Archivio per Cinema

Mediamente Progressista

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , on 13 gennaio 2018 by Sendivogius

Ritratto impietoso del travet nell’Italietta borghese ed impiegatizia degli Anni del Riflusso, mai avremmo immaginato di dover ritrovare nelle disavventure del ragionier Ugo Fantozzi, la rappresentazione più evocativa (e profetica) di una razza padrona che si sente investita di una missione universale ed ama esibire velleità progressiste, nell’ipocrisia che ne soffonde la volontà di dominio, staordinariamente incarnata dall’inquietante Duca Conte Maria Rita Vittorio Balabam: il “megadirettore galattico” che vive isolato nell’essenza immanente di un vuoto asettico nel nulla siderale del suo 28^ piano, lontano e irraggiungibile dai comuni mortali, tra le acquiescenze di un cetomediume declinante.

A voler essere perfidi, coi suoi modi curiali e paternalistici, il Megadirettore assomiglia ad una specie di papa Bergoglio magro, nell’ostensione di un pauperismo francescano di facciata, dietro al quale si nasconde la propensione gesuitica per il culto del potere per il potere.

Balabam: “Prego, si accomodi. Si sieda…”
Fantozzi: “Qui?! Al suo posto?
Balabam: “Ma certo… Un sorso d’acqua? Un tozzo di pane?”
Fantozzi: Ma… scusi Conte, io mangiare con Lei?!?
Balabam: “Ma certo. Che differenza c’è tra me e lei?”
Fantozzi: Ma abbia pazienza! Ma come che differenza c’è!? Non mi vorrà mica dire, Sig. Duca, che siamo uguali io e Lei? Voi siete i padroni… gli sfruttatori! Noi invece siamo gli schiavi, i morti di fame..!”
Balabam: “Ohh ma caro Fantozzi è solo questione di intendersi… Eh di terminologie: lei dice ‘padroni’ ed io ‘datori di lavoro’; lei dice ‘sfruttatori’ ed io dico ‘benestanti’; lei dice ‘morti di fame’ e io ‘classe meno abbiente’. Ma per il resto la penso esattamente come lei.
Io come lei sono un uomo illuminato e sono convinto che a questo mondo ci sono molte ingiustizie da sanare. La penso esattamente come lei….”
Fantozzi: “Ma… mi scusi… sire, ma non mi vorrà dire che Lei è, scusi il termine, comunista?!?
Balabam: “Be’ proprio comunista… no. Vede, io sono un medio progressista.”
Fantozzi: “Ahhh! Ma in merito a tutte queste rivendicazioni e a tutte le ingiustizie che ci sono, Lei che cosa consiglierebbe di fare, Maestà?”
Balabam: “Ecco, bisognerebbe che per ogni problema nuovo tutti gli uomini di buona volontà, come me… e come lei, caro Fantozzi… cominciassero ad incontrarsi senza violenze in una serie di civili e democratiche riunioni, fino a che non saremo tutti d’accordo…”
Fantozzi: “Ma, mi scusi santità! Ma in questo modo ci vorranno almeno mille anni!
Balabam: “Posso aspettare… IO.”

Il renzismo declinante è solo uno dei suoi ultimi stadi di incubazione, ma i prodromi di questa involuzione permanente c’erano già tutti…

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Apocalypse tomorrow

Posted in A volte ritornano with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 20 dicembre 2012 by Sendivogius

2012_The_Film__by_jyme

Regolate gli orologi e preparatevi al countdown allo scoccare della mezzanotte. La fine del mondo (l’ennesima!) è vicina… Se paragonati ai Doomsday Preppers che in USA fanno incetta di provviste e di armi in vista dell’apocalisse, e per ingannare l’attesa si esercitano in stragi di massa; se confrontati con le orde di dementi che si accalcano l’uno sull’altro in sperduti villaggi dei Pirenei per scampare al nuovo diluvio universale, oppure gli innocui sanfedisti che se ne vanno in giro a piantare le croci scaccia-guai di Dozulé, per una volta gli Italiani fanno la figura dei giganti distinguendosi per intelligenza e sanità mentale. Evidentemente, due millenni di cultura umanistica (ancora) funzionano. Grande Dittatore Dalle nostre parti, le boiate millenariste in genere hanno poca presa sull’immaginario collettivo, a parte gli eccentrici come Gianroberto Casaleggio che si crede un incrocio tra Gioacchino da Fiore e Frate Indovino, e si diverte ad imitare Nostradamus mentre delinea i contorni del suo nuovo ordine mondiale.

Non per niente, i cultori delle catastrofi apocalittiche più improbabili solitamente si ritrovano in ‘rete’, per scambiarsi le reciproche ossessioni, terrorizzandosi a vicenda… Solo qualche mese fa (Giugno2012), l’agenzia federale statunitense per la prevenzione ed il controllo infettivo è stata costretta a smentire l’esistenza di un’epidemia di Zombie survivalzombies (!!) non prima però di aver stilato un’informativa in caso di eventuali attacchi da parte di morti viventi. Leggere per credere [QUI]!!! Sotto questa prospettiva, la ‘rete’ è un formidabile aggregatore di irrecuperabili deficienti, in cerca di anime gemelle con le quali condividere i loro deliri paranoici. Dimostrazione pratica che una testa vuota, moltiplicata per centomila non produce un’idea migliore, ma solo l’eco amplificato di un abisso senza fondo, dove l’imbecillità regna sovrana e si consola nell’illusione di fare “massa critica”. Non per niente, internet si sta rivelando la terra promessa dei guru virtuali delle nuove sette digitali, secondo i medesimi meccanismi di manipolazione descritti a suo tempo da Graham Wallas:

«Chiunque cerchi di basare il suo pensiero politico su di un riesame del funzionamento della natura umana, deve iniziare col tentare di superare la tendenza alla sopravvalutazione delle facoltà intellettive della razza umana […] L’empirica arte della politica consiste largamente nella creazione di opinioni, nel deliberato sfruttamento delle inferenze subconscie e non-razionali.»

  (G.Wallas;Human Nature in Politics. 1908)

La fine del mondo, con immancabile corollario di pestilenze e cataclismi e piaghe divine, è un vecchio ‘must’ di successo nel repertorio classico di tutte le religioni, che da oltre 3.000 anni martellano i coglioni dei propri fedeli, minacciandoli di atrocità raccapriccianti e di infiniti tormenti per assicurarsene la devozione. Di per sé, costituiscono un piccolo saggio su come certo clero interpreta la compassione ed il rapporto col sacro. In epoca cristiana, il testo più gettonato è Cavalieri dell'Apocalissesenza dubbio il Libro dell’Apocalisse: una raccolta di deliri, con troppa facilità attribuiti a San Giovanni. Chiunque sia il vero autore, si tratta di un misantropo sociopatico, il cui odio nei confronti dei propri simili raggiunge livelli patologici. Col tempo, ansiosi di stabilire la data esatta della fine di tutto con precisione cronologica, eremiti e mistici e astrologi e matematici si daranno da fare, snocciolando un profluvio di (pessime) annate più numerose dei grani di un rosario… Ad aprire la girandola delle danze è l’ombroso Berengario, un eremita puzzolente della Turingia che fissa l’appuntamento fatale per il 25 marzo del 992, finendo spernacchiato per mezza Europa. Ogni allineamento planetario, passaggio di cometa, o altro evento astronomico è buono per gridare alla fine del mondo. Ma è nel XVI secolo, con l’avvento del Rinascimento (e della caccia alle streghe), che il fervore degli apocalittici raggiunge il suo apice…

Il Trionfo della Morte - BruegelPieter Bruegel, il Vecchio: “Il trionfo della morte”, (1562)

Alcune delle menti più eccelse di Germania si cimentano nell’ardua impresa, non avendo niente di meglio da fare tra un rogo e l’altro, Jakob Pflaumen ed il suo collega Johann Stàffler, a tempo perso astronomi, stilano un calendario ricolmo di ogni sventura per l’anno 1524 che (non) culmina con l’apocalisse. Da questo momento in poi è tutto un cicciare di date: Il vescovo di Vienna, Frederick Nausea (nomen omen) annuncia solenne la data di fine di mondo: 1532. Ovviamente non accade nulla. L’anno successivo, il matematico tedesco Michael Stifelius rilancia e fornisce pure la data esatta del fatidico evento: le ore 8.00 del 03/10/1533. Nel 1537 è la volta dell’astrologo francese Pierre Turrel che, tanto per andare sul sicuro, si gioca un terno secco sulla ruota dell’apocalisse per l’anno 1544, per il 1801 ed il 1814. Col trionfo delle sette protestanti, se possibile, le cose peggiorano. Ogni predicatore e fanatico religioso si sente in dovere di annunciare il suo personale appuntamento col Giudizio Universale, stabilendo il giorno della riunione. Nei successivi 300 anni, l’apocalisse viene annunciata un’altra ventina di volte. Sul finire del XIX secolo, il fenomeno si secolarizza e assume una dimensione più ‘laica’… Comincia la fissa con le piramidi d’Egitto, lo spiritismo e i “grandi veggenti” che non ne azzeccano una. In tempi più recenti, nell’impresa si sono cimentati (con scarso successo) il reverendo coreano Sun Myung Moon, capo della Chiesa dell’Unificazione, conosciuto dalle cronache nostrane per aver celebrato Milingo e gentile signorale nozze di monsignor Milingo. Nell’ambito di quel fenomeno tutto americano dei radio-predicatori, che funestano la Bible-belt coi loro rabbiosi sermoni, vale la pena di ricordare Harold Egbert Camping. H.E.Camping appartiene alla perniciosa genia dei cristiani rinati, nell’ambito del settarismo evangelico in cui confluiscono le frange più fondamentaliste delle varie chiese metodiste, presbiteriane, pentecostali, battiste… più le varie Il vecchio cazzone H.Campingcongreghe fai-da-te. Questo vecchio cazzone ultranovantenne, che ha fatto la sua fortuna sponsorizzando insulsi libracci rigonfi di odio integralista, è uno specialista nell’illustrare i patimenti dell’umanità non predestinata come lui e gli altri invasati della setta alla salvezza, con descrizioni di SAW 2sadismo compiaciuto degne di una sceneggiatura di Saw. Purtroppo per lui, Camping, che ha già fissato la data alla mezzanotte del 21/05/2011, successivamente posticipata al 21/11/2012, non ha ancora potuto gustarsi l’evento tanto agognato. E visti i limiti di età, rischia di schiattare per cause naturali, prima dell’appuntamento così spasmodicamente atteso. Mo' me lo segno sul calendario!Ovviamente, c’è l’ormai famosissima profezia dei Maya (?!) per l’appuntamento del 21/12/12. Come non dar credito infatti alle previsioni astrologiche di un popolo che ignorava l’uso della ruota ed i cui re si trafiggevano lingua e testicoli con spilloni, per assicurarsi la fertilità dei campi, quando non praticavano sacrifici umani? Siccome ogni panzana ne richiama sempre un’altra ancor più grande, in un succedersi di balle cosmiche, non potevano certo mancare le strampalate teorie di Zecharia Sitchin con la sua pseudo-cosmogonia sumerica. Sitchin ha il discutibile merito di essere l’ispiratore di altri pazzoidi come David Icke, che ha trovato negli Anunnaki i progenitori della sua razza di invasori rettiliani ultra-dimensionali. Sempre a Sitchin si deve l’invenzione della fantomatica collisione col pianeta Nibiru (abitato dalla razza aliena degli Anunnaki), che se ne starebbe nascosto da qualche parte nel sistema solare, in attesa di entrare in collisione con la Terra contro ogni legge della fisica. Cosa che già in passato avrebbe permesso agli abitanti di Nibiru (lucertoloni intelligenti e mutaforma) di invadere il nostro mondo. E su queste castronerie galattiche si basano le previsioni per il 21 dicembre! A dire il vero, le fantasie di Zecharia Sitchin ricordano la trama di Flash Gordon, del quale il giovane Zaccaria doveva essere un gran patito…

FLASH GORDON

Max von Sydow è Ming il Crudele, Imperatore del pianeta Mongo

Il pianeta Mongo, dominato con pugno di ferro dall’imperatore Ming, soprannominato ‘Il Crudele’ viene guidato dalla superiore tecnologia aliena in rotta di collisione verso la Terra, attaccando il pianeta con una pioggia di meteoriti. In realtà si tratta di un principio di invasione, che verrà sventato dal coraggioso Flash Gordon che guiderà la resistenza contro l’imperatore… Della splendida opera di Alex Raymond è stata tratta anche una versione cinematografica: un’apoteosi assoluta del kitsch ai massimi livelli. Con un cast d’eccezione, è assolutamente da non perdere!

In merito alle invasioni di strani visitatori alieni, visti i tempi che corrono, forse non sarebbe invece il caso di andare a cercare tanto lontano…

Certe ‘minacce’ sono decisamente più affini a noi e inquietantemente più vicine.

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BATTLE ROYALE

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 6 ottobre 2012 by Sendivogius

“Sono pazzi questi giaps”

Avete odiato ferocemente i vostri compagni di scuola? Possedete i modi gentili di un Ted Bundy, ma siete convinti di essere la reincarnazione di Onoprijenko? Vi piacciono le cacce all’uomo/donna, con combattimenti all’ultimo sangue?!? Allora “Battle Royale” è la storia che fa per voi. Dal Sol Levante con dolore.
Pubblicato per la prima volta nell’Aprile del 1999, è il romanzo d’esordio dello scrittore Koushun Takami, il quale con uno stile freddo e asettico delinea i contorni di una feroce ecatombe all’ombra di una realtà distopica, dove è forte il senso d’oppressione di un’autorità terribile e immanente.
 Immaginate che l’impero nipponico non abbia mai perso la seconda guerra mondiale. Immaginate che Giappone e Cina siano unite in una spietata dittatura di stampo nazista (ma persino peggiore del modello originale), chiamata ‘Repubblica della Grande Asia’, in cui la via giapponese al fascismo (fashizumu) domina incontrastata. Come in un moderno tributo di sangue, la Repubblica della Grande Asia immola i suoi stessi figli in un sanguinario sacrificio collettivo a celebrazione dell’onnipotenza del regime. Infatti ogni anno, dal 1947, cinquanta classi di studenti liceali, equamente ripartiti tra maschi e femmine, vengono selezionate tramite sorteggio e costrette a partecipare ad un allucinante gioco al massacro, conosciuto come il “Programma”. Le classi prescelte vengono deportate singolarmente e con l’inganno in luoghi isolati, preferibilmente isole evacuate dai propri abitanti e convertite in potenziali campi di battaglia. Ogni studente viene munito di un kit minimo di sopravvivenza, una razione limitata di viveri, e un’arma distribuita secondo il caso: si va dalle forchette alle mitragliette automatiche d’assalto, passando dalle freccette alle granate a frammentazione. Vince colui (o colei) che in un tempo limitato riuscirà ad eliminare senza troppi scrupoli tutti gli altri contendenti. Non esiste alcuna regola né limite al ‘gioco’. A supervisionare l’esperimento c’è il disgustoso Kinpatsu Sakamochi: un sadico pervertito, attorniato da un manipolo di psicopatici in uniforme. Per costringere gli studenti ad ammazzarsi tra di loro, ognuno viene munito di un collare esplosivo, che segnala altresì la posizione con un sistema gps al centro di comando e registra le conversazioni. Se qualcuno cerca di fuggire, il collare esplode. In caso di ribellione, il collare esplode. Se, alla scadenza del termine ultimo, più contendenti sono ancora in vita, i collari esplodono simultaneamente uccidendo tutti i sopravvissuti. Al vincitore verrà consegnata una cartolina autografa con la firma del Grande Dittatore (che culo!).
Questa, in sommi capi, è la trama di “Battle Royale”. E, d’altro canto, chi non ha mai pensato di maciullare i propri compagni di classe?!? Inoltre, quale modo migliore potrebbe scegliere una dittatura per cementare il proprio consenso tra la popolazione, se non costringerne i figli a massacrarsi tra di loro dopo averli pescati a casaccio, e senza alcuna distinzione, persino tra i rampolli delle elite industriali e burocratiche che sostengono il regime?!?
Non sforzatevi troppo a cercare le ragioni logiche e le motivazioni ‘politiche’ che sottendono l’istituzione del perverso “Programma”, perché non le troverete o vi sembreranno difficilmente credibili. Se concentrate la vostra attenzione ed interesse unicamente sugli interminabili scontri e sui vari ammazzamenti ai quali i giovani protagonisti si dedicano con zelo disperato, entusiasmandovi all’insana carneficina (uccidere o essere ucciso), allora “Battle Royale” sarà il vostro ‘romanzo di morte’ per la vita. E con ogni probabilità avreste bisogno di un bravo strizzacervelli.
Ma, se agli ‘effetti’ pratici prediligete l’identificazione delle ‘cause’ all’origine della battle royale, resterete fortemente delusi giacché il messaggio del romanzo diluisce nell’assenza di senso.
Che cos’è in realtà il Programma? A cosa è davvero funzionale la famigerata “battaglia”?
È uno strumento di controllo sociale, della serie: terrorizzali indiscriminatamente e loro ubbidiranno a ogni tuo ordine. Dunque, il Programma avrebbe lo scopo di ingenerare terrore tra la popolazione, creando diffidenza collettiva e paranoie diffuse. In tal modo, terrebbe la cittadinanza (i sudditi) divisa, in uno stato di perenne soggezione e scoramento, tanto da prevenire e dissuadere eventuali moti di rivolta (su che presupposti logici è difficile dire), cancellando ogni speranza di cambiamento.
È un esperimento di sopravvivenza, per testare le capacità di reazione e adattamento in situazioni estreme, sotto una forte pressione emotiva.
È una forma sperimentale di darwinismo sociale, nell’ambito di ricerche militari volte alla creazione del guerriero perfetto…

Non è che l’Autore si sforzi troppo per spiegarlo. E quindi ogni interpretazione è valida.
Con simili presupposti, l’opera di Koushun Takami ha rapidamente scalato le vette delle classifiche di vendita, imponendosi come un fenomeno di costume: interrogazioni parlamentari, orde di fan entusiasti, papà che leggiucchiano di nascosto il libro nella cameretta dei pargoli… La sua trama ha in parte ispirato, e comunque condizionato, la produzione di piccoli capolavori come Basilisk, oppure one-shot qualiDuds Hunt
Insomma, c’erano tutti i presupposti per abbandonare orrori ben più devastanti come “Twilight” e correre subito a leggere il romanzo di Takami.
Naturalmente, anche se con debito ritardo, neanche noi abbiamo resistito al richiamo delle frattaglie. Perciò abbiamo recuperato una copia on line del libro (perché pagare ciò che puoi avere a gratis?) e tastato di persona l’arte. Nella fattispecie, si tratta della prima versione in lingua inglese (2003) a cura di Yuji Oniki su traduzione dall’originale. Come le 332 pagine del romanzo originario possano essere lievitate a tal punto da raddoppiare, è un mistero noto solamente agli editors dell’edizione italiana.
Siamo sinceri, ci aspettavamo di (molto) meglio…
Riguardo ai contenuti, l’opera è quanto di meno originale si possa immaginare e costituisce più che altro una forma di rassemblement letterario, il quale riutilizza e riadatta tematiche con figure stra-abusate, e quindi dal successo garantito, dove tutto è déjà vu
C’è il sacrificio di sangue, in ossequio agli imperativi dispotici di una autorità crudele e sfumata; basti per tutti ricordare i 14 giovinetti, in egual numero tra maschi e femmine, offerti ogni anno alla furia del Minotauro… Da allora, l’antichissimo tema mitologico ha conosciuto infinite variazioni, senza mai perdere il suo fascino perverso.
C’è la tendenza tutta nipponica a realizzare storie a ripetizione, con innocui liceali trasformati in letali macchine da combattimento vestite alla marinaretta… Eh ma “Battle Royale” è una specie di survival horror, dove alla fine sopravvive uno solo. E sai che novità!?
Specialmente in Giappone, niente che non si sia mai visto; soprattutto se si pensa all’infinita produzione di manga ed alle pellicole estreme del cosiddetto Eastern exploitation
In merito ai riferimenti cinematografici, il collare metallico pronto ad esplodere in caso di fuga si era già visto nel lontano 1991 costituendo il piatto forte di Sotto massima sorveglianza: filmetto d’azione della (all’epoca) gettonata coppia Rutger Hauer e Joan Chen, già visti in “Giochi di morte” dove squadre di disperati si fronteggiano in tornei sanguinari (vi ricorda niente?).
Da questo punto di vista, “Battle Royale” rende omaggio e rinverdisce una serie di idee ad effetto, che hanno fatto la fortuna di un intero filone di action-movies anni ’80, non di rado ai confini del trash… In tale ambito, la preda umana costretta a combattere per la sua sopravvivenza costituisce una tematica ricorrente. Qualche titolo? Da Avenging Force, conosciuto in Italia come “I cacciatori della notte” (1986), fino al ben più notevole Senza Tregua (Hard Target del 1993) di John Woo (quasi un remake), a chiusura di un ciclo inaugurato con I Guerrieri della palude silenziosa (1981): film culto di Walter Hill. Curiosamente, sono tutti ambientati nelle paludi della Louisiana.
A livello letterario, non mancano invece le analogie con La settima vittima (1953), un racconto del geniale Robert Sheckley.
Ad essere ingenerosi, “Battle Royale” è il tipico prodotto da fast food letterario confezionato per i palati primitivi di lettori deboli. Il tutto è raccontato con una narrazione piatta, a tratti monotona, che non cambia quasi mai di registro. La sintassi è elementare. I periodi sono brevissimi. Le tipologie caratteriali dei personaggi rispecchiano tutti gli stereotipi di genere e, scusate il gioco di parole, sembrano a volte tagliate con l’accetta.
Può anche capitare, quando si costruisce un romanzo con una cinquantina e passa di personaggi diversi.
L’intreccio (raffazzonato), le motivazioni ‘sociologiche’ (piuttosto vaghe per non dire assurde) ed i profili psicologici (assai approssimativi) dei personaggi, costituiscono più che altro il contorno ideale di una storia violentissima, crudele, di un’efferatezza morbosa, la quale non poteva che essere un successo editoriale destinato a diventare un caso internazionale. Questa almeno è l’impressione che se ne ricava dalla lettura in inglese, probabilmente condizionata da una nostra cattiva conoscenza della lingua.
In compenso, la lettura scorre come un coltello affondato nel burro caldo.
Gli esteti hanno parlato di “sofisticata critica sociale”… “denuncia anti-totalitaria”… “capolavoro” (!!).
Suvvia, non diciamo cazzate!
D’altronde, questi “coraggiosi atti d’accusa contro l’alienazione della società nipponica” non sempre sono pienamente comprensibili alla nostra logica ‘eurocentrica’, dal momento che negli atti in questione dovrebbero rientrare anche opere come l’inquietante Suicide Club di Sion Sono.
Piuttosto, se “Battle Royale” ha un pregio, questo consiste nella totale destrutturazione dei contesti abituali di riferimento, con la rivisitazione dei cliché di genere, tramite la riproposizione (estremizzata) del bella contra omnes dove tutti gli uomini (e le donne non fanno eccezione) sono homini lupus. Il fascino (perverso) del libro consiste nella capacità indiscussa dell’Autore nel creare un’atmosfera opprimente ed insana, nella quale sembrano venir meno tutti i corollari dell’agire sociale, con lo stravolgimento di ogni forma di fiducia verso il prossimo, della distinzione tra bene e male, dove il tradimento è la norma ed ogni sentimento può rivelarsi una debolezza mortale, esplorando gli abissi più oscuri dell’indole umana. E ciò è forse il principale punto di forza nell’opera dello scrittore giapponese.
La capacità di tendere al massimo la corda dell’esasperazione paranoica, tramite lo stravolgimento emotivo, scardinato dall’implosione dei sospetti, raggiunge uno dei suoi massimi effetti nella strage delle ragazze del faro, che è probabilmente l’invenzione più drammatica e riuscita di Takami, nella sua personale discesa agli inferi.
In considerazione dell’enorme entusiasmo del pubblico, dal romanzo di Koushun Takami è stata tratta una versione cinematografica (2000), per la regia di Kinji Fukasaku e con Takeshi Kitano nei panni del sovrintendente Sakamochi/Kamon/Kitano. Ovviamente, il film è diventato in breve un cult-movie. Non ci esprimiamo in proposito, perché non abbiamo (ancora) visto il film. Dopo la lettura di romanzo e fumetto, per il momento poteva bastare così.
Infatti, nel 2002 è stata realizzata una pubblicazione illustrata (manga) di “Battle Royale”, su sceneggiatura dello stesso Takami e disegni di Masayuki Taguchi. Con l’eccezione di poche differenze (di cui una considerevole), la versione a fumetti è sostanzialmente identica al romanzo. È superfluo dire che, tra romanzo e fumetto, il manga è nettamente superiore per spessore psicologico dei personaggi, complessità stilistica, e persino nella costruzione dei dialoghi. Pensato per un pubblico adulto, il seinen del duo Takami-Takuchi non lascia assolutamente nulla alla fantasia del lettore ed anzi esaspera le esecuzioni, con una violenza estetica a forte impatto visivo dai contenuti più che espliciti. Era dalla lettura dell’allucinante “Ichi the killer” (Koroshiya Ichi) del mangaka Hideo Yamamoto, che non ci capitava tra le mani qualcosa di così controverso ed eccessivo. Epperò il manga di Taguchi non sfiora mai i livelli di morbosità compiaciuta, presenti invece nell’opera di Yamamoto: un condensato di perversioni sessuali, torture e atrocità estreme, che alla lunga risultano talmente disturbanti da rendere difficile la prosecuzione della lettura. La peculiarità del racconto è che nelle circa 2.000 pagine che costituiscono il seinen non si incontra un solo personaggio, in grado di esprimere un qualche valore positivo. Nel 2001, “Ichi the killer” viene trasposto in versione cinematografica dal prolifico (e geniale) Takashi Miike, che non è regista da affrontare alla leggera. Chiunque abbia avuto lo stomaco per sopportare la visione di Visitor Q” o di Imprint sa di cosa parliamo… Basti dire che si tratta di un film all’acqua di rose e persino comico, rispetto all’originale di Yamamoto.
Al contrario, “Battle Royale”, nonostante l’iper-violenza, è pervaso da un’umanità pressoché sconosciuta allo splatterosissimo “Ichi”.
Naturalmente, la versione a fumetti di “Battle Royale” (che in parte sembra imitare il tratto stilistico del coreano Super Shen) ha i suoi limiti intrinseci: sedicenni con muscolatura da pugile professionista, che dimostrano una trentina d’anni.. lolite poppute ed iper-maggiorate.. tenere fanciulle in età puberale che brandiscono con un braccio solo enormi 44 magnum… mosse speciali da supereroi… personaggi troppo lacrimosi… dialoghi raffinati con notevoli riflessioni di carattere psicologico… competenze altamente tecniche che spaziano dalla medicina alla chimica… Insomma un po’ troppo per semplici adolescenti.
In compenso, il manga integra il romanzo e lo supera nella disamina delle dinamiche comportamentali, approfondendo i profili psicologici con una serie di dettagli interessanti per la migliore strutturazione dell’insieme. Inoltre regala cammei ben costruiti, su misura di ciascuno dei 42 ragazzi coinvolti loro malgrado nel “Programma”, e che sono complementari alla definizione complessiva dei protagonisti principali…
 Kazuo Kiriyama: sociopatico, glaciale, totalmente amorale, vive in uno stato di dissociazione permanente, che gli impedisce di instaurare una qualsiasi forma di legame empatico con chiunque. È completamente privo di emozioni, dunque non prova esitazione, né rimorsi, né dubbi. Ciò sembrerebbe dovuto ad una disfunzione cerebrale, dovuta al trauma riportato in un incidente stradale: fin dalla nascita nel romanzo; da bambino nel fumetto.
Si muove per istinto. Apparentemente geniale, ogni sua azione risponde unicamente a logiche di tipo meccanico: funzionamento e scopo, senza alcuna implicazione di tipo emotivo. Ogni sua attività (suonare il violino o uccidere) è volta unicamente all’ottimizzazione formale, salvo perdere ogni interesse una volta raggiunto il risultato.
Ai fini del ‘gioco’, questa sua assenza assoluta di sentimenti lo rende apparentemente invulnerabile e quindi una perfetta macchina omicida, perché senza alcuna coscienza.
Nel manga sembra indistruttibile, praticamente un incrocio tra Terminator (versione avanzata) e l’uomo ragno tanto sguizza via. Se ne va in giro con un arsenale da guerra, ma la sua arma preferita è una mitraglietta Ingram che sembra godere di una scorta inesauribile di caricatori. Manco fosse Max Payne!
 Hiroki Sugimura: al contrario di Kiriyama, pensa troppo, ponendosi continui interrogativi sul significato delle sue azioni e le possibili implicazioni. Introverso, timido, insicuro, ha bisogno di legare il suo agire ad uno scopo preciso. Vive in funzione del suo prossimo, vincolato alla protezione delle persone a lui più care. La sua stessa applicazione nelle arti marziali non è che un modo per esorcizzare il proprio senso di inadeguatezza, insieme alla paura che segretamente l’attanaglia. Ciò lo rende in fondo vulnerabile. Ed è per questo che Sugimura, nonostante un generoso altruismo, mancherà a tutti i suoi migliori propositi, assistendo al proprio stesso fallimento.
La dipartita di Sugimura costituisce la differenza più vistosa che separa il romanzo dal manga, e che non sveleremo per non rovinare la sorpresa a chi non abbia ancora letto la storia (le storie)… In entrambi i casi, le due versioni sono di una crudezza estrema.
 Shinji Mimura: brillante, analitico, sportivo, apparentemente estroverso, è in realtà un battitore libero abituato a giocare in proprio, accentrando su di sé l’azione. E’ anche l’elemento in apparenza più ‘politicizzato’, per una naturale insofferenza alle regole. Sembra che abbia una predisposizione ad attrarre i più sfigati della classe, che si aggrappano a lui come le mosche sul miele. Con un simile team, non può che perdere la partita nonostante la propria determinazione ed una indubbia genialità.
 Mitsuko Souma: probabilmente è uno dei personaggi più riusciti e complessi sotto il profilo psicologico. Sostanzialmente, è una psicopatica con gravi disturbi della personalità, tendente alla schizofrenia. Bellissima, sessualmente promiscua, è un’anima persa divorata dai suoi demoni personali (incesto, stupro, pedofilia, prostituzione minorile, sevizie)… Naturalmente, né il romanzo né il manga ci risparmiano nulla, dilungandosi con dovizia sulle violenze.
La migliore metafora usata per rappresentare la devastazione interiore di Mitsuko consiste nel ritrarla come una bambola rotta.
 Shogo Kawada: se dovessimo esprimere una qualche preferenza, è indubbiamente il nostro personaggio preferito, per affinità caratteriale e per tutta una serie di ragioni che chi dovesse leggere (o abbia già letto) la storia capirà…
 Shuya Nanahara: è il protagonista principale ed è pure (forse) il personaggio più stereotipato e prevedibile… una sintesi perfetta di buoni sentimenti e valori positivi, al quale l’Autore ha attribuito ogni qualità possibile. Troppo perfetto e troppo buono per essere davvero reale.
Ad ogni modo, una volta letto, “Battle Royale” non si dimentica tanto facilmente…

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LEGITTIMA IMPUNITÀ

Posted in Kulturkampf, Muro del Pianto with tags , , , , , , , , , , , , , on 11 marzo 2010 by Sendivogius

 Basta con queste inutili finzioni egalitarie! In nome del popolo supino, la ‘Legge’ cessa di essere uguale per tutti. Il Senato della Repubblica ha finalmente sancito l’assoluta impunità per tutti i reati compiuti dal capo del governo ed i suoi ministri, liberi di delinquere a loro discrezione e di fottere a proprio piacimento, senza doversi preoccupare di noiosi strascichi giudiziari. Il provvedimento si applica per i crimini passati, presenti, e futuri, con effetto immediato. È solo un’anticipazione al “coessenziale” svuotamento della Costituzione e delle libertà democratiche, in un aula svuotata di ogni funzione dibattimentale tra decreti e ordinanze e voti di fiducia (è il 31° in due anni). E il bello deve ancora venire…
Tutto sommato, si tratta di un vizietto antico, antichissimo, con illustri precedenti.

“L’occasione più fortemente desiderata, o giudici, la sola veramente adatta a sedare l’antipatia verso la vostra classe e il discredito per l’istituto giudiziario, vi è data in un momento critico per lo Stato, non da consiglio umano, ma quasi dal volere divino. Da lungo tempo ormai s’è diffusa, non solo tra noi, ma anche fra gli altri popoli, l’opinione, esiziale per la repubblica e per voi rischiosa che, con l’attuale sistema giudiziario, un uomo ricco può, per quanto colpevole, sottrarsi alla giustizia. Ora appunto, in un momento così delicato per la vostra classe e per il potere giudiziario, mentre v’è gente pronta a tentare, con pubblici dibattimenti e proposte di legge, di suscitare quest’odio contro il senato, si presenta dinanzi a voi come imputato xxxx, uomo già condannato dalla pubblica opinione per la sua vita di misfatti, ma che, stando alle sue speranze e affermazioni, è stato, grazie ai suoi ingenti mezzi finanziari, già assolto. Io ho abbracciato questa causa, o giudici, col pieno assenso e la viva aspettazione del popolo romano, non per accrescere l’ostilità verso il vostro ordine, ma per porre un argine al generale discredito. Ho portato dinanzi a voi un uomo, che vi offre la possibilità di ridare alla giustizia la perduta stima, di riconciliarvi col popolo romano, di dare soddisfazione ai popoli stranieri; un uomo che è stato il grassatore del pubblico erario, (…) predone della giustizia da lui amministrata come pretore urbano, peste e rovina della provincia siciliana. Se voi lo giudicherete con rigore e secondo coscienza, resterà saldo quel prestigio che è vostro compito preservare; se invece le sue ingenti ricchezze riusciranno a spuntarla sul rispetto della legge e sulla verità, raggiungerò almeno lo scopo di provare che ai giudici non è mancato un accusato, né a questo un accusatore, ma è mancato piuttosto alla repubblica il suo tribunale.”

Estratto da http://www.cercaversioni.com/index.php?title=Verrinae,_Libro_1,_Par._1

Non è l’editoriale di qualche foglio sovversivo ed anti-governativo… il testo è tratto dalle orazioni che un giovane avvocato, nel ruolo di pubblico accusatore, Marco Tullio Cicerone, pronunciò in tribunale contro un potente che si credeva intoccabile: Gaio Licinio Verre, governatore (propretore) della Sicilia. Accusato di corruzione, concussione, malversazioni varie, abuso di potere ed appropriazioni indebite, Verre cerca in ogni modo di sottrarsi al processo, ostacolando le indagini, rinviando le udienze e chiedendo la rimozione dei giudici… Era il 70 a.C.
È davvero una questione di geni!

 Pare incredibile ma, in un tempo ormai remoto, persino questo Paese ha avuto una sua coscienza critica, un suo cinema d’avanguardia e di denuncia sociale, in grado di produrre opere ai limiti della preveggenza…
Un titolo evocativo su tutti: “Forza Italia!” vero documentario di dissacrazione politica, sui riti castali e sui misteriosi  arcani  del potere democristiano.
Per restare in tema, e salutare a modo nostro il  dilagante  trionfo dell’illegalità per legge, vi proponiamo una selezione appropriata all’occasione, tratta da un  film eccezionale “Signore e Signori, buonanotte”.

Erano gli anni ’70: un periodo difficile eppure prolifico. Con poco, si realizzavano piccoli (grandi!) film con attori eccezionali e registi non ancora fagocitati dal racconto di amori e di corna, di nevrotiche coppie borghesi in crisi matrimoniale-esistenziale. E gli intellettuali veri sconvolgevano l’etica comune e rivoluzionavano la cultura, finché non venivano massacrati in un Idroscalo ad Ostia…
Accadeva in Italia, prima che l’intera penisola sprofondasse sotto una marea montante di merda.

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