Archivio per Concussione

Nipoti d’Egitto

Posted in Stupor Mundi with tags , , , , , , , , , , , , , on 19 luglio 2014 by Sendivogius

Walk like an egyptian

Felicitazioni vivissime per l’Utilizzatore finale, che è stato assolto dall’accusa di “concussione” e favoreggiamento della prostituzione minorile, perché il fatto non costituisce reato.
Dopo tanto patire, finalmente le ‘Laide Intese’ portano i primi risultati concreti, coi loro frutti maturati tra le fronde del ‘Partito Unico’ all’ombra del Colle…
Con lungimirante sensibilità, la Corte di Appello milanese coglie il senso del delicato momento ‘storico’ e implicitamente fa propria l’opportunità di non disturbare la “pacificazione” in corso (sia mai!). Adesso, la grande stagione riformista può continuare col contributo fondamentale del vecchio sporcaccione, nuovamente eretto nel suo turgore di ‘statista’.
Tutto è bene quel che finisce bene.
Che la sentenza di condanna fosse tutt’altro che ineccepibile e presentasse non poche crepe, dove far leva per smontare l’impianto accusatorio, era cosa abbastanza intuibile per chiunque mastichi qualche nozione elementare di giurisprudenza…
The MummyE se ci siamo arrivati noi a capirlo, è ovvio che un qualunque avvocato degno di questo nome (Franco Coppi) ci avrebbe costruito sopra l’intera strategia difensiva, tutelando il proprio assistito nel processo e non dal processo, al contrario dei due strafottenti e strapagati azzeccagarbugli (Ghedini-Longo), che il don Rodrigo di Arcore ha scagliato come kamikaze nelle procure, durante la sua personale jihad contro la magistratura, ricavandone più danni che vantaggi.
girlLa sentenza di condanna era già viziata all’origine, con una serie di errori che ne indebolivano l’impianto strutturale, a partire dallo stralcio della posizione giudiziaria, circa il comportamento addotto dai funzionari della Questura e l’anomalia nelle procedure di rilascio di Ruby Rubacuori.
Tutte le chiacchiere sulle modifiche apportate dalla c.d. Legge Severino al reato di “concussione” sono invece fuorvianti ed enfatizzano un problema che in realtà non sussiste. La normativa riformata incide infatti sulla determinazione delle pene e non sulla fattispecie di reato, che nella sostanza resta invariato o quasi. Basta leggersi il vecchio articolo del codice penale sul reato di “concussione”, prima dello spacchettamento:

Art.318 c.p.

“Il pubblico ufficiale o l’incaricato di un pubblico servizio, che, abusando della sua qualità o dei suoi poteri, costringe o induce taluno a dare o a promettere indebitamente, a lui o ad un terzo, denaro o altra utilità, è punito con la reclusione da quattro a dodici anni.”

Poi certo lo zelo dimostrato dalla Corte d’Appello nello smontare la sentenza di condanna ha qualcosa di provvidenziale…
Di fatto, il tribunale del riesame ‘cassa’ la condanna emessa in primo grado; la demolisce punto per punto e costruisce un proscioglimento inappuntabile per il giudizio definitivo della Cassazione, agendo come se fosse una sua copia.
Non ravvisa alcuna correlazione con altre fattispecie di reato, né mai ne cerca.
Nell’ambito della presunta “concussione” dei questurini, non intravede la costrizione, ma in assenza di riscontri probatori che attestino un qualche tipo di “utilità”, si affretta a scartare anche l’induzione escludendo a prescindere ogni sudditanza gerarchica o condizionamento psicologico. Sorvoliamo come per l’occasione i funzionari della questura milanese si siano comportati alla stregua un Bargello medioevale e la sua sbirraglia al cospetto del signorotto di turno, compiacendo le pretese del potente con servile accondiscendenza. E del resto la Procura non ha trovato nulla di penalmente rilevante in simili comportamenti, degni più di un’autocrazia sudamericana che di un paese democratico. D’altronde, ci sentiamo di escludere noi stessi qualunque forma di ‘induzione’: quella che qualcuno ha definito “polizia cilena”, la sua utilità l’ha già ottenuta con largo anticipo, ai tempi dell’orgia di sangue durante il mattatoio genovese, condividendo con il Pornocrate la medesima presunzione di impunità per sua stessa e ‘graziosa’ concessione. Certe complicità, gli riescono al naturale per corresponsione di amorosi sensi.

Pula in Italia

Ma la Corte d’Appello non coglie neppure l’incongruenza di un presidente del consiglio che telefona in Questura, millantando le improbabili parentele di una ragazzina di strada (peraltro già segnalata ai servizi sociali e debitamente inserita nei database della polizia). Non gli sovviene minimamente che possano ravvisarsi gli estremi del “falso ideologico”. Meno che mai sorge nei magistrati giudicanti il dubbio, e dunque la confutazione, che l’iper-attivismo dell’accoppiata Longo-Ghedini nel produrre certificati, e imboccare testimonianze che attestino la maggior età della nipote d’Egitto, presuppongano la consapevolezza da parte del papi, ovvero “l’utilizzatore finale”, di essersi comprato le attenzioni (sessuali) di una minorenne.
pinterest In quanto ai rapporti mercenari intrattenuti con una prostituta non ancora maggiorenne, entrambe le parti coinvolte hanno sempre negato, e dunque perché mai mettere in dubbio la parola dell’imputato adducendo un eventuale supplemento di prova, visto che in caso di ammissione si rischierebbe l’arresto per il reato di “prostituzione minorile”? Per il tribunale del riesame la cosa costituisce una questione assolutamente privata. Dunque perché occuparsene?!? Sia mai che ci scappi la conferma del reato, ‘consumato’ (nel senso stretto del termine) più che presunto.
In effetti, sette anni di reclusione per una scopata a pagamento erano decisamente troppi anche per “papi Silvio Berluscone”: così era registrato in rubrica dalle sue voraci ospiti alle “cene eleganti”. Semmai la Corte d’Appello avrebbe dovuto ravvisare gli estremi di un’estorsione ai danni del ritrovato Uomo della Provvidenza, tanto amato dalla Curia vaticana e dalle prostitute di mezzo mondo… Pagare 5.000 euro per una marchetta è un furto! Con molto meno, e ancor minori complicazioni, il Pompetta Pazza poteva infatti cavarsi lo sfizio, percorrendo i marciapiedi di un qualsiasi vialone di periferia, invece di farsi spedire a domicilio, per esempio, mandrie di troioni da asporto reclutati negli angiporti di Bari.
Implicitamente, per un processo che verrà ricordato soprattutto per i neo-logismi coniati dall’inventivo avvocato-deputato Ghedini, i togati della Corte d’Appello di Milano attestano che Ruby è la nipote marocchina dell’ex dittatore dell’Egitto (evidentemente a sua insaputa); che è ordinaria pratica diplomatica per un premier ospitare in casa propria e trombarsi le nipoti dei presidenti stranieri, promettendo come regalo l’acquisto di un depilatore laser “affinché non si prostituiscano più” (con altri):

«Ho pagato Ruby perché non si prostituisse. L’ho aiutata e le ho dato perfino la chance di entrare con una sua amica in un centro estetico. Doveva fornire un laser antidepilatorio. Costava, se ricordo bene, 45 mila euro anche se Ruby dice che gli euro erano 60 mila. Così ho dato l’incarico di darle questi soldi per sottrarla a qualunque necessità, per non costringerla alla prostituzione, ma per portarla nelle direzione contraria»

S.Berlusconi
(11/05/2011)

Indubbiamente, è un modo molto originale di rivoluzionare i rapporti di politica internazionale, gestiti più che mai col ‘cazzo’, nel senso più prosaico e coi risultati che si possono ben vedere circa il proverbiale prestigio dell’Italia all’estero.
Asian girlProvate voi a telefonare in Questura per informare i poliziotti che hanno appena arrestato la vostra “massaggiatrice” thailandese preferita, che in realtà si tratta della figlia dell’imperatore della Cina e che per evitare un incidente diplomatico avete inviato la vostra igienista dentale, ancorché fatta eleggere consigliere regionale (e che grazie alla “riforma” Renzi potrà presto essere nominata ‘senatore della Repubblica’), a ritirare l’illustre principessa in incognito per poi scaricarla subito a casa di un’altra prostituta brasiliana che voi non conoscete assolutamente ma che, chissà perché, ha il vostro numero riservato di cellulare.
LA SALMAPapponi di tutto il mondo unitevi! Il papi è vivo e lotta insieme a voi!

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REPETUNDAE

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 6 giugno 2014 by Sendivogius

Rome HBO

«Lo sa come ci si fa strada qui? Brillando per genio o per capacità di corruzione. Bisogna penetrare in questa massa di uomini come una palla da cannone o insinuarvisi come la peste. L’onestà non serve a niente. Ci si piega al potere del genio, lo si odia, si cerca di calunniarlo perché prende senza condividere; ma ci si piega se persiste. In poche parole, lo si adora quando non si è potuto seppellirlo nel fango. La corruzione domina, il talento è raro. La corruzione è quindi l’arma della mediocrità che abbonda, e ovunque ne sentirà la punta acuminata.»

  Honoré de Balzac
“Papà Goriot”
(1834)

Scempio Si fa presto a parlare di “questione morale”. Con buona pace di Enrico Berlinguer, la corruzione non costituisce una anomalia strutturale in seno alle istituzioni democratiche, con l’occupazione dello Stato da parte dei partiti governativi. O, quanto meno, così non è più…
Se un tempo ormai remoto erano i ‘partiti’ a condizionare le cosiddette “realtà produttive”, nell’autofinanziamento delle proprie correnti interne e nel consolidamento delle rispettive cosche elettorali, oggi è il mondo degli affari e dell’imprenditoria ad usare la ‘politica’ come un tram per aggirare leggi e vincoli normativi, in nome di un turbo-capitalismo restituito alla sua naturale vocazione predatoria. La denuncia berlingueriana presupponeva, a suo modo, l’esistenza di un “primato della politica”, per quanto distorto e corrotto nella degenerazione dei partiti intesi come sistema di potere e di controllo, incistato sulle camarille clientelari di potentati locali per la gestione del consenso su scala nazionale, con forme organizzate di finanziamento illecito.
Mose 2Attualmente, il ‘referente politico’ appare più che altro come uno spudorato scroccone che si mette a disposizione, in posizione del tutto subalterna, lucrando prebende e favori da spendere a proprio uso e consumo esclusivo. Sottratto alla dimensione squallidamente parassitaria dei suoi protagonisti, a livello politico (e partitico), il vantaggio è minimo se non inesistente. Tant’è che oggi il fenomeno criminogeno ha una struttura sistemica assolutamente radicata nei poteri stessi dello Stato, inteso come tutore organizzato di interessi particolarissimi per consolidati intrecci criminali.
mose 3Dinanzi all’affondamento della Laguna, travolta dalla marea montante degli scandali; di fronte all’immensa greppia costruita attorno all’Expo milanese, alle rapine finanziarie che hanno coinvolto non da ultimi i vertici della Banca Carige, è difficile infatti parlare (solo) di corruzione dei partiti politici, intesi “come macchine di potere e di clientela”, quando il marcio si estende all’intero apparato istituzionale della macchina statale, sedimentata sotto gli strati di melma di una corruzione endemica, che si alimenta di funzionari pubblici, magistrati contabili, imprenditori, procacciatori d’affari e intermediatori, imprenditori, banchieri che perseguono un unico fine: arricchirsi. E farlo a spese pubbliche, usando le proprie cariche come leva di potere finalizzata al profitto personale (a tal punto da mettere in conto persino le spese per la carta igenica!).
MoseTutto è funzionale alla crapula: istituzionalizzata, depenalizzata, tollerata.. nella prosecuzione degli ‘affari’ con altri mezzi (illeciti), sull’onda lunga della cleptocrazia berlusconiana. Tanto da rasentare la norma, mentre l’eccezione è proprio l’aspetto (im)propriamente ‘morale’, che risulta comunque flessibile, asimmetrico, relativizzato a seconda dell’uso strumentale che se ne fa, nella furia iconoclasta e massimamente effimera del fustigatore di turno, tra i fumi di ritorno della peggior demagogia populista.
GiarrussoPer gusto estremo del paradosso, e tendendo ben presenti le doverose distinzioni, Si potrebbe quasi dire che la corruzione sia il metro di misura delle civiltà complesse…
Il livello di malversazioni, dei pubblici ladrocini e corruttele diffuse, nella sua strutturazione fisiologia in un sistema di corruzione collaudato, quanto persistente nella sua immanenza quasi metafisica fusa con l’apparato amministrativo, la realtà italiana ha forse pochi uguali nell’ambito delle democrazia europee, tanto da costituire il paradigma del nostro declino, ma presenta sconcertanti analogie con la tarda Respublica romana
CatoInsita nella realtà politica del mondo antico, la corruzione è strutturale all’economia di rapina che ne contraddistingue l’amministrazione statale e gli ambiti ‘produttivi’, caratterizzati dal saccheggio indiscriminato e lo sfruttamento selvaggio della manodopera, insieme all’incapacità di distinguere il patrimonio privato dall’appropriazione indebita dei beni comuni.
Spartacus Se ogni carica pubblica costituiva infatti un’occasione di illecito arricchimento, era pratica consolidata dei funzionari della repubblica (elettivi) compensare le spese della campagna elettorale, con una congrua cresta a carico dell’erario, che nella fattispecie si esplicava in un ladrocinio istituzionalizzato.
senatoPer porre un freno alle malversazioni ed alle rapine dei funzionari romani ai danni delle popolazioni amministrate, di malavoglia e sotto la spinta dei provinciali derubati, intorno alla metà del II° secolo a.C., la Respublica finì con l’istituire una serie di tribunali permanenti (quaestiones perpetuae), con lo specifico scopo di perseguire i reati di corruzione. E ne esistevano tanti quante erano le fattispecie di reato ascrivibili alle pubbliche funzioni.
Ad esempio, la quaestio de ambitu sanzionava gli illeciti inerenti la gestione della propaganda elettorale: dalla compravendita dei voti al ricorso ai brogli, che erano una pratica comune e universalmente diffusa nelle campagne elettorali.
La quaestio de peculato, come suggerisce il nome stesso, si occupava dei reati di peculato: dall’appropriazione illecita, alla concussione, alle frodi fiscali.
Rome (HBO)Le numerose Leges de pecuniis repetundis (per la restituzione del maltolto), che istituivano la quaestio repetundae, non si configuravano tanto come un provvedimento dettato dalla volontà di ripristinare la legalità violata e la repressione del crimen repetundarum, ma rientravano nell’ordinaria lotta politica, che a Roma opponeva la fazione degli Optimates a quella dei Populares, e costituivano un mero strumento di pressione per la conquista del potere.
Rome - SenatoSolitamente, era il mezzo con cui il ceto emergente dei populares cercava di scardinare lo strapotere della vecchia aristocrazia senatoria (optimates) dalla quale provenivano in massima parte i governatori provinciali ed i più importanti funzionari pubblici, avocando a sé la gestione dei procedimenti penali per corruzione, con processi che difficilmente addivenivano ad una sentenza definitiva, ma quasi sempre si concludevano con la fuga del reo in volontario esilio, per sfuggire alla condanna. E conseguente allontanamento (provvisorio) dall’agone politico.
Che poi il giudizio delle corti fosse affidato alla classe degli equites (“cavalieri”): avidi mercanti senza scrupoli, ai quali veniva pure data in appalto la riscossione delle imposte che erano soliti ricaricare illegalmente, trasformando l’esazione in una estorsione, era aspetto assolutamente irrilevante.
publicaniIl crimen repetundarum poteva essere “coactum”, ovvero tramite intimidazione e violenza, “conciliatum”, ovvero attuato tramite lusinghe e promesse; “avorsum”, l’appropriazione indebita di fondi destinati all’erario.
E in questo la legge romana non era molto dissimile all’attuale giurisprudenza che distingue la concussione per induzione da quella per costrizione. Se non fosse che l’originale latino era di gran lunga più severo nell’erogazione delle pene, più rapido nelle procedure di giudizio, e persino meglio strutturato dal punto di vista giuridico.
Tra i grandi ‘moralisti’ dell’epoca vale invece la pena di ricordare l’integerrimo Catone che, come advocatus e patronus dei provinciali iberici venuti a Roma (siamo nel 171 a.C.) per denunciare le ruberie del governatore locale, fece di tutto per insabbiare il processo affinché non venissero chiamati a rispondere in giudizio i nobiles ac potentes.

Fama erat prohibere a patronis nobiles ac potentes compellare

Tito Livio
(XLIII, 2)

Senatus E soprattutto Marco Tullio Cicerone che si costruì una reputazione come implacabile accusatore del governatore siciliano Verre, salvo divenire poi uno dei più fanatici difensori dell’oligarchia senatoria (e delle sue ruberie), dopo esserne entrato a far parte per cooptazione.
Ad ogni modo, il processo per la restituzione della pecunia capta fu il primo procedimento penalmente strutturato contro i fenomeni di pubblica corruzione e le pratiche di concussione. Funzionò? No, altrimenti non staremmo qui a parlare dei medesimi problemi, sotto altra forma per identica sostanza, dopo quasi duemila anni.

MATTEO RENZI

P.S. Il Bambino Matteo, il cui recente successo elettorale deve avergli conferito l’inopinata convinzione di essere diventato Augusto imperatore, con l’ennesimo slancio pallonaro che lo contraddistingue ha annunciato indignato:

«Fosse per me i politici corrotti li condannerei per alto tradimento. Chi viene condannato per queste cose non dovrebbe tornare a occuparsi della cosa pubblica, ecco il perchè della mia proposta di ‘Daspo istituzionale’

  (05/06/14)

Sarà per questo che con quelli già condannati in via definitiva, con sentenza passata in giudicato e interdetti dai pubblici uffici, ci fa le “riforme” (a partire da quella della Giustizia) e ci riscrive insieme pure la Carta costituzionale!
Cetto La QualunqueProbabilmente, tra i provvedimenti urgenti sarebbe assai più utile la stesura di un vero ddl anti-corruzione che preveda, tra le molte cose, il ripristino del falso in bilancio, norme più stringenti sulla concussione, insieme ad una legislazione più severa contro il riciclaggio di capitali illeciti, oltre all’allungamento dei tempi di prescrizione per i processi.
Certo è un po’ difficile mettere in agenda simili priorità, specialmente quando ad affiancare l’evanescente guardasigilli Orlando ci sono due nomi che costituiscono una garanzia (per lo statista ai servizi sociali):
Enrico Costa Enrico Costa, viceministro alla Giustizia nel Governo Renzi; già relatore per conto del Governo Berlusconi (il pregiudicato interdetto e a processo per sfruttamento della prostituzione minorile) del Lodo Alfano, che bloccava i processi giudiziari nei confronti delle quattro più alte cariche dello Stato. Lodo regolarmente firmato dal Presidente Napolitano e quindi abrogato dalla Corte Costituzionale per manifesta incostituzionalità. Ma all’avvocato Costa si deve anche la stesura del “legittimo impedimento” che prevedeva la sospensione dei processi giudiziari a carico dell’allora Presidente del Consiglio (Silvio Berlusconi) e ministri, fintanto che avessero mantenuto la carica elettiva. Tra le iniziative legislative dell’onorevole Costa vale la pena ricordare anche l’istituzione del “processo breve”, l’introduzione della responsabilità civile dei magistrati, la rivisitazione al ribasso dei tempi di prescrizione della Legge ex-Cirielli, la sottoscrizione della cosiddetta Legge Bavaglio contro la libertà di informazione, e la partecipazione a quasi tutte le leggi ad personam che hanno nei fatti paralizzato la giustizia penale in Italia.
Cosimo Ferri   Cosimo Ferri, sottosegretario alla Giustizia prima con Letta (nipote) e poi (in nome del cambiamento) riconfermato da Renzi. Il sottosegretario Ferri è il tipico magistrato politicizzato che piace al Papi (e non solo). È il grande regista sotterraneo della guerra interna scatenata dal viceprocuratore Alfredo Robledo contro i magistrati della Procura di Miliano. Mai indagato, il suo nome compare però nelle intercettazioni ambientali sull’inchiesta legata alla vicenda P3 ed alle pressioni esercitate sull’Agcom di Innocenzi [QUI], per bloccare le trasmissioni che parlavano dell’inchiesta sui fondi neri Mediaset.
A chiudere la trattativa in gran bellezza, basti ricordare che Angelino Alfano (quello dell’omonimo Lodo) è vicepremier nel Governo Renzi.

Matteo Renzi pupazzo

  PER ULTERIORI LETTURE:

Altan QUI, dove si parla di Andrea Orlando non ancora ministro, e ancor meno turbato, quando parlava di rivedere l’obbligatorietà dell’azione penale, perché anche all’opposizione il PD rimane un “partito serio e responsabile”.

QUI, dove si parla di mostri giuridici, leggi in deroga e poteri speciali e Grandi Opere e maga-appalti sui viali dorati dell’emergenza perenne.

QUI, dove si accenna al “Consorzio Venezia Nuova” di Giovanni Mazzacurati, ai primi arresti, ad ai sospettabilissimi amici di una disciolta Fondazione…
Matteo stai sereno!

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(56) Cazzata o Stronzata?

Posted in Zì Baldone with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 29 ottobre 2013 by Sendivogius

Classifica OTTOBRE 2013”

Darth Vader e Kroenen

ITALIA, frontiera meridionale dell’Impero. Niente di nuovo da segnalare nella No Man’s Land che si estende oltre la Grande Palude dorotea.
In ambito ‘politico’, le novità più rilevanti del momento sono:
a) il ritorno di Umberto Bossi alla guida della Lega Nord;
b) la (ri)nascita di “Forza Italia” con Silvio Berlusconi presidente;
c) Beppe Grillo che, tanto per cambiare, pretende le dimissioni di Giorgio Napolitano e intanto lo insulta, ansioso com’è di vincere una bella denuncia per vilipendio del Presidente della Repubblica.

Umberto Bossi Sulla riesumazione di Umberto Bossi, il Grand Wizard del Ku Klux Klan padano, c’è poco da dire.
Per spiegare questo rapporto insano e necrofilo tra le destre neo-naziste ed i loro leader decrepiti, servirebbe una sceneggiatura di Ed Wood, per una nuova versione di “Necromania: A Tale of Weird Love”.

…e ne conserva la medesima fragranza, in tutta la sua ritrovata freschezza. Tale è la sensazione epidermica dinanzi al disseppellimento di “Forza Italia”, con le stesse identiche facce di m…!oderati vecchie di venti anni.
Qualcosa preme da dietro A proposito dell’interdizione del Papi della Patria, della revisione processuale inerente la condanna per “concussione”, e delle pessime sorti progressive di un’Italia alla deriva, in un confronto ben più ampio su queste pagine [QUI], quattro mesi orsono si era avuto modo di osservare come:

«A logica, il papi, come un satrapo ferito, manderà avanti i suoi bastonatori in livrea, sfoderando tutto il campionario già visto e sentito negli ultimi anni… Ovviamente i deputati e senatori PdL NON si dimetteranno in massa, come minacciato. E il governissimo Letta tirerà a campare fino al prossimo varo della “legge di stabilità” (diciamo Ott-Nov), quando sarà evidente la necessità di una “manovra correttiva” e probabilmente gli faranno mancare numeri e fiducia.
Giuridicamente, i legali del papi punteranno tutto sul processo d’Appello, mirando ad un ridimensionamento delle condanne e ad una successiva revisione processuale in Cassazione.
Ed in quel lasso di tempo cercare di introdurre in parlamento una modifica inerente l’interdizione dai pubblici uffici, riservata solo alle pene detentive superiori ai 5 anni.
D’altra parte, la sentenza di condanna a carico di B. ha un vulnus naturale…
Al papi è stata ascritta la “concussione per costrizione” con l’aggravante di induzione alla prostituzione minorile: condanna che prevede pene ben più severe dei 7 anni decisi dalla corte. Un simile reato, che contempla atti sessuali con un minore (artt. 600 e 609 c.p.) prevede condanne che arrivano fino ai 12 anni. Stessa cosa dicasi per il reato di concussione per costrizione (art.317).
E proprio l’entità della pena costituisce la prima anomalia, in quanto non congrua alla gravità del reato configurato nella condanna.
Nella fattispecie concreta, io ravviso piuttosto gli estremi della“concussione per induzione” (come peraltro era stato inizialmente ipotizzato dai pm). Mi sfugge infatti in una prestazione mercenaria e consensuale con una minorenne che si prostituisce abitualmente dove sia la “costrizione”, ovvero la coercizione con violenza o minacce fisiche e psicologiche.
Se la difesa di B. (depurata da quell’indisponente azzeccagarbugli di Ghedini) insisterà sull’anomalia, rassegnandosi ad una condanna ma insistendo sulla “induzione” (che prevede pene max di 3 anni) atta a stralciare la “costrizione”, B. potrebbe vedersi ridimensionate tutte le imputazioni, compresa l’interdizione ai pubblici uffici.
E in tal caso una leggina ad hoc sull’interdizione, come quella accennata sopra, lo garantirebbe dall’estromissione dai pubblici uffici…»

A breve, vedremo gli sviluppi con l’epilogo di questa farsa.
Cane rabbioso Invece, rimanendo sempre nell’ambito dei duci e dei capi politici, qualche osservazione merita la richiesta di messa in stato d’accusa del Presidente della Repubblica da parte del privato cittadino Beppe Grillo, che ha incaricato i suoi avvocati di fiducia per l’impeachment, secondo il noto principio democratico che ispira le scelte del suo M5S, al motto di “uno vale uno”:

Chiederò l’impeachment per Napolitano perché non rappresenta più il popolo italiano, è di parte.
E su questo decido io.
(28/10/13)

Che è quasi meglio del già notevole: “chi pensa che io non sia democratico va fuori dalle palle”.
Pesano sulla richiesta di destituzione presidenziale, il mancato scioglimento delle Camere e licenziamento del Governo Letta (che ha appena incassato la fiducia ancorché precaria), e la deprecabile età del Presidente Napolitano. Sono tutti atti in aperto contrasto con quanto prevede la Costituzione:

Art. 94.

Il Governo deve avere la fiducia delle due Camere.
Ciascuna Camera accorda o revoca la fiducia mediante mozione motivata e votata per appello nominale.
Entro dieci giorni dalla sua formazione il Governo si presenta alle Camere per ottenerne la fiducia.
Il voto contrario di una o d’entrambe le Camere su una proposta del Governo non importa obbligo di dimissioni.
La mozione di sfiducia deve essere firmata da almeno un decimo dei componenti della Camera e non può essere messa in discussione prima di tre giorni dalla sua presentazione.

Totalmente fuori dalla legalità costituzionale è poi il messaggio che il Presidente della Repubblica ha rivolto al Parlamento sulla questione dell’indulto, in evidente violazione dell’Art.87 (il PdR può inviare messaggi alle Camere).
Per non parlare della convocazione dei capi-gruppo parlamentari della maggioranza e poi di quelli delle opposizioni (declinazione plurale).
Si tratta di atti dalla straordinaria gravità eversiva. In proposito, l’Art.90 della Costituzione è chiarissimo:

Art. 90

Il Presidente della Repubblica non è responsabile degli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento o per attentato alla Costituzione.
In tali casi è messo in stato di accusa dal Parlamento in seduta comune, a maggioranza assoluta dei suoi membri.

Cioè, la procedura di decadenza, con relativa messa in stato d’accusa per “alto tradimento”, viene istruita in Parlamento, con richiesta formale tramite la presentazione di una mozione su iniziativa parlamentare (ovvero presentata e controfirmata da deputati della Repubblica), e quindi vagliata dall’apposito comitato di controllo (trattasi della “Commissione parlamentare per i procedimenti di accusa”).
Ricapitolando, a richiedere lo stato d’accusa del Presidente devono essere deputati regolarmente eletti, su istanza parlamentare previa presentazione di apposita mozione motivata alla Camere.
E NON gli “avvocati di Beppe”, che a quanto pare si guardano bene dallo spiegare al loro facoltoso cliente concetti facilmente comprensibili da ogni matricola di giurisprudenza, ma non agli sciami degli ensiferi con tutti i precedenti del caso [QUI e QUI]. 
Forse, prima di salire sui tetti, la Costituzione bisognerebbe anche leggerla! Ma il Grullo evidentemente deve avvalersi dei consigli di quel formidabile giurista che è Paolo Becchi… Auguri!

Hit Parade del mese:

01. BESTIARIO

[22 Ott.] «Mi appello alla Convenzione sugli animali, ho presentato un’interrogazione alla Commissione Europea perché voglio capire che fine abbia fatto il cane di Monti. La Commissione Europea deve verificare il caso di Empy!»
(Sergio Silvestris, papiminkia in Europa)

Intelligenza leghista da AlterPensiero02. NAZISTI DELLA PADANIA (I): Cadorago (CO)

[19 Ott.] «Mettete la Kyenge su un barcone e assicuratevi che non affondi. Deve tornare in Africa da dove è venuta. Poi saranno gli oranghi e le scimmie a stabilire se la riprendono o meno a casa loro»
 (Paolo Pagani, assessore allo Sport)

Renato Brino02.bis NAZISTI DELLA PADANIA (II): Bardonecchia (TO)

[15 Ott.] «Arriva il ministro Kyenge? Tutto bene, l’unica cosa è che spiace un po’ per chi dopo deve fare la disinfestazione del Palazzo delle Feste»
 (Renato Brino, merdone alpino)

Cazzone nazi-leghista02.ter NAZISTI DELLA PADANIA (III): Resana (TV)

[21 Ott.] «Mi trovo obbligato a eseguire crimini di Stato esattamente come è successo a Erich Priebke: ha fatto ciò che ha fatto per rispondere a un ordine che doveva eseguire. Non so se sono più colpevole io a eseguire certe imposizioni o se sia stato più colpevole Priebke. Io lo condanno per ciò che ha fatto ma, ribadisco, ha solo eseguito degli ordini. I problemi sono altri, e stanno a monte»
 (Loris Mazzorato, il Sindaco)

Merdone pedemontano02.quater NAZISTI DELLA PADANIA (IV): Soluzione finale

[22 Ott.] «Nei prossimi giorni parlerò con il Ministro dell’Interno per sapere se non ritenga opportuno censire e schedare tutti i rom, gli zingari, i nomadi.»
 (Gianluca Buonanno, kapò pedemontano)

FN e rifiuti nostrani03. FASCISTI D’ITALIA (I): E allora le foibbeee!?!

[15 Ott.] «Se Priebke mi fa schifo? Magari non farei lo stesso mestiere. E gli americani allora? Vogliamo parlare di chi ha sganciato le bombe atomiche su Hiroshima? Non è normale neppure mettere una bomba sotto la spazzatura in Via Rasella. Priebke ha fatto quello che doveva fare e ha eseguito degli ordini»
 (Francesco Storace, Er Bofilone)

Iannone O'Merdone03.bis FASCISTI D’ITALIA (II): Rutti dalla fogna

[14 Ott.] «Ernesto Che Guevara è stato un macellaio peggiore di Priebke»
 (Antonio Iannone, presidente della Provincia di Salerno)

Antonella Sglavo03.ter FASCISTI D’ITALIA (III): Quando c’era Lui…

[19 Ott.] «Credo che la peggiore umanità sia al centro Italia. Vivo nelle Marche e qui hanno difetti sia del nord che del sud… Non voterò mai più a sinistra… Benito lo diceva, molti nemici molto onore, aveva ragione. Ci vorrebbe!»
 (Antonella Sglavo, assessora piddì)

Nella testa il nulla04. L’OPPOSIZIONE A 5 STELLE – COMPETENZA AL POTERE (I):
Lo sciopero retribuito dallo Stato

[22 Ott.] «I sindacati che decidono di fare 4 ore di sciopero, sciopero pagato ricordiamolo ai cittadini che ci seguono da casa, non è uno sciopero volontario, è uno sciopero pagato con i soldi pubblici.»
 (Laura Castelli, Questore alla Camera!)

Risum abundat in ore stultorum04.bis L’OPPOSIZIONE A 5 STELLE – COMPETENZA AL POTERE (II):
Articolo 94 della Costituzione della Repubblica

[23 Ott.] «Se avessimo ancora un Presidente della Repubblica veramente super partes, l’avrebbe già destituita dal suo incarico [in riferimento a Letta]»
 (Carlo Sibilia, Sciatore chimico)

Fatte n'artro sonno!04.ter L’OPPOSIZIONE A 5 STELLE – COMPETENZA AL POTERE (III):
Vogliamo una banca

[23 Ott.] «La Trise? Mai sentita. Sarà sicuramente un’inculata. Fosse per me abolirei le tasse e farei una banca centrale tutta mia»
 (Bartolomeo Pepe, U Senaturi)

Mattia Villarosa04.quater L’OPPOSIZIONE A 5 STELLE – COMPETENZA AL POTERE (IV):
Bossi-Fini, chi erano costoro?

[06 Ott.] «La legge Bossi-Fini? Io non conosco mica tutti i temi del mondo. Io faccio parte di un’altra Commissione; non è cosa di mia competenza. Se volete chiamo qualche mio collega e vi faccio spiegare qual è la posizione del Movimento»
 (Alessio Mattia Villarosa, Capogruppo alla Camera)

Epifani05. SE QUESTO È UN SINDACALISTA (I)

[17 Ott.] «Troppo poco il taglio del cuneo fiscale? Se mi restituiscono 5 euro non lo trovo risibile!»
 (Guglielmo Epifani, Segretario risibile)

Cazzola05.bis SE QUESTO È UN SINDACALISTA (II)

[22 Ott.] «L’Italia è il Paese meglio governato degli ultimi 20 anni»
 (Giuliano Cazzola, Sciolta civica)

Piccione06. LA PICCIONAIA

[04 Ott.] «Noi colombe non ci fermeremo, Angelino Alfano è il nostro Papa Bergoglio»
 (Carlo Giovanardi, Colombaceo)

Brunetta07. TE PIACEREBBE!?!

[22 Ott.] «Volevo dirvi che prima di rilasciare questa intervista sono stato violentato da una gentile giornalista»
 (Renato Brunetta, Nano da taschino)

Bonino08. DATAGATE

[25 Ott.] «Dalle informazioni che abbiamo non risulta un coinvolgimento italiano»
 (Emma Bonino, Informatissima)

Giampiero D'Alia09. CLIENTELE PRECARIE

[13 Ott.] «Stiamo provando a scrivere la parola fine sul mondo del precariato, una spirale che ha fatto comodo alla politica che per vent’anni ha alimentato una clientela attraverso il bisogno dei lavoratori. Abbiamo individuato un percorso che non solo prevede la stabilizzazione, ma inasprisce le sanzioni per gli amministratori che torneranno a far leva sui contratti flessibili»
 (Giampiero D’Alia, Disfunzione Pubblica)

Biancofiore10. DULCIS IN FUNDO

[16 Ott.] «Io non ho nessun padrino se non Silvio Berlusconi, che dovrebbe essere l’unico padrino di tutti noi»
 (Michaela Biancofiore, Immancabile)

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L’INTERDETTO

Posted in Stupor Mundi with tags , , , , , , , , , , , on 24 giugno 2013 by Sendivogius

L'Unto col trucco

No papi, no party. Il Magnaccia dei Media condannato come un pappone qualunque!
Nonostante il restyling all’insegna della sobrietà, il reclutamento d’ufficio di una nuova fidanzatina d’esibizione (non s’é capito bene se per Lui o per Marina), ed il vano tentativo di chiudere le mignotte nell’armadio insieme ai vecchi scheletri piduisti, il Pompetta pazza non passa il tagliando della revisione.

O Calippo

Dismessi i festoni di carnevale e indossato il mascherone funebre, nelle prossime ore assisteremo alla processione mesta e furente dei papiminkia allo sbaraglio, per l’omaggio regale alla salma di Arcore, provvisoriamente tumulata in sonno criogenico nelle cripte a luci rosse del suo villone brianzolo, tra taniche di cerone e bidoni di cialis, in attesa della rianimazione del cadavere vivente. A breve, non mancherà certo la sfilata necrofila di amazzoni e badanti, lacché e mobsters, passati a vario titolo dalle depandances padronali alle aule del parlamento, considerato alla stregua di una agenzia di collocamento personale, ma a carico pubblico, per la fedele servitù, con tutto il resto della gang al gran completo, riunita in cacofonia eversiva tramite dichiarazioni compulsive ad uso microfono.
Storie di ordinaria eversione istituzionalizzata, nel sostanziale silenzio dei demiurghi della “pacificazione”.
Sette anni di reclusione per concussione per costrizione e per prostituzione minorile; interdizione legale e, soprattutto, interdizione perpetua dai pubblici uffici. A tanto è stato condannato in primo grado di giudizio il vecchio porco, nonostante la sua eterna fuga dai processi nella pretesa di impunità.
Ci sarebbero (e a buon diritto!) tutti gli estremi per l’immediata decadenza dalla carica senatoria. Staremo a vedere (senza alcuna speranza) il comportamento in proposito del partito di Letta e di Governo che, a quanto pare, sembra non provare alcun imbarazzo nel sedere affianco di simile feccia nel medesimo esecutivo…!

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L’Eterno Ritorno

Posted in A volte ritornano with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 24 novembre 2011 by Sendivogius

Se è vero che la Storia si ripete sempre due volte, non è detto che rispetti necessariamente le modalità dell’alternanza tra la “tragedia” e la “farsa”…
L’indicibile bubbone purulento in cui sembra precipitata Finmeccanica, da modello di eccellenza a collettore politico del parassitismo clientelare, ricorda per dinamiche e somiglianze l’immane scandalo che coinvolse l’Enimont al principio degli anni ’90 e che segnò il passaggio tra la “prima” e “seconda” Repubblica, all’apice di Tangentopoli in concomitanza dei primi “governi tecnici” (Ciampi-Amato). Ma al contempo l’affaire Finmeccanica surclassa lo scandalo originario (Enimont), trasformando la pietra nel macigno che potrebbe innescare la frana pronta a travolgere questa immonda ‘Seconda Repubblica’ dell’intrallazzo generalizzato e dell’affarismo estremo.
Al confronto con lo scempio tuttora in atto a FINMECCANICA, senza peraltro che il neo-superministro Monti se ne stia dando troppa pena, la maxitangente ENIMONT sembra quasi una bagattella insignificante, all’insegna della sobrietà. Il contrasto è stridente, specialmente se si paragonano i Gardini o i Cusani ai personaggi d’operetta di questa ennesima ed indecentissima tornata sul palco osceno di una delle principali holding del pianeta (ancora ma per quanto?) all’avanguardia in alta tecnologia aero-spaziale…
Voraci falangi di maneggioni quarantenni, cortigiane raccomandate dal papi, neo-nazisti con la passione per i rally ed ex arnesi dell’eversione nera, cowboy cogli stivali perennemente ai piedi, pedofili e miracolati della “prima repubblica”, che si muovono insaziabili sullo sfondo di Enav-Finmeccanica, trasformate in un mandamento privato della ferale coppia Guarguaglini-Grossi: l’Olindo e Rosa della meccanica italiana.
Un giro vorticoso di mazzette, appalti truccati, commesse gonfiate, creste milionarie giocate su consulenze farlocche, affari opachi e fondi nere, poltrone vendute all’asta della corruzione politica… che hanno fatto precipitare i rendimenti delle azioni di Finmeccanica ai minimi storici, con perdite per milioni di euro, e i bilanci devastati di una holding infeudata dai partiti. In particolar modo, la società sembra essere diventata il personale giocattolo dei vari ras fascisti, transumati da AN al PdL, e soprattutto sembrerebbe assurta a banca di finanziamenti illeciti per l’UDC, che parrebbe gestirne le nomine (previa supervisione dell’intramontabile Gianni Letta) ed i flussi di denaro verso le casse del partito.
Tuttavia, alla greppia di Finmeccanica pare abbiano mangiato davvero tutti, a seconda delle possibilità e dell’influenza politica. Naturalmente, senza la piena conferma dei riscontri oggettivi, il condizionale è d’obbligo.
Dinanzi al particolare attivismo del partito centrista (che dalla fetida carcassa della vecchia balena bianca porta in dote vizi e appetiti smisurati) attorno ai vertici di Finmeccanica, come non credere alle reiterate smentite dei suoi vertici e le recise prese di distanza?!? Collusioni e fenomeni di concussione sono infatti quanto di più estraneo possibile alla collaudata tradizione democristiana dell’UDC, formazione politica che tra le sue fila vanta il record assoluto di pregiudicati per reati di natura patrimoniale…
A tal proposito, vale la pena di riportare per intero un lungo reportage realizzato nel Luglio 2004 dal giornalista Alberico Giostra per conto del settimanale “Diario”. Si noterà come tutto torna in una girandola perversa di nomi e di abitudini, che magari si riciclano sotto diversa casacca, si reinventano “responsabili”, ma non mutano mai… Quasi non si possa fare a meno del loro nefasto ‘contributo’.
Nonostante siano trascorsi ormai 7 anni, la lettura dell’articolo resta illuminante nella sua inalterata attualità. Ve lo riproponiamo per intero nella versione integrale. Ab uno disce omnis:

IO DENTRO: Il libro nero dell’Udc

“Mafia, corruzione, usura, estorsione, abusi edilizi e persino sessuali. Dall’Abruzzo alla Sicilia, la nuova Dc conta decine di indagati e condannati. Il partito di Follini e Casini li protegge e li promuove, perché i suoi voti stanno tutti lì.”

  di Alberico Giostra (da “Diario” del 9 luglio 2004)

Nel corso della trasmissione Porta a porta dell’8 giugno (2004), affrontando il tema del voto europeo nel Sud, Achille Occhetto identificava la questione meridionale con la questione morale. Contro Occhetto si scagliava subito il ministro Rocco Buttiglione, dell’Udc, rimproverandogli di aver diffamato il capo della sua segreteria Giampiero Catone che Occhetto aveva appena definito «pluricondannato».
L’ultimo segretario del Pci in quell’occasione commetteva due errori. Il primo: Giampiero Catone non è mai stato condannato in via definitiva, è stato solo rinviato a giudizio. Il secondo: Occhetto ha sbagliato a identificare la questione meridionale con la questione morale. In verità è l’Udc la questione morale del Mezzogiorno. Per dimostrarlo, vi proponiamo un breve viaggio nelle viscere sudiste di quel partito.

 Abruzzo. Iniziamo proprio da Catone, che alle elezioni europee del 13 giugno ha ottenuto 44.213 voti, 2.868 voti in più del capolista Buttiglione, ma non è stato eletto. Il politico abruzzese, che è anche direttore del quotidiano La Discussione, fu arrestato il 9 maggio del 2001 insieme a suo fratello Massimo, allora candidato del Ccd, per i reati di associazione a delinquere finalizzata alla truffa aggravata, falso, false comunicazioni sociali e bancarotta fraudolenta pluriaggravata. L’inchiesta del pm romano Salvatore Vitello riguardava 12 miliardi di finanziamenti a fondo perduto del ministero dell’Industria ottenuti tra il 1995 e il 1999 dalle società di Catone. Secondo la Procura di Roma, il denaro pubblico fu ottenuto attraverso atti e perizie falsi che consentirono all’organizzazione di cui Catone faceva parte di ricevere più volte lo stesso contributo per un’industria tessile mai esistita. A Catone i giudici contestarono anche due bancarotte fraudolente per 25 miliardi di lire. I magistrati romani ritenevano che le circa 50 società italiane ed estere che facevano capo a Catone fossero solo delle scatole cinesi all’interno delle quali si verificarono movimenti finanziari economicamente irragionevoli, che avevano il solo fine di mettere in atto delle truffe. Catone, inoltre, il 13 dicembre 2003 è stato rinviato a giudizio dal gip del Tribunale di Chieti per bancarotta fraudolenta per il fallimento della Abatec, un’azienda di Chieti Scalo che produceva macchinari per fabbricare pannolini e di cui Catone era stato amministratore. I fatti risalgono al periodo compreso tra il 1988 e il 1996. Tra le accuse contestate figuravano l’aumento del capitale sociale dell’Abatec, da 96 a 450 milioni di lire, deliberato con l’attribuzione di nuove quote societarie prima ancora che fossero sottoscritte le prime. Inoltre, tramite altre società e operazioni finanziarie all’estero, sarebbero state emesse fatture per operazioni parzialmente inesistenti.

 Molise. Dall’Abruzzo spostiamoci in Molise, a Termoli. Il 12 maggio scorso il capogruppo Udc alla Camera Luca Volontè e il deputato Udc Remo Di Giandomenico, sindaco di Termoli, in una conferenza stampa, anticipando il contenuto di una interrogazione parlamentare, attaccavano i carabinieri della cittadina adriatica accusandoli di fare tutto tranne il proprio mestiere, cioè reprimere la criminalità. E il giorno dopo il sindaco Di Giandomenico annunciava addirittura lo sfratto per morosità dei carabinieri dalla loro caserma di proprietà del Comune. Una strana vicenda, se solo si considera che il 4 dicembre 2003 il sindaco aveva consegnato ai militari un attestato di benemerenza. La sparata del sindaco arrivava cinque giorni dopo un’operazione condotta dagli stessi Carabinieri che aveva portato al sequestro, in un ambulatorio privato della moglie del sindaco, Patrizia De Palma, di un ecografo del valore di 100 mila euro risultato rubato dal reparto di Ostetricia dell’Ospedale San Timoteo di Termoli, reparto di cui è primario proprio la moglie del sindaco. «Anche a me capita di portare delle carte dall’ufficio a casa», ha minimizzato il deputato dell’Udc a La Repubblica. Ma non è la prima volta che la De Palma, che per questa vicenda ha ricevuto un avviso di garanzia, ha problemi con la giustizia: risulta infatti condannata in via definitiva per alterazione di stato civile, avendo falsamente attribuito la paternità di una bambina nata nel suo reparto a un suo amico. Poi Di Giandomenico ci ha ripensato, ha rinunciato a sfrattare i Carabinieri e dell’interrogazione si sono perse le tracce.
Di un altro rappresentante della classe dirigente dell’Udc, ovvero Aldo Patriciello, vicepresidente della Regione Molise con due condanne passate in giudicato, i lettori di Diario sanno già molto (vedi il numero 46/47 del 2003). Basti aggiungere che il suo nome è stato citato nell’ordinanza di arresto dell’editore casertano Maurizio Clemente emessa l’11 dicembre scorso. Secondo i giudici della Procura di Santa Maria Capua Vetere, Clemente è un estorsore che ricattava politici e imprenditori con i suoi giornali e che avrebbe diffamato il proprietario di una clinica di Caserta per costringerlo, in cambio della cessazione degli attacchi giornalistici, a vendere la sua clinica ad Aldo Patriciello. Un acquisto poi non andato in porto. Mentre il 4 aprile scorso i giudici di Campobasso hanno posto sotto sequestro il Centro di Riabilitazione di Salcito che la clinica Neuromed, di proprietà dei Patriciello, aveva avuto in comodato d’uso gratuito dalla Regione. Alle ultime europee Patriciello ha avuto un successo personale straordinario con 69.230 preferenze, non risultando eletto per poco e togliendosi lo sfizio di prendere, in Molise, più voti di Berlusconi. L’unico che al Sud è riuscito a battere Patriciello è stato Lorenzo Cesa, eletto a Strasburgo con 99.682 preferenze. Cesa, capo della segreteria di Follini, è stato condannato il 21 giugno del 2001 insieme all’ex ministro dei Lavori pubblici Giovanni Prandini a tre anni e tre mesi di carcere per corruzione aggravata. Cesa era stato arrestato nel 1993 dopo essere stato latitante e dopo aver ammesso di aver percepito qualche centinaio di milioni di tangenti. Il 16 giugno del 2003 la Corte d’appello di Roma ha annullato la sentenza sostenendo che il pm aveva svolto funzione di gup (giudice dell’udienza preliminare), rinviando a giudizio gli imputati: che si salveranno perciò grazie alla prescrizione.
Della Dc, Follini e Casini non buttano via niente: sempre in Molise nelle file dell’Udc milita Enrico Santoro, già presidente della Dc regionale e condannato in via definitiva nel 2002 per concussione. Santoro è membro della direzione nazionale Udc.

 Puglia. Passando in Puglia, ci accorgiamo che Marco Follini, in visita a Bari il 31 ottobre scorso, dichiarò ai giornali locali che «la questione morale esiste». Evidentemente era al corrente che il consigliere comunale dell’Udc Michele Carbonara era stato arrestato nel maggio del 2003 con l’accusa di concorso in concussione continuata in compagnia di altri quattro esponenti del Polo: secondo quanto accertato dagli investigatori, per convincere un imprenditore a pagare, i consiglieri di centrodestra minacciavano di insabbiare la sua pratica o di bloccare la lottizzazione dell’area che lo interessava. E a Follini non sarà sfuggito il caso di Andrea Silvestri, assessore regionale pugliese alla Formazione dell’Udc, arrestato nell’aprile del 2004 e già condannato a un anno di reclusione per abusi sessuali su una ragazza di 14 anni a cui avrebbe toccato i seni e le parti intime dopo averla baciata sul collo. L’uomo politico cattolico, secondo il gip barese, si sarebbe distinto per un «pantagruelico approfittamento del denaro pubblico» e «disprezzo verso il contribuente» ed è stato rinviato a giudizio con 65 capi d’imputazione. Sessantadue fanno riferimento alle accuse di falso, truffa e peculato per viaggi e soggiorni in diverse località d’Italia che l’assessore avrebbe addebitato alla Regione Puglia, ma compiuto per interessi personali (anche di natura erotica). Silvestri ha deciso di riparare versando 9 mila euro. Tre sono poi i reati di concussione e tentata concussione per aver preteso da tre società denaro, assunzioni e imposto acquisti di materiale vario, oltre al pagamento di consulenze fantasma. Silvestri, dimessosi da assessore, ha ricevuto la solidarietà del partito e in un’occasione il suo ingresso in un’assemblea dell’Udc è stato accolto con applausi.
Ancora in Puglia, ricordiamo l’arresto del sindaco Udc di Sannicandro Garganico, Nicandro Marinacci, avvenuto l’8 gennaio scorso per abuso e falso materiale in atto pubblico. Mentre nel Salento il senatore Udc Salvatore Meleleo nel novembre del 2003 è stato indicato dall’ex boss pentito della Sacra Corona Unita Filippo Cerfeda come destinatario di voti mafiosi insieme all’altro eletto del Polo. Meleleo ha smentito di aver cercato appoggi nella Sacra Corona Unita. Non può smentire di essere anche un produttore di acqua minerale: nel giugno del 2001 un lotto della sua acqua Eureka è stato posto sotto sequestro e Meleleo è stato indagato per commercio di sostanze nocive.

 Basilicata. Arrivando in Basilicata, ci si imbatte nell’arresto di Antonio Melfi, capogruppo dell’Udc in Consiglio regionale, finito dietro le sbarre il 30 ottobre del 2000 con l’accusa di concussione, abuso d’ufficio e turbativa d’asta, per una vicenda che risale a quando era sindaco di Tricarico. Secondo l’accusa, Melfi avrebbe pilotato alcune gare d’appalto in cambio di voti.

 Campania. In aprile, un big della politica campana degli anni Novanta, Alfonso Martucci, ha aderito all’Udc. Già deputato del Partito liberale italiano e vicepresidente della commissione Giustizia della Camera, Martucci è un noto penalista difensore di numerosi camorristi tra i quali il boss Lorenzo Nuvoletta. Nel 1997 Martucci ha patteggiato una condanna a dieci mesi di carcere per associazione camorristica ottenendo la derubricazione dell’accusa di corruzione elettorale. Secondo i giudici, l’ex parlamentare si «sarebbe avvalso della forza di intimidazione del clan dei Casalesi» per ottenere voti alle politiche del 1992, quando le preferenze per Martucci nel comune di Casal di Principe portarono il partito oltre il 30 per cento. Secondo alcuni collaboratori di giustizia, durante la campagna elettorale del 1992, diversi esponenti del clan Schiavone avrebbero accompagnato Martucci agli incontri con gli elettori e avrebbero svolto propaganda presentandosi, anche armati, nelle abitazioni di Casal di Principe e altri comuni del Casertano, impedendo agli altri candidati di affiggere i propri manifesti.

 Calabria. In Calabria la memoria va subito a un caso rivelato il 26 giugno 1998 dal giudice Nicola Gratteri: il boss della Locride Antonio Romeo, accusato di associazione a delinquere finalizzata allo spaccio di droga, aveva svolto attività legale nello studio dell’allora senatore del Ccd Bruno Napoli (ora Udc), che si difese ammettendo la circostanza, ma sottolineando che il rapporto di lavoro era durato un solo anno e risaliva al 1987. Romeo, detto «l’avvocato», latitante per quattro anni, nel luglio del 1998 è stato condannato a 24 anni di carcere e nel 2002 ad altri sei. Calabrese è anche il sottosegretario udiccino alle attività produttive Giuseppe Galati, coinvolto ma non indagato nello scandalo della cocaina scoppiato nella Roma bene nel novembre del 2003. Nell’ordinanza del Gip si legge che Galati «soprannominato “Pino il Politico”, si rifornisce stabilmente di cocaina dal pusher Martello. Gli acquisti hanno cadenza almeno settimanale e sono effettuati direttamente, o tramite Armando De Bonis, suo uomo di fiducia che ha libero accesso presso il ministero delle Attività produttive».
Pino Galati, avvocato, classe 1961, è il leader incontrastato dell’Udc nel catanzarese e soprattutto nella sua Lamezia Terme, cittadina il cui Consiglio comunale è stato sciolto per infiltrazioni mafiose nel 2002. Tra gli eletti nel Consiglio sciolto c’era Giorgio Barresi del Ccd, messo in lista per volere di Galati. Barresi è stato arrestato per usura il 30 settembre 2002, mentre nel luglio del 2001 era rimasto ferito in un conflitto a fuoco a Sambiase mentre si trovava in compagnia di due presunti affiliati alla ’Ndrangheta, Vincenzo Iannazzo e Bruno Gagliardi. Secondo l’accusa, Barresi avrebbe fatto parte di un’organizzazione che gestiva un giro di prestiti a tassi di usura collegata ad ambienti della criminalità organizzata lametina. A Barresi i giudici hanno sequestrato il patrimonio giudicato sproporzionato rispetto al suo reddito. Tornato in libertà il 18 febbraio 2003, il giorno dopo è stato di nuovo arrestato: il gip di Lamezia ha sottolineato nell’ordinanza «i gravi indizi di colpevolezza in ordine ai reati contestati» e la «non comune professionalità di Barresi nell’attività di prestare denaro a tassi d’interesse usurari». E infine Barresi è stato ancora una volta tratto in arresto il 16 giugno scorso con l’accusa di associazione mafiosa, estorsione e usura. Tra i motivi dello scioglimento del consiglio, la presenza di consiglieri imparentati con esponenti di cosche locali e tra questi Peppino Ruberto dell’Udc. Il sindaco di Forza Italia lo ha difeso: «Parentele del quinto o sesto grado», ha detto. Sarà sicuramente una coincidenza, ma il 26 novembre 2003 un nutrito gruppo di deputati dell’Udc ha presentato la proposta di legge n. 4254 volta a rendere più difficile lo scioglimento per infiltrazioni mafiose delle assemblee elettive degli enti locali.

 Sicilia 1. Dulcis in fundo la Sicilia. Secondo il pentito Nino Giuffré, il boss dei boss di Cosa Nostra Bernardo Provenzano avrebbe dato indicazioni di voto a favore di Antonino Cosimo D’Amico, già consigliere provinciale dell’Udc, risultato non eletto per pochi voti in Consiglio regionale nel 2001 e poi arrestato nel dicembre del 2002 per aver favorito un’impresa edile legata a Provenzano, in compagnia di un altro consigliere provinciale dell’Udc, Gigi Tomasino. Mentre, nel 1999, il pentito Francesco Marino Mannoia aveva dichiarato che Pippo Gianni, attuale deputato dell’Udc, era uno dei medici amici di Cosa nostra e aiutava i picciotti in carcere a simulare false malattie. Gianni, che ha querelato Mannoia, è stato arrestato per droga all’inizio degli anni Ottanta insieme a uomini della cosca di Raffadali e poi prosciolto. Dopo una condanna a tre anni per concussione è stato assolto dalla Cassazione.
Curiosa è la storia del senatore catanese Domenico Sudano, ex Dc e ora Udc, che il 23 novembre 1995 è stato condannato con rito abbreviato a un anno e quattro mesi per abuso d’ufficio, dopo aver concesso illegalmente un ricongiungimento di carriera e un cambio di funzioni a un dipendente dell’Unità sanitaria di Catania di cui era dirigente. Curiosa perché Sudano ora si ritrova in maggioranza insieme a tre suoi implacabili censori: Gianfranco Fini, Altero Matteoli ed Enzo Trantino, che nel 1993 lo indicarono pubblicamente come sospetto di voto di scambio con la mafia.
Tra i parlamentari dell’Udc che hanno riportato una condanna di primo grado c’è anche il messinese Giuseppe Naro, ex presidente democristiano della Provincia, cui il Tribunale della sua città ha inflitto il 6 aprile del 2002 una condanna a un anno e sei mesi per associazione a delinquere, corruzione e turbativa d’asta. Naro, secondo i giudici, ha fatto parte, al tempo della tanto rimpianta Dc, di una cupola affaristica che controllava i più importanti appalti pubblici cittadini, per circa 4 mila miliardi di lire. Naro, che era già stato arrestato nel 1993 e poi assolto per l’acquisto di un palazzo che valeva 24 miliardi e che fu pagato 30, nel 1994 è stato condannato in primo grado a tre anni di reclusione per aver fatto acquistare dalla Provincia fotografie di Messina a un prezzo sproporzionato. Anche la Corte dei Conti gli chiese un risarcimento.
 A spadroneggiare in Sicilia sono alcuni big del partito, come Totò Cuffaro, presidente della Regione, o Calogero Sodano, il mitico ex sindaco di Agrigento. Quest’ultimo, eletto al Senato con oltre 50 mila voti, il 28 gennaio scorso è stato condannato dalla sesta sezione penale della Corte di Cassazione a un anno e sei mesi di reclusione per omissione di atti d’ufficio, non avendo ostacolato il fenomeno dell’abusivismo edilizio. Prosciolto da un’accusa di favoreggiamento personale nel dicembre del 2003, il 24 luglio dello stesso anno Sodano è stato rinviato a giudizio per abusivismo edilizio, alterazione di bellezze naturali di luoghi sottoposti a vincolo paesaggistico, falso ideologico e abuso d’ufficio. Quando era sindaco avrebbe abusivamente trasformato in villa un ovile intestato prima alla suocera e poi a sua moglie e situato nella zona A del Parco della Valle dei Templi.
Sodano, che dovrà pagare 80 mila euro per aver diffamato Legambiente, il 17 maggio e il 20 dicembre 2003 è stato condannato in primo grado rispettivamente a due anni e quattro mesi di reclusione per truffa, abuso d’ufficio e falso nell’ambito dell’urbanizzazione del quartiere Favara Ovest e a dieci mesi per abuso d’ufficio nell’attribuzione di un appalto per un depuratore. Sodano aveva anche cercato di utilizzare la Legge Cirami per trasferire i suoi processi dal Tribunale di Agrigento, inquinato secondo lui da un libro dell’ambientalista Giuseppe Arnone, ma il 27 marzo del 2003 la Cassazione gli ha detto di no. Nell’agrigentino si trova Palma di Montechiaro, dove nello scorso aprile 16 persone sono state arrestate con l’accusa di avere costituito un’associazione dedita alle estorsioni. Tra loro Totuccio Pace (fratello di uno dei killer del giudice Rosario Livatino), condannato per mafia, e Rosario Incardona, consigliere comunale dell’Udc, già arrestato nel dicembre 2003 per tentata estorsione. Secondo gli inquirenti taglieggiavano anche i pensionati.

 SICILIA 2/CUFFARO E I SUOI AMICI. Magna pars dell’Udc siciliano è Salvatore Cuffaro detto Totò, presidente della Regione, medico e allievo di Calogero Mannino, l’ex ministro dc e ora Udc appena condannato in appello per associazione mafiosa. L’ex «ministro dei lavori pubblici» di Cosa nostra Angelo Siino ha dichiarato di aver appoggiato la campagna elettorale di Cuffaro quando militava nella Dc: «Calogero Mannino, tramite l’imprenditore Antonino Vita, mi aveva raccomandato Salvatore Cuffaro, che si presentò a casa mia accompagnato da tale Saverio Romano» [“responsabile” ex ministro delle Politiche Agricole nell’ultimo Governo Berlusconi]. Cuffaro che in passato è stato condannato in appello e poi assolto per voto di scambio, appena eletto presidente ha nominato capo del suo staff Fabrizio Bignardelli. Bignardelli, ex assessore provinciale di Forza Italia, è stato arrestato il 23 novembre del 2000 con l’accusa di corruzione. Avrebbe incassato somme di denaro per oltre mezzo miliardo, per favorire le cooperative sociali «la Provvidenza» e «Madre Teresa di Calcutta» nell’aggiudicazione di appalti assegnati dalla Provincia. «Fabrizio Bignardelli mi disse chiaramente che gli avrei dovuto dare 50 milioni di lire, altrimenti non avrei più lavorato per la Provincia», ha dichiarato un impreditore. Bignardelli è sotto processo anche per simulazione di reato. Denunciò di aver subito intimidazioni, ma in realtà avrebbe chiesto a un imprenditore di recapitargli anonimamente una corona di fiori viola, di quelle che si depongono sulle tombe, cercando di far cadere i sospetti sui bidelli che gestivano una palestra e affidarne poi la gestione all’imprenditore che lo pagava.
 Tornando a Cuffaro, attualmente il governatore ha due indagini a carico per concorso esterno in associazione mafiosa, rivelazione di notizie coperte dal segreto istruttorio e contributo illecito per un finanziamento elettorale di 20 milioni di vecchie lire, che sarebbe stato versato da un’imprenditrice milanese. La prima inchiesta coinvolge anche il deputato dell’Udc Saverio Romano, anch’egli rinviato a giudizio per concorso esterno in associazione mafiosa e corruzione, il medico Salvatore Aragona, che ha chiesto di patteggiare la pena, e l’ex assessore del Comune di Palermo Mimmo Miceli, anch’egli Udc. Cuffaro è sospettato dagli inquirenti di avere rivelato agli indagati che i loro telefoni erano sottoposti a intercettazioni.
Questa prima inchiesta è collegata all’altra indagine sulle «talpe in Procura», che il 5 novembre scorso ha portato all’arresto dell’imprenditore Michele Aiello, titolare di un importante centro oncologico palermitano, e dei marescialli della DIA e del ROS Giuseppe Ciuro e Giorgio Riolo. E per questa vicenda a Cuffaro, è stato notificato un secondo avviso di garanzia. Nell’indagine, denominata «Ghiaccio», tra i protagonisti figura anche il deputato regionale dell’Udc ed ex maresciallo dei Carabinieri Antonio Borzacchelli, arrestato a febbraio per concussione. Secondo i magistrati, Borzacchelli avrebbe incassato elevate somme di denaro da Michele Aiello in cambio di informazioni riservate su indagini a suo carico. Borzacchelli avrebbe minacciato l’imprenditore di fargli revocare le autorizzazioni sanitarie ottenute per l’apertura della clinica e di fare avviare indagini su di lui se non avesse «pagato». Richieste, arrivate fino a 5-6 miliardi di lire, a cui Aiello avrebbe in parte aderito. Le somme di denaro sarebbero servite anche all’acquisto di una villa che Borzacchelli avrebbe formalmente comprato dal cognato di Aiello, ma che in realtà sarebbe stata «regalata» al politico attraverso il pagamento delle rate di mutuo. Le indagini hanno inoltre accertato numerose operazioni sui conti correnti del deputato, con «rimesse in denaro contante», materialmente versate da Antonino D’Amico, ragioniere delle imprese di Michele Aiello. Il gip Montalbano ha scritto: «Quelle prevaricazioni e vessazioni, quel disonore e slealtà, quella scorrettezza e biasimo che invece trasudano dalle esaminate condotte, grondando copiose, marchiano indelebilmente chi in esse si è avvoltolato come nel fango di una immonda pozza». Per un erede di Don Sturzo e De Gasperi non c’è male.
Tornando ancora a Cuffaro, l’ accusa di concorso esterno si basa sulle intercettazioni registrate nel salotto del boss di Brancaccio, Giuseppe Guttadauro. Durante le conversazioni tra il padrone di casa, Miceli e Aragona, è emerso che Guttadauro avrebbe ottenuto che l’Udc candidasse Miceli, divenuto il politico di riferimento della cosca, alle regionali di tre anni fa. Secondo gli investigatori, il medico sarebbe divenuto il tramite con Cuffaro, allora candidato presidente della Regione. E proprio l’ex assessore comunale palermitano Domenico Miceli, dopo l’arresto del giugno 2003, il 14 maggio scorso è stato rinviato a giudizio per concorso in associazione mafiosa e finanziamento illecito dei partiti. Inoltre, secondo il Corriere della sera e i Ds siciliani, Cuffaro sarebbe gravato da una serie di conflitti di interesse avendo partecipazioni in società alberghiere e di trasporti insieme ai suoi fratelli. Una di queste, la Raphael SpA, è partecipata da Sviluppo Italia, la società del Ministero del Tesoro.

 SICILIA 3/LO GIUDICE E I SUOI GIUDICI. Il 29 marzo scorso ad andare in carcere è stato un altro deputato regionale dell’Udc, Vincenzo Lo Giudice, presidente della commissione regionale Sanità. Con lui sono stati arrestati Salvo Iacono, consigliere provinciale dell’Udc, e l’ex consigliere provinciale dello stesso partito Gaetano Scifo. I magistrati accusano Lo Giudice di associazione mafiosa sulla base di intercettazioni telefoniche dalle quali si ricava che l’esponente Udc è stato appoggiato dai clan mafiosi della zona nelle elezioni nazionali e regionali del 2001. Il parlamentare regionale, che nel 2002 il pentito Giovanni Calafato ha indicato come colluso con la mafia, è pure accusato di avere pilotato nel febbraio 2002 una gara d’appalto di oltre cinque miliardi di lire, nel Comune di Comitini. E poi, nella sua qualità di ex assessore regionale ai Lavori pubblici, appalti in numerosi centri. Secondo gli inquirenti, per questi suoi «interventi», avrebbe incassato tangenti che il politico, per paura di essere arrestato, aveva nascosto «sotto il mattone». Da un’intercettazione emerge, infatti, che Lo Giudice si rivolge a un imprenditore per convertire in euro 500 milioni di vecchie lire che aveva occultato per paura di «eventuali sequestri di beni». Nell’operazione si sarebbe fatto aiutare anche da suo figlio Rino, presidente Udc del Consiglio provinciale di Agrigento. Di Vincenzo Lo Giudice gli elettori ricordano la colonna sonora dei suoi spot elettorali tratta dal film Il Padrino. Lui almeno non citava Don Sturzo.
Per i politici che hanno avuto problemi con la giustizia l’Udc è vissuto come un rassicurante scudo, al punto che anche esponenti della sinistra ne abbracciano la causa. Come Leonardo D’Arrigo, già consigliere comunale palermitano eletto in una lista composta da Pds, socialisti e verdi, che nel 1993 è stato condannato in primo grado per abuso d’ufficio e che, dopo essere passato nelle file dell’Udc di cui è autorevole consigliere comunale, dall’aprile scorso è indagato per rivelazione di segreto d’ufficio e abuso d’ufficio, aggravato dal fatto che avrebbe avvantaggiato un’organizzazione mafiosa. Mentre restando nel gruppo consiliare palermitano dell’Udc, il capogruppo Felice Bruscia è indagato dallo scorso maggio per corruzione, perché secondo i giudici avrebbe esercitato pressioni su alcuni funzionari comunali in cambio di denaro affinché accelerassero l’iter per il rilascio delle concessioni di alcune pompe di benzina.
Dallo scorso aprile è indagato a Palermo anche Davide Costa, assessore regionale alla Presidenza, per concorso in associazione mafiosa: i giudici gli contestano di avere cercato appoggi elettorali dalla famiglia mafiosa di Marsala per le elezioni regionali del 2001, offrendo anche 100 milioni di vecchie lire. A scendere direttamente in campo per Costa, allora candidato Ccd e ora Udc, sarebbe stato l’allora latitante Natale Bonafede, per il tramite di Davide Mannirà, finito agli arresti. Contro l’assessore regionale ci sono le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Mariano Concetto, ex vigile urbano di Marsala e affiliato alla cosca mafiosa della cittadina, e numerose intercettazioni. Durante le perquisizioni nell’ufficio dell’assessore Costa, gli inquirenti hanno sequestrato decine di lettere di segnalazione per concorsi pubblici.
Spostandoci a Trapani ci imbattiamo in una vicenda che ha decapitato la locale Casa delle libertà. Il Tribunale ha condannato l’ex sindaco Nino Laudicina, ex Dc, a 21 mesi di reclusione per concussione e falso in atto pubblico. La vicenda giudiziaria si riferisce all’affidamento a una cooperativa della gestione degli asili nido comunali. Per la stessa vicenda, nel gennaio 2003, l’ex consigliere comunale dell’Udc Mario Toscano aveva patteggiato un anno di reclusione. Secondo i giudici, il sindaco e gli altri amministratori hanno falsificato una delibera che concedeva a una cooperativa 600 milioni per la gestione dei servizi di quattro asili nido. La cooperativa era un contenitore per racimolare voti e soldi e negli asili avrebbero dovuto lavorare anche familiari e amici degli amministratori e di alcuni consiglieri comunali. Nella ricostruzione del Tribunale, Toscano era in realtà la vera mente della coop ed era stato lui a gestire le promesse di assunzione a decine di giovani che hanno confermato le promesse ricevute. Nella stessa inchiesta è indagato anche l’ex deputato regionale del Ccd Francesco Canino, già arrestato nel luglio 1998 e indagato per concorso in associazione mafiosa. Secondo la Procura, Canino sarebbe la mente di molte decisioni politico-amministrative a Trapani.
Tra i candidati-indagati alle europee c’è anche il deputato regionale siciliano Carmelo Lo Monte, ex di Sergio D’Antoni e sotto inchiesta a Messina per associazione a delinquere finalizzata alla turbativa d’asta e truffa in relazione alla costruzione di un parco nel comune di Graniti, di cui Lo Monte è stato sindaco. E nel messinese, a Santa Teresa di Riva, sono indagati per associazione a delinquere, abuso d’ufficio e interruzione di pubblico servizio nove membri della maggioranza: sette sono dell’Udc.
La musica non cambia se ci trasferiamo ad Acireale. Il 3 febbraio scorso l’ex sindaco Udc Nino Nicotra è stato arrestato per associazione mafiosa ed estorsione. È accusato di essersi servito di alcuni affiliati del clan Santapaola per risolvere una controversia finanziaria. Le indagini erano state avviate dalle Fiamme gialle dopo una denuncia dello stesso ex sindaco di Acireale, che sosteneva di essere vittima di un’estorsione. L’inchiesta avrebbe accertato che Nicotra non era la vittima, ma l’autore del reato. Alla cosca sarebbe stata offerta la «possibilità di assunzioni in sue aziende per ex detenuti, ottenendo in cambio ausilio da parte dell’organizzazione criminale nell’attività di recupero crediti e sostegno in campagna elettorale». Nicotra, che era già stato arrestato il 21 settembre del 2002 per associazione mafiosa e voto di scambio nell’inchiesta Euroracket, è stato rinviato a giudizio il 25 giugno scorso insieme a Vittorio Cecchi Gori. (at)trazione siciliana. È evidente dalla congerie degli esempi riportati che nell’Udc nessuno si è mai posto il problema di un’attenta selezione della propria classe dirigente nel Mezzogiorno. Ma questa omessa selettività è soltanto un incidente di percorso o si tratta di una consapevole strategia? Sorge il dubbio, infatti, che si voglia offrire l’immagine di un partito indulgente e accogliente, sempre pronto a perdonare certi atavici «difetti» delle classi dirigenti meridionali, un partito che intende riprodurre fedelmente la rovinosa indistinzione tutta democristiana tra pubblico e privato con gli annessi pendant del familismo, del parassitismo e della indifferenza verso la legalità.
 È per tutto questo che l’Udc piace tanto al Sud? Perché dopo i risultati del 13 giugno è chiaro che l’Udc è un partito a trazione meridionale: alle europee ha ottenuto il 5,9 per cento nazionale attraverso il 4 per cento del Nordovest, il 3,9 del Nordest, il 5,4 del Centro, il 7,9 del Sud e addirittura l’11,8 delle Isole. Su un totale di 1.917.775 voti, 948.129 vengono dal Sud e dalle Isole (il 49,4 per cento) e 361.638 dal Centro: totale 1.309.767, il 68,2 per cento del totale. Dei 442.550 voti in più ottenuti rispetto alle europee del 1999 (Cdu+Ccd), 381.922 provengono dal Centrosud, cioè l’86 per cento. Tant’è che nell’area più dinamica del Paese, il Nordest, l’Udc ha perso 4.942 voti: pochi, ma li ha persi. Dei 381.922 voti in più ottenuti nel Centrosud, ben 166.666 (pari al 43,6 per cento), provengono dalle isole e di questi 138.904 (l’83,3 per cento) dalla Sicilia, dove l’Udc ha il 14 per cento dei suffragi con 315.818 voti.
Vuol dire che il 37,6 per cento dei voti in più che l’Udc ha preso in queste europee proviene dalla Sicilia. Ecco perché se l’Udc è un partito a trazione meridionale, è a maggior ragione un partito a trazione siciliana. Al punto che il segretario dell’Udc siciliano Raffaele Lombardo (quello che chiese di estendere a Totò Cuffaro l’immunità del lodo Schifani) pretende per l’Udc un ministero del Mezzogiorno. Che sarebbe come affidare l’Avis a Dracula. In conclusione: una parte dei ceti medi meridionali ha lasciato la sirena berlusconiana per approdare all’Udc riproducendo quell’alleanza tutta andreottiana tra una borghesia amorale e in cerca di protezioni e la distratta e disfatta borghesia romana. Follini, Buttiglione e Cuffaro se ne gioveranno senz’altro, il Paese molto meno.

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