetta se non fosse costantemente minacciata da orridi invasori alieni, di solito provenienti da rossi pianeti, nell’incombente minaccia bolscevica. Titoli consigliati: “La Guerra dei Mondi”… “L’invasione degli ultra-corpi”… “Il villaggio dei dannati”… passando per tutta la fantascienza anni ’50.
Diversamente, il loro luogo ideale è un centro commerciale, assediato da orde mostruose che vogliono portargli via la ‘robba’ spolpandoli fino all’osso: agenti del fisco, kommunisti, gay, terroni, immigrati, islamici, negri, zingari… dove il ‘male’ è sempre una “cosa dall’altro mondo”, che ti contamina e ti possiede contro la tua volontà.
Filmografia di riferimento: George A. Romero e gli zombies, ma con un occhio di riguardo al cinema di John Carpenter.

Usciti dal gabinetto delle loro ossessioni, i più intraprendenti si costruiscono la fabbrichetta, riciclando i soldi della mafia. E si rilassano con le gare di burlesque. Da vecchi, grazie alle magie del viagra, partecipano alle orge con dittatori africani e nipoti d’Egitto.

Alla peggio, finiscono in crociera con Sallusti e Santanché, senza nemmeno la speranza di uno Schettino al timone della nave.

In tutti i casi, l’eroe ideale è un mercante di sogni con l’etica di Wanna Marchi e il dinamismo di un venditore porta a porta.

E così, alla fine del ciclo, il giro ricomincia come in una nuova giostra, curiosamente, a rotazione grossomodo ventennale, se si esclude la lunga parentesi democristiana: giolittismo; mussolinismo; craxismo; berlusconismo… e sotto a chi tocca!
Il 2013 come il 1993. Tangentopoli vs Tangentopoli: ladroni diversi, stesse ruberie. E soprattutto stessi elettori, stessi italiani, stessi vizi, stessa delega in bianco al demiurgo di turno. Si ritrova l’eterna predisposizione ad accodarsi in branco, sul tracciato dei luoghi comuni e degli stessi pensierini elementari di sempre: Nuovo=buono; Vecchio=cattivo.
Tutti contro i ‘partiti’, sentina di ogni vizio. Per evitare scomode identificazioni, nel 1993 vennero presentati dei “club”… ci si illudeva fossero rotary… coordinati in associazione la chiamarono “Forza Italia”. Col tempo si scopri che erano spelonche di predoni. Nei villaggi della pedemontana si misero elmi cornuti con la camicie verde e si inventarono uno nuovo stato, ritrovandosi un Re con badante ed un Trota per delfino.
Oggi tutti si chiamano ‘movimenti’: spuntano più copiosi dei grappoli di emorroidi tra le natiche di uno stitico, per tanti one man show e una folla plaudente a chi la spara più grossa.
E d’altra parte il movimento è entità ancora non definita e di per se stessa in divenire dal non-essere all’essere, attraverso il Logos. Finora stiamo ancora fermi alla narrazione sacralizzata dei capi assurti a profeti e nessuno si salva al fuoco dei castigatori, in una notte buia dove tutte le vacche sono nere.

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