Archivio per Ceti medi

IL POPOLO DEI QUALUNQUE

Posted in A volte ritornano with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 9 ottobre 2013 by Sendivogius

Il trionfo del populismo

Anno 1944, mentre infuria la seconda guerra mondiale, metà della Penisola italiana è ancora Mussolinisotto il tallone della dittatura nazifascista, e Benito Mussolini è il duce depotenziato di uno stato fantoccio al servizio di Hitler, nell’Italia liberata c’è già chi tuona contro i neonati partiti ed i “professionisti della politica”…
È un fatto che la libertà ritrovata e la restaurazione delle garanzie di diritto sciolgano sempre la favella agli opportunisti ed agli indignati dell’ultima ora che, con ogni evidenza, in ben altri frangenti non avevano avuto proprio nulla da obiettare o di che lamentarsi.
Sul vento mai sopito dell’antipolitica, l’istrione, il narciso egocentrico, trova sempre l’occasione per gonfiare le vele del malcontento popolare e dell’insoddisfazione diffusa, per trasformarle nell’energia propulsiva di movimenti a fortune variabili, con esistenze brevi e volubili come gli umori popolari dai quali attingono il proprio carburante elettorale. Perché come le mammelle avvizzite di una scrofa esamine, nella stragrande maggioranza dei casi, un “sistema” va bene fintanto che può elargire prebende a tutti, nutrendo la sue numerose ed avide cucciolate fino al prosciugamento. Ma si disprezza e si macella quando esaurisce le elargizioni. Allora, nella sua inutilità, diventa “casta” da rinnegare per generale autoassoluzione.
Guglielmo Giannini Nell’Italietta del dopoguerra queste istanze vengono riprese e in certo qual modo fatte proprie da Guglielmo Giannini, personaggio eclettico dalla personalità intraprendente. Di padre partenopeo e madre inglese, Giannini è a suo modo un artista ed un improvvisatore. Impresario, drammaturgo, commediografo, sceneggiatore, regista cinematografico, giornalista, scrittore… sperimenta generi diversi: dalla commedia teatrale, alla canzonetta popolare, passando per il genere poliziesco (proibitissimo sotto il fascismo), ai programmi radiofonici… il tutto reinterpretato in chiave conformista e all’insegna della massima leggerezza nel più totale disimpegno, onde riscuotere i successi di un pubblico di bocca buona e non incorrere in noie con la censura. Al regime fascista, Guglielmo Giannini si allinea per mera convenienza personale, ma con poca o nessuna convinzione ideologica. Cosa che gli permette di lavorare a Radio Tobruk ed ottenere i finanziamenti pubblici del Min.Cul.Pop.
La sua massima aspirazione è che non gli si rompa le scatole. Ne farà un paradigma di vita. Tuttavia, Giannini è destinato a legare il proprio nome ad un groviglio confuso di insofferenze e rivendicazioni astratte, demagogie spicciole e revanchismi protestatari; effimeri ma sempre fortunati, che verranno riassunti in un unico termine: qualunquismo.
L'Uomo QualunqueNell’inverno del ’44 nasce l’Uomo Qualunque (UQ): pubblicazione settimanale di satira, vagamente liberaleggiante, che guarda alla piccola borghesia impiegatizia e bottegara (che del fascismo fu l’ossatura) rimasta senza più riferimenti politici; strizza l’occhio ai nostalgici, pur prendendo formalmente le distanze dal regime, e trova nell’invettiva il suo punto di forza. L’Uomo Qualunque, di cui ovviamente Giannini è direttore e fondatore, è la sua creatura personale, l’altoparlante (oggi qualcuno direbbe “megafono”) col quale farsi interprete dei malumori della folla (la gente) e dei timori della borghesia (attualmente declinata come “ceto medio”), entrambe nobilitate per le loro meschinerie opportunistiche, la miseria morale e la pusillanimità attendista. Requisiti assurti a titolo di merito ed esibiti in trionfo, nell’eterna orgia auto-assolutoria che declina ogni responsabilità.
Comizio di GianniniA tal proposito, le giaculatorie che Giannini urla dalle paginette del suo giornalino seguono uno schema preciso e sono sostanzialmente concentrate contro le tasse e il fisco, lo Stato e la Politica ritratta come una massa informe di ladri e voltagabbana. Gli strumenti preferiti della sua prosa, che non disdegna le campagne diffamatorie e gli attacchi personali ai limiti dell’infamia, sono l’insulto ed il dileggio di questo o quel personaggio pubblico, reo di non incorrere nelle simpatie dello strambo Savonarola. Il suo pezzo forte consiste nella sistematica storpiatura dei nomi dei suoi avversari. Si tratta di una pratica di derivazione squisitamente fascistoide, ma destinata ad avere grande successo in certo giornalismo d’assalto, molto in voga nelle attuali redazioni anti-ka$ta.
Ovviamente, il bersaglio preferito di Giannini sono i “politici”, che chiama UPP (uomini politici professionali) e contro i quali spara nel mucchio senza alcuna distinzione, nella vacuità fumosa di un termine onnicomprensivo.

«Che importa a noi dei vari upp più o meno personalmente probi e tutti egualmente e politicamente parassitari? Ciò che noi chiediamo, noi gente, noi Folla, noi enorme maggioranza della Comunità, noi padroni della Comunità e dello Stato, è che nessuno ci rompa i coglioni

 Guglielmo Giannini
“La folla. Seimila anni di lotta contro la tirannide”
 Editrice Faro
Roma, 1945.

U.Q. Il 27/12/1944 il direttore firma l’editoriale di apertura dove illustra le sue soluzioni e, senza falsi pudori, reclama un posto di governo per “un buon ragioniere”, sotto un titolo eloquente: IO.

«Questo giornale non è organo di nessun partito. Le vere forze politiche italiane non si sono ancora rivelate, come non si sono ancora rivelate le ben più importanti e decisive forze politiche europee. Non esistono partiti, ma programmi, ed anche abbozzi di programmi sui quali uomini volenterosi operano per formare dei partiti. Quei programmi son tutti affascinanti; le idee dalle quali nascono son tutte indubbiamente nobili; i propositi in cui si affermano e si concretano appariscono tutti indistintamente degni di lode. Libertà, giustizia, prosperità, sono generosamente promesse da tutti; e in teoria, non c’è che l’imbarazzo della scelta del più virtuoso fra tanti partiti tutti egualmente perfetti. In pratica assistiamo all’ignobile spettacolo di arrivismo spudorato, al brulicare d’una verminaia d’ambizioni, ad una rissa feroce per conquistare i posti di comando dai quali poter fare il proprio comodo ed i propri affari. Questa rissa, cui “L’Uomo Qualunque” non partecipa, si svolge tra gli uomini politici professionali che vivono di politica, che non sanno far altro che politica, e che per ragioni di pentola, hanno trasformato la politica in mestiere. Gli uomini politici professionali costituiscono un gruppetto d’una scarsa decina di migliaia di persone che tengono a soqquadro l’Italia litigando intorno a cinquecento posti di deputato, quasi altrettanti di senatore, circa mille altri cadreghini e canonicati diversi, che vanno da quello di primo ministro a quello di sindaco di centro importante, dell’incarico di ambasciatore alla sinecura di commissario più o meno straordinario

Giannini lusinga il suo orrido italiano medio, antropologicamente prevalente come i cretini che rappresenta, tramite una costante distorsione dei fatti e della realtà, giocando su un’ambiguità di fondo, che a tratti si fa ignobile quando parla della resistenza contro la dittatura fascista ed i valori del nascente Stato democratico.

«A causa della guerra fra questi diecimila uomini l’Italia non ha pace: perché alcuni di quei professionisti della politica potessero diventar ministri o altro, milioni d’italiani sono morti: ed altri moltissimi dovrebbero ancora morire perché un altro paio di dozzine di politicanti ottenga onori e prebende. La sproporzione è troppo forte. Da una parte 45 milioni di esseri umani, dall’altra 10000 vociatori, scrivitori, sfruttatori, Italiani inconsapevolmente rinuniti per salutare il duceiettatori. L’enorme massa dei primi non deve più soffrire per colpa ed a causa della infima minoranza dei secondi. […] Il fascismo, che ci ha oppressi per ventidue anni, era una minoranza. Lo abbiamo combattuto con la resistenza passiva e lo abbiamo logorato, tanto che è andato in frantumi al primo colpo serio che gli anglo-americani gli hanno vibrato. L’antifascismo e il fuoriuscitismo hanno fatto enormemente meno. Salvo la modesta aliquota di illusi e di sinceri che non manca mai in nessun movimento politico – non è mancata e non manca nemmeno al fascismo per cui c’è ancora qualcuno che combatte e si fa fucilare – antifascisti e fuoriusciti erano e sono costituiti da “uomini Assassinio dei fratelli Rossellipolitici professionali” avversari e nemici degli “uomini politici professionali” che costituivano il fascismo. Dalle prigioni, dai luoghi di confino, dai grandi alberghi o dalle povere soffitte in terra straniera, questa minoranza non ha fatto, contro il fascismo, che una parte infinitesimale di quanto ha voluto e saputo fare l’Uomo Qualunque rimasto sotto il concreto giogo della tirannide fascista. Ritornati alla vita pubblica d’Italia con la vittoria militare anglo-americana come le mosche tornano alla stalla sulle corna dei buoi, antifascismo e fuoriuscitismo pretendono, come il fascismo, il diritto di fare una epurazione, ossia di sopprimere u.p.p. concorrenti e chiunque altro sia d’impaccio o fastidio. Contestiamo rivendicazione e pretesa: il fascismo ha offeso e ferito tutta la massa degli italiani, non soltanto gli antifascisti e i fuoriusciti. Sono i 45 milioni di esseri umani che hanno il diritto di fare giustizia, non una o più numerosa quota parte dei 10.000 politicanti ansiosi di rifarsi delle delusioni subite e delle occasioni mancate.»

Se ci fosse bisogno di dirlo, i “politici” (gli upp) sono la causa assoluta di ogni male passato, presente e futuro. Da questi ci può salvare solo un “ragioniere”, con vincolo di mandato.

«Dal 1898, ossia da quasi mezzo secolo, nel nostro paese si vive una vita d’inferno a causa della gelosia di mestiere fra i politici di professione. Rivolte, attentati, scioperi, agitazioni, inflazione industriale, caro-vita, interventismo, crisi del dopo-guerra, speculazione sulla crisi, fascismo, aventinismo, fuoriuscitismo, dittatura, guerre per consolidare la dittatura, catastrofe per liberarcene, sono, per tutti gli italiani, conseguenze del rabbioso litigio di 10000 pettegoli. Siamo finalmente rovinati: che cos’altro vogliono da noi gli autori di tutti i mali? Che sopportiamo esperimenti, che altri pazzi provino sulle nostre carni le loro teorie per vedere se son buone o cattive come si trattasse di fare una sigaretta con le cicche, ché tanto, in caso di insuccesso, si possono fumare nella pipa? Noi non abbiamo bisogno che d’essere amministrati: e quindi ci occorrono degli amministratori, non dei politici. Ci vogliono strade, mezzi di trasporto, viveri, una moneta modesta ma seria, una politica rispettabile che ci renda sicuri dello scarso bene rimasto, e ci incoraggi a crearne dell’altro liberandoci dal timore di potere esserne spogliati da nuovi brigantaggi di stato-partito. Per fare questo basta un buon ragioniere: non occorrono né Bonomi né Croce né Selvaggi né Nenni né il pio Togliatti né l’accorto De Gasperi. Un buon ragioniere che entri in carica il primo di gennaio, che se ne vada al 31 di dicembre, che non sia rieleggibile per nessuna ragione. Siamo disposti a chiamarlo anche re o imperatore: a patto che cambi ogni anno e che, una volta scaduto dalla carica, non possa ritornarvi almeno per altri cinque.»

Amici di BepponeCon siffatto editoriale, il primo numero è un successone destinato a ripetersi e crescere ad ogni successiva pubblicazione. In varie città d’Italia iniziano a nascere gruppi che si definiscono Amici dell’Uomo qualunque, costituiti in un nascente movimento anti-partiti che ha uno slogan originale:

“né destra né sinistra, ma avanti”

Con simili incoraggianti premesse, dinanzi al “grido di dolore” che si leva alto dalla pancia profonda del Paese, Giannini inizia a pensare di scendere nell’agone politico.

“Basta con i partiti! Riprendiamoci il Paese!
Come vogliamo chiamare il movimento? Partito? Unione? Associazione? Lega? Società civile? In qual modo ci proponiamo di raggiungere l’obiettivo di vivere come ci pare senza che nessuno ci scocci l’anima?”

Guglielmo Giannini 
“Grido di dolore”
“L’Uomo Qualunque”; Anno II, n.25
(08/08/1945)

Uomo-QualunqueIn anticipo sui tempi, organizza un suo “Staff” e, non disponendo di un blog, invita i suoi lettori a inviargli per iscritto consigli e suggerimenti per la scrittura di uno statuto. L’iniziativa culminerà nella fondazione del Fronte dell’Uomo Qualunque (07/11/1945), contraddistinto da una imbarazzante inconsistenza programmatica, fondata tutta sull’antipolitica, la vacuità delle rivendicazioni e le ambiguità ideologiche, nell’assoluta incapacità di costituire un gruppo dirigenziale. Giannini rasenta l’infantilismo, in un susseguirsi di contraddizioni e demagogia. tuttavia pensa in grande e coi primi successi elettorali si monta subito la testa:

«Il solo vero “partito di massa” esistente in Italia è l’Uomo Qualunque, stufo, stanco, sfiduciato dai politici professionali di qualsiasi colore. La borghesia, unica vittima del politicantismo di professione, che nessun partito difende, che nessun sindacato protegge, che tutti sfruttano, che per tutti paga con la vita e con le tasse, che forma la categoria più vasta e più forte, più intelligente e più ricca di risorse, e di capacità di lavoro, ridotta alla disperazione e messa con le spalle al muro, ha finalmente deciso di non lasciarsi uccidere, e solo schierandosi ha rivelato innanzitutto a se stessa la sua forza

G.Giannini
“Il Partito dei senza partito”
U.Q. (15/08/1945)

L’Uomo Qualunque comincia ad attrarre vecchi nostalgici, avanzi assortiti di cetomediume, e opportunisti di ogni risma, pescando voti a man bassa nel sottoproletariato urbano (a Roma e Napoli) e tra gli strati più reazionari della plebe meridionale. Nel Sud, alle elezioni del 1946, raggiunge punte del 20% ed oltre, soprattutto in Sicilia (25% a Palermo) ed in Puglia, per sgonfiarsi ancor più in fretta e scomparire in meno di due anni.
Il BuonsensoMa si tratta di un fiume carsico, che si nutre di mille rivoli diversi, pompato da un malcontento spesso indefinito ma sempre persistente nel sottobosco dell’italico provincialismo, geneticamente insofferente ai cambiamenti, appagato com’è della sua intrinseca mediocrità. Si alimenta di insofferenze contestatarie e luoghi comuni, in un miscuglio di istanze dalle matrici ideologiche sempre più diluite ma tutte tendenti al nero. Di tanto in tanto rifluisce all’esterno in pozze più o meno estese, scorrendo in parallelo alla fiumana di quello che già Gino Germani indicava come nazional-populismo: bacino nel quale spesso e volentieri confluisce, per gonfiarsi regolarmente ad ogni periodo di crisi.
Il populismo, comunque lo si declini, gioca sulle sfumature, predilige l’iperbole, e preme sulla sua carica anti-sistema in funzione messianica. E d’altronde il “messianismo” di cui si nutre è una forma primitivizzata e irrazionale di ducismo; dunque costituisce una variante del fascismo.
In proposito, Cvetan Todorov, semiologo francese di origine bulgara, pone l’attenzione su come populismo, ultraliberismo, e messianismo, siano ad oggi i nemici più pericolosi e subdoli (perché interni) che le democrazie occidentali abbiano mai affrontato.
Nella fattispecie, il populismo:

«E’ presente ogni volta che si pretende di trovare soluzioni semplici per problemi complessi, proponendo ricette miracolose all’attenzione distratta di chi non ha tempo per approfondire. Può essere sia di destra sia di sinistra, ma propone sempre soluzioni immediate che non tengono conto delle conseguenze a lungo termine. Preferisce semplificazioni e generalizzazioni, sfrutta la paura e l’insicurezza, fa appello al popolo, cortocircuitando le istituzioni. Ma la democrazia non è un’assemblea permanente né un sondaggio continuo.»

 Tzvetan Todorov
 “I nemici intimi della democrazia
Garzanti, 2012.

Nella persistenza sistemica della crisi attuale, questi tre elementi (populismo; ultraliberismo; messianesimo) se non contrastati con fermezza, possono provocare un cortocircuito permanente.

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EVOLUTION

Posted in Kulturkampf with tags , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , on 18 maggio 2013 by Sendivogius

Milo Manara - 'Evoluzione' (dettaglio)

Quanto può incidere una prolungata recessione economica sulla tenuta sociale di una Paese?
E, soprattutto, quanto a lungo può resistere un ordinamento democratico, schiacciato da una pressione perdurante che ne mette in crisi i criteri di rappresentatività e ne esaspera le componenti oligarchiche (sempre presenti), a tal punto da erodere quei presupposti di uguaglianza, in termini di opportunità e di benessere diffuso, essenziali alla sua stessa sopravvivenza?
Per comprendere i cambiamenti sociali alla base di una trasformazione (involuzione?) epocale, non avendo altri termini di paragone con una così ampia gamma di analogie storiche, a tutt’oggi e con tutte le varianti del caso, il riferimento più prossimo resta dunque la Grande Depressione del 1929, insieme a quell’omologo politico che fu la Repubblica di Weimar, pur con tutti i suoi distinguo.
Richard Loewenthal In questa prospettiva, vale la pena di riscoprire  l’analisi che Richard Löwenthal dedicò, nella metà degli anni ’30, alla crisi dei partiti politici ed alla trasformazione del parlamentarismo in una “democrazia d’interessi”, analizzando le congiunture sociali ed economiche che condussero alla nascita dei movimenti fascisti ed alla loro presa del potere, nell’ambito di un più profondo mutamento dell’organizzazione statale.
Poco conosciuto in Italia, Löwenthal è stato politologo, sociologo, pubblicista, esponente di spicco della SPD tedesca nel dopoguerra e professore di scienze politiche all’Università di Berlino, quindi anglofilo e atlantista. Comunista dissidente in opposizione ai diktat del Comintern, convinto anti-stalinista, laburista di formazione marxista, Richard Löwenthal (1908-1991) fu tra i pochi tedeschi ad opporsi attivamente al nazismo.

Nazisti

Nel 1935, sotto lo pseudonimo di Paul Sering, pubblica la sua personale interpretazione del fascismo sulla Rivista per il Socialismo (“Der Faschismus”, Zeitschrift für Sozialismus; Sett.-Ott.1935), ponendo l’attenzione sugli aspetti socio-economici e sulla progressiva trasformazione delle classi sociali, travolte dalla crisi economica e dal disfacimento del movimento operaio. Per Löwenthal il concetto di “classe” riveste un ruolo fondamentale; pertanto, in un’ottica tipicamente marxista, ne analizza le trasformazioni prendendo in considerazione le sue stratificazioni nell’ambito dell’evoluzione capitalista e della “differenziazione economica degli interessi” sociali. Allo stesso modo, prende in esame lo sviluppo e funzione dell’organizzazione di classe, in rapporto all’evoluzione dell’antico stato feudale in quella che Löwenthal chiama “democrazia di interessi”:

«La democrazia pienamente formata è una forma di organizzazione politico-sociale caratterizzata da organizzazioni di classe potentemente sviluppate e da un sistema di partiti determinato in maniera decisiva da queste organizzazioni.»

Speculare all’esistenza della democrazia rappresentativa, che ha nel parlamento il suo fulcro nella comunanza di interessi diversi, è lo sviluppo del sistema partitico, quale rappresentanza di “interessi chiaramente delimitati”, e che costituisce un’evoluzione positiva dell’antico “parlamento dei notabili”, come nel caso dell’Inghilterra:

«…i cui partiti non erano divisi da contrasti di interesse, ma da contrasti di tradizioni familiari e di cricche all’interno dello strato dominante, socialmente unitario […] A questo stadio, il contenuto dei processi parlamentari è formato dal contrasto fra le classi dominanti ed il loro apparato esecutivo, circa l’ammontare delle spese e della lotta di innumerevoli cricche e persone singole per i vantaggi individuali connessi con l’esercizio del potere politico: distribuzione dei posti, concessioni, facilitazioni fiscali, ecc. Questa situazione del parlamento corrisponde ad un basso livello delle funzioni economiche statali, e al livello organizzativo zero delle organizzazioni di classe e della politica sociale. Quando si supera questo stadio, ha inizio anche il mutamento del sistema partitico.
Il mutamento essenziale non consiste nella pura e semplice trasformazione in apparati di partito con influenza di massa. Questa trasformazione da partito di cricche in macchina di partito funzionante con un gran numero di politici di professione…»

…coincide secondo Löwenthal con l’introduzione del diritto di voto universale ed alla concentrazione del capitale in oligopoli e trusts economici organizzati, sotto protezione del potere politico o singoli esponenti di partito.

«Essa però non cambia nulla né per quanto riguarda la mancanza di contenuto sociale dei processi parlamentari, né per quanto riguarda la misura e il carattere della corruzione individuale nella vita pubblica.»

1919 - Corteo della SPD alla Porta di Brandeburgo per l'elezione di F.Ebert alla presidenza del Reich

Per Löwenthal/Sering, a fare la differenza sono i “partiti operai”. E in questo è evidente tutta l’impronta marxista dell’Autore che vede nel movimento operaista l’avanguardia rivoluzionaria per eccellenza, anche se:

«..quanto più vengono messi in primo piano i problemi dell’economia capitalista…. tanto più il partito operaio tende generalmente a diventare il partito rappresentante gli interessi riformisti e a trasformarsi in comitato parlamentare dei sindacati

In tempi normali, non pervasi da turbolenze sistemiche o crisi economiche, tale ordinamento tende, nonostante gli attriti, a funzionare secondo una meccanica strutturata, fondata sulla mediazione costante nell’equilibrio variabile delle istanze rappresentate:

«Lo Stato parlamentare, i cui partiti sono rappresentanti di interessi basati sulle organizzazioni di classe, rappresenta un forma finale caratteristica della democrazia. Ha il carattere di una grande stanza di decompressione degli interessi, nella quale vengono trattati i compromessi delle classi. La decisione politica è qui la risultanza degli interessi dei singoli, come avviene per la formazione dei prezzi sul libero mercato […] la distribuzione del prodotto sociale viene determinata in misura crescente non a secondo della forza economica dei singoli strati, ma a seconda del loro peso espresso politicamente

Il sistema, che sostanzialmente riproduce un immutato assetto di potere a tutela del capitale, nel quadro di una società prevalentemente borghese, entra in crisi con “l’acuirsi dei contrasti di classe” nella divergenza di funzioni tra il sistema burocratico, che con il potere esecutivo necessita di decisioni rapide e unitarie, insieme all’eccessiva preponderanza dell’elemento finanziario, contrapposti ad un parlamento in rappresentanza di interessi sempre più atomizzati e conflittuali. Contrasti che tendono ad esplodere in caso di contrazione economica, mettendo a rischio la tenuta di sistema. Sostanzialmente, in senso lato, ciò avviene tramite l’accresciuta mobilità dentro e fuori gli schieramenti della classe operaia in perdita di coesione, a cui va aggiunto il logoramento economico dei piccoli imprenditori, e l’accentuarsi della richiesta di prestazioni sociali da parte di fasce sempre più consistenti di popolazione attiva rimasta priva di reddito e coperture.
Fila ai forni del pane nella Germania del 1920A tal proposito, Richard Löwenthal elabora la particolare “congiuntura” da cui possono scaturire i movimenti totalitari (Parte III – La Congiuntura da cui nasce il fascismo). Se non fossero trascorsi 80 anni, in molte sue parti il brano sembra scritto oggi. Ovviamente, ogni riferimento a partiti (bestemmia) e moVimenti esistenti è puramente casuale.

1. Gli interessi durante la crisi
[…] «In pochi anni, durante l’ultima crisi, la disoccupazione si è moltiplicata, senza che allo stesso tempo si avesse alcuna riduzione dell’apparato distributivo e amministrativo, così che la riduzione del numero degli occupati si è verificata quasi esclusivamente a spese di quelli che sono occupati produttivamente. Contemporaneamente è rapidamente aumentato lo strato dei ceti medi rovinati, ma non proletarizzati, così che il numero degli improduttivi è cresciuto ad un livello superiore alla media e ad un ritmo assai rapido. Nello stesso tempo si è avuto inevitabilmente un calo del ruolo produttivo di quello strato “misto” di impiegati e impiegati statali ed è aumentata la percentuale di settori produttivi stagnanti, bisognosi di sovvenzioni, e si è fatto più urgente il loro bisogno si sovvenzioni. Con ciò si è acuito il contrasto fra questi settori e quelli rimasti sani. Questo contrasto si è inasprito fino al punto di dare origine al dilemma: o superamento rapido e liberale della crisi, comportante la distruzione di milioni di entità economiche [posti di lavoro], oppure superamento della crisi nei tempi lunghi mediante sovvenzioni, evitando una catastrofe aperta. Il dilemma: pagare i debiti o cancellarli formava una parte di questo problema. In questo modo divenne anche più acuta la già accennata divisione trasversale durante la crisi. Le contraddizioni menzionate si riproducono nel rapporto delle economie nazionali e delle nazioni tra di loro. Le nazioni debitrici diventano insolventi. Lo smembramento del credito internazionale porta ad una contrazione abnorme del commercio estero e mondiale e quindi all’inasprimento delle tendenze autarchiche e nazionaliste, specialmente per quanto concerne i paesi debitori che, in linea di massima, sono anche quelli meno concorrenziali sul piano dell’economia mondiale e oberati da soverchianti pesi morti.
[…] Sia per il crescente numero degli improduttivi, e proprio di quelli la cui esistenza dipende dall’erario statale, sia per il crescente bisogno di sovvenzioni alla produzione, aumenta la percentuale della popolazione il cui interesse primario è, mediamente o immediatamente, quello di uno Stato efficiente.
[…] La concentrazione dinamica di tendenze generali di sviluppo su una situazione di breve durata e inasprita è la caratteristica di tutte le situazioni rivoluzionarie.»

2. Il sistema partitico durante la crisi
Manifesto elettorale della SPD per le elezioni presidenziali del 1932 […] «I partiti della grossa borghesia diventano visibilmente tali, con una evidenza che li priva a ritmo veloce della loro base di massa. Mentre all’interno della borghesia si accentuano le differenze tra profittatori e sovvenzionati,  fra creditori e debitori, i suoi partiti e le sue coalizioni vengono sottoposti a sempre nuove scissioni. I vari gruppi di piccoli produttori, qualora non lo abbiano già fatto prima, passano alla creazione di partiti separatisti a spese dei vecchi partiti borghesi. Nella classe operaia, a causa della netta differenziazione tra occupati e disoccupati, strati capaci di lotta e strati incapaci di lotta, interessati in primo luogo al livello salariale e alla conservazione del posto di lavoro, si acuiscono i contrasti che approfondiscono le fratture esistenti, minacciano di far saltare le organizzazioni unitarie e creano conflitti tra partiti e sindacati. Il risultato generale è innanzitutto che fra i numerosi partiti politici ogni peso diventa sempre più instabile, ogni compromesso sempre più difficile, senza che sorga una forza sufficientemente robusta.
[…] La capacità di azione di tutte le classi diminuisce con il regredire della produzione. Insieme diminuisce anche l’importanza delle organizzazioni create per l’azione di classe. La capacità di sciopero dei sindacati regredisce, gli industriali riuniti in cartelli violano le convenzioni dei prezzi, le cooperative di credito agricolo non sono più in grado di sostenere i loro membri. Con ciò cala la fiducia in queste organizzazioni e cala il numero dei loro aderenti. Le sole azioni economiche che crescono di numero sono durante la crisi sono le azioni dei consumatori e dei debitori: scioperi degli inquilini, sciopero dei contribuenti, aste deserte, ecc. Sul terreno della crisi delle organizzazioni di interessi dei partiti, che in tal modo vengono indeboliti e frantumati, si sviluppa però la tendenza a riporre tutte le speranza nello Stato e quindi nell’organizzazione puramente politica

3. La democrazia durante la crisi
i forconi dei nazisti «Quanto più si frantuma un sistema partitico, tanto più diventa difficile il raggiungimento di un compromesso. Il regresso della forza d’azione delle organizzazioni di classe non apporta in questo caso alcuna agevolazione, ma un ulteriore inasprimento: quanto minore è la capacità di azione economica immediata, tanto più intensi si fanno i tentativi dei partiti di realizzare i loro obiettivi esercitando una pressione sullo Stato e di conservare in tal modo la vacillante fiducia del loro iscritti. In questo modo viene sempre più messa in dubbio la capacità di funzionamento del sistema parlamentare. Questo avviene soprattutto dal punto di vista della borghesia, i cui partiti perdono rapidamente la loro base di massa e alla quale pertanto riesce sempre più difficile imporre per via parlamentare le sue rivendicazioni, che sono al tempo stesso le rivendicazioni per il superamento della crisi nel solo modo possibile del quadro capitalista. L’equilibrio tra gli indeboliti partiti borghesi, sempre più dilaniati dai contrasti interni tra sovvenzionatori e sovvenzionati, l’equilibrio tra i grandi blocchi di masse contrapposti diventa sempre più difficile ed il ruolo del potere esecutivo per assicurare questo equilibrio diventa sempre più importante. La labilità di questo regime rende impossibile la coerenza e l’unitarietà della politica economica e generale dello Stato proprio nel momento in cui essa acquista un’importanza vitale per delle masse sempre più numerose. La crisi dell’erario (un riflesso necessario della crisi economica degli Stati che attuano politiche di sovvenzione) si acuisce a causa delle oscillazioni politiche e si ripercuote immediatamente in un abbassamento del tenore di vita di tutti coloro che dipendono economicamente dallo Stato. Lo Stato viene quindi meno, proprio nel momento in cui la dipendenza delle masse dalle sue prestazioni è massima, e viene meno in questa misura proprio perché si tratta di uno Stato “economicamente democratico”, perché “è una congrega di profittatori” incapace di decisione. L’esigenza di uno Stato forte, economicamente giustificata, si muta nel grido “abbasso il parlamentarismo!”.
Con ciò, la democrazia entra definitivamente nella fase decisiva della crisi.»

Secondo Richard Löwenthal, in assenza di una svolta di tipo socialista, con l’indebolimento del movimento operaio e delle sue organizzazioni, la conseguenza è un accentramento del potere economico-politico in uno Stato sempre più autoritario, percepito dalle grandi masse di scontenti come un distributore di prebende e sovvenzioni, per la soddisfazione di esigenze primarie, a discapito di una reale promozione democratica e sociale.
Comizio di HitlerIn una simile frattura istituzionale si inseriscono i movimenti populistici e, spiccatamente, per Löwenthal, i partiti fascisti come elemento di rottura più evidente ed al contempo funzionale alla prosecuzione di uno statu quo a preservazione dei grandi interessi del capitale, facendo leva sui delusi della democrazia rappresentativa e del sistema parlamentare.
È un moto contrario e trasversale:

«..contro i sindacati industriali; dei debitori contro i creditori; dei disoccupati contro gli occupati, dei fautori dell’autarchia contro i fautori dell’economia mondiale. Tutto questo si attua in nuovo partito di massa, rivolto al solo potere politico: il partito fascista. Così si spiega anche come questo partito recluti i suoi aderenti in tutte le classi e come determinati ceti vi siano prevalenti e ne formino il nucleo, ceti che sono stati definiti con l’imbarazzato termine di “ceti medi”. La borghesia vi è rappresentata, ma si tratta della borghesia indebitata, bisognosa di sostegno; il ceto operaio vi è rappresentato, ma si tratta dei disoccupati permanenti, incapaci di lotta, concentrati in zone povere; vi affluisce la piccola borghesia urbana, ma quella andata in rovina; vi vengono inclusi i possidenti, ma sono quelli spossati dall’inflazione; vi si trovano ufficiali e intellettuali, ma si tratta di ufficiali congedati e intellettuali falliti. Questi sono i nuclei del movimento, che ha il carattere di una vera comunità popolare di falliti, e questo gli permette anche di estendersi, parallelamente alla crisi e ad di là di questi nuclei centrali, in tutte le classi, perché con tutte è socialmente concatenato.
[…] Si voleva uno Stato sotto una guida unitaria che ponesse fine al traffico degli interessi; uno Stato che intervenisse attivamente nella crisi e ponesse fine al liberalismo; uno Stato che liberasse l’economia nazionale dalle dipendenze economiche mondiali. Dicendo che “l’utilità pubblica viene prima dell’interesse individuale” venne proclamata la tutela dei bisognosi di sostegno contro la prassi capitalistica, dicendo “basta con la schiavitù degli interessi da pagare”…. la solidità della terra venne contrapposta all’asfalto delle grandi città. Tutto ciò venne presentato con la credibilità della disperazione, che la crisi produceva dappertutto e che dispensava i suoi sostenitori da ogni discussione razionale. A queste parole d’ordine si mescolavano elementi di una rivolta plebea contro il ceto dei burocrati specializzati e dei notabili, la quale diede al movimento vernice popolare, “democratica”, con la quale di fatto esso assolve singoli compiti rivoluzionario-borghesi.
[…] Le sue parole d’ordine economiche esprimono delle tendenze generali e non delle rivendicazioni concrete. Là dove i fascisti prima della vittoria vengono a trovarsi in situazioni in cui devono prendere posizione, assumono atteggiamenti puramente agitatori e procedono praticamente facendo una brutta figura dietro l’altra, senza risentirne il minimo danno. La loro agitazione di concentra completamente sulla fiducia nel futuro, nel capo, nella presa del potere e nel miracolo che ne seguirà. […] Il partito fascista non disse mai “Aiutatevi da soli!”. Disse sempre: “Dateci il potere!”. Questo è il nucleo di tutte le agitazioni fasciste.
[…] Il partito fascista si costruisce sulla disposizione dei suoi membri ad affidarsi ad una guida, dalla quale essi sperano di essere aiutati, una volta conquistato il potere statale.
[…] Un partito siffatto non può, per sua natura, avere una lunga esistenza come partito di massa senza combattere e vincere. Una volta superata la situazione di crisi gli viene a mancare la possibilità di guida delle masse. Le masse se ne allontanano e si rivolgono nuovamente alle organizzazioni che rappresentano i loro interessi e che corrispondono alla loro situazione nel processo produttivo.
[…] Proibendo tutti gli altri partiti si vuole mettere ordine nella congrega di interessi e sostituire ai compromessi la decisione del capo.»

Manifesto elettorale dello NSDAPDella disamina riportiamo gli aspetti più propriamente riconducibili alla prassi politica, sorvolando la componente militare e squadrista di una violenza istituzionalizzata che nei movimenti di natura fascista è tratto distintivo e imprescindibile, ma proprio per questo meglio conosciuto.
In merito all’organizzazione, alla composizione della dirigenza, ed al “movimento fascista”, Richard Löwenthal osserva:

«Lo sviluppo di questi metodi di lotta e di organizzazione richiede una casta dirigente nuova, libera dalle tradizioni dei partiti democratici e dalla routine parlamentare, senza scrupoli per quanto riguarda i mezzi. Per sua natura questa casta può venire reclutata soltanto tra i militanti senza occupazione e intellettuali falliti, quindi fra gli individui completamente sradicati, e non può nascere dalla componente borghese del movimento, i cui appartenenti, anche in condizioni di indebitamento e di disperazione, rimangono ancora legati a tradizioni di ogni genere. La difficoltà della borghesia di sottostare ad una casta dirigente di dilettanti e di “desperados” fa sì che questi ultimi, pur così direttamente interessati al rivolgimento fascista, restino, fino alla vittoria, quasi sempre fuori dal partito, organizzato in gruppi amici puramente borghesi.
Questa è la circostanza che dà al partito fascista un carattere decisamente plebeo. Gli appartenenti alla classe dominante vi sono scarsamente rappresentati e non hanno influenza in senso tecnico-politico

In virtù di ciò la base di un movimento fascista è molto più ampia e ramificata di quanto non lo sia il partito medesimo che, data la sua apparente poliedricità, può contare su un bacino diversificato di consensi in espansione:

«Dapprima a spese dei partiti borghesi e del ceto medio e poi, a poco a poco, anche a spese delle organizzazioni operaie che, nel loro cammino verso di esso, passano spesso attraverso una fase intermedia d’indifferenza. Il partito fascista diventa il grande blocco di massa del sistema parlamentare in disgregazione. Il blocco di massa contrapposto, appunto il movimento operaio, il pilastro di resistenza relativamente più forte, viene indebolito dal perdurare della crisi e spinto in contraddizioni interne, che presto hanno soltanto più per oggetto i metodi della ritirata.
[…] Fra i due blocchi di massa, cioè quella fascista in aumento e quello proletario in ritirata, si destreggia con vari metodi la cricca della grossa borghesia, che diventa sempre più debole, discorde al suo interno, sempre più appoggiata al potere esecutivo, e che tende ad escludere e a screditare il parlamento e ad isolarsi. Quanto più si acuiscono i suoi contrasti interni, soprattutto tra i fautori delle sovvenzioni e liberali, tanto più forte si fa la sua corsa ad accaparrarsi il favore del partito fascista; corsa nella quale l’ala reazionaria è naturalmente superiore. Alla fine chiama definitivamente e con successo in aiuto il partito fascista, il quale fa il suo ingresso al governo in coalizione con essa. In questa coalizione il partito fascista è di gran lunga, indipendentemente dalle intese intercorse, il partecipante più forte.»

Svastica

In quanto fuori dai giochi di potere tradizionali e dai tatticismi parlamentari, in quanto portatore di istanze dirompenti ed interessi trasversali, nell’analisi di Löwenthal, il partito fascista può presentarsi a buon gioco come elemento di rottura e discontinuità, denunciando i suoi alleati di coalizione come la causa dei progressi insufficienti. Quindi, in tal modo può rivendicare a sé l’avocazione di tutti i poteri, in rottura col “vecchio sistema”…

«A questo punto esso si impadronisce senza riserve dell’apparato statale, si libera da tutti i vincoli di coalizione e realizza il suo potere nella lotta di distruzione contro le organizzazioni di massa proletarie. Fatto questo, la proibizione generale di ogni partito e con la fine formale della coalizione sono soltanto le tappe ovvie del cammino verso lo Stato totalitario.
[…] La necessità di piegare rapidamente e in modo rivoluzionario tutte le resistenze richiede lo scatenamento dell’attività libera e non disciplinata delle sue masse di aderenti. Quando il sistema fascista è completato, questa ondata si ritira da sé, tanto più che questa forma di attività di massa non arriva nemmeno a creare delle proprie forme organizzative

outpostNon è un caso che l’azione politica (e militare) di ogni movimento di tipo fascista sia indirizzata prevalentemente contro la Sinistra e le sue organizzazioni, nonostante il fascismo attinga in parte dalla sua liturgia e dalle sue tematiche sociali, facendole proprie e mistificandole.
Si può dunque parlare di “rivoluzione fascista” i cui risultati tipici sono:

a) Una nuova forma più alta di organizzazione statale
b) Una nuova forma reazionaria di organizzazione sociale
c) Un crescente freno stabile allo sviluppo economico da parte delle forze reazionarie che si sono impadronite del potere statale.

Si tratta di una proposizione sicuramente superata dalla Storia, ma non per questo necessariamente non riproducibile in forme aggiornate ai tempi…
Mutato nomine de te fabula narratur.

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