Archivio per CIA

Orange is a new Revolution

Posted in Risiko! with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 12 ottobre 2015 by Sendivogius

A Clockwork Orange by EvaHolder

C’era una volta un Presidente che (bontà sua!) credeva davvero le rivoluzioni nascessero su internet e si sviluppassero a colpi di tweet (o negli account di finti blogger dissidenti), per correre libere su verdi praterie di dollari fruscianti e sbocciare un po’ come i fiori, dai quali di volta in volta prendono il nome (tulipani, rose, gelsomini..). Peccato che poi il bouquet floreale sia destinato ad appassire in fretta, per lasciare il posto a ben altro…
clockwork_orange_by_splattedlotusTuttavia, almeno nella fase preliminare, basta scegliersi un colore (di preferenza l’arancione); confezionarsi in casa i movimenti, meglio se assemblati in serie presso la Pickle Factory di Langley; esportare il prodotto in un accattivante Strategia del colpo di statoinvolucro di velluto e allegare il Manuale universale di istruzioni pronto uso. Creati i “rivoluzionari digitali” da esportazione in franchising, una volta sul posto il lavoro viene generalmente appaltato in conto terzi specializzati nel settore.
Et voilà! Le coup d’etat c’est servi. Rapido, possibilmente indolore, sostanzialmente pulito.
yulia tymoshenkoCerto, non sempre tutte le ciambelle riescono col buco. E spesso bisogna accontentarsi di quello che offre il mercato locale, per assemblare produzioni non del tutto riuscite con pezzi scadenti…
Nazisti ucraini del Battaglione Azov

Nazisti liberati dell’Ucraina democratica

Ma in fondo i demiurghi non ci si sono mai preoccupati troppo della natura del referente finale, fintanto questi si è rivelato uno zelante esecutore delle loro direttive…
Il Cile di Pinochet

Cile 1973. Insediamento dell’amico Pinochet

Altre volte invece il risultato va persino contro le peggiori aspettative, per esiti catastrofici.
Ribelle moderato nella Siria liberata

Ribelle moderato nella Siria liberata

Succede; specialmente quando si gioca agli apprendisti stregoni con le rivoluzioni a primavera.
Soldati cileniPer fortuna, a presentare la mercanzia sotto la luce migliore, provvederanno i riflettori dei media reclutati per l’occasione, con servizi ritagliati su misura del travestimento, tramite la fabbricazione del consenso. Meglio se si tratta di “fondazioni no-profit” e ONG “indipendenti”, nell’illusione di non dare troppo nell’occhio se non fosse per l’indirizzo di riferimento: la USAID, il National Endowment for Democracy, l’International Republican Institute, il National Democratic Institute for International Affairs… Perché a ben vedere tutte le rivoluzioni (e massimamente l’iride colorata di quelle vellutate) portano a Washington…
Gli sponsor di vellutoDel mazzo fa parte anche la Freedom House, in Italia particolarmente nota per le pagelline sulla libertà di stampa che vengono fatte rimbalzare con furiosissimo sdegno dai vari giornalini anti-casta, trasmissioni-denuncia, e siti di “controinformazione alternativa”, senza che nessuno si interroghi mai su chi stila certe (improbabili) classifiche.

«Freedom House, la cui fondazione risale agli inizi degli Anni ’40, ha avuto collegamenti con la “World Anticommunist League”, Resistance International, con organismi del governo degli Stati Uniti come “Radio free Europe” e la CIA, ed ha a lungo servito come braccio di propaganda virtuale del governo e dell’ala destra internazionale…….
[Negli Anni ‘80] Ha speso notevoli risorse per criticare i media per l’insufficiente sostegno alla politica estera degli Stati Uniti e per le critiche troppo dure ai loro stati clienti. In questo ambito, la sua pubblicazione più significativa è stata “Big Story” di Peter Braestrup, in cui si sostiene che la presentazione negativa che i media hanno dato dell’offensiva del Tet ha contribuito a far perdere agli USA la guerra in Vietnam. L’opera è una parodia dell’opera di studio, ma la sua premessa è molto più interessante: che i mass media non solo devono sostenere ogni avventura del governo nazionale all’estero, ma devono farlo con entusiasmo giacché tali imprese sono nobili a prescindere

Edward S. Herman & Noam Chomsky
La Fabbrica del Consenso
(1988)

Nell’ambito della moderna Teoria dei Giochi, le rivoluzioni colorate, ed i loro cloni mediorientali pessimamente abortiti, costituiscono il miglior modo per rompere a gratis i coglioni alla Russia, col minimo dispendio di risorse applicato ad un’economia di forze nel perseguimento della strategia del massimo. E in tal modo ricordare chi è chi comanda agli altri bulli del cortile, con un occhio attento al resto del mondo; più come training autogeno per convinzione indotta su ruolo presunto, che per condizione effettiva alla riprova dei fatti.
clockwork-orangeA suo modo, nella variante odierna, l’intrapresa costituisce la via mercatista al trozkismo, inteso come espansione Tecnica del colpo di statorivoluzionaria permanente. Soprattutto, è un modo perfetto per proseguire la guerra (fredda) con altri mezzi, continuando l’opera di accerchiamento del vecchio nemico ex sovietico ed erodere dall’interno quelle che da sempre vengono considerate le sue storiche sfere di influenza, pensando che la cosa non abbia conseguenze, salvo poi strepitare contro la brutalità dell’orso russo, quando questi reagisce stuzzicato nella sua stessa tana.
Mao Mao Tse Tung, che sull’argomento ne sapeva qualcosa, sosteneva che le rivoluzioni non fossero affatto un pranzo di gala (meglio se tenuto tra gli attaché militari in qualche ambasciata), né un’opera letteraria (da seguire a puntate su qualche reportage di propaganda), non un disegno o un ricamo (di chirurgica esecuzione), e nemmeno una cosa elegante da fare con dolcezza e cortesia, ma come al contrario fossero sempre un atto di violenza.
E quindi dovrebbero sempre essere maneggiate con una certa cautela.

Homepage

La Fine delle Libertà

Posted in Masters of Universe, Ossessioni Securitarie with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 25 ottobre 2013 by Sendivogius

YES WE SCAN

L’illusione unipolare, che ad un certo punto della storia recente cominciò a solleticare le menti di quello che già il presidente e generale Dwight Eisenhower chiamava complesso militare-industriale, ha costituito l’archetipo ideologico di ciò che nelle pretese dei suoi visionari ostensori avrebbe dovuto essere il Secolo Americano.
Per lungo tempo, è stata l’ossessione dei neocon statunitensi destinata a infrangersi nella fallimentare esperienza delle guerre bushiane con tutte le loro nefaste ripercussioni.
La ‘scoperta’ di un gigantesco network di intercettazioni illegali, trafugamento informazioni, e spionaggio politico-industriale, messo in piedi dalla NSA ai danni dei maggiori partner e “alleati” con la scusa della lotta globale al terrorismo, il cosiddetto scandalo Datagate, è soltanto l’ennesimo strascico velenoso di una visione imperiale che, nonostante gli strepiti dei governi europei, rimarrà ovviamente senza conseguenze, al di là delle manfrine concilianti di O’Banana.
Prova ne è l’imbarazzato silenzio e la pusillanime ipocrisia con la quale fu velocemente liquidata la denuncia di Edward Snowden, l’ex analista della CIA braccato come un animale in fuga e costretto all’esilio (come Julian Assange prima di lui) dopo aver svelato con largo anticipo il vergognoso segreto di Pulcinella, per troppo amore della Libertà.
edward-snowden-interviewIl caso del soldato Bradley Manning, seppellito vivo in una prigione militare dopo un processo farsa, per aver rivelato al mondo i crimini di guerra perpetrati dallo USArmy, è deterrente alquanto evocativo su come la “patria della democrazia” affronti il dissenso interno e la tutela dei diritti umani.
Bradley Manning prima e dopo la detenzioneOltre un decennio prima, il provocatorio Gore Vidal, con la carica caustica che contraddistingueva la sua penna al curaro, fu tra i primi a parlare di fine delle libertà, criticando lo stravolgimento progressivo dei fondamenti costituzionali, sempre più disattesi in nome del moloch cannibale della “sicurezza nazionale”. Vidal punta il dito contro la scusa di comodo, dietro la quale si cela l’involuzione della democrazia USA verso forme sempre più autoritarie e paranoiche, individuando l’origine giuridica della piaga:

La fine della liberà «Lo spaventoso danno fisico che Osama bin Laden e compagnia ci hanno provocato, durante il Martedì del Terrore, non è nulla rispetto al doppio colpo da KO inflitto alle nostre libertà in via d’estinzione: l’Anti-Terrorism Act del 1991 e la recente richiesta al Congresso di poteri speciali supplementari. Per esempio, quello di eseguire intercettazioni telefoniche senza mandato giudiziario, oppure quello di deportare residenti legittimi e permanenti…. senza rispettare le procedure di legge e così via.
[…] In conclusione, il danno fisico che Osama ed i suoi amici possono infliggerci – per terribile che sia stato fino ad oggi – è niente in confronto a ciò che stanno facendo alle nostre libertà. Una volta alienato, un “diritto inalienabile” può essere perso per sempre, nel qual caso non saremmo più, neanche lontanamente, l’ultima e migliore speranza della terra ma solo uno squallido stato imperiale in cui i cittadini vengono tenuti a bada dalle squadre SWAT e il cui stile di morte, non di vita, viene imitato da tutti.
Dal V-J del 1945 (la Victory on Japan e fine della seconda guerra mondiale) siamo stati impegnati in quella che Charles A. Beard ha definito una “guerra perpetua per la pace perpetua”. Occasionalmente, ho fatto riferimento al nostro club “Il Nemico del mese”: ogni mese c’è un nuovo orribile nemico da attaccare prima che ci distrugga. […] In queste svariate centinaia di guerre contro il comunismo, il terrorismo, il narcotraffico, e a volte contro niente di speciale, siamo sempre stati noi a sferrare il primo colpo

 Gore Vidal
 La fine della libertà.
 Verso un nuovo totalitarismo?
 Fazi Editore (Roma, 2001)

Esaurita la finta indignazione di circostanza, sul “Datagate” calerà un provvidenziale oblio. Non ci saranno ripercussioni sulla prossima stipula del Trattato di libero scambio tra USA ed UE, ovvero la versione aggiornata su variante europea del famigerato NAFTA:

«Il NAFTA stabilisce l’immediata eliminazione dei dazi doganali su metà dei prodotti statunitensi diretti verso Messico e Canada, più la graduale eliminazione di altri diritti doganali durante un successivo periodo di quindici anni.
Il NAFTA prevede inoltre l’abolizione delle restrizioni su molte categorie di prodotti, inclusi motoveicoli, componenti auto, computer e componentistica hi-tech, forniture tessili, agricoltura. Pur proteggendo (per brevissimo tempo) brevetti, diritti di autore e marchi di fabbrica, il NAFTA cancella anche qualsiasi restrizione ai flussi di investimenti tra i tre paesi del continente nord-americano. Il NAFTA diventa quindi un’ulteriore spinta verso una DEREGULATION SELVAGGIA.
[…] Il trend cominciato con il NAFTA è destinato ad allargarsi, espandersi, dilatarsi ben oltre il NAFTA. È destinato a diventare un mega-trend, ciò che oggi chiamiamo GLOBALIZZAZIONE.
Cardine della globalizzazione resta lo outsourcing, appalto esterno, realizzato in prima istanza (produzione) nelle maquiladoras, in istanze successive (logistica) anche per i servizi. A che scopo stipendiare e assicurare un operaio di catena di montaggio a Joliet, Illinois, USA, oppure una centralinista telefonica a Porto di Potenza Picena, Marche, itaGLia, quando – per un decimo, un ventesimo di quei costi – si possono ottenere gli stessi servizi da un ragazzino di quattordici anni di Guadalajara, Mexico, o da una ragazzetta di diciassette anni di Shanghai, Cina?
The Golan Maquiladoras e outsourcing sono lo tsunami dei marchi Made-in-China, Made-in-Malaysia, Made-in-Vietnam, Made-in-Pakistan, Made-in-Wherever. E sono al tempo stesso la pietra tombale di quel marchio di cui tutti andavano tanto orgogliosi: Made-in-the-USA.
Con Schengen e il NAFTA prima, con la globalizzazione poi, l’antico sogno imperial-coloniale di Adam Smith torna così a realizzarsi appieno: materie prime e manodopera a costo quasi zero, niente assicurazioni, niente pensioni, possibilità di licenziare in qualsiasi momento, nessun ostacolo a chiudere bottega dal giorno alla notte, meno di nessun ostacolo per ricominciare daccapo in qualsiasi altra fetida, disperata cloaca del sud del mondo. Alla peggio, bisognerà mettere sul libro paga qualche dittatore-tagliagola in più e riempire di carcasse di morti di fame qualche fossa comune in più

 Alan D. Altieri
AmeriKa dämmerung?
(01/05/08)

Roman_Legion_Carpe_DiemC’è un procedente storico a questa inclinazione sempre più neo-imperiale della politica USA: la Respublica romana e l’istituzione degli stati clientes.
In questo, la piaggeria compiacente del Governo Letta e le minimizzazioni oltre i limiti della sudditanza di Emma Bonino, ministro degli esteri, che a scandalo ancora in corso esclude ogni intercettazione e abuso ai danni delle Istituzioni italiane, rivela l’irrilevanza di un intero Paese. L’esecutivo si prepara ad archiviare frettolosamente l’intera faccenda, non perdendo l’occasione per prodigarsi in atti formali di sottomissione, come si conviene al governo fantoccio di una provincia marginale di un impero in disfacimento.

Homepage

UNITED BOMBER

Posted in Masters of Universe, Risiko! with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 6 settembre 2013 by Sendivogius

Hellblazer - Pandemonium

Qualcuno di voi si ricorda del sig. Iyad Allawi?
Fondatore della Intesa Nazionale Irachena, sedicente capo dell’opposizione democratica in esilio, è stato l’inutile idiota pescato dalla CIA e sponsorizzato dal Dipartimento di Stato statunitense, per rappresentare quella solida democrazia che è l’Iraq pacificato dal dopo-invasione.
Peraltro si trattava di un uomo di paglia di seconda scelta, giacché inizialmente tutte le preferenze erano state accordate a tale Ahmed Chalabi ed al suo fantomatico Congresso Nazionale Iracheno (INC), la cui influenza e radicamento nella realtà irachena era tale quanto un pinguino può essere rappresentativo della fauna sub-sahariana.
Ahmed Chalabi Accreditatissimo presso l’amministrazione Bush, viene presentato come un eroe della democrazia (secondo il modello petrolifero-coloniale dei neocon) e definito contro ogni sprezzo del ridicolo il “George Washington dell’Iraq”, aggiungendo la farsa alla tragedia. Chalabi è in realtà un noto bancarottiere, truffatore internazionale, nonché mitomane conclamato, doppiogiochista e sospetto spione al soldo degli ayatollah iraniani, senza alcun seguito politico o legame con l’opposizione anti-saddamita in Iraq. Al contempo, l’INC è una protuberanza personale del furbo avventuriero levantino, che la usa per rastrellare (e mettersi in tasca) le decine di milioni di dollari destinati alla ricostruzione nel dopoguerra iracheno. Verrà subito nominato Ministro del Petrolio dai “Liberatori”, nel nuovo Iraq trasformato in colonia da estrazione.
IraqiFreedom-XD’altronde, Ahmed Chalabi è stato anche colui che ha prodotto le prove ‘inoppugnabili’ sui legami del regime laico ed ultra-nazionalista dei baathisti di Bagdhad con gli integralisti transnazionali di Al-Quaeda. Più facile che un cobra e una mangusta convivano insieme nella stessa tana. Altresì, sempre Chalabi è la fonte ‘incontrovertibile’ che a suo tempo fornì le Colin Powellcartucce esplosive alla famosa “smoking gun”, creando la strampalata favoletta sui laboratori mobili per la produzione delle “armi di distruzione di massa”, montati dagli iracheni su tir in movimento, ed esposta al Consiglio di sicurezza dell’ONU con dovizia di particolari (05/02/93) da un Colin Powell senza alcuna ombra di imbarazzo.
Adesso, con dieci anni di distanza e di guerre infinite che dallo scacchiere mediorientale si trascinano senza soluzione di causa tra gli altipiani dell’Afghanistan e le valli dello Swat pakistano, la nuova amministrazione USA si prepara a trascinare nell’ennesimo conflitto una nazione che, con ogni evidenza, non riesce proprio a stare lontano dalla guerra.
Obiettivo di turno è la Siria dello stralunato Bashar al-Assad, nella convinzione che per alleviare le sofferenze della popolazione civile non ci sia niente di meglio che innaffiarla con una pioggia di bombe.
if you don't come to democracySe le motivazioni e le manovre che nel 2003 portarono alla seconda Guerra del Golfo furono oggetto di critiche serrate, l’operazione condotta all’epoca dall’amministrazione Bush rischia di apparire addirittura un capolavoro politico e diplomatico, a paragone della raffazzonatissima strategia messa frettolosamente in piedi da O’Banana e dai bravi ragazzi del suo groupthink, dopo i conclamati successi in Libia ed Egitto.
Il mio amico GheddafiIl contestatissimo Bush jr, in flagrante violazione delle disposizioni ONU, riuscì comunque a mettere insieme una “coalizione di volenterosi” con una cinquantina di paesi compiacenti.
O'BananaIl presidente “Hope & Change”, premio Nobel alle intenzioni per la pace, e attuale commander in chief della nazione più guerrafondaia del pianeta si accinge ad attaccare la Siria, ovviamente senza mandato ONU, con l’apporto delle due principali ex potenze coloniali della regione: una recalcitrante Gran Bretagna e la fanfaronesca Francia del ‘socialista’ Hollande.
Inoltre, l’intervento militare è fortissimamente caldeggiato da noti baluardi democratici, oltremodo famosi per la difesa dei diritti umani, come quel campione della laicità e della libertà religiosa che è l’Arabia Saudita. All’atto pratico, i diretti beneficiari dell’attacco saranno i simpatici tagliagole barbuti delle formazioni salafite: gli affidabili “ribelli” che combattono per l’instaurazione della sharia e si dedicano alla caccia delle minoranze (a partire dai cristiani) in tutti i territori ‘liberati’, che finora ci hanno deliziato col solito corollario di decapitazioni, mutilazione dei prigionieri, e (davvero ci mancavano!) atti di cannibalismo immortalati nei loro filmini amatoriali orgogliosamente caricati su internet.
L’America dei neocon, traumatizzata dagli attentati del 9/11, pensò comunque di dover fornire le “prove” a legittimazione del proprio intervento armato, spendendosi nella pantomima dei mobile production facilities for WMD all’ONU.
O’Banana ed il suo staff invece si guardano bene dal presentare, e tanto meno dall’esporre pubblicamente, le indiscutibili informazioni sull’uso indiscriminato di armi chimiche da parte del famigerato regime siriano. In tal modo non si corre il rischio di venire smentiti, o di fare incresciose figure come quella fatta all’epoca dallo zelante Colin Powell.
Nel 2013 come nel 2003, il referente naturale dell’amministrazione USA è un evanescente “Consiglio” dell’opposizione in esilio, di cui non si sa assolutamente nulla e di cui si ignorano totalmente gli interlocutori e le reali influenze.
democracy coming soonSarà meglio invece sorvolare sulle ipocrite giustificazioni all’ennesima “guerra umanitaria”. La motivazione ufficiale con la quale O’Banana sta cercando di ammansire un’opinione pubblica sempre più scettica, in soldoni, è: “in Siria è stata violata la linea rossa con l’uso delle armi chimiche”. A dire il vero, finora l’uso conclamato dei gas asfissianti è stato attribuito con una certa soglia di sicurezza ai sedicenti “ribelli”, che in Afghanistan ed in Iraq vengono chiamati “terroristi” ma che in Siria tornano utili come i talebani nella guerra contro i sovietici. La cosiddetta “linea rossa” era già stata violata a maggio, senza che l’amministrazione USA si sia impensierita troppo: non era il sanguinario regime di Assad ad aver premuto il bottone e dunque tanto valeva fare finta di nulla. Del resto, era già avvenuto nel 2009, quando Tsahal non si faceva certo remore ad usare il fosforo bianco su Gaza (la città più densamente affollata al mondo); tra gli obiettivi, la scuola dove aveva sede l’agenzia ONU per i rifugiati ed il principale ospedale della città. All’epoca gli USA intervennero eccome, con assoluta prontezza, per mettere il veto ad ogni risoluzione di condanna per i crimini di guerra perpetrati dal comando militare israeliano.
D’altra parte, armi chimiche sono state utilizzate dallo USArmy durante la cosiddetta battaglia di Falluja. Proiettili all’uranio impoverito (il miglior modo per liberarsi delle scorie radioattive) sono stati sparacchiati senza riserva un po’ ovunque: dalla Bosnia al Kosovo, e per tutto l’Iraq.
Su quali presupposti etici, il Paese che detiene il più grande arsenale di armi chimiche e batteriologiche del pianeta; l’unico che abbia mai usato la bomba atomica, nuclearizzando un paio di città; lo stesso che ha scaricato tonnellate di Napalm sui villaggi vietnamiti, inondando le campagne con il famigerato Agente Orange… si permetta di ergersi a giudice morale è cosa ben curiosa. In quanto a crimini di guerra, la più grande democrazia del mondo li ha perpetrati praticamente tutti, nella più assoluta impunità.
VietnamI tentennamenti di Obama, che si è infilato da solo in un cul-de-sac coi controfiocchi, sono stati sprezzantemente liquidati da un certo Bill Clinton come “vigliaccheria”. È certo prova di grande coraggio invece lanciare missili dal largo delle coste siriane, in acque internazionali, mentre si sta al sicuro a migliaia di chilometri dal teatro delle operazioni. Mr Clinton è lo stesso presidente (“democratico”) che nel 1998 i missili li lanciò su un deposito di medicinali in Sudan, scambiato per una fabbrica di armi chimiche, a dimostrazione di una politica particolarmente intelligente e coraggiosa.
Attualmente il problema si chiama Iran, divenuto senza colpo ferire una macropotenza regionale, dopo la scomparsa dei suoi principali nemici alle frontiere: l’Iraq di Saddam Hussein ad ovest ed il regime feudale dei talebani in Afghanistan, per provvidenziale intervento USA su entrambe i fronti di guerra. Abbattere il regime degli Assad in Siria, priverebbe Teheran di un prezioso alleato e ne ridimensionerebbe l’influenza nella regione, rassicurando i falchi della destra israeliana.
Insomma, parlare a nuora (Siria) affinché suocera (Iran) intenda . In fondo è da oltre un decennio che al Pentagono si studia una possibile guerra con gli eredi di Serse… Oramai non se ne fa mistero neppure nell’industria dell’intrattenimento: da film come “300” a videogame come “Battlefield”.
Battlefield 3La scomparsa di uno dei pochi stati laici del Medio Oriente, con la creazione dell’ennesima ierocrazia di ispirazione wahabita, dove scorrazzano indisturbati gruppi di jihadisti armati fino ai denti che premono contro il fragilissimo Libano, e si incuneano nel bel mezzo di Stati amici come la Giordania ed Israele, con l’Egitto ridotto ad una polveriera pronta ad esplodere, denota invece una lungimiranza fuori dal comune. Straordinaria se si pensa che per ottenere l’eccezionale risultato, si vanno a pestare i piedi pure a superpotenze come la Russia e la Cina, irrompendo a suon di bombe in un paese da sempre sotto la loro influenza geopolitica.
Ma oramai Mr President mica può perdere la faccia. E dunque comincino i fuochi d’artificio!

Homepage

WAR GAMES (Part 2) – I falchi di Bush

Posted in Risiko! with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 14 ottobre 2008 by Sendivogius

 

  I FALCHI DI BUSH

 

 “PNAC:

   Who is who

 

Lungi dall’essere un “normale” gruppo di pressione tra i tanti, il PNAC non si limita ad annoverare tra i suoi ranghi solo tecnocrati dell’amministrazione dipartimentale o del comparto militare. Al contrario, si pone come interlocutore privilegiato dell’Amministrazione di George W. Bush. Al PNAC hanno aderito, tra gli altri, personaggi di primo piano dello staff presidenziale, con importanti incarichi pubblici. Sarà il caso di fare qualche nome, sul quale vale la pena di soffermarsi: D. Cheney; D. Rumsfeld; J. Bush; W. Kristol; la famiglia Kagan al completo; R.Perle; R.Armitage; E.Abrams;  P. Wolfowitz ed il suo sodale L. Libby;

È quasi imbarazzante abbozzare qui, in poche righe, una biografia di Dick Cheney (vicepresidente USA nell’era Bush): è difficile trovare qualcuno che si sia prodigato con tanto accanimento contro il genere umano. Originario del Wyoming, in politica da ben 6 legislature, Cheney è un mastodonte del conservatorismo a stelle e strisce: fervente anti-abortista, ha votato contro ogni finanziamento a tale pratica anche in caso di incesto o stupro. Cheney si è espresso anche contro il sostegno alla pubblica istruzione; contro le politiche di assistenza sanitaria; contro l’assistenza federale agli indigenti e persino contro la liberazione di Nelson Mandela, quando questi era detenuto in Sudafrica. Imboscato durante la guerra del Vietnam, l’elan guerriero di Cheney è però incontenibile quando a combattere ci manda gli altri: dalla guerra di Panama all’invasione dell’Iraq. Amministratore delegato del colosso petrolifero Halliburton, continua a fare affari nell’Iraq “liberato”, così come quando c’era Saddam (pecunia non olet).

Donald Rumsfeld, attuale segretario al Dipartimento della Difesa, ha svolto importanti incarichi nell’Amministrazione Nixon e in quella Ford. Si è opposto ad ogni trattato di disarmo, di controllo degli armamenti e riduzione dei missili balistici a testata nucleare (degli USA, s’intende!). È un guerrafondaio convinto e nel tempo libero si dedica all’amministrazione di numerose società multinazionali. Dopo la sconfitta elettorale dei repubblicani alle elezioni del novembre 2006. Rumsfeld è stato sacrificato come capro espiatorio per la disastrosa conduzione della guerra in Iraq e costretto alle dimissioni.

Paul Dundes Wolfowitz è un altro falco repubblicano, esperto in strategia militare e pianificazione economica, è stato il vice di Rumsfeld alla Difesa.

Wolfowitz, uno studioso, è il teorico che predica la fede nella superiorità etica e nel destino imperiale dell’America, da lui considerata l’erede dell’antica Roma”.

  (Ennio Caretto, I 4 falchi della Casa Bianca, in Sette, settimanale del Corriere della Sera, 10 ottobre 2002, pp.112-115).

È noto inoltre per le sue posizioni intransigenti e per l’incondizionato sostegno ad Israele, dove risiede parte della sua famiglia. A Wolfowitz si deve la postulazione di “quadri di strategia regionale” con particolare attenzione al Sud-Est Asiatico (dal 1986-1989 è stato ambasciatore in Indonesia) ed al Medio Oriente. Nel 2005 giunge ai vertici della Banca Mondiale.

Nel mondo islamico il nome di Wolfowitz riassume tutto ciò che è andato storto nella politica americana in Medio Oriente da almeno trent’anni. Allevato alla scuola intellettuale dei filosofi Leo Strauss ed Allan Bloom, membro di quel gruppo di ex radicali di sinistra “pentiti” durante gli anni della guerra fredda, Wolfowitz comincia a occuparsi del mondo arabo quando è ancora membro del partito democratico.

Nel 1977 lavorando al Pentagono sotto l’Amministrazione Carter si fa notare per un grintoso studio su “Radicalismo arabo e atteggiamenti anti-occidentali”, e per la sua precoce ossessione sull’Iraq.

Nel 1980 passa in area repubblicana, al Dipartimento di Stato arruola alcuni dei più radicali neocon, da Francis Fukuyama a Lewis Libby, e scavalca a destra il presidente Ronald Reagan contestando ogni tentativo di dialogo con l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina. Negli anni Novanta è uno dei fondatori del Project for the New American Century, il think tank che elabora piani di politica estera per Dick Cheney e Donald Rumsfeld. Come sottosegretario alla Difesa nell’Amministrazione Bush, anima una “intelligence parallela” al servizio esclusivo del vicepresidente Cheney, l’Office of Special Plans (Osp), decisivo per costruire il teorema delle armi di distruzione di massa e preparare la guerra in Iraq. Anche nel suo nuovo mestiere alla World Bank, l’eminenza grigia di “Enduring Freedom” continua a eccitare le controversie. La Banca Mondiale, creata nel 1944 con gli accordi di Bretton Woods, per statuto deve offrire ai paesi del Terzo mondo “finanziamenti e assistenza per promuovere lo sviluppo ed eliminare la povertà”. Non sempre è all’altezza della sua missione. Uno degli effetti perversi delle sue politiche: per pagare gli interessi sui prestiti ricevuti dalla World Bank i paesi più poveri del pianeta trasferiscono ogni anno 1,7 miliardi di dollari ai paesi ricchi. Un Robin Hood alla rovescia. Sotto la gestione del suo predecessore, il banchiere-umanista James Wolfensohn, la World Bank cercò di reagire alle critiche e di incarnare una via progressista allo sviluppo, includendo nei suoi progetti l’impatto ambientale, lo studio delle diseguaglianze sociale, della condizione femminile, distanziandosi dal “gemello” neoliberista, il Fondo monetario internazionale. L’arrivo di Wolfowitz ai comandi della Banca Mondiale è stato interpretato come un golpe della destra americana per riprendere il controllo di un’istituzione che condiziona un centinaio di paesi del Terzo mondo. Dal suo insediamento il nuovo presidente si è distinto per una raffica di nomine di amici neocon ai piani alti della banca. In omaggio all’avversione di Bush per le istituzioni multilaterali, Wolfowitz ha anche annunciato spietati tagli al budget dell’istituzione.

  (La Repubblica, 30/01/2007)

Nel 2007, è stato costretto alle dimissioni per aver favorito la carriera della sua amante: la signora Shaha Riza, dirigente della stessa Banca Mondiale

Lewis Libby è stato capo dello staff di Cheney. Nell’ottobre 2005 è stato costretto alla dimissioni a seguito dello scandalo CIA-gate. Avvocato ed allievo prediletto di Wolfowitz, grazie all’appoggio del suo mentore ha occupato posti di responsabilità presso il Dipartimento di Stato ed al Pentagono, durante la presidenza Reagan e Bush. Come Wolfowitz, intrattiene stretti rapporti con il Likud israeliano, opponendosi strenuamente ad ogni concessione territoriale e politica nei confronti dei palestinesi.

Jeb Bush è il fratello dell’attuale presidente degli Stati Uniti. Al tempo della contestata elezione presidenziale del 2001, Jeb era governatore della Florida ed è superfluo ricordare quanto lo sfoglio “taroccato” dei voti di questo Stato del Sud sia stato fondamentale per l’elezione di G.W. Bush. 

William Kristol è il direttore del PNAC e figlio del più noto Irving Kristol, intellettuale di spicco dell’Enterprise Institute, professore, editorialista ed editore.

Discendente da una famiglia di ebrei ultraortodossi di Brooklyn, Irving Kristol si distacca dalle tradizioni di famiglia distinguendosi in gioventù per le sue accese posizioni trozkiste, salvo approdare su lidi sempre più conservatori fino a diventare uno dei più importanti ideologi del pensiero Neo-Con.

Richard Perle ha un soprannome evocativo: “Il Principe delle Tenebre”. Insieme a Wolfowitz, è stato il principale architetto delle strategie politiche di Bush a sostegno dell’unilateralismo interventista e della guerra preventiva. Perle è la classica eminenza grigia, abituata ad agire in incognito, senza cariche ufficiali, ma con libero accesso nelle stanze del potere. È stato presidente del Defense Policy Board: (un organo consultivo in termini di difesa e armamenti presso il Pentagono), carica dalla quale si è dovuto dimettere per “conflitto d’interessi” (si vede che non vive in Italia!). Il nostro eroe aveva pensato bene di dirottare le commesse militari verso aziende amiche delle quali deteneva forti pacchetti azionari. Anche Perle, sul piano intellettuale fa riferimento all’American Enterprise Institute.

Attualmente, “Perle sembra in declino, ma c’è tempo: la merda resta a galla per questioni non di volume, quanto di peso specifico. Va detto poi che bisogna fare molta attenzione ad attaccare Perle: si rischia l’accusa di antisemitismo, come sottolinea Eric Alterman, columnist di The Nation. Alterman sottolinea i rapporti stretti che intercorrono tra Richard Perle e la destra israeliana”.

(http://www.kelebekler.com/caimani/05.htm).

Richard Lee Armitage (vice-segretario di Stato dal 2001 al 2005) faccia simpatica e profilo inquietante. Sul personaggio è abbastanza esplicativo un intervento pubblicato in Carmilla:

Richard è una leggenda vivente. Faceva parte del gruppo che guidò l’Operazione Phoenix in Vietnam, un programma di “counter insurgency”, ideato da Ted Shakcley, “il fantasma biondo”, che “liquidò” una cifra compresa fra i 20.000 e i 40.000 civili vietnamiti, sospetti viet-cong.
Richard fu accusato di gestire il traffico di eroina dal “triangolo d’oro” attraverso una rete che andava dagli “hmong” ai “signori della guerra” vietnamiti e cambogiani, fino a Santo Traficante, mafioso americano. Richard se la cavò.

Richard fu sfiorato anche dall’Iran-Contras Affair. La fece franca, fino a diventare il consigliere dei militari pakistani nella guerra contro l’URSS in Afghanistan.

Richard riforniva di armi Bin Laden, attraverso l’I.S.I., il servizio segreto pakistano. Fu decorato per questo. Sia prima che dopo l’11 settembre incontrò in più occasioni il Generale Mahmoud Ahmad, principale sostenitore di Al Qaeda, poi licenziato da Musharaf, il presidente pakistano. Si sospetta che il generale fosse in contatto con Mohammed Atta, uno dei dirottatori dell’11 settembre.

Diventò Deputy Secretary of State con Colin Powell.

Coinvolto nello scandalo Valerie Plame, nel ruolo di “gola profonda” nella rivelazione ai giornali del nome di una agente “operativa” della C.I.A., ha abbandonato gli incarichi pubblici. E’ diventato un lobbista della L-3 Communications Corporation, una società che si occupa di difesa, sicurezza e, guarda caso, di intelligence”.

(www.carmillaonline.com/archives/2007/01/002102.html)

Elliott Abrams è un avvocato esperto in Affari Esteri. Come molti altri discepoli del pensiero straussiano, è anch’egli di religione ebraica (che sembra assumere una forte valenza identitaria nella successiva evoluzione politica) parte da posizioni di estrema sinistra (tanto da iscriversi alla Lega dei Giovani Socialisti durante in periodo universitario), prima della svolta ultra-conservatrice. Abrams ha ricoperto incarichi importanti nelle amministrazioni repubblicane: assistente speciale del Presidente e Senior Director al Consiglio di Sicurezza Nazionale per il Medio Oriente e gli Affari Nord-africani.

La carriera di Abrams comincia sotta la presidenza Reagan, nel 1980, prima come assistente del Segretario di Stato con delega ai Diritti Umani e successivamente come delegato agli Affari Centro-Americani. Incarichi svolti egregiamente. Abrams passa i successivi due anni a coprire, negare, ridimensionare le atrocità perpetrate dalle spietate dittature sostenute dagli USA (quelli che esportano la libertà) in Nicaragua, El Salvador, Guatemala, Honduras… In El Salvador, l’11 dicembre 1982 il Battaglione Atlacatl, addestrato da “consiglieri militari” statunitensi, trucida circa 900 campesinos nel villaggio di El Mozote, a scopo intimidatorio, in quanto sospetti sovversivi. Abrams mette a frutto la lezione di Strauss sull’Arte della Menzogna come pratica politica; per il nostro esperto in diritti umani la politica reaganiana in Salvador è stata “un’impresa favolosa”. Il resto del tempo lo trascorre foraggiando i Contras in Nicaragua con finanziamenti illeciti (scandalo Iran-Contra), dopo la caduta del  Somoza, il “nostro figlio di puttana” secondo Henry Kissinger. In tempi più recenti (2002) lo troviamo impegnato in Venezuela ad organizzare attentati contro Chavez.

Nel 1997, Abrams pubblica “Faith or Fear”, libro tramite il quale ammonisce gli ebrei americani del pericolo che un’assimilazione con la cultura americana, fortemente secolarizzata, costituisce nella progressiva perdita di identità.

Insieme a Richard Perle, per il Medio Oriente è per il sostegno incondizionato a Israele in favore di una strategia aggressiva e interventista in funzione anti-siriana. Se possibile, ha posizioni ancora più intransigenti di Libby. Naturalmente è stato un entusiasta promotore della guerra in Iraq, propugnatore dell’attacco all’Iran, e sostenitore dell’invasione del Libano nel 2006.

Lo sforzo più notevole di questo interessante “gruppo di lavoro” è la produzione di un rapporto tecnico-militare, conosciuto come “Rebuilding America’s Defences: Strategies, Forces And Resources For A New Century” (“Ricostruire le difese dell’America: strategie, forze e risorse per un nuovo secolo”)…