Archivio per Credito

FINAL DESTINATION

Posted in Business is Business, Masters of Universe with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 23 novembre 2012 by Sendivogius

«Dopo un anno l’Italia è saldamente sulla via del cambiamento, di certo è un’Italia che adesso può guardare con più fiducia verso il suo futuro. Un futuro che sarà prospero se si continuerà sulla strada intrapresa, senza disperdere il lavoro che è stato compiuto fino ad oggi.»

 (Il Consiglio dei Ministri – Nov.2012)

Gli strabilianti risultati della terapia bocconiana li avevamo già ricapitolati QUI.
È ovvio che un ‘lavoro’ così ben fatto vada continuato, onde non disperdere effetti tanto straordinari…
Con un’economia reale stremata a condizioni post-belliche, senza alcuna prospettiva di “boom” se non il collasso di un intero tessuto sociale, in Italia siamo ormai alle verità di Fede. Il direttorio tecnocratico crede nei miracoli ed alla realtà dei fatti preferisce il culto delle visioni mistiche. Dall’alto del loro empireo accademico, lontani dalle anguste miserie dei comuni mortali, i professoroni preferiscono la libertà degli spazi siderali, dove l’aria rarefatta amplifica le allucinazioni nello stato comatoso di tunnel senza luci. E mentre i sacerdoti dell’Austerità per decreto trasformavano l’Italia in un immenso laboratorio accademico per i loro esperimenti sociali di teoria macroeconomica, ci hanno rifilato una riuscita serie di spauracchi costruiti ad hoc (la Grecia) e favolette di successo (secondo le quali avremmo vissuto al di sopra delle nostre possibilità), opportunamente amplificate dai media embedded dei potentati finanziari, interessati al grande piano di riorganizzazione post-democratica.
Bocciata nei fatti su tutti i parametri [QUI] l’Agenda Monti rimane la bibbia di riferimento per padroni e sindacati gialli, nella prosecuzione di un’esperienza che (per carità!) non va certo dissipata.
Principale (se non unico) risultato, è il contenimento dello spread sui titoli di Stato, ovvero il differenziale con i bund tedeschi, ad una media di 360 punti, che comunque (a fronte di una cura da cavallo) rimane elevato e non giustificabile. Più è alto il differenziale di riferimento, più aumenta l’importo degli interessi da pagare ai sottoscrittori dei titoli pubblici, emessi per il finanziamento delle spese correnti inerenti il funzionamento della macchina statale, incrementando di converso l’enorme debito pubblico che grava sul bilancio italiano.
Nella notte buia in cui tutte le vacche sono nere, ci si dimentica di dire però che nel 2007 lo spread era sotto i 50 punti e certo non costituiva un problema per l’incremento di un debito pregresso, in massima parte ereditato dalla finanza allegra degli anni ’80 [QUI!], e nell’ultimo decennio tenuto costantemente sotto controllo, senza incidere sulla tenuta economica e la stabilità finanziaria di un intero Paese, fino a quando non è improvvisamente diventato un problema…

Infatti, bisognava scegliere se continuare a finanziare la spesa corrente degli Stati a sostegno delle politiche sociali o drenare risorse pubbliche per colmare la voragine del Credito privato, dissanguato dalle speculazioni della finanza strutturata. Ovviamente, si è optato per la seconda scelta col beneplacito delle oligarchie liberiste della UE ed il sostegno incondizionato dei nipotini di Milton Friedman (diffidare sempre dei nani!), tanto non pareva loro vero di poter ridisegnare la geografia sociale dell’Europa a immagine e somiglianza del Cile di Pinochet. Non per niente gli emuli nostrani dei Chicago Boys sono tra i più fieri sostenitori del Montismo ad oltranza e rilascio rapido.
Tanto per dire, un affresco del fallimento delle politiche rigoriste di ispirazione neo-monetarista ce lo danno i prudentissimi rapporti dell’ISTAT: nota congrega sovversiva di anarco-insurrezionalisti. Per questo i report in questione vengono di solito snobbati dalla grande stampa moderata e benpensante, sempre così pensosa dei destini del Paese e soprattutto del ‘mercato’.
E dunque riscopriamoli insieme…

La Dittatura del Debito
 Nel Rapporto Annuale del 2010, prima della svolta tecnica, l’ISTAT esamina le cause della crescita del debito pubblico, nell’ambito della più generale crisi dell’euro (moneta nata male, strutturata peggio, ma la quale è vietato criticare) e soffermandosi sull’analisi del “saldo primario”, ovvero l’avanzo nei bilanci degli Stati. E viene calcolato al netto della spesa per interessi sui titoli emessi per il finanziamento corrente, che impropriamente chiamiamo “debito”.
Il saldo primario è una diretta conseguenza delle politiche fiscali adottate dai singoli Paesi e riflette le decisioni dei governi in materia economica e gestione di spesa.

«Il saldo primario, nella media dell’area è andato progressivamente deteriorandosi, passando da un avanzo del 2,3 per cento del Pil nel 2007 a disavanzi superiori al 3 per cento negli ultimi due anni.
Nel complesso del triennio 2008-2010, il saldo primario ha contribuito alla crescita del peso del debito sul Pil per 5,7 punti percentuali per l’insieme dell’UEM [Unione Monetaria Europea], ma per 47 punti percentuali in Irlanda, 20 punti in Grecia, 19 in Spagna, 14 in Portogallo e 10 punti in Francia. Solo in Finlandia, Italia e Germania ha offerto un contributo negativo, rispettivamente per 2,7, 1,7 e 1,5 punti percentuali. Nel 2010, il saldo primario è migliorato in tutti i paesi a esclusione di Irlanda, Paesi Bassi e Austria

Una situazione drammatica, ma non disperata. E soprattutto non tale da ingenerare il panico che ne è seguito. Le conseguenze (indirette) sul debito pubblico sono state esasperate in seguito all’esplosione della bolla speculativa statunitense, che ha travolto come un’onda lunga la finanza europea e in particolare le banche franco-tedesche sovresposte verso il sistema creditizio di Irlanda, Islanda e Grecia. L’Italia compariva perfino tra i paesi virtuosi!
Insomma, nulla che avesse a che fare con l’andamento sostanziale dell’economia reale. E niente che giustificasse l’imposizione delle politiche di austerity teutonica, calibrate dai tedeschi in modo da essere etero-indirizzate pro domo sua.

«Nel nostro Paese, la crescita del rapporto tra debito e Pil durante la crisi è stata determinata prevalentemente dalla spesa per interessi derivante dall’elevato livello di debito ereditato dal passato e dalla contrazione dell’attività economica.
La politica fiscale adottata dal Governo è risultata invece tra le più severe, con un ricorso molto limitato a interventi straordinari anticrisi rispetto agli altri paesi: l’Italia è, infatti, l’unica economia dell’Uem ad aver mantenuto in avanzo lungo tutto il triennio il saldo primario strutturale, calcolato depurando il saldo complessivo al netto della spesa per interessi dalla componente ciclica dovuta all’operare degli stabilizzatori automatici.
[…] Nel 2010, il saldo primario strutturale avrebbe, invece, continuato a segnare un ampio disavanzo in Irlanda (27,2 per cento del Pil), Spagna (6,2%), Francia (4,3%), Grecia (3,3%) e Paesi Bassi (3,2%).»

La mancanza di provvedimenti strutturali che hanno impedito di cogliere i vantaggi oggettivi (come avvenuto in Germania) che la moneta unica pure offriva, sono gli inconvenienti di aver posto alla conduzione dell’Italia un Pornocrate, molto più interessato alla “patonza” che non agli affari di Stato, funzionali più che altro agli introiti delle sue aziende di famiglia.
Ma, si sa, gli italiani amano da sempre gli “Uomini della Provvidenza”… vogliono essere condotti per mano al suono di pifferi magici, come i ciuchini nel Paese dei Balocchi.

Il Pasto Greco
La gestione del debito ellenico costituisce la più grande operazione congiunta di recupero crediti ai danni di una stato sovrano mai realizzata. In pratica, i governi conservatori di Germania e Francia, si sono comportati come la bassa manovalanza criminale, ingaggiata dagli usurai (le Banche d’affari private) per esigere i loro crediti a strozzo. La punizione collettiva del popolo greco (perché di questo si tratta), in nome degli Dei della Finanza, rimarrà un’onta indelebile a carico della UE e foriera di conseguenze sociopolitiche, ben peggiori di quanto una Merkel o le intelligenze artificiali del Governo Monti saranno mai in grado di elaborare.
L’Italia partecipa a pieno titolo nel salvataggio della piccola Grecia, che a sua volta deve sottostare alle condizioni capestro imposte dalla Germania. In poco tempo, un onere contenibile in ambito europeo si trasforma in una voragine senza fondo, sotto i morsi dell’intransigenza interessata di Berlino.
Ma, nella stampa teutonica e scandinava, lo sforzo italiano non viene tenuto in alcun conto ed anzi il Belpaese viene iscritto a forza nei Pigs del cosiddetto Club Med (non senza una punta di razzismo), descritto come un Paese indebitato coi creditori esteri (un falso clamoroso) e si acclara senza alcun riscontro la possibilità di un fantomatico rischio default.
Per uno strano capriccio del caso, l’economia italiana è la principale rivale della pompata locomotiva tedesca, con la quale gareggia in esportazioni e acquisizione di quote di mercato europeo. Le prescrizioni rigorista dilatate su scala continentale provvederanno presto a deprimere il potenziale concorrenziale. Ovviamente, gli interventi congiunti di Francoforte e Berlino e Bruxelles sono stati fatti esclusivamente per il nostro bene.
 Come al solito, per la buona riuscita delle trattative in ambito europeo, non aiutano le perfomances dell’Innominabile che quietamente, nella gaia incoscienza dei controllori, viene lasciato gozzovigliare al governo italiano, umiliando le istituzioni repubblicane e sputtanando il paese in mondovisione.

«Nel 2010 è stato erogato circa un quarto del finanziamento speciale concesso alla Grecia dai paesi dell’Uem (21 miliardi su un totale di 80), il cui onere è stato ripartito tra i paesi membri in proporzione alla loro partecipazione al capitale della BCE: per Italia, Francia e Germania, questo intervento ha determinato un aumento del peso del fabbisogno sul PIL di circa un quarto di punto percentuale; nel 2011 si può stimare un impatto pari a circa 4 decimi di punto per l’Italia e solo marginalmente inferiore in Germania e Francia. La quota di finanziamento a carico di ciascun paese può essere confrontata con un indicatore dei potenziali effetti d’impatto che si ripercuoterebbero sulle rispettive economie in conseguenza di un eventuale consolidamento del debito pubblico greco, costituito dal grado di esposizione dei sistemi bancari nazionali verso operatori pubblici e privati greci. Emerge che le quote di finanziamento del prestito alla Grecia garantite dai principali tre paesi (circa il 27 per cento dalla Germania, il 20 dalla Francia e il 18 dall’Italia) non sono proporzionali al rischio relativo, che è elevato in Francia (con quasi il 40 per cento dei titoli greci collocati presso banche europee), significativo in Germania (con il 25 per cento) e molto ridotto in Italia (con meno del 3 per cento). Gli interventi che hanno inciso direttamente sul debito senza influenzare il saldo di bilancio sono soprattutto l’aumento delle riserve di liquidità e l’acquisizione di attività finanziarie delle banche da parte dei Governi.»

L’Italia e le Banche
 Sicuramente si tratterà di una coincidenza fortuita, ma la guerra dello spread, cominciata con gli avvertimenti intimidatori delle agenzie del rating organizzato e proseguita con le armi di distruzione di massa della finanza speculativa, sembra quasi essere proporzionale alla mancata esposizione del bilancio italiano alle tempeste del credito bancario ed alla mancata emissione di garanzie pubbliche e coperture finanziarie nei confronti delle potenziali perdite del sistema bancario e le esposizioni alle fluttuazioni di mercato.
Nel corso del 2010 i principali governi europei, spaventati dalla crisi del credito privato, corrono a foraggiare gli istituti bancari con cospicue iniezioni di denaro pubblico, fornendo garanzie sui titoli emessi dalle banche in difficoltà finanziarie.

«Gli effetti correnti e potenziali sul debito pubblico dovuti all’adozione di misure straordinarie da parte dei Governi a sostegno del sistema bancario risultano, a fine 2010, eccezionalmente elevati in Irlanda (quasi il 150 per cento del Pil) e significativi in numerosi paesi (Grecia 27 per cento, Belgio 22, Germania 16, Spagna 8, Portogallo 6,8 e Francia 4,6 per cento). Per l’Italia il peso degli interventi attuati a sostegno del sistema finanziario è, invece, marginale (0,3 per cento).»

A dimostrazione forse di un sistema creditizio più sano rispetto agli omologhi europei.
Con lo smantellamento accelerato delle tutele sociali, la cancellazione dei diritti e delle ultime garanzie nell’ambito del lavoro, insieme all’esposizione dello Stato italiano nei confronti delle eventuali banche a rischio insolvenza, coincidono con uno stemperamento dello spread che tuttavia rimane troppo alto e che il Governo Monti si guarda bene dal pubblicizzare troppo tra i suoi successi (presunti). Non per niente, tra i primi atti del decreto Salva-Italia c’è la presa in carico da parte dello Stato delle passività bancarie, con la concessione di garanzie di copertura…

La morsa del Debito
 Il peso del debito pubblico costituisce una morsa incontenibile, che condiziona le politiche economiche ed i piani di crescita da almeno un ventennio. Tuttavia, a fronte di un sistema produttivo ed industriale fortemente sclerotizzato, e refrattario alle innovazioni come agli investimenti, un mercato del lavoro ingessato con divaricazioni sempre più inique nel riconoscimento dei diritti, la tenuta dell’economia italiana è sostenuta in massima parte dai consumi delle famiglie. È questo l’elemento primario, se non unico, che finora ha garantito spinta propulsiva al cosiddetto sistema-paese:

«Nel periodo 1992-2000 la crescita dell’economia italiana è stata sostenuta dai consumi delle famiglie, dagli investimenti e rafforzata da un contributo positivo della domanda estera netta; il contributo dei consumi collettivi, invece, è leggermente negativo, conseguenza di una dinamica restrittiva della spesa delle amministrazioni pubbliche fino al 1995 e di una sua crescita a ritmi molto contenuti dal 1996 in poi.
Nelle altre maggiori economie dell’Uem, costrette ad un processo di convergenza meno oneroso di quello italiano, invece, il sostegno della spesa pubblica, soprattutto nella fase recessiva, è stato positivo.»

Il godereccio ventennio berlusconiano, lungi dal risolvere i problemi li ha acuiti, e gli effetti si vedono…

«Nel periodo 2007-2011, la performance di crescita complessivamente negativa dell’Italia (-1,1 per cento in media d’anno) vede un contributo negativo di quasi tutte le componenti della domanda, in particolare degli investimenti, e un contributo nullo della spesa finale delle amministrazioni pubbliche. Tra gli altri principali partner, Francia e Germania conseguono una modesta crescita, complessivamente favorita dal sostegno della domanda privata e dei consumi collettivi, mentre nella media di periodo la domanda estera netta incide negativamente, principalmente a causa del pessimo risultato del 2009.»

L’equazione tra crescita ed equità è imprescindibile. In Italia si è costantemente proceduto in senso opposto.

L’Equità al tempo dei Tecnici
Nel 2011 abbiamo un nuovo “salvatore della patria”: ce lo chiede l’Europa; lo vuole la BCE; ce lo impone il Colle. E, come tutte le imposizioni dall’alto, si tratta di un’offerta che non si può rifiutare…
Nel solco di un processo di ristrutturazione a livello europeo, con la benedizione delle banche centrali e del Fondo Monetario, per il risanamento dei conti pubblici in nome dei sacri parametri, Mario Monti intraprende una cura fatta di lacrime, sangue e tagli. Il dolore è parte integrante della terapia e non prevede anestesia. Sostanzialmente si tratta di una vivisezione: se la cavia sopravvive alle asportazioni, si aprono per lui le aspettative di una non vita dalla lunga agonia.
Nel rapporto annuale del 2012, l’Istat non manca di osservare come:

«In Germania e in Francia il maggior contributo al risanamento è stato fornito dalle imposte dirette, con incrementi in valore assoluto rispettivamente dell’8,1 e del 10 per cento; nel Regno Unito, invece, il supporto più rilevante alle entrate è giunto dalla dinamica delle imposte indirette (in aumento del 6,4 per cento in termini nominali).»

Le imposte dirette si basano sulla tassazione progressiva del reddito e sulla repressione dell’evasione fiscale, in proporzione alla ricchezza patrimoniale detenuta ed alla propria capacità contributiva. Nei paesi dove più forte è il divario sociale e maggiore l’impronta liberista si prediligono le imposte indirette, che toccano solo marginalmente i grandi capitali ed i redditi più elevati.
In Italia, l’imposizione fiscale (e massimamente dopo l’avvento del Governo Monti) è basata quasi tutta sull’aumento delle imposte indirette, che spostano il peso del risanamento soprattutto a carico del reddito da lavoro dipendente e salariato:

«L’aumento di gettito è stato sostenuto esclusivamente dalla crescita delle imposte indirette (+2,0 per cento) realizzata attraverso interventi sull’Irap, l’introduzione della tassa di soggiorno, l’aumento di un punto dell’aliquota massima dell’Iva e aumenti delle imposte sugli olii minerali.
[…] In Italia si sono registrate diminuzioni dei redditi da lavoro dipendente (-1,2 per cento), delle prestazioni sociali in natura [forniture di beni e servizi alle famiglie n.d.r] (-2,2 per cento), dei trasferimenti di capitale (-8,8 per cento) e dei contributi alla produzione (-6,3 per cento).
[…] La dinamica negativa dei redditi da lavoro dipendente è stata determinata dalla contrazione dell’occupazione e dalla modesta flessione delle retribuzioni pro capite dovuta al congelamento dei rinnovi contrattuali. Il sensibile calo delle prestazioni sociali in denaro ha riflesso prevalentemente l’andamento di alcune componenti della spesa sanitaria (spesa per farmaci e spesa per la medicina di base) che, nel corso del 2010, avevano incorporato il costo dei rinnovi delle convenzioni dei medici di base.»

In pratica la gente risparmia sulle cure mediche, mentre migliaia di posti letto vengono tagliati e gli ospedali chiusi in nome del fiscal compact e dalla spending review che ne consegue. Il prossimo passo del Montismo è la privatizzazione della Sanità? Per crudele paradosso, mentre si pretende di inserire il pareggio di bilancio nella Costituzione, si impone il fiscal compact che di fatto azzera ogni forma di spesa pubblica in Italia, si inaspriscono le politiche di rigore, mentre il debito pubblico esplode in concomitanza col crollo dell’economia e dell’occupazione.
Il caso è da manuale: si tratta del carrettiere che ammazzò il cavallo, convinto che per spronare l’animale a trainare il carro bastassero le sole frustate; aumentando al contempo il volume del carico, nella convinzione che per risparmiare sui costi di trasporto sarebbe bastato eliminare il foraggio e le cure per la bestia da soma.
Un anno dopo la cura Monti, questo è il risultato al settembre 2012, in merito alle prospettive per l’economia italiana, elaborate dall’Istat…
Per quanto riguarda l’Industria:

«Le contrazioni più marcate si rilevano nella metallurgia e fabbricazione di prodotti in metallo (-15,5%), nella fabbricazione di articoli in gomma, materie plastiche e altri prodotti della lavorazione di minerali non metalliferi (-8,3%) e nelle industrie tessili, abbigliamento, pelli e accessori (-7,6%).
Le variazioni negative più rilevanti dell’indice grezzo degli ordinativi hanno riguardato la metallurgia e fabbricazione di prodotti in metallo (-18,4%), la fabbricazione di macchinari e attrezzature n.c.a. (-17,3%) e l’industria del legno, carta e stampa (-13,1%).»

In merito all’industria automobilistica, Gli acquisti di autoveicoli sono crollati a -44,9%. Ma in questo ha contribuito molto la simpatia di Sergio Marchionne.
Stroncato il mercato interno, in nome del risanamento e riordino dei conti che assomiglia ormai ad una composizione della salma prima della tumulazione, i restauri tombali del Governo Monti stanno portando i loro benefici effetti anche nell’ambito del commercio estero. Le esportazioni, seppur in difficoltà, sono sempre state un settore di punta dell’economia italiana ed una voce importante nella strutturazione del PIL nazionale e che, al contrario delle aspettative, non sono state poi così beneficiate dall’introduzione dell’euro come si credeva in origine:

«L’adozione dell’euro ha determinato un impatto positivo, ma non di grande entità, sul commercio bilaterale dei paesi europei. Per alcuni paesi membri (Grecia, Finlandia e Portogallo) l’effetto della moneta unica europea sul commercio sarebbe stato negativo.
[…] Nel caso dell’Italia l’impatto positivo si sarebbe esplicitato attraverso la riduzione dei costi variabili del commercio internazionale, mentre la riduzione dei costi fissi non avrebbe avuto alcun ruolo. La stima differenziata dell’effetto “introduzione dell’euro” rispetto ai mercati di destinazione ha, tuttavia, mostrato un impatto positivo per gli scambi commerciali con i paesi “periferici”, verso i quali le imprese italiane avrebbero aumentato le esportazioni in termini sia di valore sia di varietà dei prodotti esportati. Al contrario, l’effetto sull’export verso i mercati “core” (tra cui la Germania, principale destinatario dell’export italiano) sarebbe stato negativo, indicando il prevalere di un effetto competitività penalizzante per i beni italiani.»

I flussi del commercio estero, scalzati progressivamente dai mercati interni della UE a tutto vantaggio della Germania, si sono concentrati verso i paesi emergenti e le nuove economie dell’Asia, insieme ai mercati tradizionali del made in Italy di qualità, conquistando importanti quote nei nuovi blocchi economici transcontinentali.
 Verso le nuove tigri asiatiche (e tigrotti in crescita) dell’ASEAN: Indonesia, Malesia, Filippine, Singapore, Thailandia, Brunei, Vietnam, Laos, Birmania, Cambogia.
Verso i colossi dell’EDA: Singapore, Corea del Sud, Taiwan, Hong Kong, Malaysia
Oppure puntando sulle grandi potenzialità del continente latinoamericano, puntando ai mercati unificati del MERCOSUR e dell’ANDEAN.
E infatti,

“A settembre si rileva, rispetto al mese precedente [Agosto 2012], una flessione per entrambi i flussi commerciali, più intensa per l’import (-4,2%) che per l’export (-2,0%).
La diminuzione dell’export è di intensità analoga per entrambe le aree di sbocco: -2,1% per i mercati UE e -2,0% per quelli extra UE. In flessione sono soprattutto le vendite di beni strumentali (-4,5%) e di prodotti energetici (-2,3%), mentre i beni di consumo durevoli registrano un aumento dell’1%.
La flessione delle importazioni è rilevante sia dai paesi Ue (-4,4%) sia da quelli extra Ue (-3,9%). Particolarmente accentuata è la contrazione degli acquisti di beni strumentali (-9,7%).”

La flessione delle vendite riguarda tutti i potenziali partner commerciali, interessati alle nostre esportazioni:

Paesi EDA (-26%)
Giappone (-35%)
Cina (-18,8%)
India (-30,9%)
Paesi MERCOSUR (-13,7)
Germania (-10,3%)
Spagna (-12,8%)
Romania (-13,6%)

Aumentano invece i flussi commerciali con i Paesi dell’ASEAN (+22,9%); Paesi OPEC (+18,0%); Russia (+16,7%); USA (+19,4%).

A conti fatti, più che dinanzi ad un governo di risanatori ci troviamo di fronte ad una squadra di becchini. Epperò, dopo Monti c’è solo Monti… per l’estrema unzione?

Attulamente der Professor è ad uno dei soliti, inconcludenti, vertici brussellesi che tanto fanno sghignazzare mercati e investitori di borsa ad ogni puntata. Il copione è sempre lo stesso: Angelona Merkel si impunta come Hitler nell’assedio di Stalingrado senza cedere di un millimetro; il presidente francese cerca di rintuzzare l’intransigenza tedesca, confidando invano nella risicata sponda italica; Mario Monti, nicchia, bluffa, minaccia veti che non porrà mai… ma, finita la recita, prima si piega e poi si spezza. Per non fargli perdere la faccia, l’inflessibile Angelona concede qualche osso al suo fedele cagnolino da riporto e il giorno dopo sconfessa i risultati del vertice, inviando i suoi sabotatori di fiducia (Olanda e Scandinavia). È una tecnica nota ormai a tutti, tranne che ai giornaletti nostrani, i quali celebreranno il ritorno a casa del Professorone con titoloni roboanti sui nuovi “successi epocali”.

All’atto pratico, dopo aver stroncato ogni possibilità di ripresa, estendendo la cura ultra-rigorista all’intera Europa, i tecnocrati della UE e del Fondo Monetario Internazionale hanno rivisto al ribasso tutte le stime di crescita, ammettendo che forse qualcosa non sta funzionando… E dopo aver trasformato una crisi congiunturale, in una devastante recessione su scala continentale, senza che si prospettino reali prospettive di uscita, iniziano a profilarsi all’orizzonte concreti timori sulla tenuta sociale e democratica negli stessi Paesi coinvolti nella ‘cura’.
Se è vero che sbagliare è umano, perseverare è diabolico. Ci troviamo di fronte ad un gruppo di cerusici ottocenteschi che, dinanzi all’aggravarsi della malattia, intensificano i salassi al paziente anemico, prescrivendo in aggiunta una serie di clisteri al malato rigorosamente tenuto a digiuno, pur di non rimettere in discussione le teorie del loro manuale scolastico. Evidentemente, è radicata la convinzione nietzschiana, secondo la quale ciò che non uccide fortifica.

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Finanza Creativa (V)

Posted in Business is Business, Masters of Universe with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 7 luglio 2012 by Sendivogius

Neanche una settimana!
Tanto è durata l’euforia dei cosiddetti ‘mercati’, dinanzi all’effimera “svolta epocale” del già dimenticato vertice di Bruxelles (29/06/12)… quello che doveva rivoluzionare la stessa architettura politica della UE e spuntare gli artigli della speculazione con un grande piano di rilancio economico. Ovvero, l’eurosummit che avrebbe dovuto sancire la difesa della moneta unica; realizzare un cordone sanitario volto al contenimento degli interessi sui titoli di Stato; mettere in sicurezza il sistema bancario, onde evitare che la crisi del credito iberico inneschi un devastante effetto a catena su scala continentale.
Infatti, coerentemente con quanto avevamo già scritto QUI, il valore dell’euro è ai suoi minimi storici (1,24 sul dollaro), mentre il differenziale tra i BTP italiani e Bund tedeschi è schizzato a quota 470, con un onere del debito da pagare per interessi superiore al 6%. Il risultato peggiore di sempre, alla faccia delle strombazzate controriforme del Governo Monti.
Eppoi c’è il bel venerdì nero, con tutte le Borse in picchiata libera.
I rendimenti decennali dei titoli spagnoli sono invece schizzati al 7%, con l’aggravante che le banche iberiche non potranno beneficiare del fantomatico piano di salvataggio e di ricapitalizzazione previsto dal nuovo fondo salva-stati (ESM), che non sarà operativo prima della metà del 2013 o altra data da rinviarsi. In assenza dei necessari organismi di vigilanza, nulla di fatto anche per lo scudo anti-spread: il grande trionfo di Montinator (e delle sue intelligenze aliene), destinato a rimanere nel limbo dei trofei di latta (ma ben lucidati) dei quali il professorone ama fregiarsi.

«Mario Monti è stato il protagonista numero uno […] quello che è riuscito a impedire un finale generico e senza risultati come molti prevedevano sarebbe avvenuto, è stato Monti. È andata esattamente così. Il nostro premier ha portato a casa quanto aveva promesso, non soltanto per far fronte alle necessità impellenti del nostro Paese ma anche per rafforzare l’Europa modificandone il quadro generale e le prospettive di fondo.»

  Eugenio Scalfari
  (01/07/2012)

Poi, si sa, mentre nonno Eugenio continua a sognare il suo Principe in nutrita compagnia, la notte porta (cattivo) consiglio…

L’inconfondibile Angela Merkel si è rimangiata tutte le promesse, rinnegando gli impegni presi neanche 48h prima. Si tratta di una costante tedesca, secondo la più classica “Teoria dei Giochi”. Quindi, fedele ad un copione ormai collaudato, ha scatenato le sue Schutztruppe di complemento (Olanda e Finlandia), senza esporsi direttamente ma boicottando nella sostanza l’accordo brussellese.
Al contempo, il prof. Monti ha trascorso metà della settimana a rassicurare Angelona, che mai avrebbe richiesto l’applicazione dei provvedimenti anti-spread, quasi a scusarsi dei risultati ottenuti al vertice. O, più probabilmente, per non rendere palese l’aleatorietà delle decisioni (non) prese.
Nel frattempo, a complicare ulteriormente le cose, si è ‘scoperto’ pure che le banche di Sua Maestà britannica taroccavano allegramente i tassi del Libor, aprendo un nuovo fronte nella crisi del Credito… E tutto il fragile castello di carte è venuto giù alla prima raffica di vento, travolto dall’ennesima onda lunga della recessione USA, a dimostrazione di quanto fragile sia l’intera costruzione, e inutile il vertice con le sue intese scritte nella sabbia, nella medesima inconcludenza decisionale che accomuna le due sponde dell’Atlantico.
Intanto, per non parlare dell’esercito dei sottoccupati, in Italia, la disoccupazione giovanile ha toccato vette del 36%. La Recessione (ormai prossima ad evolversi in Depressione), dopo l’eurozona, ha ormai raggiunto la Gran Bretagna e la sua sterlina; blocca le aspirazioni della ripresa USA e le ambizioni alla rielezione di Obama (vai a casa pure te, bello!); investe in pieno i Brics: i nuovi giganti (d’argilla) dell’economia globale…

Coerentemente, Banca Centrale Europea (BCE), Federal Reserve statunitense (FED), insieme alle banche centrali britannica e cinese, si sono messe a tagliare i tassi di interessi a tutto spiano nell’illusione di rianimare i propri sistemi creditizi in funzione anti-recessiva, senza ottenere alcun sollievo tangibile. In compenso, rischiano di innescare gli effetti irreversibili (e devastanti) di un’enorme Trappola della Liquidità su scala globale.
Sul ‘fronte interno’ invece, la Guerra del Credito va persino peggio… In pratica il debito privato delle banche (non solo spagnole), sovresposte e a rischio insolvenza, viene appoggiato al Tesoro nazionale e rifinanziato dall’erogazione del FMI e BCE, che però accolla il debito alle casse pubbliche dello Stato e non agli istituti che beneficiano del prestito. Lo Stato poi rigira i fondi agli istituti bancari, con interessi minimi, facendosi garante del debito e iscrivendo il medesimo nei propri registri di bilancio. In tal modo, si incide sui livelli (fittizi) di indebitamento pubblico e si determina l’aumento dei tassi di interessi sui nuovi titoli emessi per rifinanziare il “debito sovrano” (in realtà il debito bancario garantito dal Pubblico). Finora, non si sono viste né l’apertura di nuove linee di credito, né la concessione di prestiti d’impresa (e tanto meno una dilazione dei pagamenti per i debitori in difficoltà), né la concessione di mutui o condizioni meno onerose per i clienti. Gli istituti di credito si limitano, come contropartita per l’aiuto ricevuto, ad acquistare i titoli del debito pubblico lucrando sugli spread e speculando sul rialzo dei rendimenti.
È un circolo vizioso che, una volta innestato, è in grado di portare al tracollo qualsiasi economia, anche nel Paese più virtuoso (e non parliamo certo dell’Italia!)… Perché un valido governo può anche avere una buona gestione di spesa, garantendo servizi pubblici efficienti, ma in totale assenza di regole non può controllare il sistema bancario con i suoi flussi di denaro internazionali, né intervenire per impedire le operazioni di credito più spregiudicate, salvo poi far fronte alle eventuali perdite con i soldi dei cittadini. Un debito collaterale (per svariati miliardi di euro!), indotto per salvare le banche, e in nome del quale si spazzano via 50 anni di conquiste sociali, improvvisamente diventate “troppo onerose”…
Ancora una volta, privatizzazione degli utili e socializzazione delle perdite. Solitamente, non manca mai in tali frangenti l’utile idiota matricolato che straparla di “meritocrazia”, rotea il ditino ammonitore al cielo dicendoci che “abbiamo vissuto sopra le nostre possibilità” e predica “l’austerità”, mentre i CEO della finanza assistita si spartiscono i finanziamenti pubblici e si aumentano il bonus di fine anno, a dispetto di prestazioni miserrime.
Tanto per dire, la Barclays bank di Londra, specializzata in operazioni su derivati, è stata appena alleggerita di 450 milioni di dollari di multa per aver manipolato i tassi che regolano le transazioni interbancarie sui mercati internazionali (sterlina-dollaro), condizionando indirettamente le oscillazioni di 360 trilioni di dollari in obbligazioni, con l’immissione di dati falsi. Ciò non ha impedito a Bob Diamond, dimissionario chief executive officer della Barclays, cacciato a furor di popolo, di portarsi a casa nel 2011 oltre 20 milioni di dollari di stipendio (con un incremento dell’11%) a fronte di perdite in borsa (per la banca) del 21,6% nell’anno 2011. A queste si aggiunge l’attuale 32,7% di perdite di valore, dopo l’esplosione dello scandalo.
E non meglio se la passa la JPMorgan che, grazie al suo trader più spregiudicato, l’anglo-francese Bruno Iksil, soprannominato “Lo Squalo” ma meglio conosciuto nella City londinese come “Voldemort”, è riuscita a cumulare un passivo di 9 miliardi di euro facendo incetta di CDS e scommettendo compulsivamente sul default di Spagna e Italia e Grecia.
È bene sapere per pagare chi stiamo facendo i famosi “sacrifici” e perché le nostre tutele sociali vengono smantellate.

Poi, certo, una trattazione a parte meriterebbero i raiders della turbo-finanza… gli Oscuri Signori degli hedge funds, specialisti in “derivati” e prodotti finanziari… Ovvero, i famosi “speculatori senza volto” dei quali, a volerli cercare (e a riprova di un’idiozia diffusa come l’ignoranza), si conosce praticamente tutto:
Carl Icahn, signore e padrone della omonima Icahn Associates con un pacchetto da guerra di quasi 10 miliardi di dollari a disposizione per speculazioni selvagge, lo scorso anno ha guadagnato qualcosa come 2,5 miliardi di dollari, giocando coi CDS e scommettendo sul tracollo dell’euro.
James H. Simons, esperto matematico (meglio di Ricucci!) e fondatore della Renaissance Technology: 2,1 miliardi di dollari di ricavi personali.
Poi ci sono i mostri sacri della BRIDGEWATER che, con un portafoglio in assets per 122 miliardi di dollari, dispone di una potenza di fuoco praticamente illimitata.

«E non muoiono di fame neanche Ray Dalio, fondatore di Bridgewater Pure Apha (1,9 miliardi l’incasso personale 2011 e 72 miliardi di dollari il patrimonio gestito dalla sua società) e Stephen Schwarzman, il chief executive di Blackstone che si è messo in tasca 1,6 miliardi. Un po’ in sordina nell’anno scorso il mitico John Paulson, l’uomo che guadagnò 3,5 miliardi secchi speculando al ribasso con il suo Advantage Fund sui Cdo costruiti con i subprime all’inizio del 2008 (e 4,9 miliardi nel 2010 “ritagliandosi” profitti stavolta sulla ripresa statunitense), oppure il “filantropo” George Soros, l’uomo che sbancò la Bank of England (e la Banca d’Italia) nel 1992, settima persona più ricca d’America con 36 miliardi di fortuna personale. Soros si è preso una specie di anno sabbatico limitandosi a fare il guru sull’eurozona in pagatissime conferenze in giro per il mondo, senza trascurare naturalmente di sovrintendere alla gestione del suo Quantum Endowment Fund forte di 31,2 miliardi di dollari di asset under management al 31 dicembre 2011. Benvenuti nell’iperuranio degli hedge fund. Se siete scandalizzati per gli stipendi dei banchieri, qui entrate in un’altra dimensione. E’ vero che non ci sono azionisti di minoranza da tutelare, regole Sec o Consob da rispettare, codici morali e parametri etici cui attenersi, ma certo qui saltano tutti gli standard, tutti i paragoni con noi poveri stipendiati, qualunque riferimento al “capitale lavoro” o simile. In questo mondo ingovernabile si annidano gli speculatori che mandano sull’ottovolante i titoli europei: proprio il redivivo Paulson ha gelato tutti annunciando senza falsi pudori che stava giocando al ribasso sui titoli di Stato tedeschi nelle ore del vertice europeo di Bruxelles, giovedì notte, quando è emerso che la Merkel stava facendo qualche concessione. I tentativi di mettere ordine in questo funambolico settore sono sempre stati vani e poco significativi.»

 Eugenio Occorsio
 Affari e Finanza – (02/06/2012)
 Articolo completo QUI.

Sono questi gli scogli contro cui si infrangono i ruttini del fiscal compact e della spending review, con gli statarelli europei in ordine sparso e senza coordinamento, ed i nein della Germania che per il solo fatto di essere stata finora graziata dagli squali della finanza  si illude di condurre i giochi e scampare all’ecatombe, imponendo sacrifici umani al Minotauro della finanza nel labirinto osceno dei “mercati”…

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Finanza Creativa (IV)

Posted in Business is Business, Masters of Universe with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 9 giugno 2012 by Sendivogius

TODO MODO

In una Europa sempre più impotente, avvitata in una spirale recessiva senza soluzione, ci mancava davvero l’inutile strigliata di Barack Obama, the President of United States, che in evidente amnesia dissociativa vorrebbe attribuire tutte le responsabilità della crisi economica alle inerzie del vecchio continente, ignorando che le ristrettezze dell’attuale congiuntura europea sono l’effetto e non la causa di un contagio esploso in ben altre latitudini a lui più familiari…
Il sopravvalutatissimo Obama è infatti alle prese con la propria rielezione presidenziale, sulla quale pesa l’ipoteca di un rilancio occupazionale ben al di sotto delle aspettative e di una ripresa che non decolla. Così, con ampio ritardo, si è accorto che il tracollo monetario dell’Unione e l’eventuale contrazione depressiva delle economie europee non giova certo al rilancio della crescita e meno che mai alle esportazioni statunitensi. Ora che l’incendio innescato da Wall Street nelle province europee (dove è stato alimentato impunemente da una finanza incontrollata) minaccia direttamente il centro dell’Impero, Mr President è alla disperata ricerca di un comodo capro espiatorio, il più lontano possibile, da additare all’intelligenza bovina di masse elettorali irretite dalla propaganda integralista dei Tea-Party. E, per la bisogna, cosa c’è di meglio se non la “Vecchia Europa”?!?
Evidentemente, O’Banana deve essere un altro dei tanti che a colazione mangia pane e volpe nella convinzione di diventare più furbo…
Nonostante le belle (o balle?) promesse degli esordi, con tutta l’ipocrisia di un politicante consumato, si tiene gli onori e declina gli oneri che una grande responsabilità comporta. Non che la UE ed i suoi governanti non abbiano le loro enormi magagne… tutt’altro! Ma le colpe non sono affatto esclusive di un’unica parte.
Barack Obama finge di non sapere che l’attuale febbre globale si diffonde nei primi mesi del 2007 con l’esplosione della bolla immobiliare USA e la crisi dei famigerati mutui subprime, con l’immissione di milioni di “titoli tossici” confezionati in CDO (tuttora in circolazione), e la cascata di fallimenti bancari a catena. Tali simpatici eventi (frettolosamente rimossi) hanno svelato al mondo dei profani le alchimie creative della “finanza derivata” che ingrassa le speculazioni degli squali di Wall Street, secondo un giochino diffuso che abbiamo in parte analizzato QUI e che rasenta gli estremi della truffa [QUI].
Di conseguenza, le grandi banche d’affari, coinvolte nel gigantesco crack a catena da loro stesse innescato, vengono prese in carico dalle casse statali che rimpinguano i caveau con la bellezza di 4.500 miliardi di euro. Per intenderci, ne sarebbero bastati meno di 300 per salvare la Grecia.
Al contempo, data l’inerzia statunitense (quando non tracima in netta opposizione), ogni proposta anche in ambito europeo di regolamentazione dei mercati finanziari rimane lettera morta su carta. Nulla viene fatto per porre un freno alle operazioni OTC. Ancor meno viene fatto per responsabilizzare i mercati finanziari, regolamentando l’immissione di prodotti derivati.
Per esempio, non vengono vietate (se non per periodi limitati) le cosiddette vendite allo scoperto, che permettono di speculare sul rendimento dei titoli borsistici, senza detenerne il possesso e soprattutto senza rischiare un solo centesimo.
Non viene messa al bando l’immissione di quell’autentica bomba ad orologeria che sono i CDS: vere scommesse speculative a tempo sulla bancarotta degli Stati, eventualmente sostenute dalle operazioni di short selling.
Viene inoltre bocciata ogni ipotesi di introduzione di una “Tobin Tax”, escludendo categoricamente qualsiasi tassazione, anche nelle sue forme più blande, sulle grandi transazioni finanziarie.
Capita l’antifona, le banche d’investimento utilizzano i finanziamenti pubblici ricevuti per continuare come e peggio di prima le loro attività speculative, distribuendo mastodontici bonus alla loro dirigenza di predatori in gessato. Naturale che questi trovino molto più conveniente speculare sulla tenuta dei ‘debiti sovrani’, piuttosto che finanziare l’economia reale.
Di converso, le banche di risparmio sono alle prese con la loro disperata ricapitalizzazione, dopo essere state folgorate dalle scosse incontrollate della schock economy, chiudendo i rubinetti dei prestiti alle imprese, con le immediate ripercussioni che la contrazione del Credito ha su occupazione e sviluppo.
In sostanza, secondo Mr President, la soluzione consisterebbe nel finanziare a fondo perduto (o quasi) gli istituti di credito coinvolti nella crisi, abbassando i tassi di interesse (già sotto l’1%). Evidentemente ignora i rischi impliciti di cadere nella “Trappola della liquidità”; mentre l’Europa egemonizzata dalla Germania di Merkel rischia di far precipitare il continente in uno scenario simile alla Seconda Recessione del 1937.
Altresì, O’Banana finge di ignorare che dietro le grandi manovre speculative, finalizzate al tracollo dell’euro ed al collasso dei titoli del tesoro europei, c’è l’intero mondo finanziario anglosassone (e specificatamente statunitense), lasciato sostanzialmente intonso da ogni ristrutturazione di sistema.
Ci sono le famigerate agenzie di ratings, Moody’s, S&P, Fitch, che si passano la staffetta con le loro valutazioni al ribasso e aprono la strada al cannoneggiamento degli speculatori finanziari.
Ovvero gli hedge funds, i grandi fondi di investimento, prevalentemente USA, tra i quali troneggia l’onnipotente BLACKROCK che, insieme al suo alter ego BLACKSTONE, si spartisce il controllo del private equity e dei servizi finanziari globali, in un intreccio di partecipazioni azionarie, controlli societari, gestione patrimoni e risparmio bancario, nel più gigantesco conflitto di interessi di tutti i tempi. Naturalmente, la Blackrock Inc (insieme al Vanguard Group ed al Capital World Investment) è tra i principali azionisti dei succitati “Signori del Rating”, che pertanto vengono pagati e controllati dalle medesime società per le quali stilano pagelle di valutazione.
E statunitensi sono pure le Fabulous Big Four Banks: Bank of America; Citigroup; Wells Fargo, JPMorgan. A queste andrebbero aggiunte inoltre quella specie di Soprano’s della finanza organizzata, come la Morgan Stanley e l’onnipresente Goldman Sachs: specializzate nello spaccio mondiale di ‘derivati’ e ‘titoli tossici’.

 LA SCIABOLETTA DI OBAMA. Quanto a Obama, dopo aver avvicinato il più possibile la politica a Wall Street, dopo avere affidato l’economia agli uomini di fiducia della grande finanza, dopo non aver portato alla sbarra neppure uno dei finanzieri colpevoli di ampie scorrettezze e di veri reati, adesso agita qualche sciaboletta di cartone contro le degenerazioni della finanza e fa il cavaliere dei deboli. Nella speranza che un numero sufficiente di americani, turbati dalle rodomontate repubblicane, voti per lui. Agli americani, nel frattempo, la verità la raccontano assai meglio vari giornalisti e qualche economista (una netta minoranza nella professione, ma comunque sufficienti) che non un presidente troppo furbo per essere credibile.

  Mario Margiocco
(24/01/2012)

Tuttavia, i prodromi della Grande Crisi erano già impliciti nella revisione degli accordi di Bretton Woods, sotto la presidenza di Bill Clinton, con la nefasta abolizione della separazione tra banche d’affari e banche commerciali, culminata nell’abrogazione in USA del Glass-Steagall Act. Si tratta della legge del 1933 nata in risposta alla crisi del 1929 a regolamentazione dell’attività bancaria, con l’istituzione di depositi di garanzia e rigidi controlli sulla solvibilità bancaria. La legge istituiva una netta divisione tra le operazioni d’investimento e le attività tradizionali di credito e deposito risparmi. L’abrogazione della Glass-Steagall è coincisa, guarda caso, con la sovraesposizione dei crediti bancari e l’invenzione di nuovi strumenti di speculazione finanziaria, alla base del flusso dei derivati e dell’attuale crisi economica. Dimostrazione provata (se ancora ce ne fosse bisogno) che i “Mercati”, se lasciati completamente liberi, si comportano come uno psicopatico incapace di controllare le proprie pulsioni distruttive.
Inoltre, con una certa malizia, ci sarebbe da aggiungere che certi ‘autorevoli’ punzecchiamenti richiederebbero piuttosto una buona dose di prudenza…
Nel Nov.2011 il debito degli Stati Uniti ha toccato la mostruosa cifra di 15.033 miliardi di dollari, equivalente al 99% del PIL. I dati sono stati forniti dal Dipartimento del Tesoro, ma si tratta di cifre per difetto dal momento che gli USA hanno un vero e proprio debito nascosto, legato alla copertura dei titoli spazzatura emessi da un sistema bancario marcio fino al midollo, scorporato dalla contabilità del bilancio federale, al quale andrebbero aggiunti i disavanzi dei singoli Stati dell’Unione. Non male per un paese dal welfare quasi inconsistente ed una spesa pubblica per politiche sociali praticamente inesistente.

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Finanza Creativa (III)

Posted in Business is Business, Masters of Universe with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 19 febbraio 2012 by Sendivogius

LA RICETTA PERFETTA

Prendete l’8^ potenza economica globale, ma con la più indecente classe ‘dirigente’ del mondo occidentale; un elevato (ma non enorme) debito pubblico, speculare ad un altissimo livello di evasione fiscale, insieme ad una corruzione pressoché strutturale. Considerate uno dei Paesi più prosperi del pianeta, ma con un’estesa sperequazione nella distribuzione della ricchezza, un fortissimo immobilismo sociale, all’ombra di un insanabile familismo amorale, e radicate sacche di neo-corporativismo.
Lasciate frollare il tutto per almeno una ventina d’anni, spargendo un po’ di aromi profumati là dove più forte si avverte l’odore della putrefazione. Speziate il resto con ingredienti coloriti, meglio se presi dal folklore locale.
Poi, aggiungete un pugno di economisti cresciuto alla scuola dei supply-siders e convertito alle formule politiche del “riformismo” consociativo. Appesantite il tutto con un indebitamento esponenziale verso le principali banche d’affari, senza tralasciare una crisi recessiva lasciata montare come una maionese impazzita. A questo punto, spruzzate ampie manciate di professori d’economia ed “esperti” (meglio se laureati alla Bocconi), che di quelle banche hanno fatto parte a vario titolo, certificandone strategie speculative ed investimenti finanziari.
Aggiungete ancora una troi(k)a di inflessibili creditori franco-tedeschi, pronti però a sottoscrivere nuove cambiali in cambio dell’acquisto di armamenti. Aggiungete infine gli immancabili sciacalli del Fondo Monetario Internazionale per il prestito a strozzo di ultima istanza: privatizzazioni selvagge, smantellamento delle politiche sociali, contrazione salariale e cancellazione delle tutele sul lavoro, alti tassi di interesse sul credito erogato. Naturalmente, non dimenticate i condimenti classici del liberismo neo-monetarista, all’origine della grande recessione.
Avvolgete il tutto con la rassicurante sfoglia di un “governo tecnico”. Quindi immergete il preparato in una abbondante salsa greca e agitate per bene prima dei tagli.
Avrete lo sformato Grecia applicato all’Italia; ovvero: come parlare ad Atene perché Roma intenda.
Ciò che non funziona in periodi normali, può risultare efficace in frangenti straordinari…
Terrorizzate un intero Paese, sventolategli sotto il naso l’incubo del default, paragonandolo ad una piccola nazione alle propaggini meridionali della penisola balcanica. Prendete un commissario europeo e un nugolo di banchieri interessati al recupero crediti; fate loro scrivere una letterina minatoria all’abominevole governo in carica, con una serie di condizioni non negoziabili, in nome di interessi privati travestiti da “richieste europee”. Scatenate con opportune imbeccate gli speculari finanziari, che di quegli istituti di credito detengono titoli e consultano i ratings di agenzie ad essi collegate. Costringete il suddetto governo alle dimissioni e insediate un nuovo esecutivo “tecnico” con gli stessi autori dell’ultimatum elevato a programma. Avrete il governo del prof. Mario Monti.
Perché poi il famigerato spread (divenuto ormai il termometro dei governi), ovvero il differenziale dei titoli di Stato con i buoni del tesoro tedesco, continui a viaggiare sostenuto, dopo le spaventose impennate dell’ultimo trimestre 2011, e nonostante una raffica di manovre correttive, è un piccolo ‘mistero’ che richiede comode bugie…
In tempo di crisi, quando dinanzi ad un paziente pieno di metastasi il chirurgo non sa bene dove incidere, la soluzione può risiedere nella creazione di diversivi verso i quali stornare l’attenzione.
In Italia, la principale questione che affligge il Governo Monti sembra essere l’estensione della libertà di licenziamento, a totale discrezione dei padroni assistiti delle nuove ferriere.
Si comprende bene che il problema non è la recessione economica.. non il ritorno dell’inflazione.. non l’esplosione del prezzo dei carburanti (e dei beni al consumo), grazie all’aumento delle accise voluto dai professoroni.. non una disoccupazione record.. non l’impressionante impoverimento dei lavoratori dipendenti (che pagano le tasse)… non la scandalosa persistenza di cartelli assicurativi e bancari… non l’intollerabile stretta creditizia ai danni del tessuto produttivo… non gli sprechi insopportabili di una Pubblica Amministrazione sempre più inefficiente…
Infatti, i diritti di chi lavora pare siano diventati la fucina estrema da cui scaturisce ogni male.
Annichilita l’opposizione e tutto il resto del Parlamento, raggrumato nella nuova adunanza dell’ABC (Alfano-Bersani-Casini), allineati i media dell’editoria assistita in unico peana prezzolato, per paradosso, sembra quasi di assistere ad una nuova “lotta di classe”, stavolta attraverso la dichiarazione di guerra unilaterale dei ricchi e potenti, contro la parte più debole e maggioritaria della nazione.
Eppure, a preoccupare quelli che qualcuno ha chiamato “speculatori senza volto” (in realtà notissimi: QUI nella seconda parte del commento), suscitando in particolar modo le ansie della finanza anglosassone, non è tanto il bistrattato Art.18, ma la sovraesposizione creditizia di alcune importanti banche d’affari statunitensi nei confronti di Stati a rischio solvibilità.
Gli istituti di credito in questione sono l’immancabile Goldman Sachs insieme alla JPMorgan Chase. Le due investment bank sono infatti al centro di accorate disamine da parte della stampa statunitense che, al contrario del rivoltante “Wall Street Journal” di Rupert Murdoch, hanno ben chiaro dove risiede il fulcro del problema.
Utilizzando in sostanza lo stesso modello dei mutui subprime che ha portato all’esplosione della bolla speculativa, Goldman e JPMorgan hanno esteso il sistema al debito sovrano degli Stati, erogando crediti per svariati miliardi di dollari a Paesi con un altissimo deficit pubblico e scarsa solvibilità, tramite il massiccio acquisto di prodotti strutturati della finanza derivata.
In pratica, le due banche hanno erogato cospicui crediti, in Grecia, Portogallo, Spagna, Irlanda, e Italia, appioppando loro una massa di obbligazioni a garanzia dei debiti collaterali (CDO). Si tratta di uno strumento finanziario che solitamente racchiude in un unico pacchetto i crediti inesigibili, a carico di debitori individuali considerati insolventi o ad altissimo rischio di mancato pagamento. Sostanzialmente, sono compresi nel gruppo i titoli tossici rimasti nella pancia delle banche dopo la crisi dei sub-prime.
L’apertura di queste speciali linee di credito bancario veniva sottoscritto tramite la stipulazione di swap; nella fattispecie, si tratta di interest-rate-swap e currency-swap: scambio di flussi di cassa e di obbligazioni creditorie, con riporto valutario in euro-dollaro, a garanzia degli interessi sul capitale in prestito.
Il problema insito nel rilascio di questo tipo di crediti è che costituiscono un indebitamento costante per gli Stati, esponenziale nel tempo, che non viene però messo a registro nei bilanci. In pratica, non risultando registrati come nuovi debiti, è impossibile avere una panoramica certa dell’ammontare dell’asse debitorio (e degli interessi da pagare sul nuovo debito contratto), generando incertezza ed apprensione tra gli investitori che, nel dubbio, evitano di sottoscrivere i titoli degli Stati coinvolti nella transazione.
La questione è stata sollevata in tempi recenti da broker trading come “Bloomberg”, con informative dal titolo assai evocativo:

JPMorgan si unisce alla Goldman Sachs per tenere all’oscuro gli investitori sui rischi dei derivati italiani.

  di Christine Harper & Michael J. Moore
  (16/11/2011)

JPMorgan Chase & Co. e Goldman Sachs Group Inc, tra i principali operatori al mondo di prodotti derivati al credito, hanno comunicato agli azionisti di aver venduto garanzie su più di 5 miliardi di dollari a copertura del debito su scala globale.
Ma non chiedete loro come gran parte di queste siano state emesse a copertura dei debiti di Grecia, Italia, Irlanda, Portogallo, e Spagna, conosciuti come PIIGS.
Riguardo alla possibilità che questi Paesi potrebbero non essere in grado di onorare i crediti erogati, gli investitori sono stati tenuti all’oscuro in merito al rischio che le banche statunitensi siano esposte ad un possibile default. Gli istituti come la Goldman Sachs e la JPMorgan non forniscono un quadro completo sulle perdite potenziali ed i profitti di un simile scenario, dando solo cifre nette o escludendo del tutto alcuni derivati.

L’articolo integrale, ed in lingua inglese, lo trovate QUI.

Per tutelarsi dall’eventuale mancato pagamento dei debiti, a loro volta gli istituti coinvolti emettono a garanzia dei loro crediti inevasi i famigerati CDS (credit default swap); in pratica, si vendono ai potenziali investitori dei contratti di assicurazione sull’eventuale fallimento dei debitori (in questo caso gli Stati), ad altissimo rendimento, incrementando di fatto la speculazione sui debiti sovrani e sulle possibilità di bancarotta di un intero paese.
Sul ruolo della Goldman Sachs nella crisi europea e nell’esplosione del caso Grecia, è opportuno riscoprire un lungo reportage, pubblicato sul New York Times il 13/02/2010 [QUI], dove si solleva il sospetto (neppure troppo velato) che l’Italia, come la Grecia, possa aver truccato lo stato delle proprie finanze…
Se vi fidate della traduzione:

WALL STREET AIUTÒ A MASCHERARE IL DEBITO, ALIMENTANDO LA CRISI EUROPEA

  di LOUISE STORY, LANDON THOMAS Jr. & NELSON D. SCHWARTZ

«I guai della Grecia scuotono i mercati mondiali, documenti ed interviste dimostrano che con l’aiuto di Wall Street, il paese ellenico intraprese uno sforzo decennale per aggirare le disposizioni europee sul controllo del debito. Si tratta di un’operazione messa in atto dalla Goldman Sachs, che ha aiutato ad occultare miliardi di debito dal controllo degli ispettori di bilancio di Bruxelles.
Nel momento in cui la crisi si stava avvicinando al suo punto critico, le banche si misero a cercare il modo per aiutare la Grecia ad evitare la resa dei conti. Ai primi di Novembre (tre mesi prima che Atene diventasse l’epicentro delle ansie della finanza globale), in base a quanto riferito da due persone che furono presenti alla riunione, una squadra della Goldman Sachs giunse nell’antica città con una proposta molto moderna per un governo che fatica a far quadrare i bilanci.
I banchieri, guidati dal presidente della Goldman, Gary D. Cohn, tirarono fuori uno strumento di finanziamento che avrebbe spinto lontano nel futuro il ripianamento del debito greco, allo stesso mondo con cui i proprietari insolventi di un’abitazione accendono una seconda ipoteca, pensando di poterla estinguere con le loro carte di credito.
L’opera era già cominciata in precedenza. Nel 2001, subito dopo l’ammissione della Grecia nell’unione monetaria europea, come ci è stato riferito da persone informate sulla transazione, la Goldman aiutò segretamente il governo greco a prendere in prestito svariati miliardi.
L’operazione finanziaria, nascosta all’attenzione pubblica perché gestita come un commercio di valuta piuttosto che come un prestito, aiutò Atene a venire incontro alle regole sul deficit imposte dall’Europa, mentre continuava a spendere oltre le proprie possibilità.
Atene non seguì fino in fondo il piano di rientro della Goldman, ma in seguito allo scricchiolamento della Grecia sotto il peso dei suoi debiti e con i suoi ricchi vicini impegnati a correre in suo aiuto, le operazioni intercorse negli ultimi dieci anni hanno sollevato domande sul ruolo di Wall Street nell’ultimo dramma della finanza mondiale.
Così come è avvenuto per la crisi americana dei subprime e per l’implosione dell’American Internationl Group, i prodotti della finanza derivata hanno giocato un ruolo nell’incremento del debito greco. Gli strumenti finanziari sviluppati dalla Goldman Sachs, JPMorgan Chase e da un nutrito gruppo di altre banche hanno aiutato i politici a mascherare l’ulteriore indebitamento di Grecia, Italia, e probabilmente di qualche altro Paese.
In dozzine di accordi stipulati per tutto il continente, le banche hanno provveduto a fornire finanziamenti anticipati in cambio di pagamenti pubblici per il futuro, senza che le passività venissero messe a registro.
La Grecia, per esempio, ha ceduto i diritti di riscossione delle tasse aeroportuali e gli introiti delle lotterie per gli anni a venire.
I critici sostengono che simili accordi, proprio perché non sono registrati come prestiti, traggono in inganno gli investitori e le autorità di controllo in merito all’entità dei passivi di bilancio degli Stati.
Ad alcuni dei prodotti finanziari ellenici è stato dato il nome dei personaggi della mitologia. Uno di questi, per esempio, è stato chiamato Eolo, il dio dei venti.
La crisi greca costituisce la sfida più significativa alla moneta unica europea, l’euro, e all’obiettivo di una unità economica del continente. Il paese è, nel gergo bancario, troppo grande per fallire. La Grecia deve al mondo 300 miliardi di dollari e molti dei più importanti istituti di credito si trovano sulle spine per quel debito. Un eventuale default avrebbe ripercussioni in tutto il mondo.
Una portavoce del Ministero delle Finanze ellenico ha detto che il governo si è incontrato con diverse banche negli ultimi mesi e non ha sottoscritto alcuna delle loro offerte. L’intero debito finanziario “è stato gestito nella massima trasparenza”, ha riferito. Goldman e JPMorgan hanno evitato di commentare.
Mentre l’opera svolta da Wall Street in Europa ha ricevuto poche attenzioni su questa sponda dell’Atlantico, tale operato è stato criticato aspramente in Grecia e da riviste come Der Spiegel in Germania.
“I politici vogliono calciare la palla in avanti, e se un banchiere può mostrare loro il modo con cui rimandare il problema in futuro, essi ci cadranno”. Così dice Gikas A. Hardouvelis un economista ed ex funzionario governativo che ha aiutato a scrivere il recente rapporto sullo stato delle politiche finanziarie delle Grecia.
Wall Street non ha creato il problema del debito europeo. Ma i banchieri hanno fatto in modo che la Grecia, insieme ad altri paesi, si indebitasse stipulando prestiti oltre la propria portata, tramite una serie di operazioni perfettamente legali. Poche regole stabiliscono come le nazioni possano chiedere soldi in prestito per finanziare le spese militari ed il sistema sanitario. Il mercato dei debiti sovrani (il termine con cui la Borsa definisce i prestiti ai governi) è tanto vasto quanto libero da vincoli.
“Se un governo vuole truccare i conti, può farlo”, dice Gerry Schinasi, un veterano dell’unità di controllo dei mercati finanziari del Fondo Monetario Internazionale.
Le banche hanno sfruttato avidamente quella che per loro era una simbiosi ad altissimo profitto con la libertà di spesa dei governi. Mentre la Grecia non riceveva alcun vantaggio dall’offerta della Goldman Sachs nel Novembre 2009, versava in ogni caso alla banca una parcella di circa 300 milioni di dollari per mettere in ordine i propri saldi contabili del 2001, secondo quanto riferito da alcuni banchieri che hanno avuto a che fare con l’operazione.
Tali derivati, che non vengono apertamente documentati o resi pubblici, aggiungono ulteriore incertezza su quanto siano profondi i guai della Grecia e su quali altri governi possano aver utilizzato simili artifici contabili fuori bilancio.
L’ondata di panico adesso sta travolgendo anche altri paesi in difficoltà economica alla periferia dell’Europa, rendendo molto costoso per Italia, Spagna e Portogallo, contrarre nuovi prestiti.
Nonostante tutti i vantaggi di unire l’Europa con un’unica moneta, la nascita dell’euro sconta un peccato originale: paesi come l’Italia e la Grecia sono entrati nell’unione monetaria con un debito molto più grande di quanto fosse loro consentito dal trattato di adesione alla moneta unica. Tuttavia, piuttosto che aumentare le tasse o ridurre la spesa, questi governi hanno ridotto artificialmente i loro debiti ricorrendo alla finanza derivata.
I prodotti derivati non sono necessariamente negativi. Le transazioni del 2001 hanno visto l’utilizzo di un derivato conosciuto come swap. Uno di questi strumenti, conosciuto come interest-rate swap (scambio del tasso d’interesse), può aiutare imprese e stati a fronteggiare le variazioni del costo del debito, tramite lo scambio di pagamenti a tasso fisso con pagamenti a tasso variabile, o viceversa. Un altro tipo, il currency swap (scambio di titoli in valute differenti), può minimizzare l’impatto dei tassi di cambio per valute estere particolarmente volatili.
Ma con l’aiuto della JPMorgan, l’Italia è stata capace di fare molto di più. Malgrado la persistenza di un alto debito pubblico, nel 1996 i prodotti della finanza derivata hanno aiutato l’Italia a portare il bilancio in linea, tramite uno scambio di valuta con la JPMorgan ad un tasso di cambio favorevole che in effetti ha messo nelle mani del governo un bel po’ di denaro.
In cambio, l’Italia si è impegnata per futuri pagamenti che non sono stati contabilizzati come passività.
“I derivati sono strumenti molto utili”, ha detto Gustavo Piga, un professore di economia che ha stilato un rapporto per il Council on Foreign Relations sullo stato dei conti pubblici italiani. “I derivati diventano un male se usati come una vetrina per far apparire i conti migliori di quanto non siano”.
In Grecia, le magie finanziarie sono andate anche oltre. In quella che ormai assomiglia ad una svendita di oggetti usati su scala nazionale, i funzionari greci hanno in sostanza ipotecato gli aeroporti nazionale e le autostrade nel disperato tentativo di racimolare soldi.
Eolo, un titolo legale creato nel 2001, ha aiutato i greci a ridurre il debito di bilancio sui saldi dell’anno corrente
Come parte dell’operazione finanziaria, i greci hanno ottenuto contanti, impegnando come garanzia gli introiti futuri delle tasse aeroportuali.
Nel 2000, un’operazione simile chiamata Arianna, ha divorato le entrate che il governo ellenico aveva raccolto attraverso la lotteria nazionale. Tuttavia, i greci classificano queste transazioni come vendite e non come prestiti [con relativi interessi da pagare in futuro, N.d.T.], nonostante i dubbi di molti critici. Questo genere di operazioni commerciali hanno suscitato parecchie controversie all’interno dello stesso governo per anni. Già nel 2000, i ministri delle finanze di vari paesi europei hanno dibattuto ferocemente se gli strumenti derivati, utilizzati nella finanza creativa, debbano essere registrati in bilancio oppure no.
La risposta è stata NO. Ma nel 2002 è stata richiesta una verifica contabile su molti prodotti come Eolo e Arianna, che non appaiano nei bilanci nazionali, costringendo i governi a registrare tali operazioni come prestiti piuttosto che come vendite.
In tempi più recente, nel 2008, l’Eurostat, l’agenzia statistica europea, ha riportato che “in diversi casi, le operazioni di cartolarizzazione prese in esame sembrano essere state gestite in modo tale da garantire un gettito immediato, senza tenere conto del valore economico dell’operazione”.
Simili artifici contabili possono portare benefici nel breve periodo, ma sul lungo periodo possono comportare effetti disastrosi.
George Alogoskoufis, che è diventato ministro delle finanze dopo il patto con la Goldman, ha criticato l’accordo in Parlamento nel 2005. L’operazione, ha argomentato Alogoskoufis, avrebbe gravato il governo greco con pesanti pagamenti da versare alla Goldman fino al 2019…»

È interessante notare che, nel periodo interessato, a gestire la divisione europea per la Goldman Sachs era l’allora vicepresidente Mario Draghi e attuale governatore della BCE. È un’altro di quei salvator patriae giunti a portarci fuori dal guado di una crisi da loro stessi innescata!

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Finanza Creativa (I) – Canis edit canem
Finanza Creativa (II) – Lo schema di Ponzi

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Finanza Creativa (II)

Posted in Business is Business with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 16 marzo 2009 by Sendivogius

 

 “The Italian Job

 

ponzi1 Immaginate una sala scommesse, dove allibratori senza scrupoli vendono pacchetti differenziati a giocata multipla garantendo vincite sicure, ad alto rendimento, in cambio di puntate relativamente modeste purché continue.

Immaginate che le quote siano co-finanziate dagli stessi allibratori con la concessione di prestiti non garantiti che, attraverso un afflusso costante di nuovi scommettitori, spingono al rialzo il valore delle eventuali vincite.

Immaginate una sacca speculativa che, con nuovi azzardi e l’estensione condivisa del rischio, si autoalimenta tramite iniezioni fittizie di denaro, incrementa il debito, dilazionando il pagamento dei crediti. E la bolla continua a gonfiarsi, finché non giunge il momento di rifondere il prestito originario, spacchettato a sua volta in obbligazioni creditizie negoziabili, piazzate ad ignari portatori-investitori. Il loro valore solvibile è molto simile a quei bigliettini chiamati “pagherò”, che gli incalliti giocatori di poker sottoscrivono, pur nella consapevolezza di non essere nella condizione di saldare.

Il meccanismo, che per la sua creatività finanziaria è (impropriamente) ricollegabile alle cause dell’attuale crisi economica, continua ad essere riproposto con perversità ciclica nei mercati senza regole della finanza globalizzata.

Le modalità di applicazione rispondono, o quantomeno si ispirano, ad uno “schema” consolidato che dal suo ‘misconosciuto’ creatore, Charles Ponzi, prende il nome.

 

IL RE DELLA TRUFFA

Quando Carlo Ponzi sbarcò a Boston, nel novembre del 1903, era solo l’ennesimo emigrato italiano, di belle speranze e pochi spiccioli, venuto a cercar fortuna in America.

charles-ponziOriginario di Lugo di Romagna (dove era nato il 3 marzo 1882), il giovane Ponzi aveva lasciato presto il suo impiego alle Poste, per inventarsi studente universitario a Roma e sperperare tutti risparmi in gozzoviglie e divertimenti, giocando alla bella vita. A corto di quattrini, decide di riparare negli Stati Uniti e durante la traversata perde gli ultimi denari in scommesse e gioco d’azzardo. Il ragazzo ragiona in grande, ma per il momento si deve accontentare di lavorare come sguattero e lavapiatti in un ristorante. Risparmia sull’alloggio perché dorme sul pavimento delle cucine. Però è accattivante, di bell’aspetto, parla bene l’inglese, e presto diventa cameriere. Impiego che non conserva a lungo, perché truffa i clienti sui resti e gratta i soldi dalla cassa.

Nel 1907, Ponzi si trasferisce in Canada, a Montreal, dove in qualche modo riesce a farsi assumere come aiuto-cassiere nella banca fondata da un altro italiano, Luigi Zarossi, che ha costruito la sua fortuna grazie alle rimesse degli emigranti garantendo tassi d’interesse del 6%, al doppio di quello vigente presso gli altri istituti canadesi. Probabilmente, prima di essere affinato, il futuro ‘sistema Ponzi’ trova ispirazione proprio nella disinvolta gestione della banca. Il “Banco Zarossi” versa infatti in gravi difficoltà finanziare, a causa di una serie di speculazioni sbagliate nel mercato immobiliare, e utilizza i fondi dei nuovi clienti per pagare gli interessi sul debito. Il giochino continua fino all’inevitabile fallimento della banca, quando il buon Louis scappa in Messico con gli ultimi soldi che i risparmiatori gli avevano affidato. Necessità fa virtù e Ponzi, di nuovo disoccupato, non si perde d’animo… Capisce che la sua fortuna è negli USA. Di nuovo a corto di quattrini, riesce a impossessarsi del libretto d’assegni di un ex correntista del ‘Banco’ e si intesta un assegno di $423.58  falsificando la firma di un direttore di filiale. Beccato, deve rimandare la sua partenza perché si fa tre anni di prigione a Montreal.

Nel 1911, Ponzi riesce finalmente a rientrare negli USA. Arriva fino ad Atlanta e subito trova ospitalità nelle carceri della Georgia, con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina (di italiani). La prigione federale, dove rimane per due anni, si rivela un’altra esperienza proficua: collabora come traduttore, facendo conoscenza con i boss corleonesi della Mano Nera. Soprattutto, entra in contatto con Charles W. Morse, il Re del Ghiaccio, speculatore e affarista di NY.  

Dopo la scarcerazione, Charles Ponzi si sposta nuovamente a Boston e nel 1918 si sposa con una ragazza di origini italiane. Non per questo rimane con le mani in mano dimostrandosi, a suo modo, un precursore… Si dedica infatti alla raccolta di annunci pubblicitari, con la realizzazione di un catalogo specializzato per imprese ed esercizi commerciali. Il progetto tuttavia non va in porto, a causa della cronica carenza di fondi. Ma ecco che tramontata un’idea, ne sorge subito un’altra più grandiosa. In risposta ad una sua precedente lettera indirizzata ad una società che lavora in Spagna, Ponzi riceve una richiesta di notizie dettagliate sulla potenziale rivista. Allegata alla missiva trova un IRC (International Reply Coupon), un ‘buono di risposta internazionale’, per l’affrancatura della lettera di ritorno. L’IRC è un buono prepagato con validità internazionale, che viene utilizzato in sostituzione dei normali francobolli. In pratica, permette di spedire lettere già affrancate all’estero. La validità del coupon è standardizzata a livello internazionale, ma il costo d’acquisto varia a seconda dei singoli stati. Questo vuol dire che, al momento della conversione in francobolli, lo stesso IRC acquistato negli USA al prezzo di un dollaro (in sostituzione di un francobollo da 1 $), in Italia potrebbe avere invece un valore equivalente a 30 centesimi di dollaro. In tal caso, il margine di profitto sarebbe del 70% qualora i coupon fossero acquistati in Italia e convertiti poi in francobolli americani. Basata essenzialmente sull’acquisto e sulla vendita dello stesso bene in due mercati diversi, si configura come una operazione di tipo finanziario, conosciuta dagli operatori di settore col nome di “arbitraggio”, che genera un profitto immediato lucrando sulle differenze di prezzo.

Inutile dire che il vulcanico Ponzi vede nella circostanza una incredibile fonte di guadagno.

 

LO ‘SCHEMA PONZI’

Charles Ponzi costituisce una nuova società: la Securities Exchange Co e gli IRC movimentati alla stregua di “titoli di cambio” pagabili al portatore: attraverso una rete di agenti mandatari in Italia, Ponzi acquista i coupon postali; gli IRC acquistati in Italia vengono trasferiti in USA e convertiti in francobolli americani, approfittando del cambio vantaggioso.

Per i capitali di investimento si ricorre a finanziatori terzi, ai quali Ponzi assicura rendimenti eccezionali a pronto termine, con tassi d’interesse del 50% e corresponsione del capitale entro 90 giorni dall’investimento iniziale.

Una seconda rete di agenti a provvigione, ben pagati, che agisce secondo i meccanismi del marketing multi-level, si preoccupa di procacciare clienti in territorio americano, specialmente tra la comunità degli emigrati italiani. Finché le quote di partecipazione affluiscono copiose, insieme ai nuovi investitori, la compagnia continua a corrispondere regolarmente i dividendi, contribuendo alla creazione di piccole fortune patrimoniali, che rendono Ponzi popolarissimo tra i molti beneficiati.

Dal Febbraio al Maggio del 1920, la “Securities Exchange” passa da un capitale di $5.000 a $420.000. A Luglio dello stesso anno, Ponzi ha raccolto fondi per svariati milioni di dollari e possiede il controllo di una banca: la Hanover Trust Bank.

In realtà, ad una più attenta analisi finanziaria, la Securities Exchange lavora in costante perdita, nonostante la società riesca a raccogliere fino a $250.000 al giorno. Il suo passivo cresce in parallelo con la liquidazione delle quote, senza che gli investimenti riescano a colmare un pauroso buco di bilancio (opportunamente occultato nei libri contabili). Innanzitutto, i tassi di cambio degli IRC, al netto delle spese di gestione e di commissione, non risultano così vantaggiosi come Ponzi credeva ed il saggio di profitto è notevolmente inferiore rispetto alle aspettative originarie. Gli stock di “buoni” (gli IRC) sono nettamente inferiori, in rapporto a quelli che dovrebbero essere necessari alla capitalizzazione finanziaria della compagnia. La maggiorazione delle quote investite dai clienti dovrebbe essere ulteriormente garantita da una serie di arzigogolate operazioni di ingegneria finanziaria che in realtà sono inesistenti.

Lo Schema Ponzi è un sistema a perdere in cui le rimesse degli ultimi arrivati pagano gli interessi maturati dai primi investitori. Se il flusso dei nuovi clienti si interrompe, la liquidazione delle quote promesse diventa impossibile a causa dell’inevitabile prosciugamento dei fondi in deposito in assenza di versamenti.

Il Boston Post, quotidiano che aveva inizialmente elogiato lo schema creato da Ponzi, inizia ora a criticarne aspramente i limiti e le ambiguità. Escono fuori i precedenti penali di Ponzi, insieme alla sua fedina non proprio immacolata. Le autorità federali iniziano una serie di indagini fiscali. Tra i risparmiatori inizia a diffondersi il panico con la corsa al ritiro. La società dell’intraprendente romagnolo inizia a scricchiolare paurosamente, prima dell’inevitabile collasso. Ma Ponzi fa una cosa ‘strana’… evidentemente convinto del suo ruolo di imprenditore, irretito dall’abito di filantropo che gli è stato cucito addosso, invece di scappare all’estero col malloppo (come già aveva fatto Zarossi) continua a pagare i premi ai suoi clienti che sempre più numerosi si presentano agli sportelli della banca, fino ad esaurimento fondi.

La parabola di Ponzi dura circa un anno. Arrestato nel novembre del 1920 per bancarotta e frode, viene condannato ad una pena complessiva di 13 anni: ai cinque anni iniziali se ne becca altri 9 durante il processo d’appello come “ladro comune e notorio”. Questo pure perché Ponzi, uscito su cauzione, ha pensato bene di “darsi alla macchia”. Infatti ricompare in Florida, dove si fa chiamare Charles Borelli, e subito organizza una nuova truffa fondiaria ai danni di sprovveduti farmers. Arrestato nuovamente, ancora una volta esce su cauzione e ripara in Texas dove cerca disperatamente un imbarco per l’Italia e l’impunità.

Il 28 Giugno del 1926, viene arrestato a New Orleans a bordo di un mercantile italiano.

Rilasciato nel 1934, viene immediatamente espulso dagli USA (Ponzi non aveva mai ottenuto la cittadinanza). Tornato in Italia, si guadagna da vivere come traduttore. Mussolini lo coopta nel suo governo, affidandogli incarichi di gestione finanziaria. E Ponzi dimostrerà di essere talmente incompetente in materia da venir trasferito come impiegato nella “Ala Littoria”, l’allora compagnia di bandiera, distaccato a Rio de Janeiro in Brazile dove lavora dal 1939 al 1942. Con la guerra, i voli vengono sospesi e Ponzi perde nuovamente l’impiego, ma rimane a Rio dove muore il 18 Gennaio 1949 in un ospedale per poveri.

Tuttavia, il “Ponzi-scheme” non muore col suo ideatore e gli emuli non mancano: dalle ‘finanziarie piramidali’ ai ‘banchieri di Dio’, che però meritano una trattazione a parte.

 

ANNO 2009

wall-street-1929 In tempi più che recenti, il famigerato schema è stato riproposto da businessman senza scrupoli come Nicholas Cosmo, che con la sua Agape World Inc ha rastrellato qualcosa come 400 milioni di dollari. Cosmo è stato arrestato a NY il 26 Gennaio di quest’anno.

Ma il più ‘famoso’ di tutti è sicuramente un ex bagnino di Long Island, passato dalle spiagge della Grande Mela alla presidenza del Nasdaq: Bernard Madoff il quale, con la sua Investement Securities, ha realizzato la più grande truffa finanziaria di tutti i tempi. Pare che la cifra si aggiri intorno alla modica cifra di 50 miliardi di dollari. Il caro Bernie, senza strafare, prometteva rendimenti sicuri ad un tasso ragionevole del 10% – 15%. Il fatto che gli hedge funds di Madoff fossero immuni dalle oscillazioni del mercato finanziario, garantendo un rendimento costante, con un saldo sempre in positivo, evidentemente non ha mai destato sospetti tra i suoi pur facoltosi clienti. Almeno fino al crollo dell’intero sistema, quando con le prime avvisaglie delle crisi economica gli investitori sono tornati a reclamare le loro quote.

Nella rete di Madoff sono confluiti fondi pensione, piccoli risparmiatori e grandi istituti finanziari, fondazioni ed enti di beneficenza collegati al bel mondo di Hollywood. Tutti molto convinti della solidità dei Jewish Bond emessi da Madoff, che ha truffato mezza comunità ebraica d’America. Tra le vittime dei salotti buoni che contanto, c’è anche il regista Steven Spielberg ed il premio nobel Elie Wiesel. Tra le banche (fonte: http://www.finansol.it/?p=1078) si registrano scoperti per svariati milioni di dollari:

– UNICREDIT, 75 milioni

– BANCA POPOLARE, 60 milioni
– BNP Paribas, 350 milioni
– Bbva , 300 milioni
– Hsbc, 1 miliardo
– Natixis, 450 milioni
– Rbs, 400 milioni di sterline
– Axa, 100 milioni di euro
– Man Group, 360 milioni di dollari
– Nomura, 302 milioni di usd
– Credit Agricole, 10 milioni

Naturalmente, tali perdite rischiano di coinvolgere, loro malgrado, i clienti degli istituti interessati ed i contribuenti tutti, arruolati a forza nei cosiddetti “piani di salvataggio”. Questo dopo che magari si è convinti i lavoratori ad affidare la gestione del proprio TFR ai fondi di categoria, tutti altamente sicuri e garantiti. Come quelli di Madoff.

 

P.SBuona parte delle informazioni presenti in questo articolo sono state desunte da wikipedia. Un particolare ringraziamento va invece rivolto ai lettori di Liberthalia: il post dedicato a “Il Mostro di Roma” ha raggiunto quasi 200 visualizzazioni nelle prime 56 ore dalla pubblicazione. Per chi scrive, sono piccole (grandi) soddisfazioni.